Archivio settembre 2011

The Yes Men Fix The World – The Yes Men

Andy Bichlbaum e Mike Bonanno, meglio noti alle cronache internazionali come “Yes Men”, sono una coppia di attivisti mediatici che ha deciso incrociare la propria strada con quella dei colossi dell’economia mondiale. Il loro scopo esplicito consiste nell’esibirne la cinica crudeltà e la spietata avidità, e The Yes Men Fix World è il lungometraggio che (su invito da parte degli stessi autori) può essere trovato facilmente su Youtube e condiviso nei circuiti di filesharing. Si tratta di un lavoro che raccoglie alcune delle loro azioni a danni di multinazionali e grosse corporazioni in generale, mostrate in sequenza con un fine comune che si fa sempre più chiaro nel corso della visione: diradare la nebbia di ipocrisia che circonda le azioni e le comunicazioni di queste. Ma a differenza della maggior parte degli autori che negli ultimi anni si sono cimentati con il cinema documentaristico, l’approccio adottato dal duo è profondamente differente. Per quanto presenti ed accurati, i dati esibiti nel corso del film non ne rappresentano l’aspetto principale. Costituiscono piuttosto lo premessa, il contesto che è necessario conoscere per comprendere ciò che accade. Infatti, lo scontro con i mastodontici apparati comunicativi delle multinazionali non avviene semplicemente attraverso l’argomentazione finalizzata alla confutazione delle menzogne, o magari attraverso l’esposizione di un punto di vista opposto in grado di metterne in luce storture e difetti vari. Piuttosto, attraverso un mix che unisce trolling e spirito zingaresco (perlomeno nell’accezione che a tale termine veniva fornito da Mario Monicelli in Amici Miei), la loro azione si concretizza in una forma di attivismo che rispolvera tutta l’eleganza dei Ragionamenti e delle Dimostrazioni Per Assurdo. I due non cercano di mostrare il vero volto dei soggetti con cui entrano in contatto smascherandoli. Al contrario, a partire dalle menzogne che questi pubblicamente diffondono attraverso spot pubblicitari e campagne di marketing, mettono in piedi una serie di bufale per costringere i loro avversari ad uscire allo scoperto e mostrarsi per quello che sono in realtà.

Le loro strategie si basano su un uso tanto semplice quanto efficace dei mezzi di comunicazione. A partire da siti fasulli che assomigliano a quelli veri presi di mira come dall’organizzazione di eventi farsa sotto l’insegna di marchi sui quali non hanno la benché minima titolarità, Bichlbaum e Bonanno si infiltrano nel mondo della comunicazione spacciandosi per autorevoli esponenti del mondo degli affari. Sebbene l’obiettivo unico delle grandi multinazionali sia accumulare utili e profitto indipendentemente dai costi in termini di risorse umani ed ambientali, ogni anno queste stesse investono milioni di dollari in campagne pubblicitarie finalizzate al mostrare al pubblico un volto umano, animato dal desiderio di progresso e di un futuro migliore. Vien da sé che quest’ultimo aspetto non è altro che una più o meno convincente forma di cosmesi atta a nascondere un volto contorto da un’insaziabile fame di ricchezza. Ma cosa accadrebbe se, qualche volta, alle parole animate di buone e nobili intenzioni facessero seguito anche dichiarazioni mirate ad agire in modo concreto? Dalla presa di posizione della Camera di Commercio statunitense contro il Protocollo di Kyoto, alle politiche messe in atto dalla DOW Chemical a proposito del disastro di Bophal nel 1984, fino alla gestione della ricostruzione di New Orleans in seguito alle devastazioni provocate dall’uragano Katrina nel 2005, cosa accadrebbe se si spingesse l’acceleratore sulla strada della retorica a base di benessere e sviluppo su cui si basano le campagne pubblicitarie per spingersi nel terreno dell’impegno concreto? La risposta è semplice: un violento ed improvviso voltafaccia che mostra come in realtà si tratta solo di propaganda utile solo nella misura in cui può contribuire ad incrementare i profitti.

