Dennis Lehane – Un Drink Prima Di Uccidere


Non è una novità che gli scrittori di gialli e thriller o noir amino avere dei protagonisti fissi ai quali dedicare le proprie attenzioni. Dal Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle e dai Miss Marple e Hercule Poirot di Agatha Christie, fino ad arrivare alla Temperance Brennan di Kathy Reichs, al John Rebus di Ian Rankin, al Burke di Andrew Vachss, alla Kathy Mallory di Carol O’Connell, al Harry Bosch di Michael Connelly, e così via, innumerevoli sono i personaggi che finiscono per diventare simboli della produzione dei loro rispettivi autori. Come anche è tutt’altro che raro che l’azione di tali personaggi si trovi ad essere legata in modo viscerale alla città dove vivono e agiscono. Rispetto a simili premesse, Dennis Lehane non rappresenta in alcun modo un’eccezione: anche lui ha i suoi personaggi di fiducia ai quali affidare dei casi da risolvere, la coppia di investigatori privati Patrick “Pat” Kenzie e Angela “Angie” Gennaro. E le loro vicende si svolgono all’interno dei confini di quella Boston nella quale lo stesso scrittore di origini irlandesi vive. Un Drink Prima Di Uccidere è così il primo romanzo di una serie che Lehane dedicherà alla coppia Kenzie-Gennaro, e proprio in quanto tale sembrerebbe più interessato a definire i caratteri dei protagonisti ed il contesto sociale all’interno del quale si muovono che non piuttosto a tessere una complicata trama criminale. Ma una simile impressione viene progressivamente soppiantata, man mano che il panorama descritto dall’autore assume contorni più definiti, dallo spietato ritratto di una realtà, quella statunitense, tuttora visceralmente impregnata di cinica ipocrisia. Non si tratta quindi di una mera cartografia di personaggi e luoghi da sviluppare successivamente con i capitoli che seguiranno, quanto piuttosto della radiografia di una società ancora ben distante dall’immagine che ama fornire di sé.

La vicenda ha inizio con il senatore Sterling Mulkern che invita Pat Kenzie a bere un drink con lo scopo di affidargli l’incarico di ritrovare Jenna Angeline, una donna di colore che si occupava delle pulizie alla State House di Boston, nonché alcuni importanti documenti che questa avrebbe sottratto. Lo scenario che si profila davanti all’investigatore privato è altamente scottante e delicato. Kenzie si rende conto della delicatezza dell’indagine nel momento in cui si rende conto, poco tempo dopo aver subito un’aggressione, di essere pedinato. Ma la conferma definitiva della pericolosità della situazione nella quale si trova coinvolto arriva nel momento in cui Jenna, che il detective aveva rintracciato piuttosto facilmente, viene freddata per strada subito dopo avergli consegnato una busta contenente una foto molto compromettente. L’immagine ritrae Brian Paulson, uno degli uomini di Mulkern, sorridente e con i pantaloni abbassati a fianco di Marion Socia, un crudele e spietato delinquente che tiene sotto controllo buona parte della della criminalità bostoniana. Andando anche contro l’opposizione iniziale di Angie, Kenzie decide di non consegnare la foto e di portare avanti l’indagine a modo suo e a dispetto delle richieste del suo cliente, fermamente intenzionato a prendere tempo perlomeno fino a quando non sarà riuscito a scoprire il contenuto di quei documenti nei confronti dei quali il senatore Mulkern si è mostrato così interessato. Ma nel frattempo non è solo l’uomo politico ad essere interessato a quel materiale, e così in breve tempo Kenzie e la sua socia si ritrovano al centro di uno scontro tra due delle principali gang criminali di Boston che, per quanto impegnate in una sanguinosa guerra tra loro, condividono l’obiettivo di eliminare il detective per mettere le mani sui preziosi documenti: l’intera serie di foto che dimostra, senza possibilità di dubbio, come l’uomo di Sterling ed il narcotrafficante con un passato da sfruttatore della prostituzione fossero coinvolti nell’abuso sessuale su un minore.

Pagina dopo pagina, l’autore dettaglia con sempre maggiore accuratezza il profilo di Pat Kenzie, un uomo con un passato tormentato anche in ragione di un rapporto drammatico con il padre (un tanto onorato e rispettato vigile del fuoco in pubblico quanto violento ed autoritario in privato), e con un presente piuttosto libertino con un unico punto fermo: la tutt’altro che segreta attrazione che da anni nutre nei confronti di Angie. A sua volta questa è sposata con Phil, un vecchio amico di entrambi, che però all’interno delle mura domestiche si rivela essere un uomo estremamente violento che non esita a mettere le mani addosso alla moglie ogni volta che lo ritiene opportuno. E a completare il quadro si aggiunge Bubba Rugowski, un sociopatico costantemente armato fino ai denti che all’occorrenza non si tira indietro dal mettere la sua forza bruta e la sua potenza di fuoco a disposizione della coppia di detective, cioè le uniche persone verso le quali sembra provare una qualche forma di simpatia. I tre si muovono all’interno di una Boston cupa e violenta, nella quale i conflitti razziali e di classe sono all’ordine del giorno e ben distanti dall’essere risolti. L’indagine della coppia Kenzie-Gennaro si rivela sporca, con radici profondamente piantate nel cuore della realtà in cui vivono, ben distante dall’assere circoscrivibile all’interno di un singolo reato: il crimine su cui indagano non è altro che un nodo all’interno di una ragnatela di violenza ed illegalità molto più ampia. E probabilmente non potrebbe essere altrimenti dal momento che, muovendosi avanti e indietro lungo la linea che collega il mondo della criminalità e della corruzione ad alto livello con quello delle gang e della delinquenza di strada, il territorio dentro al quale si trovano a sprofondare definisce i propri orizzonti a partire dal rapporto tra classi e razze in un paese che formalmente abbandonato la segregazione razziale solo poco dopo la metà del XX secolo.

