Archivio marzo 2011

Dean Koontz – Mostri

In latino, il termine “monstrum” indica qualcosa di straordinario, qualcosa che semplicemente con la sua apparizione è in grado di stupire e suscitare meraviglia. Ma non si tratta solo di qualcosa di inusuale o inconsueto, quanto piuttosto di un evento in grado di rimettere in discussione quello che viene considerato l’ordine naturale delle cose. E sebbene tale termine sia spesso connotato negativamente, in realtà il mostro non è necessariamente qualcosa di orribile, ma può essere anche bello in modo stupefacente. Pertanto risulta quanto mai adatto il titolo Mostri per questa storia che vede due creature, uniche in virtù della loro genesi, fuggire dai laboratori genetici che le hanno prodotte ed irrompere in un mondo esterno che ignora completamente la loro esistenza. Si tratta di uno splendido esemplare di golden retriever e di una spaventosa creatura chiamata Outsider (una sorta di babbuino dotato di denti appuntiti e lunghi artigli affilati), ed entrambi sono il risultato di esperimenti genetici che ne hanno potenziato l’intelligenza a tal punto da permettere loro di ragionare a livelli paragonabili a quelli di un essere umano. Tanto bello e profondamente buono il cane quanto orribile e visceralmente crudele l’Outsider, i due esseri rappresentano i due aspetti opposti della mostruosità; se da un lato il cane rappresenta il trasformarsi in realtà del sogno di un futuro migliore, di qualcosa così fantastico da non risultare concepibile se non all’interno di orizzonti da fiaba, dall’altro il sanguinario primate è la concretizzazione di uno spaventoso incubo di morte, di una creatura concepita unicamente per cacciare ed uccidere. Tuttavia, per quanto apparentemente antitetiche tra loro sotto quasi ogni aspetto, le due creature risultano allo stesso tempo legate da una natura comune a tal punto da riuscire a percepire l’una la presenza dell’altra, anche quando si trovano ad essere separate da grandi distanze.

La storia si apre con Travis Cornell, un trentaseienne solitario con un passato da agente immobiliare e, ancora prima, da militare appartenente alla Delta Force, in gita in una zona forestale alla ricerca di una serenità da tempo smarrita, cioè da quando ha dovuto affrontare un’ennesima perdita, quella dell’amata moglie. Tutto sembra procedere normalmente, perlomeno fino al momento in cui incontra un golden retriever che gli si para davanti impedendogli di proseguire nel suo cammino. Mostrandosi docile ed amichevole nei confronti della sua persona, ma allo stesso tempo ringhiando rabbioso ogni volta che l’uomo prova a superarlo per riprendere il suo cammino, il cane gli salva la vita facendolo tornare velocemente indietro sui suoi passi, in fuga da una presenza minacciosa che li insegue ringhiando in modo gutturale ed animata in modo sempre più evidente da propositi tutt’altro che benevoli. Non passa molto tempo e Travis ha modo di rendersi conto di come il cane non sia solo un bell’esemplare della sua razza, ma anche e soprattutto come sia animato da un’intelligenza fuori dal comune. Decide pertanto di dargli il nome di Einstein. Ma quella dell’ex soldato non è l’unica vita ad essere sconvolta positivamente dalle azioni del cane. Infatti un giorno passeggiando per il parco, Einstein mette in fuga un maniaco che sta minacciando Nora Devon, una trentenne che è sempre vissuta dietro le sbarre dell’opprimente gabbia di cinismo e pessimismo, di paure ed insicurezze, che sua zia, morta da poco tempo, le aveva costruito attorno. Piano piano tra i tre nasce e si sviluppa una forma d’affetto sempre più intenso, a tal punto da formare un vero e proprio nucleo famigliare. Ma la loro tranquillità ha vita breve in quanto la libertà di Einstein, quando non la sua stessa incolumità,  si trova ad essere minacciata da diversi soggetti. C’è il governo che cerca il golden retriever in quanto unico risultato realmente positivo di una lunga serie di investimenti e sperimentazioni fallimentari; poi c’è l’Outsider che è una forma di vita concepita per uccidere e le cui azioni, guidate da un odio profondo ed inarrestabile nei confronti del cane suo compagno di esperimenti nel laboratorio, si lasciano dietro una lunga scia di sangue; ed infine, a completa insaputa di Travis, Nora e Einstein, c’è Vince Nasco, uno squilibrato killer professionista assoldato per eliminare tutti i responsabili delle ricerche che hanno portato alla creazione del cane, convinto di essere una sorta di Highlander destinato all’immortalità e determinato ad impadronirsi del cane.

