Archivio aprile 2011

Mykle Hansen – Missione In Alaska

Marv Pushkin, un manager di successo, si trova bloccato sotto il suo SUV in una zona isolata dell’Alaska. Ma questo non è il suo unico problema. Attorno al mezzo che lo tiene inchiodato al terreno si aggira un orso che ha deciso di usarlo come pasto ed ha iniziato a nutrirsi con l’unica parte che al momento riesce a raggiungere: i piedi. E’ così che puntando tutto sugli aspetti più grotteschi della situazione, Mykle Hansen dà vita ad un romanzo satirico tanto sottile quanto tagliente, un’opera che, sotto le spoglie di un umorismo che non raramente rasenta il surrealismo, affonda i suoi artigli nel cuore dell’American Dream, di quello stile di vita che offre come opportunità – e allo stesso tempo come obiettivo – potere, successo e ricchezza. E il fatto che il protagonista si trovi bloccato sotto la sua Range Rover in un punto sperduto dell’Alaska, non solo non rappresenta un limite alla scrittura dell’autore, ma al contrario è ciò che gli permette di sprigionarla senza limiti:  in virtù di un tanto narcisistico quanto poco obiettivo desiderio di vantarsi ed autoelogiarsi, Marv finisce con l’abbandonarsi ad un serrato monologo grazie al quale, tra aneddoti e riflessioni varie, abbandona i territori della tragedia che sta vivendo in virtù dell’involontaria comicità della sua esistenza. Bloccata a decine di chilometri di distanza da tutto ciò su cui si regge il suo potere e il suo successo – cioè la sua posizione professionale, gli status symbol che sfoggia, la sua ricchezza in generale, etc. – quella di Marv è una vita che fino a quel momento aveva oscillato senza sosta tra il guadagnare soldi e lo spenderli, e che ora invece si trova ad esser messa a nudo un pezzo dopo l’altro. Non è probabilmente un caso, infatti, se una delle prime cose che lo scrittore fa implicitamente notare al lettore è che il cacciatore si è trasformato in preda. Quando Hansen inizia a raccontare, Marv si trova già al di fuori del contesto metropolitano all’interno del quale si era impegnato nella sua cinica ed egoista arrampicata sociale; si trova in Alaska, cioè in uno spazio non urbanizzato, dove il SUV che guida e i vestiti che ha indosso non hanno alcun significato particolare poiché manca tutto il contesto sociale dal quale derivavano il loro valore. Ora, il Marv manager di successo non è altro che un ricordo del Marv cibo per orsi.

Sebbene geograficamente si trovi sul suolo degli Stati Uniti d’America, l’assenza di insediamenti umani nelle vicinanze, o meglio il dominio quasi incontrastato di quella natura contro la quale Marv inveisce in continuazione, fanno dell’Alaska uno spazio esterno all’American Dream, un luogo dove non c’è nessuno ad apprezzare – o magari addirittura ad invidiare – tutto ciò di cui il protagonista fa fiero sfoggio. Ma quella sociale non è l’unica gerarchia ad essere capovolta, ed in ogni caso non è la prima né la più importante in assoluto. Da cacciatore alla ricerca di trofei animali da aggiungere alla sua collezione di status symbol e sfoggiare davanti agli sguardi di colleghi e superiori, Marv si trova a diventare suo malgrado preda dell’orso che gira attorno al mezzo che lo blocca. Senza armi o altri mezzi a disposizione, Marv è un Homo Sapiens che non si trova più in cima alla catena alimentare: il suo posto è ora occupato dall’orso che vede in Marv nulla più di una portata nel suo menù, e nel suo Range Rover nient’altro che un pesante ostacolo tra sé ed il suo cibo. Non solo l’animale che avrebbe dovuto offrirgli una pelle da usare come tappeto ed una testa da appendere al muro continua ad andare in giro con tutte le sue parti ben salde, ma in più ha avuto modo di mangiare una parte del suo cacciatore come fosse un buffet capitato lì per caso.

