Archivio maggio 2011

Neal Stephenson – Snow Crash

In un mondo nel quale il governo federale degli Stati Uniti ha ceduto la maggior parte del suo potere ad organizzazioni private e corporazioni di varia natura, il territorio si trova diviso in tante enclave sotto il controllo di innumerevoli franchise. Ci sono la “Super HongKong di Mr. Lee”, “Le Porte del Paradiso” del Reverendo Wayne, la “Narcolombia”, la “Nuova Sicilia” sotto il controllo della Mafia, e così via. Gli stessi Stati Uniti non sono altro che un franchise in mezzo ad altri. Ed all’interno del proprio territorio ogni franchise si occupa dei suoi affari secondo le modalità che ritiene più opportune. Tutti i servizi, i compiti, ed ovviamente anche i privilegi che in passato ricadevano sotto l’autorità degli stati nazionali, in seguito al prevalere delle istanze economiche su quelle sociali e politiche diventano competenze esclusive dei singoli franchise. In pratica, all’interno di ogni singola enclave l’autorità di chi governa il territorio è sovrana. La sicurezza e la sorveglianza sono diventate appannaggio di società private in concorrenza fra loro. Ed un destino non dissimile è quello che è toccato in sorte ai servizi postali: la consegna della corrispondenza è un compito affidato a compagnie che si avvalgono di korrieri, persone che si muovono su skateboard altamente tecnologici, che indossano tute speciali e che usano arpioni magnetici per agganciare i mezzi in transito e sfruttare la loro velocità per muoversi attraverso il traffico. Interamente brandizzata, la struttura sociale si trova ad essere di volta in volta definita prima di tutto dalle regole, commerciali e non solo, del marchio al potere. Più che di una ascesa al potere dei marchi, si tratta di una brandizzazione della società. Non è tanto un’acquisizione di potere politico da parte delle istanze economiche, quanto piuttosto l’esplicita brandizzazione del potere di governo. Non si tratta di un politicizzarsi dell’economia: è il dissolversi della politica nel mercato. Ma questa nuova organizzazione della società non rappresenta l’unica innovazione sul piano dei rapporti umani e sociali in generale.

Parallelamente si è andata sviluppando una realtà virtuale, chiamata “Metaverso”, all’interno della quale le persone hanno la possibilità di muoversi ed agire attraverso l’utilizzo di avatar personalizzati. Si tratta di una sorta di enorme sistema operativo – puntualmente regolato e monitorato da demoni che lavorano più o meno in background – al quale le persone si connettono diventando a loro volta software che interagisce con altro software. Sebbene nello spazio virtuale gli avatar abbiano la possibilità di fare cose che nella realtà sarebbero loro impossibili, e per quanto le regole che lo normano risultino apparentemente differenti, il Metaverso non è uno spazio altro rispetto alla realtà, tantomeno rappresenta una fuga da questo. Il Metaverso è uno degli strumenti attraverso i quali la struttura capitalistica che fonda la legittimità e l’autorità dei vari franchise consolida la propria natura iperreale. Non a caso, per fare un esempio, il prestigio di una persona all’interno di questo spazio deriva essenzialmente da due elementi: l’accuratezza e l’originalità dell’avatar utilizzato (di fatto, l’avatar è il marchio della persona), e la possibilità di accedere a spazi riservati o comunque esclusivi. Entrambi i piani del reale sono privi di qualsivoglia fine o obiettivo altro rispetto alla propria mera autoriproduzione. Tutto è già scritto o definito nel codice che li regolamenta: il codice informatico nel caso del Metaverso, quello capitalistico nella realtà quotidiana. Il raddoppiamento della realtà rappresentato dal Metaverso non solo non è concorrenziale o alternativo, ma ne rappresenta il consolidamento  definitivo. Gli intrecci e le correlazioni tra i due spazi cancellano qualsiasi concorrenza in favore di un consolidamento generale del principio che li alimenta. Complessivamente, nel loro insieme, i due mondi danno vita ad una iperrealtà che non è un annullamento di una realtà primaria posta come vera, quanto piuttosto come un suo eccesso. Snow Crash è la narrazione di un simulacro, della fine della realtà intesa in senso classico: le categorie classiche del vero e del falso vengono a decadere all’interno di una dimensione nella quale la realtà non è più oggetto di indagine o rappresentazione, ma è autoriproduzione di un codice, di una matrice iniziale. Non c’è produzione di verità o falsità, ma solo variazioni all’interno dell’orizzonte definito dal codice stesso. Negli spazi brandizzati delle enclavi, come in quelli virtuali del Metaverso, la realtà è trasparente a sé stessa.

All’interno di questo contesto, Hiro Protagonist, un hacker molto abile sia nella programmazione che nell’uso della katana, e Y.T., una giovane korriere molto sveglia e agile, si incontrano nel momento in cui questo, in seguito ad un incidente, non riesce a portare a termine la consegna di una pizza per conto della Mafia (che è tenuta ad effettuare la consegna presso il cliente entro 30 minuti dall’ordine, altrimenti non solo questo non dovrà pagare la pizza, ma dovrà anche ricevere le scuse da parte del capo della Mafia in persona per il pessimo servizio). Y.T. prende in carico la consegna e la porta a termine rispettando il limite di tempo previsto. I due diventano amici ed il loro rapporto ha modo di consolidarsi in occasione della loro indagine su una droga virtuale chiamata “Snow Crash”. Hiro si imbatte per la prima volta in questa droga in occasione di una delle sue avventure all’interno del Metaverso. In realtà, Snow Crash è una droga nel mondo reale mentre all’interno del Metaverso si rivela essere un virus informatico estremamente pericoloso, in grado di danneggiare, oltre ai computer, anche le menti delle persone. I suoi effetti si concretizzano in un reset completo della mente della persona che l’ha assunta. E come avrà modo di scoprire Hiro nel corso delle sue indagini, si tratta dell’evoluzione di un potente virus linguistico che risale alla civiltà sumerica antecedente la distruzione della Torre di Babele. Snow Crash è un’ulteriore dimostrazione dell’assoluta continuità tra realtà e Metaverso: al di là delle differenti modalità di funzionamento dovute alla diversità fisica dei contesti, in entrambi gli spazi si comporta in modo analogo.

