Archivio febbraio 2013

Damon Knight – Il Lastrico Dell’Inferno

Stando ad un famoso detto, le strade dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni. E sono proprio le apparenti buone intenzioni di uno scienziato che inventa un nuovo modo per impedire il reiterarsi di atti criminali a creare le fondamenta di una narrazione distopica che dipinge un futuro popolato da persone impossibilitate a fare il male. Infatti, grazie all’impiego di questa tecnologia, il futuro dell’umanità finisce nelle mani di alcune grosse corporazioni che la utilizzano per disciplinare i cittadini e forgiarli in linea con le proprie direttive e priorità, instaurando un regime di controllo pressoché assoluto. La tecnologia in questione si basa sui principi della Terapia dell’Avversione (l’associazione di uno stimolo spiacevole al comportamento da “curare”). Si tratta di qualcosa di analogo alla famosa “Cura Ludovico” che a pochi anni di distanza prenderà forma grazie alla penna di Anthony Burgess in Arancia Meccanica: la possibilità di continuare a fare del male da parte dei delinquenti viene annullata per mezzo di un impulso più forte della volontà criminale stessa, bloccandole sul nascere. Nel caso di Arancia Meccanica si trattava della creazione nel soggetto di associazioni di matrice pavloviana: una volta fatto sì che l’individuo sottoposto a “cura” colleghi un certo tipo di immagini (in questo caso crimini e forme di violenza in generale) a forti sensazioni fisiche (come la nausea), non potrà più nemmeno pensare alle prime senza provare le seconde.

Nel caso del romanzo di Damon Knight, invece, il blocco non avviene a livello fisico, ma solo ed esclusivamente psicologico. Grazie ad una macchina in grado di sondare la mente e di scavare nei ricordi, la possibilità di compiere azioni criminali viene annullata attraverso un procedimento che fa sì che i soggetti manipolati debbano fronteggiare delle figure autorevoli (chiamate “Analoghi”) ogni volta che intendono trasgredire le regole. Si potrebbe dire che in pratica la macchina in questione agisce facendo assumere connotati allucinatori al Super Io dello stesso soggetto manipolato ad un punto tale da impedirgli di agire liberamente. La tendenza a fare del male non viene cancellata: semplicemente viene bloccata da un’allucinazione che può incutere timore, paura, vergogna, sensi di colpa o quanto altro possa essere necessario per impedire all’individuo di far sì che il suo impulso possa trasformarsi in azione. Le azioni malvagie sono trattate come effetti di malattie mentali. Ma queste non vengono curate, sono solo tenute a bada da guinzagli psicologici che impediscono agli individui di uscire dai recinti allucinatori all’interno dei quali si trovano rinchiusi. In pratica non si tratta di una forma di cura delle malattie mentali, ma di una generazione artificiale di ulteriori patologie allucinatorie in grado di paralizzare il soggetto che era stato giudicato insano di mente.

Tuttavia, dall’iniziale impedire a chi è stato giudicato un delinquente di compiere ulteriori atti criminali, al successivo far sì che nessuno possa abbandonarsi a simili atti, il passo è molto breve. Infatti non passa molto tempo prima che una procedura ideata per impedire le azioni da parte di chi è stato giudicato malato di mente si trasformi in una prassi che abbraccia tutta la popolazione, impedendo a chiunque, in modo preventivo, di agire liberamente. Quindi anche ammettendo che le “buone intenzioni” iniziali consistessero nel desiderio di proteggere la collettività dal pericolo rappresentato da individui malvagi e violenti, quando a queste si aggiungono altre “buone intenzioni” – e cioè non solo impedire che i criminali possano mettere in atto più volte le proprie azioni ma evitare (preventivamente) che chiunque possa compiere un crimine – la realtà arriva a trasformarsi in un incubo dorato. Organizzazioni e strutture di diversa natura e con differenti obiettivi si spartiscono il territorio mondiale, inclusi i cittadini che lo popolano. E questi, a seconda del luogo in cui vivono, si trovano costretti a sottostare a differenti forme di autorità politiche, religiose, o perfino commerciali. Come nel caso del protagonista, Arthur Bass, che nasce e cresce in una realtà dove i cittadini sono prima di tutto Consumatori obbligati a rispettare regole che impongono loro di recarsi nei Grandi Magazzini, nuovi santuari della legalità e della moralità pubblica, e sottomettersi alla volontà di Venditori. Il controllo da parte delle autorità commerciali è talmente capillare che i Venditori – figure che fondono in sé caratteristiche tipiche tanto del sacerdote inquisitore quanto dell’autorità politica che direziona la volontà del suo elettorato – hanno perfino il diritto di controllare i conti correnti dei clienti per imporre il periodico acquisto di merce (spesso scadente al fine di obbligarli a ritornare).