Ancora una volta, i temi del viaggio e della fuga si intrecciano nel dare vita ad un romanzo che è una storia di cambiamenti e metamorfosi. Il cane rappresenta il motore  di un incontro che permette sia a Travis che a Nora di uscire dalle gabbie di solitudine che li imprigionavano, ed allo stesso tempo la loro fuga diventa anche l’occasione per Lemuel Johnson, l’uomo che dà loro la caccia per conto dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (NSA), di riflettere in modo radicale sulla sua esistenza. Ma sarebbe un errore soffermarsi solo sul golden retriever, tralasciando l’importanza dell’Outsider e della tragicità della sua condizione. Se in virtù del suo bell’aspetto Einstein non ha problemi a farsi accettare, quando non ammirare, dalla società umana, viceversa l’Outsider è drammaticamente conscio dell’orrore che immediatamente suscita il suo aspetto. Dotato di una natura aggressiva e violenta in virtù del suo corredo genetico, l’Outsider è comunque anche una creatura intelligente in grado di leggere il disgusto nelle espressioni di chi posa il suo sguardo sul suo aspetto fisico. Se per gli altri personaggi la solitudine che vivono è una condizione che può cambiare in virtù di un incontro fortuito o magari di un atto di volontà, quella dell’Outsider si trova radicata in quello stesso aspetto che non manca di suscitare orrore e repulsione in chi lo vede. In tal senso, l’Outsider assume frequentemente il profilo della creatura del dottor Frankenstein nata dalla penna di Mary Shelley, della quale condivide sia l’aspetto orribile che la solitudine. Per quanto terrificanti possano essere le azioni di questa creatura, è comunque difficile non vedere in esse la materializzazione di un destino, di una predestinazione alla condanna, dell’impossibilità di essere qualcosa di diverso da ciò che le divinità umane l’hanno condannata in fase di concepimento ancora prima che al momento della sua creazione vera è propria.

Mostri è prima di tutto un romanzo sui segni, e l’isolamento dell’Outsider deriva proprio dalla sua capacità di comprenderli, di elaborarli e contestualizzarli, unita alla coscienza di non poterli scambiare con altri. In modo diametralmente opposto, i due mostri non fanno altro che emettere segni tutto il tempo, sul piano comunicativo come su quello comportamentale. La capacità di manipolare i segni non viene esibita dal golden retriever solo nelle occasioni in cui li utilizza per comunicare, ma anche quando modifica completamente il suo registro per nascondere la propria natura. Non solo Einstein è in grado di farsi capire da Travis e Nora, ma sa anche riconoscere il momento in cui è necessario adeguarsi al sistema di segni utilizzato da un qualsiasi normale cane (abbaiare, scodinzolare, fare le feste, etc.) per non sembrare in alcun modo differente dai suoi similii. Allo stesso modo, l’Outsider è in grado di comprendere le parole ed i comportamenti altrui. Infatti non ha alcuna difficoltà a leggere le espressioni di orrore o di ripulsione nel volto di chi posa il suo sguardo sulle sue fattezze. Ma a differenza del cane, non essendo dotato di un aspetto ordinario non è in grado di scegliere cosa mostrare e cosa occultare. E’ la sua stessa conformazione fisica a fare di lui, come suggerisce il termine con il quale viene designato, un escluso, un essere condannato ad essere fuori luogo. La sua estraneità al mondo dei segni è tale che, ad esempio, nessuno si ritrova mai a prendere anche solo in esame la possibilità di dargli un nome. Ed in tutta risposta, la rabbia furiosa con cui infierisce sui corpi senza vita delle sue vittime, straziandoli e deturpandoli, quando non circondandoli di escrementi per palesare tutto il suo disprezzo nel modo più chiaro possibile, è il segno di un odio che nasce direttamente da ciò che è e che sa di essere. I segni mostruosi che marchiano in modo radicale lo stesso essere dell’Outsider lo condannano all’isolamento ed all’estraneità in ragione della sua impossibilità di conformarsi alle norme (estetiche e non solo) della società dei suoi creatori. Esattamente come il golden retriever riesce a rendersi accettabile nella misura in cui si dimostra in grado di controllare e sottomettere i segni di cui è portatore alle norme che regolano di volta in volta il contesto all’interno del quale può finire col trovarsi. Perché mostruoso è il segno che mette in discussione l’ordine in vigore. Ma mentre può risultare accettabile, quando non ammirevole, quello che riconosce il valore della norma e vi si sottomette, il segno che invece rimane all’esterno dei confini di questa suscita orrore in misura tanto più profonda quanto maggiore ed irriducibile è la sua distanza.

