Archivio settembre 2012

Mick Foley – Have A Nice Day!

Il 28 Giugno 1998, presso la Civic Arena di Pittsburgh in Pennsylvania, si tenne la sesta edizione del pay-per-view della WWE intitolato King Of The Ring. Uno dei main event previsti per la serata era un tipo di incontro noto come Hell In A Cell. In pratica si tratta di un evento nel quale il ring si trova racchiuso all’interno di una enorme gabbia e i wrestler possono vincere solo per schienamento o per sottomissione. Non c’è conteggio fuori dal ring, né tantomeno squalifica. In questa occasione i protagonisti dell’evento sono Mick Foley (nei panni di Mankind) e The Undertaker, che l’anno precedente era stato protagonista, insieme a Shawn Michaels, di un altro memorabile incontro dello stesso tipo. Il primo a fare il suo ingresso nell’arena è Mankind, che si dirige verso il ring con la consueta maschera a coprire parte del volto ed una sedia in mano. Ma anziché entrare all’interno, si arrampica all’esterno e va ad aspettare il suo avversario sulla rete che chiude la gabbia dall’alto. E questo non si fa attendere. Partono i rintocchi delle campane, le luci si abbassano, e The Undertaker si dirige verso il centro dell’arena nel suo classico stile lento e minaccioso. Si ferma qualche secondo per togliersi il soprabito ed osservare il suo avversario che lo aspetta in alto e poi senza esitare si arrampica a sua volta per raggiungerlo. I due cominciano a colpirsi quando ancora The Undertaker non è nemmeno arrivato in cima. E quando non è trascorso nemmeno un minuto dall’inizio, la rete comincia a mostrare di avere qualche difficoltà nel reggere il peso dei due colossi. Ma il primo vero colpo di scena arriva poco dopo: The Undertaker agguanta da dietro Mankind e lo spinge oltre il bordo, facendolo cadere dalla cima della gabbia. Mick Foley fa un volo di circa 5 metri andando a schiantarsi sul tavolo dei commentatori spagnoli. Dopo essere rimasto immobile a lungo, Mick Foley ricomincia a muoversi lentamente ma non è chiaro se sia in grado di continuare ad esibirsi. Il primo ad accorrere per valutare le sue condizioni è Terry Funk, vecchio amico di Mick Foley nonché suo avversario in alcuni dei suoi match più intensi e brutali. Immediatamente lo seguono diversi arbitri e altro personale di sicurezza della WWE. Mick Foley si toglie la maschera di Mankind e la gabbia viene sollevata con The Undertaker ancora in cima ad essa per permettere al personale della federazione di soccorrere il wrestler. Mick Foley viene caricato su una barella che subito dopo si avvia verso l’esterno dell’arena. L’incontro sembra finito dopo nemmeno cinque minuti di effettivo spettacolo. Ma mentre la gabbia viene calata per permettere a The Undertaker di scendere, Mick Foley fa fermare la barella a metà della rampa che porta all’esterno, si rimette in piedi e con un sorriso storto sulla faccia che diventerà una delle immagini più famose della sua carriera si dirige nuovamente verso la gabbia. Esattamente come prima, si arrampica all’esterno anziché entrare nel ring, e una volta in cima il match può ricominciare.

