Archivio marzo 2013

La Patata Bollente – Steno

Una delle caratteristiche della commedia all’italiana fino agli inizi degli anni ’80 è stata la rappresentazione della società, anche in modo molto schietto, attraverso il filtro di un tono divertito e scanzonato. Una simile, apparente, leggerezza non era affatto rappresentativa di un’analoga superficialità sul piano dei contenuti. Anzi, la scelta di utilizzare personaggi altamente stilizzati, spesso tendenti al macchiettismo quando non alla parodia, presupponeva una definizione del contesto fortemente ancorato alla realtà, perlomeno nei casi in cui l’obiettivo non era dare vita ad una narrazione comica pura. E in alcune produzioni, come appunto La Patata Bollente, un simile approccio alla rappresentazione della società italiana arrivava a toccare aspetti talmente radicati in profondità da risultare attuali ancora oggi. E così, ad oltre trent’anni dalla sua realizzazione, rivedere questo lavoro di Steno significa non solo gettare uno sguardo su quello che la società era negli anni ’70, attraverso la lente di tutto ciò da cui si sono prese le distanze, ma anche prendere atto di ciò che non è mutato se non ad un livello superficiale. Si tratta di istanze che non riguardano solo la sceneggiatura, l’ambientazione o semplicemente il tema affrontato in quanto tale, ma anche il modo di portare sulla scena e mettere insieme tutti questi elementi all’interno di un corpo narrativo unitario. Nello specifico, in questo caso il tema è chiaramente l’omosessualità. E in modo del tutto coerente con quello che è sempre stato l’approccio della commedia, viene affrontato con un sorriso spietato, quello tipico del comico che fa ridere il pubblico mentre lancia accuse durissime. La regia e la sceneggiatura lasciano poco spazio ad un rapporto con lo spettatore basato sull’idea che il pubblico debba essere educato o imboccato con moralismi preconfezionati. A differenza delle tendenze che diventeranno dominanti nei decenni successivi, si limita a mettere in scena il suo soggetto lasciando che sia questo a parlare da solo. E come nei vari Fantozzi Paolo Villaggio e Luciano Salce utilizzavano i registri della comicità per raccontare una società rigidamente divisa in classi sociali, analogamente qui il regista romano usa una modalità simile per puntare il suo obiettivo su un’omofobia diffusa.

E’ la storia di Bernardo Mambelli (Renato Pozzetto), detto “il Gandi”, un carismatico operaio di una fabbrica di vernici milanese. Fidanzato con la bella Maria (Edwige Fenech), coltiva una passione per il pugilato che lo rende, grazie anche alle sue radicate convinzioni comuniste, molto rispettato tra amici e colleghi. Ma la sua vita cambia quando salva Claudio (Massimo Ranieri) da un pestaggio fascista. Il Gandi lo porta a casa sua e gli offre cure ed un rifugio, ignorando che il suo ospite è omosessuale, e che proprio la sua tendenza era all’origine dell’aggressione subita. Non appena Claudio dichiara le proprie preferenze sessuali, da un lato il Gandi cerca di aiutarlo, ma dall’altro, preoccupato per i giudizi che potrebbero derivarne, cerca di tenerlo nascosto a tutti: ai colleghi di lavoro, alla portinaia, e perfino alla sua fidanzata. All’inizio tutto funziona come pianificato dall’operaio ed ognuno sembra tornare senza problemi alla propria quotidianità. Ma una seconda aggressione ai danni del ragazzo, questa volta nella forma di un incendio appiccato alla libreria dove lavora, farà sì che il Gandi si senta in dovere di offrigli di nuovo un posto dove alloggiare. Tuttavia, questa volta è solo una questione di tempo prima che tutti coloro ai quali cercava di tenerlo nascosto, scoprano il suo segreto. Così, pensando che possa trattarsi di una sorta di malattia contagiosa, gli amici gli organizzano un viaggio nella sua adorata Russia nella speranza di una sua “guarigione”. Ma al suo ritorno, il rapporto del Gandi con Claudio non sembra in alcun modo essersi incrinato, e per questo l’operaio viene messo sotto processo da un tribunale morale del partito. A sua volta il Gandi non si mostra incline ad accettare il diktat ma anzi rispedisce ai mittenti le accuse, provocandoli fino ad arrivare ad una spaccatura che appare insanabile. Ma Claudio se ne accorge e insulta furiosamente il Gandi con l’evidente scopo di offenderlo ed allontanarlo: insulta lui e la sua ideologia, affermando che i comunisti sono razzisti come i fascisti, solo in modo più sottile. Il Gandi, infuriato per le offese, prende a pugni l’amico, mentre da distante gli amici osservano contenti quella che considerano una forma di guarigione.

