Batman v Superman: Dawn of Justice


Batman v Superman: Dawn of Justice è una conferma del differente approccio a cinema e televisione che negli ultimi anni la DC Comics ha sviluppato rispetto alla concorrente Marvel, grazie in particolare all’ottica filmmaker driven della Warner. Mentre la Casa delle Idee sembra prediligere una narrazione solida e compatta in ambito cinematografico per lasciare alle serie TV (Netflix in particolare) il compito di esplorare l’universo dei propri supereroi in modo meno convenzionale, la DC si è spesso mossa in direzione opposta: una narrazione di tipo tradizionale in ambito televisivo (Supergirl, Arrow, The Flash, etc.) per rischiare qualcosa in più nel passaggio al grande schermo. Lo confermano le scelte dei nomi chiamati a realizzare i vari capitoli dei diversi universi cinematografici. Mentre la Marvel ha scelto perlopiù soprattutto a solidi professionisti con proposte lineari (Jon Favreau, Joss Whedon, Kenneth Branagh, i fratelli Russo, James Gunn, etc), la DC si è affidata anche a nomi che non sempre hanno un’idea convenzionale della narrazione. Autori come, appunto, Christopher Nolan o Zack Snyder. Un fatto, quest’ultimo, che già in passato non ha mancato di causare non poche reazioni negative, in particolare da parte della critica. Per fare un esempio, sebbene oggi la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan sia considerata uno dei vertici del cinema supereroistico, quando Batman Begins affrontò per la prima volta la critica e le sale non mancarono numerosi pareri negativi: da chi criticava il film per una presunta mancanza di azione o velocità, a quanti lamentavano una non meglio precisata mancanza di senso dell’umorismo.

Nel caso del lavoro di Snyder, forse perché guidati da una personale idea di cosa dovrebbe essere un film, o magari a causa di una concezione univoca di come dovrebbero essere trasposti Batman e Superman sul grande schermo, molti critici hanno dato voce a pareri negativi, e il più delle volte non tanto sulla base di ciò che esso veicola, quanto piuttosto in relazione a una serie di elementi che secondo loro non contiene (o che avrebbe dovuto contenere). Non di rado si tratta di giudizi che, nel caso del Detective di Gotham, sembrano non fondarsi su molto altro rispetto ai film di Tim Burton o Joel Schumacher (quando non sulla serie TV degli anni ’60 con Adam West). Proprio come nel caso dell’Uomo d’Acciaio una parte non trascurabile della critica sembra non essere in alcun modo disposta a rinunciare a quell’immaginario tipico degli anni ’70 presente nei film con Christopher Reeve o, in qualche caso, a quella linearità essenziale propria di una serie TV (post)adolescenziale come Smallville. Elementi, questi, che evidenziano una certa distanza da quali diverse forme può assumere la narrativa supereroistica, in particolare quando si tratta di personaggi con storie lunghe e molto stratificate.

Ad esempio, tralasciando le legittime preferenze estetiche e i personali giudizi di valore, criticare il Batman di Nolan (o di Snyder) perché diverso da quello di Burton non risulta differente dal criticare la caratterizzazione del Cavaliere Oscuro operata da un Mark Waid in quanto diversa da quella di un Grant Morrison o di un Jeph Loeb, o quella di un Alan Moore perché a tratti antitetica a quella di un Frank Miller. Le critiche fondate sulle assenze o sulle (presunte) mancanze spesso sono espressioni di personali aspettative degli spettatori che, se deluse, possono dare vita a reazioni negative. Ma quelle che uno spettatore può percepire come mancanze non rappresentano necessariamente degli errori, anzi spesso si tratta di scelte registiche. Proprio per questo possono risultare del tutto comprensibili numerose critiche piovute addosso a Batman v Superman, quelle che ogni spettatore può esprimere in merito al suo mancato gradimento o alle sue aspettative. (Critiche che non è escluso che la DC abbia messo in conto in anticipo quando ha scelto di affidare la direzione del progetto al regista di un film come Sucker Punch, anziché a qualche professionista più tradizionale come quelli a cui di solito si affida la Marvel.) Tuttavia questo non significa che il prodotto finale sia carente in sé o che abbia “buchi nella sceneggiatura”, per usare un’espressione tanto di moda quanto usata a sproposito, in particolar modo in rete (dove si sprecano gli articoli con titoli come “8 plot holes”, “12 plot holes”, “126 plot holes”, etc. che sostengono di rilevare buchi nelle sceneggiature quasi ovunque, senza risparmiare film di registi come Hitchcock, Welles o Kubrick).

