Archivio novembre 2014

Sophie Hayes

Seconda di cinque figli, Sophie Hayes è una ragazza inglese che porta con sé i traumi e le problematiche derivanti dal rapporto con un padre crudele e anaffettivo. Non ricorda di aver subito particolari violenze fisiche, ma quelle psicologiche ricorrevano con frequenza quotidiana. Insulti ed umiliazioni di vario tipo contribuivano ad alimentare squilibri affettivi per via dei quali il desiderio di essere amata e apprezzata si intrecciavano all’idea di non meritarlo, di non valere nulla. Dopo il divorzio dei genitori, dopo aver abbandonato gli studi e trovato un lavoro, e mentre quella che sembrava essere una relazione nata sotto i migliori auspici si dissolve nell’apatia e nell’indifferenza, Sophie inizia a cedere alle attenzioni di Kastriot. Si tratta di un giovane albanese, all’apparenza simpatico ed affascinante, che riesce a scavarsi un posto sicuro nella vita della ragazza. Anche quando si trova a cambiare amicizie e ad incontrare Erion, un nuovo uomo che cerca di starle accanto nonostante tutti i problemi irrisolti derivanti dalla sua infanzia, lui le rimane accanto, anche se da lontano, offrendole una via di sfogo e di conforto. Comportandosi da amico, riesce a guadagnare la fiducia della ragazza, e con essa confidenze relative alle sue paure e alle sue debolezze. E quando la storia che la lega ad Erion si interrompe per l’ultima volta perché lui, anch’egli albanese, viene rimpatriato in quanto non autorizzato a rimanere sul suolo britannico, come un ragno tessitore Kastriot le rimane accanto rendendo sempre più fitta la sua tela. Sapendo che la ragazza era stremata dalla fine della storia sentimentale, Kastriot la invita a passare qualche giorno con lui in Spagna, anche solo per distrarsi un po’. Nonostante la contrarietà della madre e della famiglia in generale, Sophie pensa che qualche giorno di vacanza potrebbe farle bene e accetta l’invito.

I giorni passati con Kastriot in Spagna sono sereni e spensierati, lui la guida e si prende cura di lei. Le fornisce tutto ciò di cui ha bisogno, anche grazie a tutti gli elementi che ha raccolto passando centinaia di ore al telefono con lei. Lui si comporta da autentico gentiluomo, la guida in posti splendidi e la porta in posti da sogno, dipingendole la vita da sogno che lei avrebbe desiderato vivere. Così, quando si trova da sola nel suo appartamento a Leeds, la suggestione della vita che potrebbe vivere le fa percepire come triste e miserabile quella che sta conducendo. A tal punto che quando qualche settimana dopo Kas la invita a raggiungerla in Italia, Sophie accetta senza esitazioni. I primi giorni in compagnia dell’uomo trascorrono secondo le aspettative, come la naturale prosecuzione di quanto vissuto nella vacanza in Spagna. Ma nel giro di un paio di giorni le cose cambiano. Con una durezza nel volto e nella voce che lei non aveva mai visto, lui le spiega di aver contratto dei debiti che devono essere ripagati. Come lui le è stato accanto quando aveva bisogno di aiuto, ora ritiene necessario che lei lo aiuti a sdebitarsi. La sua posizione è chiara: una donna deve fare sacrifici per aiutare l’uomo che ama, e lui ha deciso che dovrà farlo lavorando per strada. Sophie si trova in un paese che non conosce, in una situazione che non immaginava, in balia di una persona che si rivela essere del tutto diversa da quella che pensava di conoscere e che non esita a minacciare lei e la sua famiglia se proverà a sottrarsi o ad opporsi al suo volere. Le spiega che non le conviene provare a scappare, anche perché per strada a nessuno importa niente di lei. Le spiega che agli italiani interessano solo 3 P: pussy, pizza e pasta. E la vita da marciapiede gli darà ragione. Se lo ritiene necessario, non esita a picchiarla. E questa necessità sembra presentarsi ogni giorno, con intensità e violenza sempre crescenti.

