Damien Echols – Il Buio Dietro Di Me


White Trash, (spazzatura bianca). Con questa espressione carica di disprezzo sono indicati i bianchi appartenenti agli strati più bassi della società (statunitense). Si tratta di una condizione di vita tipica del subproletariato, caratterizzata da condizioni di povertà spesso estrema e da livelli di cultura e istruzione altrettanto bassi. Questo è il contesto sociale in cui nasce e cresce Damien Echols. Nella città di West Memphis, in Arkansas, lui e la sua famiglia sopravvivono al di sotto di quella che può essere indicata come la soglia di povertà, tra baracche fatiscenti prive perfino dell’acqua corrente e roulotte in un parco come abitazione. Abbandonato dal padre e con un patrigno irascibile e fanatico religioso, Damien è un adolescente che frequenta poco la scuola e vive la propria emarginazione in un misto di profonda depressione e di desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Le sue poche amicizie – tra cui Jason Baldwin e Jessie Misskelley, con i quali si troverà a condividere un comune destino di abusi e ingiustizie – appartengono tutte alla sua sfera sociale. Nel tentativo di trovare una dimensione che gli permetta di sfuggire all’anonima miseria della sua quotidianità, Damien inizia ad appassionarsi alla cultura skater. Ma si tratta solo di un’infatuazione che ben presto lascerà il posto a tutt’altro. Nel pieno dell’adolescenza, gli interessi del ragazzo iniziano a puntare in direzione della musica heavy metal, dei film horror e di tutto ciò che ruota attorno a questi. L’abbigliamento scuro e gli interessi particolari del ragazzo attirano subito l’attenzione di un contesto sociale povero, conservatore ed impregnato di bigottismo religioso come quello in cui si trova a vivere.

Tra le attenzioni non richieste che il giovane Echols attira su di sé ci sono anche quelle di Jerry Driver, un ufficiale di polizia incaricato dei crimini minorili convinto della presenza di satanisti nella sua contea. Il loro primo incontro avviene in occasione del maldestro tentativo di fuga di Damien insieme alla sua ragazza del periodo, Deanna, per sottrarsi al divieto di frequentarsi stabilito dai genitori di questa. Convinto dell’esistenza di adoratori del Diavolo nell’area, quando Driver si trova faccia a faccia con Damien pensa di aver trovato quello che stava cercando. Dopo qualche domanda di routine sulle ragioni e le modalità della loro fuga, Driver comincia a chiedere al ragazzo cosa sapesse di satanisti e adoratori del diavolo. Damien nega di sapere alcunché in merito, ma all’agente non basta, ed inizia a perseguitare il giovane sottoponendolo a un regime di sorveglianza ed attivandosi per farlo rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Con il suo abbigliamento scuro e i suoi gusti eccentrici in fatto di ascolti e letture, Damien è il bersaglio perfetto per un agente le cui convinzioni rispecchiavano alla perfezione la diffusa paura del satanismo tipica degli anni ’80 e dei primi anni ’90. Pur in assenza del benché minimo indizio che potesse far sospettare l’effettiva esistenza di culti satanici nell’area, Driver sorveglia e controlla Damien fino a quando questo non raggiunge la maggiore età. Ma quella che sembrava essere la fine di una storia, ben presto si rivela essere nient’altro che il prologo di un’altra più lunga e drammatica.

Il 6 Maggio 1993, a meno di 24 ore dalla loro scomparsa, i corpi senza vita di tre bambini di 8 anni – Christopher Byers, Steve Branch e Michael Moore – furono ritrovati nel torrente della zona nota come Robin Hood Hills. I tre corpi erano nudi, legati con le stringhe delle loro scarpe, e con evidenti segni di violenti pestaggi e lacerazioni diffuse. Nonostante sulla scena del crimine non fosse presente alcun elemento riconducibile a rituali occulti, le indagini degli ufficiali di polizia James Sudbury e Steve Jones (quest’ultimo collega di Jerry Driver) si concentrarono subito su una pista di natura satanica. Nonostante non ci fossero collegamenti diretti tra Damien Echols e i suoi amici e le vittime del crimine, la polizia era convinta della loro colpevolezza ed agì in ogni modo, lecito e non, per giungere allo loro incriminazione. Quello che all’inizio era un semplice teorema accusatorio, giorno dopo giorno assumeva sempre più consistenza in virtù del crescere dell’isteria di massa nata dal fanatismo religioso. A tre secoli di distanza dai processi di Salem, il fanatismo popolare aveva trovato un nuovo tribunale sommario nel quale convogliare il proprio odio.

