Archivio giugno 2012

Stephen King – 22/11/’63

Secondo un famoso motto, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. E proprio questo principio sembrerebbe aver guidato la mano di Stephen King nel dare vita ad una storia che, utilizzando ingredienti noir all’interno di un contesto fantascientifico, punta dritta al cuore di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia e l’immaginario statunitensi. I classici temi del viaggio nel tempo e degli universi possibili formano la cornice fantastica di 22/11/’63, un classico what if… che disegna una realtà all’interno della quale John F. Kennedy non è stato assassinato. Il tutto ha inizio quando Jake Epping, un anonimo professore di letteratura con alle spalle un matrimonio fallito, viene invitato dal suo amico Al Templeton a vedere una cosa che ha sul retro del locale di cui è proprietario: un varco temporale che conduce alle ore 11.58 del 9 Settembre 1958. Non importa quanto il viaggiatore potrà decidere di fermarsi dall’altra parte, la sua assenza nel presente sarà sempre e solo di due minuti. Che lui decida di rimanere nel passato poche ore, qualche mese, o addirittura anni, nel momento in cui farà ritorno nel presente saranno passati solo due minuti. Inoltre, ogni volta che la soglia viene attraversata, tutte le modifiche apportate al corso del tempo nei viaggi precedenti, anche quelle minime, vengono annullate e sostituite da ciò verrà fatto (o non fatto) nel corso del nuovo viaggio. Nessuna delle persone che vengono incontrate nel passato ha memoria di quanto accaduto in altri viaggi precedenti. L’unica eccezione è costituita da una figura che sembra avere una qualche cognizione di ciò che accade: un misterioso uomo con una carta verde che si trova poco lontano dall’uscita del varco.

Il motivo per cui Al fa vedere tutto questo a Jake è per chiedergli di realizzare il piano che lui non è riuscito a portare a termine a causa del suo ammalarsi di cancro dopo quattro anni di permanenza nel passato: impedire a Lee Harvey Oswald di assassinare il presidente John F. Kennedy il 22 Novembre 1963. Secondo Al, impedendo la morte di JFK, il mondo sarebbe un posto migliore: un luogo nel quale gli Stati Uniti non avrebbero partecipato alla guerra nel Vietnam e, forse, nemmeno Martin Luther King sarebbe morto a causa di un attentato. Si tratta di convinzioni che Jake condivide, tanto che dopo un viaggio di prova relativamente breve durante il quale si impegna per evitare lo sterminio della famiglia di Harry Dunning (il bidello della scuola al quale è molto affezionato) accantona le sue riserve ed accetta di assumere la falsa identità di George Amberson e di mettere in atto il piano di Al. Quest’ultimo gli fornisce documenti d’identità falsi e 9.000 dollari in contanti che gli serviranno per iniziare la sua vita nel passato. Come nel precedente viaggio, la prima cosa che si impegna a fare è cambiare il corso della vita del suo amico Harry, impedendo che la sua famiglia venga sterminata durante la notte di Halloween. E questo è solo il primo di una serie di interventi che Jake/George mette in atto al fine di cambiare il corso delle cose che secondo lui non sarebbero andate nel modo giusto. Tuttavia ben presto ha modo di rendersi conto del fatto che il passato non è una semplice materia inerte sulla quale lui può intervenire indisturbato a suo piacere. Non passa molto tempo prima che Jake realizzi che il passato oppone resistenza cercando di impedirgli di modificarlo, e che tale opposizione si rivela essere tanto più intensa quanto più rilevante è l’evento sul quale cerca di intervenire.