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Tiranni Da Giardino

A differenza di quanto potrebbe sembrare in apparenza, l’arbitrarietà di una tirannia morale non si manifesta attraverso l’imposizione di nuovi divieti, quanto piuttosto per mezzo dell’esercizio di un potere il cui scopo consisterebbe nel definire di volta in volta, in modo appunto arbitrario, quali debbano essere i circoscritti oggetti di indignazione, di scandalo, di stigmatizzazione, e così via. Per una tirannia morale, l’invocazione di nuove norme e sanzioni di natura legale al fine di imporre nuovi divieti rappresenta solo una extrema ratio. Ciò è da imputare al fatto che ogni proibizione avente una base istituzionale non costituisce un limite solo per quanto si trova ad essere interessato dal divieto in questione, ma anche per l’arbitrarietà del moralismo stesso, in modo direttamente proporzionale all’estensione del campo che la norma prende sotto il suo controllo. Quindi qualsiasi soggetto (sia esso una singola persona, un movimento, un ente, etc.) che ambisca a raggiungere una posizione di potere attraverso l’utilizzo dello strumento morale si guarderà bene dal chiedere regole ferree e divieti chiari e definiti di natura generale. Piuttosto utilizzerà metodi come il discredito e la denigrazione. Eventuali richieste di sanzioni o divieti saranno perlopiù rivolti ad oggetti ben circostanziati, attraverso l’uso di argomentazioni indirettamente ricavate dall’oggetto stesso. In questo modo non c’è il rischio, trattandosi spesso di campagne che si basano sul consenso, di esibire in primo piano le pulsioni censorie che mirano a limitare le libertà altrui, perlomeno non senza il supporto di adeguati imbellettamenti in grado di ammorbidirne l’aspetto autoritario. Ed allo stesso tempo si limita il rischio di vedere l’autorevolezza eventualmente conquistata limitata da quelle stesse norme per le quali ci si è attivati. Infatti, l’instaurazione di una regola generale sottrae potere all’arbitrio di chi persegue campagne morali: la possibilità di contestare un oggetto in particolare (a partire dalla manifestazione d’indignazione fino alla pubblica gogna) si basa sulla necessità che l’oggetto in questione ricada all’interno di ciò che è lecito. Nel momento in cui si rende illecito l’oggetto di volta in volta in questione, e quindi non appena lo si elimina dall’ambito di una dialettica basata sul confronto per confinarlo all’interno dell’insieme degli atti illegali, si rende del tutto inutile la prosecuzione delle campagne di protesta ed indignazione. Le proteste a carattere morale possono avere senso solo se l’oggetto stigmatizzato non è illegale. E l’obiettività alla quale non raramente viene fatto riferimento attraverso l’invocazione di principi e valori non è altro che una cosmesi linguistica finalizzata al dare un volto presentabile alla denigrazione.

Si immagini, ad esempio, un certo gruppo di persone che si fa carico del compito di criticare e contestare quello che viene considerato un certo tipo di malcostume all’interno dei programmi televisivi, come ad esempio la presenza di donne vestite in modo succinto. Per prima cosa, difficilmente il movimento in questione metterà in discussione il diritto dei singoli individui a scegliere il proprio abbigliamento (purché, ovviamente, questo rimanga all’interno dei confini stabiliti dalla legge): ad essere oggetto di contestazione saranno piuttosto le presunte conseguenze, più o meno indirette, che ne scaturirebbero, sulla base di valutazioni che obbediscono a letture personali del reale (i “modelli” proposti al pubblico, gli “esempi” offerti ai minori, etc.). Si tratta in pratica di una falsa scelta: ad ogni persona viene riconosciuto il diritto di vestirsi come meglio crede, ma se l’abbigliamento non rispetta certi requisiti allora può diventare oggetto di critiche feroci. L’oggetto in questione non viene criticato in sé, ma sulla base di presunte conseguenze o risvolti sociali considerati dannosi.  I bambini che sarebbero vittime di cattivi esempi, i valori della tradizione che sarebbero minacciati da derive immorali, i costumi che sarebbero intaccati dalla decadenza e dalla mancanza di vigilanza, e così via fino ad invocare interi popoli o grandi categorie di persone, sono tutte forme sublimate dietro le quali non si nasconde altro che la volontà di chi parla. In altre parole, i principi da difendere che vengono invocati non sono altro che forme di cosmesi linguistiche volte a mascherare una serie di prese di posizioni riconducibili all’interno dei confini di una volontà censoria, del desiderio di imporre in modo tirannico scelte e costumi che se sanciti per legge risulterebbero illiberali.