Quando nel 2004, in occasione del ventennale del disastro occorso a Bophal, in India, Andy Bichlbaum si presentò davanti alle telecamere della BBC indossando i panni di un certo Jude Finisterra, portavoce della DOW, e annunciando che la compagnia avrebbe risarcito le vittime e provveduto a decontaminare il sito della fabbrica a sue spese, la reazione immediata dei mercati fu quella di un crollo dei titoli in borsa. Nel giro di meno di due ore la DOW aveva prontamente provveduto a comunicare come la notizia fosse priva di fondamento e la bufala era stata così smascherata. Ed è qui che sorge nella sua disarmante semplicità il primo (retorico) interrogativo generato all’azione degli Yes Men: fin da bambini viene insegnato che a fare del bene si ricevono ricompense mentre a fare del male si ottengono punizioni, quindi perché la DOW si trova ad esser stata punita dai mercati per una dichiarazione che le attribuiva l’intenzione di fare qualcosa di buono per le migliaia e migliaia di persone che da vent’anni soffrono gravemente a causa di una fuoriuscita di sostanze tossiche? Non è necessario articolare una risposta chiaramente perché tale risposta è già contenuta nelle reazioni dei consigli di amministrazione come degli agenti di borsa e degli investitori: per tali soggetti, le sofferenze degli abitanti di Bophal non contano assolutamente nulla. Esattamente come non contano nulla per chi ha investito nella ricostruzione di New Orleans le condizioni di chi da un giorno all’altro si è ritrovato ad aver perso tutto. Con la beffa che si aggiunge ai danni provocati dall’uragano, in questo caso, di una serie di provvedimenti imposti ad una popolazione ancora frastornata dal disastro naturale, in coerenza con i principi della dottrina Shock And Awe. Infatti, per venire incontro agli interessi di costruttori e speculatori edilizi vari, l’amministrazione aveva accettato di interdire alla popolazione l’accesso a strutture pubbliche per poterle inserire nell’insieme degli immobili da abbattere per essere ricostruiti, indipendentemente da quanto potessero essere poco o affatto danneggiate. In pratica, si tratta dello sfruttamento del disorientamento della popolazione per imporre politiche sociali ed economiche che in condizioni normali incontrerebbero una dura opposizione. Approfittare della confusione e dell’incapacità di agire da parte di una popolazione duramente colpita da un disastro per togliere diritti acquisiti ed espropriare beni pubblici in favore di chi parteciperà al banchetto di profitti.

Presentandosi ad un summit a New Orleans nei panni di Rene Oswin ed in qualità di rappresentante dell’HUD (Housing ad Urban Development), Andy Bichlbaum annunciava una clamorosa inversione nella gestione della ricostruzione. Ammessa pubblicamente la responsabilità di industrie ed amministrazioni nel dissesto idrogeologico che ha privato New Orleans delle sue difese naturali contro possibili disastri naturali (come, appunto, tristemente dimostrato dall’azione dell’uragano), e preso atto della grave situazione di sofferenza e degrado patita dagli abitanti della città distrutta, l’HUD decideva di autorizzare nuovamente l’uso delle strutture pubbliche che era stato interdetto ad una popolazione formata da un numero sempre maggiore di senza tetto. Ma in questa volta la notizia viene rapidamente smentita dalle autorità competenti. Ed anche in questo caso, come anche in quello relativo ai risarcimenti delle vittime di Bophal, i mezzi d’informazione si mettono in moto a difesa dell’establishment attaccando gli Yes Men con l’accusa di aver messo in piedi uno scherzo crudele ai danni delle vittime. Spostando la messa a fuoco del discorso dalla giustizia negata all’illusione di un cambiamento che non ci sarà, l’establishment ed i mass media mettono in piedi un tentativo di rovesciamento dei ruoli cercando di far apparire gli Yes Men nel ruolo dei cattivi che, incuranti dei sentimenti della popolazione, avrebbero alimentato false speranze attraverso scherzi crudeli. E allo stesso tempo, manifestando solidarietà per le presunte vittime di uno scherzo che avrebbe alimentato false speranze, l’establishment si affida all’apparato del politically correct per riportare tutto all’interno dei territori di una educata e rispettabile ipocrisia. Per quanto possa apparire paradossale, sono proprio coloro che negano alle vittime la giustizia che queste chiedono a pretendere di parlare a loro nome e a tutelarne gli interessi. Ad un punto tale che secondo una simile ottica la crudeltà non starebbe nel negare la possibilità di un futuro meno disperato, ma nell’alimentare in chi soffre l’idea che in futuro potrebbe soffrire di meno.

