Archivio aprile 2010

Popoli colorati

L’espressione “rivoluzione colorata” viene utilizzata per definire un evento avente come obiettivo la lotta politica e l’affermazione di una fazione mediante un’opposizione che non prevede la lotta armata: solitamente ciò avviene attraverso il ribaltamento di un risultato elettorale, in seguito ad una nuova consultazione derivante dall’annullamento di una votazione accusata di essere viziata da brogli ed irregolarità. Attraverso una prassi che fa riferimento in modo più o meno diretto alle teorie di lotta non violenta formulate da Gene Sharp, nelle rivoluzioni colorate l’uso della piazza e di contestazioni in generale sono utilizzati per far sì che al candidato uscito perdente in sede di voto venga offerta una seconda opportunità di essere eletto; tutto questo dopo una delegittimazione del risultato del voto dichiarato accusato di essere frutto di brogli ed inganni ai danni del popolo che invece avrebbe espresso una volontà differente. Spesso si tratta di campagne preparate già prima del voto, in fase di propaganda elettorale, che vedono il leader dell’opposizione attaccare violentemente l’avversario (non risparmiando accuse di disonestà, corruzione o addirittura collusione con organizzazioni criminali) al fine di screditarne la credibilità istituzionale. Nelle dichiarazioni d’intento pronunciate pubblicamente dai leader (e non solo) di tali rivoluzioni, si tratterebbe di eventi che avrebbero come scopo l’affermazione dell’identità e dei valori di popolazioni vittime di un regime dispotico ed illiberale. E conseguentemente, all’interno di un simile contesto, ed anche con l’appoggio di una parte della comunità internazionale e dei media occidentali (in special modo in quelli di matrice inglese e statunitense), i contestatori vengono spesso rappresentati come eroici idealisti che, attraverso una ferma resistenza non violenta, si oppongono ad un regime autoritario in nome dei valori della libertà e della democrazia. Ma per quanto risulti difficoltoso negare come probabilmente la maggioranza di coloro che affollavano ed occupavano le piazze fosse in buona fede, a distanza di tempo, e con la possibilità di valutare gli eventi che hanno fatto seguito simili eventi, rimane ciò che la storia ha decretato e si appresta ad archiviare. Indipendentemente da quanto potesse essere effettivamente sincera ed in buona fede la richiesta di una società migliore da parte delle folle che hanno protestato, hanno contestato, si sono opposte e, nei casi di vittoria, hanno gioito per il raggiungimento dell’obiettivo che si erano prefissate, le forze, in special modo economiche, rimaste nell’ombra fino a quando la lotta non si è conclusa, non hanno tardato ad uscire allo scoperto e a mostrare il loro volto nel momento in cui il candidato di cui avevano appoggiato la causa è riuscito a conquistare una posizione di potere dominante.