Kas le aveva trovato un posto dove battere e anche una prostituta con più esperienza per farle avere indicazioni pratiche. Già la prima notte si trova costretta ad andare con una decina di uomini. Pochi, in confronto alle notti che seguiranno. Da diciotto fino a trentaquattro uomini per notte, sette giorni su sette. Una media di venticinque a notte. Dalle otto di sera alle cinque di mattina. Poi il ritorno nell’appartamento di Kas, e non di rado altre violenze, fisiche e psicologiche, in balia del carnefice che l’ha convinta che non può fidarsi di nessuno, né tanto meno chiedere  aiuto. E le esperienze con le forze dell’ordine, fonti di altre paure e umiliazioni, non fanno altro che confermare i timori della ragazza. Come anche le decine di uomini che ogni notte fermano l’automobile ed abusano della giovane ridotta in schiavitù, forse non consapevolmente, ma di certo grazie ad una solida, egoistica indifferenza. In fondo, per la maggioranza dei frequentatori non è altro che un pezzo di carne pagato per aprire le gambe o la bocca. A volte qualche cliente, magari abituale, aggiunge al rapporto qualche parola gentile, probabilmente più per calmare qualche sussulto di coscienza che non per un reale desiderio di creare un minimo, blando legame con la ragazza. E in qualche raro caso, arrivano proposte sentimentali o addirittura di matrimonio. Quasi tutti sembrano credere alla sua storia secondo cui lei sarebbe una ragazza sudafricana che si vende per mandare dei soldi alla sua famiglia povera. E nessuno sembra prestare particolare attenzione ai lividi che le marchiano il volto e coprono il suo corpo denutrito.

Dopo quattro mesi passati a battere in Italia, Kas porta Sophie in Francia per due settimane. La lascia da sola per qualche giorno per recarsi in Olanda ad occuparsi di altri traffici. In questo periodo lei continua ad agire come se lui fosse accanto a lei. Non prova nemmeno a scappare. Non conosce i luoghi, non conosce le persone, non sa di chi può fidarsi e nemmeno crede che sia possibile fidarsi di qualcuno. Mentre lui è via, viene presa di mira da chi lavorava sulla strada prima di lei. Viene aggredita, malmenata, minacciata di morte. E gli uomini misteriosi che fanno la loro comparsa nei momenti di difficoltà, sembrano nascondere qualcosa: forse sono persone incaricate dal suo uomo di controllarla mentre lui è via, o forse sono altri protettori che cercano di prenderla sotto il loro controllo. In ogni caso, l’isolamento, le minacce, le umiliazioni e le percosse hanno fatto breccia: una gabbia di paura per sé e per la sua famiglia la imprigiona. L’esperienza in Francia è talmente orribile che perfino la decisione di tornare in Italia viene accolta con sollievo. Subito viene rimandata sulla strada nonostante alcuni problemi di salute, ma le sue condizioni peggiorano in fretta. Tuttavia, per quanto paradossale, sono proprio queste ad offrirle una via di salvezza. Intontita dal dolore, per la prima volta dopo sei mesi di prigionia riesce a prendere una decisione in autonomia e si reca in ospedale, da dove contatta i suoi genitori che corrono in Italia per salvarla. Tuttavia, nonostante i suoi problemi con la legge, il suo carceriere non si arrende alla perdita della sua fonte di denaro. I suoi tentativi di portarla di nuovo via saranno concreti e pericolosi, ma grazie al supporto dei suoi cari e delle istituzioni riuscirà a sottrarsi alla sua presa. Oggi il suo nome è legato a quello della Fondazione che ha creato per aiutare le vittime della tratta.

E’ facile liquidare le ragazze che lavorano per strada come fallite e tossiche senza pensare mai al perché si prostituiscono. E la verità è che molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, spossanti, miserabili, auto-distruttive ore per uomini crudeli e violenti. Hanno paura in continuazione, non solo a causa di cosa potrebbe essere fatto a loro, ma anche per via delle serie e reali minacce che vengono fatte contro le loro famiglie e le persone che amano.” (Sophie Hayes, Trafficked)

 

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Pasolini e i Figli di Poveri

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.