Jake si cala perfettamente nella parte di George, dividendosi tra il suo ruolo di insegnante presso una scuola di Dallas e la sua relazione con la collega Sadie da una parte, e l’attività di sorveglianza nei confronti di Lee Harvey Oswald dall’altra. Malgrado un’azione sempre più intensa e violenta da parte del passato al fine di impedirgli di portare a compimento la sua missione, il protagonista arriva al suo appuntamento con la storia nel Novembre del ’63 e crede di esser riuscito, non senza sacrifici, a correggere la storia. Ma quello che ha modo di vedere attraversando il varco temporale per tornare nel presente è un mondo di gran lunga peggiore rispetto a quello che si era lasciato alle spalle cinque anni prima. John F. Kennedy è arrivato alla fine del suo mandato e Lyndon B. Johnson non è mai diventato presidente. Ma nemmeno i movimenti per i diritti civili hanno avuto luogo. E la terra è costantemente sconvolta da terremoti che la stanno distruggendo lentamente. Jake torna nuovamente attraverso il varco e l’uomo con la carta verde, che si rivela essere una sorta di custode a guardia del tempo, gli spiega che i terremoti sono conseguenza proprio delle sue azioni. Queste avrebbero causato delle fratture nelle linee temporali talmente profonde da sconvolgere il piano fisico.

Ancora una volta è una forma di male a dominare la scena della narrazione di King. Ma a differenza di altre volte, il protagonista non è colui che lotta contro il male, è piuttosto la persona che lo compie. Jake porta avanti il progetto di Al armato delle migliori intenzioni e nella più completa buona fede. Ciò non toglie che la sua volontà di riplasmare la storia secondo le sue convinzioni rivela una superbia cieca e tirannica, ai confini del fanatismo. Fino a quando non lo vede con i suoi occhi, Jake non sembra venire in alcun modo sfiorato dall’idea che impedire l’uccisione di John Kennedy potrebbe far sì che la storia prenda una piega ben peggiore. Così come non prende mai in considerazione l’idea che i tentativi da parte del passato di impedire le modifiche possano essere una forma di autodifesa per cercare di proteggersi dalle sue aggressioni. Le azioni di Jake sono guidate dalla salda convinzione di sapere cosa è bene e cosa è male, cosa sarebbe giusto modificare e cosa può essere abbandonato al suo più o meno triste destino. Una convinzione, la sua, che affonda le radici in una fede quasi cieca nei confronti del mito di JFK. Il Kennedy che Jake vuole sottrarre al suo destino non è quello reale dei suoi due anni di mandato presidenziale. Non è quello che, per esempio, ha appoggiato lo sbarco nella Baia dei Porci in spregio a tutte le promesse elettorali a base di pace e libertà. E’ piuttosto il mito sopravvissuto nella forma di impegni e promesse: la convinzione che se non fosse stato fermato violentemente nella Dealey Plaza di Dallas avrebbe messo in pratica quanto affermato nei suoi famosi discorsi. Il Kennedy che Jake vuole salvare non è quello che ha governato il paese coerentemente con le linee politiche tracciate dalle amministrazioni precedenti – quello della crisi missilistica di Cuba e dell’incremento delle forze militari statunitensi in Vietnam – è piuttosto quello che ancora oggi è oggetto di ammirazione, quello che vive grazie alla convinzione che la mancata attuazione delle sue promesse di un mondo migliore sia da imputare solo alla tragica interruzione del suo mandato.

Se da un lato quella di John F. Kennedy è una storia di cui è stato scritto il finale, dall’altro Jake Epping si comporta come un fan sfegatato che non riesce ad accettarne la naturale conclusione. Le azioni di Jake sono guidate da un unico, granitico imperativo: Kennedy non deve morire. In tal senso, il rapporto tra il protagonista ed il passato che si oppone al suo intervento risulta a simile a quello che l’infermiera Annie Wilkes intreccia con lo scrittore Paul Sheldon in Misery. Pur con tutte le differenze a livello di obiettivi da raggiungere, di mezzi impiegati, nonché di profili psicologici e morali, Annie Wilkes e Jake Epping condividono il medesimo desiderio di sovvertire il finale di una storia. Convinti entrambi che le storie di Misery e di Kennedy si siano chiuse in un modo che non rendeva loro giustizia, Annie e Jake sfruttano le occasioni che si sono presentate loro per sovvertire un ordine delle cose che non vogliono accettare. Jake intende cancellare mezzo secolo di storia sostituendola con il futuro che lui crede avrebbe dovuto esserci. In un modo analogo a quello di Annie che costringe Paul a distruggere l’unica copia del suo nuovo romanzo, nella convinzione che il nuovo lavoro dello scrittore non faccia altro che occupare indegnamente il posto di ciò che avrebbe dovuto esserci davvero: un nuovo capitolo della saga di Misery. Sulla base di simili premesse ci si potrebbe chiedere se la figura di Annie Wilkes non sarebbe risultata meno negativa se le vicende di Misery fossero state narrate attraverso il suo punto di vista. Oppure, viceversa, ci si potrebbe chiedere se Jake sarebbe risultato ancora un personaggio positivo, qualora le sue vicende fossero state narrate attraverso lo sguardo di un guardiano delle linee temporali.

