Piccole Guerre Senza Parole


Attenzione Spoiler. Se non volete anticipazioni o rivelazioni, interrompete subito la lettura.

Come già scritto nell’articolo sulla prima serie, il passaggio di 13 Reasons Why dalla carta stampata all’immagine in movimento è stato realizzato attraverso un ridimensionamento della figura di Hannah Baker, da unica e incontrastata voce narrante a motore di una vicenda corale di ben più ampio respiro. È una scelta che viene portata avanti in modo ancora più sistematico nella seconda serie, attraverso la moltiplicazione delle trame e un ancora più marcato decentramento dei punti di vista. In termini quantitativi, Hannah continua a occupare molto spazio all’interno della narrazione, nelle ricostruzioni processuali come nelle menti dei protagonisti, ma il suo ruolo cambia: sempre meno ricordo e sempre più trauma. A voler tracciare un parallelo con una storia di guerra, si potrebbe dire che mentre la prima serie raccontava le vicende di una squadra di soldati al fronte, la seconda si concentra sul loro ritorno a casa: violenze e conflitti continuano a ricoprire un ruolo centrale, ma nella forma di ferite e cicatrici. Il tutto mentre il vuoto lasciato da una Hannah rivista e ricontestualizzata finisce con l’essere colmato, suo malgrado, dal personaggio Tyler Down, vero protagonista nell’ereditarne l’isolamento e le umiliazioni, declinandole al maschile in un clima di (a volte) involontaria complicità generalizzata.

Il parallelo con la guerra non è casuale. In pratica tutti i principali protagonisti della seconda stagione mostrano seri sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD): Jessica Davis, vittima di stupro, ha crisi di panico e dorme sul pavimento della sua stanza come un reduce che non riesce a riadattarsi alla comodità del suo letto; il suo ex-ragazzo, Justin Foley, come un veterano solo e abbandonato diventa un eroinomane che vive per strada; Alex Standall, sopravvisuto a un tentativo di suicidio, affianca ai danni psicologici disabilità fisiche abbastanza estese da renderlo un invalido. Non sono da meno Clay Jensen,  che si rivela vittima di allucinazioni audiovisive riconducibili alla rappresentazione di una patologia che presenta i sintomi di uno stato schizofrenico, e Kevin Porter, il consigliere studentesco dilaniato dai sensi di colpa per le responsabilità che imputa alle sue omissioni come alla tardiva comprensione del fatto che l’istituzione al servizio della quale aveva messo la sua persona non si faceva alcun problema a tradire, per opportunità o convenienza, quegli ideali che si era illuso di servire. E infine c’è proprio Tyler Down, quello per cui non solo la guerra non è finita, ma come per Hannah prima di lui rappresenta una realtà quotidiana fatta di dolore e umiliazioni che si trova a fronteggiare in solitudine.

Nella parentesi dedicata alla vicenda della Columbine High School veniva sottolineato come le parole che Tyler pronuncia nel corso delle indagini sulla diffusione nel bullismo nella sua scuola nel primo finale di stagione (“I get shit every day“) fossero molto simili a quelle che uno dei due attentatori della scuola in Colorado aveva registrato in un video rivolgendosi ai suoi aguzzini (“You’ve been giving us shit for years“). Ma se in quel caso isolato era possibile pensare che potesse trattarsi di una mera coincidenza, il finale della seconda stagione elimina ogni dubbio: armato fino ai dentio e pronto a irrompere nella sede del ballo scolastico, Tyler si rivolge a Clay dicendogli di andare via e tornarsene a casa con le stesse identiche parole che Brooks Brown ricorda avergli detto Eric Harris incontrato nel parcheggio della Columbine pochi minuti prima dell’inizio del massacro (“Get out of here. Go home.”). È la premessa di quel gesto estremo che declina al maschile il finale di una vicenda fino a quel momento identica a quella di Hannah. Entrambi erano emarginati a causa delle loro reputazioni, lei quella di puttana della scuola, lui di sfigato pervertito; entrambi sono scivolati talmente in basso nella scala sociale da sentirsi inferiori persino agli altri perdenti; entrambi avevano partecipato ad atti di bullismo nei confronti di altri, lui nei confronti di Hannah stessa e lei ai danni di una ragazza nella sua scuola precedente, mescolando il rimorso di chi è consapevole delle proprie colpe con la vergogna della vittima. E soprattutto, entrambi sono stati vittime di violenze sessuali: lei stuprata da Bryce Walker nella vasca idromassaggio, lui da alcuni amici di quest’ultimo con un bastone di scopa nel bagno della scuola.