(Da “Il PCI Ai Giovani“, Pier Paolo Pasolini, 1968)

E’ difficile pensare a un modo più cinico e brutale di infangare la memoria di un autore rispetto al trasformarlo in un simbolo di qualcosa contro il quale non solo solo si è sempre schierato, ma di cui ha anche dovuto subire la violenza. Nel caso specifico di Pier Paolo Pasolini si tratta della reiterata affermazione secondo la quale si sarebbe schierato a favore della polizia e contro i manifestanti. Quasi come fosse una variante della Legge di Godwin, quanto più una discussione su qualche scontro di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine e si allunga, tanto più le probabilità che qualcuno citi Pasolini in favore delle seconde tendono a uno. Con la tipica arroganza che può derivare solo dall’ignorare le idee dell’autore nella sua interezza, spesso qualcuno ritiene opportuno intervenire per fare presente agli interlocutori che anche Pasolini si schierava dalla parte degli uomini in divisa perché “i poliziotti sono figli di poveri“. Dimostrando in questo modo non solo di citare un autore che forse mai si è curato di leggere (e tanto meno di capire), ma anche di non aver avuto la decenza di leggere (e capire) il breve testo dal quale la nota affermazione viene estratta per essere citata. Infatti, basterebbe proseguire di pochi versi per leggere come lo stesso affermi di essere d’accordo con gli studenti “contro l’istituzione della polizia“, per poi sfidarli a prendersela “contro la Magistratura“. Il PCI Ai Giovani non è, e non è mai stata, una poesia in favore della polizia. E al di là delle apparenze non era diretta nemmeno contro gli studenti “figli di papà” in quanto tali. Piuttosto si trattava di una riflessione critica sul rapporto tra borghesia e sinistra italiana, di come questa stesse intraprendendo una decisa svolta verso destra senza nemmeno rendersene conto e di come le azioni dei movimenti studenteschi ne fossero un esempio.

Si tratta di un approccio analogo a quello che pochi anni dopo guiderà la mano di Elio Petri nella realizzazione di alcuni dei suoi film più graffianti ed incisivi, come La Classe Operaia Va In Paradiso. (Non a caso, entrambi gli autori furono perciò oggetti di violenti attacchi da parte della critica loro contemporanea.) Si tratta di quella deriva che farà sì che nel giro di pochi decenni proprio un governo di sinistra autorizzi l’uso di bombardieri italiani su un paese confinante. E che non molti anni dopo dimostrerà di non aver nessun problema ad accettare l’idea che a Genova, per 3 giorni nel Luglio 2001, possa essere stato messo in funzione un vero e proprio lager, muovendosi in prima persona per ricompensare il Capo della Polizia di allora con diverse cariche di prestigio. Per Pasolini, l’evoluzione dei tempi imponeva la necessità di un ripensamento dell’autoritarismo: il fascismo, così come si era affermato nel Ventennio, era una categoria obsoleta e superata. Ma le pulsioni totalitarie che l’avevano animato erano ancora in vita e continuavano ad agire, seppure in una forma che predilige la persuasione e la manipolazione all’uso dei manganelli. Ma che tuttavia non si fa scrupoli ad utilizzare mezzi di repressione più diretti quando il semplice dialogo non appare sufficiente.

