Archivio ottobre 2014

Attacco Alla Famiglia

Eletto presidente degli Stati Uniti per 4 volte consecutive, Franklin Delano Roosevelt è ricordato soprattutto per aver fatto superare al suo paese le difficoltà della Grande Depressione e per averlo guidato alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Molto meno si tende a ricordare le direttive che emise attraverso l’Ordine Esecutivo 9066. Tutti i residenti di origine giapponese, anche se cittadini statunitensi, potevano essere evacuati dalle loro abitazioni e trasferiti in apposite strutture per valutare se costituissero una possibile minaccia alla sicurezza della nazione. In altre parole, centinaia di migliaia di persone di origine giapponese furono rastrellate e trasferite in campi detenzione sulla base di chiari pregiudizi di natura razziale. Le motivazioni che fornivano una giustificazione ufficiale al provvedimento facevano riferimento alla possibilità che tra le fila dei cittadini americani di origine nipponica (a volte anche di seconda o terza generazione) si nascondessero spie e complici del nemico. Si trattava di pregiudizi puri e semplici, tanto che nel 1988 il Congresso ed il Presidente statunitensi sottoscrissero un documento nel quale ammettevano che l’internamento dei cittadini giapponesi fu dovuto a “race prejudice, war hysteria, and a failure of political leadership” (“pregiudizi razziali, isteria di guerra e mancanza di guida politica”). Un fatto in particolare fa sì che non possa esserci alcun dubbio sulla natura razziale del provvedimento: nessun trattamento simile era previsto per i cittadini discendenti degli alleati dell’Impero del Sol Levante (italiani e tedeschi). Non era prevista alcuna soluzione finale, tantomeno c’erano camere a gas o forni crematori, ma anche nel Nuovo Mondo il razzismo era ben vivo e in forma. Erano gli Stati Uniti degli anni ’40, le leggi Jim Crow erano ancora in vigore e lo sarebbero state ancora per oltre due decenni. Lo status di “separati ma uguali” sanciva di fatto la segregazione razziale per coloro che non fossero bianchi. E i giapponesi non lo erano.

Proprio come nel caso della segregazione degli afroamericani, l’internamento dei giapponesi veniva giustificato anche come un modo per proteggerli dall’ostilità degli altri cittadini. Con sfacciata e spudorata ipocrisia, i rastrellamenti e le deportazioni venivano motivati invocando il rischio di altri e più gravi crimini. A differenza di quanto avveniva sul suolo europeo negli stessi anni, il razzismo statunitense rifiutava di definirsi tale: internava le vittime e affermava in pubblico di farlo per il loro bene. E con fermezza assoluta non accettava che altri potessero identificarlo per quello che era. Infatti, come spesso accade, i razzisti rifiutano di essere definiti tali. Al contrario, inventano ragioni con lo scopo di negare la realtà e qualificare sé stessi come brave persone. Tali ragioni spesso evidenziano palesi contraddizioni logiche ed evidenti forme di arbitrarietà, ma il loro scopo non consiste nel risultare persuasive su un piano razionale, quanto piuttosto comunicare un’immagine positiva di sé. Si tratta di quelle che Freud definiva “elaborazioni secondarie”, gli aspetti di una storia che seppur in primo piano non ne costituiscono il nucleo. Di fronte ad un nemico composto da un’alleanza formata da italiani, tedeschi e giapponesi, la scelta di internare solo questi ultimi allo scopo (anche) di proteggerli non è altro che un vestito presentabile buttato addosso al corpo nudo del razzismo verso i “musi gialli“. Nonostante a parole il razzismo venga rifiutato con sdegno, quando si passa agli atti viene messo in pratica con cura nel momento in cui si sceglie di internare chi rischia di essere discriminato piuttosto che perseguire chi discrimina. Un po’ come accade in quelle culture dove le donne vittime di stupro devono guardarsi bene dal denunciare l’aggressione per evitare di essere condannate a morte per adulterio.

