Archivio dicembre 2014

Il Frutto Proibito

Avrebbe potuto essere una mattina come tante altre. E per molti lo fu. Ma non per tutti. Infatti, da un giorno all’altro, le persone che si trovavano a transitare attraverso una particolare via di Milano, furono costrette a farlo all’ombra di un paio di gigantesche figure che le sovrastavano con le loro ingombranti presenze. Si trattava di un paio di cartelloni pubblicitari di biancheria intima, indossata per l’occasione da Belen Rodriguez. Senza perdere tempo, alcuni di questi cittadini si sono riuniti in un comitato e si sono attivati subito per chiederne la rimozione in quanto, a loro dire, le sexy curve della nota argentina avrebbero potuto distrarre gli automobilisti e causare incidenti stradali. Nel giro di pochi giorni le richieste dei cittadini sono state esaudite e i cartelloni tentatori sono stati rimossi per lasciare spazio ad altri giudicati più casti. In realtà, nel periodo in cui i cartelloni sono rimasti esposti non è stato rilevato alcun incremento degno di nota nel numero degli incidenti automobilistici. Motivo per cui non sembra del tutto campato per aria sospettare che la vera ragione per cui è stata richiesta la rimozione dei manifesti pubblicitari fosse un’altra. Qualcosa che riguarda più la sfera morale dei cittadini che si sono mobilitati, anziché una reale ed effettiva pericolosità sociale, addotta piuttosto come scusa in alternativa alla motivazione reale. Un po’ come quando qualche associazione di telespettatori protesta contro un programma che non considera di proprio gradimento, affermando di agire in difesa di una categoria “debole” (in particolare: i bambini). I manifesti avevano ricevuto una regolare autorizzazione all’affissione da parte delle autorità, e non esibivano niente che non si fosse già visto da tempo. Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a esentarli da accuse posticce. Nel paese in cui la libertà di espressione viene invocata (e tutelata) anche ogni volta che qualche gruppo reazionario decide di manifestare la propria contrarietà alle richieste di diritti altrui, un banale manifesto pubblicitario sexy può essere rimosso se giudicato inappropriato da qualche rappresentante di una morale conformista.

In ogni caso, anche senza addentrarsi nei meandri di un’indignazione collettiva che utilizza episodi come questo per dare una rinfrescata alla propria moralità ed esibire in pubblico una verginità ricostruita per l’occasione, l’ipocrisia generale appare chiara già a partire dalle motivazioni addotte. Si tratta di una forma di falsità analoga a quella di chi va alla funzione della domenica mattina a scambiare un segno di pace, per poi uscire dalla chiesa e riempirsi le tasche di pietre da scagliare contro quelli che giudica peccatori: tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione, ma chiunque non sia disposto a dire la cosa giusta farebbe meglio a stare zitto. L’idea che una qualche pubblicità debba essere rimossa in quanto possibile fonte di distrazione per i passanti appare tanto più surreale quanto più ci si sofferma sull’evidenza che attrarre l’attenzione è lo scopo di qualsiasi comunicazione commerciale. Non esiste manifesto pubblicitario che non sia esposto se non con lo scopo di attrarre l’attenzione dei passanti. Le immagini sexy non sono l’unico modo, ma di sicuro rappresentano un mezzo molto diretto. Se ci fosse una reale intenzione di tutelare l’attenzione degli automobilisti da possibili distrazioni sparse in giro, sarebbe necessario chiedere il divieto di tutti i messaggi pubblicitari affissi in zone visibili da chi è alla guida di un mezzo qualsiasi. Nessuna attività che intenda promuovere se stessa investirebbe denaro in manifesti stradali con lo scopo di non attirare l’attenzione di chi passa davanti. Inoltre non è affatto detto che le curve di Belen Rodriguez siano una fonte di distrazione maggiore rispetto, ad esempio, all’offerta di qualche popolare bene di consumo a un prezzo molto conveniente, che si tratti di qualche capo d’abbigliamento alla moda, di uno smartphone o altro ancora. Anzi, se ci si sofferma a valutare gli eventi, è più facile citare episodi di disordini al di fuori di negozi in occasione di vendite sottocosto, che non nei luoghi dove è possibile acquistare capi di biancheria pubblicizzati da donne sexy. Appare ovvio che, come non si può dire che chi incolla gli occhi sull’epidermide di Belen Rodriguez rappresenta un pericolo maggiore rispetto a chi scruta un’insegna per capire quando e dove un nuovo smartphone sarà venduto con uno sconto del 50%, allo stesso modo non è possibile sostenere il contrario. Ciò non toglie che risulta piuttosto difficile ricordare episodi in cui un comitato di quartiere si sia impegnato in favore della rimozione di un manifesto che invita ai saldi al centro commerciale di zona, magari sostenendo proprio che l’esibizione di offerte troppo allettanti potrebbe distrarre chi si trova alla guida.