Tuttavia il nucleo di ciò che sembra interessare Hansen non ruota attorno ai rapporti di forza tra le diverse specie animali in sé, né tantomeno la sua attenzione sembra concentrasi su una critica al consumismo in quanto tale. Come progressivamente si palesa in modo sempre più evidente, gli oggetti che il giovane manager considera simboli del suo successo (il SUV, i vestiti, etc.), le donne che ai suoi occhi sono solo strumenti di arricchimento (la moglie Edna) o di piacere (l’amante Marcia del Controllo Prodotti), i sottoposti in ambito lavorativo ai quali delega l’esecuzione dei compiti rivendicando come propri i risultati quando positivi, sono solo effetti, conseguenze di un certo modo di relazionarsi con il mondo che lo circonda e con le persone che lo popolano. Appropriarsi dei meriti ed attribuire agli altri errori e fallimenti: questi sono i due elementi su cui si regge il miope narcisismo di chi usa il dirigere ed il delegare come un alibi per giustificare un’irresponsabilità di fondo. Lontano dalla civiltà, da quegli spazi umanizzati dove le scuse e le accuse si intrecciano all’interno delle reti e delle gerarchie sociali alla ricerca di una deresponsabilizzazione generalizzata, tutte quelle che Marv elenca come cause della situazione all’interno della quale si trova appaiono brutalmente per quello che sono: scuse infantili il cui scopo è (auto)assolvere il soggetto dalle sue responsabilità. Quello del protagonista è il tentativo di attribuire per l’ennesima volta a qualcun altro la responsabilità di un fallimento che in realtà non è altro che suo. Marv ripete spesso nel suo lungo monologo come i successi della squadra che dirige siano da attribuire unicamente a lui in quanto mente del gruppo (mentre i suoi sottoposti non sarebbero altro che esecutori a malapena accettabili), ma alla luce dei fatti, quello che appare nella più completa evidenza è il suo fallimento nel momento stesso in cui decide di agire in prima persona senza delegare. Marv decide di fare tutto da solo e come risultato si ritrova bloccato sotto la sua automobile, con un orso che gli mastica i piedi e la sola compagnia della sua personale farmacia a base di psicofarmaci per evitare di dover affrontare lucidamente la situazione nella quale si è cacciato.

Marv, alla fine, è l’incarnazione di quella tipologia di uomo occidentale che trascorre la vita inventando scuse ed addossando le sue colpe agli altri. Come un bambino che si trova a giustificare una sua mancanza davanti ad un adulto, e che per far questo inventa scuse sempre più improbabili e difficilmente sostenibili, Marv si comporta da irresponsabile, salvo poi giustificarsi dicendo che il suo compito consiste nel delegare compiti e mansioni a chi si trova alle sue dipendenze. Ma se un successo si misura in base alla capacità di raggiungere un obiettivo precedentemente fissato, quella di Marv è, fin dalla prima pagina, la storia di un pietoso fallimento. Ed è proprio l’ostinazione puerile del protagonista nel non vedere in sé e nelle proprie azioni le cause del suo male, nel voler raccontare la catena di eventi che lo hanno condotto in quella situazione in modo tale da figurare come vittima degli eventi e degli errori altrui, a trasformare una vicenda tragica in una commedia che gronda umorismo grottesco. Secondo lui la colpa della situazione in cui si trova non sarebbe sua, ma viene di volta in volta addossata ai siti internet che ha consultato e che non gli avrebbero fornito informazioni corrette su come comportarsi quando ci si trova davanti ad un orso, alla moglie e ai dipendenti che sarebbero troppo stupidi per fare qualcosa per tirarlo fuori dalla situazione in cui si trova, della Range Rover a cui si è bucata una gomma, del cric che ha ceduto mentre lui si nascondeva sotto il mezzo per sfuggire al plantigrade affamato, e così via. Mentre l’orso che sgranocchia i piedi del protagonista anestetizzato dagli psicofarmaci bloccato sotto il peso del suo invidiabile mezzo di trasporto, ora marchiando il suo territorio, ora dormendo e russando rumorosamente, ora semplicemente aggirandosi nella zona in attesa di affondare i denti nel pasto al quale non riesce ad arrivare, diventa il simbolo di una satira che con compiaciuta indifferenza prima mastica gli aspetti più deteriori dell’arrivismo borghese, e poi li sputa ghignando mostrandoli nei loro aspetti più ridicoli.

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