Se Hannah Baker è un volto che viene dato alle statistiche statunitensi che contano le ragazze suicidatesi in seguito ad atti di bullismo, molestie e violenze sessuali, Tyler Down determinato a irrompere nel ballo studentesco per fare una strage è un chiaro riferimento alle molteplici cronache di stragi nelle scuole, proprio come quella che ha avuto luogo presso la Santa Fe High School a Houston in Texas il giorno stesso in cui avrebbe dovuto aver luogo la premiere della seconda stagione della serie (per questo motivo poi annullata da Netflix). La scelta di bloccare all’ultimo momento l’esecuzione della strage attraverso un espediente sfacciatamente irrealistico, cioè affidando a Clay l’improbabile ruolo di deus ex machina che con poche frasi banali riesce a fermare la mano di un soggetto armato, in pieno crollo psicotico e ben oltre il punto di rottura, è un modo per ricordare che nella realtà fatti analoghi non hanno mai un lieto fine. Ma allo stesso tempo è anche un modo per proteggere i contenuti della storia da polemiche stupide e pretestuose. Non è difficile immaginare i cori accusatori a base di “giustificazione della violenza” e simili qualora la produzione avesse scelto di permettere a Tyler di andare fino in fondo col suo piano, in modo analogo a quanto accaduto con la prima stagione, accusata di “estetizzare il suicidio” e di rappresentare una pericolosa fonte di possibili fenomeni di emulazione. Polemiche che la stessa serie rispedisce ai mittenti rappresentandone la natura ipocrita attraverso la scelta da parte della scuola di vietare e punire qualsiasi discorso relativo al suicidio, mentre allo stesso tempo non fa nulla per intervenire sulle possibili cause di disagio e si attiva per allontanare il consigliere studentesco nel momento in cui questo fa capire di non voler più accettare uno stato di cose che non condivide.

Terreni di Caccia e Conflitti di Classe

Dove ci sono vittime, ci sono anche carnefici. E in questo caso si tratta di Bryce Walker, l’atletico e popolare rampollo di una famiglia ricca, influente e facoltosa, in grado di fare pressioni affinché il figlio possa godere del maggior grado di impunità possibile. E anche in questo caso la serie sembra muoversi in direzione dell’attualità attraverso allusioni a controversi fatti di cronaca. La condanna di Bryce a soli tre mesi con la condizionale per lo stupro di Jessica pare alludere al caso di Brock Turner, un atleta universitario riconosciuto colpevole di aver abusato di una donna in stato di incoscienza e per questo condannato a sei mesi di detenzione, con la possibilità di essere rilasciato per buona condotta dopo soli tre mesi. Messa a confronto con altre sentenze in casi ritenuti analoghi pronunciate all’indirizzo di imputati latini o afroamericani, la differenza appare lampante: nel caso di questi ultimi le durate delle condanne da scontare sono espresse in anni, non in mesi. In particolare, la storia del ricco e bianco Turner è stata messa a confronto con quella di Brian Banks, un giovane di colore che si stava mettendo in mostra nel ruolo di linebacker nella squadra di football americano del liceo e che, accusato di stupro da una compagna di classe, aveva accettato di dichiararsi colpevole e scontare una pena pari a cinque anni di prigione più altri cinque di libertà vigilata per non affrontare il rischio concreto di una condanna all’ergastolo. Un contrasto reso ancora più stridente dal fatto che anni dopo, quando riuscì a incontrare di persona e registrare di nascosto la sua accusatrice mentre ammetteva di aver inventato la storia con il solo scopo di ottenere un risarcimento milionario da parte dell’istituto scolastico, la sua sentenza fu ribaltata e ristabilita la sua innocenza.

Sebbene non ci sia motivo per mettere da parte la questione razziale, anche alla luce degli episodi in cui esponenti delle forze dell’ordine si sono resi protagonisti della morte di cittadini disarmati appartenenti a minoranze etniche e in particolare afroamericane, questa potrebbe non essere la sola chiave di lettura. E talvolta nemmeno la principale. Infatti il fattore razziale può avere un ruolo nello spiegare come sia possibile che a un adolescente di colore che accetta un patteggiamento venga inflitta una pena 10 volte superiore a quella di un nuotatore universitario bianco che, nonostante i gravi indizi di colpevolezza, viene condannato al termine di un processo, soprattutto se si considera che in questo caso l’imputato non ha mai mostrato segni di pentimento o di ammissione di responsabilità, e che al contrario si è difeso cercando ora di colpevolizzare la vittima, ora di giustificarsi puntando il dito contro i comportamenti ad alto rischio e la cultura dei party nei campus universitari. Ma ampliando il campo, la sola questione razziale considerata non riesce a spiegare quel meccanismo denunciato da Kirby Dick e Amy Ziering nel documentario The Hunting Ground, a proposito delle aggressioni sessuali nei campus universitari e dell’ampia impunità di cui godono i predatori, non senza complicità da parte delle direzioni e delle amministrazioni. Anche nei casi di aggressori non bianchi, non solo le istituzioni non si muovono in favore delle vittime, ma al contrario agiscono con lo scopo di dissuaderle dal muovere accuse, ora colpevolizzando loro e i loro comportamenti (victim blaming), ora insinuando la possibilità che possano essersi inventate le accuse per qualche motivo.