In altre parole, nonostante tutte le presunte forme di emancipazione, alla base di tutto è ancora possibile trovare l’idea che sia sempre colpa della donna che continua a tentare l’uomo con qualche frutto proibito. Motivo per cui se qualche uomo dovesse rischiare di causare un incidente stradale perché ha incollato i propri occhi alle curve sexy di una modella su un manifesto, la colpa sarebbe da imputare a quest’ultimo e non a chi non ha prestato sufficiente attenzione alle sue azioni. E’ la stessa cultura in base alla quale, nelle notizie di cronaca che trattano di squillo minorenni, si sente spesso parlare di “baby prostitute” e quasi mai di “clienti pederasti”. E’ la stessa cultura per cui una vittima di stupro rischia di essere colpevolizzata, magari perché indossava vestiti provocanti, o perché si era incamminata di notte verso casa da sola, o perché si è fidata di uno sconosciuto, e così via.

E soprattutto è anche quella stessa cultura in base alla quale il maschile viene declinato al plurale mentre il femminile può essere declinato anche al singolare. Di fronte ad uomini che hanno cura di sé in modi che in passato erano perlopiù femminili (che si depilano, usano creme, oli ed unguenti, etc.) non ci sono discussioni a proposito di un’ipotetica “femminilizzazione del corpo maschile”, ma se delle donne utilizzano la loro fisicità per scelta o professione allora non è raro sentir parlare di “mercificazione del corpo femminile”. In pratica, ci sono i corpi maschili e c’è il corpo femminile: ogni uomo è libero e risponde solo di sé, mentre ogni donna può essere chiamata a rispondere di tutto il genere femminile.

Anche nell’era degli smartphone e dei social network, la cultura del “si fa ma non si dice” continua ad essere viva e vegeta. Più che in qualsiasi altro campo, in ambito pubblicitario è l’Immagine stessa ad essere merce di per sé, a prescindere dal contenuto che ritrae. E non potrebbe essere altrimenti. Un messaggio pubblicitario ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla propria merce in modo tale da renderla desiderabile. Quindi se si tratta di indumenti intimi femminili è molto probabile che saranno impiegate modelle giovani e in forma. Non fosse altro che per il fatto che sono quelle che meglio possono far risaltare forme, colore e dimensioni dei prodotti. Infatti, quello che si dimentica è che il target di tali prodotti non sono gli uomini, ma le donne. Nessuna azienda spende soldi per studiare, realizzare e diffondere campagne pubblicitarie rivolte a chi non compra il prodotto in promozione se non in rari ed isolati casi. Le aziende non spendono migliaia di euro con lo scopo di far sì che i passanti possano ammirare qualche culo a gratis. Se ci fossero indagini di mercato che dimostrano che le donne potrebbero essere più invogliate a comprare indumenti intimi se questi fossero mostrati indosso a delle novantenni sovrappeso o in mano a pervertiti sudati che le annusano, è probabile che il panorama pubblicitario sarebbe diverso. Ma allo stato attuale, non è così. In fin dei conti, nonostante tutte le polemiche e le possibili accuse di maschilismo, si tratta di comunicazioni rivolte a un mercato perlopiù composto da donne e a un loro immaginario di riferimento. Quindi, riassumendo, delle immagini che ritraevano una donna allo scopo di promuovere un prodotto presso un mercato femminile, sono state rimosse perché avrebbero potuto essere una fonte di distrazione per gli uomini. Si fa ma non si dice, appunto.