Di fronte ad un film contenente scene di sesso, o di violenza, o con contenuti che qualcuno potrebbe reputare quantomeno non condivisibili, l’invocazione di una regola generale che vieti sequenze di un determinato tipo rischia di far sfuggire la materia dalle mani del censore stesso, il quale a sua volta non potrà fare a meno di censurare un film nella sua interezza o magari di tagliare le scene incriminabili anche nei casi in cui non dovesse ritenerlo opportuno. L’invocazione di principi e valori permette invece al censore di turno di intervenire (o provare a farlo) solo nei casi in cui lo ritenga opportuno, approvando invece i contenuti di cui apprezza la divulgazione. Il tiranno morale non ambisce ad una regola che vieti, ad esempio, tutte le scene di sesso dai film in televisione, perché una simile mannaia rischierebbe di falciare indiscriminatamente anche contenuti a lui graditi, e perché la sua opinione sulla scena di volta in volta in questione non avrebbe alcun valore, trovandosi sovrastata da direttive che lui stesso è tenuto a rispettare. Il tiranno morale preferisce così concentrarsi sul messaggio e soprattutto sull’opportunità di vietarlo qualora risulti, a suo giudizio, sgradevole o nocivo, affinché le ipotetiche scene di sesso in questione non siano censurate sempre in quanto tali, ma solo nei casi in cui possa reputarlo opportuno. E la presunta obiettività basata su valori e principi alla quale il tiranno morale può far ricorso per giustificare il proprio agire non è altro che l’esternazione dell’ideologia di cui si fa portavoce.

Le scelte altrui vengono accettate dal tiranno morale finché non mettono in discussione gli equilibri sociali e culturali dei quali lui si è fatto portavoce, ed allo stesso tempo la loro messa in discussione si rivela essere la cartina tornasole di un’ideologia intimamente reazionaria. Ad esempio, sebbene non ci siano leggi in Italia che vietino di fare la velina, né al momento risultino esserci proposte di legge finalizzate a vietare tale professione o a regolamentarne i diversi aspetti (quali vestiti indossare, come muoversi, quanti centimetri di pelle indossare, quali movimenti possono essere accettabili, etc.), alla luce di un certo moralismo già lo stesso termine “velina” ha una connotazione negativa. In breve, sul piano generale, non c’è nulla che faccia pensare che una simile professione non debba godere di un rispetto analogo a quello di tante altre. Eppure, il fatto stesso che una ragazza possa dichiarare di aspirare al successo in questo campo la espone, agli occhi di una parte della popolazione, ad un evidente disprezzo, come se la strada scelta per provare a fare un salto nella scala sociale (difficilmente chi sceglie un simile percorso proviene dalle fasce più elevate della società) potesse non essere sufficientemente degno di rispetto. Espressione di una cultura ideologicamente reazionaria, il moralismo che spesso pervade le campagne di protesta e di denigrazione non si rivela essere altro che il volto accettabile di un rigido classismo sociale che trova difficile accettare che una persona possa attivarsi per cercare un’alternativa ad un futuro di precarietà, di disagi o magari di fatica malpagata, attraverso la partecipazione a spettacoli televisivi, come ad esempio i reality show, che tutto sommato possono non richiedere particolari studi o preparazione. Il moderno tiranno morale rimane saldamente all’interno del suo giardino recintato da principi e valori che lo mantengono separato dal malcostume altrui, elogiando la solidità della sua dimora contro la corruzione che si annida all’esterno. Intimamente ed inconfessabilmente reazionario, il tiranno morale non manca di esprimersi a favore della libertà di scelta altrui, a condizione che tali scelte non vadano ad impattare in profondità sugli equilibri sociali e culturali, quando non ideologici o di classe, in vigore, su quello stato di cose dal quale deriva il proprio valore e la propria posizione nella scala sociale, o nel quale comunque riconosce sé stesso. E il disprezzo che ostenta verso quelle libere scelte altrui che in alcun modo possono danneggiarlo non è altro che la misura delle diversità morali che il piccolo tiranno non è in grado di accettare, o anche solo tollerare.

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Dennis Lehane – Un Drink Prima Di Uccidere

