Archivio ottobre 2013

La Brutta Giornata di Batman

Quando un’opera come la Trilogia di Batman di Christopher Nolan raggiunge un livello di successo che trascende di gran lunga l’interesse dei solo appassionati di fumetti, i fraintendimenti sono forse inevitabili. Fasce di pubblico composte da persone che fino a poco tempo liquidavano in modo sbrigativo i mondi dei supereroi, e dei fumetti in generale, come forme culturali di serie B, si trovano a soccombere davanti al fascino del Cavaliere Oscuro. E così capita che le vicende narrate sul grande schermo si trovino ad essere ricondotte alla contemporaneità. Ad esempio, alla lotta contro il terrorismo tipica dell’ultimo decennio, come anche alle contestazioni di piazza di movimenti come Occupy Wall Street. Infatti, già all’uscita del secondo capitolo della trilogia c’era stato chi aveva visto nel Joker una sorta di rappresentazione trasfigurata di Osama Bin Laden. E quando nelle sale arrivò il terzo capitolo, Bane viene interpretato come una sorta di rivoluzionario socialista che vuole espropriare i ricchi dei loro beni e restituire il potere al popolo: la rappresentazione estrema di un ipotetico leader di Occupy Wall Street che governa Gotham City attraverso una forma moderna di terrore giacobino. In pratica, tutto viene ricondotto alla storia degli USA del nuovo millennio. Il che potrebbe anche essere vero se non fosse che gli elementi narrativi che vanno a comporre i tre capitoli della trilogia affondano le proprie radici in storie pubblicate prima dell’accadimento degli stessi eventi di cui dovrebbero essere una rappresentazione. Infatti, molti sono gli elementi che i fratelli Nolan hanno utilizzato per dare vita alla loro narrazione, non esclusi fatti provenienti dalle cronache più recenti. Ma a voler individuare le fondamenta della storia è necessario andare indietro nel tempo, a storie pubblicate prima dell’affacciarsi alle cronache di Occupy Wall Street (come anche a prima dell’attentato alle Torri Gemelle). Quattro in particolare possono essere individuate come le colonne portanti del film: Il Ritorno del Cavaliere Oscuro e Batman: Anno Uno, entrambi firmati da Frank Miller, The Killing Joke di Alan Moore, e la Knightsaga. Le prime tre vedono la luce nel corso degli anni ’80, mentre la quarta viene pubblicata nel corso del decennio successivo. La lotta di Batman contro il Male precede di decenni la teorizzazione della moderna lotta contro il terrorismo. E per quanto Nolan possa aver scelto di attribuire ai villain qualche caratteristica che riecheggia nelle cronache del nuovo millennio, il profilo psicologico di Batman rimane ancorato a quello delineato da Frank Miller negli anni ’80. Batman non opera al di là della legge o in aggiunta a questa. Piuttosto si muove al di sotto, o all’ombra di essa (quando non contro). Batman non è una sorta di super soldato che interviene a comando là dove i normali strumenti di lotta istituzionale falliscono. E non è nemmeno lo strumento di una forma di giustizia sommaria che neutralizza le minacce, solo perché sono state individuate e definite come tali. Batman non è Superman o Capitan America, come non è Spawn, Azrael o il Punitore. E soprattutto, Batman non è Ra’s al Ghul.

1. Gli Inizi: Ra’s al Ghul e la corruzione di Gotham City

Rimasto orfano di entrambi i genitori quando ancora era un bambino, Bruce Wayne è un multimilionario, uno degli uomini più ricchi e potenti di Gotham City. Ma la morte dei genitori, avvenuta per mano di un balordo davanti ai suoi occhi, è un trauma che lo perseguita senza sosta. Come Leonard Shelby di Memento si risveglia ogni giorno con fresco in mente il ricordo della moglie defunta, così Bruce Wayne rivive l’omicidio dei genitori come se non fossero passati decenni. In uno dei suoi viaggi in giro per il mondo, incontra la Setta delle Ombre guidata dal misterioso Ra’s al Ghul e qui apprende le tecniche di lotta che gli serviranno al momento del ritorno nella sua città natale. Tra i due uomini c’è convergenza in merito allo stato di degrado e corruzione che sta divorando Gotham City, ma mentre il milionario è convinto della possibilità, e della necessità, di contrastare la diffusione del male, il capo della Setta sostiene che il male sia ormai così diffuso e radicato da non consentire alcuna alternativa alla distruzione completa della città e dei suoi abitanti. La prova di iniziazione che Ra’s al Ghul chiede a Bruce Wayne di superare per ammetterlo nella sua Setta consiste nel giustiziare un contadino colpevole di furto ed omicidio. Ma quest’ultimo rifiuta di sottostare alla richiesta del capo, tracciando una linea che rappresenta un limite invalicabile nel rifiuto di uccidere. La prova fallita ed il conflitto che ne segue sono solo un’anticipazione in piccola scala di quanto avverrà in futuro a Gotham City, con Ra’s al Ghul che cerca di giustiziare la città corrotta ed i suoi abitanti e Batman che continua ad opporsi all’idea di una giustizia basata su verdetti sommari e condanne preventive.

