Archivio giugno 2018

La Compagnia della Terra Piatta

The Flat Earth Society is meeting here today, singing happy little lies,
And the bright ship Humana is well on its way with grave determination
And no destination
(Bad Religion)

Secondo la definizione, l’ipocrisia è quel tipo di comportamento in cui le parole vengono smentite da fatti di segno opposto: una persona sostiene di avere un certo tipo di idee, principi e valori, ma le sue azioni sono guidate da altri di segno opposto. E nel caso in cui venga messo di fronte alle sue contraddizioni non esita a negare la realtà o a scaricare la colpa su qualcuno o qualcosa. È il razzista che appoggia politiche discriminatorie ma nega di essere contro chi è diverso e pertanto non tollera di essere definito tale. Come l’omofobo che si offende se viene apostrofato con questo termine e nega di essere contro gli omosessuali, anche quando è impegnato contro qualsiasi modalità affettiva che differisca da quell’unica che è disponibile ad accettare. Per l’ipocrita è importante definire se stesso in termini a lui congeniali per evitare che le azioni parlino al posto suo, anche quando così facendo svela la propria vera natura in accordo con la più classica excusatio non petita: esterna il suo amore per la madre o la moglie quando si tratta di sostenere posizioni maschiliste, sottolinea di parlare da padre se le sue azioni possono arrecare sofferenza a dei bambini, dichiara di avere molti amici appartenenti a una minoranza alla quale non intende riconoscere o vuole negare dei diritti, e così via. È un individuo che afferma che per lui cose come l’ordine, la pulizia e il rispetto delle regole sono molto importanti, salvo poi contribuire in prima persona a deturpare il luogo in cui si trova. È anche colui che dopo aver sporcato esibisce la sua vibrante indignazione nei confronti dell’inciviltà altrui, e magari gonfia il petto e punta l’indice verso l’inadeguatezza di quanti avrebbero dovuto attivarsi per impedire il dilagare del degrado. Un profilo che, fuor di metafora, può essere utilizzato per descrivere molti tra coloro che popolano quello spazio che risponde al nome di mondo dell’informazione italiana.

Con una disinvoltura quasi invidiabile, tale da non lasciar intendere se si tratti di menzogna o inconsapevolezza, non è raro che noti e “autorevoli” nomi della carta stampata si lancino in dolenti Mala Tempora Currunt a proposito di come internet avrebbe danneggiato il panorama dell’informazione. Lamentano un appiattimento del sapere verso il basso, dove il consenso si scolla del tutto da meriti e competenze per diventare espressione puramente quantitativa dei “mi piace” che riesce a strappare agli umori di folle attirate con vari espedienti. Lamentano un’atomizzazione dell’informazione per cui notizie anche opposte si confondono a prescindere dall’autorevolezza delle fonti, in un magma indistinto dove analisi e verifica sono opzioni trascurabili rispetto alla ricerca di visibilità. A volte arrivano perfino a lamentare la crescente e dilagante violenza verbale, l’intolleranza e il bullismo (cyber e non), di quanti con logiche da branco si accaniscono contro singole persone o interi gruppi. Il tutto come se all’interno della categoria alla quale appartengono non siano stati in molti ad aver ricoperto un ruolo di primo piano in questa discesa libera verso l’abbrutimento. Proprio come quei padroni che fanno finta di non vedere mentre i loro cani sporcano le strade per poi disinvolti riprendere la loro passeggiata senza pulire lo schifo che si sono lasciati alle spalle, si guardano attorno con severo sguardo inquisitore alla ricerca di responsabili ai quali imputare la responsabilità del degrado dilagante. Un esempio fra tanti: i grandi organi di stampa hanno rilanciato per mesi la bufala della Blue Whale con editoriali sensazionalistici, titoli in prima pagina e servizi televisivi, e questo nonostante in molti si siano mobilitati fin dalla prima diffusione della presunta notizia per argomentarne l’infondatezza, quando non per per dimostrarne la falsità. Hanno smesso di parlarne solo quando la natura farlocca della notizia non poteva più essere messa in dubbio e l’effetto scandalo era svanito, limitandosi a fare finta di niente come se nulla fosse mai accaduto. Come il padrone che si lascia alle spalle il marciapiede dove il suo cane ha sporcato, appunto. Ecco allora che per rimettere le cose in prospettiva, senza false nostalgie rivolte a bei-tempi-che-furono che mai furono, vale la pena di tornare con la memoria a qualche anno indietro, a prima che la comunicazione social 2.0 assumesse un ruolo centrale nella cultura mainstream.

Nell’intervallo di tempo che separa gli albori di internet dal presente, da un passato quasi remoto in cui l’accesso alla rete era appannaggio di un’élite di nerd e smanettoni a un presente in cui con uno smartphone anche i bambini in età prescolare riescono a improvvisare interazioni col mondo virtuale, c’è stato un periodo intermedio in cui gli scambi tra utenti si distribuivano su molteplici piattaforme, e non all’interno di grossi contenitori. Si trattava perlopiù di blog e forum. Chi era interessato a discutere di qualcosa che lo appassionava doveva cercare gli spazi in linea con i suoi gusti e i suoi interessi: il forum dove si parlava di un certo tipo di musica, piuttosto che il blog dove si discuteva di politica o di attualità, o di un certo tipo di cinema, o di letteratura, e così via. Per chi ancora non frequentava la rete, sgombriamo subito il tavolo da qualsiasi idealizzazione: porcherie e bestialità c’erano anche allora. (C’erano blog complottisti che si proponevano di offrire giustificazioni al più becero antisemitismo, c’erano forum razzisti e omofobi, c’erano siti che propagandavano tesi negazioniste, e così via.) Ma la differenza strutturale sta nel fatto che la stragrande maggioranza di questi luoghi virtuali venivano creati per interesse e passione, e gestiti da persone che non ci guadagnavano nulla più di una loro soddisfazione. Motivo per cui per la maggior parte degli amministratori li curavano come fossero giardini personali, e pertanto si avvalevano di regole di condivisione e partecipazione finalizzate a evitare che un accesso libero e sregolato potesse ridurle in porcilaie.