Il Cavaliere Oscuro, Star Wars e i buchi nelle sceneggiature

Si ha un “buco” in una sceneggiatura quando sullo schermo avviene qualcosa di inspiegabile, qualcosa che avrebbe necessità assoluta di essere spiegato poiché in sé le regole dell’universo filmico che guidano la narrazione da sole non sono sufficienti per consentire allo spettatore di contestualizzare quanto avviene. Un noto esempio di uso di questa definizione in ambito supereroistico riguarda il ritorno a Gotham City di Bruce Wayne dopo la sua fuga dal pozzo prigione in cui era stato abbandonato da Bane in Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno. Quanti parlano di “buco nella sceneggiatura” interrogandosi su come abbia fatto Bruce Wayne a introdursi in una Gotham isolata, con i confini sotto il controllo delle milizie di Bane, usano la definizione a sproposito, confondendo le loro aspettative (o una loro personale curiosità) con una tutt’altro che illogica scelta registica. Si avrebbe avuto un buco, facendo degli esempi iperbolici, se una volta fuori dal pozzo Bruce Wayne si fosse messo a correre come uno speedster, o qualora fosse arrivato dal cielo un uomo d’argento su una tavola da surf per ricondurlo nella sua città. Questi sarebbero stati buchi poiché nell’universo narrativo di Batman Bruce Wayne non ha superpoteri in generale (né tantomeno quelli di Flash) e Silver Surfer non è presente. La scelta di Nolan di non mostrare l’ingresso in città di Bruce Wayne indica solo come non lo considerasse un evento rilevante: l’uomo che è riuscito nell’impresa di fuggire da una prigione dalla quale prima di lui era riuscito a scappare solo Bane non dovrebbe trovare alcuna difficoltà in un’operazione che richiede abilità di gran lunga inferiori. (Tanto più che proprio prima della sua apparizione si assiste a Selina Kyle che, da sola e a mani nude, in uno scontro diretto neutralizza due sgherri di Bane senza nessuno sforzo).

Un esempio simile riguarda un altro film che è stato accusato di essere pieno di “buchi”: Star Wars – Il Risveglio della Forza. Ad esempio, c’è chi ha definito un’incongruenza il fatto che per distruggere la Morte Nera sia stato necessario un vero e proprio attacco coordinato da parte delle forze ribelli, con piani dettagliati e gli uomini migliori schierati in prima linea, mentre per annientare la ben più grande Base Starkiller sono stati sufficienti pochi uomini, con pochi mezzi e senza un piano curato nei particolari. Tralasciando il fatto che più grande non significa affatto più sicuro o meglio protetto (infatti una piccola cittadella con alte mura è più resistente alle infiltrazioni e agli assedi di quanto non lo sia un territorio più grande ed esteso), il fatto stesso di assistere a come avviene l’evento rende inconsistente la definizione di “buco”. Ma non si tratta di un episodio isolato. Anzi, nel caso di Star Wars, molte altre sono state le accuse di “buchi”, in larga parte riguardanti Rey e le sue capacità, dal controllo della Forza alle abilità come pilota o nella lotta. E ancora una volta, anche mettendo da parte il fatto che si tratta del primo capitolo di una trilogia, e che quindi non è possibile distinguere ciò che non sarà spiegato da ciò che ancora non è stato rivelato, l’uso che Rey fa della Forza è del tutto coerente con l’universo di Star Wars. Per quanto possa non essere (ancora) chiaro se un simile “risveglio” possa avvenire in modo così veloce perché la Forza avrebbe la necessità di ripristinare al più presto l’equilibrio con il Lato Oscuro, o perché sia stata in qualche modo “addormentata” in Rey e ora stia riemergendo, o magari altro ancora, se un evento può avere almeno una spiegazione, allora non è un buco.