L’elemento della corruzione ad ogni livello – politico, economico e giudiziario – è centrale nella genesi del Cavaliere Oscuro. Prima ancora che contrastare il crimine perché la polizia non sarebbe in grado di farlo, Batman nasce dall’esigenza di combattere quel crimine che le istituzioni, per indolenza o per complicità, scelgono di non combattere. A differenza di quanto ambisce a fare il suo avversario, Batman non punisce i criminali: il suo unico obiettivo è contrastarli, neutralizzarli e consegnarli alle istituzioni preposte. Essendo uno degli uomini più ricchi della città, Bruce Wayne potrebbe utilizzare le sue immense proprietà e risorse per influenzare lo stato della giustizia a Gotham City, così come aveva cercato di fare suo padre prima di lui. Oppure, in alternativa, potrebbe scegliere di agire allo scoperto come il suo corrispettivo milionario dell’universo Marvel: Iron Man. Infatti, a differenza, ad esempio, di uno studente squattrinato come Peter Parker, Tony Stark non ha alcun bisogno di mantenere nascosta la sua identità: le sue immense ricchezze gli permettono di garantire la sicurezza di chi gli sta attorno. Dal canto suo, Batman afferma di indossare una maschera per proteggere chi gli sta vicino, ma la realtà è che il semplice mantenere segreta la sua identità anagrafica non gli consente di proteggere tutte le persone a lui care: la morte di Rachel Dowes per azione del Joker ne è la dimostrazione. Batman è un figlio di Gotham City, delle sue ombre, della sua violenza e della sua corruzione. A differenza di un Superman, che nonostante le nobili origini kryptoniane eredita i valori della cultura contadina del Kansas dai coniugi Kent che lo allevano come se fosse loro figlio, Bruce Wayne cresce nell’alta società, nell’elite più ricca della città. E di questa vede la corruzione, i compromessi e la decadenza. Lo sguardo di Bruce Wayne sulle istituzioni è cinico e disilluso. A differenza dell’Uomo d’Acciaio, il Cavaliere Oscuro è ben distante dal nutrire fiducia nella politica e nei suoi mezzi. Il motivo per cui non mette se stesso al servizio delle istituzioni è lo stesso che lo spinge a tenere il generatore di energia rinchiuso in un bunker nel sottosuolo nel terzo capitolo della Trilogia: la convinzione che finirebbe con l’essere trasformato in un’arma. A questo poi si aggiunge il fatto che quello di Batman non è un semplice costume (come potrebbe essere l’armatura di Iron Man, appunto) ma qualcosa che quasi vive di vita propria. E’ quella sete di giustizia e di vendetta che Bruce Wayne ha accumulato senza sosta dal momento della morte dei genitori.

2. Superman, la falce ed il martello

In Superman: Red Son, Mark Millar disegna un universo nel quale l’astronave che trasportava il piccolo Kal-El precipita sulla Terra ad un orario diverso da quello originale. Il risultato è che il bambino non viene allevato in una fattoria della campagna statunitense, ma in una ucraina. Una volta cresciuto, l’Uomo d’Acciaio abbraccia l’ideologia sovietica combattendo in favore dell’internazionalismo socialista anziché della bandiera a stelle e strisce. Sul suo petto, al posto della classica “S”, esibisce fiero la falce ed il martello della bandiera sovietica. E da uomo di fiducia di Stalin, finisce con l’ereditarne il posto diventando il leader assoluto dell’Unione Sovietica e di tutto il blocco di paesi aderenti al Patto di Varsavia. Proprio come l’originale a stelle e strisce, il Superman rosso abbraccia l’ideologia del paese in cui è nato e cresciuto, e si impegna con tutte le sue forze per rendere reale la sua utopia. A differenza di Batman, il cui corrispettivo russo va incontro ad un destino del tutto diverso.

Quegli stessi ideali che avevano fatto sì che la famiglia di Bruce Wayne si impegnasse per emancipare i cittadini di Gotham City e migliorarne le condizioni di vita, nella Russia staliniana sono considerati atti eversivi. I genitori di quello che diventerà Batman non vengono uccisi da un delinquente all’uscita da un teatro, ma sono assassinati sotto lo sguardo del figlio da uomini del regime che li accusano di essere nemici del popolo. L’odio che Bruce Wayne aveva covato per anni e che lo aveva condotto a diventare un cacciatore di criminali nella realtà di Gotham City, anche qua si indirizza verso chi l’ha reso orfano: quel regime che trova in Superman il massimo simbolo e rappresentante. E quelle differenze che nei classici universi DC avevano fatto sì che i due potessero coesistere nonostante le distanze che li separano, qua esplodono e fanno sì che debbano confrontarsi in uno scontro mortale. Questo non vuol dire che Batman sia un American Hero più di Superman, qualcuno talmente impregnato di ideali a stelle e strisce da far sì che nemmeno il suo corrispettivo sovietico possa abbracciare gli ideali del socialismo reale. Al contrario, immaginando un ulteriore scenario nel quale i genitori dell’Uomo Pipistrello fossero stati esponenti del Partito uccisi da attivisti controrivoluzionari, non è difficile supporre che l’odio di Batman sarebbe finito al servizio del regime, trasformandolo in un instancabile cacciatore di dissidenti. A differenza di Superman, Batman è animato da rabbia e vendetta, motivo per cui non accetta di porsi docilmente al servizio di alcuna catena di comando. A Batman non interessa il rispetto di alcuna regola se non di quelle che lui stesso ha scelto di adottare, e se le regole delle istituzioni entrano in conflitto con le sue, lui non esita a scegliere queste ultime.