Negli anni che seguirono il ’68, Pasolini dedicò molto tempo ed energie a mettere a fuoco il presente di una società nella quale quella che sembrava una rivoluzione di classe si andava delineando come uno scontro di forze all’interno della borghesia stessa. Le sue critiche contro l’affermarsi del consumismo e la diffusione dei mezzi di comunicazione non rappresentavano una forma di nostalgia verso una mitica Arcadia contadina. Piuttosto erano un tentativo di mettere in guardia sull’anima autoritaria che si agitava sotto l’aspetto educato e liberale delle diverse forme di potere. Non sentiva nessuna nostalgia nei confronti dell’Italietta omologata e conformista del dopoguerra, e tanto meno era ostile o contrario allo sviluppo o al progresso. I suoi riferimenti alla spontaneità contadina avevano piuttosto lo scopo di mettere in luce l’ipocrita doppiezza di una società nella quale progressisti e reazionari si rivelano essere le proverbiali due facce della stessa medaglia: la rivoluzione conformista. Ai suoi occhi, il razzismo di buona parte della sinistra italiana non aveva nulla da invidiare a quello tipico della destra, a partire dal disprezzo verso la cultura popolare fino ad arrivare all’emarginazione delle divergenze e del dissenso. Una sinistra che della destra assecondava anche le posizioni clericali e reazionarie, in linea con il pensiero secondo cui ciò che non rientra all’interno di schemi considerati “accettabili” è la manifestazione di un Male con il quale non è possibile dialogare, ma che deve essere annullato o ridotto all’impotenza. Il tutto condito da una intransigenza morale nei confronti degli avversari pari solo all’indulgenza nei confronti di se stessi e del proprio schieramento. Si tratta di quel modo d’agire che nel giro di pochi anni si concretizzerà sempre di più, ad esempio, nella retorica del servo avversario, quella per cui un alleato che difende un’idea o un’opinione agisce in osservanza della verità e di nobili principi, mentre qualcuno che lo fa aderendo a posizioni diverse o opposte regolerebbe la propria azione solo per interesse, in quanto pagato o più in generale al servizio di qualcun altro. E’ la retorica dell’ipocrisia cattolica di quanti non si fanno scrupoli se si tratta di utilizzare contraccettivi e a fare sesso per soddisfare le proprie voglie, nonostante i dettami contrari della Chiesa, ma che diventano intransigente quando si tratta, ad esempio, del piacere altrui. Tanto più quanto e quando questi piaceri fanno riferimento a orientamenti sessuali differenti.

Per Pasolini, l’assenza nel paese di una seria cultura politica, in particolare di Destra, non è solo ciò che ha permesso l’affermazione di una versione rozza come il fascismo degli anni ’20, ma è anche ciò che fa sì che la sinistra possa assimilarne molteplici istanze senza rendersene conto. Quello tra gli studenti e la polizia non è uno scontro di classe: è un braccio di ferro tra forze interne alla borghesia che si affrontano in modo indiretto per definire i propri ruoli. Lui non contestava gli studenti perché andavano contro la polizia, ma perché vedeva in questa azione un modo per evitare di confrontarsi con i poteri al governo. Per lui, gli studenti non stavano mettendo in discussione il potere contro il quale manifestavano, piuttosto ne stavano rivendicando una parte. E nel giro di tre decenni questo movimento avrà concluso la sua parabola, tanto da far sì che anche per la “sinistra” italiana un concetto come quello di stato d’eccezione diventi accettabile in virtù della cosiddetta realpolitik. Ed è così che un episodio che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” viene liquidato come un episodio isolato da dimenticare, un mero incidente che non dovrebbe mettere in discussione i pilastri democratici della società. Come se non ci fosse niente di strano nell’idea che sia stato possibile mettere in piedi un apparato repressivo di matrice sudamericana senza una pianificazione. E soprattutto, come se fosse stato possibile farlo funzionare anche in assenza di un contesto sociale e culturale permeabile, in grado di tollerarlo e assimilarlo in breve tempo.