Dopo quasi un mese di indagini a senso unico in direzione di presunti adolescenti adoratori del Diavolo, e privi di qualsiasi elemento probatorio, gli inquirenti riuscirono ad incriminare i tre ragazzi facendo pressione sull’anello debole. All’inizio di Giugno, Jessie Misskelley fu portato in centrale e sottoposto a un duro interrogatorio per 12 ore di seguito, in assenza dei genitori o di qualunque altra figura che potesse tutelarlo. E tutto questo nonostante fosse noto che il ragazzo soffriva di una forma di ritardo mentale. Al di là dei suoi 17 anni all’anagrafe, Misskelley aveva la maturità psichica di un bambino delle elementari e non sapeva che non essendo in stato di fermo avrebbe potuto lasciare la centrale in qualsiasi momento. Era quindi solo questione di tempo prima che la polizia riuscisse a far sì che il ragazzo raggiungesse il proprio punto di rottura e accusasse sé stesso e i suoi amici della morte dei tre bambini. Quando si arrivò al dibattimento nell’aula di tribunale, gli elementi per ritenere la confessione frutto di pressioni da parte della polizia erano molteplici, tutti supportati dal parere di esperti specializzati. I riferimenti all’ora e al luogo del crimine, la ricostruzioni riguardanti le cause dei decessi e le modalità degli stessi, erano tutti elementi che nella confessione del ragazzo presentavano errori, falsità e contraddizioni. Inoltre, delle 12 ore di interrogatorio a cui era stato sottoposto, solo 46 minuti furono registrati, e anche in questi è possibile sentire la polizia imbeccare Misskelley al fine di fargli dire ciò che volevano sentire.

Subito dopo il fatto, Misskelley ritrattò la confessione affermando di essere stato ingannato. Nel processo che lo vide coinvolto, la giuria assistette i testimoni della difesa sfilare uno dopo l’altro a confermare l’alibi del ragazzo che lo escludeva dalla scena e lo collocava presso un evento di wrestling fuori città. Inoltre ascoltò la difesa esibire le falsità e le incongruenze nella sua testimonianza. Ma scelse di non tenerne conto e lo condannò. Come in un processo inquisitorio da manuale, la strega aveva confessato, pertanto doveva bruciare sul rogo. E non aveva nessuna importanza il modo in cui  la sua confessione era stata ottenuta. In seguito, il ragazzo rifiutò di testimoniare contro i suoi amici nel processo che li vedeva imputati, nonostante il vantaggio in termini di riduzione della pena che avrebbe potuto ricavarne. Pertanto la confessione non avrebbe dovuto essere presa in considerazione dai giurati che dovevano decidere della colpevolezza di Echols e Baldwin. Ma i giurati ne avevano già sentito parlare attraverso i media, e la utilizzarono per condannarli, in evidente disprezzo dei diritti degli imputati. Questi si trovavano sotto processo nonostante non ci fosse alcuna prova fisica di una loro presenza sulla scena del crimine, e il loro coinvolgimento con culti dediti all’adorazione del Diavolo si basasse su elementi a dir poco approssimativi.

L’esperto convocato dall’accusa per spiegare alla giuria la natura satanica delle credenze degli imputati aveva ottenuto le sue credenziali attraverso un corso per corrispondenza e tra gli elementi che, a suo dire, svelavano il satanismo di Echols citò la sua abitudine a vestirsi di nero. Si trattava dello stesso stesso esperto che circa un anno prima dei fatti di Robin Hood Hills era stato contattato proprio dall’agente Jerry Driver, il quale gli aveva inviato via fax dei disegni di Echols per chiedergli un parere a proposito di un presunto coinvolgimento del ragazzo con il mondo degli adoratori del diavolo. I testimoni dell’accusa mentirono sotto giuramento raccontando storie improbabili, illogiche e piene di falsità (e negli anni successivi ammisero il loro spergiuro) ma ciò non impedì alla giuria di abbracciare il teorema accusatorio. L’ascolto di musica heavy metal, la visione di film horror e la lettura di libri dello stesso genere, furono tutti elementi utilizzati dall’accusa per tratteggiare il profilo satanico degli imputati. Echols in particolare era il ragazzo che vestiva di nero, ma Baldwin no: la colpa di Jason Baldwin consisteva nell’essere amico di Damien Echols. Per la giuria era più che sufficiente per condannarli entrambi. Echols fu condannato a morte, e il sedicenne suo amico all’ergastolo senza possibilità di uscire sulla parola.

