Archivio febbraio 2015

Jay McInerney – Le Mille Luci Di New York

Se ancora oggi c’è chi veste Jay McInerney con gli abiti tipici della cultura yuppie, il motivo è da ricercare proprio nelle pagine di Le Mille Luci Di New York, nel loro raccontare la vita della Grande Mela degli anni ’80, tra locali notturni alla moda, ambizioni sociali e piste di cocaina. Il protagonista è un giovane aspirante scrittore che lavora in un popolare settimanale e che ha sposato una donna bellissima. Era convinto di vivere la vita che aveva sempre desiderato, tra la possibilità più vicina che mai di realizzare le sue aspirazioni letterarie e il legame con una donna che si sta affermando come modella, anche grazie al suo aiuto. Ma quando Amanda lo chiama dalla Francia, dove si era recata per una sfilata, per comunicargli l’intenzione di non tornare più da lui, la sua esistenza si rivela in tutta la sua fragilità, cadendo in frantumi un pezzo dopo l’altro. Il suo comportamento mostra i chiari sintomi di un disturbo depressivo. Arriva tardi sul lavoro, non presta attenzione a quello che fa e tanto meno sembra interessato a fare in modo di non perderlo. Nel tempo libero, poi, passa le notti insieme al suo amico Tad Allagash vagando da un club all’altro, tra alcolici consumati ai banconi dei bar, chiacchiere distratte con vaghi conoscenti e sniffate nei gabinetti.

Dello yuppismo degli anni ’80 ci sono i luoghi e alcune consuetudini, ma perlopiù si tratta di elementi contestuali che servono a costruire l’ambientazione ideale di una storia che in cui il vero protagonista si rivela essere l’autoinganno. Come i fari che illuminano la scena sul palco gettando nell’ombra tutto il resto della sala, le luci splendenti della grande città sono lo strumento ideale per distogliere lo sguardo da tutto ciò che si vuole mantenere in un angolo buio. Al di là di ciò che dice e fa, il protagonista si muove nello spazio che separa illusioni e delusioni, illuminando le prime per occultare le seconde, e droga e alcolici non sono altro che gli strumenti che utilizza per non abbandonare la sua comfort zone. Nonostante la sua attenzione sia focalizzata sull’abbandono da parte della moglie, questo non è molto di più di un accelerante, un elemento che ha innescato la reazione tra diversi elementi della sua vita fino a rendere irreversibile il processo di combustione che li divora. E l’assunzione di sostanze che anestetizzano la sua lucidità è un modo per fuggire da quello che la sua esistenza non è, ancora prima che da ciò che è. Vorrebbe essere uno scrittore e lavorare nel reparto Narrativa del giornale in cui è impiegato, ma in realtà il suo unico compito consiste nel verificare la correttezza degli articoli scritti da altri, attenendosi in modo rigido alle direttive che gli sono state comunicate, e se necessario intervenendo affinché possano essere pubblicati senza errori. Non solo non ha modo di scrivere ciò che desidera, ma si trova ogni giorno a dover impiegare la massima scrupolosità per evitare di essere chiamato a rispondere delle imprecisioni altrui.

In altre parole, quello stesso lavoro che all’inizio aveva fatto sì che potesse mostrarsi orgoglioso agli occhi di parenti e amici si rivela essere niente più di un surrogato di quello che avrebbe voluto. Qualcosa di analogo al rapporto che lo lega alla moglie. Abbandonato senza una spiegazione, racconta a sé stesso che Amanda non è più la donna che aveva sposato, che la vita di città e il mondo della moda l’hanno allontanata da lui. Ma questa è una menzogna che ripete a sé stesso per rimandare il momento in cui dovrà fare i conti con una verità ben diversa, e cioè che la donna che credeva di aver sposato non era quella che lui aveva desiderato credere che fosse. Infatti è solo grazie ai cocktail a base di vodka e cocaina se il sempre più traballante castello di bugie che lui stesso ha costruito riesce ancora a rimanere in piedi. Ma ogni volta che la sua coscienza ritrova qualche brandello di lucidità non riesce a evitare il confronto con le sempre più ingombranti evidenze che la sua vita non è nulla più di una messinscena di cui lui stesso è l’autore, tanto da costringerlo a rendersi conto che anche la stessa Amanda non era altro che una sua invenzione. Una presa di coscienza che va di pari passo con il riaffiorare di un dolore che aveva sepolto e col quale aveva sempre evitato di confrontarsi, quello per la morte della madre avvenuta un anno prima.

