Archivio settembre 2014

Benjamin Johnston

DynCorp è un contractor militare statunitense che ha fornito servizi all’esercito a stelle e strisce in diversi scenari in tutto il mondo, tra cui Haiti, Colombia e Kuwait. Pur essendo un soggetto privato, il suo bilancio è finanziato al 96% dal governo federale. Sul finire degli anni ’90, un reclutatore della compagnia entrò in contatto con un meccanico aeronautico di origine texana di nome Benjamin Johnston. Questo si trovava ad Illisheim, in Germania, con l’esercito statunitense, e accettò di cambiare lavoro non solo per le molte possibilità di carriera che gli erano state presentate, ma anche in virtù della possibilità di contribuire alle missioni di pace all’estero. E nel giro di poco tempo si trovò a lavorare alla manutenzione di mezzi aeronautici in un campo poco fuori Tuzla, in Bosnia, col compito di contribuire alla “missione di pace” che aveva visto l’esercito americano muoversi in primo piano sotto le insegne della NATO e delle Nazioni Unite. Ma nel giro di poco tempo si trovò a fronteggiare una tendenza tutt’altro che piacevole, tanto da dichiararsi tuttora shockato e disturbato da ciò che vide. E il suo tentativo di fronteggiare il malaffare ebbe come conseguenza il suo licenziamento da parte della stessa compagnia. Un atto, questo, al quale rispose denunciando il contractor e portando in tribunale la sua testimonianza.

Stando a quanto esposto nella denuncia, Johnston sarebbe stato licenziato per aver deciso di non tacere sulle attività notturne di alcuni suoi colleghi americani. Infatti dichiara di essere stato testimone della compravendita di donne da parte di colleghi, che si vantavano senza alcun timore dell’età e delle doti delle loro personali schiave sessuali. Vedeva ragazze molto giovani andare in giro con suoi colleghi ben più vecchi, e gli uomini le mettevano le mani addosso ovunque. All’inizio li sentiva parlare di come si fossero procurati questa o quelle ragazza. Ma ci volle un po’ di tempo prima che si rendesse conto di cosa stava davvero accadendo. In particolare ricorda una festa di Natale in cui avevano portato le loro schiave. Uno ne aveva portate tre: una lo imboccava, un’altra gli versava da bere e la terza gli accendeva le sigarette. Davanti a tutti si vantava di come avesse degli interessi in un bordello e di come andasse in Serbia a procurarsi le donne.

Certi suoi colleghi non si facevano problemi a parlare della loro intenzione di andare in Serbia a procurarsi le ragazze o di quanto le avessero pagate, di come le chiudessero a chiave dentro i loro appartamenti quando andavano a lavorare per evitare che fuggissero, o di che età avessero, anche quando minorenni. Non gli fu necessaria un’indagine molto approfondita per scoprire che le ragazze venivano portate in Bosnia dall’Est Europa dalla mafia serba. Venivano comprate dai suoi colleghi, insieme ai passaporti falsi, per cifre tra i 1000 e i 1500 dollari. E gli impiegati della DynCorp coinvolti nella tratta le tenevano segregate per soddisfare le loro voglie. Johnston ricorda un tizio enorme, un uomo che pesava circa 180 kg, che aveva una ragazza che era appena una bambina: la sofferenza era tale nel volto della quindicenne da far pensare che desiderasse morire. E una volta, dopo che Johnston e sua moglie avevano invitato un collega a cena, questo, un sessantenne, si presentò a casa loro portando con sé una quattordicenne.

Il meccanico texano provò ad affrontare i colleghi dicendo che quanto facevano sbagliato, ma loro si limitarono ad ignorarlo. Quindi si rivolse al suo capo, il supervisore che gestiva il campo, ma questo gli disse di farsi gli affari suoi e di non preoccuparsi di cosa facessero gli altri nel loro tempo libero. Allora provò a rivolgersi ancora più in alto, ma l’unico risultato che ottenne fu di venire emarginato. Gli altri impiegati smisero di parlargli, e sebbene fosse una delle poche persone con licenze specialistiche ed elevate qualifiche, fu messo a lavare gli aerei. Frustrato dal fallimento di qualsiasi tentativo di coinvolgere la dirigenza della DynCorp, si rivolse alla Divisione Investigativa Criminale (CID) dell’esercito statunitense. L’uomo e sua moglie furono messi subito sotto protezione a causa della possibilità di ritorsioni da parte della mafia serba e dei dipendenti DynCorp. Nonostante i rischi, Johnston partecipò in prima persona alle indagini indicando agli investigatori le abitazioni di chi possedeva donne ed identificando i mezzi dei dipendenti DynCorp parcheggiati per intere notti all’esterno dei bordelli.

All’inizio del 2000, una perquisizione del CID affiancato dalla polizia militare portò al ritrovamento di diverse prove che confermavano le accuse del meccanico. In particolare, un impiegato che aveva ammesso di aver comprato una ragazza romena – affermando di averlo fatto per “salvarla” dalla prostituzione – fornì agli inquirenti una videocassetta che ritraeva il supervisore della base mentre faceva sesso con due ragazze. Si trattava proprio della stessa persona che aveva detto a Johnston di farsi i fatti suoi, e per quanto una delle due stesse provando ad opporre resistenza, non mostrava nessuna intenzione di accettare un “no” come risposta. Messo davanti all’evidenza, il supervisore ammise di aver fatto sesso sebbene sapesse che fosse sbagliato fare sesso con una persona contro il suo consenso. Ma nonostante l’ammissione e le prove, alla fine non fu incriminato, e dopo un paio di anni il CID si limitò ad archiviare il caso.

Ben presto dopo l’insediamento delle “forze di pace” nel territorio, anche gli abitanti del posto che pensavano che potesse essere una cosa positiva andarono incontro ad una cocente delusione. Infatti la questione non riguardava solo l’interno della DynCorp, ma in generale esponenti dell’International Police Task Force (IPTF) delle Nazioni Unite, i quali, godendo dell’immunità diplomatica, potevano agire nella più completa impunità. Secondo quanto affermato da David Lamb, un ex-ufficiale di polizia di Philadelphia impegnato in attività in favore dei diritti umani in Bosnia, davanti a membri del Congresso statunitense nel 2002, quello della partecipazione dei peacekeeper delle Nazioni Unite alla tratta delle schiave è un problema diffuso e rilevante. Questi uomini non solo approfittavano della loro posizione per sottomettere donne già vittime ad ulteriori forme di schiavitù ed abusi, ma usavano gli stipendi del loro mandato per comprare altri esseri umani.

E Benjamin Johnston, uno dei pochi ad essersi impegnato in prima persona nel contrastare i crimini di cui era testimone, per una forma di macabra ironia è stato licenziato dalla DynCorp proprio insieme al supervisore che era stato ripreso in flagranza di reato e al collega che aveva fornito la videocassetta agli inquirenti. La motivazione ufficiale diffusa della compagnia afferma che l’ex-soldato texano avrebbe gettato discredito sull’immagine della compagnia con le sue affermazioni.