Saltando avanti nel tempo e spostando l’attenzione sulla progressiva diffusione online delle testate giornalistiche professionali, si può osservare come molti dei principi validi all’interno dei vecchi forum siano stati messi subito da parte. Dal momento che le entrate economiche sono proporzionali alle visualizzazioni, aprire gli articoli ai commenti dei lettori significa aumentare le visite. Così come moderarli, cancellarli, o addirittura bannare i loro autori perché violenti e maleducati significa ridurle. Schierarsi in favore di un ambiente civile e controllato piuttosto che di una grande piazza affollata significa rinunciare a possibili guadagni. In pratica, a partire dai grandi quotidiani fino ad arrivare alle realtà più piccole, per questo motivo più o meno tutti hanno lasciato che i loro spazi fossero inondati da commenti di ogni tipo, intervenendo solo nei casi più estremi e indifendibili, cioè quelli in cui si potevano delineare rischi di natura legale (quindi multe e sanzioni), e presentando questa politica editoriale come apertura nei confronti del dibattito tra le più diverse opinioni. Inoltre, con il diffondersi dei social network, le maglie di questa linea di condotta si sono allentate ancora di più per meglio sfruttare gli spazi dove, in ragione della facilità di accesso ai commenti, i discorsi violenti e fuori contesto si sono moltiplicati in misura esponenziale. Scivolando con lo sguardo sulle opinioni dei lettori in calce agli articoli, spesso autentiche gallerie degli orrori dove i pregiudizi si declinano attraverso le più svariate forme di sgrammaticature mentre il risentimento si affanna alla ricerca di vestiti presentabili, si può osservare come una buona metà di quello che si può leggere non avrebbe mai passato le maglie di una moderazione ordinaria su un vecchio forum. Una cifra che può tranquillamente superare i tre quarti, se vista alla luce di forme di moderazione più severe e attente. Sia chiaro che non v’è nulla di illegale nella scelta di preferire la quantità alla qualità, le entrate economiche al valore dei contenuti. L’ipocrisia sorge però nel momento in cui, dopo aver portato avanti queste politiche editoriali per anni, si guardano attorno alla ricerca di capri espiatori da incolpare per lo schifo che hanno lasciato entrare da ogni apertura. A volte nascondondesi dietro una scelta di non “censurare” i commenti che mistifica il senso stesso della libertà di espressione, trasformando il sacrosanto diritto ad avere ed esprimere opinioni senza andare incontro a problemi e persecuzioni, in una sorta di obbligo a lasciare che chiunque possa sfruttare qualsiasi spazio desideri per propagandare indisturbato tutto quello che gli pare.

(I Valori della Resistenza) Una Parentesi Aperta

Pseudo-morals work real well
On the talk-shows for the weak
(Marilyn Manson)

Come già scritto altrove, ostinarsi a ribattere punto su punto all’interno del campo polemico definito dall’avversario non sembra essere una linea vincente. Soprattutto quando buona parte della linea politica di questo è proprio votata a provocare e a spruzzare abnormità propagandistiche a getto continuo. E soprattutto in un contesto in cui proprio coloro che per professione dovrebbero verificare e analizzare le notizie che diffondono preferiscono limitarsi a cavalcare la dichiarazione a effetto fornita dal demagogo di turno. Non ha senso rispondere, o anche solo interfacciarsi, con chi non ha alcun interesse a portare avanti un confronto che non solo non si presenta come fruttuoso o razionale, ma nemmeno rispettoso di un’onestà intellettuale ai limiti della minima decenza. Tanto meno ha senso farlo in quei contesti in cui è possibile diffondere messaggi d’odio a condizione di farlo senza esagerare col turpiloquio. Vale la pena di essere chiari entrando nell’attualità. Il significato di termini come “pacchia” e “crociera” è semplice e comprensibile anche a chi ancora oggi fatica a scrivere il proprio nome. Chiunque accetti la reductio in questi termini delle vicende di chi affronta pestaggi, detenzioni e, nel caso delle donne, violenze e stupri, per poi rischiare la vita in mare nella sola speranza di un’esistenza migliore, va considerato, fino a prova contraria, in evidente malafede, e pertanto non può essergli riconosciuto lo status di interlocutore. Per sua scelta. Nel momento in qualcuno muove a partire da simili premesse, il contesto discorsivo è distorto a un punto tale che qualsiasi argomento volto a contestare la presunta esperienza “crocieristica” di questi viaggi è superfluo e inutile. Persino il citare i naufragi e i disastri umanitari, i morti recuperati e i corpi condannati a rimanere dispersi, non riesce ad andare oltre uno sterile esercizio retorico che naufraga nel proverbiale parlare ai sordi. Definire anche solo una volta in termini di “pacchia” l’esistenza di coloro che vivono in baraccopoli fatiscenti, sfruttati da padroni e caporali, esprime quello stesso tipo di beffardo disprezzo che in modo analogo campeggiava all’ingresso dei campi di lavoro nella scritta Arbeit Macht Frei (“il lavoro rende liberi”). E riportare dichiarazioni simili come se non fossero altro che normali espressioni, solo articolate in un linguaggio un po’ più colorito del consueto, non è più semplice cronaca: è collaborazionismo.