E anche un po’ come accade quando chi si oppone alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali si giustifica ricorrendo alle possibili discriminazioni da parte dei coetanei e dei loro genitori. O come quando chi si mobilita contro il semplice riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali agita lo spettro di una non meglio precisata minaccia alla società: un attacco alla famiglia tradizionale che perciò necessiterebbe di essere difesa. In cosa consisterebbe questa presunta minaccia, questo attacco alla famiglia tradizionale, è un tema che non viene sviscerato. Anche perché risulta difficile sostenere in modo logico e razionale come sia possibile che una richiesta di estensione di particolari diritti possa rappresentare un attacco rivolto a quegli stessi diritti e a chi ne gode al momento. Per definizione, un attacco è un’azione ostile che viene sferrata ai danni di un obiettivo con lo scopo di sottometterlo o distruggerlo. Ma chiedere un riconoscimento che estenda anche alle minoranze diritti di cui gode la maggioranza non può essere considerato un attacco in alcun modo, in quanto non intende in alcun modo toglierli a chi già ne beneficia. Al contrario, una simile richiesta può muovere solo sulla base di un riconoscimento esplicito della validità e dell’importanza dei diritti in questione. E infatti, una volta messi da parte eventuali orpelli retorici, le argomentazioni di chi dichiara che le richieste da parte dei gay rappresentano un attacco alla famiglia tradizionale si rivelano analoghe a quelle di chi potrebbe sostenere che l’estensione del diritto di voto alle donne abbia rappresentato un attacco alle libertà degli uomini. O che i movimenti per i diritti civili e l’uguaglianza sociale negli Stati Uniti abbiano messo in atto una serie di attacchi ai diritti dei bianchi. Posizioni, cioè, che risulta difficile non riconoscere come razziste e sessiste.

Ma il difensore dei valori tradizionali non vuole essere etichettato in un modo che reputa negativo, e perciò le sue scelte retoriche sono orientate al fine di giustificare in chiave positiva le sue azioni: a partire dall’impiego dell’excusatio non petita (“non sono razzista ma…”, “non sono omofobo ma…”) fino a tirare in ballo spauracchi di varia natura, che nel caso dell’omosessualità si concretizzano spesso nella corruzione della sessualità di eventuali minori che potrebbero essere loro affidati. Le argomentazioni utilizzate sono prive di fondamento scientifico e non di rado anche incoerenti sul piano logico ma, come già accennato, il loro scopo non è dimostrare una tesi o essere persuasive sul piano razionale. Questa non è altro che un’elaborazione secondaria. Il loro scopo è fornire un’immagine di sé che non sia quella di chi sostiene una certa posizione in quanto razzista o omofobo, ma perché guidato dall’idea di un bene superiore. Come può essere, appunto, la salute fisica e psichica di un minore. O magari come nel caso di chi paventa la possibilità che l’orientamento sessuale degli adulti possa condizionare lo sviluppo di quello del minore. Nei termini in cui viene posta, la questione riguarda solo la possibilità che l’eterosessualità del minore si trovi ad essere confusa dal diverso orientamento dei genitori. La questione di come sia possibile, sulla base di simili premesse, che da coppie eterosessuali nascano figli gay rientra nell’ambito delle problematiche che non vengono affrontate.

Nascondendo i propri pregiudizi dietro i vessilli della difesa dei deboli, gli omofobi sostengono che gli omosessuali non potrebbero svolgere una funzione genitoriale in quanto i bambini necessitano di un padre e di una madre. Come fossero stati colpiti da una forma di amnesia selettiva, sembrano dimenticare come le società civili siano piene di bambini che non vivono in questa condizione, anche se nati in contesti eterosessuali, perché figli di genitori single, o separati, o divorziati, o vedovi. Un applicazione metodica e scrupolosa del principio secondo cui i bambini devono crescere in una famiglia con un padre e una madre imporrebbe di togliere la custodia dei figli ai single o ai vedovi. Ma quello che vale per gli eterosessuali non vale per i gay, e questo è un chiaro segno di discriminazione. Come lo è il fatto che chi dichiara di parlare in favore del benessere dei minori si preoccupa più dell’orientamento sessuale dei genitori che non delle condizioni di vita che questi potrebbero essere in grado di offrire. Di giorno, soprattutto nelle zone turistiche, non è difficile incrociare bambini in età scolare che associazioni criminali utilizzano per elemosinare. Di notte, sui marciapiedi ci sono schiave adolescenti in balia di sfruttatori violenti e senza scrupoli e di clienti (perlopiù maschi bianchi eterosessuali) interessati solo a eiaculazioni a buon mercato. Ma le manifestazioni che vengono organizzate in nome del benessere dei minori mostrano più preoccupazione nei confronti dell’idea che due donne, magari professioniste benestanti ed in grado di garantire solide basi economiche al futuro dei figli, possano beneficiare degli stessi diritti di cui godono coloro che vi si oppongono.