 

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Sophia

In preda al panico, Sophia ricorda la sera in cui fu rapita. Camminava lungo una strada di campagna a circa un chilometro da casa quando sentì una macchina che le si avvicinava. Paralizzata dalla paura, fu assalita da due uomini armati di coltelli che la obbligarono a entrare nell’automobile. La diciottenne romena pensava che l’avrebbero stuprata e uccisa. Pregava che la vita le fosse risparmiata. Invece si trattava dell’inizio di quell’incubo che sarebbe stata la sua vita per i quattro mesi successivi. Fu portata presso un fiume dove venne venduta a un serbo. Questo la fece salire su una piccola barca e attraversarono il Danubio, per poi arrivare in un appartamento in una città di montagna. Lei non sapeva quale fosse il nome del posto, ma presto scoprì che si trovava in Serbia. Sophia fu testimone di cose orribili durante il suo breve imprigionamento nell’edificio. Tanto che quelle esperienze continuano a tormentarla nel sonno, e sono tipiche di quello che le donne affrontano nei luoghi dove vengono spezzate.

C’erano molte ragazze là dentro. Provenivano dalla Moldavia, dalla Romania, dall’Ucraina e dalla Bulgaria. Alcune piangevano. Altre erano terrorizzate. Non dovevano parlare. Non dovevano nemmeno dire quali fossero i loro nomi o da dove provenissero. Per tutto il tempo, uomini sgradevoli e malvagi entravano ed uscivano trascinandosi le ragazze nelle varie stanze. Altre volte le stupravano davanti a tutte, urlando, ordinando loro di muoversi in un certo modo, di far finta di essere eccitate, di gemere. In centri d’addestramento come questo, gli sgherri spietati che lo gestiscono abusano delle ragazze in ogni modo. Fisico ed emotivo. Quelle che oppongono resistenza vengono malmenate. Se non collaborano, vengono chiuse in celle buie insieme ai ratti, senza acqua né cibo per giorni. Una ragazza si rifiutò di fare sesso anale e la notte stessa il padrone fece entrare cinque uomini. La immobilizzarono a terra e a turno ognuno di loro la sodomizzò con violenza di fronte a tutte le altre. Lei urlava, e urlava, e tutte le altre piangevano. Il giorno seguente la ragazza tentò di impiccarsi. Molte ragazze tentano di suicidarsi, e qualcuna ci riesce. I loro corpi finiscono sepolti nella foresta.

Sofia era terrorizzata dall’idea di venire spezzata a sua volta. Il primo giorno pensava che avrebbe opposto resistenza. Poi vide cosa fecero ad una ragazza che lo aveva fatto davvero. Proveniva dall’Ucraina. Era molto bella e con una grande forza di volontà. Due degli aguzzini cercarono di obbligarla a fare delle cose e lei si oppose. La malmenarono e le bruciarono le braccia con le sigarette. Ma lei continuava a rifiutare. Per quanto i padroni cercassero di forzarla, lei continuava a lottare. Allora la presero a pugni. E poi la presero a calci. Ancora e ancora, fino a quando non perse i sensi. Lei giaceva immobile a terra e loro la sodomizzarono. Quando finirono non si muoveva. Non respirava. Non c’era preoccupazione nei volti dei padroni. Non fecero altro che trascinarla via.

Un paio di giorni dopo che la ragazza ucraina era stata portata via, una sua compatriota si fece coraggio e chiese di lei. La reazione del padrone fu fulminea, tagliente e brutale. La afferrò per i capelli e la trascinò fuori. Quando tornò aveva l’aspetto di una persona che aveva guardato la morte in faccia. Raccontò che il padrone l’aveva condotta in una foresta non lontana dall’edificio, le aveva dato una pala e le aveva detto di scavare. Lei pensava di stare scavando la sua fossa. Ma mentre scavava vide un cumulo di terra fresca al suo fianco. Era certa che lì fosse sepolta la ragazza ucraina. Dopo circa un’ora, l’uomo le strappò la pala dalle mani e le ordinò di uscire dalla buca. Il messaggio era chiaro: “fai altre domande e in quella buca ci finirai tu”.

Sophia fu “addestrata” durante il suo terzo giorno di prigionia. Si sottomise senza fare alcuna resistenza. Si muoveva come le veniva detto di fare. Fingeva di provare eccitazione a ogni spinta. Sapeva che non avrebbe avuto la forza di sopportare quello che di sicuro sarebbe seguito se avesse provato a resistire. Quella notte il suo unico desiderio era di morire. Era stata umiliata così a fondo. Per quegli uomini lei non era altro che un pezzo di carne. Da quel momento in poi, si è sentita come sporcizia. Una sensazione che non riesce a lavare via dal suo corpo e dalla sua mente. Non importa quanto ci provi.

Una settimana dopo, Sophia fu venduta ad un pappone insieme ad altre due donne. Ora era una sua proprietà. Lei lo conosceva solo come Saba, un albanese di venti e qualcosa anni. Le tre furono trasportate su un camion in Albania, e da lì contrabbandate in Italia a bordo di un motoscafo nel cuore della notte, attraverso l’Adriatico. Lui era un tipo particolarmente cattivo, con l’inclinazione a minacciare le sue “proprietà” con bruciature di sigarette. Mise le sue donne al lavoro sulla Via Salaria, una strada molto trafficata che porta alla Città Eterna. Erano obbligate a vivere in uno scantinato umido dove dormivano su materassi in schiuma. Il pappone teneva tutti i guadagni, eccetto una piccola parte che concedeva per cibo e necessità basilari. Ogni notte, alle ragazze non veniva permesso di fare ritorno a casa fino a quando non avessero messo insieme almeno mille dollari. Fu solo grazie alla comprensione di un avventore se Sophia riuscì, dopo tre mesi di quella vita, a fuggire e trovare accoglienza in un centro di recupero cattolico in Sud Italia.

(Tratto da The Natashas, The New Global Sex Trade, di Victor Malarek)


Il periodo di schiavitù di Sophia nei dintorni della capitale è durato circa 3 mesi. 90 giorni. Di solito, una prostituta viene costretta ad avere rapporti sessuali con un numero di uomini variabile tra 10 e 30. Una media di 20 rapporti a notte. Che moltiplicati per 90 giorni fanno circa 1800 violenze subite. Un numero che andrebbe moltiplicato per tutte le ragazze che dividevano la strada con lei. E poi per tutte le strade in cui ci sono schiave obbligate a soddisfare tutte le richieste. E se ci si spinge a farlo per tutte le città italiane, le violenze diventano milioni ogni anno. Nell’indifferenza generale, delle istituzioni e, soprattutto, dei media. Quegli stessi che non esitano a trasformare la prostituzione in un caso nazionale quando si tratta di giovani ragazze italiane che magari provengono da quartieri bene. Quegli stessi che parlano con attenzione piccata e pruriginosa di “baby-prostituzione”, ma che sembrano non riuscire a rendersi conto che se le prostitute sono “baby” allora i clienti sono pederasti. Quegli stessi che per mesi si sono indignati per la dissolutezza delle serate licenziose nella ricca dimora di un uomo potente, dedicando al tema interminabili maratone televisive e prime pagine sui quotidiani, perdono tutta la loro integrità morale quando si tratta di schiave sconosciute, immigrate clandestine contro la loro volontà. E i clienti possono continuare a pagare per avere i loro piccoli piaceri. Milioni di volte.