E in questo gioco che ruota tutto attorno al parlare a nome di altri, dove chi impone i propri interessi non esita a rilasciare dichiarazioni a nome di chi è stato ridotto al silenzio, gli Yes Men reagiscono facendo l’esatto opposto. Non dando voce a chi non ne ha una, o perlomeno non inizialmente, ma sostituendo la loro voce a quella del bersaglio di turno. Come gli imprenditori, gli affaristi ed i burocrati con cui si scontrano non esitano a dichiararsi pubblicamente alfieri degli interessi dei più deboli, approfittando del silenzio che circonda questi ultimi per attribuire loro i pensieri e le opinioni che tornano più comode, così gli Yes Men prendono la parola al posto di chi è solito impugnare un microfono per portare avanti istanze ed interessi di segno completamente opposto. A seconda dell’occasione possono stupire la platea attraverso inaspettate accettazioni delle richieste di chi soffre, oppure possono mettere in piedi situazioni grottesche per portare alla luce i desideri più cinici e perversi del loro stesso auditorio (come nel caso dei banchieri che li ascoltano molto interessati mentre presentano il loro calcolatore di rischio accettabile, uno strumento che permetterebbe di calcolare fino a che punto un investimento può essere vantaggioso tenendo conto anche del fattore umano). Poi è altresì vero che le dichiarazioni del duo generano momentanee speranze destinate ad essere rapidamente disilluse. Ma è anche vero che come prima cosa rompono il muro di silenziosa rassegnazione che avvolge le sconfitte di chi soffre. E a testimoniarlo questo non sono solo gli Yes Men, ma sono anche gli indiani di Bophal come i cittadini di New Orleans ai quali i due chiedono di esprimere un giudizio sul loro operato. Il risultato è una satira che rifiuta di ergersi a paladina di chi solitamente è ridotto al silenzio, ma che piuttosto sostituisce la propria voce a quella di chi può accedere facilmente ai mezzi di comunicazione (e magari, in un secondo momento, offrire un microfono a chi solitamente può solo ascoltare). In altre parole, si tratta di una satira che nel suo piccolo prova a far ingoiare un po’ di amara medicina a chi solitamente pretende che siano solo gli altri a mandarla giù.

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Christopher Brookmyre – Real Life™

Diventato da poco padre, Raymond Ash si trova a tirare le somme della sua vita e della radicale svolta che l’evento vi ha impresso. L’impiego come insegnante di inglese è il quotidiano promemoria delle sue aspirazioni fallite, di un passato dal quale si trova costretto a prendere le distanze per garantire stabilità e sostentamento alla sua famiglia. Ma proprio quando la routine di tutti i giorni sembra incatenarlo in modo sempre più stringente, facendogli desiderare una via di fuga, un’ombra minacciosa proveniente dal suo passato irrompe violentemente nel suo presente, costringendolo ad una lotta per la sopravvivenza, nonché ad un ripensamento delle sue esigenze e delle sue priorità. La misteriosa figura altri non è che Simon Darcourt, un vecchio amico di Ray che questo frequentava quando era ancora uno studente e che, come tutti coloro che lo conoscevano, anche lui credeva essere morto in un incidente aereo. Sebbene il suo cadavere non sia stato rinvenuto, Darcourt era stato dichiarato morto in seguito all’attentato di cui in realtà era l’artefice e l’esecutore materiale. Oltre a portare a termine il lavoro che gli era stato commissionato, Simon aveva approfittato della strage per tagliare ogni legame con il suo passato ed iniziare una nuova vita che lo ha portato a diventare noto come lo Spirito Nero, un terrorista mercenario crudele e spietato, tanto ricercato quanto apparentemente imprendibile. Privo di qualsiasi obiettivo politico, per lo Spirito Nero anche il denaro con il quale vengono riccamente ricompensate le sue azioni rappresenta un aspetto secondario rispetto al desiderio di essere in qualche modo al centro dell’attenzione pubblica. E nel momento in cui decide di tornare in patria per partecipare alla realizzazione di un nuovo, spaventoso attentato, non riesce a fare a meno di pianificare la sua azione in modo tale da coinvolgere anche l’ex-amico per costringerlo a prendere coscienza del suo “successo”.