Non è una novità che gli scrittori di gialli e thriller o noir amino avere dei protagonisti fissi ai quali dedicare le proprie attenzioni. Dal Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle e dai Miss Marple e Hercule Poirot di Agatha Christie, fino ad arrivare alla Temperance Brennan di Kathy Reichs, al John Rebus di Ian Rankin, al Burke di Andrew Vachss, alla Kathy Mallory di Carol O’Connell, al Harry Bosch di Michael Connelly, e così via, innumerevoli sono i personaggi che finiscono per diventare simboli della produzione dei loro rispettivi autori. Come anche è tutt’altro che raro che l’azione di tali personaggi si trovi ad essere legata in modo viscerale alla città dove vivono e agiscono. Rispetto a simili premesse, Dennis Lehane non rappresenta in alcun modo un’eccezione: anche lui ha i suoi personaggi di fiducia ai quali affidare dei casi da risolvere, la coppia di investigatori privati Patrick “Pat” Kenzie e Angela “Angie” Gennaro. E le loro vicende si svolgono all’interno dei confini di quella Boston nella quale lo stesso scrittore di origini irlandesi vive. Un Drink Prima Di Uccidere è così il primo romanzo di una serie che Lehane dedicherà alla coppia Kenzie-Gennaro, e proprio in quanto tale sembrerebbe più interessato a definire i caratteri dei protagonisti ed il contesto sociale all’interno del quale si muovono che non piuttosto a tessere una complicata trama criminale. Ma una simile impressione viene progressivamente soppiantata, man mano che il panorama descritto dall’autore assume contorni più definiti, dallo spietato ritratto di una realtà, quella statunitense, tuttora visceralmente impregnata di cinica ipocrisia. Non si tratta quindi di una mera cartografia di personaggi e luoghi da sviluppare successivamente con i capitoli che seguiranno, quanto piuttosto della radiografia di una società ancora ben distante dall’immagine che ama fornire di sé.

La vicenda ha inizio con il senatore Sterling Mulkern che invita Pat Kenzie a bere un drink con lo scopo di affidargli l’incarico di ritrovare Jenna Angeline, una donna di colore che si occupava delle pulizie alla State House di Boston, nonché alcuni importanti documenti che questa avrebbe sottratto. Lo scenario che si profila davanti all’investigatore privato è altamente scottante e delicato. Kenzie si rende conto della delicatezza dell’indagine nel momento in cui si rende conto, poco tempo dopo aver subito un’aggressione, di essere pedinato. Ma la conferma definitiva della pericolosità della situazione nella quale si trova coinvolto arriva nel momento in cui Jenna, che il detective aveva rintracciato piuttosto facilmente, viene freddata per strada subito dopo avergli consegnato una busta contenente una foto molto compromettente. L’immagine ritrae Brian Paulson, uno degli uomini di Mulkern, sorridente e con i pantaloni abbassati a fianco di Marion Socia, un crudele e spietato delinquente che tiene sotto controllo buona parte della della criminalità bostoniana. Andando anche contro l’opposizione iniziale di Angie, Kenzie decide di non consegnare la foto e di portare avanti l’indagine a modo suo e a dispetto delle richieste del suo cliente, fermamente intenzionato a prendere tempo perlomeno fino a quando non sarà riuscito a scoprire il contenuto di quei documenti nei confronti dei quali il senatore Mulkern si è mostrato così interessato. Ma nel frattempo non è solo l’uomo politico ad essere interessato a quel materiale, e così in breve tempo Kenzie e la sua socia si ritrovano al centro di uno scontro tra due delle principali gang criminali di Boston che, per quanto impegnate in una sanguinosa guerra tra loro, condividono l’obiettivo di eliminare il detective per mettere le mani sui preziosi documenti: l’intera serie di foto che dimostra, senza possibilità di dubbio, come l’uomo di Sterling ed il narcotrafficante con un passato da sfruttatore della prostituzione fossero coinvolti nell’abuso sessuale su un minore.

Pagina dopo pagina, l’autore dettaglia con sempre maggiore accuratezza il profilo di Pat Kenzie, un uomo con un passato tormentato anche in ragione di un rapporto drammatico con il padre (un tanto onorato e rispettato vigile del fuoco in pubblico quanto violento ed autoritario in privato), e con un presente piuttosto libertino con un unico punto fermo: la tutt’altro che segreta attrazione che da anni nutre nei confronti di Angie. A sua volta questa è sposata con Phil, un vecchio amico di entrambi, che però all’interno delle mura domestiche si rivela essere un uomo estremamente violento che non esita a mettere le mani addosso alla moglie ogni volta che lo ritiene opportuno. E a completare il quadro si aggiunge Bubba Rugowski, un sociopatico costantemente armato fino ai denti che all’occorrenza non si tira indietro dal mettere la sua forza bruta e la sua potenza di fuoco a disposizione della coppia di detective, cioè le uniche persone verso le quali sembra provare una qualche forma di simpatia. I tre si muovono all’interno di una Boston cupa e violenta, nella quale i conflitti razziali e di classe sono all’ordine del giorno e ben distanti dall’essere risolti. L’indagine della coppia Kenzie-Gennaro si rivela sporca, con radici profondamente piantate nel cuore della realtà in cui vivono, ben distante dall’assere circoscrivibile all’interno di un singolo reato: il crimine su cui indagano non è altro che un nodo all’interno di una ragnatela di violenza ed illegalità molto più ampia. E probabilmente non potrebbe essere altrimenti dal momento che, muovendosi avanti e indietro lungo la linea che collega il mondo della criminalità e della corruzione ad alto livello con quello delle gang e della delinquenza di strada, il territorio dentro al quale si trovano a sprofondare definisce i propri orizzonti a partire dal rapporto tra classi e razze in un paese che formalmente abbandonato la segregazione razziale solo poco dopo la metà del XX secolo.

