Archivio aprile 2015

Una Famiglia Tradizionale

Le innumerevoli discussioni sulla cosiddetta “ideologia gender“, nel loro costante ripetersi nella forma di uno scontro tra fazioni pro e contro, manifestano in modo esemplare la tendenza a parlare di qualcosa senza discuterne davvero. Cristallizzare lo scontro sulla questione dei soli nuclei famigliari omogenitoriali, e in particolare sulla possibilità che possano costituire un ambiente non adatto alla crescita di un bambino, è un modo per affrontare il tema della famiglia senza mai metterlo davvero in discussione. Un po’ come se parlando di temi riguardanti il mondo del calcio, e nel dettaglio delle esplosioni di violenza che possono fare da contorno a una partita, ci si limitasse a discutere di quale possa essere la squadra con la tifoseria migliore, quella con la quale sarebbe preferibile schierarsi. Ma in questa guerra di trincea combattuta sulla media distanza, coloro che sono a favore dell’omogenitorialità portano avanti questioni che riguardano anche i diritti umani, prima ancora che civili, delle persone con orientamenti sessuali diversi. Allo stesso tempo, sul fronte opposto, quelli che si esprimono in senso contrario dispongono sul terreno il loro arsenale a “difesa” dei valori tradizionali, affinché il loro insieme di credenze e valori non sia in alcun modo messo in discussione. (Un tipico esempio di petitio principii: la famiglia “moderna” non sarebbe accettabile proprio in virtù del suo non essere tradizionale, e allo stesso tempo quest’ultima sarebbe preferibile proprio per via del suo sottrarsi all’ideologia gender.)

Tutto questo funziona fino a quando si mantengono i concetti su un piano astratto, dove la famiglia è rappresentata come in una pubblicità o in una sit-com americana. Ma l’edificio inizia a mostrare le crepe quando si avvicina lo sguardo per mettere a fuoco i particolari, quando  si abbandonano le confortevoli superfici degli scontri tra branchi per immergersi a fondo nel tema della famiglia. In ciò che è e in ciò che rappresenta.  Come nel caso del romanzo Anatomia Della Ragazza Zoo di Tenera Valse. Infatti è proprio a partire dalla narrazione specifica di una singola vicenda che la scrittrice può affondare le sue parole nello spazio domestico come fossero affilati strumenti di freddo acciaio, simili a quelli che potrebbe utilizzare un’antropologa forense incaricata di sezionare e analizzare un ammasso di resti umani. E nel caso specifico, il corpo morto che giace sul tavolo, pronto per essere studiato e dissezionato, è quello di una giovane donna sulla cui pelle è incisa la storia di una famiglia, nata e cresciuta nel Sud Italia a cavallo tra gli anni ’70 e la fine del secondo millennio.

Gettando uno sguardo alle spalle delle peculiarità romanzesche che animano il racconto, il protagonista occulto che agisce sullo sfondo delle vicende narrate non è altro che una concretizzazione di quelle stesse strutture che regolano la vita e la cultura del paese in generale. Come i singoli individui sono ingranaggi del meccanismo famigliare che li ha prodotti, così a sua volta la famiglia non è altro che un pezzo dell’organismo sociale di cui è parte. Tanto che le relazioni che legano i soggetti che condividono lo spazio domestico e ne condizionano le esistenze si concretizzano in strutture di potere prima ancora che in legami affettivi. I codici che regolano il comportamento all’interno di una casa sono analoghe a quelle che è possibile rinvenire nel resto del quartiere, e queste a loro volta sono analoghe a quelle che derivano dal paese, quindi dalla regione, e infine dalla nazione stessa.

Le immagini tipiche dell’immaginario pubblicitario, come quelle della madre giovane e attraente che sorridente premia con dolci e altri cibi sfiziosi il figlio diligente che ha appena finito di fare i compiti, si dissolvono come un cartellone esposto per mesi al sole estivo e alle intemperie. Così come quelle del padre, anche lui giovane e attraente, che dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro torna a casa pieno di energie da spendere in gioiose attenzioni nei confronti della famiglia, che a sua volta lo attende in una sorta di oasi serena e imperturbabile. Si tratta di strumenti di marketing, il cui fine principale consiste nel vendere un prodotto, sia esso un particolare tipo di merendine, o un automobile, o altro ancora. E le cose non cambiano quando il prodotto da pubblicizzare è un sistema di valori. L’esistenza felice e armoniosa della famiglia sempre giovane e attraente viene presentata come minacciata da un male oscuro che diffonderebbe vizio, peccato e perversione: l’ideologia gender che come lo sporco più resistente deturpa la superficie smaltata e brillante dei valori della tradizione.

Ma la realtà raccontata dalla protagonista Alea è ben diversa da quella propagandata da un immaginario all’interno del quale perfino nelle case di campagna tutto è pulito e luminoso come in una reggia nobiliare. Piuttosto è quella della realtà di paese, dove la domenica mattina le famiglie mettono il vestito buono e vanno a messa con il solo scopo di esserci, e così evitare di diventare oggetto di maldicenze da parte di altri con cui loro stessi avevano spettegolato a proposito degli eventuali assenti. E’ il mondo dove un padre pretende che il figlio si adegui all’immagine imperante del maschio, affinché non sia giudicato come un “ricchione“, cioè come lui stesso giudica i figli di altri che non si comportano in linea con quanto lui si aspetta da un maschio. E’ il mondo dove un padre non permette alle figlie di uscire di casa da sole per evitare che il paese le etichetti come “puttane”, cioè proprio come lui giudica le figlie di genitori che concedono loro di uscire e divertirsi. E’ il mondo dove le cattiverie e le meschinità che ogni famiglia ammassa nei giardini dei vicini vanno a costruire muri insormontabili che imprigionano tutti. Dove perfino una donna che ottiene il risultato di partecipare a una missione spaziale a bordo di una stazione orbitante può essere giudicata come un esempio da non seguire per il solo fatto che dovrà stare a lungo lontana dal suo uomo.

