Archivio settembre 2013

V for Vendetta – James McTeigue

Fin da quando ha fatto la sua prima apparizione sugli schermi cinematografici, V for Vendetta ha diviso una parte consistente del suo pubblico in due blocchi. Da un lato i fan dell’opera a fumetti firmata da Alan Moore, i quali non hanno mai nascosto la propria delusione nei confronti della trasposizione cinematografica. Dall’altro chi ha visto nel misterioso V una moderna icona della lotta contro un regime oppressivo, eleggendolo a simbolo della contestazione in generale. In entrambi i casi si tratta di giudizi stilati sulla base di letture che tendono a legarsi all’immagine che il protagonista comunica di sé: ciò che V fa viene giudicato sulla base di ciò che egli stesso dichiara, senza considerarne le premesse e le implicazioni, le cause e gli effetti. V oscilla in continuazione tra verità e menzogna, tra ideali eroici e sete di vendetta. E ogni volta che viene fatta l’affermazione secondo cui “gli artisti usano le menzogne per dire la verità“, i personaggi non sembrano parlare solo delle vicende che li vedono coinvolti, ma anche dello stesso film di cui sono protagonisti. Infatti, già a livello di scrittura della sceneggiatura i Fratelli Wachowski mettono in atto la loro prima e fondamentale menzogna, quella che permette loro di costruire tutte le altre all’interno del film: il loro V for Vendetta non è quello del fumetto scritto da Alan Moore. E questo è il motivo per cui lo scrittore inglese ha chiesto ed ottenuto di essere rimosso dai crediti – una scelta giustificata da parte di un autore che ha visto la sua opera modificata in più di qualche aspetto e che non ha condiviso i cambiamenti apportati. Ma allo stesso tempo, il tradimento effettuato dai Wachowski  rappresenta un passaggio quasi inevitabile per chi, come loro, ha scelto di portare sullo schermo lo spirito dell’opera piuttosto che realizzare uno specchio fedele della parola scritta. In primo luogo in ragione del mezzo impiegato: l’immagine in movimento piuttosto che le parole e i disegni; e poi in virtù della scelta di interfacciarsi con il periodo storico in loro stavano vivendo, piuttosto che limitarsi a raccontare quello di un passato altrui.

Al di là dei tagli di diverse linee narrative contenute nell’opera a fumetti – dovuti anche a possibili questioni di questioni minutaggio – il film diretto da James McTigue apporta notevoli modifiche anche alla storia stessa. Quando Alan Moore e David Lloyd diedero alle stampe per la prima volta le vicende del misterioso vendicatore con la maschera di Guy Fawkes, ciò di cui parlavano era il periodo a loro contemporaneo: l’Inghilterra tatcheriana. Se i fratelli Wachowski avessero optato per un adattamento fedele alla storia così come ideata in principio, non avrebbero potuto evitare il consumarsi di un altro tipo di tradimento: la rinuncia alla contemporaneità. La rielaborazione della società in cui si svolge la vicenda, al fine di far sì che questa rievochi gli Stati Uniti della presidenza Bush jr., era un passaggio necessario per poter rielaborare l’attualità dell’opera. Il fumetto era stato concepito e realizzato nell’Inghilterra degli anni ’80, in un paese governato dalla Lady di Ferro ed ancora immerso nel clima della Guerra Fredda. I Wachowski hanno invece scritto la loro sceneggiatura negli Stati Uniti governati dal presidente Bush, in un panorama internazionale in cui la Cortina di Ferro ha lasciato il posto alla Guerra al Terrore e nel quale i media tradizionali (TV, Radio, Giornali) hanno assistito ad un ridimensionamento della loro importanza in ragione della diffusione di Internet. Trasportare sul grande schermo l’opera di Moore così come lui l’aveva raccontata nella sua forma originale avrebbe significato tradire lo spirito polemico che questa aveva con la società all’interno della quale era stata concepita. Al fine di portare sullo schermo un V che potesse sortire un effetto analogo a quello pensato in origine, e non imprigionarlo all’interno dell’epica di un’era passata, il tradimento della lettera originale era un passaggio quasi obbligato. L’utopia romantica di una rivoluzione anarchica finisce con il lasciare il posto ad un concatenarsi di pulsioni autoritarie.