3. Ra’s al Ghul e la Torre di Babele

Nella continuity principale dell’universo DC i rapporti tra Batman e Superman non sono sempre tesi e distanti. Anzi, in alcuni periodi della Justice League Superman è quanto di più simile ad un amico Batman abbia al di fuori della sua ristretta cerchia di persone di fiducia. Al di là della differenza di valori e visioni delle cose, Batman rispetta la lealtà dell’Uomo d’Acciaio. Ma la diffidenza e la paranoia che il Cavaliere Oscuro nutre nei confronti di tutti non risparmiano nemmeno i suoi compagni di squadra. Ad un punto tale da rischiare di condannarli tutti a morte, come narra Mark Waid nel ciclo Torre di Babele. Giorno dopo giorno Batman studia Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde, Flash e tutti gli altri eroi per individuarne i punti deboli. Costruisce un archivio con dossier in cui descrive in modo minuzioso i mezzi e le modalità da utilizzare per neutralizzare – anche in modo definitivo, se ritenuto inevitabile – ognuno dei suoi compagni di squadra. Si tratta di un archivio che Batman custodisce su file criptati, e del quale riduce al minimo indispensabile la presenza nella sua memoria per evitare che Martian Manhunter possa scoprirlo grazie ai suoi poteri telepatici. Pur avendo combattuto a fianco di ognuno dei rappresentanti della Justice League, Batman non può fare a meno di considerare il potenziale di minaccia rappresentato da ognuno. E considera un suo dovere personale preparare delle adeguate contromisure.

Il problema sorge nel momento in cui Ra’s al Ghul riesce ad impossessarsi di questo archivio e pianifica un assalto su larga scala agli equilibri terrestri, finalizzato ad una considerevole riduzione del numero di esseri umani che lo popolano per proteggere il pianeta ed i suoi ecosistemi dai danni provocati dagli stessi. Sottrae le bare dei genitori di Bruce Wayne dal loro posto nel cimitero per distrarre il Cavaliere Oscuro impegnandolo nella loro ricerca. E con Batman sulle tracce dei corpi dei genitori morti, gli uomini di Ra’s al Ghul possono attaccare uno dopo l’altro tutti i membri della Justice League neutralizzandoli. Nel frattempo, con la più potente squadra di supereroi ridotta all’impotenza, una potente macchina chiamata Torre di Babele emette ultrasuoni che interferiscono con le attività cerebrali degli esseri umani provocando una forma di afasia su scala planetaria che impedisce la comunicazione, sia scritta che orale. Ma alla fine, la squadra di supereroi riesce a compattarsi e a rovesciare la situazione infliggendo pesanti danni a Ra’s al Ghul. Tutti i danni che gli eroi hanno subito a livello fisico intraprendono il processo di guarigione. Tuttavia, ben diverso è il discorso relativo alla fiducia nei confronti di Batman: la sue spiegazioni in merito alla necessità di avere contromisure pronte per fronteggiare ognuno di loro in caso di minaccia non convincono la squadra che infine vota a maggioranza per il suo allontanamento dalla Lega. Anche tra suoi pari e simili, Batman si conferma incapace di avere fiducia in qualsiasi struttura che non sia del tutto al di sotto del suo controllo. Per poter rimanere in squadra con gli altri esponenti della Lega, Batman non ha potuto fare a meno di violare la loro privacy. Quella stessa privacy che invece i suoi compagni hanno sempre rispettato offrendogli la loro fiducia.

4. Il Joker, l’identità di Batman e una brutta giornata

Quando ne Il Cavaliere Oscuro un ex-dipendente delle industrie di Bruce Wayne si presenta in uno studio televisivo al fine di rivelare la vera identità di Batman, il Joker chiama subito in diretta per impedire che ciò accada. Infatti, a differenza di altri avversari del Cavaliere Oscuro, non prova nessun interesse nei confronti dell’identità senza maschera del suo avversario. Joker sa che è proprio Batman la vera identità del suo avversario: chiunque egli sia una volta tolto il costume da pipistrello, non è altro che una finzione. Bruce Wayne è Batman molto più di quanto non sia il milionario circondato da donne e lussi. Come per Ra’s al Ghul, anche per il Joker Gotham City è una città corrotta, ma a differenza di quello non ha nessun interesse a punirla. Piuttosto, al contrario, il suo gioco consiste nel mostrare come siano corruttibili anche coloro che cercano di combattere il degrado. Il suo obiettivo finale consiste perciò nel farsi uccidere da Batman, costringere il Cavaliere Oscuro a violare la regola che gli impone di non farlo. Ma Batman si rivela essere disposto a sacrificare quanto ha di più caro pur di non venire meno alla sua scelta. Inclusa l’amata Rachel Dowes, la cui morte fa sì che un Harvey Dent dal volto sfigurato, si abbandoni all’odio più furioso trasformandosi nel temibile Due Facce. Batman ripete più volte nel corso della Trilogia che indossare una maschera serve a proteggere chi gli sta attorno, ma la morte di Rachel Dowes non avviene per mano di Ra’s al Ghul, il nemico che conosce la sua vera identità, quanto piuttosto a causa del Joker, che nei confronti di Bruce Wayne non nutre alcun particolare interesse.

