Pop Medievalismi


Ipse Dixit – L’Ha Detto Lui. Le prime tracce del Principio di Autorità si perdono nell’antica Grecia, nel modo che i discepoli di Pitagora avevano di relazionarsi con il loro maestro. E da lì arriva ai giorni nostri attraverso i secoli, occupando un posto di tutto riguardo nel pensiero medievale e nel rapporto che questo aveva intrecciato con gli insegnamenti aristotelici. Il Principio è semplice: tutto ciò che è stato detto da lui non può essere messo in discussione perché, appunto, l’ha detto Lui. Il corrispettivo in termini logici è l’Argomentum Ab Auctoritate, un ragionamento fallace in cui le parole di un autorità vengono utilizzate per conferire veridicità ad un discorso (o viceversa per respingere), non tanto in virtù di ciò che esse affermano, quanto piuttosto per via dell’Autorità di Chi afferma cosa. Oggi, in tempi di moltiplicazione delle offerte culturali, il fascino sottile delle scorciatoie basate sull’Autorità riemerge prepotente. L’Autorità irrompe sulla scena come un deus ex machina, come un monarca di cui si invoca il giudizio per dirimere una controversia. Se da un lato si schiera la cultura Accademica, quella che si muove nel terreno dei Grandi Classici e degli Autori che hanno trovato un posto nelle antologie scolastiche e nei testi universitari. Dall’altro conquista sempre più spazi la cultura popolare, quella del rock’n’roll e delle produzioni hollywoodiane, delle serie TV e dei reality show. E nel campo di battaglia che li vede entrare in contatto, gli  esponenti della prima cercano di assoggettare la seconda. Così, un articolo su una serie TV come Breaking Bad può facilmente trasformarsi in un florilegio di citazioni: dal superuomo nietzscheano (Walter White non si pone forse al di là del bene e del male?) alla malafede sartriana (Walter White non inganna anche se stesso, quando giustifica i suoi crimini invocando il bene della sua famiglia?), dall’etica kantiana alle riflessioni di Levinas, tutto viene utilizzato all’interno di un contesto nel quale i grandi Autori sono anche grandi Autorità, e le loro parole possono battezzare anche ciò che si trova all’esterno del tempio accademico per autorizzarne l’ingresso.

Si tratta di un procedimento che ricorda un po’ quello dei ragazzini che desiderano un oggetto e implorano i genitori di acquistarlo, elencando tutta una serie di motivazioni che, nei loro intenti, dovrebbero renderlo interessante anche agli occhi degli adulti. Il ragazzino che chiede i soldi per un videogioco a qualcuno che si mostra restio a soddisfare la sua richiesta, si ingegna per convincerlo che l’oggetto in questione rientra all’interno del suo quadro educativo. Afferma che quel disco metal o hip hop di cui tutti parlano non è diseducativo come si dice in giro. Oppure che con uno smartphone c’è la possibilità di essere sempre informati e imparare tante cose da internet…  Il che non significa che si tratta di invenzioni belle e buone atte a nobilitare oggetti senza valore. Quanto piuttosto che il ragazzino mette in moto delle forzature per rendere il suo desiderata accettabile agli occhi dei genitori. Infatti non desidera il videogioco perché è una simulazione accurata o perché utilizza modelli economici complessi, come non desidera il disco hip hop perché è una rappresentazione della società contemporanea, e come non smania per lo smartphone nuovo per avere la possibilità di consultare Wikipedia ad ogni ora ed in ogni luogo. Proprio come il goloso che si blocca davanti alla vetrina di una pasticceria non pensa al valore nutritivo delle torte che lo incantano.

D’altra parte, c’è da evitare anche il pericolo opposto: il sottile snobismo che si nasconde anche nelle pieghe del rifiuto dell’intellettualismo. Infatti, non si tratta di sbandierare i vessilli di un populismo anti-intellettualista in nome di un presunto maggior valore, ad esempio, di Gossip Girl o di Grey’s Anatomy contro quello di un Kafka, di un Proust o di un Dostoevskij. Pensare che la narrativa mainstream sia avulsa ed indipendente dal passato non è affatto un approccio più interessante rispetto all’impiego di citazioni da Autori per abbigliarla con quei vestiti rispettabili  senza i quali non le sarebbe consentito di passare la selezione all’ingresso dei migliori salotti culturali. Ad esempio, il rapporto tra il Batman di Nolan e Charles Dickens permette di ampliare lo sguardo su entrambi. Ma quando le associazioni culturali tra mondi separati portano a studi che potrebbero avere titoli del tipo Heidegger Slasher: lo svelamento del Male dietro le maschere di Halloween e Venerdì 13 oppure Vaffanculo: l’uomo in rivolta nel pop italiano, tra Masini e Camus, è probabile che ci si trovi davanti ad affemazioni del principio di Autorità. Gli Heidegger e i Camus della situazione diventano i soli mezzi attraverso cui produzioni culturali spesso liquidati con sufficienza possono entrare neil salotto della cultura bene. Heidegger e Camus, Derrida e Levinas, Nietzsche e Kierkegaard, Benjamin ed innumerevoli altri, tutti si trasformano in una sorta di garanti: sono le Autorità che godono di un rispetto tale da consentire l’ingresso all’interno di circoli esclusivi anche a chi di solito viene respinto all’ingresso tra l’ilarita generale.

Si tratta del processo noto come “sdoganamento”. Tuttavia l’Autorità non serve solo per mostrare quanto di interessante può esserci in un’opera finora sottovalutata, ma anche per cancellare con un colpo di spugna il ricordo della superficialità con cui era stata allontanata. Che i polizieschi e le commedie italiane degli anni ’70 non fossero la celebrazione dell’edonismo borghese era chiaro ben prima che venissero “riabilitate” da registi come Tarantino – perlomeno agli occhi di chi li osservava senza i pregiudizi pseudo-ideologici dell’ortodossia critica nostrana. Per quanto fosse possibile trovare detestabili le canzoni degli 883, che fossero il racconto di una certa generazione era ovvio ben prima che la scena indie nostrana si attivasse per nobilitarli e presentarli anche a chi prima si limitava a sghignazzare del biondino che ballava. E che il mondo dei fumetti fosse ben più complesso rispetto ad un’ammucchiata di tizi improbabili in costumi variopinti che fanno a pugni tra loro era noto gli appassionati, molto prima che i film di Nolan stuzzicassero l’interesse della critica più snob.

Ma simili, repentini, cambiamenti di giudizio non sono frutto di improvvisi risvegli o di ingenui cambi di opinione. Per quanto paradossale possa sembrare, un’ombra reazionaria striscia alle spalle di queste forme di recupero: la cultura mainstream risulta accettabile solo nella misura in cui è possibile addomesticarla nei confini di un recinto accademico. In fondo, le critiche che oggi piovono addosso ad una Miley Cyrus non sono altro che le figlie di quelle che ancora un paio di decenni fa erano utilizzate per denigrare personaggi come Madonna (non sa cantare, non sa ballare… vuole solo farsi vedere). E oggi, come se Madonna fosse un mostro sacro da sempre, gli insulti una volta rivolti a lei finiscono sulla testa di Miley Cyrus, lasciando che siano le Kathleen Hanna e le Amanda Palmer della situazione a spingere il proprio sguardo oltre le apparenze e a schierarsi con la figlia di Billy Ray. E senza il bisogno di sventolare ai quattro venti citazioni di Derrida e Levinas. Perché, alla fine, non è detto che grazie a questi sia possibile quante, quali e quanto profonde differenze separavano i Poison dai Motley Crue.

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