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Vucciria Cannibale

vucciriaRiprendendo una proposta lanciata qualche mese fa dal sindaco della Capitale, il suo compagno di partito e presidente del IX Municipio ha dichiarato alla stampa la sua disponibilità ad individuare zone nel territorio dove la prostituzione possa essere “tollerata”. L’idea sarebbe di definire un’area controllabile dove le ragazze di strada possano esercitare in modo più libero, in virtù di un minore intervento da parte dei controlli polizieschi: un ghetto, insomma. Per rendere il tutto più presentabile, il presidente di Municipio esplicita le consuete buone intenzioni di contorno: l’attivazione di “unità di strada per fornire a queste ragazze, come anche ai trans, un sostegno, soprattutto per recuperare le vittime di tratta: nel IX municipio parliamo principalmente di ragazze romene e nigeriane“. Come sia possibile contrastare la tratta incrementando la libertà d’azione degli sfruttatori non è dato sapere. Come rimane tutto da capire come dovrebbero (o potrebbero) fare queste “unità di strada” a interfacciarsi con le prostitute, “magari anche solo per consigliarle di fare una visita medica o di sottolineare l’importanza di usare il preservativo, visto che si sta alimentando il business delle prestazioni sessuali non protette, su richiesta dei clienti che sono disposti a pagare di più“.

A meno che non si voglia cedere a grossolane dietrologie, non è dato sapere se dietro l’apparente benevolenza con cui tali proposte vengono diffuse in pubblico ci siano disinteresse o ipocrisia, malafede o semplice ignoranza. Rimane però l’evidenza che non si tratta di progetti finalizzati ad affrontare il problema di cui parlano, ma altri che con questo si interfacciano. E nello specifico si tratta della (comprensibile) esasperazione dei cittadini che vivono a stretto contatto con il degrado che la prostituzione di strada comporta. Quindi, di fronte al problema dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù, una risposta istituzionale consisterebbe nell’individuazione di ghetti lontani dai cittadini “per bene”, dove sarebbe più semplice chiudere gli occhi e abbandonare le vittime della tratta alle violenze degli sfruttatori e alle voglie dei clienti. In pratica, sarebbe come se, di fronte alle urla disperate di una donna brutalizzata dal marito, qualcuno proponesse l’istituzione di ghetti dove trasferire le coppie come questa, in modo tale che gli uomini possano gonfiare di botte e far urlare le donne senza dare fastidio ai vicini di casa che desiderano dormire.

E’ chiaro che una percentuale delle donne che esercita la professione lo fa in seguito a un qualche tipo di scelta. Lo testimoniano, tra l’altro, le azioni e le richieste di diritti e tutele da parte delle associazioni di sex worker. Ma l’idea che eserciti di donne dall’Africa o dall’Est Europa abbiano scelto di abbandonare il loro paese di origine spinte alla ricerca di un futuro migliore, e che possano averlo trovato nella possibilità di farsi fottere per strada da decine di uomini ogni notte, rasenta il ridicolo. Da quelle attirate con le promesse di carriere come modelle o hostess, a quelle che erano solo alla ricerca di un posto come badante o come donna delle pulizie, le strade sono piene di ragazze obbligate ad andare con chiunque sia disposto a pagare. E i marciapiedi non sono set di film porno, dove sono in vigore controlli medici e sanitari. I clienti non sono pornoattori con fisici scolpiti da ore in palestra, puliti e depilati. I racconti delle donne uscite dalla condizione di schiavitù sessuale raccontano della puzza di sudore e dell’odore rancido di alcol nell’alito degli uomini che ansimavano mentre abusavano di loro. Quindi, qualora queste presunte unità di strada volessero davvero contrastare i rischi di di diffusione di malattie a trasmissione sessuale, più che dare consigli alle prostitute dovrebbero interfacciarsi con i loro sfruttatori, e persuaderli a occuparsi del benessere di quelle stesse donne vittime dei loro abusi fisici e psicologici, magari rinunciando a profitti maggiori affinché le ragazze possano opporsi ai clienti che non intendono usare preservativi. In pratica dovrebbero raggiungere un obiettivo al quale le associazioni che da anni si occupano di lotta allo sfruttamento sessuale non si sono mai avvicinate nemmeno da lontano.

Ma non sono solo gli abitanti delle strade che beneficerebbero di quest’opera di pulizia ad approvare la proposta. Anche tutti coloro che sono contrari alla legge Merlin e ne chiedono la riforma (o l’abrogazione) applaudono alla possibilità di un primo passo nella direzione da loro indicata. E invocano il diritto delle donne ad usare i loro corpi come meglio credono o ritengono opportuno. Ma per quanto sia pacifico che questo dovrebbe essere oggetto di garanzie e tutele, non possono non sorgere dubbi sulla natura di questa battaglia quando conservatori e reazionari di diversa cultura ed estrazione la abbracciano compatta. I leghisti nel presente, come Montanelli e molti altri nel passato, ad esempio. E insieme al giornalista toscano, quei parlamentari missini e monarchici che per anni ostacolarono l’approvazione di una legge che non avrebbe fatto altro che muovere il Bel Paese in direzione di quanto sottoscritto in sede internazionale. Sebbene la legge Merlin sia spesso dipinta come una legge bigotta e liberticida, frutto di una morale sessuofobica, in realtà non è mai stata altro che un primo vero passo verso un’adesione concreta anche da parte dell’Italia a quella Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione adottata dalla Nazioni Unite nel 1949, che appunto vieta qualsiasi tipo di sfruttamento della prostituzione.

Curiosando nello spesso citato testo montanelliano, si scopre che dietro un flaccido progressismo di facciata, che parla di libertà sessuale e degli individui in generale, si agita violenta una visione della società maschilista che rasenta la misoginia. Le righe di Addio, Wanda! raccontano una società in cui le donne sono divise in due grandi gruppi, entrambi subalterni al maschio: le puttane e gli angeli del focolare. Il mondo descritto con toni nostalgici dal giornalista toscano è quello in cui c’erano donne di serie A, gli angeli del focolare, caste e pure che si occupavano della casa e della famiglia, e altre di serie B, le puttane che avrebbero soddisfatto qualsiasi richiesta del maschio pagante. Non solo si considerava accettabile l’infedeltà maschile, ma la si legittimava presentandola come una forma di rispetto verso le mogli. Le puttane avevano il compito di fare tutto quello che gli uomini non avrebbero trovato appropriato chiedere alle mogli. E queste avevano il compito di lavare e stirare quegli stessi vestiti che i mariti si sarebbero poi tolti prima di rotolarsi nel letto di qualche bordello.

La realtà dello squallore delle case chiuse, ripulita dalle nostalgie misogine montanelliane, traspare invece da un altro prodotto editoriale: Lettere dalle Case Chiuse, una raccolta di missive inviate dalle lavoratrici dei bordelli, pubblicate dalla stessa senatrice socialista Merlin con la collaborazione di Carla Barberis Voltolina, la moglie del futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Le lettere variano per tono e opinioni. Da quelle che attendono il momento della chiusura dei bordelli come la fine di una prigionia, a quelle che invece esprimono tutta la loro contrarietà. E’ ovvio che tra queste ultime risulta quasi impossibile distinguere tra quelle frutto di una vera convinzione, quelle conseguenze di disturbi (da sindromi di Stoccolma a forme di stress post traumatico), e altre magari scritte da altri soggetti che si spacciavano per prostitute al fine di aumentare il fronte delle testimonianze a favore.