Ma non è solo una questione contenutistica (qualitativa), il problema assume connotati ancora più ingestibili sul piano numerico (quantitativo). Nel momento in cui le offese e le provocazioni vengono accolte indisturbate nel mondo dell’informazione e poi lasciate libere di accavallarsi a un ritmo incalzante, pensare di replicare a tutte vuol dire votarsi a un’occupazione a tempo pieno. Significa lasciarsi imbrigliare in un modo molto semplice di dettare il ritmo all’agenda politica, talmente elementare da risultare simile a quello che fa il bambino geloso che strilla in continuazione per evitare che la mamma possa dedicare la sua attenzione ad altro. Mantenendo l’attenzione mediatica su di sé crea l’illusione di un’attività a tempo pieno, e allo stesso tempo evita di lasciare spazi nel dibattito pubblico che potrebbero essere occupati da argomenti che non può o non vuole affrontare. In ogni caso, mantenendo l’opposizione impegnata in una polemica senza fine, il demagogo ottiene il risultato di impedirle di concentrare le sue forze sulla costruzione di una narrazione alternativa. Senza considerare che in questa asta morale giocata sempre al ribasso, come in un mercato delle vacche dove si svendono principi e valori in cambio di spazi televisivi, la prefigurazione di scenari aberranti può anche avere lo scopo di spostare i limiti in funzione dei reali obiettivi che si vogliono raggiungere. Annunciare di avere l’intenzione di fare una cosa orribile per preparare il campo a quella che si vuole fare davvero, molto simile ma un po’ meno orribile.

Tutto ciò non vuol dire che non si dovrebbe prestare attenzione ai proclami e alle provocazioni, quanto piuttosto che non dovrebbe essere l’attività principale. E che in ogni caso potrebbe essere il caso di sottrarsi alla tentazione di rispondere sempre e ovunque. Di fronte a una dilagante retorica razzista e sovranista va bene smascherarne la natura fascista o peggio, soprattutto quando questa ricorre a una sfacciata ipocrisia per camuffarla. Ma serve anche una proposta alternativa, che possa essere economica e sociale oltre che culturale e ideologica. La vittoria della Resistenza sul fascismo non fu solo frutto di un’opposizione militante, fu anche e soprattutto una vittoria di principi e ideali. Questo è il motivo per cui si parla di “Valori della Resistenza”: la fusione di almeno tre grandi tradizioni (quella liberale, quella socialista-comunista e quella cattolica) unite dall’obiettivo comune di dare vita a una società nuova, libera e democratica. Oggi, di fronte a forme di propaganda fascistoidi rinnovate nei temi e nelle modalità comunicative, si assiste a una resistenza che continua ad assolvere al suo compito a livello di comunità: opponendo la complessità del ragionamento e dell’argomentazione alle semplificazione della comunicazione per slogan e sfottò, oppure esibendo immagini e fotografie di disperati per restituire un Volto a quell’Altro che la propaganda tende a disumanizzare nei termini di una minacciosa oscurità indistinta, e così via. Ma queste azioni non possono essere fatte ovunque e comunque, soprattutto dal momento che ogni opposizione è per definizione una minoranza. Diventa quindi fondamentale la scelta degli spazi in cui farlo. Anche tenendo ben presente che le fila di chi fa politica agitando spauracchi e inventando falsi problemi, in nome di rivoluzioni gattopardesche che non vogliono cambiare nulla, sono ingrossate da quanti diffondono dichiarazioni e notizie senza verificarne la verità o la fondatezza. Se, ad esempio, la redazione di un quotidiano sceglie di abdicare alla sua funzione di mezzo d’informazione per trasformarsi in cassa di risonanza di chi lo usa per raggiungere il maggior numero di persone possibile, la cosa migliore da fare potrebbe essere rispettarne la scelta e abbandonarla alla compagnia del coro che ha scelto di accompagnare. Prendere atto del banale fatto che nei luoghi dove si lascia spazio all’inciviltà, è la civiltà a non essere la benvenuta.

Rispondere a chi non ha nessuna intenzione di ascoltare è un puro spreco di tempo, oltre che di energie che potrebbero essere impiegate in altre attività. Come ricostruire il tessuto di una sinistra che da anni è oggetto di attacchi mistificatori da parte di avversari e, soprattutto, di falsi amici. Contro quanti citano due versi di Pasolini, sempre gli stessi, isolati dalla sua vasta opera letteraria e cinematografica, per restituire l’immagine di un sostenitore dei questurini, ad esempio. Contro i bigotti che si scoprono favorevoli all’autodeterminazione e alla libertà di scelta solo quando si tratta di trovare un modo per rimettere in regola lo sfruttamento della schiavitù sessuale. E in generale contro tutti quegli “intellettuali” che si presentano in pubblico indossando divise dell’esercito della Reazione sopra le quali hanno cucito il logo “marxista”, che si mostrano aperti e tolleranti quando si tratta di dialogare con le destre quanto duri e intransigenti contro le istanze di sinistra, che dicono di essere contro lo sfruttamento ma non si lasciano mai scappare una parola contro gli sfruttatori mentre attaccano senza sosta gli sfruttati e quanti si adoperano per aiutarli, che si adoperano ogni giorno per giustificare le repressioni e ingraziarsi chi le ordina insieme a chi le condivide e sostiene.

