Le Colpe Degli Altri


Nel diritto penale romano si affermava: in dubio pro reo. E’ l’assunto in base al quale un sospettato dovrebbe essere condannato solo nel caso in cui venga dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio indica come sia preferibile assolvere un criminale piuttosto che rischiare di punire un innocente. Meglio lasciare un crimine impunito piuttosto che compierne un altro facendo soffrire qualcuno che non ha colpe. Al contrario di quanto invece era messo in pratica nell’ambito dell’Inquisizione Romana, dove la colpevolezza era già formulata nell’accusa, e al reo non rimaneva alcuna possibilità di salvezza. Attraverso forme di tortura come quella del tratto di corda, l’accusato veniva forzato a confessare ciò di cui era accusato e accettare la sua condanna. Oppure, in alternativa, poteva provare a resistere al supplizio, qualche volta fino alla morte. Le opposte culture giuridiche erano, e sono, indici del grado di civiltà di un popolo, come anche della sua capacità di rapportarsi all’alterità. La caccia alle streghe e le condanne per blasfemia, le torture per costringere a confessare o abiurare e le sentenze di morte, sono tutti elementi di una cultura che si relaziona al prossimo attraverso l’eliminazione di ciò che viene percepito come una minaccia. Nemo tenetur se detegere, nessuno deve essere obbligato ad accusare sé stesso, afferma quello che dovrebbe essere uno dei cardini del diritto. Ma nonostante tutte le differenze del caso, ancora nel terzo millennio, un popolo che ringhia accuse di colpevolezza e strilla richieste di condanna al minimo indizio di sospetto è erede più della seconda cultura che non della prima. Ancora più quando questa furia non si abbatte su presunti colpevoli ma su evidenti vittime. Come è accaduto nel caso delle due giovani cooperanti liberate dopo una prigionia durata mesi, e sulle quali si è scatenata un’autentica grandinata di accuse e insulti di ogni tipo. Come se la vicenda fosse riuscita a toccare diversi nervi scoperti della cattiva coscienza collettiva, come una pioggia di scintille che incendiano la proverbiale coda di paglia. Accuse con la schiuma alla bocca come solo possono esserle quelle che vanno a scavare là dove si è sepolto qualcosa che non si vuole vedere, che non si vuole ammettere, e che in ogni caso non si desidera vedere sbandierato in pubblico. Come può reagire, ad esempio, il tipico uomo tutto-d’un-pezzo d’altri tempi che si trova a fronteggiare le voci insistenti che circolano nel suo paese sulla sessualità del figlio gay, che lui invece vorrebbe rimasse confinata all’interno delle mura domestiche.

La prima e principale accusa che è stata rivolta alle due ragazze è di essersi lanciate in un’avventura al di là della loro portata, e che questa sia stata la causa principale del loro rapimento. E’ l’elemento cardine della retorica che anima tutto l’impianto accusatorio di quello che non è stato altro che un ennesimo processo alle vittime. Le persone che finiscono con l’essere sequestrate in aree di guerra si contano a decine, e nella maggior parte dei casi si tratta di persone tutt’altro che inesperte, siano essi giornalisti o professionisti di varia natura e formazione. Il concetto attorno al quale si costruisce l’accusa non è altro che un semplice pregiudizio, infatti non è possibile in alcun modo affermare che se al posto delle due ventenni ci fosse stata una coppia di cinquantenni, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio. Viene obiettato che le due giovani si erano recate in un’area molto pericolosa, una zona in cui nemmeno professionisti ben più preparati si avventurano con leggerezza, come se questo fosse ciò che ha messo in moto le azioni dei rapitori. E appare evidente come la loro presenza nell’area ne abbia consentito la cattura, ma da questo non è possibile dedurre che non ci sarebbe stato alcun rapimento. Fornire l’occasione per la messa in atto di un’azione criminale non significa fornire anche mezzo o movente. Lo testimoniano i numerosi sequestri compiuti ai danni di persone delle più diverse professioni, sesso, età e nazionalità. Tra i tanti, ad esempio, solo un anno prima era stato liberato il giornalista Domenico Quirico, dopo un rapimento in area siriana durato cinque mesi. E in questo caso si trattava di un cinquantenne con una pluriennale esperienza come inviato di guerra. Chiunque affermi il contrario non sta facendo altro che trovare giustificazioni a posteriori a un proprio pregiudizio. Qualcosa di simile a quanto fatto una decina di anni prima quando, in occasione del suo tragico rapimento in Iraq, più di una voce si alzò per denigrare il giornalista Enzo Baldoni, utilizzando una sua battuta per affermare come si fosse mosso alla ricerca di vacanze col brivido, pericolose ed eccitanti. In pratica è lo stesso armamentario ideologico del “se l’è andata a cercare” quando una donna viene violentata.