Qualcuno a volte si lancia nell’idea che lo scopo della famiglia sia unire un uomo ed una donna affinché possano procreare, dimenticando che la procreazione non necessita di istituzioni e riconoscimenti. E dimenticando soprattutto che non tutte le coppie sono in condizione di riprodursi. Se lo scopo della famiglia è far sì che un uomo e una donna possano procreare, le coppie che non hanno la possibilità di avere figli possono essere definite “famiglia”? Si tratta di un interrogativo tutt’altro che ozioso: se nel suo insieme una coppia risulta impossibilitata a procreare, da un punto di vista biologico i tentativi di riproduzione hanno tante possibilità di successo quante quelli tra due uomini o due donne. Ma il fatto che la prima abbia la possibilità di essere riconosciuta come coppia e la seconda no rappresenta un’altra, evidente, forma di discriminazione. E non basta affatto prendere una frase di Camus, stravolgerne il senso e stuprarla inserendola in un contesto culturale (di matrice religiosa) che il suo autore avrebbe disprezzato, per cancellare l’omofobia con un colpo di spugna. I difensori dei valori tradizionali possono negare fino alla nausea di essere razzisti e omofobi, ma questo non cambia in alcun modo i contenuti del loro agire. In fondo, come raccontava Hannah Arendt, nemmeno Adolf Eichmann era un convinto antisemita: le sue azioni si limitavano a rispecchiare in pieno i valori dominanti nella sua Germania. La Germania degli uomini col triangolo rosa.

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Asa Akira – Insatiable: Porn – A Love Story

In occasione del pay per view Royal Rumble tenutosi nei primi mesi del 1999, in piena Attitude Era, l’incontro per il titolo di campione della WWE vede Mankind faccia a faccia con The Rock. Per l’occasione viene stipulato un I Quit Match, uno scontro nel quale non esiste squalifica o conteggio fuori dal ring. I wrestler possono combattere ovunque, anche nel backstage o fuori dall’arena, e possono usare qualsiasi oggetto a disposizione per colpire l’avversario. L’incontro finisce solo nel momento in cui uno dei due si arrende e pronuncia due fatidiche parole: “I Quit”. Mick Foley, nei panni di Mankind, arriva all’appuntamento con la cintura di campione, ma alla fine è The Rock a portare con sé il prezioso trofeo, al termine di uno degli spettacoli più violenti e memorabili della storia della federazione. L’incontro inizia e procede in modo piuttosto equilibrato, con impatti duri contro oggetti e superfici di ogni tipo da parte di entrambi i partecipanti. Ma il punto di svolta si ha nel momento in cui lo sfidante riesce ad ammanettare il campione e utilizza una sedia come corpo contundente. Con le mani immobilizzate dietro la schiena, Mankind viene colpito una decina di volte alla testa. Ogni volta che la sedia impatta con il cranio di Mick Foley, il suono che rimbomba è brutale. Ed è così intenso da costringere la moglie sconvolta a lasciare il suo posto tra il pubblico prima della fine dello spettacolo, portando via con sé i figli in lacrime. L’idea alla base dell’incontro era quella di far sì che The Rock potesse apparire come la stella più forte della WWE, e in questo caso la strada passava attraverso la costrizione alla resa di un personaggio che fino a quel momento si era distinto per essere uno dei più coriacei mai visti, capace di sopportare livelli di dolore quasi insostenibili. Una volta giunto nello spogliatoio e tolta la maschera per ricevere le cure mediche, sulla testa di Mick Foley fanno bella mostra un lungo taglio e numerosi ematomi, e al momento di lasciare l’arena sfoggia una pesante fasciatura che indica la realtà della ferita.

E’ noto come il wrestling sia una forma di finzione in cui la maggior parte delle volte i lottatori fanno finta di subire danni a causa di colpi che non fanno male. Quello che è meno noto è che al suo interno si trova anche un’altra forma di finzione: quella per cui i wrestler fingono di non essersi fatti niente anche quando sono in preda al dolore in seguito ad impatti molto violenti. E sono questi i momenti in cui il wrestling si allontana dalla messinscena teatrale per avvicinarsi ai territori della pornografia: quando i lottatori fingono di fare proprio ciò che stanno facendo in realtà. Come su un set pornografico gli attori fanno sesso nel contesto di una messinscena, così non è raro che i wrestler si colpiscano davvero affinché lo spettacolo possa risultare realistico. E come all’interno di un ring l’obiettivo del wrestler non è far male all’avversario ma intrattenere il pubblico, così su un set pornografico l’obiettivo degli attori non è soddisfare il proprio piacere o quello dei partner, ma esibirsi in una performance di natura sessuale. Questo è il motivo principale per cui un amplesso su un set si presenta come qualcosa di ben diverso rispetto alla prostituzione, e confondere le due cose equivale a pensare che non ci siano differenze tra un incontro di wrestling e una rissa per strada. O magari credere che la vita delle prostitute sia come quella delle pornostar. Che come queste, anche le donne di strada possano selezionare i clienti o abbiano rapporti solo con persone che si sottopongono a controlli medici specifici almeno una volta al mese.