“Il Sogno Americano per un negro è come l’inserto centrale di una rivista porno appeso in una cella di prigione. L’uomo nero non è nessuno in questo mondo se non sa cantare, ballare o lanciare un pallone.”

Una volta abolita la schiavitù dei neri con la ratifica del XIII Emendamento nel 1865, non passò molto tempo prima che una nuova forma di razzismo istituzionalizzato prendesse corpo negli Stati Uniti, rimanendo in vigore per circa un secolo. Nel decennio successivo all’abolizione della schiavitù, su iniziativa dei democratici degli Stati del Sud, vennero emanate una serie di leggi che, di fatto, reintroducevano la segregazione razziale. Le famigerate “Leggi Jim Crow” prevedevano, ad esempio, la separazione tra bianchi e neri (nelle scuole e nei luoghi pubblici in generale, nei bagni, nei ristoranti e sui mezzi di trasporto, etc.), ovviamente a tutto vantaggio della supremazia bianca. Inoltre, attraverso la definizione di tutta una serie di requisiti per poter accedere alle liste elettorali (pagamento delle tasse, livello di alfabetizzazione, residenza ed iscrizione all’anagrafe, etc.), la maggioranza dei neri fu di fatto nuovamente privata del diritto di voto. (Giusto a titolo di esempio, basti ricordare che l’episodio di Rosa Parks, la donna di colore che in Alabama venne arrestata ed incarcerata per essersi seduta su un bus in un posto riservato ai bianchi e soprattutto per essersi rifiutata di cederlo ad un uomo bianco malgrado l’ordine da parte dell’autista del mezzo, risale al 1955.) Fu solo negli anni tra il 1960 e 1970 che, in seguito all’azione dei movimenti per i diritti civili, le Leggi Jim Crow furono cancellate, ripristinando infine una situazione di parità di diritti tra bianchi e neri.

Ma anni di esclusione dalla gestione della cosa pubblica, a livello di voto come di partecipazione in qualità di giurati in sede giudiziaria o di gestione di fondi e di capitali, hanno fatto sì che interi quartieri delle grandi metropoli statunitense si trasformassero in ghetti. E Dorchester, il quartiere di Boston che diventa il principale terreno di scontro tra le due gang di afroamericani in lotta, non costituisce un’eccezione. Come non appare particolarmente degno di nota il fatto che, sebbene non esista più alcuna segregazione a livello istituzionale, il conflitto tra le due bande riesca ad attirare l’attenzione di politica, polizia e mass media solo nel momento in cui sconfina al di fuori dei limiti del suo quartiere per andare a portare disordine nelle zone benestanti della città. E quella serie di foto nelle quali un politico bianco ed un delinquente nero vengono ritratti assieme, quasi a suggellare la convergenza dei loro diversi interessi nella consumazione di una violenza (l’abuso sessuale su un minore), vale da sola come emblema di una società nella quale, con reciproco vantaggio, influenti politici e pericolosi criminali possono coesistere all’interno di un quadro criminale comune, ricoprendo ruoli differenti ma allo stesso complementari attraverso una copertura reciproca che possa tutelare l’impunità di entrambi. A patto, cioè, che tali azioni avvengano lontani da occhi indiscreti: all’interno di una stanza d’albergo dove un minore di colore è stato abusato, come all’interno dei confini di un quartiere-ghetto dove gruppi di ragazzi si massacrano a vicenda per il controllo del mercato della droga da parte dell’organizzazione criminale nella quale si sono arruolati.

“Siamo noi i bambini molestati. Ci fottono mattina, pomeriggio e sera, ma fin tanto che ci rimboccano le coperte con un bacio, fin tanto che ci sussurrano nell’orecchio: “Papà ti vuole bene, papà si prenderà cura di tutto”, noi chiudiamo gli occhi e ci addormentiamo, barattando il nostro corpo, la nostra anima per le comode apparenze della “civiltà” e della “sicurezza”, i falsi idoli del nostro sogno a luci rosse del ventunesimo secolo.”