Gridavano e Piangevano – ovvero: il Lager dietro Casa

Roberto Settembre, giudice di Corte d’Appello nel processo per i fatti avvenuti all’interno della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 a Genova nel 2001, decise di raccontare quanto aveva appreso nel corso di questa esperienza all’interno di un libro intitolato Gridavano e Piangevano. Si tratta della ricostruzione di quell’episodio attraverso le indagini effettuate in occasione del processo. L’autore cerca di attenersi ai fatti e alle testimonianze messe a verbale, ma ciò non gli impedisce descrivere quel luogo che per l’occasione era stato ribattezzato “casa del lupo” nei termini di un “universo concentrazionario”. Oltre 200 persone, in larga maggioranza innocenti e scagionate da qualsiasi accusa, furono arrestate, private di diritti, umiliate, percosse e torturate dalle forze dell’ordine italiane. Per tutto il periodo della detenzione, fu loro impedito di contattare un legale o comunicare in qualsiasi modo con l’esterno: erano desaparecidos sul suolo italiano. L’organizzazione della struttura ricalcava la sovversione di valori tipica di qualsiasi lager: le forze dell’ordine diventano aguzzini, i medici torturatori e i diritti negati si trasformano in crimini. Obbligati con la forza a stare in piedi contro le pareti, perfino andare in bagno o in infermeria rappresentava un rischio per l’incolumità. Le aggressioni e le minacce verbali si univano alla privazione del cibo, del sonno e delle più elementari forme di assistenza medica. C’era perfino chi ricordava il lancio di un fumogeno all’interno di una stanza chiusa, in una sorta di macabro allestimento che rivisitava ciò che accadeva nelle camere a gas del Reich. E anche le musiche che accompagnavano le ore di prigionia si muovevano nella stessa direzione. A tal proposito, scriveva Primo Levi a proposito delle musiche che sentiva in continuazione durante il suo periodo di detenzione ad Auschwitz: “I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care ad ogni tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del Lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente“. In modo analogo, tra le pareti della caserma di Bolzaneto risuonavano canti e suonerie di cellulare care a ogni nostalgico del Duce. Alternate a una crudele filastrocca: “Uno due tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei bruciamo gli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove, ein zwei drei viva l’Apartheid“.

Il paese che afferma in pubblico di riconoscersi nei valori della resistenza partigiana e la commemora ogni anno attraverso la retorica del 25 Aprile si è lasciato questo episodio alle spalle con poco più di una scrollata. E la grande parte dell’informazione, anche quella che non esita a strattonare la Costituzione se utile alla campagna del momento, si è lasciata alle spalle le proprie responsabilità, adagiandosi sulle posizioni del potere politico e giudiziario. I grandi organi d’informazione evitarono di soffermarsi sul fatto che quelle stesse forze dell’ordine che in apparenza sembravano incapaci di contrastare le azioni di disturbo all’ordine pubblico nelle strade della città, erano però riuscite a mettere in piedi un apparato repressivo degno di un regime totalitario, nonché a farlo funzionare con grande professionalità, e nel giro di pochissimo tempo. L’attenzione dei diversi poteri che concorrono nel controllare e gestire l’azione poliziesca pareva essere più interessata alla repressione del dissenso che non al rispetto della legalità. E sempre in accordo con la tradizione totalitaria, i diritti civili non sono stati solo sospesi o negati, ma anche sovvertiti in crimini.

Qualsiasi richiesta da parte dei prigionieri di contattare un legale, un magistrato o i famigliari non viene solo respinta, all’interno del Lager diventa un atto di insubordinazione: chi non accetta in silenzio la privazione a cui è stato sottoposto, viene percosso, torturato, spezzato. Le vittime non vengono riconosciute come tali, e anzi sono accusate di essere responsabili di ciò a cui sono sottoposte. In questo caso, la scelta di aderire a una libera e legale manifestazione di piazza – di non essere rimasti a casa propria – diventa per il carnefice un elemento sufficiente per sgravarsi di ogni colpa ai danni di chi si trova alla sua mercé. In modo simile a come quando qualcuno afferma che è colpa delle brutte abitudini di una vittima – come può essere l’uso di droga – se questa ha perso la vita, nonostante la causa del decesso sia da imputare a traumi e lesioni, nonché a una mancanza di assistenza sanitaria. O come ogni volta che qualcuno afferma che la vittima di uno stupro “se l’è andata a cercare”, magari per via dell’abbigliamento che indossava o per un comportamento che il tribunale della morale popolare può non ritenere adeguato alla situazione. Se ad accogliere i prigionieri nella caserma ci fosse stato il Duca di Salò, le sue parole non sarebbero state meno opportune di quanto lo fossero all’ingresso della villa di Marzabotto: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui.”