“Il Sogno Americano per un negro è come l’inserto centrale di una rivista porno appeso in una cella di prigione. L’uomo nero non è nessuno in questo mondo se non sa cantare, ballare o lanciare un pallone.”

Una volta abolita la schiavitù dei neri con la ratifica del XIII Emendamento nel 1865, non passò molto tempo prima che una nuova forma di razzismo istituzionalizzato prendesse corpo negli Stati Uniti, rimanendo in vigore per circa un secolo. Nel decennio successivo all’abolizione della schiavitù, su iniziativa dei democratici degli Stati del Sud, vennero emanate una serie di leggi che, di fatto, reintroducevano la segregazione razziale. Le famigerate “Leggi Jim Crow” prevedevano, ad esempio, la separazione tra bianchi e neri (nelle scuole e nei luoghi pubblici in generale, nei bagni, nei ristoranti e sui mezzi di trasporto, etc.), ovviamente a tutto vantaggio della supremazia bianca. Inoltre, attraverso la definizione di tutta una serie di requisiti per poter accedere alle liste elettorali (pagamento delle tasse, livello di alfabetizzazione, residenza ed iscrizione all’anagrafe, etc.), la maggioranza dei neri fu di fatto nuovamente privata del diritto di voto. (Giusto a titolo di esempio, basti ricordare che l’episodio di Rosa Parks, la donna di colore che in Alabama venne arrestata ed incarcerata per essersi seduta su un bus in un posto riservato ai bianchi e soprattutto per essersi rifiutata di cederlo ad un uomo bianco malgrado l’ordine da parte dell’autista del mezzo, risale al 1955.) Fu solo negli anni tra il 1960 e 1970 che, in seguito all’azione dei movimenti per i diritti civili, le Leggi Jim Crow furono cancellate, ripristinando infine una situazione di parità di diritti tra bianchi e neri.

Ma anni di esclusione dalla gestione della cosa pubblica, a livello di voto come di partecipazione in qualità di giurati in sede giudiziaria o di gestione di fondi e di capitali, hanno fatto sì che interi quartieri delle grandi metropoli statunitense si trasformassero in ghetti. E Dorchester, il quartiere di Boston che diventa il principale terreno di scontro tra le due gang di afroamericani in lotta, non costituisce un’eccezione. Come non appare particolarmente degno di nota il fatto che, sebbene non esista più alcuna segregazione a livello istituzionale, il conflitto tra le due bande riesca ad attirare l’attenzione di politica, polizia e mass media solo nel momento in cui sconfina al di fuori dei limiti del suo quartiere per andare a portare disordine nelle zone benestanti della città. E quella serie di foto nelle quali un politico bianco ed un delinquente nero vengono ritratti assieme, quasi a suggellare la convergenza dei loro diversi interessi nella consumazione di una violenza (l’abuso sessuale su un minore), vale da sola come emblema di una società nella quale, con reciproco vantaggio, influenti politici e pericolosi criminali possono coesistere all’interno di un quadro criminale comune, ricoprendo ruoli differenti ma allo stesso complementari attraverso una copertura reciproca che possa tutelare l’impunità di entrambi. A patto, cioè, che tali azioni avvengano lontani da occhi indiscreti: all’interno di una stanza d’albergo dove un minore di colore è stato abusato, come all’interno dei confini di un quartiere-ghetto dove gruppi di ragazzi si massacrano a vicenda per il controllo del mercato della droga da parte dell’organizzazione criminale nella quale si sono arruolati.

“Siamo noi i bambini molestati. Ci fottono mattina, pomeriggio e sera, ma fin tanto che ci rimboccano le coperte con un bacio, fin tanto che ci sussurrano nell’orecchio: “Papà ti vuole bene, papà si prenderà cura di tutto”, noi chiudiamo gli occhi e ci addormentiamo, barattando il nostro corpo, la nostra anima per le comode apparenze della “civiltà” e della “sicurezza”, i falsi idoli del nostro sogno a luci rosse del ventunesimo secolo.”

I commenti sono stati disattivati.