E quando ci si imbatte in testimonianze come l’autobiografia di Asa Akira, tutte queste differenze diventano lampanti. Nata negli Stati Uniti da genitori giapponesi e vissuta perlopiù in condizioni di agiatezza, poco dopo il raggiungimento della maggiore età comincia a cercare l’indipendenza economica non mostrando particolari esitazioni davanti alla possibilità di utilizzare il proprio corpo in chiave sessuale. Ma è l’incontro con Gina Lynn e l’ingresso nel mondo del porno a segnare il punto di svolta definitivo nel corso della sua vita. Il racconto della sua vita nel mondo a luci rosse diventa così anche una storia d’amore. E non solo perché è proprio sul set di una scena pornografica che ha avuto modo di incontrare per la prima volta Toni Ribas, il collega attore di cui era un’ammiratrice ancora prima di conoscerlo di persona e che in seguito è diventato suo marito. Ma soprattutto perché è la storia di una passione che l’ha portata a collezionare decine di award nell’ambito del cinema per adulti nell’arco di pochi anni. E dato l’intenso intreccio tra finzione e realtà sul set, è proprio grazie al racconto autobiografico che la sfera pubblica si ridimensiona restituendo l’immagine di una persona che cerca di affermarsi, in modo del tutto lecito e legale, facendo qualcosa che la appassiona e la appaga. E che nonostante tutta la retorica che accompagna gli inviti rivolti alle persone a realizzarsi perseguendo le proprie aspirazioni, non può fare a meno di ritrovarsi marchiata da un punto di vista morale.

 La vita della protagonista non è certo quella di una principessa in un castello dorato, ma tra serate a base di clisteri in preparazione dell’indomani sul set e la struggente rinuncia ad abbuffate a base di pizza per mantenere il fisico in forma, la voce che si racconta oscilla spesso tra l’autoironico e il divertito. Quello che però traspare tra le righe è l’isolamento di un mondo in larga parte chiuso in se stesso. L’industria pornografica fattura miliardi ogni anno, i siti internet vietati ai minori contano milioni di visitatori ogni giorno, eppure nel villaggio globale le attrici che si dedicano a questa attività vengono spesso vilipese e stigmatizzate. E sullo sfondo si agita una forma tutt’altro che strisciante di maschilismo: mentre gli attori come Ron Jeremy diventano icone pop, le attrici continuano ad essere etichettate come puttane. E come tali vengono trattate. Non a caso, Asa Akira racconta come l’episodio in cui più si è sentita umiliata non è stato su un set, ma in una sala d’attesa di un aeroporto: uno sconosciuto che l’aveva riconosciuta le si avvicina alle spalle e le strizza il seno. Forse pensava che una donna che ha partecipato a delle gang bang davanti ad una videocamera non se ne sarebbe neanche accorta, o forse non pensava ad altro che a soddisfare una propria voglia. Rimane il fatto che un episodio come questo è emblematico di come le società in cui viviamo non esitino ad applicare i proverbiali due pesi e due misure pur di non mettere in discussione le proprie ipocrisie. In TV i talk show sono pieni di persone che parlano di qualsiasi cosa, che siano note per essere competenti nella materia di cui stanno discutendo o meno. Ad esempio, le pagine delle riviste sono piene di musicisti che parlano di politica, costume e società, e (come è giusto che sia) nessuno si interroga se oltre ad aver imparato a cantare o a suonare abbiano anche approfondito le materie di cui stanno discutendo. Ma quando si arriva alle attrici porno, come eserciti di comari che nella piazza del paese puntano il dito contro la svergognata che ci sta con tutti, il tutto si riduce a carne nuda da palpeggiare e orifizi da riempire. Come se l’esistenza di queste persone si riducesse solo a penetrazioni ed orgasmi. Salvo poi scoprire che performer come Stoya si raccontano attraverso articoli lucidi ed articolati. A differenza della maggioranza dei detrattori che di rado riescono ad articolare poco più che insulti e grugniti sparsi in un paio di righe farcite di errori grammaticali.

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Opti Poba Nel Paese Delle Indignazioni

Noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così.

Di norma, la stampa si mostra piuttosto riluttante a soffermarsi sulle notizie, ad incrociarle tra loro ed individuare punti di contatto che raccontino anche il contesto che le genera. Appare più semplice saltare da un evento all’altro in rapida successione. E soprattutto, è meno rischioso dal punto di vista economico. A cadenza pressoché quotidiana, le notizie salgono in groppa a cavalli imbizzarriti che corrono in tondo negli ippodromi dell’indignazione, tra i fischi ed il biasimo del pubblico che urla scomposto sugli spalti. Di sera, gli animali si ritirano nelle loro scuderie e gli spettatori possono tornare a casa, a riposarsi per l’indomani. E ogni volta il copione si ripete come se fosse la prima. L’indignazione è forse l’unico stato d’animo in grado di passare intere giornate a fottere con perfetti sconosciuti per poi risvegliarsi vergine il giorno dopo. Al contrario, tenere traccia delle notizie per individuare relazioni e punti in comune, sarebbe un po’ come sospendere lo spettacolo nell’ippodromo per ricordare al pubblico tutte le volte che ha già agito in modo simile. Non è necessario un esperto in marketing per arrivare alla conclusione che al lettore/spettatore non piace essere chiamato in causa e considerato parte di quello stesso problema nei confronti del quale si mostra indignato. A nessuno piace pensare che la propria immagine potrebbe scorrere sul grande schermo davanti al quale si è raccolta una folla per i suoi due minuti di odio. Soprattutto se si fa parte di quella stessa folla in prima persona. Proprio come avviene nel caso del razzismo: al razzista non piace essere considerato o definito tale.