In un Regno Unito immaginario governato da un partito di stampo fascista noto come Fuoco Norreno, un vendicatore mascherato cerca di rovesciare il regime al potere ricorrendo ad attentati ed altre azioni più o meno violente. Il misterioso giustiziere si fa chiamare V (Hugo Weaving) e la sua storia si intreccia con quella di Evey Hammond (Natalie Portman), una giovane donna che lavora per la televisione britannica, come con le vicende dell’ispettore Finch (Stephen Rea), l’uomo incaricato di dargli la caccia e porre fine alle sue azioni. Le sue gesta sono un susseguirsi di attentati contro i simboli del regime instaurato dallo spietato Alto Cancelliere Adam Sutler (John Hurt), nonché contro esponenti di primo piano del partito. V ha progettato nei dettagli un piano che dovrebbe portare alla disintegrazione del sistema di potere al governo ed è determinato a portarlo a compimento a qualsiasi costo, umano e non. Attentati a simboli del potere e spettacolari azioni dimostrative costituiscono il centro nevralgico della sua azione. Non potendo affrontare il nemico sul piano dello scontro fisico vero e proprio, conduce le sue battaglie sul piano simbolico ed ideologico. Ed è grazie a queste azioni che riesce nell’impresa di presentare sé stesso come il mero portatore di ideali per i quali combattere e morire.

Con i suoi modi eleganti ed affettati, V costruisce e rende credibile un’immagine di sé come quella di un uomo che ha dedicato la sua vita alla giustizia e alla lotta contro i soprusi, ad un punto tale da sacrificare la sua stessa identità. Decorando le sue azioni con citazioni shakespeariane ed una raffinata retorica letteraria, V allontana da sé l’immagine di pericoloso sociopatico assetato di vendetta. Grazie alle sue affascinanti doti oratorie, V presenta sé stesso nei termini di un eroe solitario in lotta contro un regime oppressivo in ragione di una società più equa e giusta. E così facendo, V riesce a farsi strada nelle convinzioni di una parte del pubblico che ne ammira le imprese. Ma alla luce delle azioni che compie, la maschera che indossa assume i contorni di una bandiera ideologica che utilizza per fornire alibi e giustificazioni alle sue stesse azioni, di una menzogna artistica che nasconde una verità differente. Il fascino che esercita su quelle stesse masse che incita alla rivolta contro il regime in vigore non è dissimile da quello di un aspirante leader autoritario alla ricerca di un vasto consenso.

Sebbene si dilunghi a parlare di giustizia e libertà, i suoi metodi non sono dissimili da quelli del nemico che intende rovesciare. Prima ancora che in ragione di qualche calcolo di natura strategica, V seleziona le sue vittime in base ai ruoli che queste avevano avuto in una vicenda del suo passato. La “Voce di Londra” Lewis Prothero, il vescovo James Lilliman e il medico legale Delia Surridge sono tutte figure che avevano ricoperto ruoli di primo piano nel campo di concentramento di Larkhill, dove era stato imprigionato e sottoposto ad esperimenti scientifici. Le rose rosse che lascia sui corpi delle sue vittime, così come il diario della dottoressa che abbandona sul luogo del delitto dopo essersi limitato a strappare qualche pagina, non sono altro che pezzi del puzzle che racconta la storia della sua vita. Prima ancora che pezzi di un ideale futuro da attualizzare, sono tutti parte di una resa dei conti di V con il suo passato.

Proprio come quel potere che afferma di voler combattere, V non mostra alcun interesse nei confronti del dialogo o del confronto. Ad un punto tale da non arretrare nemmeno di fronte alla possibilità di imprigionare la stessa Evey per sottoporla ad un processo di rieducazione. Facendo un uso del linguaggio affine a quello del Socing orwelliano, V capovolge il significato dei termini che utilizza e parla della detenzione e dei condizionamenti a cui ha sottoposto Evey nei termini di un processo di liberazione. E di fronte alla ragazza che lo accusa di averla torturata ed umiliata, lui non si difende e non si giustifica; al contrario, rinfaccia alla sua vittima i sacrifici che lui stesso avrebbe affrontato per indossare i panni del torturatore ed aiutarla a superare le sue paure. V si comporta con Evey come i suoi carcerieri si erano comportati con lui a Larkhill. Proprio come questi lo avevano imprigionato e sottoposto ad esperimenti per il bene della società di cui loro erano parte, così V imprigiona Evey e la tortura in funzione del suo personale progetto. A sua volta Evey, dopo un periodo di smarrimento iniziale, abbraccia la visione del mondo e gli ideali di chi l’ha torturata. Si tratta di una catena che vede le vittime prendere il posto dei loro carnefici, un processo che i Wachowski evidenziano anche sul piano metafilmico affidando a John Hurt il ruolo del dittatore al potere: è il volto del Winston Smith di Orwell 1984 – il dissindente torturato e rieducato da O’Brien nelle stanze del Ministero dell’Amore – riappare qui nelle vesti dello spietato Adam Sutler. V, che uccide i responsabili delle sue sofferenze e che mette in atto attentati contro i simboli del regime, a sua volta accusa il Fuoco Norreno di essere arrivato al potere compiendo attentati contro i suoi concittadini, e trova terreno fertile nell’ispettore Finch, giocando sul desiderio consolatorio di essere vittima di un complotto, piuttosto che complice di un regime spietato.