Se da un lato risulta difficile non leggere un avvertimento di natura criminale in parole come “ci farebbe proprio piacere che voi non vii interessiate di noi e ci lasciaste fare la nostra vita […] Voi chiudendo cosa credete di fare?…Tutto a svantaggio nostro e della povera gente che ci andrà di mezzo, perché se chiudono le case faremo fuori ciò che ci siamo messe da parte e non troveremo nulla da fare, allora sa che cosa si fa? Si va a rubare dove ci sarà, e se tenteranno di oltrepassarci la strada saremo anche capaci uccidere, e faremo fuori chiunque, perché non sapremo mai fare le serve, o le contadine“. Dall’altro traspare chiara la retorica militante in stile Istituto Luce di parole come “Cara Merlin, alla Camera la legge non passerà! Vi sono giovani robusti che vogliono fare all’amore al sicuro, ed i militari si solleveranno se chiuderanno le nostre case! Ma perché lei non si è fatta monaca? La sua è stata solo ambizione per mettersi in mostra! Lo dicono tutti i Deputati! Pensi ai fatti suoi! 2.500 siamo buone abitanti delle case chiuse, a sufficienza per una viva reazione” E per quanto sia innegabile che ci fosse un maggiore controllo poliziesco e sanitario da parte dello Stato, questo non si traduceva in alcun modo in maggiori tutele per le ragazze. Garantiva solo meno preoccupazioni per chi le sfruttava.

Senatrice Merlin, La sottoscritta (…) di (…) da M., abitante nel (…), esercente la libera professione di prostituta nella propria abitazione, le autorità locali di P.S. hanno obbligato la sottoscritta di esercitare il proprio mestiere nelle case di tolleranza. Poiché la scrivente non intende essere sfruttata dalle padrone, chiede un modesto lavoro in qualsiasi sede e con qualsiasi retribuzione mensile acché possa vivere un’altra vita seria e onesta. In attesa di tale ringrazia ed ossequia.

Egregia Senatrice Merlin, Da tanto tempo che volevo scrivere oggi mi sento in vena. Vedo con mio sommo dispiacere, che ancora non si decidono di far chiudere queste case immonde. Poveri giovani Pederasti che per pochi soldi ci stanno. Altri giovani attivi per i ticchi depravati, camerieri, garzoni, come capita. E questi specchi americani… Certi dissoluti ci vedono attraverso e assistono allo spettacolo, a pochi centimetri: lo sapevate? Così la maggione diventa sempre più ricca… Tutto il resto non conta, per quella donna diabolica. Mi fanno ridere quando vengono per far le visite di controllo. La maggioranza sono sempre d’accordo (mangiano tutti e tutti tacciono). Nel mese di marzo 1950 venne una bella giovane di anni 21 naturalmente non pratica di nulla. Incominciò il traffico, le fecero fare l’esame del sangue, dopo dieci giorni ebbe la risposta positiva. Quanti sifilitici a fatti solo lei? Mettiamo che sono solo 40 al giorno, che codesta bella signorina accontentava, dieci giorni 400 persone. Poi il resto, le conseguenze che vengono dopo. Questi luoghi abbietti. Non le dico poi delle povere ragazze! Vengono sfruttate e consumate fino alle midolle. E devono tacere e fare silenzio. Signora Senatrice faccia un’opera pia, al più presto possibile faccia chiudere.  

Egregia Onorevole Senatrice Sig. Merlin, Non mi meraviglio che i tenutari di queste case abbiano potuto corrompere coi loro milioni qualche professore medico che verrà inviato a Roma per cercare di parlare con qualche parlamentare onde dimostrare il danno che ne avverrebbe se chiudessero, per la gioventù, diranno questi dottori. Ma il danno non sarebbe per la gioventù, ma per i tenutari stesse che non potrebbero più fare la bella vita che conducono. Pensate che solo nella prima casa di M. composta di sei ragazze, dove la tariffa è di L. 1500, se un signore vuole intrattenersi qualche ora deve sborsare dalle 30-40-50 mille lire. Dietro quelle pareti chiuse nessuno li disturba e nessuno può immaginare ciò che succede. Altro che bisogno naturale fisiologico. Di naturale si possono contare qualche caso solo. Per questo ci sono tanti invertiti, ci pensano queste ragazze ad istruire la gioventù. Ci sono uomini con grandi nomi che il mondo ignora le loro turpi abitudini. Sempre la solita vecchia ragazza.

I viaggiatori di vestiti non possono entrare a vendere alle signorine se non vestono a gratis i signori padroni, ed allora questi viaggiatori sono costretti a prenderle per il collo queste disgraziate e mettergli un prezzo molto più superiore. Il profumiere la stessa sorte, è obbligato di fornire a gratis altrimenti non entrano più. La sarta idem. Il parrucchiere idem. E chi ci va di mezzo? Sempre queste povere disgraziate. Sono sempre loro che pagano tutto. … Il personale in questi ambienti è pagato pochissimo dai padroni. Questo personale vive sulle spese giornaliere delle signorine, che a sua volta la quota del conto viene quasi tutta raddoppiata. Poi le signorine sono obbligate ogni quindici giorni a dare delle laute mance a tutto il personale perché altrimenti in quella casa non le prendono più. Uguale il mercato di bestie, né più né meno. Poi ci sono dei padroni che alla mattina si fanno il bagno con un litro di acqua di colonia nell’acqua , che si parla di tre o quattro mila lire giornaliere solo per il bagno. E tanta gente muore dalla fame. Le signorine ed il personale hanno il mangiare misuratissimo.

Oggi, secondo quanto hanno potuto potuto appurare giornalisti come Lydia Cacho e Victor Malarek, il mercato dello sfruttamento sessuale è in crescita. E non riguarda più solo le donne, ma anche transessuali, e minori di entrambi i sessi. Qualsiasi proposta finalizzata a contrastare il fenomeno non può passare attraverso liberalizzazioni che incrementano le possibilità di occultare lo sfruttamento attraverso attività in apparenza lecite. Una seria lotta alla schiavitù non può evitare di colpire chi alimenta questo mercato beneficiandone: i clienti. Fare altrimenti sarebbe un po’ come pensare di eliminare lo sporco dai pavimenti di casa nascondendolo sotto il proverbiale tappeto. O accumulandolo in uno sgabuzzino invisibile allo sguardo degli ospiti.

