Archivio febbraio 2012

Cose Dell’Altro Mondo – Francesco Patierno

In seguito agli sconvolgimenti politici e sociali che hanno attraversato i paesi nordafricani nel corso della cosiddetta primavera araba, nonché al conseguente intensificarsi del fenomeno dell’immigrazione clandestina, ancora una volta il cinema italiano ha individuato nel razzismo un tema caldo. E l’interesse è tale da far sì che arrivino ad essere presentati tre diversi film dedicati a questo stesso tema nel corso dell’edizione del 2011 del Festival del Cinema di Venezia. Tra questi è Cose Dell’Altro Mondo, del regista napoletano Francesco Patierno, quello che più di tutti potrebbe essere ricordato come il lavoro che sembra aver incarnato il desiderio di cavalcare i temi del razzismo e dell’immigrazione. Non solo per l’approccio del tutto esplicito utilizzato per affrontare l’argomento, ma anche in virtù delle polemiche che hanno accompagnato le prime proiezioni. In particolare a causa della collocazione geografica scelta per fare da cornice ad un’idea già portata sul grande schermo in una produzione americana. Infatti, trasportando all’interno di un contesto tutto italiano l’idea che fu di Sergio Arau in occasione della realizzazione del suo A Day Without A Mexican, il film prova a lanciare il suo j’accuse nei confronti di una società che da un lato manifesta il suo fastidio nei confronti di blocchi di popolazione individuati come estranei, ma che dall’altro ricoprono importanti ruoli ai fini della sua stessa sopravvivenza. L’idea originale era molto semplice: il regista messicano aveva provato a disegnare lo scenario di una California che un giorno si sveglia priva della popolazione d’origine messicana, con tutto ciò che ne consegue sul piano economico e lavorativo come su quello sociale in generale. Pertanto, sulla base di presupposti analoghi, il regista italiano decide di utilizzare l’idea di un’improvvisa sparizione della popolazione di origine straniera e la trasferisce all’interno di una cornice tutta italiana, immaginando quali problemi potrebbe provocare un simile evento anche per quelle stesse persone che ne invocano l’allontanamento. In pratica si tratterebbe di valutare quali conseguenze potrebbero esserci per la società in generale se per qualche motivo le retoriche populistiche che cavalcano il razzismo dovessero diventare improvvisamente realtà.

Nella cornice del nord-ovest italiano, Libero Golfetto (Diego Abatantuono) è un imprenditore veneto che non fa alcun mistero del suo razzismo nei confronti degli immigrati. Ma mentre da un lato appare in una televisione locale a lanciare anatemi contro gli stranieri che affollano le città italiane, dall’altra non esita ad avvalersi di manodopera straniera sia all’interno della sua fabbrica che a casa sua. Con una disinvoltura disarmante, l’imprenditore non si fa scrupoli ad impiegare come operai in fabbrica o nel ruolo di inservienti e collaboratori domestici quegli stessi immigrati contro i quali inveisce pubblicamente. Inoltre, sebbene non perda occasione per lanciare insulti ed anatemi contro gli stranieri, in privato si intrattiene in una relazione extraconiugale proprio con una prostituta di colore. Ma Libero non è l’unico protagonista del film. Infatti, parallelamente alla sua storia scorrono le vicende di Laura (Valentina Lodovini), la figlia con cui lo stesso Libero non ha rapporti da tempo, e Ariele (Valerio Mastandrea), l’ex-fidanzato della ragazza. Lei è una maestra elementare che aspetta un figlio frutto di una relazione proprio con un dipendente di colore dell’azienda paterna, mentre lui è un poliziotto che non sembra accettare la fine della loro relazione e si trova costantemente preso tra il lavoro ed una madre malata di Alzheimer .

Per tutti e tre i personaggi, come per tutti coloro che li circondano, le cose cambiano radicalmente quando, in quella che sembrerebbe essere una sera come tante altre, va in onda in televisione l’ennesimo monologo razzista di Libero. Dallo schermo dedicato solo a lui, l’uomo invoca uno “tsunami purificatore” che ripulisca le città dalla presenza degli immigrati. Ma questa volta, non si sa se per caso o meno, la sua richiesta viene esaudita. L’indomani, al risveglio, la popolazione scopre che tutti gli immigrati sono spariti senza lasciare tracce. E come tutti anche i tre protagonisti si trovano costretti ad affrontare numerose difficoltà. Svanita nel nulla la badante, Ariele non riesce a trovare nessuno che si prenda cura della madre malata durante le sue assenze. Laura è preoccupata per il padre del bambino che porta in grembo, tanto da chiedere allo stesso Ariele di fare qualcosa per ritrovarlo. E non ultimo Libero, la voce dell’intolleranza che ha lanciato l’anatema via etere, si ritrova ad avere un’azienda paralizzata dalla mancanza di operai e una casa sporca e in disordine per l’assenza di collaboratori domestici. Tuttavia, pur con tutti i problemi che si trova a dover affrontare, la cosa che sembra maggiormente segnare quest’ultimo a livello personale è la sparizione della prostituta con la quale aveva sviluppato un rapporto che per lui non si fermava solo al piano sessuale. Ma i disagi che devono fronteggiare i tre protagonisti sono tutt’altro che isolati. Come loro, tutta la città si ritrova in difficoltà: si accavallano le notizie di fabbriche chiuse per la mancanza di operai, di bar e ristoranti che non riescono a lavorare per l’assenza di camerieri, di raccolti che vanno a male per l’insufficienza di braccianti, di merci ferme per la sparizione di numerosi camionisti e cosi via.