Costruito come un enorme videogame, nel quale ogni mutamento di scenario nella vita di Ray è accompagnato dal caricamento di nuove ambientazioni, nuovi compiti, nuove difficoltà e nuove ricompense, il romanzo ripercorre le strade dell’action thriller alla luce di una costante ricerca di approfondimento psicologico, nonché di un senso dell’umorismo che, a seconda del personaggio al quale è diretto, non teme di trasformarsi in tagliente sarcasmo. Sulla base di simili ingredienti, Brookmyre realizza un romanzo estremamente fluido e veloce nel quale, intrecciando le vicende dei due protagonisti con quelle dell’agente Angelique De Xavia e di una coppia di ragazzini che si trovano per caso coinvolti nella vicenda a causa di troppa curiosità, la soluzione del mistero dell’identità dello Spirito Nero passa rapidamente in secondo piano rispetto alla tensione dell’azione e alla cura nell’approfondimento dei personaggi. Anzi, facendo capire molto velocemente al lettore che Simon Darcourt e lo Spirito Nero sono la stessa persona, l’autore può concentrare la sua attenzione sull’obiettivo che sembra stargli maggiormente a cuore: sezionare, pezzo dopo pezzo, l’aura di tenebroso mistero con la quale il criminale cerca di ammantare la propria persona. A partire dall’iniziale profilo fornito alla squadra speciale alla quale è stato dato l’incarico di indagare sullo Spirito Nero – un quadro profondamente permeato da un timoroso rispetto di fronte ad una malvagità capace di raggiungere un livello di pianificazione e messa in atto apparentemente inarrestabile – Brookmyre procede per sottrazione, spogliando il criminale di tutte le sovrastrutture che lo circondano, fino a lasciare sul terreno nient’altro che l’immagine del vile codardo che scaturisce dai ricordi di Raymond e dalle osservazioni di Angelique De Xavia.

La Vita Reale alla quale si fa riferimento nel titolo non è solo quella con la quale Ray si confronta quotidianamente in contrapposizione alle dimensioni virtuali all’interno delle quali vive le sue avventure da videogiocatore. E’ anche e soprattutto quella da cui Simon non ha mai fatto altro che scappare, fino ad arrivare ad abbandonare moglie e lavoro per assumere un’identità simile a quella di uno dei tanti malvagi che affollano il mondo dei fumetti supereroistici. E sebbene in modo antitetico, entrambi sono testimonianza dei loro fallimenti nel tentativo di sottrarsi alla loro quotidianità. Con la differenza che mentre Ray è cosciente di come la sua esistenza negli universi virtuali dei videogame rappresenti solo un aspetto della sua più ampia e travagliata quotidianità, Simon ha trasformato tutta la sua vita in un enorme videogioco, una sorta di Hitman al servizio del mercato del terrore, sulla base della convinzione che l’essersi lasciato alle spalle il suo nome per assumere l’identità dello Spirito Nero possa essere considerato come l’effettiva liberazione dai vincoli che pensava lo imprigionassero. In questo modo, mentre Ray passava il suo tempo ad accumulare esperienza nel mondo reale e a vivere molteplici vite in quello virtuale, nella più completa malafede Simon costruiva attorno a sé una gabbia ancora più stretta, illudendosi di essere libero in quanto lui stesso artefice di quanto gli stava accadendo. Tuttavia, quanto più Brookmyre dettaglia ed aggiunge particolari al profilo del criminale, tanto più diventa chiaro che sono proprio quelli che lui fieramente considera come i suoi successi ad essere le prove tangibili del suo essere un fallito. Non senza ragione, infatti, l’autore dedica molto spazio a raccontare la vita di Simon da studente, quando lui e Ray erano amici.