Ritorno a Sodoma

Salò o le 120 Giornate di Sodoma non è solo una trasposizione cinematografica dell’opera del Marchese De Sade ambientata nella realtà repubblichina, ma anche una potente metafora della concezione che il regista aveva del rapporto tra chi detiene il Potere, chi vi è assoggettato e chi è chiamato a far sì che sia rispettato. E’ una messa in scena dell’esercizio del potere nei moderni campi di internamento, ma soprattutto è la rappresentazione dell’anarchia del potere. E il ruolo che il sesso vi ricopre non è solo una metafora dello sfruttamento, della violenza o dell’umiliazione. E’ piuttosto il volto senza maschera di un’arbitrarietà che non riconosce il prossimo se non in funzione delle possibilità di soddisfacimento che può offrire. Quella che Pasolini definisce “edonismo consumistico” è una nuova forma di ideologia che tende alla sottomissione delle masse attraverso un nuovo livellamento culturale. I quattro signori della villa che ordinano di rapire 18 giovani (9 ragazzi e 9 ragazze) sono ognuno un rappresentante di un potere (politico, economico, giudiziario, religioso) e tutti assieme collaborano al fine di soddisfare le loro voglie realizzando qualsiasi fantasia, anche la più turpe, violenta e disgustosa. Per raggiungere il loro scopo si avvalgono di quattro narratrici, incaricate di raccontare storie di perversioni varie attingendole dai loro ricordi di prostitute, estetizzando il degrado e l’abiezione a un punto tale che perfino la merda viene presentata come una prelibatezza culinaria. E a garantire l’ordine e all’interno della struttura ci sono i soldati collaborazionisti (al posto di quelli che nel testo originale del Marchese De Sade erano chiamati “fottitori”), armati e incaricati di far sì che le volontà e i desideri dei signori della villa siano rispettati. L’ordine che impongono alle loro vittime è completo e non lascia alcuno spazio a eventuali iniziative, infatti il loro crudele piacere non si basa solo sull’affermazione della loro volontà e dei loro desideri, ma anche sulla negazione di qualsiasi forma di speranza o conforto ai prigionieri, che si tratti di cure che potrebbero offrirsi a vicenda o anche solo di semplici preghiere.

Anche le forze dell’ordine sono strumenti di piacere al servizio dei potenti, ma a differenza delle vittime vere e proprie possono godere di margini d’azione ben più ampli. Come i loro padroni, anche loro possono compiere violenze e abusi, a condizione che tali iniziative non siano d’intralcio ai desideri di chi è al comando. A differenza dei prigionieri assecondano in pieno le voglie dei potenti, e il premio per la loro docilità consiste nella possibilità di indossare i panni dei carnefici e di godere a loro volta del privilegio dell’impunità. Sebbene non siano gli ideatori delle atrocità perpetrate all’interno della villa, non c’è nulla che possa sollevarli dalla responsabilità morale derivante dai crimini che vengono compiuti anche grazie alla loro complicità. E a differenza di quanto è possibile fare decontestualizzando un paio di versi dalla lunga poesia citata all’inizio, qui non c’è niente che possa far pensare a una qualche forma di simpatia nei confronti degli uomini armati. Qui non ci sono i manifestanti che fanno a botte con loro e nei quali Pasolini non vedeva altro che i figli degli uomini che davano loro ordini. Liberi di agire fuori da contrasti e restrizioni, gli uomini armati al servizio dei signori della villa non oppongono alcuna resistenza nei confronti di una corruzione che al contrario sono chiamati a difendere. E che, facendo ciò, alimentano essi stessi traendone piacere a loro volta. Motivo per cui non è difficile immaginare i violenti moti di disgusto e disprezzo che l’autore avrebbe provato di fronte a chi avesse provato a utilizzare il suo nome e le sue parole per benedire azioni violente e repressive. Tanto più che coloro che si abbandonano a simili operazioni spesso non sono altro che gli eredi culturali (e ideologici) di quanti in vita non perdevano occasione di attaccarlo sul piano personale.

