Archivio gennaio 2012

Samira Bellil – Via Dall’Inferno

Nell’Ottobre del 2002, Sohane Benziane, una diciassettenne di origine algerina, muore bruciata viva in seguito ad un rogo appiccato dal suo ragazzo, di pochi anni più grande di lei. Il fatto avviene nel locale dedicato alle pattumiere al piano terra di un palazzo di Vitry-sur-Seine, un quartiere popolare nella periferia di Parigi. L’uomo, un piccolo boss di una gang locale, aveva deciso che lei avrebbe dovuto essere la sua donna, e che pertanto avrebbe dovuto obbedire ed adeguarsi alla sua decisione che le imponeva di rimanere segregata in casa. Ma la diciassettenne decise di opporsi e di ribellarsi ad un simile abuso. La reazione dell’uomo fu di cospargerla di benzina e di darle fuoco. Avvolta dalle fiamme, la ragazza riuscì a sopravvivere solo quel tanto che bastava per permetterle di correre fuori in strada e morire davanti a decine di testimoni. Anche in virtù della sua ferocia, il caso attirò su di sé una particolare attenzione, da parte dei media come dell’allora nascente movimento femminista Ni Putes Ni Soumises (“né puttane né sottomesse”), che fece di questa brutale tragedia una bandiera. Coerentemente con il nome adottato, l’obiettivo di tale movimento consiste nel lottare in favore dell’emancipazione femminile all’interno di quelle situazioni di degrado, sociale e culturale, che vedono le donne intrappolate nel ruolo di vittime di violenza fisica, psicologica  e sessuale.

Si tratta di un obiettivo che mostra tutta la sua drammatica importanza quanto più si tiene conto del fatto che quello della diciassettenne arsa viva non è stato altro che un episodio, seppur particolarmente eclatante, all’interno di una realtà in cui la violenza sulle donne rasenta la normalità. Nel contesto di un clima che si nutre con ferocia di paura, silenzio ed omertà, l’accendersi delle luci dei riflettori e dell’attenzione dell’opinione pubblica è uno strumento di lotta formidabile per permettere alle vittime di sentirsi meno sole.  Ed è proprio all’interno di un simile, drammatico contesto che interviene la testimonianza in prima persona di Samira Bellil, che con una lucidità che non risparmia niente e nessuno, prima fra tutto la sua stessa persona, racconta le violenze e le sofferenze patite nel corso della sua vita nella periferia parigina. Spinta dal desiderio di abbattere il muro di silenzio che per anni l’ha isolata all’interno del suo dolore, ad un certo punto della sua vita Samira Bellil decide di mettere nero su bianco le violenze subite nel corso di anni e sbatterle in faccia all’opinione pubblica. E’ così che nasce Via Dall’Inferno (“Dans L’Enfer Des Tournantes“), il racconto della fitta ragnatela di violenze, silenzi, abbandoni, emarginazione e soprusi di cui è stata vittima per oltre un decennio.