Jake Epping, anche grazie alla sua preparazione culturale, razionalizza costantemente il suo ruolo nel passato, giustificando le sue azioni in virtù di ciò che sa del futuro da cui proviene. E sulla base della sua idea di un bene più grande non esita nemmeno quando arriva il momento di indossare i panni dell’assassino. Ma quello di cui non sembra rendersi assolutamente conto è che il suo agire è speculare a quello di Lee Harvey Oswald, l’uomo che ha deciso di fermare con ogni mezzo possibile. Jake non ha affatto idea di come si svilupperà la storia uccidendo Oswald ed impedendogli di assassinare Kennedy, propria come Oswald non può sapere con sicurezza cosa succederà in seguito alla sua azione. Eppure l’uno come l’altro non esitano ad agire nella convinzione di stare facendo quanto necessario per arrivare ad avere un futuro migliore. Il primo convinto che il mondo sarebbe stato un posto migliore con Kennedy a capo della Casa Bianca fino alla fine del suo mandato, il secondo non meno convinto del contrario. Quella che prende forma è la fisionomia di un male che, al di là degli aspetti fantastici, affonda le proprie radici in un terreno tutt’altro che fantasioso. Nelle menzogne che Jake racconta a sé stesso si svelano le fondamenta di un immaginario che riscrive costantemente il proprio passato per non trovarsi costretto a fare i conti con le proprie azioni e, soprattutto, con i valori e le convinzioni che le guidano. Sono le menzogne che racconta a sé stesso per distogliere lo sguardo dallo specchio dove potrebbe intravedere i lineamenti del proprio volto sfumare in quelli della sua Nemesi.

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Matrix Reloaded

Giunti a festeggiare il terzo anno di vita del blog con un cambio di dominio, non senza un pizzico di innegabile autoreferenzialità si coglie l’occasione per ragionare un po’ su cosa sia questa cosa che si sta portando avanti. Un po’ come quando si fanno le pulizie in casa dopo una festa e si cerca di rimettere al loro posto gli oggetti che si trovano sparsi in giro, e magari senza riuscire a mettere a fuoco se qualcosa che si è trovato in un angolo nascosto è un vecchio acquisto di cui non si ha memoria o un oggetto smarrito da un ospite durante la serata. E così, premesso che non è questione di riflettere sul valore o sulla qualità dei contenuti che si sono accumulati in questi tre anni, si tratta di soffermarsi un po’ sul cosa si è fatto (o si è provato a fare) e sul perché. Ragionare prima di tutto sulle intenzioni piuttosto che sui risultati, e perciò a prescindere da qualsiasi giudizio su quelli che possono essere gli eventuali valori (o disvalori) di questi ultimi. Ma tenendo presente che prescindere dal giudizio sui contenuti non vuol dire affatto prescindere anche dai contenuti in sé. Anzi, significa piuttosto muoversi tenendo presente l’ottica secondo cui non basta calarsi un cappello da chef in testa per poter poi vantare eccelse doti culinarie dietro i fornelli di una cucina. Si tratta di un approccio in apparenza talmente scontato da far sembrare come inutilmente ridondante la sua stessa enunciazione. Ma quanto più si ha modo di osservare i comportamenti messi in atto da un numero di internauti tutt’altro che trascurabile, tanto più la solida scontatezza di cui sopra rivela ampie e profonde crepe.

