Archivio maggio 2019

Separati Ma Uguali

Nel 1865, la fine della Guerra di Secessione Americana sancisce l’abolizione della schiavitù in tutto il territorio degli Stati Uniti, ma l’uguaglianza era un obiettivo ancora tutto da conquistare. Basti considerare che risale al 1955, ben 90 anni dopo la fine del conflitto, il famoso episodio che vide Rosa Parks arrestata e incarcerata, solo per non aver ceduto il posto che occupava sull’autobus dove viaggiava al ritorno dal lavoro a un passeggero bianco salito dopo di lei. La schiavitù era stata sostituita dalla segregazione razziale: il corpus di leggi noto come “Jim Crow” stabiliva che bianchi e neri erano “separati ma uguali” (separate but equal), e furono abolite solo nel 1965, a un secolo di distanza dalla fine della guerra civile, non senza l’impegno politico e sociale da parte di figure come il reverendo Martin Luther King. È in questo quadro storico che Margo Jefferson, donna nera proveniente dalla borghesia benestante, scrive una memoria che non è una semplice autobiografia, ma anche una riflessione sul proprio retaggio. A partire dalla scelta di intitolarla “Negroland“, per ricordare nel modo più chiaro possibile che il biasimo che circonda l’impiego della parola-con-la-N per definire gli afroamericani non è un semplice capriccio semantico o una questione di educazione, ma il rimando a una storia tutt’altro che conclusa. Perché quando Jefferson fa riferimento a sé o ai propri antenati col termine “negri” non parla affatto solo del colore della pelle, ma anche delle forme di discriminazione che da questo partono per allargarsi a tal punto a livello sociale da non risparmiare nemmeno il privato. Il titolo del libro non deve trarre in inganno, non si tratta affatto di una scelta contro il politicamente corretto, quanto piuttosto di ricordare tutto il peso violento e discriminatorio che l’impiego di un simile termine può comportare. “Negro” non è semplicemente un modo alternativo di definire neri e afromericani, ma sempre la sua declinazione dispregiativa.

Non è raro imbattersi in critiche rivolte al politicamente corretto mascherate da una non meglio definita irriverenza, come se l’utilizzo di un termine che viene percepito come razzista e offensivo fosse espressione di chissà quale forma di arguzia. Si tratta di critiche che nella grande maggioranza dei casi provengono dalle voci di maschi bianchi e reazionari  e che incontrano il plauso da parte dei loro simili e ammiratori: razzisti accumunati dal fatto che non ammettono di essere tali. Anzi, si potrebbe dire che uno degli indizi che puntano in direzione del razzismo di quanti rivendicano l’equivalenza e intercambiabilità tra termini come “nero” e “negro” è proprio l’indignazione con cui si affannano a negare di essere tali. In pratica, con una puerile strategia retorica passivo-aggressiva, prima scelgono di utilizzare un termine che trasuda becero razzismo, e poi si lamentano scandalizzati se qualcuno replica alla loro libera scelta sottolineandone la matrice razzista. Questi sedicenti provocatori si nascondono dietro una presunta irriverenza nei confronti di quello che definiscono “pensiero unico” del politicamente corretto, ma reagiscono indignati e offesi quando pensano di non essere trattati con il dovuto rispetto. Si presentano come provocatori ma non gradiscono che si risponda a tono alle loro provocazioni: lamentano una non meglio definità volontà occulta di imporre quelle che loro considerano solo opinioni, e non si rendono conto di come il vero piagnisteo sia quello di quanti legano la loro libertà di espressione alla possibilità di umiliare e offendere gli altri chiamandoli “negri”, “froci”, “storpi” o altro senza però accettare di essere insultati a loro volta. In malafede o meno, ignorano che il politicamente corretto non è solo una questione normativa fine a se stessa volta a stabilire cosa sia semanticamente appropriato, come se si trattasse solo di una serie di regole da rispettare per non fare brutte figure negli ambienti perbene. Piuttosto si tratta della elementare forma di rispetto verso il prossimo, quando non della semplice buona educazione, che si esercita rivolgendosi a un interlocutore non utilizzando termini che lui può considerare offensivi o umilianti. Il fatto che due termini indichino lo stesso oggetto non significa che siano anche sinonimi, questo è l’elementare motivo per cui un medico, ad esempio, non si rivolge a un suo paziente con problemi di peso chiamandolo “ciccione” o “grassone”. Voler negare la differenza tra due termini quando uno dei due ha una valenza negativa o dispregiativa, significa prima di tutto voler negare la legittimità della richiesta da parte di una persona, o categoria, di non essere insultata o discriminata.