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Piccole Guerre Senza Parole

Attenzione Spoiler. Se non volete anticipazioni o rivelazioni, interrompete subito la lettura.

Come già scritto nell’articolo sulla prima serie, il passaggio di 13 Reasons Why dalla carta stampata all’immagine in movimento è stato realizzato attraverso un ridimensionamento della figura di Hannah Baker, da unica e incontrastata voce narrante a motore di una vicenda corale di ben più ampio respiro. È una scelta che viene portata avanti in modo ancora più sistematico nella seconda serie, attraverso la moltiplicazione delle trame e un ancora più marcato decentramento dei punti di vista. In termini quantitativi, Hannah continua a occupare molto spazio all’interno della narrazione, nelle ricostruzioni processuali come nelle menti dei protagonisti, ma il suo ruolo cambia: sempre meno ricordo e sempre più trauma. A voler tracciare un parallelo con una storia di guerra, si potrebbe dire che mentre la prima serie raccontava le vicende di una squadra di soldati al fronte, la seconda si concentra sul loro ritorno a casa: violenze e conflitti continuano a ricoprire un ruolo centrale, ma nella forma di ferite e cicatrici. Il tutto mentre il vuoto lasciato da una Hannah rivista e ricontestualizzata finisce con l’essere colmato, suo malgrado, dal personaggio Tyler Down, vero protagonista nell’ereditarne l’isolamento e le umiliazioni, declinandole al maschile in un clima di (a volte) involontaria complicità generalizzata.

Il parallelo con la guerra non è casuale. In pratica tutti i principali protagonisti della seconda stagione mostrano seri sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD): Jessica Davis, vittima di stupro, ha crisi di panico e dorme sul pavimento della sua stanza come un reduce che non riesce a riadattarsi alla comodità del suo letto; il suo ex-ragazzo, Justin Foley, come un veterano solo e abbandonato diventa un eroinomane che vive per strada; Alex Standall, sopravvisuto a un tentativo di suicidio, affianca ai danni psicologici disabilità fisiche abbastanza estese da renderlo un invalido. Non sono da meno Clay Jensen,  che si rivela vittima di allucinazioni audiovisive riconducibili alla rappresentazione di una patologia che presenta i sintomi di uno stato schizofrenico, e Kevin Porter, il consigliere studentesco dilaniato dai sensi di colpa per le responsabilità che imputa alle sue omissioni come alla tardiva comprensione del fatto che l’istituzione al servizio della quale aveva messo la sua persona non si faceva alcun problema a tradire, per opportunità o convenienza, quegli ideali che si era illuso di servire. E infine c’è proprio Tyler Down, quello per cui non solo la guerra non è finita, ma come per Hannah prima di lui rappresenta una realtà quotidiana fatta di dolore e umiliazioni che si trova a fronteggiare in solitudine.

Nella parentesi dedicata alla vicenda della Columbine High School veniva sottolineato come le parole che Tyler pronuncia nel corso delle indagini sulla diffusione nel bullismo nella sua scuola nel primo finale di stagione (“I get shit every day“) fossero molto simili a quelle che uno dei due attentatori della scuola in Colorado aveva registrato in un video rivolgendosi ai suoi aguzzini (“You’ve been giving us shit for years“). Ma se in quel caso isolato era possibile pensare che potesse trattarsi di una mera coincidenza, il finale della seconda stagione elimina ogni dubbio: armato fino ai dentio e pronto a irrompere nella sede del ballo scolastico, Tyler si rivolge a Clay dicendogli di andare via e tornarsene a casa con le stesse identiche parole che Brooks Brown ricorda avergli detto Eric Harris incontrato nel parcheggio della Columbine pochi minuti prima dell’inizio del massacro (“Get out of here. Go home.”). È la premessa di quel gesto estremo che declina al maschile il finale di una vicenda fino a quel momento identica a quella di Hannah. Entrambi erano emarginati a causa delle loro reputazioni, lei quella di puttana della scuola, lui di sfigato pervertito; entrambi sono scivolati talmente in basso nella scala sociale da sentirsi inferiori persino agli altri perdenti; entrambi avevano partecipato ad atti di bullismo nei confronti di altri, lui nei confronti di Hannah stessa e lei ai danni di una ragazza nella sua scuola precedente, mescolando il rimorso di chi è consapevole delle proprie colpe con la vergogna della vittima. E soprattutto, entrambi sono stati vittime di violenze sessuali: lei stuprata da Bryce Walker nella vasca idromassaggio, lui da alcuni amici di quest’ultimo con un bastone di scopa nel bagno della scuola.

Se Hannah Baker è un volto che viene dato alle statistiche statunitensi che contano le ragazze suicidatesi in seguito ad atti di bullismo, molestie e violenze sessuali, Tyler Down determinato a irrompere nel ballo studentesco per fare una strage è un chiaro riferimento alle molteplici cronache di stragi nelle scuole, proprio come quella che ha avuto luogo presso la Santa Fe High School a Houston in Texas il giorno stesso in cui avrebbe dovuto aver luogo la premiere della seconda stagione della serie (per questo motivo poi annullata da Netflix). La scelta di bloccare all’ultimo momento l’esecuzione della strage attraverso un espediente sfacciatamente irrealistico, cioè affidando a Clay l’improbabile ruolo di deus ex machina che con poche frasi banali riesce a fermare la mano di un soggetto armato, in pieno crollo psicotico e ben oltre il punto di rottura, è un modo per ricordare che nella realtà fatti analoghi non hanno mai un lieto fine. Ma allo stesso tempo è anche un modo per proteggere i contenuti della storia da polemiche stupide e pretestuose. Non è difficile immaginare i cori accusatori a base di “giustificazione della violenza” e simili qualora la produzione avesse scelto di permettere a Tyler di andare fino in fondo col suo piano, in modo analogo a quanto accaduto con la prima stagione, accusata di “estetizzare il suicidio” e di rappresentare una pericolosa fonte di possibili fenomeni di emulazione. Polemiche che la stessa serie rispedisce ai mittenti rappresentandone la natura ipocrita attraverso la scelta da parte della scuola di vietare e punire qualsiasi discorso relativo al suicidio, mentre allo stesso tempo non fa nulla per intervenire sulle possibili cause di disagio e si attiva per allontanare il consigliere studentesco nel momento in cui questo fa capire di non voler più accettare uno stato di cose che non condivide.

