Archivio aprile 2013

Daniele Vecchiotti – La Signorina Cuorinfranti

Ne L’Essere E Il Nulla, Sartre descrive una donna che si reca al primo appuntamento romantico con un uomo. Ovviamente lei sa quali potrebbero essere le intenzioni di questo nei suoi confronti, ma non ne ha la certezza. Così, di fronte ai diversi approcci messi in opera dal suo spasimante, preferisce concentrare la sua attenzione su quelli che maggiormente si avvicinano alle sue aspettative e ai suoi desideri. Trovandosi davanti ai complimenti e alle galanterie del suo interlocutore, sceglie di prenderli in considerazione solo nei loro significati letterali. Svuota il comportamento di chi le sta di fronte dei risvolti sgraditi ed indesiderati al fine di far sì che possa adattarsi quanto più possibile ai suoi desideri. L’idea di essere solo oggetto di un appetito sessuale potrebbe risultarle umiliante, ma allo stesso tempo non può negare che troverebbe ben poco lusinghiero il fatto di non suscitare alcun desiderio. Quindi, a meno che l’uomo non faccia o dica qualcosa che le sarà impossibile non prendere in considerazione, la donna potrà anche continuare ad ignorare ciò che le è sgradito e concentrare la sua attenzione su ciò che invece le fa piacere: godere delle lusinghe ricevute, glissando con disinvoltura sulle brame dell’interlocutore che potrebbero sottendere secondi fini. Questo è uno dei tanti esempi di ciò che Sartre definisce utilizzando il termine “malafede”: il processo in cui il soggetto agisce in modo tale da mascherare la verità a sé stesso.

A differenza di quanto accade nella menzogna, il soggetto che mente non agisce in modo cosciente e razionale al fine di ingannare il prossimo: colui che inganna e colui che viene ingannato sono la stessa persona. L’obiettivo della malafede è nascondere la verità a sé stessi prima ancora che agli altri. E per raggiungerlo non è sufficiente limitarsi a mentire come si farebbe con un interlocutore qualsiasi, ma è necessario adoperare tutta una gamma di strumenti in grado di far sì che sia lo stesso ingannatore a convincersi di essere in buona fede. Scuse, giustificazioni, alibi, principi e credenze, valori morali e scelte intellettuali… molti sono gli strumenti di cui il soggetto può avvalersi al fine di rendere solida la realtà nella quale vuole credere. Come nel caso di Carlotta Cuticolo, l’abbondante protagonista – nonché voce narrante – di una storia fatta di ricordi ed introspezioni che, proprio in virtù della malafede che l’accompagna, non si crogiola nell’egotismo né si abbandona all’autocommiserazione. Non ci sono solo i ricordi delle esperienze passate e delle credenze che le hanno accompagnate, ma anche la determinazione presente a proseguire sul percorso che queste hanno tracciato. Infatti quando, come in questo caso, la voce narrante coincide con quella della protagonista, la malafede non può essere narrata se non narrando in malafede. Non c’è il desiderio di ingannare il lettore in quanto tale o di convincerlo di alcunché. Semplicemente c’è l’ambizione da parte della protagonista di narrare sé stessa come si vede, o come ha scelto di vedersi. Cioè non necessariamente come è, o come dice che vorrebbe essere.

Pesante oltre novanta chili, fin da giovanissima Carlotta ha sempre vissuto con la coscienza di non essere una donna attraente, una di quelle capaci di far girare la testa degli uomini, anche letteralmente, calamitandone gli sguardi. Nata ed educata in un contesto famigliare all’interno del quale il cibo era anche un modo di mostrare affetto, per lei mangiare non è solo una forma di godimento, è qualcosa di assimilabile alla forma stessa del Piacere. Anche la Lussuria, alla quale avrà modo di abbandonarsi ripetutamente e senza sensi di colpa, non sembra essere altro che un’ennesima declinazione del suo modo di arrendersi ai piaceri della Gola: volersi bene saziando una diversa forma di appetito. Sulla base di simili premesse non appare affatto casuale il percorso che la conduce a lavorare in una ditta di prodotti di bellezza prima, e in un Centro Benessere successivamente: entrambi sono luoghi d’incontro tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Ma non nel senso che sono posti in cui si ha modo di soddisfare il desiderio di cambiare, quanto piuttosto quello di appagare la voglia di fare qualcosa per affrontare quello che può essere vissuto come un problema. Infatti, come la stessa protagonista ha modo di scoprire fin da ragazza, l’utilizzo di creme per il viso e per il corpo serve più a soddisfare un bisogno mentale che non un’esigenza fisica. Ma non si tratta di un bisogno che si nasconde in luoghi oscuri della coscienza. Al contrario, è qualcosa che si muove ai livelli più superficiali dell’epidermide. La ricca clientela che prenota saune e massaggi a base di fanghi ed olii profumati non lo fa perché desidera realmente cambiare il proprio aspetto, ma perché sente il bisogno di fare qualcosa in merito, indipendentemente dall’efficacia o meno dei risultati. L’appagamento del bisogno è legato al fare qualcosa per ottenere un risultato, non al conseguimento dell’obiettivo in quanto tale: fare qualcosa che consenta di rendere tollerabile il non fare altro.