Da questo punto di vista, Batman v Superman non presenta “buchi”: quanto avviene nel film è spiegabile. La critica che si può fare è semmai un’altra, e riguarda una caratteristica che Zack Snyder spesso condivide con altri registi come, appunto, Christopher Nolan o J.J. Abrams: una sorta di avversione verso l’infodumping che talvolta sfocia in una scarnificazione tale della comunicazione da rendere possibile la comprensione allo spettatore solo in proporzione alle sue personali conoscenze. Ad esempio, in Batman v Superman, solo quanti abbiano una conoscenza di chi sia Darkseid possono aver intravisto i suoi Parademoni negli uomini alati presenti nel quadro di Lex Luthor come nella “visione” di Bruce Wayne (una sequenza che sembrerebbe un sogno, data l’irruzione di Flash, rappresenta un riferimento a una linea temporale alternativa), e pertanto una possibile anticipazione di fatti a venire nei prossimi film, oltre che un riferimento a quei “pericoli” dei quali Lex Luthor sembra vaneggiare. E dato che questo è solo uno dei tanti elementi che Snyder ha disseminato senza soffermarsi per offrire spiegazioni allo spettatore occasionale, non stupisce che la maggior parte della critica cinematografica, non addentro al mondo dei comics, non abbia colto molteplici allusioni o sottintesi.

Intermezzo – Colpo a Tradimento

E alla fine, la domanda: chi è realmente al centro della storia? Chi manovra il sipario? Chi è che decide la coreografia della danza? Chi ci porta alla follia? Chi è che ci sferza e ci incorona vincitori quando sopravviviamo all’impossibile? Chi è che fa tutte queste cose? (Sucker Punch)

Da Watchmen fino a L’Uomo d’Acciaio, per Zack Snyder la narrazione supereroistica non avviene solo sul piano dello scontro tra un eroe e il suo avversario, ma è anche uno spazio all’interno del quale un soggetto si trova a fronteggiare i propri limiti – etici e psicologici, prima ancora che fisici. Da questo punto di vista Sucker Punch, con la sua palese natura metaforica, spingendo l’azione supereroistica in una dimensione onirica e allucinatoria, offre una visione quasi senza filtri di quale significato può avere questo tipo di cinema d’azione per il regista statunitense.

In sé la storia è piuttosto semplice. La giovane Babydoll viene condotta in un istituto di igiene mentale dal patrigno che la accusa di aver ucciso la sorella, un delitto invero compiuto da lui stesso e che insieme all’internamento della ragazza gli consente di diventare l’unico erede del patrimonio della moglie da poco defunta. Per assicurarsi il silenzio definitivo della giovane, il patrigno si accorda con un inserviente affinché la figliastra sia sottoposta quanto prima a un intervento di lobotomia. A questo punto la narrazione si sposta tutta all’interno della mente della giovane, che racconta la realtà che la circonda e gli eventi che le accadono rimodellandoli all’interno di un mondo fantastico.

L’istituto di internamento, dove presumibilmente le ragazze sono costrette a prostituirsi dallo spietato inserviente, si trasfigura in un bordello burlesque in cui le ragazze sono obbligate a “ballare” per uomini ricchi e facoltosi che pagano per godere dei loro talenti. La protagonista ha a disposizione solo pochi giorni per fuggire prima di essere sottoposta all’intervento che le azzererà le facoltà mentali, pertanto cerca di sfruttare gli incontri con i vari “clienti” per procurarsi il necessario per fuggire. Ogni volta che Babydoll “balla” l’azione si sposta in un livello ancora più profondo, in dimensioni epiche e avventurose all’interno delle quali lei e le sue amiche devono affrontare nemici terrificanti per completare le loro missioni e sopravvivere. (Lo spettatore non ha mai modo di vedere Babydoll “ballare” poiché ogni volta che si appresta a farlo l’azione si sposta altrove, in una dimensione che consente alla protagonista di prendere le distanze da ciò sta accadendo nel mondo reale: il distacco della mente dal corpo di cui spesso parlano le vittime di stupro.)