Nonostante le statistiche relative alle false accuse di violenza sessuale tendano a oscillare tra il 2% e l’8% rispetto all’insieme generale dei crimini denunciati, nell’ambito dei college universitari una cifra inferiore all’1% è quella delle segnalazioni alle quali viene dato seguito. In altre parole, oltre il 99% delle aggressioni sessuali segnalate alle autorità del campus sono archiviate senza essere prese in considerazione. Inoltre, secondo quanto affermato dalle associazioni impegnate nel contrasto a questo fenomeno epidemico e nel supporto alle vittime di violenza, nei campus gli atleti rappresentano meno del 4% del corpo studentesco ma sono considerati responsabili di circa un quinto delle violenze. In breve, meno del 4% degli studenti universitari possono essere considerati responsabili del 20% dei crimini a sfondo sessuale, e oltre il 99% di questi rimangono del tutto impuniti, a prescindere dal colore della pelle come dell’eventuale minoranza cui possono appartenere.

Non si tratta solo di una questione di ricchezza, ma anche di classe, di integrazione sociale e di possibilità di rappresentare una risorsa o una fonte di arricchimento per qualcun altro: dato l’elevato ritorno economico, anche in termini di immagine, le amministrazioni non sembrano prestare particolare attenzione alla razza dei giocatori delle proprie squadre di basket o football o altro. La questione di classe non sostituisce quella razziale e non la ridimensione, al contrario può affiancarla contribuendo ad ampliare un divario già esistente. Il fatto che i crimini compiuti da latini e afroamericani vengano puniti con maggiore severità perché i loro autori occupano i gradini più bassi della scala sociale, e pertanto si trovano a fronteggiare una forma di repressione più intransigente, non significa che non esiste una questione razziale. Al contrario, se alcuni dati individuano un trattamento peggiore riservato alle fasce basse della società e altri tracciano collegamenti tra razza e repressione, ne deriva che i due insiemi tendono a intrecciarsi in profondità: il classismo può amplificare il razzismo tanto quanto il razzismo può occupare un ruolo centrale nella repressione di classe. Accade così che alla fine del processo in 13 Reasons Why per lo stupro di Jessica Davis, la figlia meticcia di un pilota dell’esercito, il bianco e facoltoso Bryce Walker viene condannato a tre mesi con la condizionale mentre il suo ex-amico Justin Foley, proveniente da un ambiente sociale assimilabile alla white trash, si trova a scontare una condanna doppia rispetto allo stupratore vero e proprio, e questo solo per essersi autoaccusato rivelando ciò di cui era a conoscenza al fine di denunciare il crimine subito dalla sua ex-ragazza.

Ed è proprio a questo punto che emerge la natura intimamente linguistica del problema: il fatto che scontri e ingiustizie vengano ricondotte all’interno del contesto delle discriminazioni razziali non dipende solo dalla tutt’altro che remota o trascurabile storia della segregazione a stelle e strisce, ma anche da decenni di feroce e intransigente propaganda antimarxista. Come può una qualunque società diventare consapevole dei conflitti di classe che la attraversano dopo aver passato decenni a etichettare come “anti-americano” qualsiasi termine o forma discorsiva che possa anche solo apparire riconducibile a una non meglio precisata ideologia marxista o socialista? Gli anni del maccartismo e della Paura Rossa sono finiti da decenni, ma il cosiddetto anticomunismo è riuscito a sopravvivere a eventi come il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica, e ancora oggi non incontra problemi nel tacciare di anti-americanismo chiunque prenda in considerazione possibili questioni relative a una maggiore equità sociale. Appare quindi chiaro che è pressoché impossibile affrontare un problema quando non è possibile utilizzare le parole che servirebbero a esporlo. Tyler e gli altri alunni della Liberty High School vittime di violenze non hanno la possibilità di chiedere con più forza equità e tutele a partire da vicende drammatiche come quelle di Hannah Baker per il semplice fatto che non possono parlarne.

Questo è il motivo per cui i razzisti rifiutano di essere definiti tali, e lo ribadiscono con tanta più forza quanto più marcato è il razzismo al quale danno voce. Come è il motivo per cui gli omofobi affermano di non essere tali anche mentre si mobilitano contro gli omosessuali e i loro diritti. Ed è anche il motivo per cui in un clima in cui la censura linguistica è il primo e più importante strumento di repressione a disposizione dello status quo, chiamare le cose con il loro nome non è più solo una semplice forma di correttezza ma diventa un atto di sovversione. Non a caso, anche dopo la diffusione delle cassette di Hannah via internet, gli unici a etichettare pubblicamente Bryce come stupratore, anche ricorrendo ad atti di vandalismo, sono Tyler e Cyrus, due emarginati che nell’indifferenza generale puntano il dito in direzione dei carnefici mentre la maggioranza rimane in silenzio, perlomeno quando non usa le parole per schierarsi dalla parte dei più forti attaccando la vittima. Perché è vero che la Legge si presenta come uguale per tutti, ma se qualcuno ha le risorse economiche e sociali per amplificare il volume delle sue parole, coprendo quelle delle controparti e arrivando a una platea più ampia, è assai probabile che per lui possa essere un po’ più uguale rispetto a quanto lo è per gli altri.

 

I commenti sono stati disattivati.