Passano pochi istanti e The Undertaker agguanta alla gola Mick Foley per effettuare una chokeslam. Data la situazione precaria in cui si trovano, la mossa viene effettuata debolmente. Ma tanto basta a sfondare la parte della rete su cui cade Mick Foley, facendolo piombare a peso morto sul ring, dove impatta duramente sulla schiena, seguito a ruota dalla sedia che lo colpisce al volto. Ancora una volta il personale della WWE va a circondare il wrestler senza sensi sul ring per accertarsi delle sue condizioni. The Undertaker si cala lentamente all’interno del ring dove affronta Terry Funk che gli va incontro per far guadagnare tempo ad un Foley che inizia a dar segni di ripresa. The Undertaker combatte lentamente per far sì che un Mankind malfermo sulle gambe possa riprendere fiato. Piano piano l’incontro riprende: il ritmo è estremamente basso, ma il pubblico può vedere chiaramente come i due uomini dentro la gabbia stiano già dando molto di più di quanto potesse essere lecito chiedere. Tra impatti contro la gabbia, botte con la sedia e altri colpi vari, l’incontro sembra procedere normalmente verso la fine, con Mick Foley che continua ad esibire il suo sorriso folle con la bocca piena di sangue e The Undertaker che a sua volta può esibire una una ferita alla fronte. Ma il Mrs. Foley’s Baby Boy ha in serbo ancora una sorpresa: da sotto il ring tira fuori un sacco con dentro migliaia di puntine che rovescia direttamente sul ring. L’incontro arriva così velocemente alla fine, con The Undertaker che schiena Mick Foley dopo la sua consueta Tombstone Piledriver, ma non prima di aver schiacciato due volte il suo avversario sul tappeto di puntine.

Anche se sconfitto, Mick Foley può uscire di scena tra gli applausi del pubblico. Tra gli infortuni che si è procurato nel corso di quell’esibizione è possibile elencare: una commozione cerebrale, una spalla e la mascella slogate, due costole rotte, la perdita di un dente e mezzo, una dozzina di punti per il taglio sotto il labbro, un ematoma ad un rene. Ma queste sono cose che più o meno conoscono tutti coloro che hanno avuto modo di vedere l’incontro e leggere articoli a proposito. Quello che invece il pubblico non conosce nei dettagli è il percorso che ha portato i due wrestler ad esibirsi in uno spettacolo simile. E si tratta soltanto di uno dei tanti episodi che costellano l’intensa carriera di Mick Foley e che lui stesso in prima persona racconta in questo suo primo volume autobiografico. Have A Nice Day! è un lungo viaggio nella memoria nel quale, partendo dalla scoperta del mondo del wrestling ed arrivando in pratica fino alla sua conquista della cintura di campione WWE, Mick Foley offre al lettore non solo una lunga galleria di aneddoti che raccontano storie e retroscena, ma anche e soprattutto la possibilità di gettare uno sguardo dietro le quinte, anche grazie ad una narrazione tanto lucida quanto autoironica.

Ad esempio, nel caso dell’incontro menzionato sopra, Mick Foley non esita a raccontare candidamente di come il tutto sia stato il risultato di una sua idea. Sapendo di dover affrontare The Undertaker in un Hell In A Cell, si mise a studiare con attenzione l’incontro precedente tra il suo avversario e Shawn Micheals. La conclusione a cui arrivò facilmente era impietosa: i due erano stati protagonisti di un match talmente straordinario che sarebbe stato praticamente impossibile da replicare. Non solo lui non poteva in alcun modo competere con l’agile ed esplosiva abilità atletica di Shawn Michaels, ma nemmeno il suo avversario avrebbe potuto replicare quanto fatto da lui stesso un anno prima: a causa di un infortunio, The Undertaker sarebbe dovuto salire sul ring con una frattura ad un piede ancora in via di guarigione. Da qui l’idea di stupire subito il pubblico con un volo da cinque metri d’altezza.