Terreni di Caccia e Conflitti di Classe

Dove ci sono vittime, ci sono anche carnefici. E in questo caso si tratta di Bryce Walker, l’atletico e popolare rampollo di una famiglia ricca, influente e facoltosa, in grado di fare pressioni affinché il figlio possa godere del maggior grado di impunità possibile. E anche in questo caso la serie sembra muoversi in direzione dell’attualità attraverso allusioni a controversi fatti di cronaca. La condanna di Bryce a soli tre mesi con la condizionale per lo stupro di Jessica pare alludere al caso di Brock Turner, un atleta universitario riconosciuto colpevole di aver abusato di una donna in stato di incoscienza e per questo condannato a sei mesi di detenzione, con la possibilità di essere rilasciato per buona condotta dopo soli tre mesi. Messa a confronto con altre sentenze in casi ritenuti analoghi pronunciate all’indirizzo di imputati latini o afroamericani, la differenza appare lampante: nel caso di questi ultimi le durate delle condanne da scontare sono espresse in anni, non in mesi. In particolare, la storia del ricco e bianco Turner è stata messa a confronto con quella di Brian Banks, un giovane di colore che si stava mettendo in mostra nel ruolo di linebacker nella squadra di football americano del liceo e che, accusato di stupro da una compagna di classe, aveva accettato di dichiararsi colpevole e scontare una pena pari a cinque anni di prigione più altri cinque di libertà vigilata per non affrontare il rischio concreto di una condanna all’ergastolo. Un contrasto reso ancora più stridente dal fatto che anni dopo, quando riuscì a incontrare di persona e registrare di nascosto la sua accusatrice mentre ammetteva di aver inventato la storia con il solo scopo di ottenere un risarcimento milionario da parte dell’istituto scolastico, la sua sentenza fu ribaltata e ristabilita la sua innocenza.

Sebbene non ci sia motivo per mettere da parte la questione razziale, anche alla luce degli episodi in cui esponenti delle forze dell’ordine si sono resi protagonisti della morte di cittadini disarmati appartenenti a minoranze etniche e in particolare afroamericane, questa potrebbe non essere la sola chiave di lettura. E talvolta nemmeno la principale. Infatti il fattore razziale può avere un ruolo nello spiegare come sia possibile che a un adolescente di colore che accetta un patteggiamento venga inflitta una pena 10 volte superiore a quella di un nuotatore universitario bianco che, nonostante i gravi indizi di colpevolezza, viene condannato al termine di un processo, soprattutto se si considera che in questo caso l’imputato non ha mai mostrato segni di pentimento o di ammissione di responsabilità, e che al contrario si è difeso cercando ora di colpevolizzare la vittima, ora di giustificarsi puntando il dito contro i comportamenti ad alto rischio e la cultura dei party nei campus universitari. Ma ampliando il campo, la sola questione razziale considerata non riesce a spiegare quel meccanismo denunciato da Kirby Dick e Amy Ziering nel documentario The Hunting Ground, a proposito delle aggressioni sessuali nei campus universitari e dell’ampia impunità di cui godono i predatori, non senza complicità da parte delle direzioni e delle amministrazioni. Anche nei casi di aggressori non bianchi, non solo le istituzioni non si muovono in favore delle vittime, ma al contrario agiscono con lo scopo di dissuaderle dal muovere accuse, ora colpevolizzando loro e i loro comportamenti (victim blaming), ora insinuando la possibilità che possano essersi inventate le accuse per qualche motivo.

Nonostante le statistiche relative alle false accuse di violenza sessuale tendano a oscillare tra il 2% e l’8% rispetto all’insieme generale dei crimini denunciati, nell’ambito dei college universitari una cifra inferiore all’1% è quella delle segnalazioni alle quali viene dato seguito. In altre parole, oltre il 99% delle aggressioni sessuali segnalate alle autorità del campus sono archiviate senza essere prese in considerazione. Inoltre, secondo quanto affermato dalle associazioni impegnate nel contrasto a questo fenomeno epidemico e nel supporto alle vittime di violenza, nei campus gli atleti rappresentano meno del 4% del corpo studentesco ma sono considerati responsabili di circa un quinto delle violenze. In breve, meno del 4% degli studenti universitari possono essere considerati responsabili del 20% dei crimini a sfondo sessuale, e oltre il 99% di questi rimangono del tutto impuniti, a prescindere dal colore della pelle come dell’eventuale minoranza cui possono appartenere.

