Stephen King – Ossessione


Pubblicato nella seconda metà degli anni ’70, Ossessione (Rage, 1977) è stato il primo lavoro che lo scrittore del Maine ha dato alle stampe sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Si tratta di un romanzo dal quale lo stesso autore, col passare degli anni, ha progressivamente preso le distanze. Ad un punto tale che è lo stesso King ad affermare a chiare lettere, nella prefazione di Blaze, a due decenni di distanza dalla prima pubblicazione, come consideri un bene il fatto che sia andato fuori stampa. Certamente non si tratta di un lavoro centrale nell’ambito della sua vasta produzione, ma in ogni caso le motivazioni alla base di una tale presa di posizione sono da ricercare più nelle pagine della cronaca nera che non in quelle della critica letteraria. La storia non è altro che quella di un liceale che ad un certo punto irrompe nella sua stessa classe armato di pistola, uccide l’insegnante e tiene in ostaggio i suoi compagni per un’intera mattinata. Si tratta di un copione che periodicamente ha avuto modo di prendere forma anche nelle pagine della cronaca nera statunitense, tanto prima quanto dopo la pubblicazione del romanzo. E sebbene nessuno possa imputare ad un autore di best-seller una qualche responsabilità in fatti di cronaca più o meno efferati, appare comunque comprensibile il desiderio da parte dello stesso di non vedere il proprio nome associato ad eventi che non aveva intenzione di provocare, e ai quali non intende trovarsi collegato in alcun modo. Un desiderio tanto più comprensibile quanto più si considera che in qualche caso la polizia ha avuto modo di trovare copie del suo libro tra i possedimenti degli autori di sequestri e stragi in ambito scolastico. Non si tratta di una presa di distanza che in qualche modo intende dare ragione ai molteplici cori di accusa che di volta in volta cercano di individuare capri espiatori (nella letteratura, nel cinema, nella musica, etc.) ai quali addossare colpe e responsabilità anziché concentrarsi su cause e moventi. Piuttosto sembra essere l’espressione di un desiderio di distacco da qualcosa attorno alla quale si è addensata, anche solo per associazione di idee, una fitta coltre di dolore e di brutti ricordi.

La storia ha inizio con il protagonista, Charlie Decker, che viene chiamato nell’ufficio del preside a discutere del suo futuro all’interno della scuola. Charlie è uno studente di liceo all’ultimo anno che poco tempo prima era già stato sospeso per aver aggredito in classe il suo insegnante di chimica colpendolo con un serratubi. Il confronto è tutt’altro che pacifico, con lo studente che aggredisce verbalmente il preside, insultandolo e deridendolo, fino a costringerlo ad espellerlo dall’Istituto. Ma anziché lasciare l’edificio, Charlie si ferma a prendere una pistola che custodiva all’interno del suo armadietto ed irrompe in classe uccidendo sul colpo l’insegnante di algebra seduta dietro alla cattedra. Gli allarmi che indicano il pericolo scattano nell’arco di pochissimo tempo, ma nel frattempo il ragazzo ha già avuto modo di sedersi dietro la cattedra con l’arma saldamente stretta e di ordinare ai suoi compagni di classe a rimanere seduti ai loro posti. E il maldestro tentativo da parte di un altro insegnante di mettere subito fine all’azione di Charlie, lanciandosi contro di lui per disarmarlo, non ha altro esito che l’incremento di una seconda unità del conto dei decessi per omicidio tra gli appartenenti al corpo docente.

La scuola viene completamente evacuata, e con l’arrivo della polizia hanno inizio i maldestri tentativi di negoziazione con il giovane sequestratore. Tuttavia, nel frattempo, all’interno della classe le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata. Dopo una fase iniziale di conflitto e smarrimento, gli ostaggi cominciano a solidarizzare con quel loro compagno che li tiene bloccati ai loro posti. Il giovane sequestratore ed i coetanei suoi ostaggi iniziano a confrontarsi tra loro come mai avevano avuto modo di fare in precedenza, arrivando a rivelare in pubblico aspetti delle loro esistenze che normalmente avevano sempre cercato di mantenere confinati nella solitudine. All’interno della classe si viene a formare una sorta di bolla artificiale che finisce con il separare ciò che racchiude al proprio interno da quanto rimane confinato all’esterno. Si tratta di una sorta di micro-mondo isolato dall’esterno, all’interno del quale la classe si trova coinvolta in qualcosa che assomiglia ad seduta terapeutica spontanea, un evento che paradossalmente riesce ad avere luogo proprio in ragione dell’assenza di uno psicoterapeuta di professione.

