Tiranni Da Giardino


A differenza di quanto potrebbe sembrare in apparenza, l’arbitrarietà di una tirannia morale non si manifesta attraverso l’imposizione di nuovi divieti, quanto piuttosto per mezzo dell’esercizio di un potere il cui scopo consisterebbe nel definire di volta in volta, in modo appunto arbitrario, quali debbano essere i circoscritti oggetti di indignazione, di scandalo, di stigmatizzazione, e così via. Per una tirannia morale, l’invocazione di nuove norme e sanzioni di natura legale al fine di imporre nuovi divieti rappresenta solo una extrema ratio. Ciò è da imputare al fatto che ogni proibizione avente una base istituzionale non costituisce un limite solo per quanto si trova ad essere interessato dal divieto in questione, ma anche per l’arbitrarietà del moralismo stesso, in modo direttamente proporzionale all’estensione del campo che la norma prende sotto il suo controllo. Quindi qualsiasi soggetto (sia esso una singola persona, un movimento, un ente, etc.) che ambisca a raggiungere una posizione di potere attraverso l’utilizzo dello strumento morale si guarderà bene dal chiedere regole ferree e divieti chiari e definiti di natura generale. Piuttosto utilizzerà metodi come il discredito e la denigrazione. Eventuali richieste di sanzioni o divieti saranno perlopiù rivolti ad oggetti ben circostanziati, attraverso l’uso di argomentazioni indirettamente ricavate dall’oggetto stesso. In questo modo non c’è il rischio, trattandosi spesso di campagne che si basano sul consenso, di esibire in primo piano le pulsioni censorie che mirano a limitare le libertà altrui, perlomeno non senza il supporto di adeguati imbellettamenti in grado di ammorbidirne l’aspetto autoritario. Ed allo stesso tempo si limita il rischio di vedere l’autorevolezza eventualmente conquistata limitata da quelle stesse norme per le quali ci si è attivati. Infatti, l’instaurazione di una regola generale sottrae potere all’arbitrio di chi persegue campagne morali: la possibilità di contestare un oggetto in particolare (a partire dalla manifestazione d’indignazione fino alla pubblica gogna) si basa sulla necessità che l’oggetto in questione ricada all’interno di ciò che è lecito. Nel momento in cui si rende illecito l’oggetto di volta in volta in questione, e quindi non appena lo si elimina dall’ambito di una dialettica basata sul confronto per confinarlo all’interno dell’insieme degli atti illegali, si rende del tutto inutile la prosecuzione delle campagne di protesta ed indignazione. Le proteste a carattere morale possono avere senso solo se l’oggetto stigmatizzato non è illegale. E l’obiettività alla quale non raramente viene fatto riferimento attraverso l’invocazione di principi e valori non è altro che una cosmesi linguistica finalizzata al dare un volto presentabile alla denigrazione.

Si immagini, ad esempio, un certo gruppo di persone che si fa carico del compito di criticare e contestare quello che viene considerato un certo tipo di malcostume all’interno dei programmi televisivi, come ad esempio la presenza di donne vestite in modo succinto. Per prima cosa, difficilmente il movimento in questione metterà in discussione il diritto dei singoli individui a scegliere il proprio abbigliamento (purché, ovviamente, questo rimanga all’interno dei confini stabiliti dalla legge): ad essere oggetto di contestazione saranno piuttosto le presunte conseguenze, più o meno indirette, che ne scaturirebbero, sulla base di valutazioni che obbediscono a letture personali del reale (i “modelli” proposti al pubblico, gli “esempi” offerti ai minori, etc.). Si tratta in pratica di una falsa scelta: ad ogni persona viene riconosciuto il diritto di vestirsi come meglio crede, ma se l’abbigliamento non rispetta certi requisiti allora può diventare oggetto di critiche feroci. L’oggetto in questione non viene criticato in sé, ma sulla base di presunte conseguenze o risvolti sociali considerati dannosi.  I bambini che sarebbero vittime di cattivi esempi, i valori della tradizione che sarebbero minacciati da derive immorali, i costumi che sarebbero intaccati dalla decadenza e dalla mancanza di vigilanza, e così via fino ad invocare interi popoli o grandi categorie di persone, sono tutte forme sublimate dietro le quali non si nasconde altro che la volontà di chi parla. In altre parole, i principi da difendere che vengono invocati non sono altro che forme di cosmesi linguistiche volte a mascherare una serie di prese di posizioni riconducibili all’interno dei confini di una volontà censoria, del desiderio di imporre in modo tirannico scelte e costumi che se sanciti per legge risulterebbero illiberali.

