José Saramago – Saggio Sulla Lucidità


Uno dei temi ricorrenti che accompagnano l’approssimarsi di una consultazione elettorale è l’invito, da parte di tutte le forze politiche coinvolte nella competizione, a non disertare le urne. Non importa quanto possano essere distanti, se non antitetiche, le posizioni dei diversi partiti o movimenti a proposito dei più vari temi ed argomenti: di fronte alla necessità di invitare il corpo elettorale a svolgere il compito al quale viene chiamato, la durezza della lotta per il potere lascia spazio alla concordia comune. I contrasti che emergono durante il corso di una competizione elettorale possono manifestarsi in molteplici campi e temi – politici, sociali, economici o altro ancora – ma l’invito rivolto agli aventi diritto a recarsi alle urne non solo non viene messo in discussione, ma anzi risulta essere una sorta di zona franca all’interno della quale è vietato qualsiasi conflitto, una specie di terreno consacrato dove è vietato usare qualsiasi tipo di arma o violenza. E all’interno di orizzonti sociali, come quelli costituiti dalle moderne democrazie (occidentali e non), dove lo stesso meccanismo del voto è soggetto ad innumerevoli variazioni da un paese all’altro (o anche all’interno di uno stesso paese da una tornata elettorale all’altra, o a seconda dell’oggetto di consultazione), il fatto che l’invito a non disertare le urne unisca schieramenti anche molto distanti tra loro svela una natura comune. E’ quindi sulla base di simili premesse che potrebbe sorgere un interrogativo: cosa potrebbe accadere se improvvisamente una larga maggioranza degli aventi diritto decidesse di non votare o di votare a scheda bianca? Una possibile risposta viene offerta da José Saramago nel suo Saggio Sulla Lucidità, il romanzo che ritorna nell’ambientazione dove avevano avuto luogo le vicende di Cecità per seguire gli eventi successivi ad una consultazione elettorale che vede le urne sommerse da schede bianche.

Il tutto ha inizio in quella che avrebbe dovuto essere una normale giornata di elezioni. Nelle prime ore di apertura i seggi si trovano ad essere largamente disertati dagli elettori. Ma l’intensa ed incessante pioggia che non sembra avere intenzione di fermarsi offre un più che naturale alibi all’anomalia. Poi, quando durante il pomeriggio smette finalmente di piovere, il tutto sembra tornare gradualmente alla normalità, con anzi i cittadini che affollano ordinatamente in fila i seggi elettorali. Le code sono talmente lunghe che il governo si ritrova ad essere ben felice di permettere di votare ancora un paio d’ore oltre il limite previsto per la fine delle operazioni. Ma quello che al termine dello scrutinio attende i mass media, le forze dell’ordine, lo stesso governo e tutto il paese in generale è un risultato imprevedibile ed inspiegabile: oltre il 70% dei cittadini della capitale ha votato scheda bianca. Il governo guidato dal pdd (partito di destra), con l’appoggio (o comunque la non contrarietà) del pdm (partito di mezzo) e del pds (partito di sinistra), decide quindi di indire nuove elezioni invitando la cittadinanza ad una maggiore “responsabilità”. Tuttavia anche in occasione di questa nuova tornata elettorale il verdetto che esce dalle urne non solo non smentisce quanto accaduto in precedenza, ma lo ribadisce con maggiore forza: questa volta il numero delle schede scrutinate che risultano essere bianche supera abbondantemente l’80%. La controffensiva del governo, già iniziata in modo tutt’altro che timido nell’intervallo di tempo tra le due consultazioni, si intensifica ulteriormente. Inizialmente i biancosi (come vengono definiti i misteriosi elettori della capitale che hanno votato scheda bianca) vengono additati all’opinione pubblica del resto del paese come esponenti di una misteriosa associazione criminale avente come scopo la sovversione dell’ordine costituito. Molti esponenti delle forze dell’ordine vengono incaricati di spiare i cittadini alla ricerca di qualche indizio che permetta di dare un volto ai responsabili di questa incresciosa situazione. Centinaia di cittadini sospettati di aver votato scheda bianca vengono prelevati con la forza, imprigionati, interrogati e torturati dalle forze dell’ordine con il solo scopo di arrivare a fornire una qualche consistenza a quello che invece sembrerebbe essere nient’altro che un sospetto. Ma per quanto il governo si affanni alla ricerca di un colpevole, tutte queste azioni si scontrano con la completa impossibilità di entrare in possesso del più fragile indizio. Il governo decide quindi di abbandonare la capitale ed isolarla dal resto del paese dichiarandola soggetta allo stato d’assedio. E per rafforzare la tesi del complotto e dell’azione sovversiva agli occhi dell’opinione pubblica del paese, il ministero degli interni organizza un attentato nella metropolitana della città, con lo scopo di addossare la responsabilità ai biancosi. Ma anche questa non porta ad alcun risultato: nonostante l’assenza di forze dell’ordine e di istituzioni sul suolo cittadino, gli abitanti della capitale riescono a continuare a vivere in uno stato di pacifico ordine. La situazione sembra destinata ad uno stallo perdurante, perlomeno fino a quando una lettera inviata alle massime autorità dello Stato non segnala l’esistenza di una donna (la moglie di un medico) che quattro anni prima, durante l’epidemia di cecità bianca, non aveva perso la vista. Il ministro degli interni decide così di fare in modo che questa venga pubblicamente condannata come responsabile del complotto delle schede bianche. Perché quello che appare evidente ai suoi occhi e a quelli del governo in generale è che un responsabile deve essere trovato, non importa se questo lo sia veramente o meno.