Non avendo richieste da fare o risultati da ottenere, Charlie si interfaccia con i tentativi di mediazione provenienti dall’esterno con l’unico apparente obiettivo di minare l’autorità delle figure con cui entra in contatto. Poco importa che si tratti del preside, del capo della polizia locale o dello psicologo della scuola: il suo è un gioco mentale e verbale prima ancora che fisico. Chi è all’esterno non ha alcun modo di esercitare all’interno delle mura della classe dove sono rinchiusi Charlie ed i suoi compagni anche solo una minima parte dell’autorità di cui normalmente dispone. Ad esempio, per tutta la durata del suo tentativo di “far ragionare” Charlie, lo psicologo si trova di fronte ad un interlocutore che non solo non risponde alle sue domande, ma al contempo gli vieta di porle, imponendogli di rispondere alle sue (sotto la minaccia di uccidere qualche ostaggio se la sua regola non dovesse essere rispettata). Per quanto breve e fine a sé stessa, l’inversione di ruoli tra chi normalmente può fare le domande e chi invece deve rispondere rappresenta una sovversione delle gerarchie sociali che non manca di intercettare i favori della maggioranza delle persone che gli stanno sedute di fronte.

Dopo alcune timide resistenze iniziali dettate dalla paura, i compagni di classe di Charlie non tentano nemmeno di fuggire o di fargli cambiare idea, accettando la situazione per quello che è. Agendo da filtro nei confronti del mondo esterno, Charlie ha permesso la formazione di una sorta di spazio all’interno del quale tutti i normali rapporti di forza che regolano la vita quotidiana sono stati aboliti, ed il velo dell’ipocrisia che questi impongono è stato squarciato. Fino ad arrivare alla presa di coscienza del fatto che in realtà solo uno studente è trattenuto all’interno della classe contro la sua volontà. Come una sorta di proverbiale eccezione il cui scopo è confermare la regola, si tratta di un ragazzo che a differenza dei suoi compagni di classe ha sempre dimostrato di sentirsi a proprio agio nel contesto dei rapporti di forza che regolano la quotidianità. Prestante, sportivo e popolare, è il classico individuo che riesce a mantenere una posizione dominante sui suoi coetanei, collocandosi in una posizione di forza paragonabile a quella degli adulti che occupano posizioni di autorità. Con le buone o con le cattive, minacciando punizioni o ritorsioni, può disporre di un potere in grado di mettere a tacere i suoi compagni a suo piacimento. Motivo per cui il suo disagio aumenta in misura direttamente proporzionale all’allentarsi di freni ed inibizioni da parte di coloro gli stanno attorno (e alla sua impossibilità di ristabilire il suo ordine).

Per tutta la durata degli eventi, le azioni di Charlie si rivelano essere il risultato di un misto di determinazione e fragilità, tutt’altro che animati da una volontà omicida fine a sé stessa. In tal senso risultano ben distanti dal panorama di distruzione, traumi e lutti, che si lascia alle spalle, ad esempio, una Carrie. Infatti, se si valutano solo le azioni e le loro conseguenze, gli eventi di cui si rende protagonista la liceale con poteri telecinetici si dimostrano decisamente più simili a quelli che hanno portato all’attenzione di tutto il mondo nei confronti, ad esempio, di una sconosciuta scuola superiore a Columbine nel Colorado. Quindi il primo interrogativo che sorge è: perché un Charlie Decker che utilizza la sua pistola per mettere in piedi qualcosa di simile ad seduta di terapia di gruppo sembra suscitare una maggiore fascinazione rispetto ad una potente telecineta protagonista di una vicenda di proporzioni apocalittiche? Certamente non è una questione di numero di vittime che i due lasciano sul terreno; una sfida, questa, che vedrebbe senza dubbio il macabro trionfo di Carrie. Piuttosto sembra di trattarsi di qualcosa che accomuna entrambi, ma alla quale i due reagiscono in modo diverso.