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I Giorni di Salem

C’è stato un tempo in cui era di moda incolpare la televisione per il degrado della popolazione. Poi è arrivato internet, e quella moltitudine di spettatori silenziosi ha avuto accesso ad uno spazio da cui parlare. Il tanto osannato uomo della strada non ha più avuto bisogno di alzare la voce al bancone del bar o in coda alla posta o al supermercato per trovare una platea a cui rivolgersi. Basta una connessione ad internet e l’accesso a piattaforme che permettono i commenti, ed è possibile sentenziare senza sosta. Tutti quei programmi televisivi come Drive In, bistrattati dai più blasonati apparatcik culturali come veicoli di ignoranza e degradazione, si rivelano essere stati parecchio benevoli nei confronti dei soggetti che rappresentava in forma caricaturale. I commenti e le discussioni moltiplicano le visite, e queste aumentano le entrate. Quindi, in nome della libertà d’espressione, i maggiori quotidiani nazionali lasciano spazio ad odio e violenze verbali di ogni tipo. L’unica blanda limitazione riguarda l’invito a non utilizzare forme di turpiloquio. I moderatori intervengono spesso per ricordare che non si può scrivere “cazzo”, “minchia”, “troia”, “merda” e “vaffanculo”, ma non sembrano essere disturbati dalla grande mole di commenti razzisti e sessisti. Non da chi invoca la pena di morte per sconosciuti sulla base di un titolo ad effetto, e nemmeno da chi fiero esibisce i propri pregiudizi e rigurgita astio contro minoranze di ogni tipo. Per fare un esempio brutale: non si può scrivere che “anche le frocie hanno diritto a vedere riconosciute le loro unioni e, se lo desiderano, ad occuparsi di bambini, come qualsiasi essere umano“, ma si può scrivere che “gli omosessuali sono malati e pervertiti da curare e isolare per evitare che corrompano la società“. Appare chiaro che il mondo dell’informazione non è innocente, ma non è nemmeno l’unico colpevole. E mostra il suo vero volto quando si accoppia all’intrattenimento, come nei popolari salotti televisivi. Tanto più ha successo quanto più riesce a padroneggiare la dote principale della perfetta puttana: dare al cliente quello che desidera ancora prima che lui lo chieda, anche quando questo si vergogna di farlo ad alta voce. Per assurdo, non è difficile immaginare che se al grande pubblico interessasse la scienza, le note signore dei talk show pomeridiani parlerebbero con entusiasmo di genetica, chimica e matematica.

Invece ogni giorno lo spazio delle informazioni viene dominato da poco più di una manciata di notizie. Quasi sempre le stesse che si susseguono nei titoli di testa dei TG. Tra queste, quelle che riescono a connotarsi come storie riescono a durare più giorni. A volte settimane. In qualche caso mesi o anni, soprattutto se la vicenda presenta risvolti torbidi e pruriginosi. Nelle discussioni che le accompagnano è raro rinvenire tracce di una reale volontà di confronto. Sono scontri tra persone che monologano parlandosi addosso e cercando di mettere a tacere i dissidenti: il tema del momento è lo spazio aperto nel quale è possibile unirsi al coro con cui ci si identifica, per radicare ancora più in profondità le proprie posizioni. In rete non c’è bisogno di alzare la voce per soverchiare l’interlocutore, è sufficiente non leggerlo. A prescindere dalle posizioni espresse, dall’adesione o meno all’opinione di una maggioranza (o di quella che viene riconosciuta come tale), il fatto stesso di trattare un argomento secondo tempistiche dettate dai trend mediatici mainstream comporta la rinuncia a confrontarsi con ciò che invece non viene preso in considerazione. E’ il talk show perfetto, quello che può andare avanti all’infinito senza limiti di partecipazione, di pubblico, di orari, di argomento. E come tale agisce a livello di mezzo prima ancora che di messaggio. Blog e social network non solo non rappresentano una minaccia per l’informazione “classica”, ma al contrario funzionano da amplificatori. Che si tratti delle intercettazioni di un politico, di un tweet da parte di un personaggio più o meno noto, di un caso di cronaca o di qualunque altro esempio preso dagli innumerevoli che ogni giorno affollano le pagine (web e non), la meccanica è sempre la stessa: la folla si indigna, chiede la testa del cattivo del momento e poi passa ad altro. Le belle parole a proposito dei diritti delle persone vengono smentite non appena vengono pronunciate. Le folle armate di pietre e forconi che andavano in giro a bruciare le streghe, a linciare le puttane adultere e a massacrare i sodomiti hanno trovato nuovi villaggi. La libertà di opinione, e il diritto ad esprimerla, non è limitata solo dalle leggi che la regolamentano, ma anche e soprattutto dalla morale di una maggioranza che la valuta e si erge a tribunale, a seconda dell’istanza del giorno. I diritti di alcuni sono utilizzati per negare quelli di altri.

