Archivio ottobre 2014

Asa Akira – Insatiable: Porn – A Love Story

In occasione del pay per view Royal Rumble tenutosi nei primi mesi del 1999, in piena Attitude Era, l’incontro per il titolo di campione della WWE vede Mankind faccia a faccia con The Rock. Per l’occasione viene stipulato un I Quit Match, uno scontro nel quale non esiste squalifica o conteggio fuori dal ring. I wrestler possono combattere ovunque, anche nel backstage o fuori dall’arena, e possono usare qualsiasi oggetto a disposizione per colpire l’avversario. L’incontro finisce solo nel momento in cui uno dei due si arrende e pronuncia due fatidiche parole: “I Quit”. Mick Foley, nei panni di Mankind, arriva all’appuntamento con la cintura di campione, ma alla fine è The Rock a portare con sé il prezioso trofeo, al termine di uno degli spettacoli più violenti e memorabili della storia della federazione. L’incontro inizia e procede in modo piuttosto equilibrato, con impatti duri contro oggetti e superfici di ogni tipo da parte di entrambi i partecipanti. Ma il punto di svolta si ha nel momento in cui lo sfidante riesce ad ammanettare il campione e utilizza una sedia come corpo contundente. Con le mani immobilizzate dietro la schiena, Mankind viene colpito una decina di volte alla testa. Ogni volta che la sedia impatta con il cranio di Mick Foley, il suono che rimbomba è brutale. Ed è così intenso da costringere la moglie sconvolta a lasciare il suo posto tra il pubblico prima della fine dello spettacolo, portando via con sé i figli in lacrime. L’idea alla base dell’incontro era quella di far sì che The Rock potesse apparire come la stella più forte della WWE, e in questo caso la strada passava attraverso la costrizione alla resa di un personaggio che fino a quel momento si era distinto per essere uno dei più coriacei mai visti, capace di sopportare livelli di dolore quasi insostenibili. Una volta giunto nello spogliatoio e tolta la maschera per ricevere le cure mediche, sulla testa di Mick Foley fanno bella mostra un lungo taglio e numerosi ematomi, e al momento di lasciare l’arena sfoggia una pesante fasciatura che indica la realtà della ferita.

E’ noto come il wrestling sia una forma di finzione in cui la maggior parte delle volte i lottatori fanno finta di subire danni a causa di colpi che non fanno male. Quello che è meno noto è che al suo interno si trova anche un’altra forma di finzione: quella per cui i wrestler fingono di non essersi fatti niente anche quando sono in preda al dolore in seguito ad impatti molto violenti. E sono questi i momenti in cui il wrestling si allontana dalla messinscena teatrale per avvicinarsi ai territori della pornografia: quando i lottatori fingono di fare proprio ciò che stanno facendo in realtà. Come su un set pornografico gli attori fanno sesso nel contesto di una messinscena, così non è raro che i wrestler si colpiscano davvero affinché lo spettacolo possa risultare realistico. E come all’interno di un ring l’obiettivo del wrestler non è far male all’avversario ma intrattenere il pubblico, così su un set pornografico l’obiettivo degli attori non è soddisfare il proprio piacere o quello dei partner, ma esibirsi in una performance di natura sessuale. Questo è il motivo principale per cui un amplesso su un set si presenta come qualcosa di ben diverso rispetto alla prostituzione, e confondere le due cose equivale a pensare che non ci siano differenze tra un incontro di wrestling e una rissa per strada. O magari credere che la vita delle prostitute sia come quella delle pornostar. Che come queste, anche le donne di strada possano selezionare i clienti o abbiano rapporti solo con persone che si sottopongono a controlli medici specifici almeno una volta al mese.