Il messaggio che il film vorrebbe lanciare al pubblico, esattamente come l’originale statunitense, non lascia spazio a dubbi: che piaccia o meno, la questione dell’immigrazione non può essere affrontata semplicemente a suon di slogan più o meno razzisti e di prese di posizione preconcette. E proprio in ragione di questo, la questione che ha sollevato il maggior numero di polemiche riguarda prima di tutto la collocazione geografica scelta come ambientazione. L’abbinamento tra il tema del razzismo ed un imprenditore veneto è stata utilizzata come pretesto da più di un soggetto, politico e non, per rinfacciare alla produzione una presunta equazione tra nord ovest italiano e discriminazione. Quello che non è stato considerato all’interno di simili polemiche, e che invece il film utilizza come proprio presupposto, è il riconoscimento implicito dell’importanza della presenza dei soggetti che poi spariscono nella società in cui vivono e lavorano. Infatti, viene da sé che, affinché possa esserne percepita la mancanza, è necessario che la loro funzione sociale sia riconosciuta, anche solo implicitamente. Chi si è trovato a rivendicare polemicamente il livello di integrazione raggiunto da diversi blocchi di popolazione immigrata nelle città del nord ovest non faceva altro che esplicitare l’ovvio che costituisce la premessa della narrazione: se gli immigrati non fossero parte integrante della società da cui spariscono, il loro svanire nel nulla non sarebbe causa di mancanze, carenze o disagi. E la stessa collocazione della vicenda nell’area del nord ovest industriale, per quanto non una scelta obbligata né l’unica possibile, risulta decisamente aderente alla volontà di far viaggiare in modo parallelo, quasi in modo schizofrenico, integrazione e discriminazione, rapporti umani in privato e slogan razzisti in pubblico.

Tuttavia, al di là delle premesse, o meglio proprio in virtù di queste, il film non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo, ma anzi finisce con l’assumere un profilo estremamente simile a quello che dovrebbe essere l’oggetto della sua denuncia. Proprio come nei monologhi di Libero, anche nel film nel suo complesso gli stranieri risultano pressoché privi di voce, strumenti inerti di forme di propaganda. Nella sua foga di voler denunciare una certa ipocrisia che unisce politiche di sfruttamento sul lavoro a retoriche razziste, il film finisce con il ridurre lo straniero a mero strumento, sia esso di lavoro o di soddisfacimento sessuale. Non solo il film non mette in alcun modo in discussione lo sfruttamento dell’immigrazione, ma anzi la utilizza a sua volta per portare avanti la propria tesi. Le condizioni di vita o di lavoro degli operai, delle badanti e di tutti gli altri non vengono prese in alcuna considerazione, ma anzi si trovano eclissate dai disagi che sorgono al resto della popolazione che si trova a non avere persone disposte a lavorare per compensi bassi o in condizioni prive di determinati requisiti. In linea di massima, l’immigrato viene identificato con l’operaio o con la badante, con la prostituta di colore o con il domestico filippino.

Il film non mette in alcun modo in discussione le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, semplicemente si limita a denunciare il fatto che c’è chi fa propaganda razzista pur in presenza di sfruttamento. Ma l’accusa non si muove mai in direzione dello sfruttamento vero e proprio, ma solo contro il razzismo, sia esso solo di facciata o meno. E così, l’unica differenza che sembra rimanere tra Libero ed il film nel suo complesso è l’adesione a posizioni ideologiche che, per quanto lontane tra loro, comunque non vanno in alcun modo a mettere in discussione una realtà data per scontata. Libero Golfetto nei suoi monologhi utilizza una retorica grevemente razzista, il film di Patierno prende le distanze dal suo personaggio denunciandone l’evidente ipocrisia, ma alla fine nessuno dei due mette in discussione la condizione sociale ed il vissuto delle persone di cui discutono. E il film finisce così per smarrirsi in quella dimensione tipica del politicamente corretto nella quale sembra essere più importante come si definisce una cosa rispetto al trattamento che le si riserva in realtà.

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