Non si tratta solo di una questione di ricchezza, ma anche di classe, di integrazione sociale e di possibilità di rappresentare una risorsa o una fonte di arricchimento per qualcun altro: dato l’elevato ritorno economico, anche in termini di immagine, le amministrazioni non sembrano prestare particolare attenzione alla razza dei giocatori delle proprie squadre di basket o football o altro. La questione di classe non sostituisce quella razziale e non la ridimensione, al contrario può affiancarla contribuendo ad ampliare un divario già esistente. Il fatto che i crimini compiuti da latini e afroamericani vengano puniti con maggiore severità perché i loro autori occupano i gradini più bassi della scala sociale, e pertanto si trovano a fronteggiare una forma di repressione più intransigente, non significa che non esiste una questione razziale. Al contrario, se alcuni dati individuano un trattamento peggiore riservato alle fasce basse della società e altri tracciano collegamenti tra razza e repressione, ne deriva che i due insiemi tendono a intrecciarsi in profondità: il classismo può amplificare il razzismo tanto quanto il razzismo può occupare un ruolo centrale nella repressione di classe. Accade così che alla fine del processo in 13 Reasons Why per lo stupro di Jessica Davis, la figlia meticcia di un pilota dell’esercito, il bianco e facoltoso Bryce Walker viene condannato a tre mesi con la condizionale mentre il suo ex-amico Justin Foley, proveniente da un ambiente sociale assimilabile alla white trash, si trova a scontare una condanna doppia rispetto allo stupratore vero e proprio, e questo solo per essersi autoaccusato rivelando ciò di cui era a conoscenza al fine di denunciare il crimine subito dalla sua ex-ragazza.

Ed è proprio a questo punto che emerge la natura intimamente linguistica del problema: il fatto che scontri e ingiustizie vengano ricondotte all’interno del contesto delle discriminazioni razziali non dipende solo dalla tutt’altro che remota o trascurabile storia della segregazione a stelle e strisce, ma anche da decenni di feroce e intransigente propaganda antimarxista. Come può una qualunque società diventare consapevole dei conflitti di classe che la attraversano dopo aver passato decenni a etichettare come “anti-americano” qualsiasi termine o forma discorsiva che possa anche solo apparire riconducibile a una non meglio precisata ideologia marxista o socialista? Gli anni del maccartismo e della Paura Rossa sono finiti da decenni, ma il cosiddetto anticomunismo è riuscito a sopravvivere a eventi come il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica, e ancora oggi non incontra problemi nel tacciare di anti-americanismo chiunque prenda in considerazione possibili questioni relative a una maggiore equità sociale. Appare quindi chiaro che è pressoché impossibile affrontare un problema quando non è possibile utilizzare le parole che servirebbero a esporlo. Tyler e gli altri alunni della Liberty High School vittime di violenze non hanno la possibilità di chiedere con più forza equità e tutele a partire da vicende drammatiche come quelle di Hannah Baker per il semplice fatto che non possono parlarne.

Questo è il motivo per cui i razzisti rifiutano di essere definiti tali, e lo ribadiscono con tanta più forza quanto più marcato è il razzismo al quale danno voce. Come è il motivo per cui gli omofobi affermano di non essere tali anche mentre si mobilitano contro gli omosessuali e i loro diritti. Ed è anche il motivo per cui in un clima in cui la censura linguistica è il primo e più importante strumento di repressione a disposizione dello status quo, chiamare le cose con il loro nome non è più solo una semplice forma di correttezza ma diventa un atto di sovversione. Non a caso, anche dopo la diffusione delle cassette di Hannah via internet, gli unici a etichettare pubblicamente Bryce come stupratore, anche ricorrendo ad atti di vandalismo, sono Tyler e Cyrus, due emarginati che nell’indifferenza generale puntano il dito in direzione dei carnefici mentre la maggioranza rimane in silenzio, perlomeno quando non usa le parole per schierarsi dalla parte dei più forti attaccando la vittima. Perché è vero che la Legge si presenta come uguale per tutti, ma se qualcuno ha le risorse economiche e sociali per amplificare il volume delle sue parole, coprendo quelle delle controparti e arrivando a una platea più ampia, è assai probabile che per lui possa essere un po’ più uguale rispetto a quanto lo è per gli altri.

 

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La Miserabile Violenza Della Meschinità

La scritta “Prova A Dirmelo Guardandomi Negli Occhi” emerge a grandi caratteri rossi su sfondo bianco sotto il nome dell’autrice. Niente immagini, niente sfondi colorati e niente volti, per un titolo che potrebbe anche suonare come una sfida, ma che fin dalla prime pagine si rivela essere un invito, un’esortazione a ricordare che dietro i profili social, siano essi di persone famose o meno, ci sono vite private. Una banalità, quella secondo cui dietro i post e gli status ci sono storie vere, ma solo in apparenza. E soprattutto tale finché si rimane confinati all’interno di una solida Torre d’Avorio eretta sulla base di belle parole e principi altisonanti. Perché la realtà quotidiana invece lavora senza sosta per dimostrare l’esatto opposto. Nei fatti, solo la stucchevole retorica a base di malafede e analfabetismo su vari livelli, quella che giustifica simili episodi minimizzandoli, può continuare a ignorare come la violenza dilagante in rete si fondi su una volontà di non riconoscere l’umanità altrui, di singole persone come di interi gruppi sociali. Francesca Barra racconta tutto questo a partire dalla sua dolorosa esperienza in prima persona, come moglie, come madre e come donna, che l’ha vista oggetto di attacchi diretti, di insulti e minacce, a lei e ai suoi cari, da parte di perfetti sconosciuti che da un giorno all’altro hanno deciso che era loro prerogativa dedicare una parte della loro quotidianità allo scopo di offenderla e ferirla. Un’esperienza raccontata con tutta l’amarezza che può derivare dalla lucida consapevolezza di essere stata il bersaglio di un’ondata di crudeltà gratuita che non può trovare giustificazioni razionali, ma che allo stesso tempo non indugia nell’autocommiserazione. Anzi, al contrario, rinuncia a dettagliare la sua storia per condividere con altre persone questa occasione di ridefinizione narrativa, offrendo anche ad altri uno spazio dove riappropriarsi delle loro storie raccontando le violenze subite in prima persona come quelle ai danni di loro cari rimasti schiacciati sotto il peso della valanga persecutoria.