Prototipo della moderna metropoli, la New York di McInerney svolge un ruolo in parte analogo alla Los Angeles di Bret Easton Ellis. E’ un deserto di luce e cemento inondato da un mare di sconosciuti tra cui svanire. La grande città è il luogo dove è semplice scomparire, dove non bisogna fare particolari sforzi per “Sparire Qui” – per riprendere l’espressione che il protagonista di Meno Di Zero vede su un cartellone pubblicitario e della quale non riesce a liberarsi. Ma è anche uno spazio dove è difficile dimenticare. L’assenza della moglie non risuona solo tra le stanze vuote della casa che ha abbandonato, nei tanti oggetti incatenati a frammenti della vita di coppia, ma anche nelle strade del quartiere che avevano scelto per vivere insieme, nei suoi negozi come nei suoi locali. La pluralità di luoghi diversi moltiplica il numero di ricordi di cui ognuno di essi è impregnato, e il protagonista incapace di passare oltre e andare avanti si trasforma in una sorta di cacciatore di fantasmi. Lo spettro della moglie può affacciarsi in qualsiasi momento, come quando lo fissa immobile dalla vetrina di un negozio, dalle forme di un manichino creato sulla sua figura. Ma quando si trova davanti a lei in carne e ossa, dopo mesi di lontananza, fatica a riconoscerla. La distanza che separa i contorni sfumati di Amanda in persona dalle linee decise che profilano i suoi fantasmi, quelli che assediano le sue memorie, è una degli indicatori di quanto il suo desiderare sia ripiegato su sé stesso. Ostinato, continua a cercare una via d’uscita attraverso un’apertura che lui stesso ha disegnato in trompe l’oeil, e nel frattempo incolpa gli altri delle sue mancanze: la moglie che non gli ha spiegato il motivo dell’abbandono, la capo ufficio da cui si sente perseguitato, il reparto narrativa del giornale perché non gli rispedisce indietro i suoi racconti rifiutandosi di pubblicarli.

Quando poi scende la sera e torna a casa da lavoro, prende una pausa dalla sua caccia ai responsabili delle sue sventure. Tira fuori dall’armadio la macchina da scrivere e prova a dare una forma a quella storia che da tempo sente bollire e agitarsi nella sua testa come un brodo primordiale. Nonostante le aspirazioni che ama cullare, si rende conto che scrivere non era la sua prima opzione perché aveva voglia di uscire, anche se non sapeva dove andare. Ma tutto quello che riesce a tirare fuori sono maldestri tentativi con cui cerca di puntellare le storie che si racconta quando si guarda allo specchio. Attraverso la scrittura cerca di ripercorrere il suo passato, recuperando ricordi a lungo messi da parte e trasformandoli in quelli che avrebbe voluto aver vissuto. Pensa che su quel foglio bianco potrebbero prendere forma le parole non dette e le esperienze non vissute. I ricordi che continuano a riaffiorare nei suoi pensieri potrebbero trasformarsi e combinarsi in una storia diversa, una nella quale perfino il suo abbandono assumerebbe una qualche coerenza con le piccole leggi del suo mondo privato. Ma questi tentativi finiscono stracciati nel cestino uno dopo l’altro, fino a quando il suo sguardo non si posa sull’errore di battitura compiuto dalle sue dita. Scopre di aver scritto “Amanda morta” al posto di “Amanda cara” (*), l’inizio di una lettera in cui non sa cosa scrivere, e che se anche riuscisse a terminare non saprebbe dove spedire. Ancora una volta, i desideri dell’aspirante scrittore si infrangono contro la superficie dura del foglio incastrato nella macchina da scrivere, e quel passato al quale vorrebbe donare una nuova vita naufraga nell’involontarietà di un incipit storpio che grida verità che ancora non si è deciso ad affrontare.

(*) In originale, si trattava di un errore costruito sull’assonanza tra “dear” e “dead” che nella versione italiana è stato resto con la coppia “cara”/”bara”.

