Archivio agosto 2011

Christine Leunens – Uomini Da Mangiare

Figlia di una severa e spilorcia vedova lituana residente negli Stati Uniti ed orfana del padre, la giovane Kate si trova a vivere conflitti quotidiani con la madre in virtù della sua profonda avversione nei confronti del cibo. Ancora poco più che bambina cerca già in ogni modo di evitare di trovarsi costretta a mangiare quello che la madre le impone, non raramente ingegnandosi per trovare espedienti che le consentano di far sparire il cibo dal piatto senza doverlo ingoiare. Ogni volta che questi suoi tentativi non vanno a buon fine e la madre scopre gli inganni a suo danno, quest’ultima la rinchiude nella dispensa per punizione – tra cipolle, sacchi di patate e prosciutti appesi a stagionare – nel tentativo di far sì che la figlia impari il valore del denaro che spende per nutrirla. Tuttavia, la presenza oppressiva della madre non si limita al solo e limitato spazio circoscritto dalle pareti domestiche: ad esempio, attraverso i vestiti che lei e sua sorella Cecilia sono obbligate ad indossare per andare a scuola, nonché anche qui per mezzo del cibo che prepara loro per non pagare i soldi della mensa, l’ingombrante figura materna le segue anche fuori casa come un’ombra. Ma il cibo e l’abbigliamento non sono gli unici motivi di turbamento di Kate. Con il sopraggiungere della pubertà, la ragazza si trova a provare i suoi primi impulsi sessuali: si tratta di un risveglio sensoriale che la giovane, essendo priva di adeguate informazioni in merito, finisce con lo sviluppare in modo tutt’altro che ordinario. Infatti, grazie ad una mente estremamente vivace e certamente non priva di fantasia, mescolando ricordi e conoscenze, notizie colte di sfuggita e sensazioni che le attraversano il corpo, i suoi appetiti sessuali si intrecciano con quelli culinari dando vita ad una particolare visione del mondo e delle relazioni personali secondo la quale gli uomini e le donne si mangiano a vicenda, letteralmente. E nel momento in cui riesce ad allontanarsi dall’oppressiva ombra materna grazie ad una borsa di studio che le permette di andare a studiare teologia lontana da casa, la ragazza trova il modo di concretizzare le sue fantasie, trasformandosi in una vera e propia mangiatrice di uomini.

In pratica, il romanzo si divide in due parti: una prima parte che si svolge nell’ambito di un ambiente famigliare all’interno del quale, tra lotte e conflitti, la ragazza sviluppa le sue fantasie; e una seconda parte nella quale Kate, libera dalla soffocante presenza materna, riesce a dare una forma concreta a quei desideri che in ogni caso, per quanto devianti dalla norma, non vengono mai presentati dall’autrice come patologie. Chiaramente non si tratta di un’apologia dell’antropofagia, quanto piuttosto di un lasciare che progressivamente possano affiorare ed imporsi gli aspetti metaforici su quelli meramente narrativi. Con l’evolversi della vicenda, quello che sembra apparire in modo sempre più chiaro è come il realismo della storia in quanto tale interessi alla Leunens solo come veicolo narrativo, e solo nella misura in cui può risultare funzionale a quella lotta tra forze opposte che avvolge il cuore pulsante del libro. Gli scontri tra Kate e la madre in merito al cibo confluiscono nel definire il territorio privilegiato di un conflitto tra un’educazione fortemente autoritaria ed un’esigenza di libertà ed autonomia. Il cibo che la madre cerca di far mangiare alla figlia non è solo nutrimento,  è una rappresentazione concreta di una visione del mondo che la donna cerca di imporre alla prole. Dalla scelta degli ingredienti e delle pietanze in generale, fino all’imperativo che vieta che qualcosa possa andare sprecato, nei riti alimentari famigliari è in gioco molto di più della semplice alimentazione. Il desiderio di Kate di mangiare ciò che le piace come di rifiutare ciò che la disgusta viene ad essere completamente trascurato, quando non apertamente contrastato, da quello che invece la madre considera prioritario: l’accumulare denaro. Quello della madre è un mondo nel quale il piacere del gusto, come del resto qualsiasi altra forma di piacere, non ha alcun valore per il semplice fatto che non è monetizzabile. Più in generale, tutto ciò che non è quantificabile sul piano economico non è altro che uno spreco di risorse: solo ciò che è misurabile secondo un rapporto tra quantità e prezzo è dotato di valore. Viene quindi da sé che all’interno di un simile orizzonte le scelte di Kate, volte ad inseguire la propria soddisfazione personale, anche attraverso il rifiuto delle imposizioni alimentari genitoriali qualora non di suo gusto, finiscono con l’assumere un valore radicalmente sovversivo (di qui, appunto, le notti trascorse in punizione nella dispensa).

Nel suo percorso di formazione che la porta a diventare donna, Kate si afferma attraverso la ricerca della soddisfazione di una fame che ha scoperto in sé. Si tratta di un appetito che è ben distante sia dall’essere quel semplice soddisfacimento di un bisogno fisiologico al quale avrebbe voluto educarla sua madre, come anche da ciò che in generale viene considerato socialmente accettabile. Kate si trova così a diventare una mangiatrice di uomini: l’atto sessuale non solo viene sgravato di qualsiasi funzionalità riproduttiva, ma anche e soprattutto relazionale. Se da un lato dietro l’imposizione del cibo si nascondono imperativi di natura sessuale, dall’altro all’ombra di questi si annidano i conflitti tra piacere ed economia. La concezione dell’alimentazione, e del consumo di cibo in generale, esclusivamente come mezzo di sostentamento percorre gli stessi binari su cui viaggia l’idea di una sessualità finalizzata alla riproduzione o più in generale alla costruzione di una forma di sicurezza economica e di stabilità sociale, le quali a loro volta affondano le loro radici all’interno di quello spazio recintato dai valori della famiglia tradizionale. Non a caso, la concezione della sessualità e dei rapporti con gli uomini che la madre di Kate ha sviluppato nel corso degli anni è triste ed incolore tanto quanto sono insaporire i cibi che cucina per le figlie. Si potrebbe quasi dire che secondo la donna, gli uomini andrebbero scelti come il cibo tra i banchi del mercato: l’uomo a cui dedicare le proprie attenzioni dovrebbe essere quello in grado di garantire la massima resa in termini economici al costo minore.

