Due Minuti d’Odio: Lapidate Miley Cyrus


Nell’Oceania raccontata da George Orwell in 1984, ogni giorno il regime al potere interrompeva le attività dei cittadini e li convocava davanti ad uno schermo televisivo per la visione di filmati sui nemici della società. Riuniti in folle, gli spettatori potevano sfogare i loro sentimenti di rabbia e disgusto contro l’immagine di quello che veniva indicato come nemico. Urla furiose, pugni levati al cielo e assalti ai teleschermi erano prassi quotidiane: un’orgia feroce e barbarica che svuotava i partecipanti di quelle energie negative che avrebbero potuto disturbare l’ordine sociale. Queste visioni collettive erano note come Due Minuti d’Odio, ed erano parte integrante della Propaganda quotidiana del Grande Fratello. Un elemento talmente importante da far sì che ogni anno il Partito organizzasse una festa che celebrava questa consuetudine per sette giorni di seguito: la Settimana dell’Odio, appunto.

Tuttavia, al di là delle apparenze, i Due Minuti d’Odio non rappresentano una forma di indottrinamento; piuttosto sono un rito attraverso il quale la comunità rinnova la propria unità mediante l’individuazione di un obiettivo comune. Sono uno degli strumenti che il Partito del Grande Fratello ha scelto per dare una forma alle pulsioni delle masse. Non generano la rabbia: si limitano a gestirla e direzionarla. Nella migliore tradizione fantascientifica, Orwell non inventa nulla da zero. Osserva elementi presenti nella società che lo circonda e li amplifica. I Due Minuti d’Odio rappresentano la trasposizione in una società asettica degli antichi giochi circensi e delle crocifissioni pubbliche. Sono l’equivalente delle esecuzioni pubbliche a basi di forche e ghigliottine in una società che nasconde le morti di cui è responsabile riscrivendo la sua storia senza sosta. Sono una forma moderna di caccia alle streghe che non si consuma in processi sommari aperti al pubblico e in condanne al rogo, ma che piuttosto si trasforma in storie di orrori e atrocità raccontati dai cinegiornali con tono professionale e distaccato.

I Due Minuti d’Odio sono uno strumento propagandistico, e la Propaganda non crea l’odio dal nulla: plasma ed incanala quello già esistente. Non lo genera: fa fronte a quello che già esiste e gli fornisce uno o più oggetti su cui riversarsi. E soprattutto gli offre alibi e giustificazioni. Infatti, perché possa essere socialmente accettabile, l’Odio deve rivolgersi verso qualcosa riconosciuto come esecrabile, qualcosa su cui una folla di persone possa riversare il proprio astio senza provare sensi di colpa e senza temere di diventare oggetto di riprovazione da parte del resto della collettività. Il riconoscimento di un Nemico comune da combattere è un collante più solido e resistente rispetto, ad esempio, ad una adesione collettiva sulla base di principi condivisi. La presenza di un Male riconosciuto come superiore che giustificherebbe quello che viene compiuto per contrastarlo, e allo stesso tempo può far sì che persone anche molto diverse tra loro si riconoscano nella comunità che vuole contrastarlo. Individui con storie, idee, principi e valori in contrasto tra loro, possono comunque trovare un punto d’incontro nel territorio dell’Odio verso un obiettivo prefissato.

Sulla base di simili dinamiche, grandi soggetti politici, economici e mediatici hanno la possibilità di mobilitare i propri sostenitori contro un avversario come contro un particolare tema. Ma anche in assenza di questi, o comunque al di fuori di essi, comunità più o meno numerose si possono coalizzare contro uno o più soggetti che per qualche motivo risultano disomogenei rispetto ai principi in cui si riconosce la maggioranza dei suoi componenti. E’ così che nella piccola città di provincia, dove tutti conoscono tutti, il ragazzo che rivela la propria omosessualità diventa “il frocio” e la ragazza che indossa vestiti attillati ed esibisce tatuaggi diventa “la troia”. Fino ai casi estremi in cui una vittima di stupro da parte di un branco, in seguito alla decisione di rompere il silenzio omertoso della comunità e denunciare la violenza subita, diventa “la puttana che se l’è andata a cercare”. E su internet, nella sua valenza di villaggio globale, le persone non si comportano altrimenti. Rispetto ad una piccola realtà di provincia possono cambiare le modalità e le proporzioni, ma non le dinamiche. Con tutte le sue possibilità di fornire spazi e meccanismi di aggregazione, in Rete anche le minoranze possono organizzarsi e diventare a loro volta maggioranze relative e mettere in atto a danni di altri quegli stessi meccanismi di cui possono essere vittima nella loro quotidianità. I perseguitati possono diventare a loro volta persecutori e contribuire a rafforzare quei meccanismi ideologici di cui altrove sono – o potrebbero essere – vittime.

Ogni giorno sono innumerevoli le esplosioni di Odio che movimentano la Rete. Commenti ed opinioni alimentati da astio e risentimento si diffondono e si espandono generando effetti farfalla linguistici. E i toni possono essere tanto più duri quanto più contraddittori possono essere i contenuti sul piano logico. Ad esempio, non è raro assistere a moltitudini che attaccano le opinioni dissidenti (e la persona stessa che le esprime) giustificandosi sulla base della libertà di parola. Le notizie di cronaca (e non solo) sono costellate da valanghe di commenti che trasudano fame di sangue e manette, che invocano forche e forme di giustizia sommaria nascondendosi dietro il dolore delle vittime. E quasi non passa giorno senza che una qualche folla si faccia scudo di una presunta difesa dei diritti delle donne proprio mentre insultano e definiscono “puttane” tutte coloro che sono ritenute colpevoli di aver fatto o detto cose che danneggerebbero l’immagine di altre donne.