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Stephen King – Mr. Mercedes

E’ mattino presto, ma davanti all’entrata della Prima Fiera Annuale del Lavoro c’è già una folla di persone in coda. Alla ricerca di un impiego, molti dei presenti hanno trascorso la notte all’aperto per occupare i primi posti, nella speranza che questo possa contribuire a incrementare le loro opportunità. Ma quella che per molti avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di miglioramento si trasforma in una tragedia mortale. La cittadina non si è ancora svegliata del tutto quando una Mercedes si lancia sulla folla intorpidita dai postumi di un riposo notturno umido e scomodo. Otto persone perdono la vita e molte altre rimangono ferite ad opera di un misterioso assassino alla guida del mezzo con indosso una maschera da clown. Partono subito le ricerche del colpevole, ma l’unica cosa che la polizia riesce a trovare è la macchina che è stata impiegata per compiere il crimine: una Mercedes SL500 di proprietà della vedova Olivia Trelawney. All’interno del mezzo c’è la maschera indossata dall’omicida, ma è stata ripulita con la candeggina e non presenta tracce che possano far risalire all’identità di quello che viene ribattezzato Mr. Mercedes. In assenza di elementi concreti, i detective responsabili del caso concentrano le proprie attenzioni proprio sulla proprietaria del mezzo. Dato che la macchina era stata trovata chiusa e senza segni di scasso, la polizia sostiene che la proprietaria l’avesse lasciata aperta e con le chiavi inserite. La donna nega con fermezza, non mostra alcun dubbio in merito ad una sua possibile dimenticanza. Ma quando arriva la notizia del suo suicidio, i detective pensano di aver trovato una conferma ai loro sospetti. E con la morte della donna, anche la loro indagine va a finire in un vicolo cieco.

Circa un anno dopo, Bill Hodges, uno dei due detective responsabili del caso, è in pensione e passa le giornate a ingrassare davanti al televisore. Il divorzio con la moglie risale a molti anni prima, e sebbene sia rimasto in contatto con la figlia, non la vede di persona da un paio d’anni. Ogni giorno, davanti ai suoi occhi si susseguono le immagini di programmi come Judge Judy e The Jerry Springer Show, mentre vicino a sé tiene la pistola appartenuta al padre e accarezza l’idea del suicidio. Questa triste routine viene interrotta solo nel momento in cui riceve una lettera dal responsabile della strage, che lo esorta a smetterla di esitare e a farla finita una volta per tutte. Tuttavia, non solo questo non ottiene il risultato desiderato, ma al contrario offre all’ex-detective un motivo per accantonare i suoi propositi suicidi. Inizia così una sfida a due in cui i partecipanti si danno la caccia a vicenda. Le premesse sono quelle di una classica crime story, ma nel giro di poche pagine l’identità dell’assassino viene svelata e l’attenzione dell’autore si focalizza sulla partita a scacchi giocata a distanza tra due personaggi che esibiscono più punti in comune di quanti sarebbero disposti ad ammettere. Brady Hartsfield, la nemesi dell’ex-detective ora sovrappeso, è un giovane che vive con la madre e lavora sia come tecnico in una catena di elettronica che come “omino dei gelati” in giro su un camper. Si tratta di due lavori diversi che però hanno un aspetto in comune: gli permettono di passare inosservato mentre va in giro e medita come mettere in atto le sue fantasie di morte. Su un piano astratto, quello tra i due uomini è uno scontro tra il Bene e il Male. Ma quando si scende nel concreto, appare chiaro che la forza che si erge contro un Male freddo e determinato è molto meno nobile di quanto ami pensare. A partire dal fatto che il suo rappresentante è in pensione, e come ex-poliziotto sa molto bene che non solo qualsiasi sua indagine è priva di autorizzazioni, ma è anche illegale.

