Archivio ottobre 2011

Stieg Larsson – Uomini Che Odiano Le Donne

Sulla base di una struttura che unisce la tensione del thriller con i meccanismi del giallo classico, Stieg Larsson – giornalista ancora prima che romanziere – costruisce questo primo capitolo della trilogia Millennium come un gioco ad incastri nel quale la trama principale, il mistero che i protagonisti sono chiamati a risolvere, si rispecchia costantemente nello sfondo sociale ed economico della società in cui è ambientata. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander sono i due personaggi attraverso i cui occhi è possibile gettare uno sguardo in modo trasversale sul paese di provenienza dell’autore. Mikael Blomkvist è uno dei proprietari del giornale economico Millennium, un giornalista che in seguito ad una condanna per diffamazione a mezzo stampa ai danni del finanziere Hans-Erik Wennerstrom, decide di lasciare il suo posto in redazione per proteggere il giornale da vendette, danni e ripercussioni di vario tipo. Un vecchio magnate dell’industria svedese, Henrik Vanger, decide di approfittare della situazione e di contattarlo per indagare sulla misteriosa sparizione di sua nipote Harriet, scomparsa nel nulla quasi quaranta anni prima. La riluttanza del giornalista ad accettare il caso è molta, ma l’industriale gli fa un’offerta che pensa non potrà essere rifiutata: una lauta ricompensa oltre ad una serie di informazioni in grado di inchiodare il finanziere contro cui ha perso in tribunale. Si tratta di due fattori che combinati risulteranno determinanti nello spingere il giornalista ad accettare l’incarico e a trasferirsi a nord, nell’isolotto dove risiede la famiglia Vanger – anche perché trovandosi in attesa di scontare i tre mesi di carcere a cui è stato condannato, la sua carriera sembra essersi impantanata. E coerentemente con la sua tutt’altro che celata riluttanza, anche dopo aver accettato il caso Mikael sembra lavorare più per il suo senso del dovere nei confronti dell’impegno assunto che non per l’effettiva convinzione di poter giungere ad un qualche risultato. Perlomeno fino a quando un’improvvisa intuizione non gli permetterà di imprimere una svolta alle indagini, il cui risultato finale sarà determinato in modo decisivo dalla collaborazione da parte dell’altra protagonista della storia, Lisbeth Salander.

Dotata di una memoria fotografica e di capacità informatiche fuori del comune, la ragazza si presenta come un’esile venticinquenne con le fattezze di una minorenne anoressica e con un carattere tutt’altro che facile. Tratti comportamentali riconducibili ad una forma di Sindrome di Asperger si innestano su solide difficoltà relazionali con chi le sta intorno che sembrano affondare le loro radici in un vissuto personale tanto misterioso quanto problematico. Quella della ragazza è una storia che continua a condizionarne la vita non solo sul piano psicologico, ma anche su quello pratico: infatti su di lei grava una sentenza in base alla quale è stata giudicata incapace di autogestirsi e pertanto bisognosa di tutela legale. Dovendo vivere costantemente sotto controllo, Lisbeth si trova quindi nella condizione di non poter gestire in autonomia la sua vita, a tal punto da non poter disporre nemmeno dei soldi che guadagna con il suo lavoro e dei suoi risparmi senza il consenso del tutore che le è stato assegnato. Un fatto, questo, che la ragazza si trova costretta a fronteggiare in tutta la sua crudezza nel momento in cui muore l’avvocato che da anni aveva in carico la sua pratica (e che le aveva garantito ampi margini di autonomia) e lei si trova ad essere affidata ad un altro legale che, sotto un’inattaccabile apparenza di rispettabilità, si rivela essere un maniaco.