Figlio degenere di altri e diversi spazi che lo avevano preceduto, questo blog nasceva dalla voglia di tradire in profondità l’ottica che aveva guidato i suoi predecessori. E se Tradimento era la figura paterna, quella materna rispondeva al nome di Noia. Noia nei confronti di una rete largamente appiattita sui toni della denuncia, del lamento, dell’ostentazione del disprezzo come strumento di autoelogio (autoesclusione), quando non di un livore palesemente rabbioso. E soprattutto dell’indignazione a comando, di quello sdegno indifferenziato per cui ogni giorno c’è qualcuno o qualcosa contro cui puntare l’indice. Ogni giorno nuove notizie, e come puntuali corollari nuovi responsabili da additare e nuovi colpevoli da braccare. Un tiro al piattello virtuale in cui qualcuno lancia in aria il bersaglio ed un plotone armato fa fuoco a ripetizione. E’ sufficiente passare pochi istanti su un social network  o dare un’occhiata veloce ai commenti in calce alle più disparate notizie su un qualsiasi quotidiano online per imbattersi in parole rabbiose e violente contro l’oggetto in questione, qualunque esso sia. Infatti, l’astio che frequentemente i commenti trasudano sembra vivere di vita propria rispetto all’oggetto verso cui di volta in volta si rivolge. E’ come una colata lavica che inghiotte indistintamente tutto ciò che incontra sul suo cammino, in una sorta di lunga notte di hegeliana memoria in cui tutte le vacche sono nere. E a dimostrazione di ciò vale il fatto che non sono solo, ad esempio, le notizie che possono riguardare più o meno direttamente la quotidianità dei commentatori a scatenare un coro di reazioni ringhianti. Le notizie di costume o di gossip possono facilmente diventare oggetto di ondate di insulti tanto più violenti quanto più gratuiti. Se, per esempio, la notizia di un provvedimento del Governo che va a toccare i beni dei cittadini ha gioco facile nel consentire a chi commenta di indossare la maschera di chi protesta di fronte a quello che giudica essere un torto, un simile travestimento crolla miseramente nel momento in cui a finire vittima di questo astio rabbioso è qualcosa di completamente innocuo: un personaggio dello spettacolo che pubblica un libro, un altro che annuncia la fine di una relazione o di cui viene scoperto un nuovo flirt, e così via. Fino ad arrivare ai frequenti casi in cui ad essere oggetto di attacco è la stessa diffusione della notizia. Un”accusa che viene articolata sulla base della più classica forma di benaltrismo, quella secondo cui ci sarebbero “altre cose più importanti di cui parlare…”

Internet è sempre più uno spazio in balia di un’invettiva senza fine che colpisce tutto e tutti. Una realtà in cui nessuno è mai responsabile di niente perché se qualcosa non funziona è sempre colpa di qualcun altro. Un luogo dove gli stessi che invocano punizioni esemplari per gli altri non esitano un istante a stracciarsi le vesti se sentono in qualche modo attaccati loro stessi, il loro mondo e ciò che ne considerano parte in generale. Tutti pretendono di giudicare tutto e tutti, indipendentemente da conoscenze e competenze, ma semplicemente sventolando senza sosta il diritto ad avere e, soprattutto, ad esprimere un’opinione. Sempre e ovunque. Indipendentemente dall’interlocutore, dal luogo in cui avviene lo scambio o dalle regole che questo chiede di rispettare ai propri ospiti. Proseguendo con l’analogia culinaria, si potrebbe dire che è un po’ come se bastasse la convinzione secondo cui la cipolla è un buon ingrediente da cucinare per poterlo inserire in qualsiasi ricetta, indipendentemente dal fatto che si tratti di un primo o di un secondo, di un dolce o di un long drink. E così, l’approccio secondo cui non è sufficiente indossare un cappello da chef per essere un buon cuoco viene brutalmente liquidato e sostituito da quello secondo cui non serve del tutto vestire gli abiti dello chef: per essere buoni cuochi basta essere in grado di distinguere un coltello da uno yogurt, il sale dall’olio, e il burro da un pezzo di carne e dal detersivo per pentole.