In pratica, il tutto si riduce a un altro, ennesimo, atto di squadrismo intellettuale da parte di quanti manifestavano a pieni polmoni scandalizzato ribrezzo e indignato disgusto di fronte alle scene di Salò, pensando che vi fossero ritratte le perverse ossessioni di un noto omosessuale. Senza rendersi conto che invece il film ritraeva prima di tutto loro.

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Lovelace – Robert Epstein, Jeffrey Friedman

La Lettera Rubata è uno dei racconti più famosi e studiati di Edgar Allan Poe. Tanto denso nella sua brevità da attrarre le attenzione di autori come Proust e Freud, Lacan e Derrida. La vicenda riguarda una missiva dal contenuto molto compromettente, sottratta al legittimo proprietario da un ministro francese che la utilizza per mettere in atto i suoi ricatti. Nel tentativo di recuperarla, la polizia si introduce più e più volte nell’abitazione del potente ladro, ma senza alcun esito. Il prefetto decide perciò di chiedere aiuto e consigli0 all’investigatore Dupin, il quale intuisce che la polizia sta portando avanti l’indagine nella direzione sbagliata, nonostante le minuziose perquisizioni. Decide pertanto di agire in prima persona: con una scusa va a fare visita al ministro, e qua trova la lettera in bella mostra e riesce ad appropriarsene senza farsi scoprire. Dupin aveva intuito che il ministro, essendo a conoscenza dei processi mentali degli inquirenti, aveva deciso di nascondere la missiva in un luogo dove la polizia non avrebbe cercato: visibile e a portata di mano. E difatti, impegnati nello scovare e setacciare i più oscuri nascondigli, gli investigatori non avevano prestato alcuna attenzione agli incartamenti che si trovavano in bella vista. In pratica, quanto messo in atto dal ministro non è molto dissimile da ciò che un prestigiatore fa sulla scena, quello che Nolan riassume in The Prestige facendo affermare a John Cutter: “Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati.

 Lovelace è tutto questo. Il racconto di un’illusione, di una “lettera rubata” che, nonostante fosse visibile, rimase nascosta all’occhio di un pubblico che poi, messo di fronte alla verità, rifiuta di accettarla. “Quando guardate il film Gola Profonda, state assistendo a me che vengo stuprata” dichiarò in pubblico Linda Boreman, meglio nota con il nome di Linda Lovelace, negli anni ’80, quando il racconto delle sue sofferenze era diventato di dominio pubblico in seguito alla pubblicazione di Ordeal, la sua autobiografia più famosa. Con ciò non intendeva accusare Harry Reems di averla costretta a fare sesso con la forza, quanto piuttosto evidenziare come la sua partecipazione al film fosse da imputare alle minacce, alle costrizioni e alle violenze da parte del marito Chuck Traynor. Si tratta di una storia nella quale non esiste una verità provata che sia possibile abbracciare con certezza assoluta: per anni Linda ha accusato l’ex-marito di averla costretta con il terrore ad un calvario di dolore ed umiliazioni, e lui ha sempre rispedito le accuse alla mittente liquidandole come calunnie prive di fondamento.

Nella loro ricostruzione cinematografica della vicenda, i registi Epstein e Friedman scelgono di non abbracciare in modo unilaterale la storia della coppia così come l’ha raccontata la donna. Piuttosto cercano di mostrare come, tra le due versioni, quella di lei sia senza dubbio la più coerente ed attendibile. E lo fanno spezzando il racconto in due parti, con la seconda che riempe i buchi lasciati aperti dalla prima, mettendo a fuoco proprio quella “lettera rubata” che il pubblico non sembra essere intenzionato a voler vedere. La prima metà del film racconta la storia di Linda Lovelace (Amanda Seyfried) così come era nota al pubblico, dall’incontro con Chuck Traynor (Peter Sarsgaard) a quello con Harry Reems (Adam Brody) e tutti gli altri personaggi sul set di Gola Profonda, fino all’ingresso nella Playboy Mansion e alla conoscenza di Hugh Hefner (James Franco). Ma proprio quando la ragazza sembra essere all’apice del successo e al principio di una carriera da top pornostar, la narrazione si interrompe. All’interno di una stanza asettica, una versione invecchiata di Linda è collegata ad un poligrafo che attesterà come siano vere le accuse che rivolge all’ex marito. Da quel momento in poi, il film torna su quanto già narrato nella prima parte, soffermandosi su elementi scivolati via come ininfluenti, e sottolineando il loro ruolo di agenti rivelatori di una realtà ben diversa da quella che appare in primo piano.