Le missioni si susseguono l’una all’altra in un crescendo di difficoltà e pericolosità che hanno fatto sì che buona parte della critica ne fraintendesse del tutto il senso. Concentrandosi quasi del tutto sull’azione che si svolge sullo schermo, e dimenticando quello che essa rappresenta, il film è stato oggetto di dure critiche da parte di quanti non hanno fatto altro che coglierne l’estetica videoludica. Concentrandosi solo sugli obiettivi delle missioni, e non anche sullo svolgimento delle stesse, questi hanno trascurato il fatto che non si trattava di altro che di fantasie della protagonista, e che quindi la crescente pericolosità non rappresentava tanto il racconto di un’avventura a livelli – come appunto in un videogioco – quanto piuttosto il crescere incontrollato di una sorta di desiderio di morte che la protagonista prova ogni volta che si trova a fronteggiare la sempre più insostenibile costrizione a “ballare” per un cliente, una volontà suicida che non manca di affondare le proprie radici anche nel senso di colpa per non essere riuscita a impedire la morte della sorella.

L’azione supereroistica in Sucker Punch, al di là dei sgargianti colori e degli effetti speciali, è il percorso fantastico attraverso il quale una ragazza internata all’interno di un istituto psichiatrico e condannata a essere lobotomizzata cerca di capire chi è, cosa può e cosa vuole fare. Babydoll non è un personaggio definito che si muove attraverso una narrazione, piuttosto è un soggetto che assume un profilo in seguito agli eventi con cui si trova costretta a fare i conti.

Chi ci ispira a onorare quello che amiamo con la nostra stessa vita? Chi manda i mostri a ucciderci e allo stesso tempo canta che non moriremo mai? Chi ci insegna che cosa è reale e come ridere delle bugie? Chi decide perché viviamo e per che cosa dobbiamo morire? Chi ci incatena? E chi ha la chiave che può renderci liberi? Sei TU… Hai tutte le armi che ti servono… Combatti! (Sucker Punch)

Fantasmi, Nemesi e Donne nel Frigorifero

La “v” che separa i nomi di Batman e Superman nel titolo non indica solo uno scontro tra i due più potenti e popolari supereroi dell’universo DC, è anche e soprattutto un riferimento a quel confronto necessario a far sì che due personaggi così diversi come il Cavaliere Oscuro e l’Uomo d’Acciaio abbiano modo di trovare un punto di incontro che consenta loro di accantonare le rispettive differenze e contrapposizioni. Non si tratta solo di dare una forma cinematografica ai numerosi scontri che nel corso degli anni hanno visto i due fondatori della Justice League fronteggiarsi più volte, a volte anche in modo molto duro, ma anche di porre le premesse per quel rapporto di limitazione reciproca in assenza del quale il futuro dell’universo DC potrebbe prendere la piega distopica immaginata da Jeph Loeb in Absolute Power, in cui il figlio di Jor-El e quello di Thomas Wayne crescono in perfetto accordo come fossero fratelli, arrivando fino all’instaurazione di una tirannide.

Ma lo scontro tra Batman e Superman rappresenta anche un passaggio necessario nei percorsi che i due si trovano a percorrere nei confronti di loro stessi e dei fantasmi che li accompagnano, prima ancora che a vicenda tra loro o con le rispettive nemesi, siano esse presenti in primo piano (Lex Luthor per Superman) o sullo sfondo (il Joker per Batman). Nonostante siano entrambi orfani dei genitori naturali, Bruce Wayne è il disilluso figlio di una Gotham post-industriale cresciuto con l’immagine della violenta morte dei genitori davanti agli occhi. Al contrario, privo dei ricordi relativi alla fine del suo pianeta natale, Clark Kent è il figlio della rurale Smallville, guidato nella crescita dai principi e valori morali della coppia che l’ha trovato, accudito ed educato. Differenze di origini e di esperienze che conducono ai rapporti quasi antitetici che ognuno di loro intrattiene prima di tutto con le proprie identità.