All’interno del film, la specularità tra V e Sutler viene portata in scena nell’ambito della scena comica che condurrà alla morte di Gordon Deitrich (Stephen Fry), l’amico presso il quale si era rifugiata Evey dopo essere riuscita ad allontanarsi da V. Nel corso di una puntata del suo programma televisivo, Deitrich si rende protagonista di uno sketch comico nel corso del quale vengono portati in scena V ed il Cancelliere Sutler, in un confronto che si conclude con V catturato e smascherato. Una volta tolta la maschera di Guy Fawkes, quello che appare non è altro che il volto di Sutler stesso. Una simile associazione tra i due soggetti afferma che Sutler non è molto diverso dal terrorista al quale i suoi uomini danno la caccia, motivo per cui Deitrich verrà ucciso dalla polizia segreta del regime, ma allo stesso tempo indica in V un nuovo Sutler. Proprio come la sua nemesi, V è il portatore di un’ideologia totalitaria che prevede l’identificazione assoluta della folla con il leader e con le sue istanze. La ribellione della folla che marcia con indosso mantelli neri e maschere di Guy Fawkes sul volto rappresenta il trionfo dell’ideologia del vendicatore mascherato: i cittadini hanno rinunciato ai loro volti e alle loro identità per dissolversi in V e moltiplicarne all’infinito l’effige. E anche dopo essersi scoperta il volto di fronte allo spettacolo pirotecnico del parlamento che esplode, la folla che emerge è quella generata dall’azione di V: una moltitudine nella quale le differenze passate sono state dissolte in una nuova totalità. Ma è pur sempre anche la stessa che accompagnava Sutler nella sua conquista del potere agitando le bandierine col simbolo rosso e nero del Fuoco Norreno.

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Due Minuti d’Odio: Lapidate Miley Cyrus

Nell’Oceania raccontata da George Orwell in 1984, ogni giorno il regime al potere interrompeva le attività dei cittadini e li convocava davanti ad uno schermo televisivo per la visione di filmati sui nemici della società. Riuniti in folle, gli spettatori potevano sfogare i loro sentimenti di rabbia e disgusto contro l’immagine di quello che veniva indicato come nemico. Urla furiose, pugni levati al cielo e assalti ai teleschermi erano prassi quotidiane: un’orgia feroce e barbarica che svuotava i partecipanti di quelle energie negative che avrebbero potuto disturbare l’ordine sociale. Queste visioni collettive erano note come Due Minuti d’Odio, ed erano parte integrante della Propaganda quotidiana del Grande Fratello. Un elemento talmente importante da far sì che ogni anno il Partito organizzasse una festa che celebrava questa consuetudine per sette giorni di seguito: la Settimana dell’Odio, appunto.

Tuttavia, al di là delle apparenze, i Due Minuti d’Odio non rappresentano una forma di indottrinamento; piuttosto sono un rito attraverso il quale la comunità rinnova la propria unità mediante l’individuazione di un obiettivo comune. Sono uno degli strumenti che il Partito del Grande Fratello ha scelto per dare una forma alle pulsioni delle masse. Non generano la rabbia: si limitano a gestirla e direzionarla. Nella migliore tradizione fantascientifica, Orwell non inventa nulla da zero. Osserva elementi presenti nella società che lo circonda e li amplifica. I Due Minuti d’Odio rappresentano la trasposizione in una società asettica degli antichi giochi circensi e delle crocifissioni pubbliche. Sono l’equivalente delle esecuzioni pubbliche a basi di forche e ghigliottine in una società che nasconde le morti di cui è responsabile riscrivendo la sua storia senza sosta. Sono una forma moderna di caccia alle streghe che non si consuma in processi sommari aperti al pubblico e in condanne al rogo, ma che piuttosto si trasforma in storie di orrori e atrocità raccontati dai cinegiornali con tono professionale e distaccato.