Batman lotta contro il crimine per difendere le persone che considera innocenti. Al contrario, il Joker è convinto che nessuno è innocente, e le sue azioni sono mirate a dimostrare come basti poco perché chiunque possa trasformarsi in un criminale o in un assassino. Si tratta di un concetto che Alan Moore aveva esplicitato in The Killing Joke: tutto ciò che separa una persona sana di mente da un pazzo è una brutta giornata. Non è dato sapere se anche solo una delle storie che il Joker racconta per spiegare le origini delle cicatrici sulla faccia sia reale, ma tutte hanno in comune l’aver avuto origine in una brutta giornata. Come brutte giornate sono quella che vede un brillante ed incorruttibile procuratore trasformarsi in uno spietato assassino dal volto sfigurato, o quella che ha fatto sì che un potente milionario decida di indossare ogni notte un costume da “topo volante” per andare a lottare corpo a corpo contro dei criminali. Ed è sempre una brutta giornata quella che può far sì che un gruppo di cittadini all’apparenza onesti ed innocenti si trasformi in spietati mandanti di una strage.

Infatti, dopo aver imbottito di esplosivo due navi che stavano procedendo all’evacuazione della città, il Joker comunica ai passeggeri che su ogni nave è presente il detonatore che permette di attivare le cariche sull’altra. Le sue regole sono semplici: la prima nave che farà esplodere l’altra si salverà; se invece allo scadere del tempo stabilito nessuna avrà fatto saltare in aria l’altra, entrambe le cariche saranno attivate. In una situazione che assomiglia ad una rappresentazione teatrale dello scontro tra superpotenze nel periodo della Guerra Fredda, o anche della guerra al terrorismo, da un lato si trovano cittadini che possono decidere in modo collegiale cosa fare, dall’altro detenuti condannati per i crimini più diversi. I cittadini liberi decidono di votare per stabilire il da farsi, e a larga maggioranza il risultato indica che il bottone che innesca l’esplosivo sull’altra nave deve essere premuto. Durante la fase che precede la votazione, si fa largo la convinzione della necessità di terminare gli altri prima che questi facciano altrettanto, giustificando così la scelta di votare in favore di una strage. Sarà solo l’assenza di una persona che abbia abbastanza coraggio per premere l’innesco a salvare la vita di chi si trova sull’altra nave: la sentenza di condanna a morte per gli altri era stata deliberata a maggioranza, è solo l’assenza di un boia sul posto ad evitare l’esecuzione. In modo quasi speculare, qualcosa di simile avviene anche sull’altra nave. Qui i carcerati non possono votare per stabilire cosa fare: non ci sono votazioni democratiche e il detonatore rimane nelle mani dei militari che li sorvegliano. Ma quando un carcerato si avvicina all’uomo con il detonatore in mano e gli intima di consegnarglielo, né lui né chi gli sta attorno oppone la minima resistenza: il detonatore viene consegnato nelle mani del prigioniero, nella speranza che questo abbia la volontà di assumere su di sé la responsabilità di quel crimine del quale le guardie non vogliono macchiarsi.

A causa dell’interferenza di Batman, non è dato sapere se allo scadere dell’ultimatum il Joker avrebbe effettivamente fatto esplodere entrambe le navi. E’ lecito sospettare che il suo obiettivo consistesse nel far compiere una strage ai cittadini di Gotham in assenza di un pericolo reale, ma solo sulla base di una minaccia. Se avesse voluto essere sicuro dell’effettiva realizzazione del suo piano non avrebbe dovuto far altro che collegare gli inneschi ad un timer, in modo analogo a quanto fatto quando ha presentato a Batman l’alternativa tra la vita del procuratore Harvey Dent e quella di Rachel Dowes. In ogni caso rimane il fatto che nonostante nessuna delle due navi sia esplosa, i cittadini di Gotham avevano votato in modo democratico per l’eliminazione preventiva del potenziale pericolo rappresentato dall’altra nave. E sebbene sia riuscito a preservare la propria integrità non cedendo al desiderio di uccidere il Joker, Batman ha dovuto sacrificare prima la vita di Rachel Dowes, poi quella di Harvey Dent (travolto dallo stesso eroe mascherato per impedirgli di uccidere il tenente Gordon e la sua famiglia), ed infine anche l’integrità morale di Jim Gordon, il quale accetta di mentire su come si sono svolti effettivamente i fatti, al fine di non incrinare l’immagine del procuratore deceduto agli occhi dell’opinione pubblica e far sì che attorno ad essa sia possibile costruire una nuova politica di repressione della criminalità. Il risultato è che quella riduzione dei diritti che trasformano il penitenziario di Blackgate in una sorta di Guantanamo Bay affonda le proprie radici in una menzogna che divora dall’interno lo stesso Jim Gordon.

5. Bane e i Giochi di Prestigio

In The Prestige, John Cutter spiega più volte come ogni numero di magia sia composto da tre parti: la promessa, la svolta e il prestigio. Nella prima parte, Batman Begins, i fratelli Nolan mostrano qualcosa di ordinario: un uomo rimasto orfano dei genitori per mano di un criminale di strada che cresce nel desiderio di lottare contro quel male che è causa della sua sofferenza, e placare così la sete di vendetta che lo divora. Nella seconda parte, The Dark Knight, i fratelli Nolan prendono quell’orfano che aveva assunto l’identità di un supereroe mascherato e lo trasformano in qualcosa di straordinario: l’Uomo Pipistrello diventa quel Cavaliere Oscuro che combatte il male fino a quando non scompare nel nulla. Ma far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco quindi che nella terza parte, The Dark Knight Rises, il Cavaliere Oscuro riappare dall’esilio nel quale aveva confinato sé stesso per affrontare la nuova minaccia rappresentata da Bane. Il segreto di Bruce Wayne è sotto gli occhi di tutti, solo che nessuno lo vede perché desiderano credere in lui: desiderano essere ingannati. Bruce Wayne si conferma essere una finzione di Batman, piuttosto che il contrario. Batman ha condannato sé stesso davanti agli occhi dell’opinione pubblica assumendo su di sé la responsabilità dei crimini di Due Facce, e come conseguenza Bruce Wayne vive da anni rinchiuso in un’ala della sua enorme villa.