In entrambi i casi i confini tra l’uomo e il supereroe sono tutt’altro che definiti, per quanto opposti quando non speculari: se per Bruce Wayne l’identità segreta è quella in costume, Superman nasconde la propria vera identità dietro quella del reporter figlio dei Kent. Non a caso quest’ultimo si comporta come l’eroe con il mantello rosso anche quando indossa i panni del giornalista sportivo. Ad esempio, nonostante il suo direttore gli abbia detto in modo chiaro e netto che il suo compito consiste nell’occuparsi di sport, lasciando quindi da parte la sua crociata contro l’Uomo Pipistrello, la certezza di sapere cosa sia giusto fare lo porta a ignorare apertamente gli ordini che ha ricevuto per perseguire ciò che lui considera importante. E’ per questo motivo che paradossalmente, nonostante le buone intenzioni e la buona fede, sono proprio quei valori che ha fatto suoi a mettere a rischio la sua umanità. Vivere in mezzo agli umani e avere una relazione con Lois Lane non fanno di lui un essere umano, proprio come non è l’atto di lavorare in un giornale a fare di lui un reporter investigativo. E gli interrogativi che la stessa Lois si pone, sulla possibilità che Clark possa amarla ed essere Superman allo stesso tempo, nascono proprio dalla comprensione (o quanto meno dal sospetto) di quale sia il rapporto gerarchico tra i due soggetti: non teme che Clark Kent possa smettere di essere Superman, teme piuttosto che la natura di Superman possa mettere da parte quella di Clark Kent. Il che è precisamente quello che accade nel suo momento di crisi: non è Superman a sparire dalla circolazione per lasciare campo libero a Clark Kent, ma l’esatto opposto.

Al di là delle legittime preoccupazioni paterne per la sicurezza e l’incolumità del figlio, alle spalle degli insegnamenti morali di Jonathan Kent non c’era solo la determinazione a tutelare a tutti i costi il “segreto” delle sue origini aliene, ma anche il fatto che la morale umana ha senso e può funzionare solo nella misura in cui si trova a fronteggiare dei limiti. All’ombra delle discussioni che vedono Clark contrapporsi al padre ne L’Uomo d’Acciaio a proposito della necessità di mantenere il “segreto”, si agita anche un altro spettro, quello della corruzione assoluta come conseguenza di un potere che non incontra limiti. Ciò che distingue un eroe da un villain non riguarda sempre o solo il fine che intende raggiungere, ma anche e soprattutto la convinzione e la determinazione nel perseguirlo. Personaggi come Lex Luthor sono convinti di non perseguire un fine malvagio, perlomeno non in quanto tale (come accade invece nel caso di quelli come Darkseid), piuttosto muovono da un’idea ferrea di cosa sia il bene e dal desiderio di affermarla a ogni costo. Nel momento in cui Superman abbandona le incertezze e le esitazioni e usa il suo potere per affermare i suoi principi e la sua morale, finisce con il somigliare alla sua nemesi più di quanto potrebbe mai desiderare.

Mentre Batman ha ben chiaro come il suo agire contro il crimine lo collochi al di fuori di qualsiasi forma di legalità, Superman si illude di rispettarla (quando non di incarnarla) e la crociata che intraprende contro il Detective non è altro che una conferma della pericolosità della menzogna che l’alieno racconta a se stesso. Si tratta di un pericolo che Bruce Wayne coglie con chiarezza non solo in virtù delle sue abilità investigative o a causa del riaffiorare del senso di impotenza infantile che emerge con forza nel momento in cui assiste alla distruzione di Metropolis causata dallo scontro tra lo stesso Uomo d’Acciaio e il Generale Zod, ma che trova anche una conferma in occasione del loro primo scontro, quando il kryptoniano intralcia il suo inseguimento nel porto di Gotham per ordinargli di seppellire il pipistrello. L’interrogativo al quale l’Uomo d’Acciaio sembra non dare importanza è: quale legge o autorità avrebbe delegato a Superman di stabilire chi può agire contro il crimine e secondo quali modalità o priorità?