La storia si svolge su tre livelli che scivolano parallelamente l’uno sull’altro. Il piano delle rispettive vicende personali di Mikael e Lisbeth, il piano del caso relativo alla scomparsa di Harriet Vanger, e quello delle indagini sul finanziere Wennerstrom. Sebbene l’architettura del romanzo utilizzi i pilastri del giallo classico, in una sorta di enigma della camera chiusa i cui confini si allargano a quelli dell’isolotto dove molto tempo prima è avvenuta la scomparsa della ragazza, la narrazione di Larsson risente della sua formazione professionale e di un giornalismo inteso come tendenza a grattare in superficie per aprire delle scalfitture nelle apparenze e per far affiorare l’oscurità che si agitava al di sotto di esse. Inizialmente Mikael e Lisbeth vengono presentati come personaggi quasi monolitici: solido moralmente ed integerrimo sul piano professionale l’uno, dura ed apparentemente imperturbabile l’altra. Tuttavia, anche se per motivi differenti, entrambi usciranno dalla vicenda con meno certezze di quante ne avessero all’inizio. Le debolezze, la corruzione ed il marcio che i due si troveranno a fronteggiare lasceranno dei segni indelebili nelle loro vite. Alla fine Mikael mostrerà un volto meno irreprensibile di quello che aveva all’inizio (arrivando a tradire i suoi stessi principi), così come Lisbeth si troverà a dover gestire nuove crepe nella corazza della sua durezza solitaria. Ma è soprattutto scavando nel passato e nel presente della famiglia Vanger che i due si trovano a dover fronteggiare quanto di torbido si agiti sotto uno strato di rispettabilità. Ed un discorso analogo vale anche per Wennerstrom, il mondo della finanza e la società in generale all’interno della quale agiscono.

I tre livelli su cui si muove la narrazione sono anche le tre principali prospettive attraverso cui Larsson cerca di mettere a fuoco uno stesso modello di violenza che si esercita in ambienti diversi e con modalità di volta in volta differenti. La scelta dell’autore di intervallare la narrazione con l’inserimento di brevi statistiche relative alla realtà della violenza sulle donne in Svezia ha l’esplicito e preciso compito di ricordare al lettore che per quanto la storia sia un frutto dell’immaginazione, il problema cui fa riferimento è reale e molto più diffuso rispetto a quanto venga pubblicizzato. Non a caso, sono proprio il silenzio e l’isolamento che circondano le vittime a rivestire un ruolo fondamentale nel proliferare della violenza narrata nel romanzo. Tanto sul piano personale dei singoli protagonisti, quanto su quello famigliare o su quello sociale in senso lato, la violenza sulle donne è l’archetipo di una forma di sopraffazione che si nutre di prepotenza brutale come della muta complicità di chi fa finta di non vedere o di chi decide di non guardare. Un solido filo rosso lega il mondo della finanza nel quale quello che da molti viene considerato un criminale può agire indisturbato, e quello di una famiglia come i Vanger all’interno della quale si è consumata la sparizione di Harriet. E non si tratta della sola appartenenza di entrambi i nomi ai vertici più alti dell’economia svedese. Il silenzio dei giornalisti che, per ipocrisia o per tornaconto personale, si guardano bene dal ficcare il naso nell’universo industriale targato Wennerstrom trova il suo analogo nell’ostilità che un nutrito numero di esponenti della famiglia Vanger non lesina al giornalista di fronte alla sua sempre più cocciuta ostinazione nel voler portare avanti l’incarico che gli è stato affidato.

Inizialmente Mikael si scontra frontalmente con l’establishment del suo paese nel tentativo di portare alla luce il malaffare che si agita dietro la facciata di una rispettabile legalità, ed in modo simile dovrà fronteggiare aggressività e risentimento nel momento in cui comincerà a spingersi oltre l’immagine pubblica della famiglia Vanger, scoprendo la storia piena di cattiverie, meschinità, invidia, quando non anche crudeltà e malvagità, che si colloca alle spalle dell’altisonante cognome. E non priva di ulteriori analogie si muove la vicenda di Lisbeth, che si trova ad aver a che fare con un tutore legale maniaco senza poter contare sull’appoggio di alcuna istituzione (dai tribunali che l’hanno privata dell’autonomia alla polizia nei confronti della quale non nutre alcuna fiducia). Tra uomini che odiano i propri famigliari (e non solo) in virtù di adesioni ad ideologie violente e razziste, tutori legali che sfruttano la posizione che occupano per abusare delle persone di cui invece si dovrebbero prendere cura, giornalisti che si trasformano in cassa di risonanza al servizio di quegli stessi organi su cui dovrebbero indagare e che dovrebbero denunciare pubblicamente, Larsson non mira a criticare le istituzioni in quanto tali, ma sembra piuttosto deciso nel voler mostrare come queste possano essere utilizzate per nascondere i problemi anziché risolverli – come se l’esistenza stessa di istituzioni che dovrebbero garantire e tutelare i più deboli fosse sufficiente ad assicurarne l’effettivo buon funzionamento. Ma il potere di assolvere un determinato compito non implica in modo necessario che tale compito venga effettivamente assolto, o che al contrario non possa essere utilizzato per fare l’esatto opposto.