Ma l’irrompere di Bane sulla scena di Gotham City fa sì che Bruce Wayne esca dal suo depresso torpore per confrontarsi con una nuova, temibile nemesi. Come in un gioco di prestigio, Bane attira l’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze dell’ordine su di sé, dichiarando di voler distruggere il sistema per abbattere la profonda ingiustizia che lo permea ad ogni livello. Ma questa è solo propaganda, una distrazione finalizzata a nascondere ciò che si sta consumando veramente: la vendetta di Talia al Ghul. La figlia di Ra’s al Ghul ritiene Gotham City, e in primo luogo il suo difensore mascherato, responsabili della morte del padre. E ne pianifica la distruzione. L’apparente lotta di classe è solo il telo che copre il cilindro dal quale il prestigiatore tirerà fuori gli oggetti che stupiranno il suo pubblico. E quello che si consuma sotto lo sguardo degli spettatori è un ulteriore abbattimento dei confini tra Batman e i suoi nemici, con il divenire-Batman di Talia al Ghul da una parte e il divenire-Talia di Batman dall’altro. La figlia di Ra’s al Ghul è guidata dalla stessa sete di vendetta che muove le azioni del Cavaliere Oscuro: punire Gotham City e chi l’ha protetta, rendendosi complice della morte del suo genitore. In modo del tutto speculare, Batman viene sconfitto nello scontro diretto con Bane e finisce confinato nella prigione che aveva ospitato Talia al Ghul molti anni prima di lui. Qua Bruce Wayne affronta un processo di guarigione che non è solo fisico, ma anche spirituale, fino a quando non si rende conto che per fuggire deve pensare ed agire proprio come chi ce l’aveva fatta molto tempo prima. Gli ideali di giustizia invocati da entrambe le parti sono solo finzioni, sono il terreno di scontro tra i moventi personali che agitano i protagonisti. L’ideale di giustizia di Batman non è meno secondario rispetto alla rivolta invocata da Bane. Batman non è interessato a rafforzare i sistemi di difesa di istituzioni verso le quali non nutre alcuna fiducia, ha solo sete di lottare contro i criminali per vendicare l’assassinio dei genitori che lo tormenta come un incubo ricorrente. Ad un punto tale che è solo condannando a morte Batman in un’azione suicida, nel compimento dell’estremo salvataggio della sua città dall’imminente esplosione nucleare, che alla fine Bruce Wayne può liberarsi dall’Uomo Pipistrello e cominciare una nuova, anonima vita insieme a Selina Kyle. Come Batman era nato da una brutta giornata del piccolo Bruce Wayne, così è la brutta giornata di Batman a permettere un nuovo inizio per Bruce Wayne.

Ci sono due tizi in un manicomio… e una notte decidono che sono stanchi di vivere nel manicomio. Decidono che cercheranno di fuggire. Così, salgono sul tetto e vedono dall’altra parte i palazzi della città distendersi alla luce della luna… verso la libertà. Il primo salta sul tetto vicino senza alcun problema. Ma il suo amico non osa compiere il balzo perché ha paura di cadere. Allora il primo ha un idea, e dice: “Ehi! Ho preso la torcia elettrica con me! Illuminerò lo spazio tra i due edifici. Così mi raggiungerai camminando sul raggio di luce!”. Ma il secondo scuote la testa, e dice: “Cosa credi!? Che sia pazzo? Quando sarò a metà strada la spegnerai!” (Batman – The Killing Joke)

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Damien Echols – Il Buio Dietro Di Me

White Trash, (spazzatura bianca). Con questa espressione carica di disprezzo sono indicati i bianchi appartenenti agli strati più bassi della società (statunitense). Si tratta di una condizione di vita tipica del subproletariato, caratterizzata da condizioni di povertà spesso estrema e da livelli di cultura e istruzione altrettanto bassi. Questo è il contesto sociale in cui nasce e cresce Damien Echols. Nella città di West Memphis, in Arkansas, lui e la sua famiglia sopravvivono al di sotto di quella che può essere indicata come la soglia di povertà, tra baracche fatiscenti prive perfino dell’acqua corrente e roulotte in un parco come abitazione. Abbandonato dal padre e con un patrigno irascibile e fanatico religioso, Damien è un adolescente che frequenta poco la scuola e vive la propria emarginazione in un misto di profonda depressione e di desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Le sue poche amicizie – tra cui Jason Baldwin e Jessie Misskelley, con i quali si troverà a condividere un comune destino di abusi e ingiustizie – appartengono tutte alla sua sfera sociale. Nel tentativo di trovare una dimensione che gli permetta di sfuggire all’anonima miseria della sua quotidianità, Damien inizia ad appassionarsi alla cultura skater. Ma si tratta solo di un’infatuazione che ben presto lascerà il posto a tutt’altro. Nel pieno dell’adolescenza, gli interessi del ragazzo iniziano a puntare in direzione della musica heavy metal, dei film horror e di tutto ciò che ruota attorno a questi. L’abbigliamento scuro e gli interessi particolari del ragazzo attirano subito l’attenzione di un contesto sociale povero, conservatore ed impregnato di bigottismo religioso come quello in cui si trova a vivere.