In ogni metropoli in giro per il mondo, le ragazze vittime della tratta si mescolano con le donne che scelgono di prendere denaro in cambio di sesso. All’apparenza, è difficile distinguerle. Vestono nello stesso modo e hanno lo stesso aspetto. Hanno la stessa espressione invitante. Sorridono, posano, si mettono in mostra e camminano in modo ammiccante. Questo è quello che i potenziali clienti e il pubblico vede nei bar o nelle strade. Ma è anche quello che i papponi si assicurano che vedano.” (Victor Malarek, The Natashas, The New Global Sex Trade)

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La Notte del Giudizio – James DeMonaco

lanottedelgiudizioUno dei fattori che si trovano alla radice della paura dei regimi autoritari è l’idea che un uomo solo possa disporre di un potere assoluto. L’eventualità che un simile ruolo possa essere ricoperto da una brava persona, da qualcuno desideroso di fare del bene, di contribuire al progresso e al benessere comune, è trascurabile al punto tale da non essere presa in considerazione. Come se nessun individuo dotato di buone intenzioni potesse arrivare ad occupare un posto di comando. Oppure, forse, come se ci fosse la diffusa consapevolezza secondo cui nessun uomo potrebbe essere considerato abbastanza buono da non rappresentare un pericolo per i suoi simili. Il rispetto della legge appare quindi proporzionale in modo diretto alla paura di pene e condanne, come il fare del bene all’impossibilità di mettere in atto tutti i propri desideri.  Perciò, a partire dal simili premesse, segue che la stessa democrazia non sarebbe altro che la condivisione del potere tra una moltitudine di potenziali dittatori, in cui la maggioranza che condivide principi e valori afferma sé stessa opprimendo le minoranze non omologate. Altrimenti quale altro principio potrebbe spingere interi gruppi di persone di diversa estrazione culturale e ceto sociale ad attivarsi contro il riconoscimento delle unioni tra omosessuali? Oppure perché ostacolare il desiderio di una coppia di affidarsi a sistemi di procreazione artificiali qualora sia stata accertata l’impossibilità di avere figli in modo “naturale”? E ancora, un obiettore di coscienza che ostacola il diritto – riconosciuto dalla legge – di una donna ad abortire non è forse un piccolo tiranno che utilizza il proprio ruolo nella società per ostacolare le legittime scelte altrui? Questi sono solo alcuni casi esemplari presi tra tutti gli innumerevoli in cui persone o gruppi agiscono utilizzando i propri diritti per limitare quelli altrui. Proprio come coloro che vorrebbero interdire l’accesso a zone della “loro” città a chi non è vestito in modo consono, o coloro che chiedono la chiusura di programmi televisivi perché offendono la “loro” sensibilità.

Una maggioranza di potenziali dittatori eterosessuali si oppone a che anche le minoranze con orientamenti diversi possano avere accesso a quei diritti derivanti da un riconoscimento legale; diritti ai quali loro stessi mai rinuncerebbero. Poi, altri che non esitano un solo istante ad affidarsi ai moderni ritrovati della medicina per curare se stessi ed i propri figli diventano fieri difensori della natura e delle sue leggi quando la scienza offre ad altri possibilità di cui loro non necessitano, come appunto un aiuto per procreare. Ed altri ancora, che magari considerano naturale utilizzare contraccettivi e fare sesso anche a scopo solo ricreativo, si scoprono alfieri della parola divina quando si tratta di contrastare il diritto di una ragazza all’interruzione di gravidanza. Piccoli eserciti di individui autoritari si impegnano affinché minoranze di cui non approvano le scelte e i desideri non possano accedere a quei diritti di cui loro considerano naturale godere, perlomeno quando si tratta di loro stessi. Ma cosa succederebbe se ogni tanto la legalità fosse sospesa e tutti potessero affrontare le questioni che non gradiscono in modo radicale, magari dando libero sfogo ai propri impulsi criminali senza temere reazioni da parte delle istituzioni?

Negli Stati Uniti del 2022, la disoccupazione è all’1% e la criminalità è pressoché inesistente. E’ un risultato che i nuovi Padri Fondatori hanno ottenuto stabilendo un periodo di 12 ore chiamato “Lo Sfogo” (The Purge), una ricorrenza annuale nel corso della quale i cittadini possono fare quasi tutto ciò che desiderano senza temere reazioni da parte delle istituzioni. Nel corso di questa notte gli unici divieti riguardano la possibilità di aggredire funzionari di “livello 10” e di fare uso di armi da guerra di grande calibro. Tutto il resto, dalle rapine alle torture, dagli stupri agli omicidi, è legale. James Sandin (Ethan Hawke) e sua moglie Mary (Lena Headey) vivono nella loro lussuosa villa in un quartiere residenziale assieme ai figli Zoey e Charlie. Lui è un uomo di successo che ha fatto affari d’oro vendendo sistemi di sicurezza residenziali. E quando alle 7.00 di sera suona la sirena che segna l’inizio della notte di “purificazione” attiva tutti i sistemi di cui la casa è fornita per blindare la propria famiglia all’interno e garantirne l’incolumità. Ma nonostante tutte le migliori intenzioni dei coniugi Sandin, la violenza irromperà anche all’interno delle loro mura domestiche. E tutti i loro tentativi di razionalizzare la pratica elogiando i benefici che ha portato alla collettività naufragano in un mare di astio e ferocia.

Portando a livelli iperbolici i 2 Minuti di Odio raccontati da Orwell in 1984, James DeMonaco si addentra nelle dinamiche della società moderna attraverso una rappresentazione che sacrifica linearità narrativa e approfondimento psicologico in favore di caratterizzazioni vicine a quelle della Commedia dell’Arte. Come accade molto spesso in ambito fantascientifico, la rappresentazione di un futuro immaginario non è altro che uno strumento per raccontare qualcosa del presente. E in questo caso non si tratta della violenza del mondo del crimine o di quella che percorre le strade dove abitano povertà e degrado. Piuttosto è il crudele egoismo di chi vive in ambienti ricchi e agiati, di chi si può permettere di soddisfare il proprio narcisismo acquistando i sistemi di sicurezza più efficaci e, sopratutto, le armi più veloci e potenti. Le persone che affolleranno la notte della famiglia Sandin appaiono benestanti che avrebbero potuto scegliere senza problemi di pensare solo alla loro sicurezza sigillati dentro casa. Ma che decidono di fare altrimenti. Tranne uno. Un uomo di colore in fuga da un misterioso gruppo di persone che lo insegue per ucciderlo. E la scelta del più giovane membro della famiglia Sandin di sottrarlo ad un destino di morte quasi certa è la proverbiale buona azione che non resta impunita. Il rifugio offerto al senzatetto di colore dalla dimora dei Sandin diventa causa di scontro tra questi e coloro che gli davano la caccia. Non c’è alcun margine per il dissenso: se il gruppo definisce se stesso attraverso l’individuazione degli esclusi, l’allontanarsi dalle sue direttive per solidarizzare con i reietti viene giudicato come una dichiarazione di ostilità. E come tale viene trattato.

La notte dello Sfogo è una rivisitazione caricaturale dell’ostilità che affolla le pagine della cronaca contemporanea, ed in quanto tale ne amplifica quelle deformità che di norma tendono a rimanere sullo sfondo. Come le maschere che coprono i volti degli invasori che minacciano i Sandin non si limitano ad occultarne l’identità: al contrario, ne mostrano i reali lineamenti. Ad esempio, con oltre un anno di anticipo, il film offre una rappresentazione della vicenda dell’ospedale di Atlanta che ha accettato di accogliere e curare un cittadino colpito in Africa dal virus ebola: come i Sandin sono stati minacciati affinché consegnassero il sentatetto, così l’istituto ospedaliero è stato inondato di telefonate di protesta e di email con minacce da cittadini che giudicavano la situazione pericolosa, a dispetto di tutte le garanzie di segno opposto offerte dagli esperti. L’umanità che si vede all’opera nella notte dello Sfogo non è poi molto diversa da quella che ogni giorno rovescia tonnellate di livore e rancore su internet. Infatti, complici l’anonimato e la distanza, il web offre proprio uno spazio nel quale è possibile tirare fuori il peggio di sé senza temere punizioni o ritorsioni. Al netto della possibilità di agire senza rischiare pene e condanne, appaiono molti punti in comune tra, ad esempio, coloro sono fieri di augurare in pubblico violenze sessuali e morte a due giovani volontarie vittime di un rapimento in territorio siriano e gli statunitensi del 2022 che attendono l’annuale notte della purificazioni per far piazza pulita degli indesiderati.