I Due Minuti d’Odio sono uno strumento propagandistico, e la Propaganda non crea l’odio dal nulla: plasma ed incanala quello già esistente. Non lo genera: fa fronte a quello che già esiste e gli fornisce uno o più oggetti su cui riversarsi. E soprattutto gli offre alibi e giustificazioni. Infatti, perché possa essere socialmente accettabile, l’Odio deve rivolgersi verso qualcosa riconosciuto come esecrabile, qualcosa su cui una folla di persone possa riversare il proprio astio senza provare sensi di colpa e senza temere di diventare oggetto di riprovazione da parte del resto della collettività. Il riconoscimento di un Nemico comune da combattere è un collante più solido e resistente rispetto, ad esempio, ad una adesione collettiva sulla base di principi condivisi. La presenza di un Male riconosciuto come superiore che giustificherebbe quello che viene compiuto per contrastarlo, e allo stesso tempo può far sì che persone anche molto diverse tra loro si riconoscano nella comunità che vuole contrastarlo. Individui con storie, idee, principi e valori in contrasto tra loro, possono comunque trovare un punto d’incontro nel territorio dell’Odio verso un obiettivo prefissato.

Sulla base di simili dinamiche, grandi soggetti politici, economici e mediatici hanno la possibilità di mobilitare i propri sostenitori contro un avversario come contro un particolare tema. Ma anche in assenza di questi, o comunque al di fuori di essi, comunità più o meno numerose si possono coalizzare contro uno o più soggetti che per qualche motivo risultano disomogenei rispetto ai principi in cui si riconosce la maggioranza dei suoi componenti. E’ così che nella piccola città di provincia, dove tutti conoscono tutti, il ragazzo che rivela la propria omosessualità diventa “il frocio” e la ragazza che indossa vestiti attillati ed esibisce tatuaggi diventa “la troia”. Fino ai casi estremi in cui una vittima di stupro da parte di un branco, in seguito alla decisione di rompere il silenzio omertoso della comunità e denunciare la violenza subita, diventa “la puttana che se l’è andata a cercare”. E su internet, nella sua valenza di villaggio globale, le persone non si comportano altrimenti. Rispetto ad una piccola realtà di provincia possono cambiare le modalità e le proporzioni, ma non le dinamiche. Con tutte le sue possibilità di fornire spazi e meccanismi di aggregazione, in Rete anche le minoranze possono organizzarsi e diventare a loro volta maggioranze relative e mettere in atto a danni di altri quegli stessi meccanismi di cui possono essere vittima nella loro quotidianità. I perseguitati possono diventare a loro volta persecutori e contribuire a rafforzare quei meccanismi ideologici di cui altrove sono – o potrebbero essere – vittime.

Ogni giorno sono innumerevoli le esplosioni di Odio che movimentano la Rete. Commenti ed opinioni alimentati da astio e risentimento si diffondono e si espandono generando effetti farfalla linguistici. E i toni possono essere tanto più duri quanto più contraddittori possono essere i contenuti sul piano logico. Ad esempio, non è raro assistere a moltitudini che attaccano le opinioni dissidenti (e la persona stessa che le esprime) giustificandosi sulla base della libertà di parola. Le notizie di cronaca (e non solo) sono costellate da valanghe di commenti che trasudano fame di sangue e manette, che invocano forche e forme di giustizia sommaria nascondendosi dietro il dolore delle vittime. E quasi non passa giorno senza che una qualche folla si faccia scudo di una presunta difesa dei diritti delle donne proprio mentre insultano e definiscono “puttane” tutte coloro che sono ritenute colpevoli di aver fatto o detto cose che danneggerebbero l’immagine di altre donne.