Tra le attenzioni non richieste che il giovane Echols attira su di sé ci sono anche quelle di Jerry Driver, un ufficiale di polizia incaricato dei crimini minorili convinto della presenza di satanisti nella sua contea. Il loro primo incontro avviene in occasione del maldestro tentativo di fuga di Damien insieme alla sua ragazza del periodo, Deanna, per sottrarsi al divieto di frequentarsi stabilito dai genitori di questa. Convinto dell’esistenza di adoratori del Diavolo nell’area, quando Driver si trova faccia a faccia con Damien pensa di aver trovato quello che stava cercando. Dopo qualche domanda di routine sulle ragioni e le modalità della loro fuga, Driver comincia a chiedere al ragazzo cosa sapesse di satanisti e adoratori del diavolo. Damien nega di sapere alcunché in merito, ma all’agente non basta, ed inizia a perseguitare il giovane sottoponendolo a un regime di sorveglianza ed attivandosi per farlo rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Con il suo abbigliamento scuro e i suoi gusti eccentrici in fatto di ascolti e letture, Damien è il bersaglio perfetto per un agente le cui convinzioni rispecchiavano alla perfezione la diffusa paura del satanismo tipica degli anni ’80 e dei primi anni ’90. Pur in assenza del benché minimo indizio che potesse far sospettare l’effettiva esistenza di culti satanici nell’area, Driver sorveglia e controlla Damien fino a quando questo non raggiunge la maggiore età. Ma quella che sembrava essere la fine di una storia, ben presto si rivela essere nient’altro che il prologo di un’altra più lunga e drammatica.

Il 6 Maggio 1993, a meno di 24 ore dalla loro scomparsa, i corpi senza vita di tre bambini di 8 anni – Christopher Byers, Steve Branch e Michael Moore – furono ritrovati nel torrente della zona nota come Robin Hood Hills. I tre corpi erano nudi, legati con le stringhe delle loro scarpe, e con evidenti segni di violenti pestaggi e lacerazioni diffuse. Nonostante sulla scena del crimine non fosse presente alcun elemento riconducibile a rituali occulti, le indagini degli ufficiali di polizia James Sudbury e Steve Jones (quest’ultimo collega di Jerry Driver) si concentrarono subito su una pista di natura satanica. Nonostante non ci fossero collegamenti diretti tra Damien Echols e i suoi amici e le vittime del crimine, la polizia era convinta della loro colpevolezza ed agì in ogni modo, lecito e non, per giungere allo loro incriminazione. Quello che all’inizio era un semplice teorema accusatorio, giorno dopo giorno assumeva sempre più consistenza in virtù del crescere dell’isteria di massa nata dal fanatismo religioso. A tre secoli di distanza dai processi di Salem, il fanatismo popolare aveva trovato un nuovo tribunale sommario nel quale convogliare il proprio odio.

Dopo quasi un mese di indagini a senso unico in direzione di presunti adolescenti adoratori del Diavolo, e privi di qualsiasi elemento probatorio, gli inquirenti riuscirono ad incriminare i tre ragazzi facendo pressione sull’anello debole. All’inizio di Giugno, Jessie Misskelley fu portato in centrale e sottoposto a un duro interrogatorio per 12 ore di seguito, in assenza dei genitori o di qualunque altra figura che potesse tutelarlo. E tutto questo nonostante fosse noto che il ragazzo soffriva di una forma di ritardo mentale. Al di là dei suoi 17 anni all’anagrafe, Misskelley aveva la maturità psichica di un bambino delle elementari e non sapeva che non essendo in stato di fermo avrebbe potuto lasciare la centrale in qualsiasi momento. Era quindi solo questione di tempo prima che la polizia riuscisse a far sì che il ragazzo raggiungesse il proprio punto di rottura e accusasse sé stesso e i suoi amici della morte dei tre bambini. Quando si arrivò al dibattimento nell’aula di tribunale, gli elementi per ritenere la confessione frutto di pressioni da parte della polizia erano molteplici, tutti supportati dal parere di esperti specializzati. I riferimenti all’ora e al luogo del crimine, la ricostruzioni riguardanti le cause dei decessi e le modalità degli stessi, erano tutti elementi che nella confessione del ragazzo presentavano errori, falsità e contraddizioni. Inoltre, delle 12 ore di interrogatorio a cui era stato sottoposto, solo 46 minuti furono registrati, e anche in questi è possibile sentire la polizia imbeccare Misskelley al fine di fargli dire ciò che volevano sentire.