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Lydia Cacho – Schiave Del Potere

Ci sono libri che dovrebbero essere letti per rimettere ordine nelle scale di valori. Per mantenere (o ripristinare, se necessario) gerarchie e priorità. Possono essere come gli schiaffi che vengono dati ai pazienti sotto anestesia per risvegliarli dopo un’operazione chirurgica. E questo è uno di quelli. Lo squarcio che apre sul mondo femminile è ben diverso da quello delle polemiche sull’impiego dei corpi delle donne nei media. La realtà su cui Lydia Cacho punta il suo sguardo, a rischio della sua stessa incolumità, è molto distante dai riflettori del cinema, della televisione, dei rotocalchi. E’ qualcosa che si considera appartenente al passato, relegato in tempi e luoghi lontani, ed invece è vivo e presente: la schiavitù. E’ un mondo fatto di silenzi, ombre e violenza. Dove non ci sono veline che si esibiscono in vestiti succinti, ballando sotto le luci di uno studio televisivo al ritmo di qualche successo musicale. Non ci sono soubrette dalle forme procaci che giocano a flirtare col pubblico in trasmissioni nazional popolari. E non ci sono personaggi che ottengono soldi e fama in proporzione ai centimetri di pelle mostrati su calendari o su riviste per uomini. La realtà raccontata dalla giornalista messicana è anonima, scura e desolata. E’ il mondo dello sfruttamento delle donne e delle bambine, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi per soddisfare i piaceri – quando non le violente fantasie – di chiunque possa (e voglia) permetterselo.

La doppia morale e l’ipocrisia generalizzata sono alcuni degli elementi principali che alimentano la tratta di vittime di sfruttamento. Anche nei paesi occidentali più moderni e impegnati, almeno in pubblico, nella lotta a favore dei diritti umani. Perché nei paesi diventati famosi per essere mete di turismo sessuale, l’offerta non è rivolta solo ai locali, ma soprattutto ai ricchi stranieri che vanno a fare quanto non potrebbero nei loro paesi di provenienza: gli statunitensi come i canadesi, gli italiani come i tedeschi, i giapponesi come i russi, etc. La mortificazione della libertà femminile e la criminalizzazione delle vittime sono due ingredienti tipici delle culture maschilista che agiscono in modo tanto più violento ed esplicito quanto più la parità tra i sessi è contrastata. E tale parità molto spesso è solo formale. Anche nell’Occidente più civilizzato, quello dove tutto può prendere la forma di un crucifige 2.0.

Ad esempio, non molto tempo fa, in seguito alla sua apparizione sul palco degli Emmy Awards, Sofia Vergara è stata accusata di essersi fatta utilizzare come un oggetto. Mentre Bruce Rosemblum, CEO della Televion Academy, parlava del mondo delle serie TV, dei suoi lavoratori, e soprattutto della sua offerta al pubblico, la star colombiana si trovava in piedi su una pedana rotante che esponeva ogni lato del suo corpo, fasciato in un aderente vestito bianco. (Spiegare l’evidente ironia nei confronti di chi giudica la qualità di una produzione televisiva, in senso negativo come in positivo, misurandola sulla base delle forme femminili che mette in mostra sarebbe un po’ come spiegare una barzelletta.) La scontata e prevedibile reazione da parte dei professionisti dell’indignazione non si è fatta attendere, e puntuale è stata di accusare lo spettacolo di sfruttamento del corpo femminile. Come se fosse possibile sfruttare il corpo di un’attrice con lo star power di Sofia Vergara, al momento la più pagata del mondo televisivo, senza il suo consenso.

La libera scelta della sexy colombiana di prestare il proprio corpo in un gioco delle parti è stata oggetto della solita, trita e prevedibile indignazione alimentata da una presunta difesa della femminilità. Ma quando poi, non molti giorni dopo, alcune sue colleghe si sono trovate ad essere vittime di una brutale violazione della loro privacy, i toni sono cambiati parecchio. Non poche voci si sono alzate ad accusare le vittime di essersela cercata. Se dei ladri entrassero in casa di amici o parenti, derubandoli di oggetti preziosi, privandoli di ricordi e violando la loro intimità, quanti li accuserebbero di non aver protetto in modo adeguato i loro averi? Eppure questo è quello che invece è accaduto nel caso delle foto private di Jennifer Lawrence e delle altre giovani star, diffuse in rete in seguito ad una violazione dei loro iCloud. Certo, si può discutere su quanto possa essere sicuro archiviare dei dati privati su un server remoto, e anche su come possa essere da ingenui considerarlo un luogo protetto. Ma rimane il fatto che le vittime lo consideravano un luogo abbastanza sicuro da poter ospitare pezzi della loro intimità. Ed invece, anziché essere difesa, la loro femminilità è stata data in pasto a milioni di sguardi invadenti che spesso, non paghi di aver goduto di qualcosa che non era destinato a loro, ne deridono l’ingenuità e si lavano la coscienza dicendo che anche a loro sta bene, perché magari è tutta pubblicità. Sì, un po’ come quelli che vanno con donne obbligate a prostituirsi, e poi si giustificano dicendo che anche a loro piace. O che non potrebbero fare altro e così hanno modo di guadagnare più soldi di quanto potrebbero mai guadagnarne dedicandosi ad altri lavori. E’ lo stupratore che si allontana dal corpo della sua vittima, la guarda con disprezzo mentre singhiozza e dice: “Dovresti ringraziarmi. E’ piaciuto anche a te.

Trattare le donne emancipate, quelle che usano il corpo a loro discrezione, come fossero oggetti in balia dello sfruttamento maschile, e allo stesso tempo giudicare le vittime di sfruttamento come protagoniste attive del loro destino, sono due aspetti della stessa mentalità maschilista, e perciò meno in contraddizione di quanto possa sembrare. L’idea che le donne famose che esibiscono in modo più o meno sexy il proprio corpo possano essere complici degli abusi maschili non è poi molto diversa dalla diffusa credenza secondo cui se una provoca poi non può tirarsi indietro. Se una donna si sottrae al controllo maschile ottenendo ricchezza e successo grazie alla propria bellezza, allora viene attaccata in quanto complice dello sfruttamento. Ma pensare che uno spettacolo possa istigare la violenza e gli abusi significa ignorare come questi agiscano. Perché in ogni parte del mondo dove si consumano soprusi ai danni di donne indifese, chi li compie ha bisogno di silenzio e scarsa attenzione: sia che si tratti del trafficante di donne e bambine, sia che si tratti di un marito violento che considera la donna una sua proprietà.