Dotato di un innegabile carisma, Simon è in realtà un musicista frustrato. Quando Ray fa la sua conoscenza rimane affascinato da quel personaggio capace di essere lucidamente tagliente e cinicamente sarcastico. Ed è proprio la sua capacità di esporre alla pubblica derisione tutto ciò che per qualche motivo non incontra la sua benevolenza ad essere l’arma attraverso cui affascina il prossimo. Infatti, grazie alle sue manifestazioni di crudeltà verbale verso ciò che rifiuta, riesce allo stesso tempo ad esercitare un fascino lusinghiero nei confronti di chi invece dimostra di accettare. E’ un inganno che si nutre di risentimento: l’essere accettati alla corte di una persona come Simon, apparentemente estremamente selettiva ed esigente, rappresenta per chi gli sta attorno (Ray incluso) una fonte di grande soddisfazione. Ma approfondire la sua conoscenza significa anche dipanare progressivamente l’intreccio di immagini artificiose che Simon ha intessuto attorno alla sua stessa persona, scoprire che per essere accettati all’interno della sua cerchia non è necessario possedere grandi qualità, ma semplicemente accettarlo come leader. Il rispetto che Simon tributa agli altri non è in relazione alle qualità che lui scorge in loro, piuttosto è proporzionale alla loro disponibilità ad ammirare lui. Esemplare in tal senso è la vicenda che lo vede, assieme a Ray e ad altri due loro amici, tentare la scalata al successo nel mondo della musica. Tecnicamente mediocri, nel loro insieme i quattro riescono a coesistere fino a quando il ruolo di Simon come leader del gruppo non viene messo in discussione. Ma nel momento in cui i conflitti esplodono a causa di un esordio dal vivo disastrosamente imbarazzante, la messa in discussione del suo ruolo viaggia di pari passo con il suo tentativo di scaricare sugli altri colpe e responsabilità che invece risultano essere in larga parte sue. Non a caso, a partire dal momento in cui la strada di Simon si divide da quella del resto del gruppo, questi trovano un sostituto e, pur senza raggiungere le vette della fama e del successo, riescono in ogni caso a togliersi più di una soddisfazione in termini di seguito come di consenso.

La cerchia di Simon è l’archetipo di tutti i circoli, i club, i movimenti o altro ancora, che si presentano in pubblico come elitari e desiderabili quando in realtà, dietro la fascinosa maschera dell’esclusività, non si agita altro che lo spettro di un ostile risentimento. La denigrazione della produzione musicale altrui, l’incapacità di dare forma ad una produzione in grado di raggiungere un successo all’altezza delle aspettative di un ego smisurato, è solo uno dei primi sintomi di una malattia che troverà successivamente la propria valvola di sfogo nell’ambito di un’attività criminale orientata alla distruzione della vita e della felicità altrui. Una volta messo di fronte alla propria incapacità di raggiungere il successo, ed incapace di accettare il proprio fallimento, Simon si dedica alla conquista dell’attenzione da parte di un vasto pubblico attraverso la paura ed il terrore. In altre parole, nell’impossibilità di allargare la sua cerchia di ammiratori a causa della fragile natura del bluff che incarna, decide di percorrere una strada opposta: usare la violenza per prendere con la forza quello che non è stato in grado di ottenere attraverso il consenso.

Sulla base di modalità di comportamento simili a quelle del sarcasmo autoritario che utilizzava all’interno della sua cerchia di amici e conoscenti al fine di manifestare una presunta superiorità e, di riflesso, compiacere l’ego di chi gli stava attorno e si sentiva da lui accettato, anche le sue azioni criminali si rivelano essere all’insegna della viltà e della vigliaccheria: tessere trame mortali contro vittime deboli ed indifese per dare solidità a quel desiderio di riconoscimento che da studente crollava miseramente nel momento in cui si trovava ad uscire dal suo ambiente protetto. Così, alle spalle del narcisismo patologico di Simon, non è difficile scorgere l’ombra del rapporto che più in generale leader, guide e maestri vari intrecciano con chi li segue e ne osanna il verbo: l’offerta di compiacenti lusinghe in cambio di una sottomissione ad idiosincrasie che si esplicano attraverso la definizione di bersagli polemici o, nel caso in cui ci sia un passaggio all’azione, di nemici da escludere o combattere. Ma quello che si nasconde sotto la pelliccia del lupo non è un capobranco: è un cane da pastore che porta il suo gregge a pascolare, e che per farlo inganna le pecore che lo seguono facendo loro credere di essere lupi a loro volta, di essere parte di un branco.

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