Ma ogni attacco a base di Odio e Fango finisce con il mostrare un po’ di più del vero volto di chi lo muove, piuttosto che di quello di chi lo subisce. Al di là delle dichiarazioni di principi e dei valori usati come giustificazioni, i Due Minuti d’Odio quotidiani in rete mostrano il volto intollerante delle folle. E tanto meno le azioni di chi subisce l’attacco hanno modo di impattare sulla quotidianità della folla, tanto più ha modo di smascherare le intolleranze che si agitano all’interno di questa stessa. Tanto più sono gratuite le manifestazioni d’odio, tanto più evidente appare l’ideologia che anima quella folla che ha sostituito le torce ed i forconi con tastiere e smartphone. Accade così che una breve esibizione di una giovane cantante agli MTV Awards possa smascherare il diffuso desiderio di lapidare a parole l’ennesima “puttana”, giudicata colpevole di non aver tenuto un comportamento consono alle aspettative del pubblico (e alla sua idea di come si dovrebbe comportare in pubblico). La notizia vola veloce attraverso quotidiani e social network,  solleticando il narcisismo morale dei commentatori, che non perdono occasione per ergersi a giudici della legittimità o meno dei comportamenti altrui. E proprio come comari di paese che all’uscita dalla Messa della Domenica si lusingano a vicenda mentre fanno bella mostra del loro scandalo rispetto agli ultimi pettegolezzi, i giudici morali della rete si godono i loro Due Minuti d’Odio a base di insulti e violenze verbali varie.

Col senno di poi si può dire che quella di Miley Cyrus è stata un’esibizione che per un paio di minuti ha riportato in vita e sbattuto in faccia al pubblico la forza provocatoria tipica del rock’n’roll. Forse anche molto al di là delle aspettative della stessa protagonista della vicenda. Infatti, quando Miley Cyrus è salita sul palco degli MTV Awards, coloro i quali seguono il mondo della musica pop hanno avuto ben poco di cui stupirsi. Sono anni che la ex-ragazza Disney ha svestito i panni di Hannah Montana per indossare quelli della bad girl. E tutto l’armamentario a base di ballerine ancheggianti, mosse sexy e orsi di peluche era già stato esibito nel videoclip che da mesi anticipa l’uscita del suo nuovo album. Con indosso solo un body color carne, Miley Cyrus si aggira per il palco muovendosi a scatti e mimando gesti a sfondo sessuale in modo quasi compulsivo. Sul volto un ghigno divertito si alterna all’esibizione prolungata della lingua, in una smorfia che assomiglia ad una riproposizione distorta del celebre logo dei Rolling Stones. E con un grande dito di gommapiuma a strofinare la zona in mezzo alle gambe non fa altro che mettere in pratica quello che sta cantando (“It’s our party we can do what we want“). Le allusioni di natura sessuale si susseguono tra ballerine ed enormi orsi di peluche, mantenendosi ben distanti da riferimenti di natura erotica o passionale, per sottolinearne invece l’aspetto ludico. Solo sesso e giocattoli: il sesso esibito come gioco fine a sé stesso e non sottomesso ad altri principi o valori riconosciuti come fondanti (famiglia, amore, etc.). E quando sul palco viene raggiunta da Robin Thicke per duettare su “Blurred Lines“, con tutto il suo carico di polemiche e di accuse di sessismo, folle di guardiani della morale pubblica trovano l’immagine perfetta contro cui puntare i loro indici accusatori.

In questo modo, la scelta di rappresentare la sessualità in chiave ludica genera in una buona parte del pubblico un cortocircuito che fa riaffiorare pulsioni sessuofobiche mai sopite. Quelle stesse persone che si affannano ad esibire indignazione di fronte alle notizie di donne lapidate perché adultere, non esitano a partecipare ad un linciaggio virtuale a base di insulti e attacchi verbali grondanti maschilismo. E grazie a questi Due Minuti d’Odio in versione 2.0 possono godere della loro immagine di sé di persone perbene e bravi cittadini, in quella forma di autorappresentazione che affonda le proprie radici in ciò che disprezzano negli altri. I mass media hanno gioco facile nello stimolare il narcisismo morale delle folle, e queste ricambiano ergendosi a difesa della visione del mondo e dei ruoli sociali in vigore. Spesso i mass media si comportano come prestigiatori: attirano l’attenzione su qualcosa di diverso da ciò che fanno. E in questo caso, puntando i loro riflettori sulle reazioni scandalizzate del pubblico, fomentandole ed amplificandole, mettono in atto un solido processo di stabilizzazione dell’ordine morale. Esponenti di un tribunale culturale che non ama il contraddittorio ed i diritti della difesa, i guardiani della morale non sono interessati a nessun tipo di dissenso: l’indignazione non è altro che uno strumento tra tanti per la difesa dello status quo. E in un caso come questo lo dimostra il fatto che sarebbe bastato ascoltare le semplici parole del testo per rendersi conto che la maggior parte delle accuse rivolte all’esibizione avevano già una risposta nella canzone stessa.

To my home girls here with the big butt
Shaking it like we at a strip club
Remember only God can judge ya
Forget the haters cause somebody loves ya
(Miley Cyrus – We Can’t Stop)

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