All’interno di un simile contesto, scegliere di fare altrimenti non è una forma di benaltrismo, uno slittamento verso altri temi per evitare di affrontare una questione spigolosa. Al contrario, rappresenta la scelta di spostare l’obiettivo: mettere a fuoco ciò che è stato trascurato, ciò che non è stato preso in considerazione in prima istanza. Significa presentarsi in ritardo al banchetto dell’informazione, dopo che i pezzi più richiesti sono stati gettati in pasto alla voracità del pubblico, e passare in rassegna gli avanzi. Perché se da un lato è il panorama informativo a stabilire il calendario dei casi, delle polemiche, e perfino delle emergenze, dall’altro è il pubblico a scegliere a cosa interessarsi e per quanto tempo. Non ci sono forme di condizionamento o manipolazione mentale che influirebbero su moltitudini altrimenti innocenti: in assenza di forme di costrizione fisica, nessuna propaganda ha effetto se chi la subisce non è disposto ad accettarla. Il linciaggio mediatico quotidiano non fa altro che assecondare la fame di teste mozzate che le tricoteuse 2.0 invocano da dietro una tastiera. A distanza di quasi un secolo – nell’era del wi-fi, degli smartphone e del cloud computing – il popolo italiano continua ad abbaiare la propria fame di pene severe per i nuovi Girolimoni. Facendo trapelare come spesso l’indignazione non sia altro che ipocrisia in malafede.

You can leave your shirt on

Secondo un noto proverbio, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ricorrendo all’attualità si potrebbe dire: quando lo scienziato parla della missione che ha visto atterrare un lander su una cometa, lo stolto osserva la camicia che indossa e si indigna perché ci sarebbero disegnate delle pin up. Ma come spesso accade, lo scandalo è figlio della superficialità, e dell’ignoranza. Infatti sarebbe stato sufficiente guardare con solo poca attenzione in più per rendersi conto che quelle ritratte non sono diverse donne, ma solo una ritratta con diversi costumi e in diverse posizioni. E soprattutto che non si tratta di una pin up. Nel complesso, i disegni rimandano più all’immaginario supereroistico che non a quello di Playboy o Penthouse. Le immagini ricordano più Vedova Nera, Catwoman o Emma Frost che non le conigliette della villa di Hugh Hefner. E la dimensione che ne costituisce la cornice è di sicuro più affine a quello delle Bond Girls, che non alla realtà delle reginette dei concorsi di bellezza. Questo non significa che le critiche rivolte allo scienziato sarebbero state giustificate se sulla maglia ci fossero state davvero delle pin up, ma solo che, oltre ad essere di dubbia rilevanza, tali contestazioni si scagliano contro un bersaglio inesistente. In altre parole: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito e si arrabbia perché pensa che qualcuno gli stia facendo un gestaccio.