E quando ci si imbatte in testimonianze come l’autobiografia di Asa Akira, tutte queste differenze diventano lampanti. Nata negli Stati Uniti da genitori giapponesi e vissuta perlopiù in condizioni di agiatezza, poco dopo il raggiungimento della maggiore età comincia a cercare l’indipendenza economica non mostrando particolari esitazioni davanti alla possibilità di utilizzare il proprio corpo in chiave sessuale. Ma è l’incontro con Gina Lynn e l’ingresso nel mondo del porno a segnare il punto di svolta definitivo nel corso della sua vita. Il racconto della sua vita nel mondo a luci rosse diventa così anche una storia d’amore. E non solo perché è proprio sul set di una scena pornografica che ha avuto modo di incontrare per la prima volta Toni Ribas, il collega attore di cui era un’ammiratrice ancora prima di conoscerlo di persona e che in seguito è diventato suo marito. Ma soprattutto perché è la storia di una passione che l’ha portata a collezionare decine di award nell’ambito del cinema per adulti nell’arco di pochi anni. E dato l’intenso intreccio tra finzione e realtà sul set, è proprio grazie al racconto autobiografico che la sfera pubblica si ridimensiona restituendo l’immagine di una persona che cerca di affermarsi, in modo del tutto lecito e legale, facendo qualcosa che la appassiona e la appaga. E che nonostante tutta la retorica che accompagna gli inviti rivolti alle persone a realizzarsi perseguendo le proprie aspirazioni, non può fare a meno di ritrovarsi marchiata da un punto di vista morale.

 La vita della protagonista non è certo quella di una principessa in un castello dorato, ma tra serate a base di clisteri in preparazione dell’indomani sul set e la struggente rinuncia ad abbuffate a base di pizza per mantenere il fisico in forma, la voce che si racconta oscilla spesso tra l’autoironico e il divertito. Quello che però traspare tra le righe è l’isolamento di un mondo in larga parte chiuso in se stesso. L’industria pornografica fattura miliardi ogni anno, i siti internet vietati ai minori contano milioni di visitatori ogni giorno, eppure nel villaggio globale le attrici che si dedicano a questa attività vengono spesso vilipese e stigmatizzate. E sullo sfondo si agita una forma tutt’altro che strisciante di maschilismo: mentre gli attori come Ron Jeremy diventano icone pop, le attrici continuano ad essere etichettate come puttane. E come tali vengono trattate. Non a caso, Asa Akira racconta come l’episodio in cui più si è sentita umiliata non è stato su un set, ma in una sala d’attesa di un aeroporto: uno sconosciuto che l’aveva riconosciuta le si avvicina alle spalle e le strizza il seno. Forse pensava che una donna che ha partecipato a delle gang bang davanti ad una videocamera non se ne sarebbe neanche accorta, o forse non pensava ad altro che a soddisfare una propria voglia. Rimane il fatto che un episodio come questo è emblematico di come le società in cui viviamo non esitino ad applicare i proverbiali due pesi e due misure pur di non mettere in discussione le proprie ipocrisie. In TV i talk show sono pieni di persone che parlano di qualsiasi cosa, che siano note per essere competenti nella materia di cui stanno discutendo o meno. Ad esempio, le pagine delle riviste sono piene di musicisti che parlano di politica, costume e società, e (come è giusto che sia) nessuno si interroga se oltre ad aver imparato a cantare o a suonare abbiano anche approfondito le materie di cui stanno discutendo. Ma quando si arriva alle attrici porno, come eserciti di comari che nella piazza del paese puntano il dito contro la svergognata che ci sta con tutti, il tutto si riduce a carne nuda da palpeggiare e orifizi da riempire. Come se l’esistenza di queste persone si riducesse solo a penetrazioni ed orgasmi. Salvo poi scoprire che performer come Stoya si raccontano attraverso articoli lucidi ed articolati. A differenza della maggioranza dei detrattori che di rado riescono ad articolare poco più che insulti e grugniti sparsi in un paio di righe farcite di errori grammaticali.

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Opti Poba Nel Paese Delle Indignazioni

Noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così.

Di norma, la stampa si mostra piuttosto riluttante a soffermarsi sulle notizie, ad incrociarle tra loro ed individuare punti di contatto che raccontino anche il contesto che le genera. Appare più semplice saltare da un evento all’altro in rapida successione. E soprattutto, è meno rischioso dal punto di vista economico. A cadenza pressoché quotidiana, le notizie salgono in groppa a cavalli imbizzarriti che corrono in tondo negli ippodromi dell’indignazione, tra i fischi ed il biasimo del pubblico che urla scomposto sugli spalti. Di sera, gli animali si ritirano nelle loro scuderie e gli spettatori possono tornare a casa, a riposarsi per l’indomani. E ogni volta il copione si ripete come se fosse la prima. L’indignazione è forse l’unico stato d’animo in grado di passare intere giornate a fottere con perfetti sconosciuti per poi risvegliarsi vergine il giorno dopo. Al contrario, tenere traccia delle notizie per individuare relazioni e punti in comune, sarebbe un po’ come sospendere lo spettacolo nell’ippodromo per ricordare al pubblico tutte le volte che ha già agito in modo simile. Non è necessario un esperto in marketing per arrivare alla conclusione che al lettore/spettatore non piace essere chiamato in causa e considerato parte di quello stesso problema nei confronti del quale si mostra indignato. A nessuno piace pensare che la propria immagine potrebbe scorrere sul grande schermo davanti al quale si è raccolta una folla per i suoi due minuti di odio. Soprattutto se si fa parte di quella stessa folla in prima persona. Proprio come avviene nel caso del razzismo: al razzista non piace essere considerato o definito tale.