Subito dopo il fatto, Misskelley ritrattò la confessione affermando di essere stato ingannato. Nel processo che lo vide coinvolto, la giuria assistette i testimoni della difesa sfilare uno dopo l’altro a confermare l’alibi del ragazzo che lo escludeva dalla scena e lo collocava presso un evento di wrestling fuori città. Inoltre ascoltò la difesa esibire le falsità e le incongruenze nella sua testimonianza. Ma scelse di non tenerne conto e lo condannò. Come in un processo inquisitorio da manuale, la strega aveva confessato, pertanto doveva bruciare sul rogo. E non aveva nessuna importanza il modo in cui  la sua confessione era stata ottenuta. In seguito, il ragazzo rifiutò di testimoniare contro i suoi amici nel processo che li vedeva imputati, nonostante il vantaggio in termini di riduzione della pena che avrebbe potuto ricavarne. Pertanto la confessione non avrebbe dovuto essere presa in considerazione dai giurati che dovevano decidere della colpevolezza di Echols e Baldwin. Ma i giurati ne avevano già sentito parlare attraverso i media, e la utilizzarono per condannarli, in evidente disprezzo dei diritti degli imputati. Questi si trovavano sotto processo nonostante non ci fosse alcuna prova fisica di una loro presenza sulla scena del crimine, e il loro coinvolgimento con culti dediti all’adorazione del Diavolo si basasse su elementi a dir poco approssimativi.

L’esperto convocato dall’accusa per spiegare alla giuria la natura satanica delle credenze degli imputati aveva ottenuto le sue credenziali attraverso un corso per corrispondenza e tra gli elementi che, a suo dire, svelavano il satanismo di Echols citò la sua abitudine a vestirsi di nero. Si trattava dello stesso stesso esperto che circa un anno prima dei fatti di Robin Hood Hills era stato contattato proprio dall’agente Jerry Driver, il quale gli aveva inviato via fax dei disegni di Echols per chiedergli un parere a proposito di un presunto coinvolgimento del ragazzo con il mondo degli adoratori del diavolo. I testimoni dell’accusa mentirono sotto giuramento raccontando storie improbabili, illogiche e piene di falsità (e negli anni successivi ammisero il loro spergiuro) ma ciò non impedì alla giuria di abbracciare il teorema accusatorio. L’ascolto di musica heavy metal, la visione di film horror e la lettura di libri dello stesso genere, furono tutti elementi utilizzati dall’accusa per tratteggiare il profilo satanico degli imputati. Echols in particolare era il ragazzo che vestiva di nero, ma Baldwin no: la colpa di Jason Baldwin consisteva nell’essere amico di Damien Echols. Per la giuria era più che sufficiente per condannarli entrambi. Echols fu condannato a morte, e il sedicenne suo amico all’ergastolo senza possibilità di uscire sulla parola.

Negli anni che seguirono, anche grazie alla realizzazione di una serie di documentari della HBO intitolati Paradise Lost, l’interesse nei confronti della sorte dei Tre di West Memphis raggiunse una dimensione nazionale. Personalità dello spettacolo come Eddie Vedder, Henry Rollins, Johnny Depp, Natalie Maines e Peter Jackson, sposarono la causa dei tre supportandoli sia sul piano mediatico che su quello finanziario. Intanto Echols, imprigionato nel braccio della morte, continuava a professarsi innocente e a subire le brutali violenze e i soprusi delle guardie e delle autorità carcerarie. Anche se all’esterno il numero dei sostenitori dell’innocenza dei tre aumenta, dietro le mura del carcere le guardie, come demoni incaricati di torturare le anime dannate all’Inferno, continuano con le loro violenze di ogni tipo, fisico e psicologico, indifferenti alla possibile innocenza della loro vittima. Le prove a discolpa dei tre aumentano di anno in anno, e le richieste di appello al fine di avere un giusto processo si susseguono. Ma il giudice incaricato di valutarle è lo stesso che aveva presieduto il processo che li ha condannati, e che in più occasioni ha ribadito di considerare il quadro indiziario solido e adeguato ad una condanna.

Le richieste vengono respinte una dopo l’altra. Il giudice rifiuta di prendere in considerazione il nuovo quadro probatorio basato sull’analisi del DNA rilevato sulla scena, e che risulta non appartenere a nessuno dei tre condannati, come anche le analisi forensi fornite da autorevoli esperti che demoliscono la ricostruzione degli omicidi come frutto di attività sataniche. Le cose cambiano solo nel 201o, quando la corte Suprema dell’Arkansas impone la necessità di prendere in considerazione le nuove evidenze e, non molto tempo dopo, il giudice che aveva seguito il caso per quasi due decenni lascia la carica per andare ad occupare un posto tra le fila dei senatori democratici nel Senato dell’Arkansas. Settimane di negoziazioni con il nuovo giudice porteranno a un accordo tra le parti in base al quale gli imputati ribadiscono la loro innocenza ma si dichiarano colpevoli riconoscendo che gli organi inquirenti disponevano di elementi sufficienti per incriminarli, rinunciando pertanto a qualsiasi possibilità di azione legale nei confronti di chi li ha perseguiti (Alford Plea). E’ l’ennesimo boccone amaro che i tre devono ingoiare. Ma è anche il modo più veloce per poter uscire di prigione, dopo 18 anni di detenzione.

