Archivio agosto 2013

Mick Foley – Countdown To Lockdown

Per la quarta volta, Mick Foley mette mano a carta e penna per raccontare la sua vita da wrestler. In questo caso, però, si tratta degli eventi della vita di un lottatore non più a tempo pieno. Con il crescere dell’età aumenta anche la consapevolezza che i momenti memorabili della sua carriera si trovano alle sue spalle, e non potranno essere uguagliati. Perciò, con lucidità e serenità, già da diversi anni ha provveduto a rendere meno intensa la sua attività sul ring, alternandola con altre attività. A poco più di quarant’anni Mick Foley è un uomo con un fisico pesantemente danneggiato. I problemi alla schiena e alle ginocchia si sommano ad una configurazione corporea che ha smesso di essere longilinea quando ancora non aveva nemmeno trent’anni. In passato, nel pieno di quella che è passata alla storia del wrestling come Attitude Era, Mick Foley ha avuto modo di giocare un ruolo di primo piano nel panorama della WWE a fianco di nomi del calibro di The Rock e Undertaker, di Stone Cold Steve Austin e Edge. Ma già da quasi un decennio è in uno stato di semi-ritiro: le sue apparizioni all’interno del ring in veste di lottatore sono sempre più rare, e certamente non tali da permettergli di mantenere un ruolo di primo piano all’interno della federazione che l’ha visto diventare una star di livello internazionale. Gli spazi che ha cercato di ricavarsi – come commentatore e come promo man – appaiono ben lontani dall’essere fonte di gratificazione personale, o anche solo professionale. E quando gli viene proposto per l’ennesima volta di cambiare federazione, l’ex-Cactus Jack decide di cedere alle lusinghe ed accetta. Ma a differenza di altri suoi colleghi che non sembrano accettare il trascorrere del tempo, Mick Foley non è alla ricerca di una seconda giovinezza. Un’avventura nemmeno immaginabile, alla luce delle sue condizioni fisiche. Piuttosto si tratta del desiderio di aggiungere un ulteriore capitolo nella storia della sua carriera prima di scrivere la parola “Fine”.

Già in Have A Nice Day!, Mick Foley aveva scritto più volte di quanto fosse consapevole di come il suo approccio al wrestling avrebbe potuto portarlo ad una carriera tutt’altro che duratura. Molteplici sono le volte in cui aveva sottolineato le obiezioni che muoveva a chi cercava di contrattare l’importo del suo ingaggio. Al momento di trovare un accordo sul compenso per le sue prestazioni, ogni volta che qualcuno cercava di contrattare al ribasso promettendo incrementi futuri, Mick Foley evidenziava come le possibilità che potesse non esserci un rinnovo fossero tutt’altro che trascurabili. Anno dopo anno ha conquistato l’apprezzamento e l’affetto del pubblico, il titolo di Hardcore Legend, ed in futuro otterrà anche un posto nella Hall Of Fame della WWE. Ma si tratta di risultati che ha ottenuto sacrificando l’integrità del suo stesso fisico, un pezzo dopo l’altro. Motivo per cui il wrestling non potrebbe più essere un elemento totalizzante nella sua vita nemmeno se lo desiderasse. E capitolo dopo capitolo appare in modo sempre più chiaro anche al lettore. Non solo perché l’autore avverte fin dall’inizio che non tutti i capitoli saranno strettamente dedicati al mondo che ruota attorno al ring. Ma anche e soprattutto perché dall’incontro con Tori Amos alla morte di Chris Benoit, dal doping nel wrestling e nello sport in generale ai viaggi con ChildFund in Sierra Leone, innumerevoli sono gli argomenti affrontati. Molti e più vari che in passato. Il tutto scandito dal conto alla rovescia che lo porterà ad entrare ancora una volta in una gabbia per confrontarsi con una sua vecchia conoscenza, un lottatore con cui si era confrontato quasi vent’anni prima nel corso della sua militanza sotto la bandiera della WCW: Sting.

Prima dei cambiamenti apportati negli ultimi anni, Lockdown era l’evento pay-per-view della TNA la cui caratteristica distintiva consisteva nel proporre solo incontri all’interno di una gabbia d’acciaio esagonale (come il ring che allora era elemento distintivo della Federazione). E l’obiettivo di Mick Foley era di far sì che grazie alla sua presenza nel main event la federazione potesse incrementare la vendita di spettacoli. Ma il racconto dell’incontro in sé e della sua costruzione assumono, all’interno della narrazione, un ruolo decisamente marginale. Il diradarsi dei paragrafi dedicati alla vita sul ring non sono altro che uno specchio di una personalità che, pur potendo contare su una riserva di storie accumulate in vent’anni e tutt’altro che esaurite nei tre libri precedenti, decide di dedicarsi anche ad altre attività. Al di là dell’incontro vero e proprio, che comunque viene raccontato nella sua interezza, Mick Foley si dimostra ben più interessato a raccontare la costruzione dell’evento, il processo che l’ha portato alla ricerca di qualcosa che potesse far la differenza e spingere gli spettatori ad acquistare la visione dell’evento.