Bruce Wayne si confronta con il fantasma della morte dei genitori fin da quando era un ragazzino, invece per Superman il dover fronteggiare gli spettri della sua formazione morale per trovare una dimensione umana è qualcosa di relativamente recente. Allo stesso modo, mentre il figlio di Gotham lotta contro i propri limiti, quello di Smallville deve scoprire quale limite è necessario imporre al proprio potere affinché il bambino allevato in campagna dai coniugi Kent non sia cancellato dall’alieno con poteri sovrumani. E per trovarlo non basta affidarsi agli insegnamenti paterni su cosa sia il bene, è necessario affrontare un percorso che lo guidi verso quei limiti, psicologici e morali prima ancora che fisici, che dovrà imporsi di non attraversare. In tal senso, e al contrario di quanto potrebbe sembrare a prima vista, il non aver impedito l’attentato nella sede del Congresso, rappresenta un momento fondamentale nel suo processo di umanizzazione, e proprio in quanto fallimento. Nel momento in cui Clark Kent si rende conto che avrebbe potuto evitare una tragedia se solo avesse guardato nella direzione giusta, si trova costretto a rimettere in discussione le proprie credenze. La necessità di compiere delle scelte è uno di quei limiti umani che la sua natura sovrumana gli aveva sempre nascosto, già a partire da quando, con lo scuolabus che affonda nell’acqua, non ha dovuto affrontare in alcun modo la tragedia di dover scegliere chi salvare, dato che la sua forza gli ha permesso di salvare tutti.

Proprio per questo motivo, nonostante le apparenze, l’aver portato a termine con successo l’attentato al Congresso rappresenta una prima crepa nel piano di Lex Luthor, fino a quel momento tanto magistrale quanto inattaccabile. Snyder capovolge l’espediente della “donna nel frigorifero”, trasformandolo in un elemento di paralisi del protagonista maschile, anziché di avanzamento ed evoluzione. A tal punto da affidare a una protagonista femminile un ruolo centrale nel rapporto tra i due eroi. Facendo sì che Superman si trovi costretto più volte a correre in aiuto di una Lois Lane in pericolo, Lex Luthor non si limita a manipolare, con successo, l’immagine pubblica dell’alieno, ma ne influenza anche il pensiero, accecandolo attraverso lo sguardo riconoscente della donna amata. E il copione si ripete quando la donna da salvare è Martha Kent. Nonostante l’attentato al Congresso abbia incrinato le certezze dell’Uomo d’Acciao, Lex Luthor ha gioco facile nel mettere in atto la sua manipolazione, e non solo facendo leva sull’amore filiale.

Luthor sa bene che Batman non è meno pericoloso rispetto a quanto può esserlo il figlio dei Kent. Quindi se c’è qualcuno in grado di sconfiggere l’alieno, questo è proprio il Cavaliere Oscuro. A differenza di quanto intende far credere a Superman, l’obiettivo del rapimento orchestrato da Martha Kent non è far sì che Superman uccida Batman, ma mandare il figlio di Krypton a morire nell’arena che il Pipistrello ha finito di allestire per lui. Ancora una volta Clark Kent non vede quello che accade davanti ai suoi occhi: Lex Luthor gli chiede la testa di Batman non perché sia realmente interessato a essa, ma perché sa che il modo più facile per manipolare una persona è attraverso la lusinga. E chiedere la testa di Batman come riscatto non significa altro che ingannarlo, facendogli credere che il Detective sia un obiettivo facilmente alla sua portata.