Tutto ha inizio quando Samira ha solo tredici anni e si trova ad indossare i panni della “donna” di Jaid, un diciannovenne che già occupa il ruolo di boss del suo quartiere. Cresciuta nell’ambiente degradato delle cités parigine, i quartieri che costituiscono le periferie della capitale francese, Samira non può essere considerata una completa sprovveduta. Ma nonostante tutto il tempo trascorso per strada, la sua giovanissima età non le consente di comprendere i pericoli in agguato nell’ambiente che frequenta, e tanto meno di capire che le attenzioni che Jaid le dedica non sono affatto guidate da impulsi affettuosi. Il che non stupisce se si considera l’intreccio tra traumi e bisogno d’affetto che aveva già lasciato un segno profondo sulla sua esistenza. Andando ancora più indietro negli anni della sua giovane vita, quando era ancora poco più che una neonata, suo padre finì in carcere e sua madre la diede in affidamento perché convinta di non essere in grado di prendersi cura di lei. Samira ebbe così modo di trascorrere i primi cinque anni della sua vita in Belgio, a casa di una coppia affidataria che la trattava con tutta la cura riservata ad una figlia. L’allontanamento dalla realtà dei genitori naturali ha così costituito una delle parentesi più luminose nel corso di un’esistenza largamente dominata dalle ombre. Ed infatti, per tutta la sua vita non smetterà mai di ricordare con un affetto che non di rado sfuma nel rimpianto quella coppia che le ha voluto bene e che l’ha circondata di amorevoli cure. Ma quando i suoi genitori naturali la riportano a casa, la sua vita cambia completamente. Il passaggio dall’ambiente colmo di dialogo e comprensione che aveva trovato in Belgio a quello rigido, autoritario e spesso violento nella casa dei suoi genitori, è traumatico. Qualsiasi disobbedienza o atto giudicato come una mancanza di rispetto viene punito con botte ed insulti. I pugni e i calci sono all’ordine del giorno. E non mancano le occasioni in cui in piena notte si trova ad essere cacciata fuori di casa dal padre ubriaco, che le urla contro e la insegue minacciandola con un coltello. Per evitare l’aria pesante che si respira all’interno delle pareti domestiche, spesso accade che passino più giorni senza che lei faccia ritorno a casa. E’ per tutti questi motivi che quando Samira incontra Jaid, anche se appena tredicenne, per lei la vita da strada e i suoi rischi non sono affatto  oggetti astratti. Ma nonostante tutto ciò, non riesce a rendersi conto in tempo dell’inferno nel quale sprofonderà per aver frequentato quella banda di ragazzi. Pur conoscendo la cattiva fama che li circonda, l’ingenuità e la ricerca di calore umano non le permettono di comprendere che sta scambiando lo sfruttamento e l’abuso per  quelle attenzioni che non trova dentro casa.

Sembra un giorno esattamente come i tanti altri che l’hanno preceduto, quando assieme ad un’amica riesce ad accaparrarsi un paio di costose scarpe alla moda utilizzando un assegno falso. Mentre torna a casa con le amiche decide di passare da Jaid, come al solito in strada con la sua gang, per sfoggiare il nuovo possesso. Come diverse altre volte in passato, lui si apparta con lei in uno scantinato per fare sesso, e una volta consumato il rapporto lei riprende la strada di casa. Ma questa volta ad attenderla ci sono gli amici di lui che la aggrediscono e cominciano a pestarla selvaggiamente. Perlomeno fino a quando non interviene K., uno dei soggetti più grossi e temuti della compagnia, che si fa largo tra la grandine di botte che continuava ad abbattersi sulla ragazzina. L’aggressione del branco si interrompe, ma il sollievo ha vita molto breve. A sua volta, K. la conduce a casa sua a suon di botte dove la costringe a vedere un film porno e le ordina di fare quello che osserva sullo schermo. Sottomessa con la violenza e incapace di reagire per la paura, lei obbedisce nella speranza che lui finisca presto e la lasci andare via. Tuttavia l’incubo della ragazza è appena all’inizio: due amici del suo rapitore si uniscono a lui e trascorrono la notte ad abusare di lei, violentandola e seviziandola. Quando il mattino dopo lui la lascia andare per la sua strada, lei è sconvolta e non sa cosa fare. Per quanto giovane, conosce bene la cultura all’interno della quale è vissuta e sa bene che parlarne con i genitori non farebbe altro che aumentare la sua umiliazione. Non solo non cercherebbero di aiutarla, ma anzi non esiterebbero ad incolparla per la situazione in cui si è cacciata. Senza contare il fatto che teme eventuali ritorsioni nei confronti della sua persona e di tutta la sua famiglia. Decide pertanto di cambiare le sue abitudini:  tiene un profilo basso e circospetto ed evita accuratamente di avvicinarsi alle zone frequentate da Jaid e i suoi. Ma tutto questo non è sufficiente ad evitare che K. la incroci un’altra volta lungo il suo cammino. E’ passata appena qualche settimana dalla notte degli abusi, quando lui la incontra sul treno e la blocca. Lei cerca di liberarsi e chiede aiuto ai presenti ma nessuno interviene. Lui la trascina via con sé in un palazzo isolato dove ha modo di violentarla ancora una volta. E anche questa volta Samira decide di non denunciare il suo violentatore e di non dire nulla alla sua famiglia per il senso di colpa che la tormenta. Pur essendo la vittima, la vergogna, la paura di ritorsioni e vendette e i sensi di colpa dominano le sue scelte.