La storia dei diritti degli afroamericani successiva all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti dimostra appunto come sia mera illsione, quando non malafede negazionista, pensare che l’abolizione di leggi violente e discriminatorie sia sufficiente a sradicare i pregiudizi e le iniquità sulle quali si fondavano, infatti anziché lasciare spazio alla parita sociale ha aperto la strada a una lunga storia di segregazioni. Ad esempio, Jefferson ricorda come l’uomo bianco sudista non fosse in alcun modo disponibile a prendere anche solo in considerazione la possibilità che tra una donna bianca e un uomo di colore potesse esserci una relazione volontaria e libera da costrizioni. Sulla base di simili premesse, era sufficiente scoprire l’esistenza di una relazione per giustificare il linciaggio dell’uomo di colore a partire da un’arbitraria accusa di stupro. E anche quando era noto come tra i due ci fosse una relazione volontaria, i razzisti bianchi potevano sempre giustificarsi sostenendo che se il nero fosse stato al suo posto non gli sarebbe successo niente. Oggi i linciaggi appartengano al passato, ma il razzismo che anima la convinzione secondo cui una relazione tra una bianca e un nero sia qualcosa di innaturale o perversa è tutt’altro che estinto, e non solo per il fatto che a parità di condizioni la violenza su una bianca da parte di un nero ottiene una risonanza mediatica sempre maggiore di quella da parte di un bianco ai danni di una nera. Il rischio tutt’altro che aleatorio a cui va incontro una donna che esprime un’opinione in favore dei diritti delle persone di colore è di essere sommersa di insulti a sfondo sessuale (quando non minacce di stupri o auguri di morte e sofferenze varie), dimostrando non solo che razzismo e sessismo sono vivi e vegeti, ma anche che si accompagnano l’uno all’altro ben volentieri. Per i razzisti, una donna bianca che esprime anche solo opinioni in favore delle persone di colore e dei loro diritti agirebbe in preda a una sorta di costrizione interiore, un’insaziabile fame di sesso che la spingerebbe a cercare appagamento in relazioni che loro considerano perversioni inaccettabili.

Sarebbe comunque sbagliato, oltre che limitato, considerare Negroland nei termini di un atto di accusa nei confronti del razzismo da parte dei bianchi. Il fatto che si tratti di una memoria fa sì che sia prima di tutto un confronto dell’autrice con la sua storia, e in secondo luogo un invito rivolto al lettore, chiunque esso sia, a fare altrettanto con la propria. Non si tratta di un libro di denuncia, perlomeno non in modo diretto, quanto piuttosto di una orgogliosa rivendicazione di successi e conquiste nonostante gli ostacoli e le difficoltà. Anche alla luce del fatto che quando e dove i pregiudizi sono diffusi e radicati in profondità, possono subire la loro influenza anche coloro che cercano di contrastarli, se non perfino coloro che ne sono vittime. Nata e cresciuta nell’ambiente dell’alta borghesia di colore, Margo Jefferson racconta quella parte di società formate da persone troppo diverse per interessi e comportamenti sociali per integrarsi del tutto nelle comunità nere, e allo stesso tempo troppo scure di pelle per essere accettate come pari dai bianchi. A metà strada tra due mondi, distante da entrambi. Da un lato l’attrazione verso il mondo e la cultura dei bianchi, dai quali non riescono a sentirsi del tutto accettate, e dall’altro un analogo rapporto di attrazione e repulsione nei confronti delle realtà nere per questioni di ceto e classe sociale: l’orgoglio per le conquiste sociali si mescola ai sensi di colpa per aver anche solo in parte interiorizzato la visione del mondo della classe dominante ai danni di quelle inferiore.

Se il pregiudizio si nutre di generalizzazioni, il gradino occupato nella scala sociale da una categoria è inversamente proporzionale a quanto può esserne investita: tanto più si colloca in alto, tanto meno rischia di essere vittima di generalizzazioni. A differenza di quanto accade quando si tratta dell’identità di appartenenti alla maggioranza che occupa il gradino più alto, quella di qualsiasi esponenente di una minoranza può finire diluita nel magma indistinto formato dalla categoria sociale di cui è parte. C’è razzismo quando, ad esempio, di fronte a casi di cronaca, se si tratta di bianchi il biasimo e la condanna riguardano solo gli autori del crimine, mentre se si tratta di appartenenti a qualche minoranza le responsabilità personali vengono utilizzate per gettare discredito su interi gruppi e categorie di persone. Ma non ce n’è meno di fronte ai casi di eccellenze che vengono trattate da proverbiali eccezioni e, se possibile, possono generare un astio perfino superiore, proprio perché pone i razzisti di fronte alla vacuità degli argomenti che sono soliti sfruttare per giustificare le loro discriminazioni. Chi si nasconde dietro una presunta ribellione nei confronti del politicamente corretto accusa questo di sfruttare una forma di vittimismo per imporre una certa visione del mondo. E intanto non si rende conto di quanto la puerile cultura vittimista sia proprio quella di chi cerca sempre una qualche minoranza da incolpare, fino ad arrivare alle paradossali accuse che soggetti che si trovano in cima alla scala sociale rivolgono a chi si trova più in basso di essere rappresentanti di una qualche lobby o elite. In fondo, giustificare i pregiudizi accusando coloro che ne sono vittime di essere loro stesse le cause dei loro mali è anche e soprattutto un modo per aprire alla possibilità di incolparle anche dei problemi altrui.

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