Negli anni che seguirono, anche grazie alla realizzazione di una serie di documentari della HBO intitolati Paradise Lost, l’interesse nei confronti della sorte dei Tre di West Memphis raggiunse una dimensione nazionale. Personalità dello spettacolo come Eddie Vedder, Henry Rollins, Johnny Depp, Natalie Maines e Peter Jackson, sposarono la causa dei tre supportandoli sia sul piano mediatico che su quello finanziario. Intanto Echols, imprigionato nel braccio della morte, continuava a professarsi innocente e a subire le brutali violenze e i soprusi delle guardie e delle autorità carcerarie. Anche se all’esterno il numero dei sostenitori dell’innocenza dei tre aumenta, dietro le mura del carcere le guardie, come demoni incaricati di torturare le anime dannate all’Inferno, continuano con le loro violenze di ogni tipo, fisico e psicologico, indifferenti alla possibile innocenza della loro vittima. Le prove a discolpa dei tre aumentano di anno in anno, e le richieste di appello al fine di avere un giusto processo si susseguono. Ma il giudice incaricato di valutarle è lo stesso che aveva presieduto il processo che li ha condannati, e che in più occasioni ha ribadito di considerare il quadro indiziario solido e adeguato ad una condanna.

Le richieste vengono respinte una dopo l’altra. Il giudice rifiuta di prendere in considerazione il nuovo quadro probatorio basato sull’analisi del DNA rilevato sulla scena, e che risulta non appartenere a nessuno dei tre condannati, come anche le analisi forensi fornite da autorevoli esperti che demoliscono la ricostruzione degli omicidi come frutto di attività sataniche. Le cose cambiano solo nel 201o, quando la corte Suprema dell’Arkansas impone la necessità di prendere in considerazione le nuove evidenze e, non molto tempo dopo, il giudice che aveva seguito il caso per quasi due decenni lascia la carica per andare ad occupare un posto tra le fila dei senatori democratici nel Senato dell’Arkansas. Settimane di negoziazioni con il nuovo giudice porteranno a un accordo tra le parti in base al quale gli imputati ribadiscono la loro innocenza ma si dichiarano colpevoli riconoscendo che gli organi inquirenti disponevano di elementi sufficienti per incriminarli, rinunciando pertanto a qualsiasi possibilità di azione legale nei confronti di chi li ha perseguiti (Alford Plea). E’ l’ennesimo boccone amaro che i tre devono ingoiare. Ma è anche il modo più veloce per poter uscire di prigione, dopo 18 anni di detenzione.

Echols racconta tutto questo e molto altro, dai disagi dell’infanzia alle privazioni subite nel corso della sua lunga detenzione. Dopo anni in cui sono sempre stati altri a parlare per lui, ora per difenderlo, ora per dipingerlo come un mostro affamato di carne giovane, può raccontare la storia come l’ha vissuta, senza dover temere brutali ritorsioni da parte di guardie e secondini. Perché la sua è una delle tante storie il cui destino è segnato prima ancora che vengano fissate le date del processo in tribunale. Al momento del suo arresto, e fino alla sua condanna, Echols aveva vissuto nella convinzione che se una persona è innocente, e se non ci sono prove a dimostrare il contrario, in tribunale sarà ristabilita la verità. Ma le vicissitudini che ha dovuto affrontare gli hanno insegnato il contrario. Per i suoi concittadini Echols era colpevole già al momento dell’arresto. Per circa un mese gli organi inquirenti, con l’insostituibile complicità dei mezzi d’informazione avevano costruito e consolidato presso l’opinione pubblica la convinzione secondo cui si sarebbe trattato di un crimine a sfondo satanico. E a nulla valeva la completa assenza dalla scena del crimine di qualsiasi elemento riconducibile a una dimensione rituale.