Ma ciò non impedisce che la notizia della “festa” che le è stata fatta si diffonda rapidamente in giro per il quartiere. Samira prende così coscienza di essere finita nell’inferno dei tournantes, le “feste” in cui i gruppi di uomini fanno girare la vittima di turno, una ragazza marchiata dall’infamia di essere una di facili costumi e quindi indegna di qualsiasi rispetto, e ne abusano a rotazione. A partire dall’iniziale isolamento che si consuma nel tentativo di superare e dimenticare, la sua odissea presto inizia a sprofondare in un vortice di autodistruzione i cui ingredienti saranno la vita di strada, le comunità per ragazzi difficili, l’abuso di droghe, e molto altro. Samira cerca solo di tutelarsi e dimenticare, ma è proprio quando si trova coinvolta in una denuncia contro il suo violentatore che le cose iniziano a peggiorare in modo inarrestabile, dimostrando che il suo silenzio in famiglia era motivato. Quando due ragazze, anche loro vittime di violenze sessuali da parte degli stessi individui che avevano abusato di lei, si presentano a casa sua chiedendo di parlarle per chiederle unirsi alla loro azione legale, il padre reagisce esattamente come immaginava la ragazza: con malcelato disprezzo nei confronti di quella figlia che, a causa del suo comportamento, si è trasformata in una fonte di vergogna per lui e per tutta la sua famiglia.

Per molto tempo in casa regna un’atmosfera soffocante: il padre alterna i suoi sguardi pieni di ostilità e disprezzo alle esplicite accuse di essere una causa di disonore, vergogna e disagi. Proprio nel luogo che avrebbe dovuto rappresentare un rifugio Samira viene trattata come una colpevole anziché come una vittima, perlomeno fino a quando il genitore non prende la decisione di sbatterla fuori di casa. E purtroppo per lei questa non sarà affatto l’ultima volta in cui avverrà una simile inversione di ruoli. Infatti è lo stesso trattamento che le sarà riservato quando, a diciassette anni, verrà nuovamente violentata da due uomini su una spiaggia algerina, in occasione di una serata con un amico durante una vacanza con la madre. Non solo avrà modo di osservare nelle persone che la circondano lo sguardo pieno di riprovazione di chi pensa che se la sia “andata a cercare”, ma le stesse forze dell’ordine presso le quali proverà a sporgere denuncia contro i suoi aggressori liquideranno il suo caso come indegno di attenzione nel momento stesso in cui lei spiegherà cosa stava facendo sulla spiaggia (era uscita di sera con un amico che non era il suo uomo), e soprattutto quando ammetterà di non essere vergine.

Ma quale sarebbe questa colpa che la insegue ovunque, a casa come in strada? Quale sarebbe la ragione a causa della quale il mondo in cui vive rifiuta ostinatamente di riconoscere i segni della sofferenza sul suo corpo di vittima, perfino quando questo urla tutto il suo dolore contorcendosi in preda a violente convulsioni epilettiche? Quale sarebbe il fattore che porterebbe, in alcuni casi, perfino altre donne a solidarizzare con i suoi aguzzini? La risposta non può essere univoca e non può affondare le proprie radici solo nella vicenda di Samira. Infatti, seppure con tutte le differenze che emergono di volta in volta, la storia di Samira è anche quella di altre ragazze che conosceva, e più in generale di tutte quelle che hanno affrontato il calvario di violenze analoghe se non peggiori. La sua è anche anche la storia di Sohane che viene bruciata viva, di Samia che tra il 1999 e il 2000 subisce per mesi abusi e sevizie da una parte di una ventina di persone, fino a quando non sprofonda nella follia. E’ una storia che si estende oltre i confini della sola Francia per andare ad abbracciare le tante ragazze che subiscono abusi e cercano di ribellarsi e denunciare, come anche le molte altre che subiscono in silenzio la loro condizione, strette nella morsa della paura e della vergogna. In pratica è la storia di tutte quelle donne che finiscono vittime di stupri, di gruppo o meno, perché si truccano, oppure si vestono in modo appariscente, o magari si comportano in modo “troppo” emancipato. Oppure perché semplicemente escono e vanno in giro da sole anziché rimanere in casa a prendersi cura degli uomini e della famiglia di cui fanno parte.