Di fronte ad un film contenente scene di sesso, o di violenza, o con contenuti che qualcuno potrebbe reputare quantomeno non condivisibili, l’invocazione di una regola generale che vieti sequenze di un determinato tipo rischia di far sfuggire la materia dalle mani del censore stesso, il quale a sua volta non potrà fare a meno di censurare un film nella sua interezza o magari di tagliare le scene incriminabili anche nei casi in cui non dovesse ritenerlo opportuno. L’invocazione di principi e valori permette invece al censore di turno di intervenire (o provare a farlo) solo nei casi in cui lo ritenga opportuno, approvando invece i contenuti di cui apprezza la divulgazione. Il tiranno morale non ambisce ad una regola che vieti, ad esempio, tutte le scene di sesso dai film in televisione, perché una simile mannaia rischierebbe di falciare indiscriminatamente anche contenuti a lui graditi, e perché la sua opinione sulla scena di volta in volta in questione non avrebbe alcun valore, trovandosi sovrastata da direttive che lui stesso è tenuto a rispettare. Il tiranno morale preferisce così concentrarsi sul messaggio e soprattutto sull’opportunità di vietarlo qualora risulti, a suo giudizio, sgradevole o nocivo, affinché le ipotetiche scene di sesso in questione non siano censurate sempre in quanto tali, ma solo nei casi in cui possa reputarlo opportuno. E la presunta obiettività basata su valori e principi alla quale il tiranno morale può far ricorso per giustificare il proprio agire non è altro che l’esternazione dell’ideologia di cui si fa portavoce.

Le scelte altrui vengono accettate dal tiranno morale finché non mettono in discussione gli equilibri sociali e culturali dei quali lui si è fatto portavoce, ed allo stesso tempo la loro messa in discussione si rivela essere la cartina tornasole di un’ideologia intimamente reazionaria. Ad esempio, sebbene non ci siano leggi in Italia che vietino di fare la velina, né al momento risultino esserci proposte di legge finalizzate a vietare tale professione o a regolamentarne i diversi aspetti (quali vestiti indossare, come muoversi, quanti centimetri di pelle indossare, quali movimenti possono essere accettabili, etc.), alla luce di un certo moralismo già lo stesso termine “velina” ha una connotazione negativa. In breve, sul piano generale, non c’è nulla che faccia pensare che una simile professione non debba godere di un rispetto analogo a quello di tante altre. Eppure, il fatto stesso che una ragazza possa dichiarare di aspirare al successo in questo campo la espone, agli occhi di una parte della popolazione, ad un evidente disprezzo, come se la strada scelta per provare a fare un salto nella scala sociale (difficilmente chi sceglie un simile percorso proviene dalle fasce più elevate della società) potesse non essere sufficientemente degno di rispetto. Espressione di una cultura ideologicamente reazionaria, il moralismo che spesso pervade le campagne di protesta e di denigrazione non si rivela essere altro che il volto accettabile di un rigido classismo sociale che trova difficile accettare che una persona possa attivarsi per cercare un’alternativa ad un futuro di precarietà, di disagi o magari di fatica malpagata, attraverso la partecipazione a spettacoli televisivi, come ad esempio i reality show, che tutto sommato possono non richiedere particolari studi o preparazione. Il moderno tiranno morale rimane saldamente all’interno del suo giardino recintato da principi e valori che lo mantengono separato dal malcostume altrui, elogiando la solidità della sua dimora contro la corruzione che si annida all’esterno. Intimamente ed inconfessabilmente reazionario, il tiranno morale non manca di esprimersi a favore della libertà di scelta altrui, a condizione che tali scelte non vadano ad impattare in profondità sugli equilibri sociali e culturali, quando non ideologici o di classe, in vigore, su quello stato di cose dal quale deriva il proprio valore e la propria posizione nella scala sociale, o nel quale comunque riconosce sé stesso. E il disprezzo che ostenta verso quelle libere scelte altrui che in alcun modo possono danneggiarlo non è altro che la misura delle diversità morali che il piccolo tiranno non è in grado di accettare, o anche solo tollerare.

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