Non molto tempo fa, movimenti omofobi con gruppi aderenti sparsi in tutto il paese, non paghi dell’essersi appropriati di una frase di Camus per la loro battaglia reazionaria, decidono di scendere in piazza per mettere in atto una manifestazione contro i diritti degli omosessuali. O, meglio, contro la possibilità che le richieste di questi possano essere anche solo in minima parte accolte. Quasi tutte le manifestazioni scivolano via nell’anonimato: qualcuna registra qualche scontro, la maggior parte tornano nell’ombra senza eventi degni di nota. Ma a Bergamo succede qualcosa di singolare. Un giovane decide di esprimere il proprio dissenso in modo silenzioso e pacifico. Con un approccio più in linea con quello di un cosplayer che non di un contestatore, indossa un costume simile a quello dei nazisti dell’Illinois del film The Blues Brothers, e al braccio una fascia come quella che Charlie Chaplin aveva ne Il Grande Dittatore. In piedi con il suo libro in mano (il Mein Kampf, per coerenza col costume) esprime il suo dissenso proprio come tutti gli altri: immobile e in silenzio. Ma la sua azione ha breve durata: la polizia interviene e lo arresta. Pare, secondo quanto riferito dalla stampa, per tutelare l’ordine pubblico. Ma l’accusa che viene formalizzata non è di disturbo o simili. E’ di apologia del fascismo. Forse per una mera coincidenza, forse perché si affaccia l’idea della possibilità di setacciare consensi tra quanti vorrebbero che le rivendicazioni dei non-etero fossero schiacciate come disgustosi scarafaggi, o forse per improvvisi conati di legalità e di rispetto delle norme, il Ministro degli Interni prende posizione contro le unioni civili tra omosessuali. (Non è molto impegnativo prendere posizione simili, quando i diritti in gioco sono quelli di una minoranza di cui non si fa parte.) E mentre il Capo del Governo di cui questo fa parte glissa astenendosi dal prendere posizione o commentare, il ministro in questione invia una circolare ai prefetti di tutta Italia in cui li invita a bloccare la trascrizione di tali unioni nei registri dello stato civile. E procedere ad annullare quelle già effettuate.

Negli stessi giorni, arriva la notizia della sospensione per sei mesi da parte della FIFA imposta al presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio in merito ad espressioni razziste pronunciate in pubblico nel mese di Luglio. Il quale, riferendosi ai calciatori che arrivano dall’Africa, come avrebbe fatto anche un ipotetico giocatore dal nome Opti Poba, li aveva identificati attraverso la caratteristica del mangiare banane. La notizia viene confermata in sede di FIGC, che replica che non ci saranno ricorsi contro la sentenza, e poi scivola via veloce dalle notizie in primo piano: il pubblico aveva già mostrato la sua indignazione nel periodo tra Luglio e Agosto. Senza considerare che l’attenzione degli appassionati di calcio è tutta concentrata su un altro evento: l’arbitraggio che avrebbe condizionato il risultato tra Juventus e Roma. Proteste in campo, polemiche fuori campo, scambi di accuse e veleni, e perfino discussioni in Parlamento. Da più di una parte si alza la voce secondo cui si sarebbe trattata di una brutta pagina dello sport italiano e di una altrettanto brutta figura davanti agli sguardi di altri paesi. Come se non avesse alcun valore il fatto che, a differenza di molte altre discipline sportive, il calcio continua a resistere a tecnologie ed innovazioni che permetterebbero un andamento più corretto del gioco. Salvo poi stracciarsi le vesti quando vengono prese decisioni errate, appunto.