Con Uomini Che Odiano Le Donne, Larsson alza il sipario su una forma di ipocrisia che sembra attraversare in modo sotterraneo la società svedese ad ogni livello. Ed il successo editoriale che è riuscito ad ottenere in tutto il mondo testimonia di come non si tratti di una malattia che riguarda solo questo paese. Infatti anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una scatola cinese che rimanda a quella che la contiene: la società svedese non è altro che una scatola all’interno di quella occidentale in generale. Non si tratta di un atto di accusa nei confronti della società svedese in quanto tale, né di riflesso nei confronti di quelle occidentali in generale, quanto piuttosto di un tentativo di presa di coscienza della loro permeabilità. Perché non basta creare leggi ed apparati istituzionali per garantirne il funzionamento, e soprattutto per impedirne l’abuso e la loro corruzione. Soprattutto se si considera che il potere di nuocere impunemente da parte di un soggetto che si muove sulla base del riconoscimento ufficiale della sua autorità sulla vittima è tanto più terribile quanto maggiore è il potere di cui dispone (come, per esempio, di privarla della sua libertà). La vicenda di una Lisbeth in balia di un maniaco che a sua volta può contare sulla forza che gli deriva dalla sua posizione sociale, dalle leggi che regolamentano la sua autorità sulla vittima, e perfino dalla maggiore credibilità della sua parola in qualità di stimato avvocato rispetto a quello di una ragazza problematica giudicata incapace di autogestirsi, è l’ennesima riproposizione dell’antica questione sintetizzata da Giovenale con l’interrogativo a proposito di chi sorveglia i sorveglianti stessi. Perché non basta offrire diritti e garanzie ai cittadini per tutelarli, se prima di tutto non li si mette in condizione di proteggersi dai possibili abusi compiuti da chi può amministrarli godendo di un’autonomia che sconfina nell’arbitrarietà.

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José Saramago – Saggio Sulla Lucidità

Uno dei temi ricorrenti che accompagnano l’approssimarsi di una consultazione elettorale è l’invito, da parte di tutte le forze politiche coinvolte nella competizione, a non disertare le urne. Non importa quanto possano essere distanti, se non antitetiche, le posizioni dei diversi partiti o movimenti a proposito dei più vari temi ed argomenti: di fronte alla necessità di invitare il corpo elettorale a svolgere il compito al quale viene chiamato, la durezza della lotta per il potere lascia spazio alla concordia comune. I contrasti che emergono durante il corso di una competizione elettorale possono manifestarsi in molteplici campi e temi – politici, sociali, economici o altro ancora – ma l’invito rivolto agli aventi diritto a recarsi alle urne non solo non viene messo in discussione, ma anzi risulta essere una sorta di zona franca all’interno della quale è vietato qualsiasi conflitto, una specie di terreno consacrato dove è vietato usare qualsiasi tipo di arma o violenza. E all’interno di orizzonti sociali, come quelli costituiti dalle moderne democrazie (occidentali e non), dove lo stesso meccanismo del voto è soggetto ad innumerevoli variazioni da un paese all’altro (o anche all’interno di uno stesso paese da una tornata elettorale all’altra, o a seconda dell’oggetto di consultazione), il fatto che l’invito a non disertare le urne unisca schieramenti anche molto distanti tra loro svela una natura comune. E’ quindi sulla base di simili premesse che potrebbe sorgere un interrogativo: cosa potrebbe accadere se improvvisamente una larga maggioranza degli aventi diritto decidesse di non votare o di votare a scheda bianca? Una possibile risposta viene offerta da José Saramago nel suo Saggio Sulla Lucidità, il romanzo che ritorna nell’ambientazione dove avevano avuto luogo le vicende di Cecità per seguire gli eventi successivi ad una consultazione elettorale che vede le urne sommerse da schede bianche.