Con Il Lastrico Dell’Inferno, Damon Knight sembrerebbe delineare i rischi per le libertà individuali che potrebbe comportare l’affermarsi di forme di controllo del comportamento. Ma esattamente come accade per gli individui che affollano il futuro che immagina, i rischi che presenta non solo non provengono da altri che dalla cittadinanza stessa, ma si basano su fattori già presenti da anni nelle società occidentali. Il vero elemento cardine del controllo sociale che viene messo in atto non è tanto nella tecnologia che viene impiegata, quanto piuttosto negli imperativi che i singoli individui avevano già assimilato ancora prima dell’impiego delle macchine stesse. Perché se da un lato è vero che senza le macchine che generano le allucinazioni non ci sarebbe il controllo, dall’altro è innegabile che se il soggetto non avesse già all’interno della propria mente figure in grado di agire da freno al comportamento non potrebbero nemmeno esserci gli Analoghi. Le macchine che instillano le allucinazioni non creano il controllo dell’individuo, piuttosto non fanno altro che amplificare quello già esistente all’interno della mente dello stesso, portandolo ad un livello tale che al soggetto diventi impossibile sottrarvisi.

Il romanzo non inventa nuove forme di controllo dal nulla, ma attinge a quelle già esistenti, usando l’immaginazione unicamente per amplificarle. In conformità con la migliore tradizione della fantascienza distopica, la rappresentazione di eccessi non ha semplicemente l’obiettivo di agire da monito per il futuro, quanto piuttosto di mettere a fuoco elementi del presente. L’amplificazione fantascientifica non ha solo lo scopo di mettere in guardia il lettore contro possibili derive future, ma prima di tutto agisce, come una sorta di microscopio sociale, per ingrandire aspetti che per quanto marginali sono già presenti nella società contemporanea. In questo caso, Damon Knight punta la propria lente d’ingrandimento verso quella forma di controllo che non si esercita mediante il divieto, quanto piuttosto attraverso l’interiorizzazione del consenso. Non a caso, nella realtà in cui il protagonista vive e lavora, non solo i cittadini sono consumatori obbligati a recarsi periodicamente nei Grandi Magazzini e partecipare al rito del consumo per non incorrere in sanzioni, ma anche e non secondariamente per non dover fronteggiare il disprezzo della comunità di cui sono parte. I già limitati margini d’arbitrio di cui godono i cittadini vengono ulteriormente ridotti dalla complicità dell’entusiasta partecipazione da parte della maggioranza (“Lei non vuole che i suoi vicini la considerino una risparmiatrice” è un’affermazione in grado di provocare travolgenti brividi di vergogna). E così, ordinatamente come cittadini in fila presso un seggio elettorale o come fedeli in attesa di ricevere l’eucaristia, i consumatori si presentano davanti ad un Venditore che impone loro delle scelte tra acquisti di cui è stato stabilito che hanno bisogno. Il rifiuto della scelta non è contemplato: essere considerati dei risparmiatori comporta appunto, nella migliore delle ipotesi, l’esclusione morale da parte della comunità.

Damon Knight non si limita a raccontare di ipotetici pericoli futuri, ma mette a fuoco meccanismi già in azione oggi. Il suo obiettivo è puntato in direzione di quello che Foucault definiva “biopotere”, e non solo per la relazione che viene individuata (come nel caso dell’autore francese, appunto) tra definizione della malattia mentale ed instaurazione di apparati disciplinari. Il meccanismo è tanto più dispotico quanto più le scelte di ogni singolo individuo vengono considerate questioni che riguardano tutta la Collettività. L’onnipresente sguardo di quest’ultima si è sostituito a quello della divinità, ed il Venditore ne è il sacro portavoce. Quello dell’acquisto è solo uno dei possibili riti attraverso cui la biopolitica ha modo di disciplinare i cittadini, affermandosi in misura tanto più netta e profonda quanto più ampia ed entusiasta è la partecipazione da parte di questi ultimi. I Consumatori hanno assimilato l’imposizione della prassi degli acquisti come un loro diritto/dovere, e ne sono condizionati a tal punto da giudicare con disprezzo chi prova anche solo a sottrarsi da un simile impegno. Motivo per cui, ogni scelta d’acquisto messa in atto all’interno del Grande Magazzino, in quanto adesione ad opzioni prestabilite da una gerarchia superiore, non fa altro che rafforzare l’Apparato statale.

Una volta dissoltosi il fumo della retorica della tutela degli interessi della popolazione, il meccanismo di controllo messo in atto attraverso l’impiego degli Analoghi mostra il suo volto suadentemente oppressivo. La garanzia della tutela del bene della comunità è la sovrastruttura ideologica che permette ad una elite al potere di radicare la propria esistenza preservando lo stato delle cose. Le “buone intenzioni” che circondano i discorsi relativi alla tutela dei cittadini non fanno altro che lastricare la strada che conduce all'”inferno” dell’oppressione. Con la differenza che questo “inferno” non è una prigione di sofferenza, ma qualcosa di più simile al Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ad un punto tale che gli Analoghi finiscono con l’essere considerati come “Angeli Custodi” (proprio per la loro natura di freno inibitorio nei confronti del male), e se qualcuno viene scoperto esserne privo diventa causa di panico presso la folla che teme di avere di fronte un caso di “possessione”. In definitiva, si tratta di un controllo tanto più capillare ed assoluto quanto più non si basa su metodi coercitivi o leggi marziali. Perché il trionfo del potere dispotico non avviene nel momento in cui i pochi e rari e dissidenti vengono presi in custodia dalle forze dell’ordine, ma ogni volta che la maggioranza dei cittadini è ben felice di partecipare al rito che la struttura dispotica ha allestito per loro.

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