Il quadro che si conferma sullo sfondo è avvilente, forse anche ben oltre le intenzioni dell’autrice. Una moltitudine di soggetti che oscillano tra il narcisismo sociopatico e la deficienza emotiva, incapaci di comprendere l’esistenza di linee di demarcazione che separano la possibilità dal diritto, e che con insensibile crudeltà puerile non ritengono possa esserci qualcosa di male nel fare alla vittima di turno tutto ciò che non viene loro espressamente vietato, o per cui non prevedono una punizione. Anzi, dotati di moderni strumenti tecnologici, anche se non di altrettanto potenti mezzi culturali e intellettuali (e spesso nemmeno di rudimenti semantici o basi grammaticali), si giustificano sulla base dei valori e dei principi che ritengono più convenienti, come se rispondessero alla chiamata di un’autorità superiore, in una sorta di impersonale esperimento di Milgram su vasta scala. E non riescono a comprendere come il loro comportamento non sia affatto diverso, per esempio, da quello dell’uomo che ritiene un suo diritto picchiare e tormentare la moglie per il semplice fatto che questa può non avere modo di opporre resistenza o ribellarsi. Con devota dedizione si dedicano a insudiciare ciò che incontrano sulla loro strada, se questo può procurare loro un qualche tipo di piacere o soddisfazione. Un po’ come quei pervertiti che approfittano dei mezzi affollati per strusciarsi sulle donne e reagiscono indispettiti se qualcuna protesta, magari strillando indignati di essere stati spinti dalla ressa o invitando la malcapitata di turno a usare altri mezzi di trasporto.  Oppure come può fare un ragazzino che esce di casa con una bomboletta spray convinto che disegnare cazzi sui muri di casa altrui sia una sua legittima forma di espressione.

Che si tratti di qualche gruppo sociale di cui si sente parte o al quale si sente affine, oppure che si tratti di qualche principio o valore brandito come una clava da abbattere su chiunque sia percepito come oppositore o anche solo dissenziente, l’hater ha sempre una scusa pronta per giustificare o motivare la propria ostilità. Un modus operandi ormai tutt’altro che originale che pone al centro delle proprie affermazioni il diritto ad avere un’opinione su qualsiasi cosa e a poterla esprimere liberamente. E che in modo altrettanto scontato finisce con prostrate dichiarazioni di scuse e patetici tentativi di ridimensionamento e ricontestualizzazione delle affermazioni fatte qualora l’enormità di qualche sua bestialità arrivi a inviare uomini in divisa alla porta di casa per presentare il conto in termini legali. L’ennesima conferma della natura vile e codarda del bullismo. Perché il bullo è quello che usa la forza del suo branco per tormentare le proprie vittime e le attacca ancora di più se queste cercano aiuto a loro volta per rompere l’isolamento in cui si trovano. Ma soprattutto è quello che, dopo aver umiliato chi si è mostrato intenzionato a chiedere aiuto, non esita a rivolgersi a una qualche autorità qualora il suo tentativo di sopraffazione gli si ritorca contro. E in modo speculare in rete il bullo è quello che prima si appella alla libertà di espressione per scrivere tutto ciò che gli pare e poi invoca la censura e la rimozione di ciò che può sfiorarlo. Come quando fa la voce grossa contro il politicamente corretto quando si tratta di mancare di rispetto agli altri, salvo poi frignare e lamentarsi della maleducazione se a essere oggetto di offese e insulti è la sua persona.

Senza entrare nel merito di quali possano essere i comportamenti che le vittime dovrebbero tenere di fronte agli attacchi personali e alle campagne d’odio (ignorare, denunciare o altro ancora), e tralasciando anche eventuali riflessioni sul quadro normativo vigente o sull’adeguatezza o meno degli strumenti legali che queste hanno a disposizione per contrastare la valanghe di fango che cercano di sommergerle, può essere opportuno soffermarsi su quegli aspetti positivi della rete – come la libertà di espressione, appunto – che gli hater pervertono a loro vantaggio. (Un po’ come fanno gli omofobi che sfruttano valori e principi come quelli relativi ai diritti dell’infanzia per giustificare le loro campagne a base di odio, razzismo e discriminazioni.) E magari anche accettare il fatto che, al di là di tutta la retorica ideale sull’importanza e la ricchezza del confronto con chi la pensa diversamente, la quotidianità è impietosa testimone dell’inutilità, quando non della dannosità, della stragrande maggioranza delle discussioni che intasano internet.