Per tutto il tempo, il tema della discriminazione a sfondo sessuale è molto di più di uno spettro che si agita sullo sfondo. La coscienza da parte del Gandi della necessità di tenere nascosta la sua amicizia con un omosessuale per non vedere incrinata la sua immagine sociale è il segno più evidente di una forma di discriminazione che non si spinge fino alle aggressioni ed ai pestaggi, ma che si limita ad escludere ed emarginare. E il tribunale che viene messo in piedi per giudicare chi non ha rispettato la legge non scritta che impone di tenere a distanza chiunque non abbia una condotta sessuale ritenuta ‘rispettabile’ mostra l’invadenza di un modo di pensare che si arroga il diritto di guardare sotto le lenzuola altrui e poi esprimere sentenze in merito. A tal proposito, la regia di Steno è molto sottile nel far procedere di pari passo i tentativi di scoprire la verità sul rapporto tra il Gandi ed il suo misterioso amico messi in atto tanto dalla portinaia e quanto dai colleghi. Nessuno lo dice apertamente, ma appare chiaro che non c’è nessuna differenza tra la morale del partito e quella della portinaia ficcanaso. Come comari bigotte di paese, i membri del partito utilizzano i loro pregiudizi e pettegolezzi raccattati a destra e a manca per formulare giudizi e sentenze. Al di là di quelle che possono essere altisonanti dichiarazioni di emancipazione e progressismo, il comportamento che mettono in atto si rivela visceralmente reazionario. E gli sguardi di approvazione mentre il Gandi picchia l’amico che l’ha fatto infuriare volontariamente ne sono una solida rappresentazione. Sebbene il Gandi alzi le mani solo perché provocato ed offeso a livello personale, gli amici che osservano la scena da lontano non solo non intervengono, ma anzi mostrano sollievo e soddisfazione. Infatti, Claudio è l’unico ad avere ben chiaro in mente che per far sì che l’amico possa ottenere nuovamente il rispetto di amici e colleghi deve fare in modo che si comporti esattamente come ciò da cui l’aveva salvato al loro primo incontro: un picchiatore di omosessuali.

Quello portato sulla scena da Steno è un altro volto della discriminazione. Quello di chi non utilizza la violenza, ma è comunque disposto a venire a compromessi se viene esercitata su minoranze oggetto di emarginazione. E’ una forma di discriminazione che con il passare degli anni ha imparato a disprezzare la violenza nei confronti della diversità, ma che ancora non riesce ad accettarla fino in fondo. Si tratta di quel fastidio che prende forma quando, ad esempio, di fronte a manifestazioni come il gay pride, qualcuno non può fare a meno di esprimere il proprio disappunto per il fatto che delle persone vogliano “ostentare” la propria diversità. E’ una discriminazione che ha imparato a tollerare la diversità a condizione che questa si mostri in pubblico il meno possibile. Ma la tolleranza non implica l’accettazione, né comporta necessariamente il rispetto, soprattutto se legata ad una concezione della sessualità come sporco segretuccio da tenere lontano dalla vita “rispettabile”. Che è un po’ quello che accade in un film come Le Fate Ignoranti, dove non solo la protagonista scopre, dopo la morte del marito, che questo da sette anni aveva una relazione con un altro uomo, ma lei stessa a sua volta, una volta intrecciati rapporti umani con quel mondo che ignorava, lo tiene ben distinto dal resto della sua esistenza. Infatti, sebbene non si faccia troppi scrupoli a dire a chi le sta vicino di aver scoperto che il marito la tradiva, si trova a frenare di fronte alla possibilità di specificare che l’amante in questione era un uomo.