Ciò che accomuna Carrie White e Charlie Decker è il loro essere vittime, la loro vulnerabilità tanto nei confronti dei coetanei quanto degli adulti con cui sono sempre stati costretti ad interagire. Ma a differenza di Charlie, Carrie non riesce mai, neanche per un breve periodo, a sottrarsi al suo ruolo di vittima: del folle e violento fanatismo religioso della madre; degli insegnanti, la cui considerazione oscilla esclusivamente tra il fastidio e la commiserazione, tra l’irritazione e la condiscendenza; dei suoi coetanei che da anni la deridono, emarginandola nell’isolamento dello scherzo di natura da sfruttare per una forma di crudele divertimento collettivo. Lo stesso invito che la porterà ad essere incoronata Regina del Ballo nella serata in cui avrà luogo la sua ultima e definitiva umiliazione non è altro che il risultato del desiderio di una sua compagna di scuola di espiare i suoi sensi di colpa. E perfino il massacro che si consuma nulla di più che la sua consacrazione definitiva come vittima: completamente in balia dei suoi poteri e della sete di vendetta, Carrie finisce con l’aggirarsi per la cittadina come un burattino controllato dalla furia che la pervade. Mai, in nessun momento, Carrie riesce anche solo lontanamente ad ottenere il risultato che Charlie, anche se solo per un breve intervallo, riesce a raggiunge con un utilizzo della violenza incommensurabilmente minore: farsi ascoltare.

Si potrebbe dire che il vero atto sovversivo di cui Charlie Decker si rende protagonista (e che pertanto potrebbe costituire l’elemento all’origine di una maggiore fascinazione per coloro che sono – o che si sentono – emarginati) consiste proprio nel suo uscire dal ruolo da vittima obbligando coloro i quali considerava suoi carnefici ad ascoltare passivamente ciò che ha da dire. Charlie riesce a trasformare in ascoltatori passivi coloro i quali in passato avevano il potere di ridurlo al silenzio, mentre Carrie non riesce in alcun modo a far sì che chi l’ha mortificata per anni subisca, anche solo una volta, un’umiliazione paragonabile alla sua. In ogni caso, quello su cui entrambi i romanzi convergono consiste nell’individuazione di scenari che deragliano rispetto ai binari delle ricostruzioni standard che cercano forme di razionalizzazioni in grado di assolvere la collettività dai crimini di cui si sono macchiati i suoi figli. A fronte di un tragico evento (come può essere stato, appunto, il massacro della Columbine High School), reagendo come in seguito ad una specie di riflesso condizionato sociale, tendono ad alzarsi le voci di associazioni di genitori, opinionisti ed esperti di varia natura, che puntano l’indice in direzione di prodotti culturali giudicati “violenti”. Puntualmente tali accuse ignorano – o fingono di ignorare – che non c’è assolutamente alcuna logica nell’attribuire ad un libro letto da migliaia di persone (o ad un film, o ad un disco, etc.) il ruolo di causa responsabile di crimini compiuti da una singola persona. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali opere possano agire da detonatori, come fiammiferi che incendiano la miccia di un candelotto di dinamite, il problema non si risolve vietando la diffusione dei fiammiferi (e degli accendini, e del fuoco in generale) ma disinnescando gli esplosivi.

Senza cercare a sua volta scuse o alibi per i suoi personaggi, quello che invece fa King è concentrarsi sul contesto che genera l’esplosione di violenza. Le violenze di cui si rendono protagonisti i suoi personaggi non nascono dal nulla, ma si costruiscono piano piano, giorno dopo giorno, nei silenzi degli abusi e delle umiliazioni: nello sgabuzzino all’interno della casa di Carrie all’interno del quale la madre la rinchiude per fare penitenza; nella tenda durante il campeggio dove Charlie sente il padre ubriaco dire agli amici che mutilerebbe la moglie se scoprisse un suo tradimento; negli atti di bullismo e di prepotenza di cui entrambi sono stati vittime innumerevoli volte. Stephen King non giustifica la violenza di Charlie, ma allo stesso tempo la storia che narra non si accontenta di fermarsi al fatto che il ragazzo ha fatto quello che ha fatto perché possedeva un’arma da fuoco. La sua violenza non nasce dal possesso di una pistola, ma dalle molteplici, spesso invisibili e silenziose, violenze di cui lui stesso è stato a sua volta vittima. E se da un lato è moralmente comprensibile che un autore non voglia avere nemmeno il dubbio che un suo libro possa essere il fiammifero che innesca l’esplosione della dinamite, dall’altro non si può fare a meno di notare che concentrarsi sul fuoco che può accendere una miccia anziché sull’esplosivo in quanto tale non è affatto differente dal fissare lo sguardo sul dito quando questo indica la Luna.

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