Il tutto ha inizio in quella che avrebbe dovuto essere una normale giornata di elezioni. Nelle prime ore di apertura i seggi si trovano ad essere largamente disertati dagli elettori. Ma l’intensa ed incessante pioggia che non sembra avere intenzione di fermarsi offre un più che naturale alibi all’anomalia. Poi, quando durante il pomeriggio smette finalmente di piovere, il tutto sembra tornare gradualmente alla normalità, con anzi i cittadini che affollano ordinatamente in fila i seggi elettorali. Le code sono talmente lunghe che il governo si ritrova ad essere ben felice di permettere di votare ancora un paio d’ore oltre il limite previsto per la fine delle operazioni. Ma quello che al termine dello scrutinio attende i mass media, le forze dell’ordine, lo stesso governo e tutto il paese in generale è un risultato imprevedibile ed inspiegabile: oltre il 70% dei cittadini della capitale ha votato scheda bianca. Il governo guidato dal pdd (partito di destra), con l’appoggio (o comunque la non contrarietà) del pdm (partito di mezzo) e del pds (partito di sinistra), decide quindi di indire nuove elezioni invitando la cittadinanza ad una maggiore “responsabilità”. Tuttavia anche in occasione di questa nuova tornata elettorale il verdetto che esce dalle urne non solo non smentisce quanto accaduto in precedenza, ma lo ribadisce con maggiore forza: questa volta il numero delle schede scrutinate che risultano essere bianche supera abbondantemente l’80%. La controffensiva del governo, già iniziata in modo tutt’altro che timido nell’intervallo di tempo tra le due consultazioni, si intensifica ulteriormente. Inizialmente i biancosi (come vengono definiti i misteriosi elettori della capitale che hanno votato scheda bianca) vengono additati all’opinione pubblica del resto del paese come esponenti di una misteriosa associazione criminale avente come scopo la sovversione dell’ordine costituito. Molti esponenti delle forze dell’ordine vengono incaricati di spiare i cittadini alla ricerca di qualche indizio che permetta di dare un volto ai responsabili di questa incresciosa situazione. Centinaia di cittadini sospettati di aver votato scheda bianca vengono prelevati con la forza, imprigionati, interrogati e torturati dalle forze dell’ordine con il solo scopo di arrivare a fornire una qualche consistenza a quello che invece sembrerebbe essere nient’altro che un sospetto. Ma per quanto il governo si affanni alla ricerca di un colpevole, tutte queste azioni si scontrano con la completa impossibilità di entrare in possesso del più fragile indizio. Il governo decide quindi di abbandonare la capitale ed isolarla dal resto del paese dichiarandola soggetta allo stato d’assedio. E per rafforzare la tesi del complotto e dell’azione sovversiva agli occhi dell’opinione pubblica del paese, il ministero degli interni organizza un attentato nella metropolitana della città, con lo scopo di addossare la responsabilità ai biancosi. Ma anche questa non porta ad alcun risultato: nonostante l’assenza di forze dell’ordine e di istituzioni sul suolo cittadino, gli abitanti della capitale riescono a continuare a vivere in uno stato di pacifico ordine. La situazione sembra destinata ad uno stallo perdurante, perlomeno fino a quando una lettera inviata alle massime autorità dello Stato non segnala l’esistenza di una donna (la moglie di un medico) che quattro anni prima, durante l’epidemia di cecità bianca, non aveva perso la vista. Il ministro degli interni decide così di fare in modo che questa venga pubblicamente condannata come responsabile del complotto delle schede bianche. Perché quello che appare evidente ai suoi occhi e a quelli del governo in generale è che un responsabile deve essere trovato, non importa se questo lo sia veramente o meno.

Nel romanzo di Saramago non è importante conoscere le ragioni che hanno spinto la cittadinanza ad una simile forma di astensione collettiva, esattamente come era irrilevante in Cecità scoprire quali fossero le cause della perdita della vista e della sua diffusione. Quello che invece conta è mostrare cosa accade in seguito a tali accadimenti, il filo rosso che lega la reazione del potere di fronte all’evento straordinario che gli si para davanti in un caso come nell’altro. Determinato, prima di tutto, a preservare sé stesso, il governo decide di adottare come prima contromisura l’isolamento di quello che viene visto come un focolaio di infezione. Se in passato i primi ciechi erano stati internati in quanto considerati portatori di un morbo sconosciuto, nel presente gli elettori che hanno votato scheda bianca vengono rinchiusi nella loro stessa città attraverso la dichiarazione dello stato d’assedio. Nonostante non ci sia alcuna prova dell’esistenza di un oscuro ed impenetrabile complotto, i cittadini della capitale si trovano a fronteggiare un provvedimento simile a quello di chi è stato contagiato da una malattia oscura e mortale. Tuttavia, allo stesso tempo, c’è una profonda differenza che segna una radicale biforcazione tra i due eventi: nel caso delle elezioni non c’è alcuna irruzione da parte di agenti esterni (come nel caso della cecità bianca) destinati a sconvolgere il tessuto sociale, dato che i cittadini non fanno altro che avvalersi di un diritto che viene loro riconosciuto dalle stesse leggi dello Stato di cui fanno parte. Per questo motivo, malgrado la presenza di personaggi comuni, quello sulla “lucidità” è un saggio profondamente differente da quello sulla “cecità”, tanto da apparire più come un completamento che non come un seguito.