Il progresso tecnico maschera l’immobilismo culturale. Aumenta la copertura WiFi nelle città, si diffondono gli smartphone e i lettori ebook, i televisori diventano sempre più sottili e un’astronauta italiana partecipa ad una missione spaziale internazionale. Ma altre cose rimangono sempre le stesse: i giornalisti che una decina di anni fa ridacchiavano come iene della sorte di Baldoni denigrandolo (“se l’è andata a cercare“), si ritrovano nelle parole di quanti anni dopo hanno sputato bile verso le giovani cooperanti (“se la sono andata a cercare“). Sono quelli che non perdono occasione per ripetere a chiunque che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa. (Salvo poi valutare come opportuno il muoversi sotto scorta quando è la loro incolumità ad essere in gioco.) E come loro, moltitudini inquisitrici non esitano a ripeterlo a loro volta, contribuendo ad amplificare e consolidare il processo di reificazione delle vittime. Il che non stupisce nemmeno un po’. Non solo perché si tratta di un triste copione che si ripete da anni, ma anche perché in un paese dove l’informazione si limita perlopiù al passaparola, chi si attiva e corre dei rischi in prima persona finisce oggetto di campagne denigratorie. Nel paese in cui la maggior parte dei servizi giornalisti si riducono a diffondere i comunicati delle questure, a scrivere editoriali carichi più di giudizi morali che di fatti, a costruire servizi intervistando i passanti o a raccattare curiosità su internet, chi si muove in prima persona non può essere dipinto se non come un esempio da non seguire. Anche coloro che dicono di riconoscersi nei valori della carità e del perdono, della comprensione e della carità, non perdono occasione per attaccare il prossimo se in qualche modo questo è portatore di una diversità sgradita (omosessualità, aborto, fecondazione assistita, cellule staminali, etc.), e possono anche definire comprensibile l’uso dei pugni quando gli insulti vengono rivolti a loro, o ai loro cari. Nell’ipocrisia generalizzata, la folla intollerante verso le due ventenni è la stessa che esige che venga prestata la migliore assistenza possibile al fratello che si è fatto male sciando fuori pista, ai figli inesperti che si sono intossicati mangiando funghi che avevano raccolto loro, alla nonna che è stata investita da un’automobile perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, e così via. Le disattenzioni di questi rappresentano costi (sanitari e non solo) che la società avrebbe l’obbligo di sostenere per il benessere di tutti. Ma quando si tratta di vicende come quelle delle cooperanti, gli eventuali costi dovrebbero essere coperti dalle vittime, o dai loro familiari.

Infatti, sebbene non sia stata diffusa alcuna notizia ufficiale relativa al pagamento dei rapitori, è più che plausibile credere che un riscatto possa essere stato pagato. Quale possa essere stata la sua entità è un dato che rimane confinato nell’ambito delle ipotesi e delle illazioni. Inoltre, ancora meno è dato sapere come saranno impiegati quei soldi. L’ipotesi che possano essere utilizzati per finanziare l’acquisto di altre armi è tutt’altro che campata per aria. Ma nel processo di reificazione delle vittime, l’ipotesi si trasforma in una certezza, e questa in una condanna. Tutta l’attenzione popolare e mediatica si concentra sulla figura dei potenziali compratori, come se sul campo non dovessero esserci anche dei venditori. Mantenere i riflettori puntati sull’acquisto altrove è un modo come un altro per non doversi confrontare con quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Infatti non solo il traffico internazionale di armi è uno dei più redditizi in ambito criminale, ma è anche legato al traffico di droga ed esseri umani. Il che significa che i soldi per le armi non finiscono nelle mani dei malintenzionati solo grazie ad eventuali riscatti. Ogni volta che un cliente italiano paga per abusare di una schiava sessuale immette liquidità in un circuito che contribuisce ad alimentare il traffico di armi. Come anche quando compra della droga per vizio o divertimento. Se per qualche motivo lo sguardo dei media si sposta in direzione di qualche mercato abusivo, dove ambulanti occupano il suolo pubblico per vendere merce rubata o contraffatta, l’opinione pubblica inveisce contro i venditori e contro le istituzioni che non intervengono per sgomberarli, come se in questo gioco di ruolo non ci fosse anche un terzo partecipante: il cittadino comune che si ferma a comprare ben sapendo di alimentare un mercato nero.

La società rispecchia la realtà giornalistica che la racconta, e viceversa. Anche e soprattutto quando glissa, tace o fa finta di non vedere. Come quando si disinteressa dei soldi che vengono versati nelle casse delle mafie da chi paga per fottere le schiave sessuali sbattute su marciapiedi di periferia a suon di minacce e percosse, o per sballarsi passando un sabato sera alternativo rimanendo su di giri fino all’alba. Salvo poi non transigere sul pagamento di riscatti per salvare delle vite. E’ ovvio che i soldi dati alla criminalità in cambio di droga e sesso non diminuiscono l’importanza che i pagamenti di riscatti possono avere nella compravendita di armi. Non si tratta di sminuire l’importanza di qualcosa parlando d’altro, nella classica ottica benaltrista. Piuttosto si tratta di guardare in direzione di ipocrisie e silenzi che raccontano ancora una volta la storia dell’autoindulgenza che si assolve reificando gli altri. Quella che si accanisce contro le vittime di un rapimento per giustificare il proprio egoismo, magari presentandolo nei termini di una necessità o di una cosa naturale. E’ l’ipocrisia che punta il dito contro la riduzione in schiavitù delle donne e lo sfruttamento sessuale in paesi lontani per non soffermarsi sul fatto che è qualcosa che accade anche nelle nostre città, ad uso e consumo di “onesti” concittadini. Che esibisce indignazione davanti all’inciviltà della condanna a morte di persone “colpevoli” solo di essere omosessuali, salvo poi scendere in piazza a manifestare contro le loro rivendicazioni di diritti, emarginandoli e spingendoli verso esistenze di solitudine e sofferenza. E che magari infine approva quando un famoso esponente del mondo politico si alza in piedi nel corso di un convegno e urla “culattone” a uno studente gay che aveva preso la parola.

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