Mentre i professionisti dell’indignazione lanciano i propri dolenti strali contro l’esibizione della Sofia Vergara di turno, milioni di donne in tutto il mondo cercano di sopravvivere al loro inferno quotidiano a base di violenze ed abusi, in seminterrati e topaie di ogni tipo, lontane dalle luci dei riflettori e dai flash dei paparazzi. E quando non sono in situazioni degradate, la loro esistenza è confinata all’interno di gabbie dorate. Adescate con illusorie promesse di un futuro migliore (quando non rapite o vendute dalle loro stesse famiglie) si trovano proiettate in una realtà da incubo. O in bolle patinate che dei loro sogni offrono solo una parodia deforme. Una vittima della tratta messicana, liberata da un’associazione che lotta per i diritti delle donne, racconta che la villa in cui vivevano “Era bella, molto sorvegliata e protetta, con un poliziotto all’entrata. Avevamo una stanza grandissima per la televisione. Lì ci mettevano tutto il giorno quel canale là, quello di Playboy, e Marta, che era la custode delle chiavi, una signora che avrà avuto una cinquantina d’anni ci diceva: “Guardate bene belline, dovete curare l’aspetto e diventare donne di classe, così sarete comequeste ragazze”. Sai com’è, come quelle della villa di Playboy, quelle sì che fanno la bella vita, Hugh Hefner le tratta un sacco bene, le rispetta… e gli dà tutto quello che vogliono, però non le fa mai ballare di fronte agli ubriachi, quelli che la bocca gli puzza da far schifo”.

Le prospettive di un futuro migliore, di ricchezza e successo, magari nell’industria dello spettacolo (per adulti o meno) sono strumenti utilizzati per adescare le ragazze. E le condizioni di vita da cui cercano di fuggire sono talmente miserabili che le esche riescono a far breccia nonostante nelle serate di gala hollywoodiane non ci siano star note per essere state sfruttate per anni. La loro prigionia oscilla tra la paura della violenza dei padroni (o le minacce di ritorsioni verso i cari) e gli stupri dei clienti, che devono accontentare per non andare incontro a molto peggio. Tanto più senza speranza quanto più si svolge sotto lo sguardo di apparati statali indifferenti – forze dell’ordine e organi giudiziari – se non addirittura complici corrotti degli sfruttatori o clienti dei bordelli. Come possono gli organi inquirenti o giudiziari portare avanti indagini che potrebbero costringerli a rendere pubblici i loro sporchi segretucci? E non va affatto meglio con i militari nelle zone di guerra. Anche quando si tratta di organismi internazionali il cui scopo dovrebbe essere garantire i diritti umani, come per esempio nei casi di donne irachene violentate da soldati americani o da caschi blu dell’ONU in Congo (paese nel quale i casi di violenze sessuali nel corso della guerra sono state nell’ordine del mezzo milione).

“A” è giovane, alto, scultoreo e ha soli ventisei anni. E’ stato addestrato dall’esercito statunitense per far parte di un’unità di elite delle forze speciali di combattimento in Iraq. Fu selezionato quando ne aveva diciotto, per la sua passione e la sua conoscenza dei sistemi di comunicazione cibernetici. In questo momento si trova in Texas, dove si sta sottoponendo a un trattamento terapeutico conseguente a un severo stress postraumatico. Adesso, nell’Ottobre 2009, una delle domande più frequenti che si pone per cercare di uscire dai suoi incubi è la seguente: se erano lì per portare la pace, perché i suoi commilitoni hanno violentato con tanta crudeltà donne e bambine irachene?

E nell’ambito di questa tragedia globale, i mass media, sempre pronti a sollevare la questione della dignità femminile quando si tratta di qualche gossip sulle Rihanna e le Miley Cyrus di turno, guardano con scarsa attenzione alle violenze vere, lasciando che si smarriscano in distese di anonime statistiche. A meno che la vicenda non risulti funzionale ad una campagna d’informazione più ampia, come nel caso della rilevanza data ai casi di stupri in India da quando ha avuto inizio “la vicenda dei Marò”. E’ chiaro che questo non vuol dire in alcun modo che si tratta di casi non importanti: il fatto che tutto ciò possa accadere anche altrove, e magari in proporzioni superiori, non ne sminuisce in alcun modo la gravità. Piuttosto, il valutare le differenti attenzioni dedicate ai diversi eventi, getta una luce molto sinistra sull’azione dei media.

Stando ai dati del 2010 forniti dall’ECPAT, una delle principali organizzazioni ad occuparsi del contrasto al traffico e allo sfruttamento sessuale dei minori, circa 3 milioni di persone all’anno praticano il turismo a scopo sessuale, e di questi un sesto – quasi tutti occidentali – è alla ricerca di minorenni. Circa il 60% delle vittime ha un’età compresa tra i 13 e i 17 anni, mentre il 30% ha tra i 7 e i 12 anni. Le altre sono ancora più piccole. Traducendo in numeri diretti, circa 500.000 occidentali ogni anno vanno in paesi come Brasile e Thailandia per fare sesso con minorenni ridotte in schiavitù. Di questi, 300.000 si “accontentano” di ragazzine tra i 13 e i 17 anni. Gli altri le cercano ancora più giovani.

Non sembra esagerato dire che il lavoro svolto da Lydia Cacho nel tentativo di diffondere la consapevolezza sull’argomento è eroico. Non solo per i rischi corsi in prima persona, ma anche per l’enorme quantità di sofferenza con cui ha dovuto confrontarsi. Nel 2004, dopo aver pubblicato I Demoni dell’Eden, il libro in cui denunciava la collusione tra alcuni politici, uomini d’affari e criminali del suo paese in un giro di pornografia con minori, fu arrestata, minacciata ed intimidita allo scopo di silenziarla. Un paio d’anni dopo furono diffuse intercettazioni in cui il governatore ed uno degli uomini d’affari accusati dalla giornalista discutevano della possibilità di farla picchiare e violentare. Nonostante tutto ciò, non solo non si è tirata indietro, ma anzi si è messa in viaggio per seguire le rotte del traffico di esseri umani. Mettendo a rischio la sua stessa incolumità in luoghi controllati da mafiosi e militari per confrontarsi in prima persona con questo mondo sommerso in diversi continenti. E quello che appare chiaro è che ovunque si consumino crimini simili i clienti non sono meno responsabili dei trafficanti. Se donne e bambine sono costrette con la forza della paura e delle minacce ad aprire le gambe per soldi è solo perché c’è una richiesta enorme. Una domanda in crescita che genera flussi di denaro che fanno gola a tanti, e non tutti sono dei tagliagole. Un’economia sommersa che non potrebbe sopravvivere senza la “distrazione” di istituti bancari ed apparati statali. Così, ogni volta che scatta la campagna d’indignazione collettiva per la Sofia Vergara o per la Miley Cyrus di turno, forse potrebbe essere il caso di chiedersi quante schiave potrebbero esserci nel nostro paese. E quanti rapporti sono obbligate ad avere ogni notte. Giusto per mettere le cose in prospettiva.

