Mi Assolva, Comico, Perché Ho Peccato!


Anche quest’anno, il carattere di rito nazionale del Festival di Sanremo si è confermato non solo nella sua capacità di attirare l’attenzione, o anche solo un curioso interessamento, da parte di coloro a cui piace la musica italiana, ma anche e soprattutto nell’annuale replica delle critiche da parte di chi, incapace di ignorarne l’esistenza, ne invoca l’abolizione giudicandolo uno spettacolo erede di una cultura vecchia e conformista. Il carattere generalizzato della critica non si rivolge solo alla musica, ma spesso anche e soprattutto agli eventuali contorni. E nel caso di quest’anno, in modo più o meno esplicito, molteplici accuse di conformismo si sono concentrate in modo particolare sulle esibizioni comiche di Luca e Paolo, i quali, tra sketch e riadattamenti di canzoni, hanno invece fornito un tutt’altro che scadente esempio di satira. Essenzialmente sono due le accuse rivolte alla coppia di comici genovesi: di non fare satira e di proporre una comicità cerchiobottista. Entrambe tali affermazioni sono facilmente riconducibili ad una nota vulgata che, ormai ampiamente diffusa, sminuisce la satira trasformandola in una pratica assolutoria nei confronti dei peccati del pubblico, mascherando il tutto dietro la messinscena della “critica al potere”. Secondo tale vulgata, la satira non si definirebbe in base al modo che il comico avrebbe di affrontare un particolare argomento, o a seconda dei meccanismi che utilizzerebbe, ma dipenderebbe soprattutto dall’oggetto del monologo. Sulla base di una simile impostazione, per essere tale la satira dovrebbe essere “contro il potere”, e specularmente, qualora non si schieri “contro il potere”, allora non è satira. Il primo evidente vantaggio che offre questa semplificazione consiste nel fornire un’assiomatica semplice ed elementare che, in modo molto rassicurante per chi la abbraccia, trasforma un limitato sottoinsieme dei possibili campi che la satira potrebbe coprire nella totalità di essa, privandola di mordente e snaturandola in una sorta di funzione laica nella quale, attraverso la risata, il pubblico partecipa ad un rito collettivo. Infatti, dietro il paravento della critica al potere si assolvono le colpe della collettività attraverso l’individuazione di un numero limitato di capri espiatori.

Onde evitare fraintendimenti, va subito sottolineato che il processo di assoluzione non si svolge attraverso l’esercizio della critica al potere, quanto piuttosto nell’elevazione di tale argomento ad unico oggetto possibile di satira. E tutto questo malgrado sia noto che innumerevoli sono gli esempi di satira che grandi comici hanno dedicato ai più disparati argomenti, a volte reggendo interi spettacoli senza praticamente nominare “il potere”. Facendo una veloce e molto sommaria carrellata di singoli esempi, basta ricordare che George Carlin ha fatto monologhi sui bambini ed i loro genitori iperprotettivi come sull’ecologismo, Bill Hicks ha parlato di fumo e di gay nell’esercito, Billy Connolly ha scherzato sulla masturbazione e Robert Schimmel sulla sessualità, Chris Rock si è messo a dare consigli ai “fratelli neri” su cosa fare per non farsi massacrare di botte dalla polizia, Eddie Izzard ha dedicato spazio ai dentisti come ai metodi di riproduzione, Jerry Seinfeld si sempre concentrato soprattutto sulla quotidianità, e così via fino a dar vita ad un elenco composto da innumerevoli comici ed un numero esponenzialmente maggiore di spettacoli. Invece, di fronte ad una concezione restrittiva come quella in discussione, cioè sulla base dell’idea che la satira per essere tale debba scontrarsi con il potere, si arriverebbe alla conclusione che nessuno degli esempi sopra elencati potrebbe essere definito tale. E più in generale, che dei vasti repertori di questi autori sarebbero da considerare come satirici solo i brani in cui l’oggetto del monologo è il governo o qualche altra istituzione a questo paragonabile per influenza e potere.

In breve, quello che i comici come Carlin e Hicks hanno insegnato è che nella satira moderna non esistono argomenti off limits a prescindere, inclusi quelli che possono mettere a disagio il pubblico. Anzi, la satira può consistere anche nel far sentire al pubblico la pressione sociale che si esplicita nel disagio che si prova nel ridere di qualcosa della quale, secondo le regole della buona società, non si dovrebbe ridere. E al di là delle valutazioni sul risultato ottenuto, questo è quanto hanno fatto Luca e Paolo nelle due esibizioni che maggiormente hanno attirato critiche e polemiche. Nel primo caso, prendendo spunto dalle polemiche innescate dalla loro esibizione canora dedicata perlopiù al capo del governo durante la prima serata, rilanciano con uno sketch durante il quale prima di tutto ripetono sotto una forma differente le stesse cose che avevano detto la prima sera (e che erano state fonte di polemiche), e poi alzano il tiro coinvolgendo altre note figure italiane, all’interno di una cornice che complessivamente si prende gioco di quella satira schierata che invoca libertà ed autonomia per sé, salvo poi indignarsi nei confronti di chi sceglie bersagli differenti. E coloro i quali successivamente hanno reagito obiettando che il loro sketch non era satirico, non hanno capito che invece si trattava di satira proprio su di loro e sulle loro posizioni secondo cui la patente di satirico dovrebbe essere data solo a chi parla dei “potenti” (e di alcuni in particolare).