Echols racconta tutto questo e molto altro, dai disagi dell’infanzia alle privazioni subite nel corso della sua lunga detenzione. Dopo anni in cui sono sempre stati altri a parlare per lui, ora per difenderlo, ora per dipingerlo come un mostro affamato di carne giovane, può raccontare la storia come l’ha vissuta, senza dover temere brutali ritorsioni da parte di guardie e secondini. Perché la sua è una delle tante storie il cui destino è segnato prima ancora che vengano fissate le date del processo in tribunale. Al momento del suo arresto, e fino alla sua condanna, Echols aveva vissuto nella convinzione che se una persona è innocente, e se non ci sono prove a dimostrare il contrario, in tribunale sarà ristabilita la verità. Ma le vicissitudini che ha dovuto affrontare gli hanno insegnato il contrario. Per i suoi concittadini Echols era colpevole già al momento dell’arresto. Per circa un mese gli organi inquirenti, con l’insostituibile complicità dei mezzi d’informazione avevano costruito e consolidato presso l’opinione pubblica la convinzione secondo cui si sarebbe trattato di un crimine a sfondo satanico. E a nulla valeva la completa assenza dalla scena del crimine di qualsiasi elemento riconducibile a una dimensione rituale.

Nei servizi giornalisti, le immagini di pentacoli disegnati su muri ripresi ovunque venivano inserite come se facessero parte della stessa scena del crimine. La procura aveva costruito una storia morbida e succulenta a base di riti orgiastici e satanismo, e i mezzi d’informazione non si lasciarono sfuggire l’occasione di piantare i loro denti fino in fondo. Le interviste ai genitori delle vittime poi, con i volti segnati dal dolore e dal disperato bisogno di trovare un colpevole per la loro sofferenza, forniva l’impatto emotivo in grado di far passare in secondo piano qualsiasi valutazione razionale della situazione. Nonostante i corpi delle vittime non presentassero alcun segno riconducibile ad abusi sessuali da parte dei giovani, la connotazione orgiastica del racconto era sufficiente per rendere credibile agli occhi del pubblico una storia improbabile ed infondata. A partire da quando gli organi inquirenti hanno iniziato a passare ai media elementi a proposito di una storia di lussuria, sesso e morte, l’opinione pubblica non ha mai avuto modo di confrontarsi con altro. Quando una vicenda si muove sulla base di simili premesse, l’esito del processo è segnato prima ancora del suo inizio. Per un mese circa, la procura ha pubblicizzato la teoria della setta di adoratori del diavolo dedita al sacrificio di giovani vite avvalendosi dell’aiuto di giornalisti e mezzi d’informazione.

Da un punto di vista narrativo, il quadro accusatorio era fin da subito suggestivo e destinato alla popolarità. Non solo in ragione delle tre giovani vittime, ma anche e soprattutto perché forniva spunti di discussione e di indignazione a centinaia di ore di talk show televisivi e al loro pubblico. Il fatto che le identità dei malvagi protagonisti fossero ignote non solo non era un problema, ma al contrario lasciava spazi vuoti che tuttologi televisivi e opinione pubblica avrebbero potuto colmare con le loro ossessioni e le loro idiosincrasie. Quando i tre furono arrestati, la questione riguardante la valutazione fattuale del loro coinvolgimento o meno del crimine del quale erano accusati era passata del tutto in secondo piano. Già al momento del loro arresto, non si trattava più di valutare quanto i tre ragazzi potessero essere collegati all’uccisione dei tre bambini, piuttosto di giudicare quanto le loro figure fossero compatibili con la storia che si trovavano costretti ad interpretare. Per quanto le difese degli imputati possano aver provato ad indicare altre possibili e non meno plausibili spiegazioni, non sono mai riuscite a scalfire le convinzioni della giuria di essere di fronte a una storia satanica. La completa assenza di prove non ha impedito il verdetto di colpevolezza perché i profili di tre outsider come gli imputati si adattavano bene a ciò che la folla si aspettava di vedere dopo un mese di notizie a base di pentacoli e credenze pagane.

A dispetto della credenza che gli innocenti non hanno nulla da temere dal sistema giudiziario, che la loro innocenza sarebbe stata sufficiente a evitare una condanna, tre come loro non hanno mai avuto una sola possibilità di assoluzione nei processi che li hanno visti coinvolti. Già la prima volta che si sono seduti dietro al banco degli imputati, i segni della Bestia erano stati marchiati a fondo sui loro nomi. Gli organi inquirenti li volevano colpevoli, e l’opinione pubblica non era affatto da meno. I membri della giuria chiamati ad esprimersi sul loro destino appartenevano alla stessa categoria di persone che affollava la strada nel giorno del loro arresto e che ne chiedeva il sangue, che sputava schizzi di saliva mentre strillava insulti col volto stravolto e i pugni agitati in aria. Si tratta delle stesse persone che davanti a un televisore invocano punizioni esemplari per chiunque venga indicato come colpevole di qualcosa. Sono le stesse persone a cui bastano 140 caratteri di un tweet per emettere sentenze di colpevolezza commentando le notizie di cronaca, magari dopo aver letto solo il titolo o al più qualche riga di un articolo di giornale. Erano le stesse persone che hanno condannato le streghe di Salem e che hanno gioito per l’arresto di Girolimoni. Sono i bravi cristiani che vanno a messa la domenica e poi partecipano ai linciaggi mediatici scagliando pietre virtuali come fossero senza peccato. Sono persone perbene, di quelle che con grande indulgenza giudicano le violazioni della legge con le quali hanno privato tre innocenti di un equo processo, salvo poi mostrarsi giudici severi ed implacabili nell’utilizzare anche i più flebili ed inconsistenti elementi a carico degli imputati per condannarli senza pietà.

“I wore black because I liked it. I still do, and wearing it still means something to me. It’s still my symbol of rebellion – against a stagnant status quo, against our hypocritical houses of God, against people whose minds are closed to others’ ideas.” (Johnny Cash)

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