Le due vicende non sono solo unite dal tema del razzismo, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che certi comportamenti non siano riconosciuti come tali. Si potrebbe anche credere alla buona fede del presidente della FIGC che, al momento del fatto ancora candidato, non avrebbe avuto nessun beneficio dal presentarsi come un razzista ai fini della carica per la quale era in competizione. Tuttavia ciò non rappresenta un’attenuante o una giustificazione, semmai restituisce l’immagine di un paese che non solo ha atteggiamenti discriminatori, ma nemmeno si rende conto di averli. E l’idea che il calcio italiano possa aver fatto una brutta figura a livello internazionale per un paio di decisioni prese dall’arbitro nel corso di una partita, piuttosto che per la sospensione della sua massima carica a causa di un affermazioni razziste, restituisce l’immagine di una scala di valori distorta. Quantomeno se giudicata alla luce dei principi che hanno guidato la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E qualcosa di analogo vale anche per coloro i quali si mobilitano per far sì che le discriminazioni nei confronti delle coppie non etero non siano messe in discussione. Non solo non accettano di essere definiti “omofobi”, ma in molti casi è probabile che siano davvero convinti di non esserlo. Ma la questione non riguarda convinzioni ed intenzioni, piuttosto interessa i fatti. O meglio, dovrebbe interessare i fatti, se i media non preferissero – anche per ragioni narrative – affrontare i fatti in modo più morbido e sfumato.

Non si tratta di fare processi al pensiero o alle intenzioni per stabilire se il presidente della FIGC sia razzista o meno. Anche volendo credere alla sua versione, rimane il fatto che definire Opti Poba un mangiatore di banane per via della sua provenienza è un’affermazione che si basa su presupposti offensivi e discriminatori. Lasciare che l’informazione si allarghi a comprendere spiegazioni di vario tipo significa permettere la generazione di un contesto che non rischia di offendere il lettore/spettatore, giustificandolo. Proprio come quando viene consentito di argomentare contro l’uguaglianza tra orientamenti ricorrendo ad argomentazioni fallaci ed illogiche. Come quando qualcuno argomenta che le unioni tra persone dello stesso sesso costituirebbero un attacco alla famiglia tradizionale, data la loro impossibilità a procreare, dimenticando che: a) il matrimonio tra eterosessuali non prevede l’obbligo della procreazione; b) anche nelle unioni tra persone di sesso diverso ci possono essere condizioni biologiche/genetiche che impediscono la procreazione; c) nelle realtà eterosessuali sono molti i bambini che non hanno una madre o un padre, in quanto figli di genitori single o vedovi. Il matrimonio non esiste nel mondo della natura: gli animali non si sposano. E per quanto riguarda le tradizioni, non c’è nulla che afferma che siano buone perché sedimentate nel tempo: fino al 1946 la tradizione prevedeva che le donne non avessero diritto al voto, e fino al 1981 ha ammesso l’esistenza del delitto d’onore.

All’interno di un contesto così permeabile all’arbitrio e alle fallacie, riesce a passare per una simpatica notizia di costume anche la vicenda di un innocente che viene arrestato con false accuse allo scopo di impedirgli di continuare la sua protesta pacifica. Il cosplayer non solo non impediva agli altri di portare avanti la loro manifestazione, ma al contrario è stato allontanato proprio su richiesta di coloro che in seguito si sono lamentati del mancato rispetto del loro diritto a manifestare, grazie anche ad una interpretazione magistrale del classico chiagne e fotti. E di fronte ad una città che si risveglia sommersa dal fango della propria incuria, non pochi pensano che possa essere il momento di lanciare delle campagne contro tutti quegli Opti Poba che non giocano in Serie A, e che starebbero con le mani in tasca a guardare quelli che faticano per ripulire le strade. Incontrando segnali di assenso e condivisione. Proprio come altri che evocano scenari da Vecchio Testamento, nei quali come una Sodoma del Terzo Millennio, una intera città viene colpita dalla furia dell’acqua per aver accettato di dare un minimo, simbolico, riconoscimento ai diversi. In apparenza inconsapevoli del fatto che, non di rado, l’indignazione è tanto più vibrante quanto incerta è l’etica di chi vi si abbandona.

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Vucciria Cannibale II

La questione della prostituzione, e soprattutto del suo sfruttamento, ha a che fare con una molteplicità mobile di elementi i cui valori cambiano a seconda dello spazio narrativo all’interno del quale sono inseriti. Ad esempio, non è passato molto tempo da quando le pagine dei giornali e i titoli dei TG sono stati invasi dalla notizia che migliaia di donne yazide sarebbero state fatte prigioniere dai miliziani dell’IS per essere usate come schiave sessuali. Sequestrate e imprigionate all’interno di bordelli-prigioni, queste donne, anche minorenni, sono costrette a subire ogni giorno ripetute violenze sessuali. In caso di opposizione e resistenza, le alternative sono violenze fisiche ancora più brutali, la tortura e la morte. Come un riflesso pavloviano su scala sociale, l’indignazione dell’opinione pubblica straripa dai suoi argini, sommergendo le ipocrisie e annegando qualsiasi interrogativo sulla presenza di realtà simili anche sul suolo di quei paesi che condannano tali barbarie. Infatti, sostituendo nel ruolo di vittime le donne yazide con altre non meno giovani provenienti dall’Est Europa (Romania, Moldavia, Ucraina, etc.), i loro aguzzini con i criminali impegnati nella tratta di schiave sessuali, ed infine i miliziani che le violentano con i clienti occidentali che pagano per il loro piacere, si ottiene una sorta di morphing sociale in cui i profili degli uomini che abusano delle donne in schiavitù sfumano e si confondono tra loro. Il deserto siriano cambia forma e colore per trasformarsi nei marciapiedi italiani, nei bordelli tedeschi e olandesi, etc.