Solo l’intervento di Lois riesce a placere la furia omicida di Bruce Wayne, e non solo perché il nome “Martha” riporta alla mente di quest’ultimo il ricordo della morte della madre, ma perché appare chiaro che in quella situazione, con l’avversario ormai alla sua completa mercé e con a fianco l’amata che lo fissa implorante di non ucciderlo, lui ha smesso di ricoprire il ruolo di bambino che assiste alla morte dei genitori per assumere quello di uomo armato che fa del male alle persone inerti. Se poi si tiene conto del ricordo della linea temporale futura, in cui Superman è accecato dall’odio nei confronti del Cavaliere Oscuro in quanto responsabile della morte della sua amata, e si osserva come la donna si sia gettata a fare scudo dell’amato con il suo stesso corpo, appare chiaro che – proprio come gli aveva annunciato il Flash dal futuro nella Batcaverna – Lois è la chiave, ed è il suo intervento a vanificare gli inganni e le manipolazioni messi in atto dal magnate di Metropolis. Il ciclo d’odio nei confronti dell’alieno che aveva avuto inizio con la demolizione di Metropolis, generato dalla sovrapposizione tra questo e il fantasma dell’assassino dei suoi genitori, ha termine nel momento in cui Bruce Wayne si rende conto non solo di essere diventato ciò che ha sempre odiato, ma anche del fatto che la sua furia omicida potrebbe essere l’elemento che darà vita proprio a quel futuro che vorrebbe evitare.

Quello dell’assassino dei genitori non è l’unico fantasma con cui Bruce Wayne si trova a fare i conti. Sebbene la nemesi di Batman non partecipi alla vicenda, la sua presenza nella vita del Cavaliere Oscuro non manca di affiorare a più riprese. Non solo attraverso la vecchia armatura di un Robin (presumibilmente Jason Todd) chiusa in una teca di vetro e deturpata da un messaggio del suo nemico (“Ahah! Joke’s on you, Batman”), ma anche attraverso il riferimento a Superman che lo stesso Bruce fa mentre parla con Clark Kent, quando allude al cattivo rapporto che lui e la sua Gotham City sembrano avere con i freak vestiti da clown. Al di là del comportamento istrionico, Lex Luthor non è il Joker. I due hanno diversi punti in comune – un’elevata intelligenza e una fredda lucidità che sfociano in una distaccata sociopatia – ma tra questi non rientra il comportamento eccentrico, se non in modo superficiale. Come per Bruce Wayne quello di Batman è un costume che indossa per perseguire il suo fine, così il comportamento eccentrico di Lex Luthor è la maschera dietro cui nasconde la lucidità glaciale con cui persegue i suoi fini: nonostante si esibisca in pubblico nei panni amletici di un bizzarro miliardario che nei suoi monologhi si muove ai confini col vaneggiamento, le sue azioni dimostrano come sappia sempre di più di quanto dia a vedere.

Al contrario, nel caso dell’eroe di Metropolis, è Superman a indossare un costume, quello del giornalista Clark Kent, proprio come fa il Joker quando copre il suo trucco se ha bisogno di nascondere la sua identità. Come Lois Lane, anche il Detective teme quello che potrebbe accadere se l’alieno dovesse perdere il contatto con la sua identità umana, ma dove la donna vede un problema emotivo, il magnate di Gotham intravede una terribile minaccia. Ed è questo l’altro nodo che si scioglie attraverso il confronto tra i due, fermando la mano del Cavaliere Oscuro: non è solo il flusso di ricordi che si innesca attraverso la parola “Martha”, ma anche il fatto che la figura inerme ai suoi piedi sta facendo qualcosa che le sue nemesi, a partire dal Joker, non avrebbero mai fatto: preoccuparsi per qualcun altro. L’alba della giustizia può avere inizio solo quando ha fine la notte dei pregiudizi e delle idiosincrasie. E dopo Lois Lane è il turno di un’altra donna, Diana Prince, intervenire nel terreno di battaglia per modificare i rapporti di forza nello scontro in atto. E se la prima è quella che ha giocato un ruolo chiave nel porre fine allo scontro, la seconda è quella che con la sola presenza trasforma una collaborazione estemporanea in un’alleanza.

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