La considerazione delle diversità sessuali nei termini di sporchi segretucci da tollerare civilmente – a condizione che rimangano custoditi nell’ombra – è la premessa di una dialettica che accetta la discriminazione giustificandola come mera divergenza di opinione. Ad esempio, se in un partito (che magari si dichiara progressista) si aprisse un dibattito sull’opportunità che le persone di colore possano godere degli stessi diritti civili dei bianchi, giustamente si leverebbero immediate le accuse di razzismo. Invece, il fatto che si possa ancora discutere se sia giusto o meno che coppie formate da persone dello stesso sesso possano avere accesso agli stessi identici diritti civili di cui possono godere gli eterosessuali, senza che si alzino le stesse accuse di discriminazione, è la cifra che svela la base di un razzismo su fondamenti morali ben più ampia rispetto al numero di persone che lo manifestano apertamente. Le discriminazioni hanno svestito i panni dei picchiatori per indossare quelli più eleganti di dialettiche che, in modo condiscendente, ascoltano da posizione sopraelevata le richieste di parità, decidendo di volta in volta quali concessioni fare, ed eventualmente secondo quali modalità. Ad esempio, il fatto che ci sia chi è favorevole alle “unioni civili” ma non ai “matrimoni” tra persone dello stesso sesso non riguarda solo una mera questione terminologica, è il segno di un discrimine al quale non si vuole rinunciare. E si tratta di una forma di discriminazione tanto più profonda tanto più chi la mette in atto non è disposto a riconoscerla come tale in virtù di una sua parziale disponibilità a fare delle concessioni. Come se un riconoscimento parziale potesse valere a compensazione di ciò che invece non c’è disponibilità a concedere.

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Stephen King – Ossessione

Pubblicato nella seconda metà degli anni ’70, Ossessione (Rage, 1977) è stato il primo lavoro che lo scrittore del Maine ha dato alle stampe sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Si tratta di un romanzo dal quale lo stesso autore, col passare degli anni, ha progressivamente preso le distanze. Ad un punto tale che è lo stesso King ad affermare a chiare lettere, nella prefazione di Blaze, a due decenni di distanza dalla prima pubblicazione, come consideri un bene il fatto che sia andato fuori stampa. Certamente non si tratta di un lavoro centrale nell’ambito della sua vasta produzione, ma in ogni caso le motivazioni alla base di una tale presa di posizione sono da ricercare più nelle pagine della cronaca nera che non in quelle della critica letteraria. La storia non è altro che quella di un liceale che ad un certo punto irrompe nella sua stessa classe armato di pistola, uccide l’insegnante e tiene in ostaggio i suoi compagni per un’intera mattinata. Si tratta di un copione che periodicamente ha avuto modo di prendere forma anche nelle pagine della cronaca nera statunitense, tanto prima quanto dopo la pubblicazione del romanzo. E sebbene nessuno possa imputare ad un autore di best-seller una qualche responsabilità in fatti di cronaca più o meno efferati, appare comunque comprensibile il desiderio da parte dello stesso di non vedere il proprio nome associato ad eventi che non aveva intenzione di provocare, e ai quali non intende trovarsi collegato in alcun modo. Un desiderio tanto più comprensibile quanto più si considera che in qualche caso la polizia ha avuto modo di trovare copie del suo libro tra i possedimenti degli autori di sequestri e stragi in ambito scolastico. Non si tratta di una presa di distanza che in qualche modo intende dare ragione ai molteplici cori di accusa che di volta in volta cercano di individuare capri espiatori (nella letteratura, nel cinema, nella musica, etc.) ai quali addossare colpe e responsabilità anziché concentrarsi su cause e moventi. Piuttosto sembra essere l’espressione di un desiderio di distacco da qualcosa attorno alla quale si è addensata, anche solo per associazione di idee, una fitta coltre di dolore e di brutti ricordi.