Tuttavia, nel grande talk show virtuale gli effetti di una stupidaggine non rimangono limitati ad un episodio in sé, ma si allargano a macchia d’olio: l’effetto farfalla che ne segue è una cartina tornasole dell’ottusità. Puntale arriva chi non manca di approfittare della polemica in corso per rivendicare, in modo non meno pretestuoso, una conferma ai suoi stereotipi di genere. In particolare quello secondo cui le donne penserebbero solo ai vestiti mentre sono gli uomini ad occuparsi di cose importanti. Un elemento centrale accomuna le due opposte fazioni: il completo disinteresse nei confronti del fatto che la maglietta incriminata fosse proprio il frutto del lavoro di una donna. Come le donne non pensano a chi l’ha disegnata ma solo all’uomo che la indossa, così gli uomini fanno altrettanto per concentrarsi sulle reazioni isteriche di alcune esponenti del gentil sesso. In altre parole: contro le donne che pensano che tutti gli uomini sono dei maiali si muovono in prima fila quelli che affermano che in fondo le donne non sono altro che troie che pensano solo all’abbigliamento. E’ la disonestà intellettuale che spiana la strada al linciaggio virtuale. Questi soggetti accusano le donne di incoerenza: mettono a confronto le donne che protestano per non essere giudicate sulla base dell’aspetto fisico con quelle che invece stanno contestando una maglietta, con lo scopo di renderle bersagli di scherno e ludibrio pubblico. Come se le une e le altre non rappresentassero gruppi diversi, non di rado in contrapposizione tra loro. L’idea di un corpo (collettivo) delle donne viene abbracciata con entusiasmo proprio da quanti sguazzano nelle generalizzazioni: si punta il dito contro un obiettivo per denigrare una moltitudine. Questo è quanto può accadere in relazione ad una semplice maglietta colorata, ma quando le vicende interessano un pubblico più ampio, come ad esempio in un caso di cronaca nera, il livello di recrudescenza incrementa in misura proporzionale all’attenzione che riesce ad attrarre.

Quell’irresistibile voglia di forca

E’ la caccia alle streghe in versione 2.0. E’ il terrore giacobino guidato da tuttologi e moralisti dalle dubbie credenziali. Ci sono molteplici Comitati di Salute Pubblica, ognuno adatto a qualsiasi pregiudizio o avversione. A fronte di un qualsiasi evento, il colpevole deve essere individuato al più presto.  E non è necessario informarsi a fondo per valutare la situazione. Alla giustizia sommaria bastano i titoli strillati. Il mondo dove uno scienziato con una maglietta simil-supereroistica si trova trasformato in un simbolo della disparità sessuale, e dove le donne che lo contestano diventano la voce di tutte le donne che “si sa, pensano solo ai vestiti“, è anche quella stessa realtà dove i diversi sono criminali, dove gli ebrei sono a capo di oscuri complotti ai danni della popolazione mondiale, dove i gay sono malati da curare, dove le donne vengono obbligate a prostituirsi e violentate come schiave sessuali solo nei paesi nemici, e così via. Niente e nessuno viene risparmiato. Deve sempre esserci un colpevole contro cui puntare il dito. Anche solo per rinfacciare ad una madre in lutto per la perdita di una figlia che sarebbe dovuta rimanere in casa e non andarsene in vacanza con le amiche. C’è chi si erge a sentinella dei costumi e rivendica il proprio diritto ad esprimere un’opinione anche e soprattutto quando questa ha il solo scopo di negare quelli altrui, rivendicando per sé una superiorità morale non molto diversa rispetto a quella che in carcere attribuisce a se stesso il pluriomicida messo di fronte all’autore di reati minori rispetto al suo, ma che lui e i suoi simili disprezzano.

Non importa dove ha avuto luogo un fatto. Ovunque ci sarà sempre una folla pronta ad accalcarsi all’esterno di tribunali e questure per chiedere in coro il ripristino della pena di morte. Vox populi, vox dei: se il popolo urla la sua sentenza, allora la condanna non può essere altro che divina. Una sentenza tanto più sicura quanto più la folla identifica sé stessa come “credente”, a dispetto del fatto che nella messa della domenica la sua autorità religiosa ha ricordato l’insegnamento secondo cui non bisognerebbe giudicare per non essere giudicati. Nel mondo della democrazia diretta, quello dove sarebbe il popolo a decidere su tutto, essere indagati significa essere colpevoli, e cercare di difendersi non significa altro che nascondere la propria colpevolezza. Proprio come avveniva nei processi inquisitori, in cui l’accusato poteva solo scegliere tra confessare la colpa di cui era accusato e accettare la sua condanna, o resistere alle torture fino alla morte. L’idea che un individuo sia da considerare innocente fino a prova contraria non è nulla più di uno slogan di cui si è smarrito il senso: ora un indagato è da considerare colpevole fino a quando non se ne trova un altro che lo sostituisca. E se la folla potesse emettere la propria sentenza di condanna, non avrebbe problemi a farlo subito dopo aver scoperto che le accuse sono state formulate, per poi procedere a chiudere l’imputato in una cella e buttare via la chiave. Perlomeno in assenza della possibilità di mozzare teste e farle rotolare dentro un cesto.

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