Non di rado, proprio i soggetti che più si indignano per vicende come quelle delle schiave sessuali yazide sono gli stessi che si disinteressano nei confronti di quanto di simile avviene nella loro patria e, anzi, chiedono la legalizzazione della prostituzione. Ma tutto ciò non è fonte di stupore: spesso sono anche gli stessi che si oppongono al riconoscimento dei diritti civili di orientamenti sessuali che non siano etero, in nome di ciò che definiscono “naturale” e “tradizionale”. E che i media assecondano senza sollevare dubbi o questioni, se non di facciata. Per mesi, i media hanno assediato il pubblico con interrogativi riguardanti la possibilità o meno che un importante politico/editore fosse informato della minore età di una giovane marocchina che frequentava festicciole di dubbio gusto a casa sua. E non molto tempo dopo hanno sviscerato la storia di due parioline minorenni impegnate nella vendita di prestazioni sessuali a clienti che di rado venivano identificati con l’epiteto corretto (quello che individua maggiorenni che hanno rapporti sessuali con minori). Tuttavia sembrano perdere qualsiasi capacità di analisi ed attenzione quando si tratta di vicende che riguardano avventori anonimi e servizi contrattati per strada con donne che vivono condizioni di violenza e abusi non meno drammatiche delle yazide, anche minorenni. Perché al di là delle cifre raccolte e diffuse dalle associazioni che si occupano di diritti umani, basta un po’ di elementare onestà intellettuale per guardare in faccia la realtà. A meno che non si voglia credere che le strade siano piene di ragazze dell’Est che aspettano con ansia di compiere il loro diciottesimo compleanno per regalarsi un biglietto per l’Italia, la Germania, l’Olanda, etc. e coronare il sogno di battere i marciapiedi in un paese di cui non conoscono nemmeno la lingua, gomito a gomito con la criminalità organizzata ed esposte al rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale, appare chiaro che molte sono schiave. Spesso minorenni.

Per eliminare qualsiasi possibile dubbio, questo non significa che quanto avviene alle donne yazide non sia  grave perché non è peggio di quanto accade all’interno dell’UE. Si tratta piuttosto dell’esatto opposto: gli abusi compiuti in territorio europeo non sono meno orribili solo perché si muovono a partire differenti ragioni ideologiche. Infatti sarebbe un errore pensare che il tutto si riduca ad una mera compravendita di piacere sessuale, ad un passatempo alternativo all’andare al circo o al luna park, senza considerare le ragioni che vengono messe in tavola quando si tratta di giustificare comportamenti e chiedere legittimazioni. Ragioni che non di rado cercano consenso in ambito progressista per imbellettare una visione della società maschilista e reazionaria. Quando non misogina.

Una delle argomentazioni principali dei sostenitori della legalizzazione della prostituzione riguarda il diritto delle donne ad utilizzare i loro corpi come meglio credono, anche vendendo sesso ad uomini desiderosi di comprarlo. In teoria, presa come argomentazione a sé stante, sembrerebbe essere un’0ttima ragione per essere a favore. Ma la questione comincia ad assumere un aspetto più torbido quando viene messa in relazione con altre prese di posizione da parte degli stessi soggetti. Ad esempio, il riconoscimento di diritti agli omosessuali. Infatti, la possibilità che persone dello stesso sesso possano formare un nucleo famigliare viene contrastata con ogni mezzo. In pratica, per questi individui, qualsiasi discorso in favore dell’autodeterminazione sembrerebbe trovare il proprio limite nel “diritto” delle donne a vendersi agli uomini. Quindi si tratta di capire se una simile, apparente, incoerenza sia frutto di una forma di puerile bipensiero, o se invece non ci sia qualcosa di diverso a monte. Qualcosa che prima ancora che le donne e i gay riguarda gli uomini. O meglio, una certa forma di maschilismo tutt’altro che in regressione, quella stessa che sventola vessilli con le parole “natura” e “tradizione” per contrastare il ridimensionamento della centralità del maschio nella società contemporanea.