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Pop Medievalismi

Ipse Dixit – L’Ha Detto Lui. Le prime tracce del Principio di Autorità si perdono nell’antica Grecia, nel modo che i discepoli di Pitagora avevano di relazionarsi con il loro maestro. E da lì arriva ai giorni nostri attraverso i secoli, occupando un posto di tutto riguardo nel pensiero medievale e nel rapporto che questo aveva intrecciato con gli insegnamenti aristotelici. Il Principio è semplice: tutto ciò che è stato detto da lui non può essere messo in discussione perché, appunto, l’ha detto Lui. Il corrispettivo in termini logici è l’Argomentum Ab Auctoritate, un ragionamento fallace in cui le parole di un autorità vengono utilizzate per conferire veridicità ad un discorso (o viceversa per respingere), non tanto in virtù di ciò che esse affermano, quanto piuttosto per via dell’Autorità di Chi afferma cosa. Oggi, in tempi di moltiplicazione delle offerte culturali, il fascino sottile delle scorciatoie basate sull’Autorità riemerge prepotente. L’Autorità irrompe sulla scena come un deus ex machina, come un monarca di cui si invoca il giudizio per dirimere una controversia. Se da un lato si schiera la cultura Accademica, quella che si muove nel terreno dei Grandi Classici e degli Autori che hanno trovato un posto nelle antologie scolastiche e nei testi universitari. Dall’altro conquista sempre più spazi la cultura popolare, quella del rock’n’roll e delle produzioni hollywoodiane, delle serie TV e dei reality show. E nel campo di battaglia che li vede entrare in contatto, gli  esponenti della prima cercano di assoggettare la seconda. Così, un articolo su una serie TV come Breaking Bad può facilmente trasformarsi in un florilegio di citazioni: dal superuomo nietzscheano (Walter White non si pone forse al di là del bene e del male?) alla malafede sartriana (Walter White non inganna anche se stesso, quando giustifica i suoi crimini invocando il bene della sua famiglia?), dall’etica kantiana alle riflessioni di Levinas, tutto viene utilizzato all’interno di un contesto nel quale i grandi Autori sono anche grandi Autorità, e le loro parole possono battezzare anche ciò che si trova all’esterno del tempio accademico per autorizzarne l’ingresso.

Si tratta di un procedimento che ricorda un po’ quello dei ragazzini che desiderano un oggetto e implorano i genitori di acquistarlo, elencando tutta una serie di motivazioni che, nei loro intenti, dovrebbero renderlo interessante anche agli occhi degli adulti. Il ragazzino che chiede i soldi per un videogioco a qualcuno che si mostra restio a soddisfare la sua richiesta, si ingegna per convincerlo che l’oggetto in questione rientra all’interno del suo quadro educativo. Afferma che quel disco metal o hip hop di cui tutti parlano non è diseducativo come si dice in giro. Oppure che con uno smartphone c’è la possibilità di essere sempre informati e imparare tante cose da internet…  Il che non significa che si tratta di invenzioni belle e buone atte a nobilitare oggetti senza valore. Quanto piuttosto che il ragazzino mette in moto delle forzature per rendere il suo desiderata accettabile agli occhi dei genitori. Infatti non desidera il videogioco perché è una simulazione accurata o perché utilizza modelli economici complessi, come non desidera il disco hip hop perché è una rappresentazione della società contemporanea, e come non smania per lo smartphone nuovo per avere la possibilità di consultare Wikipedia ad ogni ora ed in ogni luogo. Proprio come il goloso che si blocca davanti alla vetrina di una pasticceria non pensa al valore nutritivo delle torte che lo incantano.

D’altra parte, c’è da evitare anche il pericolo opposto: il sottile snobismo che si nasconde anche nelle pieghe del rifiuto dell’intellettualismo. Infatti, non si tratta di sbandierare i vessilli di un populismo anti-intellettualista in nome di un presunto maggior valore, ad esempio, di Gossip Girl o di Grey’s Anatomy contro quello di un Kafka, di un Proust o di un Dostoevskij. Pensare che la narrativa mainstream sia avulsa ed indipendente dal passato non è affatto un approccio più interessante rispetto all’impiego di citazioni da Autori per abbigliarla con quei vestiti rispettabili  senza i quali non le sarebbe consentito di passare la selezione all’ingresso dei migliori salotti culturali. Ad esempio, il rapporto tra il Batman di Nolan e Charles Dickens permette di ampliare lo sguardo su entrambi. Ma quando le associazioni culturali tra mondi separati portano a studi che potrebbero avere titoli del tipo Heidegger Slasher: lo svelamento del Male dietro le maschere di Halloween e Venerdì 13 oppure Vaffanculo: l’uomo in rivolta nel pop italiano, tra Masini e Camus, è probabile che ci si trovi davanti ad affemazioni del principio di Autorità. Gli Heidegger e i Camus della situazione diventano i soli mezzi attraverso cui produzioni culturali spesso liquidati con sufficienza possono entrare neil salotto della cultura bene. Heidegger e Camus, Derrida e Levinas, Nietzsche e Kierkegaard, Benjamin ed innumerevoli altri, tutti si trasformano in una sorta di garanti: sono le Autorità che godono di un rispetto tale da consentire l’ingresso all’interno di circoli esclusivi anche a chi di solito viene respinto all’ingresso tra l’ilarita generale.

Si tratta del processo noto come “sdoganamento”. Tuttavia l’Autorità non serve solo per mostrare quanto di interessante può esserci in un’opera finora sottovalutata, ma anche per cancellare con un colpo di spugna il ricordo della superficialità con cui era stata allontanata. Che i polizieschi e le commedie italiane degli anni ’70 non fossero la celebrazione dell’edonismo borghese era chiaro ben prima che venissero “riabilitate” da registi come Tarantino – perlomeno agli occhi di chi li osservava senza i pregiudizi pseudo-ideologici dell’ortodossia critica nostrana. Per quanto fosse possibile trovare detestabili le canzoni degli 883, che fossero il racconto di una certa generazione era ovvio ben prima che la scena indie nostrana si attivasse per nobilitarli e presentarli anche a chi prima si limitava a sghignazzare del biondino che ballava. E che il mondo dei fumetti fosse ben più complesso rispetto ad un’ammucchiata di tizi improbabili in costumi variopinti che fanno a pugni tra loro era noto gli appassionati, molto prima che i film di Nolan stuzzicassero l’interesse della critica più snob.

Ma simili, repentini, cambiamenti di giudizio non sono frutto di improvvisi risvegli o di ingenui cambi di opinione. Per quanto paradossale possa sembrare, un’ombra reazionaria striscia alle spalle di queste forme di recupero: la cultura mainstream risulta accettabile solo nella misura in cui è possibile addomesticarla nei confini di un recinto accademico. In fondo, le critiche che oggi piovono addosso ad una Miley Cyrus non sono altro che le figlie di quelle che ancora un paio di decenni fa erano utilizzate per denigrare personaggi come Madonna (non sa cantare, non sa ballare… vuole solo farsi vedere). E oggi, come se Madonna fosse un mostro sacro da sempre, gli insulti una volta rivolti a lei finiscono sulla testa di Miley Cyrus, lasciando che siano le Kathleen Hanna e le Amanda Palmer della situazione a spingere il proprio sguardo oltre le apparenze e a schierarsi con la figlia di Billy Ray. E senza il bisogno di sventolare ai quattro venti citazioni di Derrida e Levinas. Perché, alla fine, non è detto che grazie a questi sia possibile quante, quali e quanto profonde differenze separavano i Poison dai Motley Crue.

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