La storia ha inizio con il protagonista, Charlie Decker, che viene chiamato nell’ufficio del preside a discutere del suo futuro all’interno della scuola. Charlie è uno studente di liceo all’ultimo anno che poco tempo prima era già stato sospeso per aver aggredito in classe il suo insegnante di chimica colpendolo con un serratubi. Il confronto è tutt’altro che pacifico, con lo studente che aggredisce verbalmente il preside, insultandolo e deridendolo, fino a costringerlo ad espellerlo dall’Istituto. Ma anziché lasciare l’edificio, Charlie si ferma a prendere una pistola che custodiva all’interno del suo armadietto ed irrompe in classe uccidendo sul colpo l’insegnante di algebra seduta dietro alla cattedra. Gli allarmi che indicano il pericolo scattano nell’arco di pochissimo tempo, ma nel frattempo il ragazzo ha già avuto modo di sedersi dietro la cattedra con l’arma saldamente stretta e di ordinare ai suoi compagni di classe a rimanere seduti ai loro posti. E il maldestro tentativo da parte di un altro insegnante di mettere subito fine all’azione di Charlie, lanciandosi contro di lui per disarmarlo, non ha altro esito che l’incremento di una seconda unità del conto dei decessi per omicidio tra gli appartenenti al corpo docente.

La scuola viene completamente evacuata, e con l’arrivo della polizia hanno inizio i maldestri tentativi di negoziazione con il giovane sequestratore. Tuttavia, nel frattempo, all’interno della classe le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata. Dopo una fase iniziale di conflitto e smarrimento, gli ostaggi cominciano a solidarizzare con quel loro compagno che li tiene bloccati ai loro posti. Il giovane sequestratore ed i coetanei suoi ostaggi iniziano a confrontarsi tra loro come mai avevano avuto modo di fare in precedenza, arrivando a rivelare in pubblico aspetti delle loro esistenze che normalmente avevano sempre cercato di mantenere confinati nella solitudine. All’interno della classe si viene a formare una sorta di bolla artificiale che finisce con il separare ciò che racchiude al proprio interno da quanto rimane confinato all’esterno. Si tratta di una sorta di micro-mondo isolato dall’esterno, all’interno del quale la classe si trova coinvolta in qualcosa che assomiglia ad seduta terapeutica spontanea, un evento che paradossalmente riesce ad avere luogo proprio in ragione dell’assenza di uno psicoterapeuta di professione.

Non avendo richieste da fare o risultati da ottenere, Charlie si interfaccia con i tentativi di mediazione provenienti dall’esterno con l’unico apparente obiettivo di minare l’autorità delle figure con cui entra in contatto. Poco importa che si tratti del preside, del capo della polizia locale o dello psicologo della scuola: il suo è un gioco mentale e verbale prima ancora che fisico. Chi è all’esterno non ha alcun modo di esercitare all’interno delle mura della classe dove sono rinchiusi Charlie ed i suoi compagni anche solo una minima parte dell’autorità di cui normalmente dispone. Ad esempio, per tutta la durata del suo tentativo di “far ragionare” Charlie, lo psicologo si trova di fronte ad un interlocutore che non solo non risponde alle sue domande, ma al contempo gli vieta di porle, imponendogli di rispondere alle sue (sotto la minaccia di uccidere qualche ostaggio se la sua regola non dovesse essere rispettata). Per quanto breve e fine a sé stessa, l’inversione di ruoli tra chi normalmente può fare le domande e chi invece deve rispondere rappresenta una sovversione delle gerarchie sociali che non manca di intercettare i favori della maggioranza delle persone che gli stanno sedute di fronte.