I rapporti di potere nelle moderne democrazie occidentali rappresentano il cuore di una vicenda che si affaccia su una realtà fatta di false scelte e libertà formali il cui scopo è occultare un fitto intreccio a base di menzogne, violenza e sopraffazione. Quasi come fosse una dimostrazione per assurdo, Saramago prende un diritto di cui i cittadini solitamente non si avvalgono per mostrare cosa potrebbe accadere se all’improvviso cambiassero idea. Quella che si agita alle spalle dell’aperto contrasto narrato da Saramago (tra chi si astiene o comunque decide di non dare a nessuno il suo voto e chi invece ambisce ad ottenerlo per consolidare il suo potere) è una quotidianità a base di diritti dichiarati e poi non garantiti (quando non apertamente calpestati), di un rispetto delle libertà dei cittadini solo nella misura in cui questi accettano di non avvalersene fino in fondo. Nascondendosi dietro l’alibi della tutela di un bene comune che non appare in alcun modo minacciato, il potere agisce prima di tutto per tutelare se stesso, e non esita ad avvalersi dell’uso della violenza su persone che non risultano aver compiuto alcun crimine pur di garantire i propri equilibri. Appare chiaro che agli occhi del governo la sovranità appartiene al popolo solo ed esclusivamente nella misura in cui accetta di privarsene delegandola attraverso il voto, permettendogli così di esercitare concretamente potere. L’atto sovversivo della cittadinanza che decide di non cedere il proprio consenso a nessuna delle forze politiche in gioco consiste nella sua scelta di non trasferire la propria quota di sovranità.

Nel gioco della rappresentanza, il potere del governo e la violenza che eventualmente utilizzerà si giustificano sulla base della legittimazione in sede elettorale. Diventa quindi completamente secondario il votare per un partito di maggioranza o uno di opposizione: la legittimazione del potere avviene attraverso l’atto stesso del votare – indipendentemente dalla formazione a cui tale voto viene dato. Votare per un partito piuttosto che per un altro significa in ogni caso rinnovare l’accettazione dell’idea che alla fine un candidato vincerà e potrà governare. Ma l’astensione dalla scelta respinge l’idea stessa della delega, del riconoscimento di una rappresentanza alla quale cedere il governo. Questo il motivo per cui al governo non rimane altro che lasciare la città dalla quale non è stato eletto. Privato della benedizione della maggioranza dei cittadini, il governo lascia la capitale per ritirarsi in una parte del paese che l’abbia riconosciuto come tale. E attraverso gli inganni, i crimini, le censure ed i complotti che ordisce ai danni dei suoi cittadini, mostra il suo vero volto: quello del tiranno che tollera il dissenso fintanto che questo non va in qualche modo a scalfire la sua autorità. Di fronte alla scelta della popolazione di non cedere la propria sovranità, il governo non esita a mostrare il suo volto più violento, quello di chi possiede il monopolio dell’uso della forza.  E una volta squarciato il velo dell’ipocrisia relativo alla sovranità popolare, non passa molto tempo prima che vada incontro ad un analogo destino anche la questione dell’uso della forza. Perché alla fine, nel gioco di crimini e menzogne ai danni della stessa popolazione, non solo il governo mostra come la sua accettazione della sovranità popolare si basa sull’entusiasmo con cui i cittadini non esitano a cederla in delega, ma fa vedere anche come ritenga l’uso della forza una possibilità di cui avvalersi per riprendere quella sovranità che non gli è stata riconosciuta.

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