I non appassionati tendono a considerare il wrestling come una completa messinscena, una sorta di rappresentazione teatrale in cui tutto è predeterminato, come in un balletto o in uno spettacolo circense. Ma questo approccio non ne cattura l’essenza competitiva. Quella che si ha nel wrestling è una forma di competizione che non si basa sulla mera sopraffazione fisica come negli sport di lotta, quanto piuttosto sulla capacità di catturare e direzionare il consenso del pubblico. Motivo per cui un wrestler deve possedere grandi doti da intrattenitore, oltre che fisiche ed atletiche, per riuscire ad affermarsi e conservare il successo conquistato. Un aspetto, questo, che in modo molto sottile Darren Aronofsky mette bene a fuoco nel suo film The Wrestler. Quando Randy “The Ram” Robinson si trova al bar e parte Round And Round dei Ratt , lui si lamenta con Cassidy del grunge che ha messo fine a qualcosa che lui continua ad amare. Ma quello di cui non si rende conto è che in realtà non sta facendo altro che ammettere la propria obsolescenza. Randy “The Ram” Robinson è come un vecchio che si ostina a parlare di temi e problemi che alla maggior parte delle persone non interessano più. O peggio, come un intrattenitore che ripete un copione vecchio e stantio, con battute trite e ritrite, perché incapace di adeguarsi ai cambiamenti nei gusti del pubblico.

Invece per Mick Foley, cambiare e rinnovarsi non sembrano rappresentare affatto un problema. Attività come la scrittura e l’impegno umanitario, che rappresentavano attività secondarie quando era un lottatore a tempo pieno, assumono un peso sempre maggiore. I tour in viaggio per il mondo con le federazioni per cui lavorava vengono sostituiti da quelli con ChildFund in favore dei bambini del Terzo Mondo. E dopo essere finalmente riuscito ad incontrare Tori Amos, l’autrice di quella Winter che in più di un’occasione aveva rappresentato una fonte di forza e rassicurazioni negli attimi di tensione che precedono un incontro, Mick Foley decide di impegnarsi anche in favore delle vittime di crimini sessuali con il RAINN (Rape, Abuse and Incest National Network). Si tratta di eventi ed attività che l’autore racconta senza alcuna forma di vanto, ma che mostrano una certa continuità con il suo passato da lottatore. Cactus Jack e Mankind erano due personaggi disturbati sul piano psicologico, e sembrano non avere nulla in comune con il Mick Foley che si impegna per i bambini in Sierra Leone. Tuttavia, alla base di tutto si trova un fondamento comune: il desiderio di lottare contro le avversità. I titoli che Mick Foley ha accumulato nel corso degli anni nonostante un fisico tutt’altro che scultoreo e doti atletiche limitate, mostrano una determinazione volta al conseguimento di risultati contro ogni pronostico. E quando tutto ciò non è più possibile come in passato, la voglia di lottare contro gli avversari sfuma nell’impegno contro le avversità che affliggono altre, meno fortunate, persone.

Ed in tema di soggetti contro cui lottare, non mancano i riferimenti ai media sempre pronti a strumentalizzare fatti di cronaca e tragedie private per crociate pubbliche. Come nel caso della morte di Chris Benoit. Il cui ricordo non è privo di emozioni per l’autore, avendo lui stesso condiviso la militanza sotto la stessa federazione per diversi anni. Il tragico omicidio-suicidio che ha segnato la fine dell’esistenza del wrestler canadese e della sua famiglia aveva scatenato il consueto coro di polemiche alla ricerca di colpevoli responsabili dei mali che affliggono la società. Come nel caso di gruppi musicali, film, videogames e affini, anche il wrestling è uno di quei campi in cui basta una notizia ad effetto per scatenare crociate pubbliche degne dei due minuti d’odio d’orwelliana memoria. E a nulla valgono i controesempi: i momenti buffi e divertenti sul ring come quelli dedicati al bene del prossimo al di fuori. I cadaveri ancora caldi di un ex-campione e della sua famiglia diventano il banchetto su cui si lanciano opinionisti ed “esperti” vari per fantasticare di una società diversa e migliore, una società in cui basta cancellare la violenza dai media per eliminarla dalla realtà. Ma mentre questi “esperti” se ne stanno comodamente seduti in uno studio televisivo a lanciare anatemi contro il Colpevole del Giorno, Mick Foley va in giro a parlare della realtà che lo ha reso famoso. Della durezza e delle difficoltà dentro e fuori dal ring. Poi prende carta e penna e scrive. E racconta una realtà di gran lunga più ampia e profonda di un trafiletto su un quotidiano o di uno spazio in un talk show televisivo. Perché il wrestling è un po’ lotta e un po’ commedia dell’arte. E raccontarlo significa confrontarsi anche con quel nucleo di realtà dura e cruda che ribolle sotto la superficie della finzione. Perché è vero che lo spettacolo prevede che un lottatore faccia finta di essersi fatto male anche quando non si è fatto niente, ma altrettanto di frequente richiede che nasconda il proprio dolore quando infortunato.

When you gonna make up your mind
Cause things are gonna change so fast
All the white horses are still in bed
I tell you that I’ll always want you near
You say that things change my dear
(Tori Amos, Winter)

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