Sulla base di simili presupposti non è difficile comprendere come sia possibile che simili atti di violenza possano trovare comprensione e giustificazione anche da parte di altre donne. All’interno di un contesto nel quale la rispettabilità di una donna è direttamente proporzionale alla sua prossimità ad una o più figure maschili, quelle come Samira, quelle che si truccano e si vestono in modo moderno, quelle che vanno in giro da sole, vengono giudicate come delle poco di buono, puttane provocatrici, ragazze che “se la sono andata a cercare”. Una ragazza che esce da sola, anziché stare a casa e comportarsi secondo le regole che sarebbe tenuta a rispettare, viene giudicata come una che provoca. L’esibizione della femminilità e la rivendicazione di indipendenza sono atti che vanno contro un ordine sociale che vede la donna come sottomessa all’uomo. E tutte quelle che non rispettano una simile gerarchia vengono giudicate come puttane alla mercé di chiunque voglia approfittarne. O puttane o sottomesse, appunto. Il corpo femminile è il terreno di battaglia dove entrano in collisione istanze contrapposte: le eventuali aspirazioni di emancipazione da parte di singole donne contro una o più collettività che non intendono rinunciare al proprio potere. Ovviamente tutto ciò non vuol dire che l’emancipazione passi necessariamente attraverso l’esibizione del corpo attraverso vestiti sensuali o comunque appariscenti. Si tratta piuttosto della possibilità da parte di ogni donna di poter scegliere se farlo o meno, ed in quali occasioni, senza per questo essere additate come “puttane” senza valore di cui è possibile abusare senza conseguenze.

La storia di Samira, dalle sue fughe di casa che precedono le violenze sessuali, fino al riconoscimento delle sue ragioni in sede giudiziaria e alla pubblicazione del libro, è tutta all’insegna della ricerca dell’autodeterminazione e del riconoscimento da parte degli altri. E i nemici contro cui ha dovuto lottare duramente sono stati il silenzio e il mancato riconoscimento delle sue rivendicazioni. Proprio a partire da piccole cose come l’uscire di casa da sola o il vestirsi secondo le sue preferenze, tutta la sua storia è una lotta contro i giudizi e le accuse da parte di blocchi di persone che anteponevano i loro valori alle sue scelte: un’intera collettività pronta a marchiarla nell’infamia come puttana indegna del seppur minimo rispetto. E’ la stessa accusa che le viene lanciata dai suoi genitori che non accettano i suoi desideri di indipendenza, da tutte le donne che giudicano questa sua intraprendenza come il comportamento di una “puttana” che gioca con i desideri degli uomini e li provoca, ed ovviamente anche da parte di tutti gli uomini che dopo averne abusato si giustificano affermando che se una si comporta così allora “l’ha voluto” oppure “se l’è cercata”. E’ la storia di tutte quelle donne che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, a non essere costrette a sottomettersi ai diktat da parte di altri uomini – o anche di altre donne – e senza per questo essere giudicate “puttane” indegne di qualsiasi rispetto (o diritto). Perché uno degli elementi principali di cui si nutre la sottomissione è la delegittimazione dell’individualità e del diritto delle singole persone a disporre di sé e del proprio corpo come meglio credono o ritengono opportuno. Ed in tal senso, l’importanza della testimonianza di Samira Bellil non risiede solo nel suo puntare l’obiettivo su un maschilismo di ritorno che ribolle e si diffonde nel degrado e nel silenzio, ma anche e soprattutto nel mostrare come ancora oggi, proprio in una delle patrie dell’uguaglianza europea, certi valori e certe tradizioni riescano a sfruttare tutto l’armamentario morale di cui dispongono per diffondersi e cercare forme di consenso e di legittimazione.

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