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The Loved Ones – Sean Byrne

Che i balli scolastici siano eventi che occupano un ruolo particolare nella cinematografia anglofona è un dato di fatto testimoniato dalla mole di esempi che si potrebbero fare. Si può partire dalle atmosfere leggere di commedie come American Pie, Mean Girls e Mai Stata Baciata, fino ad arrivare a quelle scure e macabre di horror quali Non Entrate in Quella Casa e Carrie – Lo Sguardo Di Satana. Ma in questa immensa galleria, dove tra balli e musica si consumano ora coronamenti di amori, ora vendette ed umiliazioni, un posto particolare è occupato da Bella In Rosa, una moderna rivisitazione della fiaba di Cenerentola nella quale una normale ragazza, che riesce a frequentare una scuola prestigiosa solo grazie ad una borsa di studio, corona il suo sogno d’amore con il ragazzo più popolare della scuola. Ed è proprio a partire da una simile ambientazione che Sean Byrne prende esplicitamente le mosse per costruire un horror violento all’interno del quale l’elemento della tortura non viene utilizzato per shockare lo spettatore, ma per dipingere un quadro famigliare malato e perverso. Questo è l’elemento tutt’altro che secondario che, nonostante le tutt’altro che sporadiche affinità a livello visivo, distingue The Loved Ones da un ordinario torture-porn: qui la tortura non è altro che uno strumento narrativo. Molteplici sono le sequenze segnate da un violento sadismo, ma questo è un mezzo e non il fine ultimo della narrazione. Ciò che qui viene mostrato è un capovolgimento della commedia a sfondo più o meno adolescenziale, una sua rilettura in chiave horror. Qualcosa di simile, sebbene di segno opposto, a quanto fatto dalla serie Scary Movie nella sua opera di conversione degli horror di successo in commedie. Qui, al contrario, sono i luoghi comuni tipici delle commedie ad offrirsi come base per la costruzione di una storia horror. Il principio che sta alla base delle storie simili a Cenerentola ruota attorno all’idea che la protagonista sia una persona semplice ed incantevole, ma che allo stesso tempo le condizioni sociali in cui si trova fanno sì che solo superando le avversità che intralciano il suo cammino potrà arrivare al coronamento del suo sogno. L’interrogativo che invece pone The Loved Ones è: cosa succederebbe se ci fossero dei validi motivi perché la Cenerentola di turno non possa, o magari non debba, raggiungere il suo principe azzurro? Cosa succederebbe se la Cenerentola di turno, di fronte ad un rifiuto, rivelasse una natura da psicopatica sadica e perversa?

Il principe azzurro della storia è Brent (Xavier Samuel), un ragazzo che pensa di essere la causa della morte del padre: per evitare un adolescente che ferito e sanguinante appare dal nulla in mezzo alla strada, Brent sterza improvvisamente andando a finire contro un albero fuori strada e suo padre, il quale era seduto al suo fianco e muore sul colpo. Da quel momento diventa cupo ed introverso, si taglia le braccia con una lametta che tiene appesa al collo, e passa le giornate girovagando da solo con il suo cane e arrampicandosi su per una parete rocciosa mentre ascolta musica heavy metal a volume altissimo. La sua scarna vita sociale si divide tra Holly (Victoria Thaine), una ragazza molto carina con cui ha una relazione e che dimostra di tenere molto a lui, e il suo amico Jamie (Richard Wilson), un ragazzo spensierato che ama bere, fumare e festeggiare. All’avvicinarsi della sera del ballo, Holly ha ovviamente in programma di andarci con Brent, mentre Jamie insperabilmente vede Mia (Jessica McNamee), un’affascinate ragazza dal look gotico, accettare il suo invito. E’ all’interno di questo quadro che tenta di insinuarsi Lola (Robin McLeavy): timida, goffa ed impacciata, è la Cenerentola che chiede a Brent di essere il suo accompagnatore la sera del ballo. Già impegnato con Holly, Brent rifiuta l’invito in modo tanto cortese quanto deciso. Ma quella che era apparsa come una variante della timida Andie Walsh di Bella In Rosa si rivela essere piuttosto una sorta di giovane Annie Wilkes (Misery Non Deve Morire). Il giorno del ballo, il padre di Lola (John Brumpton) narcotizza e rapisce Brent e lo porta a casa dove lo aspetta una festa completamente differente. Legato ad una sedia, Brent si risveglia per scoprire di essere sprofondato in un incubo spaventoso a base di torture e sevizie. Mentre Jamie e Mia temporeggiano drogandosi fuori dal ballo, una Holly sempre più preoccupata per la misteriosa sparizione di Brent attende con la madre di questo di avere notizie del suo ragazzo.