Entrambi i personaggi si muovono in contesti familiari difficili che ne hanno minato l’equilibrio psicologico. Separato dalla moglie e distante dalla figlia, con un passato da alcolista e orfano di quella che è stata la sua unica occupazione per decenni, Bill divide la sua abitazione con un televisore e cibi precotti. Brady invece è orfano di padre e vive con la madre alcolizzata, alla quale è legato dal ricordo della complicità nella morte del fratellino e verso la quale nutre pulsioni incestuose alimentate dall’intimità fisica che la donna gli concede. Brady è un sociopatico da manuale con pulsioni omicide, mentre Bill è un sessantaduenne depresso alla disperata ricerca di qualcosa che dia un senso alle sue giornate. E nel momento in cui trova questo qualcosa, non solo l’ex-poliziotto non si fa scrupoli a nascondere i dati in suo possesso agli agenti che si occupano dell’indagine (uno dei quali è anche un amico, oltre che il suo ex-collega), ma non esita nemmeno a coinvolgere le persone che gli capitano attorno: il diciassettenne di colore che cura il prato di casa sua e che lo aiuta con l’uso del computer, la sorella della defunta proprietaria della Mercedes (con la quale va a letto a dispetto di qualsiasi distacco investigativo), e anche la cugina di questa con il suo bagaglio di disturbi psichici. Ripete a sé stesso che era bravo nel suo lavoro, ma allo stesso tempo si rende conto che se l’assassino è ancora in libertà è anche colpa dell’approssimazione con cui aveva condotto le indagini ufficiali insieme al suo collega. Guidati da pregiudizi e antipatie personali, avevano indirizzato tutti loro sforzi in direzione della proprietaria della Mercedes, tormentandola nella convinzione che non stesse collaborando alla ricerca del colpevole. E anche adesso, nonostante il contatto diretto da parte del maniaco, la sua azione investigativa si rivela essere non meno approssimativa. Dopo aver stilato un generico profilo psicologico della sua controparte, Bill decide di rispondere all’omicida provocandolo fino a farlo infuriare. In altre parole, la strategia investigativa che il detective in pensione mette in atto consiste nello stuzzicare lo psicopatico che l’ha contattato al fine di stanarlo. Incurante delle conseguenze, mette a rischio l’incolumità di molte persone che potrebbero diventare nuove vittime della furia omicida del maniaco. E che in qualche caso lo diventano.

Ancora una volta, nell’universo di King non c’è spazio per un bene solido e compatto come il male al quale si vorrebbe contrapporre. L’odio per il prossimo da parte di Brady è lucido e razionale, ma non lo è altrettanto la volontà dell’ex-detective di fermare il criminale. Guidati dal desiderio di chiudere al più presto il caso, Hodges e il suo collega si rivelano essere più legati alla loro idea di come debbano essere andate le cose, che non impegnati in una seria indagine. Nonostante l’accurata pianificazione, Brady stesso non credeva che sarebbe riuscita a farla franca. Infatti la maggior parte degli indizi che ne avrebbero permesso la cattura erano già presenti al momento della strage davanti alla fiera. E con il suicidio della proprietaria della Mercedes sarebbe stato possibile raccogliere gli elementi necessari a chiudere il cerchio. Invece proprio la scelta di seguire i loro pregiudizi e la storia che avevano costruito sulla base di questi ha consentito al maniaco di continuare ad agire indisturbato. E in fin dei conti, le provocazioni e le sfide che Hodges invia al suo avversario non hanno alcuna particolare utilità ai fini delle indagini, né sembrano essere guidate da un piano ben studiato: spingere un criminale ad agire non significa anche costringerlo a scoprirsi, o comunque a commettere più errori di quanti possa aver commesso in passato.

Con Mr. Mercedes Stephen King ripercorre le strade de La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe. Come il prefetto G. che perquisisce la casa del ministro alla ricerca della lettera compromettente, Hodges ha avuto per molto tempo l’assassino davanti agli occhi. In qualche caso gli ha anche parlato e in qualche altro gli era stato indicato il suo comportamento anomalo. Ma privo di un Dupin a fianco, liquida gli avvertimenti come frutti di paranoia e persevera nei propri errori fino a quando le evidenze non lo costringono a rivedere le proprie posizioni. E’ la storia di una giustizia lontana dalle indagini razionali a base di prove e analisi in stile Bones o CSI. Piuttosto è il ritratto delle indagini compiute immaginando come avrebbero dovuto svolgersi gli eventi per poi cercare gli elementi che serviranno a confermare la costruzione. Motivo per cui il suicidio di Olivia Trelawney non racconta solo la storia di un omicida senza scrupoli che l’ha sfruttata per compiere un massacro, ma è anche e soprattutto la fotografia di indagini condotte con lo scopo di incriminare chi viene creduto in qualche modo colpevole, anche solo per pregiudizio o antipatia. Quindi la caccia a Mr. Mercedes non può perciò prescindere dal restituire un po’ di giustizia, per quanto tardiva, alla proprietaria della SL500. Perché ciò che separa l’assassino dai detective che gli danno la caccia non è solo il ruolo ricoperto nella storia, ma anche il diverso grado di consapevolezza: a differenza di Brady, che sa di essere crudele e trae piacere nell’agire di conseguenza, Hodges e il suo collega contribuiscono alla demolizione psichica della donna innocente raccontando a loro stessi di stare agendo a fin di bene.

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