Il film evita di affrontare tutti gli episodi che in Ordeal la donna indica come più umilianti e traumatici: dallo stupro di gruppo che avrebbe segnato il suo ingresso forzato nel mondo della prostituzione, al corto pornografico in cui sarebbe stata costretta a subire un rapporto con un cane, fino alla dolorosa punizione in pubblico ad opera di una mistress sado-maso su mandato del marito. Inoltre evita anche di soffermarsi sul piacere malvagio che, secondo lei, lui provava nel tormentarla, nell’umiliarla e nello spezzarla. Tuttavia il film non risente affatto di queste mancanze, e l’intento di comunicare la violenza che la donna ha subito non ne viene in alcun modo scalfito. Quasi come se intendesse comunicare che non è necessario portare davanti alla macchina da presa l’oscenità dei dettagli per esibire la credibilità della storia. Le spiegazioni che vengono date sono perlopiù risposte a domande che lo spettatore avrebbe potuto porsi da solo. Ad esempio, com’è stato possibile che nel giro di pochi mesi una ragazza cattolica, un po’ impacciata e non intraprendente, si sia trasformata in una freak del sesso? La risposta è nei pugni, nei calci e nelle minacce di morte con una pistola puntata alla testa. E in quel livido sulla gamba che la produzione di Gola Profonda non è riuscita a nascondere.

Lo stesso Traynor dichiarò alla stampa che Linda non era una prostituta prima di incontrarlo, e che non lo fu più dopo essersi separata da lui. Come non negò di averla picchiata più volte. E per quanto riguarda Gola Profonda, a fronte di guadagni milionari per la produzione, alla protagonista andarono poco più di 1.000 dollari. Un insieme di elementi, questi, che non possono non essere messi in relazione col fatto che, lontana da Traynor, la donna rifiutò in modo sistematico di apparire in qualsiasi produzione al luci rosse, anche quando le offerte potevano contare diverse centinaia di migliaia di dollari. Anzi, negli anni a venire, finì con il trasformarsi in uno strumento attivo nelle mani di femministe anti-porno. Il nome di Linda Lovelace è stato uno dei più popolari del panorama porno degli anni ’70, e la necessità di comunicare come la sua storia non fosse quella che tutti credevano l’ha resa adatta agli scopi di persone che non hanno esitato a sfruttarla come bandiera. Forse lei stessa era a conoscenza del fatto che la sua immagine veniva utilizzata dalle femministe proprio per via di ciò che aveva rappresentato in passato. Non stupirebbe nemmeno che alcuni dei tanti eventi che racconta nelle sue memorie fossero frutti dell’immaginazione: un modo per guadagnare qualcosa a sua volta alle spalle di quell’industria che aveva incassato milioni utilizzandola e lasciandole poche briciole o, come altri addetti del settore hanno avuto modo di affermare (ad esempio, in The Other Hollywood di Legs McNeil & Jennifer Osborne), un modo per prendere le distanze da scelte sbagliate di cui si era pentita, prima fra tutte quella di frequentare Chuck Traynor. In ogni caso, quello che rimane sono una dozzina di giorni passati su un set pornografico e un paio di decenni a raccontare una differente versione dei fatti: la ragazza in Gola Profonda sorrideva perché temeva per la sua incolumità, e non perché fosse entusiasta di fare quello che stava facendo. E il richiamo torna a quel livido ben visibile sul corpo di lei.

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