Nel caso di Alea, il padre Renzo Pensi è un insegnante che sfoga le sue ambizioni intellettuali frustrate all’interno delle mura domestiche, dove nessuno può mettere in discussione il suo ruolo di maschio alfa, e dove può esercitare una forma di sorveglianza quasi totalitaria sulla moglie Rina, una devota casalinga sottomessa all’autorità del marito, e sulla prole: la primogenita Alea, Càmila e Danny. Determinato a preservare il suo ruolo di capo famiglia tradizionale contro i cambiamenti sociali che lo minacciano, il padre esercita un controllo asfissiante su tutti i membri della famiglia. Ma il suo potere non si fonda sull’ammirazione e il rispetto, bensì sulla viltà e la codardia. Renzo Pensi è il tipico individuo che, mellifluo e ossequioso di fronte all’autorità, pretende che la sua famiglia si comporti nello stesso modo nei suoi confronti. L’ordine che impone è lo stesso al quale si è sottomesso, e affermarlo nei termini di una necessità è l’unico modo per evitare di ammettere come non sia altro che il frutto di scelte personali.

E’ un quadro desolato di miserabile piccineria, quello all’interno del quale ogni membro finisce con occupare il posto al quale era destinato. Alea, la più ribelle dei tre, si allontana dalla casa paterna il giorno della vigilia di Natale e interrompe i contatti con tutti tranne che con la sorella Càmila che, essendo invece la più conciliante, è quella che più si avvicina al modello di madre-moglie. Ma se lo scopo dell’educazione imposta alle figlie e far sì che diventino angeli del focolare, docili come quella moglie sempre pronta a piegarsi a qualsiasi suo capriccio, nel caso del maschio le cose si complicano. Da un lato c’è il desiderio di renderlo simile all’uomo che millanta di essere, dall’altro c’è la paura che deriva dalla sottile consapevolezza che se dovesse diventarlo davvero potrebbe non tenergli più testa. Danny, pertanto, si trasferisce negli Stati Uniti, sottraendosi al controllo famigliare e preservando il padre dall’inevitabilità di uno scontro che prima o poi avrebbe visto quest’ultimo soccombere di fronte alla forza del maschio più giovane.

Il dominus Pensi lotta per tenere il suo mondo domestico separato da quello esterno, per evitare che tutto ciò che non è di suo gradimento non attraversi la soglia di casa. Anche per rendere più facile ricoprire quel ruolo che considera suo in virtù del suo essere uomo e padre in una realtà patriarcale. Ma le sue azioni sono vane perché la famiglia non può essere separata da quella società di cui è parte integrante. I cambiamenti culturali che cerca di tenere fuori dalla porta di casa rientrano, in modo più discreto, dalla proverbiale finestra. Le altisonanti dichiarazioni di scelte compiute per il bene della famiglia si rivelano essere nient’altro che scuse accampate per giustificare lo strenuo tentativo di preservare sé stessi. E’ una storia che non ha nulla di particolare, di eroico o romantico, e che proprio per questo trova la propria cifra stilistica nel dissolversi nella banalità quotidiana di un uomo che, in modo simile alla società di cui si considera parte, millanta di essere ciò che non è, e che alla prova dei fatti nemmeno accetterebbe di essere.

Il contrasto tra Alea e il padre di fatto si congela per anni nella non frequentazione reciproca. Nonostante l’apparente desiderio di staccare ogni contatto con la famiglia di provenienza, a distanza di anni Alea continua a derivare parte della sua identità dall’educazione paterna. Non solo in ragione di ciò che ha assimilato, ma anche di ciò che ha cercato di disimparare, non sempre riuscendoci. E una delle maschere che si trova calcata sul suo volto, e di cui non riesce a liberarsi, è quella di Nemesi di quel padre che occulta la sua natura violenta e reazionaria in una dimensione post-ideologica. Le velleità intellettuali e artistico-poetiche, camuffate dietro ridondanti sovrastrutture retoriche leziose e autoreferenziali, non sono altro che una cosmesi sul volto di un padre-padrone arrogante e prepotente, piccolo signore incontrastato del suo castello personale. Sono nozioni ingurgitate in un pasto immenso a base di parole consumate in fretta in virtù delle suggestioni che sembrano essere in grado di evocare, e poi scaricate in pozze informi di vomito spacciate per poesia.

Questa retorica, vuota e fine a sé stessa, non è altro che uno strumento per imbellettare l’ipocrisia.  Il dominus narcisista non esita di fronte alla possibilità di compiere dei crimini in nome del suo tornaconto personale, salvo poi rivolgersi all’autorità ed esigere il rispetto della legalità quando qualcosa trascende le sue possibilità di controllo. Così, la lotta contro i cambiamenti, una volta tolta la maschera della difesa dell’ordine e del bene, mostra le smorfie crudeli di un piccolo bullo che tormenta i più deboli per il proprio piacere, salvo poi chiedere aiuto e lamentarsi dell’ingiustizia quando la sua strada incrocia quella di qualcuno sul quale non riesce ad avere la meglio. E come lui, una società che ancora fatica ad accettare l’emancipazione femminile si rivela erede di quel mondo in cui non era inconsueto che un uomo potesse impartire la disciplina ai figli a suon di cinghiate, e in cui la moglie era tenuta a servirgli la cena in silenzio anche quando lui tornava a casa tardi, magari perché dopo il lavoro aveva fatto una deviazione per andare a fottere in un bordello.

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