Anche andando con la memoria ai primi anni di svolta in direzione social da parte della rete, quando le piattaforme come Facebook, Twitter o Instagram non esistevano ancora o avevano scarsissima diffusione, quando i confronti avvenivano perlopiù nei thread all’interno dei forum o sulle piattaforme di blogging, o anche prima, risulta davvero difficile recuperare il ricordo di discussioni che si siano concluse con l’accettazione della ragione altrui (e l’ammissione del proprio torto). Proprio come avviene in qualsiasi talk-show televisivo, due o più fazioni si scontrano fino al momento dei titoli di coda senza che nessuno metta mai in discussione le proprie posizioni. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in verità nessuno mostra mai alcun interesse anche solo nell’ascoltare le ragioni altrui: il cosiddetto “contraddittorio” non è altro che una finzione per offrire una cornice narrativa dinamica all’alternarsi di due o più monologhi. E lo stesso accade in rete, dato che i commenti seguono un fine analogo: esporre le proprie ragioni col solo obiettivo di negare quelle altrui. Non allo scopo di verificare la solidità delle proprie opinioni, ma solo per allargare acriticamente il consenso attorno alle proprie.

Razzisti, fascisti, omofobi, complottisti, odiatori seriali e chi più ne ha più ne metta, tutti si appellano al sacrosanto diritto di avere un’opinione e poterla esprimere liberamente, anche e soprattutto quando il loro fine è negare ai loro bersagli la possibilità di godere dei loro stessi diritti. Nessun confronto, ma pura e semplice volontà di privare gli altri di qualcosa che loro hanno e a cui mai rinuncerebbero. E all’interno di questo disegno tutto ciò che consente di ampliare la platea alla quale si rivolgono gioca a loro favore. Si sente spesso dire che è necessario controbattere punto per punto per evitare che i loro messaggi possano diffondersi indisturbati. Ma l’evidente incremento delle loro fila sembra costituire una solida confutazione di questa tesi. Ad esempio, le critiche basate su fatti e prove volte a dimostrare l’infondatezza di tesi negazioniste e complottiste non solo non ne hanno limitato la diffusione, ma al contrario appare evidente come le fila di persone che le sostengono si siano ingrossate. Diventa quindi opportuno chiedersi se anni di polemiche online non abbiano ottenuto il solo risultato di permettere a temi che fino a qualche anno fa erano di nicchia di irrompere nel dibattito mainstream, raggiungendo il grande pubblico attraverso i giochi di notifiche social, il clickbait, e soprattutto la condivisione indignata, in accordo con il ben noto principio riconducibile a Oscar Wilde secondo cui non ha importanza come si parla di qualcosa, perché l’importante è parlarne. La velocità e la capillarità con cui un messaggio si diffonde in rete è direttamente proporzionale alla quantità, non alla qualità. Questo è l’evidente motivo per cui ci sono politici che hanno costruito una carriera sulle polemiche e sulle provocazioni, anche violente: non importa quante persone utilizzano hashtag con i loro nomi all’interno di messaggi critici o di opposizione, confutandone le parole o mostrandone l’infondatezza o l’incoerenza rispetto al passato, quello che per loro è davvero importante è che i loro nomi siano tra i trend topic e che le loro dichiarazioni appaiano nelle notizie in evidenza.

Se simili premesse anche solo un minimo di fondatezza, un’inversione di tendenza può essere possibile solo cominciando a prestare attenzione ai modi e ai contesti tanto quanto si fa con i contenuti, se non di più, memori della lungimirante affermazione di McLuhan secondo cui “il medium è il messaggio“. Ad esempio, non utilizzando più l’hashtag col nome del provocatore di turno per esprimere le proprie critiche, ma dando voce alle proprie opinioni stando attenti a non contribuire a renderlo trend topic. O magari non consentendo alcuno scambio a chi intende sfruttare gli spazi in rete per diffondere monologhi a base d’odio in toni offensivi o sprezzanti: sia resistendo alla tentazione di rispondere alle provocazioni, sia non consentendo loro di diffonderle nei nostri spazi. Di fronte a questa epidemia di miserabile violenza alimentata da meschini untori fieri della loro arrogante piccineria, non si tratta di invocare la censura nei confronti del dissenso, in accordo con quella prassi tanto cara agli squadristi online, e tanto meno di confinarsi all’interno di spazi dove il pensiero si necrotizza all’interno di una piatta omogeneità. (Ad esempio, sebbene questi ultimi paragrafi si muovano in una direzione verso la quale non sembra andare il libro da cui si sono prese le mosse, questo non vuol dire che intendano esprimere per forza una critica allo stesso.)

Se la libertà di esprimere qualcosa riguarda tutti i singoli allo stesso modo, quando non le autorità competenti in caso di reato, questa possibilità non deve diventare un obbligo per gli altri: la libertà di scrivere non implica il diritto a farsi leggere, e tanto meno l’obbligo altrui a lasciare spazio o condividere. Il fatto che qualcuno possa voler utilizzare la libertà di decorare come meglio crede le pareti di casa sua per riempirle con scritte oscene e svastiche, non significa che anche gli altri siano tenuti a lasciarglielo fare all’interno delle proprie dimore. E chi lo permette, lo fa per sua scelta. Forse è ora di diventare consapevoli del fatto che prestarsi al gioco della diffusione virale riguarda tutti quanti vi partecipano a prescindere dalla posizione assunta nei confronti del contenuto condiviso. Proprio come accade, per chiudere con un esempio, con gli scatti e i filmati sexy sottratti a questa o quella star e diffusi online: chiunque contribuisca alla diffusione di simili contenuti o ne alimenti il successo con quei click che spalancano le porte al più turpe voyeurismo è un complice del crimine, magari non sul piano legale ma di sicuro su quello etico, a prescindere dall’indignazione di maniera o dalle prese di distanza posticce che possono seguire. Perché non c’è diritto di cronaca o mera curiosità personale che possa giustificare la partecipazione a quelle che nei fatti si rivelano essere enormi gogne virtuali in chiave revenge porn.

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