Intanto, con il suo vestito rosa confetto ed una coroncina da regina del ballo in testa, Lola si rivela essere una sadica psicopatica che condivide la sua follia con il padre, al quale è legata da un rapporto malato e perverso. Ed è all’interno della casa di questa che si consuma il capovolgimento dei luoghi comuni della commedia adolescenziale, a partire dalla colonna sonora. Infatti, solitamente all’interno delle produzioni horror le sonorità metal vengono utilizzate per sottolineare scene d’azione o violente, o magari per dare una caratterizzazione minacciosa o maniacale a personaggi o situazioni. Invece in questo caso si tratta di musica che Brent ascolta da solo in cuffia, in camera sua come mentre temerario oltre i limiti dell’incoscienza si arrampica su una parete rocciosa poco distante da casa. A fronte di un comportamento apparentemente tranquillo, la violenza della musica diventa il suono dei tumulti interiori del protagonista, la colonna sonora che sembra offrire un blando sollievo a quelle pulsioni autodistruttive che lo spingono ad autoinfliggersi ferite. Al contrario, la musica che va a caratterizzare il personaggio di Lola è il morbido country pop della cantautrice australiana Kasey Chambers: la sua Not Pretty Enough è la malinconica canzone di una ragazza che si sente inadeguata nei confronti del ragazzo che ama, fino ad interrogarsi sulla sua invisibilità, sul suo sentirsi attraversata dallo sguardo dell’amato come fosse trasparente, nonostante i suo sforzi per farsi notare ed apprezzare. Mostrando con una disinvoltura disarmante come il significato di una canzone sia tutt’altro che fisso, con le sue immagini Sean Byrne trasforma quella che nasce come una canzone adolescenziale dedicata ad un amore non corrisposto in uno dei segni che contraddistinguono la psicosi maniacale di Lola.

Sean Byrne accentua il carattere ossessivo dell’infatuazione di Lola fino ad arrivare a metterne in mostra l’aspetto più folle e contorto. E il Male che porta sullo schermo è tanto più concreto e minaccioso quanto più ammantato di rassicurante ordinarietà. Attraverso il personaggio di Lola, Byrne prende una Andie Walsh con il suo vestito rosa e la trasforma in una versione femminile di Jeffrey Dahmer (derivando dalla storia di quest’ultimo sia l’idea di praticare un foro con un trapano nel cranio delle vittime ancora in vita per poi lobotomizzarle versandoci dentro acqua bollente, sia la documentazione delle vittime attraverso scatti fotografici per poter poi inserirli all’interno di un album dei ricordi.). The Loved Ones non è il racconto di un pericolo proveniente da una misteriosa società segreta che per il proprio piacere rapisce e tortura gli ignari turisti che soggiornano in uno sperduto ostello nei pressi di Bratislava, né di uno spaventoso pericolo che abita una sperduta villetta nel Texas ed indossa una maschera di pelle umana, né che propone mortali sfide alle persone che a suo giudizio non hanno rispetto per sé e per gli altri, e così via. Qui il male si nasconde dietro l’insospettabile aspetto di una timida ed anonima ragazza, una compagna di scuola che nessuno sembra considerare degna di nota, in pratica quella che nelle commedie assume spesso le sembianze di una Josie Geller in attesa di liberarsi del suo aspetto da brutto anatroccolo. Dietro quel volto rassicurante si nasconde la radice di una malvagità così profonda da segnare in modo indelebile le vite di chi, anche solo indirettamente, si trova a fronteggiare le conseguenze delle sue azioni. Byrne non si sofferma a dettagliare le ragioni del suo agire, né tantomeno ne racconta i trascorsi. La sofferenza di cui è causa insieme al padre viene esibita attraverso il dolore che silenziosamente aleggia sulle esistenze dei personaggi le cui vicende costruiscono la cornice all’interno della quale si sviluppa la trama principale. Ed è proprio in tal senso che le parentesi dedicate a Jamie e Mia si rivelano ben distanti dall’essere un mero riempitivo o un contorno, da utilizzare per alleggerire la tensione sul soggetto principale. Nello sguardo e nel comportamento di Mia si inscrivono gli effetti di una malvagità in grado di segnare in modo indelebile la vita di una persona e della sua famiglia, quando non di un’intera comunità. Le torture e le violenze, così spesso al centro della scena, finiscono con il scivolare in secondo piano rispetto alla cappa soffocante di dolore che in un modo o nell’altro opprime i diversi personaggi che ruotano attorno alla vittima. Quella che rimane alla fine è la coscienza del fatto che non può bastare nemmeno il rendere inoffensiva la fonte del pericolo, né il porre fine alla sua follia, per lenire anche solo blandamente il dolore di cui questa è stata causa, e più in generale perché la comunità della quale la vittima è parte possa riavere indietro la sua innocenza perduta.

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