Dopo alcune timide resistenze iniziali dettate dalla paura, i compagni di classe di Charlie non tentano nemmeno di fuggire o di fargli cambiare idea, accettando la situazione per quello che è. Agendo da filtro nei confronti del mondo esterno, Charlie ha permesso la formazione di una sorta di spazio all’interno del quale tutti i normali rapporti di forza che regolano la vita quotidiana sono stati aboliti, ed il velo dell’ipocrisia che questi impongono è stato squarciato. Fino ad arrivare alla presa di coscienza del fatto che in realtà solo uno studente è trattenuto all’interno della classe contro la sua volontà. Come una sorta di proverbiale eccezione il cui scopo è confermare la regola, si tratta di un ragazzo che a differenza dei suoi compagni di classe ha sempre dimostrato di sentirsi a proprio agio nel contesto dei rapporti di forza che regolano la quotidianità. Prestante, sportivo e popolare, è il classico individuo che riesce a mantenere una posizione dominante sui suoi coetanei, collocandosi in una posizione di forza paragonabile a quella degli adulti che occupano posizioni di autorità. Con le buone o con le cattive, minacciando punizioni o ritorsioni, può disporre di un potere in grado di mettere a tacere i suoi compagni a suo piacimento. Motivo per cui il suo disagio aumenta in misura direttamente proporzionale all’allentarsi di freni ed inibizioni da parte di coloro gli stanno attorno (e alla sua impossibilità di ristabilire il suo ordine).

Per tutta la durata degli eventi, le azioni di Charlie si rivelano essere il risultato di un misto di determinazione e fragilità, tutt’altro che animati da una volontà omicida fine a sé stessa. In tal senso risultano ben distanti dal panorama di distruzione, traumi e lutti, che si lascia alle spalle, ad esempio, una Carrie. Infatti, se si valutano solo le azioni e le loro conseguenze, gli eventi di cui si rende protagonista la liceale con poteri telecinetici si dimostrano decisamente più simili a quelli che hanno portato all’attenzione di tutto il mondo nei confronti, ad esempio, di una sconosciuta scuola superiore a Columbine nel Colorado. Quindi il primo interrogativo che sorge è: perché un Charlie Decker che utilizza la sua pistola per mettere in piedi qualcosa di simile ad seduta di terapia di gruppo sembra suscitare una maggiore fascinazione rispetto ad una potente telecineta protagonista di una vicenda di proporzioni apocalittiche? Certamente non è una questione di numero di vittime che i due lasciano sul terreno; una sfida, questa, che vedrebbe senza dubbio il macabro trionfo di Carrie. Piuttosto sembra di trattarsi di qualcosa che accomuna entrambi, ma alla quale i due reagiscono in modo diverso.

Ciò che accomuna Carrie White e Charlie Decker è il loro essere vittime, la loro vulnerabilità tanto nei confronti dei coetanei quanto degli adulti con cui sono sempre stati costretti ad interagire. Ma a differenza di Charlie, Carrie non riesce mai, neanche per un breve periodo, a sottrarsi al suo ruolo di vittima: del folle e violento fanatismo religioso della madre; degli insegnanti, la cui considerazione oscilla esclusivamente tra il fastidio e la commiserazione, tra l’irritazione e la condiscendenza; dei suoi coetanei che da anni la deridono, emarginandola nell’isolamento dello scherzo di natura da sfruttare per una forma di crudele divertimento collettivo. Lo stesso invito che la porterà ad essere incoronata Regina del Ballo nella serata in cui avrà luogo la sua ultima e definitiva umiliazione non è altro che il risultato del desiderio di una sua compagna di scuola di espiare i suoi sensi di colpa. E perfino il massacro che si consuma nulla di più che la sua consacrazione definitiva come vittima: completamente in balia dei suoi poteri e della sete di vendetta, Carrie finisce con l’aggirarsi per la cittadina come un burattino controllato dalla furia che la pervade. Mai, in nessun momento, Carrie riesce anche solo lontanamente ad ottenere il risultato che Charlie, anche se solo per un breve intervallo, riesce a raggiunge con un utilizzo della violenza incommensurabilmente minore: farsi ascoltare.