Non molto tempo fa, movimenti omofobi con gruppi aderenti sparsi in tutto il paese, non paghi dell’essersi appropriati di una frase di Camus per la loro battaglia reazionaria, decidono di scendere in piazza per mettere in atto una manifestazione contro i diritti degli omosessuali. O, meglio, contro la possibilità che le richieste di questi possano essere anche solo in minima parte accolte. Quasi tutte le manifestazioni scivolano via nell’anonimato: qualcuna registra qualche scontro, la maggior parte tornano nell’ombra senza eventi degni di nota. Ma a Bergamo succede qualcosa di singolare. Un giovane decide di esprimere il proprio dissenso in modo silenzioso e pacifico. Con un approccio più in linea con quello di un cosplayer che non di un contestatore, indossa un costume simile a quello dei nazisti dell’Illinois del film The Blues Brothers, e al braccio una fascia come quella che Charlie Chaplin aveva ne Il Grande Dittatore. In piedi con il suo libro in mano (il Mein Kampf, per coerenza col costume) esprime il suo dissenso proprio come tutti gli altri: immobile e in silenzio. Ma la sua azione ha breve durata: la polizia interviene e lo arresta. Pare, secondo quanto riferito dalla stampa, per tutelare l’ordine pubblico. Ma l’accusa che viene formalizzata non è di disturbo o simili. E’ di apologia del fascismo. Forse per una mera coincidenza, forse perché si affaccia l’idea della possibilità di setacciare consensi tra quanti vorrebbero che le rivendicazioni dei non-etero fossero schiacciate come disgustosi scarafaggi, o forse per improvvisi conati di legalità e di rispetto delle norme, il Ministro degli Interni prende posizione contro le unioni civili tra omosessuali. (Non è molto impegnativo prendere posizione simili, quando i diritti in gioco sono quelli di una minoranza di cui non si fa parte.) E mentre il Capo del Governo di cui questo fa parte glissa astenendosi dal prendere posizione o commentare, il ministro in questione invia una circolare ai prefetti di tutta Italia in cui li invita a bloccare la trascrizione di tali unioni nei registri dello stato civile. E procedere ad annullare quelle già effettuate.

Negli stessi giorni, arriva la notizia della sospensione per sei mesi da parte della FIFA imposta al presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio in merito ad espressioni razziste pronunciate in pubblico nel mese di Luglio. Il quale, riferendosi ai calciatori che arrivano dall’Africa, come avrebbe fatto anche un ipotetico giocatore dal nome Opti Poba, li aveva identificati attraverso la caratteristica del mangiare banane. La notizia viene confermata in sede di FIGC, che replica che non ci saranno ricorsi contro la sentenza, e poi scivola via veloce dalle notizie in primo piano: il pubblico aveva già mostrato la sua indignazione nel periodo tra Luglio e Agosto. Senza considerare che l’attenzione degli appassionati di calcio è tutta concentrata su un altro evento: l’arbitraggio che avrebbe condizionato il risultato tra Juventus e Roma. Proteste in campo, polemiche fuori campo, scambi di accuse e veleni, e perfino discussioni in Parlamento. Da più di una parte si alza la voce secondo cui si sarebbe trattata di una brutta pagina dello sport italiano e di una altrettanto brutta figura davanti agli sguardi di altri paesi. Come se non avesse alcun valore il fatto che, a differenza di molte altre discipline sportive, il calcio continua a resistere a tecnologie ed innovazioni che permetterebbero un andamento più corretto del gioco. Salvo poi stracciarsi le vesti quando vengono prese decisioni errate, appunto.