Nei servizi giornalisti, le immagini di pentacoli disegnati su muri ripresi ovunque venivano inserite come se facessero parte della stessa scena del crimine. La procura aveva costruito una storia morbida e succulenta a base di riti orgiastici e satanismo, e i mezzi d’informazione non si lasciarono sfuggire l’occasione di piantare i loro denti fino in fondo. Le interviste ai genitori delle vittime poi, con i volti segnati dal dolore e dal disperato bisogno di trovare un colpevole per la loro sofferenza, forniva l’impatto emotivo in grado di far passare in secondo piano qualsiasi valutazione razionale della situazione. Nonostante i corpi delle vittime non presentassero alcun segno riconducibile ad abusi sessuali da parte dei giovani, la connotazione orgiastica del racconto era sufficiente per rendere credibile agli occhi del pubblico una storia improbabile ed infondata. A partire da quando gli organi inquirenti hanno iniziato a passare ai media elementi a proposito di una storia di lussuria, sesso e morte, l’opinione pubblica non ha mai avuto modo di confrontarsi con altro. Quando una vicenda si muove sulla base di simili premesse, l’esito del processo è segnato prima ancora del suo inizio. Per un mese circa, la procura ha pubblicizzato la teoria della setta di adoratori del diavolo dedita al sacrificio di giovani vite avvalendosi dell’aiuto di giornalisti e mezzi d’informazione.

Da un punto di vista narrativo, il quadro accusatorio era fin da subito suggestivo e destinato alla popolarità. Non solo in ragione delle tre giovani vittime, ma anche e soprattutto perché forniva spunti di discussione e di indignazione a centinaia di ore di talk show televisivi e al loro pubblico. Il fatto che le identità dei malvagi protagonisti fossero ignote non solo non era un problema, ma al contrario lasciava spazi vuoti che tuttologi televisivi e opinione pubblica avrebbero potuto colmare con le loro ossessioni e le loro idiosincrasie. Quando i tre furono arrestati, la questione riguardante la valutazione fattuale del loro coinvolgimento o meno del crimine del quale erano accusati era passata del tutto in secondo piano. Già al momento del loro arresto, non si trattava più di valutare quanto i tre ragazzi potessero essere collegati all’uccisione dei tre bambini, piuttosto di giudicare quanto le loro figure fossero compatibili con la storia che si trovavano costretti ad interpretare. Per quanto le difese degli imputati possano aver provato ad indicare altre possibili e non meno plausibili spiegazioni, non sono mai riuscite a scalfire le convinzioni della giuria di essere di fronte a una storia satanica. La completa assenza di prove non ha impedito il verdetto di colpevolezza perché i profili di tre outsider come gli imputati si adattavano bene a ciò che la folla si aspettava di vedere dopo un mese di notizie a base di pentacoli e credenze pagane.

A dispetto della credenza che gli innocenti non hanno nulla da temere dal sistema giudiziario, che la loro innocenza sarebbe stata sufficiente a evitare una condanna, tre come loro non hanno mai avuto una sola possibilità di assoluzione nei processi che li hanno visti coinvolti. Già la prima volta che si sono seduti dietro al banco degli imputati, i segni della Bestia erano stati marchiati a fondo sui loro nomi. Gli organi inquirenti li volevano colpevoli, e l’opinione pubblica non era affatto da meno. I membri della giuria chiamati ad esprimersi sul loro destino appartenevano alla stessa categoria di persone che affollava la strada nel giorno del loro arresto e che ne chiedeva il sangue, che sputava schizzi di saliva mentre strillava insulti col volto stravolto e i pugni agitati in aria. Si tratta delle stesse persone che davanti a un televisore invocano punizioni esemplari per chiunque venga indicato come colpevole di qualcosa. Sono le stesse persone a cui bastano 140 caratteri di un tweet per emettere sentenze di colpevolezza commentando le notizie di cronaca, magari dopo aver letto solo il titolo o al più qualche riga di un articolo di giornale. Erano le stesse persone che hanno condannato le streghe di Salem e che hanno gioito per l’arresto di Girolimoni. Sono i bravi cristiani che vanno a messa la domenica e poi partecipano ai linciaggi mediatici scagliando pietre virtuali come fossero senza peccato. Sono persone perbene, di quelle che con grande indulgenza giudicano le violazioni della legge con le quali hanno privato tre innocenti di un equo processo, salvo poi mostrarsi giudici severi ed implacabili nell’utilizzare anche i più flebili ed inconsistenti elementi a carico degli imputati per condannarli senza pietà.

“I wore black because I liked it. I still do, and wearing it still means something to me. It’s still my symbol of rebellion – against a stagnant status quo, against our hypocritical houses of God, against people whose minds are closed to others’ ideas.” (Johnny Cash)

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