Partendo dall’idea secondo cui i sumeri avrebbero utilizzato una forma di linguaggio in grado di interfacciarsi direttamente con la struttura del cervello, Neal Stephenson lega Snow Crash al culto di Asherah, facendo risalire a questo le origini del virus linguistico. Mescolando la sua rilettura dei miti sumeri ad una variante della psicologia cognitiva, Stephenson dà vita ad una vicenda nella quale, a partire dal parallelismo tra cervello e computer, si esplicita la pericolosità del linguaggio come possibile portatore di virus ed infezioni mentali. Prendendo le mosse dall’idea che il cervello umano possa essere considerato alla stregua di un hardware sul quale la mente può funzionare come fosse un software, si possono distinguere due diversi tipi di linguaggi: il linguaggio binario, che si interfaccia direttamente con la macchina, e i linguaggi di programmazione ad alto livello, che possono essere interpretati solo dai computer nei quali si trova installato quanto serve per la loro decodifica ed interpretazione. Le lingue moderne sarebbero simili a linguaggi di programmazione ad alto livello, e pertanto nativamente impossibilitate a ricevere input che non ne rispettino la sintassi. La pericolosità di Snow Crash deriverebbe pertanto proprio dalla sua capacità di bypassare la comunicazione verbale ed utilizzare l’ambientazione codificata del Metaverso per interfacciarsi direttamente col “bios” del cervello. Un virus linguistico che dovesse riuscire ad interfacciarsi con il cervello direttamente a livello di hardware potrebbe avere effetti molto più profondi e pericolosi rispetto a tutti quelli che normalmente agiscono ad alto livello. La relazione tra linguaggio e virus in Stephenson percorre strade analoghe a quelle solcate da William Burroughs. L’enorme pericolo rappresentato da Snow Crash si fonda sull’impossibilità da parte della mente di difendersi da uno stimolo audiovisivo al quale può trovarsi esposta. Un filo rosso collega la dimensione religiosa dei culti sumerici alla realtà sociale all’interno della quale si muovono Hiro e Y.T.: i pericoli derivanti dal potere infettivo del linguaggio muovono a partire dal codice che regolamenta l’ideologia dominante. Ad un certo punto, Stephenson definisce chiaramente l’ideologia come un virus, una trappola che si autoriproduce. E il Metaverso è la riproduzione dell’ideologia capitalista che va a dissolversi all’interno di uno spazio virtuale. Non si tratta di una falsificazione della realtà, quanto piuttosto di un procedere per sovrapposizioni, per eccessi. Non è una sottrazione, ma un sovrappiù di realtà che in un gioco di di specchi ne ridefinisce radicalmente i confini.

Così facendo, Stephenson crea una narrazione all’interno della quale il protagonista onnipresente è un concetto di simulacro decisamente più aderente all’impostazione di Baudrillard di quanto non fosse quello, ad esempio, che i fratelli Wachowski avevano portato sul grande schermo con Matrix. Il simulacro non è una finzione, non è una falsificazione del reale, e non può nemmeno essere creato o distrutto: è la realtà che diventa trasparente a sé stessa. Se, con McLuhan, il medium è il messaggio, similmente  con Baudrillard l’immagine è la realtà. Il simulacro si dà nella sua trasparenza, non può essere contraffatto né tantomeno costruito artificialmente: non è l’illusione che si sostituisce alla realtà, quanto piuttosto la realtà che dissolve l’illusione all’interno di sé. La corrispondenza tra realtà e simulacro non si basa sulla presenza di un’ipotetica illusione che nasconderebbe la realtà, quanto piuttosto sul fatto che non v’è alcuna illusione, ma solo il sistema di segni che costituisce l’orizzonte del reale: i segni non nascondono la realtà, semmai occultano il fatto che non v’è alcun altra realtà. Il dominio dell’ideologia di mercato che regolamenta le enclavi come il Metaverso non deriva da una sua azione volta ad occultare altri sistemi di potere, quanto dal fatto che non rimanda più a nient’altro che a sé stessa. Il Metaverso non è più o meno vero rispetto alla realtà non virtuale: si tratta  di un secondo differente modo di palesarsi della stessa realtà ideologizzata. All’interno di un simile contesto, la minaccia apocalittica rappresentata da Snow Crash deriva dalla sua capacità di oltrepassare i linguaggi ad alto livello per interfacciarsi direttamente col “bios” della mente, di bypassare il simulacro e dissolverlo intaccando direttamente il codice nel quale si identifica. Ma una volta dissolto il simulacro, non rimane altro che il niente, perché non c’è una realtà oltre quella del simulacro: il simulacro è la realtà.

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