Pochi giorni dopo il discorso tenuto da Emma Watson davanti ad un assemblea delle Nazioni Unite in favore della campagna HeForShe, un movimento in favore della parità tra i sessi, sui giornali si diffonde la notizia di un’imminente diffusione di foto private dell’attrice e attivista inglese. L’annuncio parlava di immagini che di sicuro l’avrebbero messa in imbarazzo, proprio come era capitato a diverse sue colleghe. La notizia si rivela essere una bufala, come anche il sito che riportava il conto alla rovescia che avrebbe dovuto separare il pubblico dal momento della pubblicazione. Ma non tutto in questo episodio si risolve in una bufala: i milioni di click accumulati dal sito grazie alle visite di chi voleva vedere Emma Watson nuda, ben sapendo che non si trattava di una sua scelta, erano reali. Come lo erano i messaggi (o quantomeno una buona parte di essi) apparsi su forum e social network che esprimevano soddisfazione all’idea che presto la giovane attrice sarebbe stata umiliata in pubblico: il linciaggio attraverso l’esibizione della sua nudità sarebbe stato una sorta di contrappasso per le sue prese di posizione in ambito sociale. Una rivincita sulla femminilità analoga a quella imposta in precedenza a Jennifer Lawrence, Kate Upton e molte altre.

A differenza di quanto pensa chi misura il maschilismo in proporzione ai centimetri di pelle mostrati al pubblico attraverso video e giornali, quando il maschilista tipico si trova davanti ai media non vede una donna oggetto, quanto piuttosto una che possiede soldi, fama e potere: una donne che non rimane a casa a occuparsi della sua famiglia. O magari chiusa in un bordello a soddisfare i maschi (come lui, appunto). La presenza di donne in televisione viene vista come una minaccia. Poco importa che si tratti di Sofia Vergara o di Ellen Degeneres, di Miley Cyrus o di Oprah Winfrey, della valletta di un programma in prima serata o di un’attrice che accetta di recitare in sequenze sexy. Sono tutti esempi di donne di successo che hanno la possibilità di avere pretese e rifiutare qualsiasi offerta, a loro piacere. Sono donne che il maschio che va a prostitute non potrà mai avere. E lui lo sa. E alle quali attribuisce la responsabilità dell’impossibilità di vivere nel suo mondo ideale, cioè quello in cui l’uomo è il signore della casa e le donne, ubbidienti e servizievoli, lo accontentano in ogni sua richiesta e necessità.

Lo sfruttamento della prostituzione non è solo una questione di piacere sessuale. Al suo interno contiene anche una componente di rivincita sociale e di classe, che viene occultata attraverso giustificazioni di vario tipo. Alla ricerca di scuse ed alibi, responsabilità vengono attribuite ai media mainstream come anche alla pornografia, alle pretese delle donne emancipate come ad un non meglio definito bisogno fisiologico proprio della natura maschile. E nei casi più sfacciati alle prostitute stesse, che tenterebbero gli uomini per appropriarsi dei loro soldi. Ma rimane il fatto che grazie a questa forma di sfruttamento eserciti di uomini non belli e non ricchi, non in forma e nemmeno giovani, possono mettere le loro mani addosso a ragazze che in condizioni normali non riuscirebbero nemmeno ad avvicinare. Incluse quelle pornostar le cui produzioni sono accusate di essere la causa scatenante dell’eccitazione che spingerebbe i clienti ad uscire di casa per andare a cercare prostitute e soddisfare le loro voglie. Come se in qualche modo fosse colpa delle Stoya o delle Asa Akira se i loro spettatori, nell’evidente impossibilità di avere loro, decidono di uscire di casa alla ricerca di surrogati che non potranno dir loro di no. O, più in generale, come se fosse colpa delle donne occidentali in generale e dei costi che l’uomo affronta per corteggiarle senza alcuna garanzia del risultato, se centinaia di migliaia di turisti occidentali partono verso le mete del turismo sessuale dove, approfittando delle condizioni di povertà e degrado, possono collocarsi in alto nella scala sociale anche con i loro mezzi ridotti. Dove non si devono accontentare di qualche schiava picchiata e terrorizzata o di qualche tossica che si vende per pagarsi la droga. Dove possono entrare nei bordelli e guardarsi attorno come facevano i cowboy nei vecchi western al loro ingresso nei saloon. O dove magari possono vestire i panni del ricco Edward che strappa Vivian dalla strada in Pretty Woman. Dove, in una sorta di micro-metafora del concetto di “guerra umanitaria”, possono abusare di ragazzine nemmeno quattordicenni e giustificarsi dicendo che con i soldi che ricevono possono aiutare le loro famiglie a mangiare e sopravvivere.

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