Si potrebbe dire che il vero atto sovversivo di cui Charlie Decker si rende protagonista (e che pertanto potrebbe costituire l’elemento all’origine di una maggiore fascinazione per coloro che sono – o che si sentono – emarginati) consiste proprio nel suo uscire dal ruolo da vittima obbligando coloro i quali considerava suoi carnefici ad ascoltare passivamente ciò che ha da dire. Charlie riesce a trasformare in ascoltatori passivi coloro i quali in passato avevano il potere di ridurlo al silenzio, mentre Carrie non riesce in alcun modo a far sì che chi l’ha mortificata per anni subisca, anche solo una volta, un’umiliazione paragonabile alla sua. In ogni caso, quello su cui entrambi i romanzi convergono consiste nell’individuazione di scenari che deragliano rispetto ai binari delle ricostruzioni standard che cercano forme di razionalizzazioni in grado di assolvere la collettività dai crimini di cui si sono macchiati i suoi figli. A fronte di un tragico evento (come può essere stato, appunto, il massacro della Columbine High School), reagendo come in seguito ad una specie di riflesso condizionato sociale, tendono ad alzarsi le voci di associazioni di genitori, opinionisti ed esperti di varia natura, che puntano l’indice in direzione di prodotti culturali giudicati “violenti”. Puntualmente tali accuse ignorano – o fingono di ignorare – che non c’è assolutamente alcuna logica nell’attribuire ad un libro letto da migliaia di persone (o ad un film, o ad un disco, etc.) il ruolo di causa responsabile di crimini compiuti da una singola persona. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali opere possano agire da detonatori, come fiammiferi che incendiano la miccia di un candelotto di dinamite, il problema non si risolve vietando la diffusione dei fiammiferi (e degli accendini, e del fuoco in generale) ma disinnescando gli esplosivi.

Senza cercare a sua volta scuse o alibi per i suoi personaggi, quello che invece fa King è concentrarsi sul contesto che genera l’esplosione di violenza. Le violenze di cui si rendono protagonisti i suoi personaggi non nascono dal nulla, ma si costruiscono piano piano, giorno dopo giorno, nei silenzi degli abusi e delle umiliazioni: nello sgabuzzino all’interno della casa di Carrie all’interno del quale la madre la rinchiude per fare penitenza; nella tenda durante il campeggio dove Charlie sente il padre ubriaco dire agli amici che mutilerebbe la moglie se scoprisse un suo tradimento; negli atti di bullismo e di prepotenza di cui entrambi sono stati vittime innumerevoli volte. Stephen King non giustifica la violenza di Charlie, ma allo stesso tempo la storia che narra non si accontenta di fermarsi al fatto che il ragazzo ha fatto quello che ha fatto perché possedeva un’arma da fuoco. La sua violenza non nasce dal possesso di una pistola, ma dalle molteplici, spesso invisibili e silenziose, violenze di cui lui stesso è stato a sua volta vittima. E se da un lato è moralmente comprensibile che un autore non voglia avere nemmeno il dubbio che un suo libro possa essere il fiammifero che innesca l’esplosione della dinamite, dall’altro non si può fare a meno di notare che concentrarsi sul fuoco che può accendere una miccia anziché sull’esplosivo in quanto tale non è affatto differente dal fissare lo sguardo sul dito quando questo indica la Luna.

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