Viceversa, Kate sviluppa una visione delle cose e dei rapporti tra le persone diametralmente opposta. Non solo il cibo può essere sprecato qualora non sia fonte di piacere o comunque nel caso in cui non sia gradito, ma anche la sessualità si sgancia da qualsiasi orizzonte relazionale per diventare pura e selvaggia soddisfazione di un appetito che vuole essere sfamato. E’ così che tralasciando gli aspetti più crudamente carnali, Uomini Da Mangiare si afferma paradossalmente come un piccolo manifesto di sessualità femminile. Sono distanti anni luce gli orizzonti delle storie d’amore che vedono ingenue ragazze in balia di sogni fiabeschi vivere nell’attesa che arrivi il principe azzurro di turno a giurare loro eterno amore. Kate è l’incarnazione di una sensualità che non esita ad indossare i panni della predatrice pur di trovare quanto può soddisfare i suoi appetiti. Non aspetta seduta a tavola di mangiare ciò che qualcun altro ha cucinato per lei: una volta scelti gli ingredienti, è lei stessa a mettersi dietro i fornelli per prepararsi da mangiare ciò che ha scelto. E l’atto stesso di consumare il partner nel corso dell’atto sessuale è la dimostrazione empirica di come non ci sia alcun desiderio di costruire relazioni a lungo termine. Kate è l’incarnazione di una sessualità che non cerca l’approvazione dell’uomo di turno (e tantomeno delle altre donne che potrebbero giudicarla), ma che vive in modo spontaneo e naturale la soddisfazione dei propri appetiti. E’ quella che prima ancora che dagli uomini si troverebbe ad essere additata al pubblico disprezzo da parte di altre donne che in lei non vogliono vedere altro che una pericolosa rovinafamiglie. Perché dietro i tabù che Kate viola con genuino candore si agitano i divieti che ancora oggi, non raramente dietro una facciata di perbenismo, imprigionano il corpo femminile e la sua sessualità in generale, a tal punto da far sì che un disinvolto libertino possa godere della fama di “playboy” o di “conquistatore”, mentre al suo corrispettivo femminile quasi sempre non vengono riservati che titoli quali “troia”, “puttana”, o semplicemente “donnaccia”. La mangiatrice di uomini, la donna che viene meno al suo ruolo di preda per indossare gli abiti della cacciatrice, è quella che proprio in virtù della sua scelta di usare la sua sessualità per soddisfare i propri bisogni nel modo che più ritiene opportuno si trova ad essere oggetto di un disprezzo pubblico quasi come se si fosse abbandonata ad atti talmente turpi da macchiare di vergogna l’intero mondo femminile. Per questo motivo si trova pertanto a funzionare da cartina di tornasole di un maschilismo strisciante che non raramente trova i propri migliori strumenti di affermazione nelle parole di altre donne (come, in questo caso, la madre di Kate), di quell’ipocrisia che rivendica a parole il diritto di ogni donna di gestire il proprio corpo come meglio crede ma che allo stesso tempo condanna al disprezzo quella che viene meno al suo ruolo di angelo del focolare per indossare gli abiti della bomba sexy. La sessualità alimentare di Kate assume così il profilo di un’allegoria attraverso cui prende corpo la ribellione di coloro che decidono di uscire di casa per cercare uomini da mangiare, anziché rimanere dietro ai fornelli a cucinare per loro.

Equamente distante da un’esplicita partigianeria per la protagonista come da una facile condanna delle sue abitudini alimentari a base di carne maschile, la Leunens riesce così a catturare l’ambiguità che si genera di fronte alle azioni violente da parte di una minoranza in cerca di emancipazione, o più in generale di un blocco sociale impegnato nella lotta per l’affrancamento da una condizione di sfruttamento o di sottomissione. Concentrare l’attenzione unicamente sulla violenza che avvolge i bocconcini – in ogni caso mai letali – a base di pezzi di carne dei suoi partner occasionali, significa perdere di vista il fatto che quella di Kate nasce soprattutto come reazione ad un’altra violenza sicuramente meno evidente e palpabile, ma non per questo meno brutale ed invasiva: quella di un regime economico che pretende di irretire e controllare aspetti strettamente privati della persona, quale appunto la gestione del piacere (alimentare, sessuale, o altro che sia), in nome di una massimizzazione del profitto, di una qualche forma di rispettabilità sociale, o di altro ancora. Chiusa nel proprio solitario isolamento, la fame segreta di Kate, pur in tutta la sua crudeltà, finisce così con l’assumere i contorni di qualcosa che da innocua ricerca del piacere e della mera soddisfazione personale si è successivamente trasformata in insensibile crudeltà generata da anni ed anni di repressione obbligata. La fame di Kate è l’esplosione liberatrice di un appetito a lungo represso da pressioni e giudizi sociali, da scelte economiche che si intrecciano con imperativi morali, è il divenir voracemente famelico di chi inizialmente non desiderava altro che di poter avere l’ultima parola quantomeno sul proprio corpo, sui propri desideri e sui propri piaceri.

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