Ma è con il secondo sketch che il duo comico consuma lo strappo più violento con quella parte di pubblico che, fedele agli insegnamenti luttazziani, ritiene che la satira debba essere “contro il potere”. Seduti ad un tavolo di legno, Luca e Paolo impersonano una coppia di generici italiani che chiacchierano di politica, soffermandosi in particolare, per l’ennesima volta, sugli scandali a sfondo sessuale che vedono coinvolto il premier. Snocciolando una dopo l’altra le ragioni di pubblica indignazione nei confronti di ciò di cui tutti parlano, i due ogni volta si ritrovano d’accordo nell’affermare che poi, in fondo, non si tratterebbe di cose molto differenti da quelle che avrebbero fatto anche loro come molti altri. Trovando ripetutamente giustificazione a tutte le ragioni d’indignazione, Luca e Paolo arrivano alla conclusione secondo cui il premier non avrebbe sbagliato veramente, quanto piuttosto che gli sarebbe “andata di sfiga”. Appare evidente come, ancora una volta nell’arco di pochi giorni, le vicende delle cronache nazionali vengano utilizzate per far ridere il pubblico. Ma anche in questo caso, come in quello precedente, il capo del governo non è l’unico obiettivo: giustificazione dopo giustificazione, quella che viene messa alla berlina è un’indignazione di facciata costantemente alla ricerca di un capro espiatorio attraverso il quale nascondere un malcostume diffuso.

Il comandamento al quale si sarebbero sottratti i due comici genovesi consisterebbe pertanto nel loro essere venuti meno a quella che potrebbe essere definita come la funzione assolutoria del comico. Non circoscrivendo la loro azione al solo potente di turno, ma contestualizzando la vicenda che lo riguarda all’interno di un quadro più ampio che coinvolge in modo generico anche chi ostenta indignazione, secondo l’approccio ortodosso della satira come “critica al potere” avrebbero compiuto una sorta di atto assolutorio mediante il delineamento di una sorta di colpa collettiva, di un retroterra culturale condiviso sul quale si poggerebbe anche la vicenda che da mesi occupa uno spazio dominante nelle cronache nazionali. In realtà, appare evidente che nello sketch di Luca e Paolo non c’è proprio nulla di assolutorio. Il meccanismo è piuttosto semplice: all’enunciazione di un misfatto segue puntualmente, dopo una breve riflessione, la ricerca di eufemismi per parlare dell’accaduto nel momento in cui i due protagonisti si rendono conto che quella loro indignazione potrebbe essere rivolta anche nei confronti di atti che hanno compiuto o che compierebbero. Qui non c’è nessuna ricerca di una giustificazione alle azioni del potente di turno, quanto piuttosto l’esplicito scherno rivolto ad un’ipocrisia diffusa, sempre tanto inflessibile nei confronti degli altri quanto indulgente nei confronti di sé stessa.

Se si osserva la maggior parte degli spettacoli presentati come “satira” in televisione, sarà facile notare come nella larga maggioranza dei casi ad essere oggetto di comicità sono potenti presenti in vari campi (politici, industriali, banchieri, etc.) mentre, nei casi in cui viene tirato in ballo, il popolo viene dipinto come rassegnato, disilluso, disincantato ed impotente. La “critica al potere”, intesa strettamente come critica rivolta a chi detiene una qualche forma di potere, svolge una funzione consolatoria presso il pubblico che, dipinto come lucidamente impotente di fronte alle malefatte di chi occupa posti più elevati nella scala sociale, viene assolto da ogni colpa. Gli spettacoli nei quali l’attenzione è focalizzata pressoché in modo totale sui potenti, sono anche quelli nei quali si solleva il pubblico da qualsiasi responsabilità. (Si tratta di un meccanismo molto simile a quello su cui si fonda la denuncia della presenza di un “regime”: lo scopo della denuncia pubblica del “regime” non consiste tanto nell’attaccare l’avversario, quanto piuttosto nel giustificare l’eventuale assenza di alternative come frutto dell’invadente azione di un ingombrante avversario, in altre parole come impossibilità ad agire e non come inattività da parte di chi da questo si differenzia solo a parole ed in termini di opportunità.) Il comico che occupa la scena ed inanella battute sui potenti senza mai rischiare di urtare la sensibilità di chi lo ascolta è una figura consolatoria che assolve gli astanti da ogni loro colpa, individuando nel potente di turno la radice dei loro mali. In tal senso, Luca e Paolo, scherzando pubblicamente sul fatto che la società non è molto differente da chi occupa i ruoli di comando, su come la doppia morale abbia radici che si estendono ben oltre le pareti delle stanze del potere, sono venuti meno alla loro funzione consolatoria, quella che consiste nell’assolvere il pubblico dai suoi peccati indicando come le responsabilità dei guasti nel paese siano appannaggio di una cerchia ristretta di persone. Chi cercava un’ennesima assoluzione attraverso la pubblica derisione di un capro espiatorio si è trovato davanti qualcuno che invece gli ha fatto notare che probabilmente potrebbero essere molti gli indignati che potrebbero avere qualche peccato da confessare. E all’ombra dell’accusa di non fare satira “contro il potere” si nasconde l’irritazione nei confronti dell’assenza del consueto perdono generalizzato.

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