Il Centro Benessere diventa un luogo terapeutico, e non solo per i massaggi ayurvedici o per la disponibilità delle ragazze che ci lavorano ad ascoltare gli sfoghi delle clienti. La terapia consiste proprio nella vendita di ciò che le clienti cercano: l’illusione di impegnarsi in qualcosa per la quale non si ha nessuna voglia di spendere tempo ed energie. Una persona che volesse veramente fare qualcosa per un aspetto fisico di cui non si considera soddisfatta potrebbe fare diete, esercizio fisico, e molto altro ancora. Tutte cose che richiedono impegno e costano fatica. Invece, un Centro Massaggi offre illusioni per chi desidera acquistarle: l’illusione, ad esempio, di fare qualcosa di piacevole per migliorare l’aspetto fisico senza spiacevoli rinunce e senza il bisogno di versare sangue, sudore e lacrime.  Non si tratta di inganni o di menzogne, perché lo scopo non è cambiare il proprio aspetto fisico, ma fare qualcosa per cambiarlo, anche se questo poi non serve a nulla. Si tratta di una delle tante azioni nelle quali non è il raggiungimento del risultato ad essere fonte di appagamento, ma ciò che viene fatto per conseguirlo, indipendentemente da quale possa essere l’esito. Anche in assenza di risultati, con i loro pagamenti le clienti non acquistano solo la pulizia del corpo, ma anche quella della coscienza, attraverso la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità delle loro condizioni. La cliente che non vede cambiamenti nel proprio corpo nonostante la frequentazione di saune e massaggi ha comunque la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità di quello che sente di essere. Ciò che la cliente acquista assieme alla crema o al massaggio è la possibilità di ripetere a sé stessa, fino a crederci realmente, che sta facendo qualcosa per ottenere un risultato senza dover realmente rinunciare a nulla.

Ma questa debole affermazione di volontà non può essere sufficiente per chi, come la protagonista, è parte attiva nella costruzione del castello di illusioni. Perciò può diventare necessario consolidare le proprie credenze confutando ciò che le contraddice. Di fronte ai dubbi che la assillano in seguito ai suoi eccessi di Gola e dei Sensi in generale, Carlotta reagisce attraverso regimi di privazione talmente estremi da risultare inaccettabili. Agendo come se non esistessero vie di mezzo, in seguito all’eccesso di lussuria a base di sotterfugi con un uomo sposato ed incontri fugaci nei bagni della ditta dove lavora, reagisce sposando un contabile frigido e taccagno. Il matrimonio nato sotto il segno del fallimento corre velocemente verso il suo inevitabile destino, facendo sì che la protagonista possa tornare a ciò che desidera realmente con meno sensi di colpa che non in passato. La negatività rappresentata dalla parentesi coniugale è solo un tassello nel consolidamento dell’accettazione di uno stile di vita “libertino”. E si tratta di un copione che la protagonista ripete più volte, ad esempio attraverso una dieta ferrea che le permette di ottenere una forma invidiabile, salvo poi trovare una scusa (il prevedibile mancato apprezzamento da parte dell’oggetto dei suoi desideri) per tornare alle sue abitudini con rafforzata convinzione. Infatti la malafede consiste anche nel sabotare ciò che si pensa si dovrebbe fare al fine di potersi abbandonare liberi dai sensi di colpa a ciò che si desidera realmente.

E all’interno di questo quadro anche e soprattutto la narrazione in sé è indicativa dell’attitudine della protagonista. La voce narrante non intende ingannare il lettore romanzando la propria storia, piuttosto desidera raccontare come vede sé stessa, indipendentemente da quanto questa immagine possa corrispondere realmente alle vicende di cui si è resa protagonista. E’ la cifra dell’ordinario tradimento posta ad unità di misura della quotidianità, la piacevole illusione che si consolida in alibi e scuse selezionando le proprie verità. L’indulgenza nei confronti delle proprie debolezze (viste come necessarie) va di pari passo con la durezza nel giudizio nei confronti di quelle altrui (poste invece come frutto di scelte arbitrarie). E non potrebbe essere altrimenti, perlomeno nel momento in cui queste diventano necessarie per giustificare le prime. La tentazione davanti alla quale cedono gli altri viene giudicata come più grave rispetto a quella a cui si cede in prima persona. Perché, in fondo, il non aver ceduto di fronte a qualcosa che può aver conquistato molti altri serve a giustificare la debolezza di fronte a qualcos’altro. E poco importa se ciò a cui si è opposta resistenza non esercitava alcuna attrattiva.

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