Le due vicende non sono solo unite dal tema del razzismo, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che certi comportamenti non siano riconosciuti come tali. Si potrebbe anche credere alla buona fede del presidente della FIGC che, al momento del fatto ancora candidato, non avrebbe avuto nessun beneficio dal presentarsi come un razzista ai fini della carica per la quale era in competizione. Tuttavia ciò non rappresenta un’attenuante o una giustificazione, semmai restituisce l’immagine di un paese che non solo ha atteggiamenti discriminatori, ma nemmeno si rende conto di averli. E l’idea che il calcio italiano possa aver fatto una brutta figura a livello internazionale per un paio di decisioni prese dall’arbitro nel corso di una partita, piuttosto che per la sospensione della sua massima carica a causa di un affermazioni razziste, restituisce l’immagine di una scala di valori distorta. Quantomeno se giudicata alla luce dei principi che hanno guidato la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E qualcosa di analogo vale anche per coloro i quali si mobilitano per far sì che le discriminazioni nei confronti delle coppie non etero non siano messe in discussione. Non solo non accettano di essere definiti “omofobi”, ma in molti casi è probabile che siano davvero convinti di non esserlo. Ma la questione non riguarda convinzioni ed intenzioni, piuttosto interessa i fatti. O meglio, dovrebbe interessare i fatti, se i media non preferissero – anche per ragioni narrative – affrontare i fatti in modo più morbido e sfumato.

Non si tratta di fare processi al pensiero o alle intenzioni per stabilire se il presidente della FIGC sia razzista o meno. Anche volendo credere alla sua versione, rimane il fatto che definire Opti Poba un mangiatore di banane per via della sua provenienza è un’affermazione che si basa su presupposti offensivi e discriminatori. Lasciare che l’informazione si allarghi a comprendere spiegazioni di vario tipo significa permettere la generazione di un contesto che non rischia di offendere il lettore/spettatore, giustificandolo. Proprio come quando viene consentito di argomentare contro l’uguaglianza tra orientamenti ricorrendo ad argomentazioni fallaci ed illogiche. Come quando qualcuno argomenta che le unioni tra persone dello stesso sesso costituirebbero un attacco alla famiglia tradizionale, data la loro impossibilità a procreare, dimenticando che: a) il matrimonio tra eterosessuali non prevede l’obbligo della procreazione; b) anche nelle unioni tra persone di sesso diverso ci possono essere condizioni biologiche/genetiche che impediscono la procreazione; c) nelle realtà eterosessuali sono molti i bambini che non hanno una madre o un padre, in quanto figli di genitori single o vedovi. Il matrimonio non esiste nel mondo della natura: gli animali non si sposano. E per quanto riguarda le tradizioni, non c’è nulla che afferma che siano buone perché sedimentate nel tempo: fino al 1946 la tradizione prevedeva che le donne non avessero diritto al voto, e fino al 1981 ha ammesso l’esistenza del delitto d’onore.

All’interno di un contesto così permeabile all’arbitrio e alle fallacie, riesce a passare per una simpatica notizia di costume anche la vicenda di un innocente che viene arrestato con false accuse allo scopo di impedirgli di continuare la sua protesta pacifica. Il cosplayer non solo non impediva agli altri di portare avanti la loro manifestazione, ma al contrario è stato allontanato proprio su richiesta di coloro che in seguito si sono lamentati del mancato rispetto del loro diritto a manifestare, grazie anche ad una interpretazione magistrale del classico chiagne e fotti. E di fronte ad una città che si risveglia sommersa dal fango della propria incuria, non pochi pensano che possa essere il momento di lanciare delle campagne contro tutti quegli Opti Poba che non giocano in Serie A, e che starebbero con le mani in tasca a guardare quelli che faticano per ripulire le strade. Incontrando segnali di assenso e condivisione. Proprio come altri che evocano scenari da Vecchio Testamento, nei quali come una Sodoma del Terzo Millennio, una intera città viene colpita dalla furia dell’acqua per aver accettato di dare un minimo, simbolico, riconoscimento ai diversi. In apparenza inconsapevoli del fatto che, non di rado, l’indignazione è tanto più vibrante quanto incerta è l’etica di chi vi si abbandona.

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