Nel romanzo di Saramago non è importante conoscere le ragioni che hanno spinto la cittadinanza ad una simile forma di astensione collettiva, esattamente come era irrilevante in Cecità scoprire quali fossero le cause della perdita della vista e della sua diffusione. Quello che invece conta è mostrare cosa accade in seguito a tali accadimenti, il filo rosso che lega la reazione del potere di fronte all’evento straordinario che gli si para davanti in un caso come nell’altro. Determinato, prima di tutto, a preservare sé stesso, il governo decide di adottare come prima contromisura l’isolamento di quello che viene visto come un focolaio di infezione. Se in passato i primi ciechi erano stati internati in quanto considerati portatori di un morbo sconosciuto, nel presente gli elettori che hanno votato scheda bianca vengono rinchiusi nella loro stessa città attraverso la dichiarazione dello stato d’assedio. Nonostante non ci sia alcuna prova dell’esistenza di un oscuro ed impenetrabile complotto, i cittadini della capitale si trovano a fronteggiare un provvedimento simile a quello di chi è stato contagiato da una malattia oscura e mortale. Tuttavia, allo stesso tempo, c’è una profonda differenza che segna una radicale biforcazione tra i due eventi: nel caso delle elezioni non c’è alcuna irruzione da parte di agenti esterni (come nel caso della cecità bianca) destinati a sconvolgere il tessuto sociale, dato che i cittadini non fanno altro che avvalersi di un diritto che viene loro riconosciuto dalle stesse leggi dello Stato di cui fanno parte. Per questo motivo, malgrado la presenza di personaggi comuni, quello sulla “lucidità” è un saggio profondamente differente da quello sulla “cecità”, tanto da apparire più come un completamento che non come un seguito.

I rapporti di potere nelle moderne democrazie occidentali rappresentano il cuore di una vicenda che si affaccia su una realtà fatta di false scelte e libertà formali il cui scopo è occultare un fitto intreccio a base di menzogne, violenza e sopraffazione. Quasi come fosse una dimostrazione per assurdo, Saramago prende un diritto di cui i cittadini solitamente non si avvalgono per mostrare cosa potrebbe accadere se all’improvviso cambiassero idea. Quella che si agita alle spalle dell’aperto contrasto narrato da Saramago (tra chi si astiene o comunque decide di non dare a nessuno il suo voto e chi invece ambisce ad ottenerlo per consolidare il suo potere) è una quotidianità a base di diritti dichiarati e poi non garantiti (quando non apertamente calpestati), di un rispetto delle libertà dei cittadini solo nella misura in cui questi accettano di non avvalersene fino in fondo. Nascondendosi dietro l’alibi della tutela di un bene comune che non appare in alcun modo minacciato, il potere agisce prima di tutto per tutelare se stesso, e non esita ad avvalersi dell’uso della violenza su persone che non risultano aver compiuto alcun crimine pur di garantire i propri equilibri. Appare chiaro che agli occhi del governo la sovranità appartiene al popolo solo ed esclusivamente nella misura in cui accetta di privarsene delegandola attraverso il voto, permettendogli così di esercitare concretamente potere. L’atto sovversivo della cittadinanza che decide di non cedere il proprio consenso a nessuna delle forze politiche in gioco consiste nella sua scelta di non trasferire la propria quota di sovranità.

Nel gioco della rappresentanza, il potere del governo e la violenza che eventualmente utilizzerà si giustificano sulla base della legittimazione in sede elettorale. Diventa quindi completamente secondario il votare per un partito di maggioranza o uno di opposizione: la legittimazione del potere avviene attraverso l’atto stesso del votare – indipendentemente dalla formazione a cui tale voto viene dato. Votare per un partito piuttosto che per un altro significa in ogni caso rinnovare l’accettazione dell’idea che alla fine un candidato vincerà e potrà governare. Ma l’astensione dalla scelta respinge l’idea stessa della delega, del riconoscimento di una rappresentanza alla quale cedere il governo. Questo il motivo per cui al governo non rimane altro che lasciare la città dalla quale non è stato eletto. Privato della benedizione della maggioranza dei cittadini, il governo lascia la capitale per ritirarsi in una parte del paese che l’abbia riconosciuto come tale. E attraverso gli inganni, i crimini, le censure ed i complotti che ordisce ai danni dei suoi cittadini, mostra il suo vero volto: quello del tiranno che tollera il dissenso fintanto che questo non va in qualche modo a scalfire la sua autorità. Di fronte alla scelta della popolazione di non cedere la propria sovranità, il governo non esita a mostrare il suo volto più violento, quello di chi possiede il monopolio dell’uso della forza.  E una volta squarciato il velo dell’ipocrisia relativo alla sovranità popolare, non passa molto tempo prima che vada incontro ad un analogo destino anche la questione dell’uso della forza. Perché alla fine, nel gioco di crimini e menzogne ai danni della stessa popolazione, non solo il governo mostra come la sua accettazione della sovranità popolare si basa sull’entusiasmo con cui i cittadini non esitano a cederla in delega, ma fa vedere anche come ritenga l’uso della forza una possibilità di cui avvalersi per riprendere quella sovranità che non gli è stata riconosciuta.

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