Si tratta, in pratica, di un esercito di Neo in cui ogni membro è impegnato in una sua guerra solitaria contro quella che considera essere la sua Matrix. Ma proprio come per Neo, risulta tutt’altro che semplice sfuggire al paradosso in base al quale ci si trova ad utilizzare nient’altro che i mezzi messi a disposizione dallo stesso sistema contro cui si ha la pretesa di lottare. Persone che si registrano su quotidiani online per scrivere che la stampa italiana fa schifo, persone che cliccano “mi piace” su pagine Facebook per poter dire che detestano e non sopportano quello su cui hanno appunto cliccato “mi piace”, e così via in una lista pressoché infinita.

Ma come si ha modo di vedere anche nel secondo capitolo della trilogia dei fratelli Wachowski, nella parte in cui Neo incontra l’Architetto, scegliere la pillola rossa piuttosto che quella blu non significa affatto rompere ogni legame con Matrix, quanto piuttosto farne parte in modo differente. L’Eletto non è lo strumento attraverso cui l’umanità avrà modo di liberarsi di Matrix, piuttosto è il portatore del codice originale mediante il quale il sistema ha modo di ripristinarsi ciclicamente evitando il crash. Ma non solo: allargando ulteriormente lo sguardo, è anche possibile osservare come in fondo non ci sia nulla che garantisca che la realtà sia proprio quella che si vede dopo l’assunzione della pillola rossa, se non la fede nella realtà di Zion che Neo apprende da Morpheus. Infatti, se si considera che Morfeo era il Signore dei Sogni, chi può dire con assoluta sicurezza che la realtà controllata da Matrix sia proprio quella in cui esiste Zion? Chi può affermare che la pillola rossa non sia ciò che rende prigionieri di Matrix anziché farne uscire? In fondo, Neo potrebbe anche non essere altro che una moderna Alice che segue il suo Bianconiglio travestito da Trinity in un Paese delle Meraviglie fantascientifico.

Osservando come esista un mercato di critica al “sistema” che il “sistema” stesso utilizza per arricchirsi, il tema dell’essere “contro” qualcuno o qualcosa si rivela ben più complesso di come normalmente sembra essere percepito. Ad esempio, Facebook può essere uno strumento da sfruttare per veicolare messaggi contro la globalizzazione, ma allo stesso tempo Facebook è a sua volta una società quotata in borsa figlia della globalizzazione stessa. Film come Fight Club o lo stesso Matrix vengono considerati film critici nei confronti della società, ma in realtà nascono, si sviluppano e trovano la fama grazie a quelle stesse strutture verso le quali rivolgono le loro critiche. E’ il paradosso dell’opera contro il consumismo (film, libro, etc.) che si trova in vendita proprio negli spazi verso i quali si rivolgono le critiche che vengono di volta in volta esposte ed articolate. Tenendo comunque presente che tutto ciò non significa che le critiche di volta in volta espresse perdono automaticamente il loro valore se chi le articola può esserne a sua volta fatto oggetto, non sarebbe altro che una fallacia di pertinenza. Ma piuttosto considerando che una divisione del mondo in schieramenti contrapposti – in bianco e nero, in bene e male, in jedi e sith – è qualcosa che spesso dice molto di più a proposito di chi la effettua, che non a proposito di ciò verso cui è rivolta.

E così, partiti con l’idea di capire cosa si è fatto, si finisce col rendersi conto piuttosto di cosa non si è fatto e e di cosa non si vuole fare. O più probabilmente di cosa non si potrebbe fare neppure volendolo. Sulla base di simili premesse, l’unica cosa che sembra onesto dire è che questo non è un blog “contro”. Non a caso, non tutto ciò che viene trattato è soggetto a critiche negative, anzi. Non trattandosi di una rivista e non offrendo recensioni o consigli per gli acquisti in generale, non c’è alcun interesse nel promuovere qualcosa o nel bocciare qualcos’altro. L’unica cosa che forse è possibile trovare tra queste pagine virtuali sono dei tentativi di lettura degli oggetti con cui di volta in volta ci si interfaccia. Una serie di monologhi che spesso non raccontano altro che dialoghi. I giudizi e i valori, le promozioni e le bocciature sono competenze dei tanti maestri che è possibile trovare in giro.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(E. Montale)

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