Quando presentò la sua idea al suo avversario, questo si mostrò ben più che esitante a causa della sua evidente pericolosità. E The Undertaker continuò ad essere dubbioso in merito fino a pochi giorni prima dell’incontro, cioè fino a quando la valutazione delle loro condizioni fisiche e l’insistente convinzione del suo avversario sulla fattibilità del tutto non ebbero la meglio sulle sue resistenze. Ma la sicurezza che ostentava non era incoscienza del pericolo: Mick Foley sapeva bene che sbagliare la caduta avrebbe potuto causargli danni gravissimi. Così, quando si rimise in piedi dopo la prima caduta, pensava che il peggio fosse passato. Invece la seconda – non pianificata – caduta dalla rete della gabbia fu paradossalmente peggiore della prima. Per quanto avvenuta da un’altezza leggermente inferiore e su un piano più elastico rispetto al tavolo dei commentatori, la caduta di schiena sul ring gli fece perdere completamente i sensi per un paio di minuti, tanto che quando cominciò a riprendersi dovette orientarsi senza avere ben chiaro cosa fosse accaduto nel frattempo. E senza riuscire a riguadagnare un buon livello di lucidità mentale per tutta la durata dell’esibizione. Non a caso fu solo nei giorni successivi che riuscì a rimettere insieme tutti i pezzi di quella ventina di minuti vissuti in stato di semi-coscienza, rivedendo la registrazione dell’incontro e parlando con le altre persone coinvolte.

Quello che risulta chiaro, da questo come dai tanti altri episodi che Mick Foley condivide con il lettore, è che il wrestling è una disciplina molto meno finta di quanto tendano a pensare i non appassionati. Ovviamente i risultati degli incontri sono sempre prestabiliti. E la violenza che viene esibita è frutto di scelte coreografiche. Ma gli effetti di quella violenza spesso sono reali, a volte più di quanto gli atleti facciano vedere al pubblico. A proposito degli scontri fisici che è possibile vedere durante un incontro di wrestling è pertanto possibile individuare due diversi tipi di finzione: una per eccesso e una per difetto. Infatti, come ci sono momenti in cui i wrestler fanno finta di provare dolore in seguito a colpi che non arrivano nemmeno a sfiorare il loro bersaglio, così ce ne sono altri in cui lasciano trasparire molto meno dolore di quanto ne stiano effettivamente provando. In pratica il wrestling è una di quelle attività in cui i soggetti coinvolti non possono evitare di fare realmente ciò che fingono di fare. Non trattandosi di uno sport competitivo, il fare male all’avversario è qualcosa che appartiene alla finzione scenica e non alle reali intenzioni dell’atleta, ma allo stesso tempo è qualcosa che l’atleta non può evitare di fare. Quindi l’abilità degli atleti non consiste semplicemente nell’evitare di danneggiare fisicamente sé o gli altri, quanto piuttosto nell’evitare che i danni possano essere gravi o permanenti. Paradossalmente, la finzione si trova così a diventare più realistica della realtà stessa: il dolore è reale come chiede la finzione, indipendentemente da quali siano le “reali” intenzioni degli atleti coinvolti. La finzione scenica si appropria della realtà piegandola alle proprie necessità, ed il pubblico vi partecipa attivamente ben sapendo quale sia la natura dello spettacolo al quale sta assistendo: una forma d’intrattenimento prima di tutto, ma anche un’esibizione sportiva nel quale il risultato non ha alcun valore se non all’interno della finzione stessa.

Proprio in quanto forma di spettacolo, il wrestling riesce ad essere uno sport nel quale il risultato assume un valore secondario rispetto all’esibizione stessa. Ed essendo svincolate dall’indeterminazione di risultati da raggiungere attraverso la competizione, le performance atletiche degli atleti arrivano ad incarnare lo spirito olimpico in una forma incompromissoria. Se nelle discipline sportive classiche la nota affermazione di uno dei padri delle Olimpiadi moderne, secondo cui la cosa importante non è vincere ma partecipare e battersi al meglio delle proprie possibilità, spesso suona come una forma di consolazione rivolta ai perdenti, nel wrestling si tratta di una regola di base. Criticare il wrestling concentrandosi su quanto vi è di predefinito significa rapportarsi alla realtà di una finzione al di fuori dei limiti che essa stessa definisce. Anche se i wrestler non lottano realmente tra loro, all’interno della finzione la lotta che prende forma grazie alla loro messinscena è reale. E spesso molto pericolosa.

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