Ma ogni attacco a base di Odio e Fango finisce con il mostrare un po’ di più del vero volto di chi lo muove, piuttosto che di quello di chi lo subisce. Al di là delle dichiarazioni di principi e dei valori usati come giustificazioni, i Due Minuti d’Odio quotidiani in rete mostrano il volto intollerante delle folle. E tanto meno le azioni di chi subisce l’attacco hanno modo di impattare sulla quotidianità della folla, tanto più ha modo di smascherare le intolleranze che si agitano all’interno di questa stessa. Tanto più sono gratuite le manifestazioni d’odio, tanto più evidente appare l’ideologia che anima quella folla che ha sostituito le torce ed i forconi con tastiere e smartphone. Accade così che una breve esibizione di una giovane cantante agli MTV Awards possa smascherare il diffuso desiderio di lapidare a parole l’ennesima “puttana”, giudicata colpevole di non aver tenuto un comportamento consono alle aspettative del pubblico (e alla sua idea di come si dovrebbe comportare in pubblico). La notizia vola veloce attraverso quotidiani e social network,  solleticando il narcisismo morale dei commentatori, che non perdono occasione per ergersi a giudici della legittimità o meno dei comportamenti altrui. E proprio come comari di paese che all’uscita dalla Messa della Domenica si lusingano a vicenda mentre fanno bella mostra del loro scandalo rispetto agli ultimi pettegolezzi, i giudici morali della rete si godono i loro Due Minuti d’Odio a base di insulti e violenze verbali varie.

Col senno di poi si può dire che quella di Miley Cyrus è stata un’esibizione che per un paio di minuti ha riportato in vita e sbattuto in faccia al pubblico la forza provocatoria tipica del rock’n’roll. Forse anche molto al di là delle aspettative della stessa protagonista della vicenda. Infatti, quando Miley Cyrus è salita sul palco degli MTV Awards, coloro i quali seguono il mondo della musica pop hanno avuto ben poco di cui stupirsi. Sono anni che la ex-ragazza Disney ha svestito i panni di Hannah Montana per indossare quelli della bad girl. E tutto l’armamentario a base di ballerine ancheggianti, mosse sexy e orsi di peluche era già stato esibito nel videoclip che da mesi anticipa l’uscita del suo nuovo album. Con indosso solo un body color carne, Miley Cyrus si aggira per il palco muovendosi a scatti e mimando gesti a sfondo sessuale in modo quasi compulsivo. Sul volto un ghigno divertito si alterna all’esibizione prolungata della lingua, in una smorfia che assomiglia ad una riproposizione distorta del celebre logo dei Rolling Stones. E con un grande dito di gommapiuma a strofinare la zona in mezzo alle gambe non fa altro che mettere in pratica quello che sta cantando (“It’s our party we can do what we want“). Le allusioni di natura sessuale si susseguono tra ballerine ed enormi orsi di peluche, mantenendosi ben distanti da riferimenti di natura erotica o passionale, per sottolinearne invece l’aspetto ludico. Solo sesso e giocattoli: il sesso esibito come gioco fine a sé stesso e non sottomesso ad altri principi o valori riconosciuti come fondanti (famiglia, amore, etc.). E quando sul palco viene raggiunta da Robin Thicke per duettare su “Blurred Lines“, con tutto il suo carico di polemiche e di accuse di sessismo, folle di guardiani della morale pubblica trovano l’immagine perfetta contro cui puntare i loro indici accusatori.

In questo modo, la scelta di rappresentare la sessualità in chiave ludica genera in una buona parte del pubblico un cortocircuito che fa riaffiorare pulsioni sessuofobiche mai sopite. Quelle stesse persone che si affannano ad esibire indignazione di fronte alle notizie di donne lapidate perché adultere, non esitano a partecipare ad un linciaggio virtuale a base di insulti e attacchi verbali grondanti maschilismo. E grazie a questi Due Minuti d’Odio in versione 2.0 possono godere della loro immagine di sé di persone perbene e bravi cittadini, in quella forma di autorappresentazione che affonda le proprie radici in ciò che disprezzano negli altri. I mass media hanno gioco facile nello stimolare il narcisismo morale delle folle, e queste ricambiano ergendosi a difesa della visione del mondo e dei ruoli sociali in vigore. Spesso i mass media si comportano come prestigiatori: attirano l’attenzione su qualcosa di diverso da ciò che fanno. E in questo caso, puntando i loro riflettori sulle reazioni scandalizzate del pubblico, fomentandole ed amplificandole, mettono in atto un solido processo di stabilizzazione dell’ordine morale. Esponenti di un tribunale culturale che non ama il contraddittorio ed i diritti della difesa, i guardiani della morale non sono interessati a nessun tipo di dissenso: l’indignazione non è altro che uno strumento tra tanti per la difesa dello status quo. E in un caso come questo lo dimostra il fatto che sarebbe bastato ascoltare le semplici parole del testo per rendersi conto che la maggior parte delle accuse rivolte all’esibizione avevano già una risposta nella canzone stessa.

To my home girls here with the big butt
Shaking it like we at a strip club
Remember only God can judge ya
Forget the haters cause somebody loves ya
(Miley Cyrus – We Can’t Stop)

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