Osservando le dinamiche che hanno frequentemente animato i diversi tentativi di “rivoluzione” nel corso degli ultimi anni, come nel caso del successo della rivoluzione del 5 Ottobre in Serbia nel 2000, o nel caso del fallimento della più recente tentata rivoluzione verde in Iran, si tratta sempre di una medesima strategia che, mescolando idealismo populista e marketing politico, trascina le folle in piazza per contestare il potere vigente e far sì che possa essere sostituito da un altro che viene presentato come più vicino alle esigenze del popolo, ma che in realtà ha il merito di essere più favorevole alla penetrazione dall’esterno da parte di istituzioni economiche e finanziarie internazionali. Malgrado l’uso di una terminologia e di slogan in generale impregnate di fervore “rivoluzionario”, quelle colorate si dimostrano ben distanti dall’essere rivoluzioni vere e proprie. Anzi, in senso stretto, sia in base agli obiettivi prefissati, sia in base ai risultati ottenuti in caso di successo, più che di rivoluzioni si tratta di restaurazioni, cioè di modi attraverso i quali una classe dirigente ne soppianta un’altra lasciando intatta la struttura del regime in generale. A differenza di quanto avviene nelle vere rivoluzioni, in quelle colorate l’ordinamento sociale e le strutture di potere non vengono minimamente messi in discussione. Si tratta esclusivamente di sostituire una lobby con un’altra, lasciando inalterato il contesto attraverso cui chi otterrà posizioni di comando potrà esercitare il suo potere. Facendo un rapido excursus attraverso quanto accaduto nei paesi appartenenti all’area ex-Sovietica, cioè dove le rivoluzioni colorate hanno ottenuto i loro maggiori successi, il bilancio che se ne trae è un elenco di popoli delusi, finiti col passare da un regime ad un altro che, oltre a non migliorarne le condizioni di vita, le ha addirittura peggiorate smantellando le strutture e le garanzie sociali interne per permettere una più agevole penetrazione dall’esterno da parte di organismi finanziari internazionali. A grandi linee è possibile individuare in due motivazioni il mezzo che gli organizzatori hanno utilizzato per ottenere l’appoggio delle masse nella conquista del potere: la lotta contro un potere vigente accusato di essere autoritario ed illiberale, e la contestazione dei risultati elettorali, dichiarati illegittimi in quanto viziati da presunti brogli. Ma sullo sfondo di simili lotte non c’è mai stato alcun interesse che spingesse ad emancipare le masse dalle condizioni di disagio in cui si trovavano, infatti l’ordinamento della società che ne ha causato le sofferenze non è mai stato minimamente messo in discussione. Per fare un paio di esempi, le rivoluzioni colorate presentano scenari paragonabili a quello che avrebbe potuto essere un’ipotetica Rivoluzione Francese se, anziché lottare contro l’Ancien Regime, i rivoluzionari si fossero coalizzati ad esponenti di questo per contrastare chi deteneva il potere ed arrivare ad un risultato che vedesse l’instaurazione di un altro Ancien Regime in mano a casati differenti; o ancora, le si potrebbe paragonare a quello che avrebbe potuto essere un’ipotetica Rivoluzione d’Ottobre che, anziché avere come obiettivo la creazione dei soviet, non avesse mirato ad altro che a portare alla guida del paese una nuova dinastia di zar. Ed è proprio in base a questa loro natura non-rivoluzionaria che trova un senso l’uso di oggetti, colori e simboli in generale per affermare l’identità del popolo che contesta: non trattandosi di folle unite sulla base di un’ideologia alternativa a quella che anima il potere vigente, la loro identità viene prodotta artificialmente attraverso l’uso di un simbolo (il colore arancione, il colore verde, le rose, etc.), cioè di un marchio che funziona da brand politico. Il colore della rivoluzione non presenta una reale spinta rivoluzionaria, ma si tratta piuttosto del simbolo che rappresenta una serie di parole d’ordine del regime in vigore in cerca di radicamento e rafforzamento. Esattamente come il logo di una particolare linea di scarpe, di abbigliamento, di computer o altro ancora, che pur senza modificare la qualità dell’oggetto ne aumenta il valore in virtù dello status symbol espresso, così i simboli delle contestazioni colorate offrono a chi vi aderisce un plusvalore che non deriva tanto dal valore concreto delle alternative proposte, quanto piuttosto dall’adesione ad un immaginario che nello stato di cose vigente trova il proprio fondamento.

La rivoluzione Arancione

Alla fine del Novembre 2004, le elezioni presidenziali in Ucraina danno la vittoria a Viktor Janukovich, erede politico dell’ex-presidente filo-russo Leonid Kuchma, ma lo sfidante Viktor Jushchenko contesta il risultato sostenendo essere frutto di brogli elettorali. I suoi sostenitori scendono in piazza, ognuno esibendo qualcosa di arancione (indumenti, sciarpe, striscioni, etc.) per identificarsi come un popolo unito sotto un’unica bandiera e deciso ad opporsi e lottare fermamente, per quanto in modo non violento, contro quello che denunciano pubblicamente come un sopruso da parte del potere in carica. In ragione di una simile opposizione, la Corte Suprema Ucraina decide di accettare le richieste dei contestatori, annullare il risultato del voto ed indire nuove elezioni per il Dicembre immediatamente successivo. In questa sede il risultato delle elezioni precedenti si trova ad essere completamente ribaltato: Viktor Jushchenko vince le elezioni e conquista la presidenza del paese. In Ucraina, il cambio alla guida del paese genera speranze di cambiamento e di miglioramento delle condizioni di vita per il popolo, e all’estero, specialmente nei media occidentali, la notizia sarà accolta e presentata al grande pubblico come una svolta epocale: un popolo riesce ad affermare la propria volontà di cambiamento senza violenza e senza spargimenti di sangue. Ma col passare del tempo, e con l’emergere e l’affermarsi degli interessi che hanno appoggiato in modo determinante l’ascesa di Jushchenko, il popolo ucraino scoprirà che la rivoluzione arancione non è stato altro che un periodo di grandi speranze destinate a rimanere tali. Ad un punto tale che nelle elezioni presidenziali del 2010 Viktor Janukovich vincerà le elezioni presidenziali sconfiggendo la sfidante Julija Tymoshenko, un altro dei volti storici della rivoluzione arancione nonché due volte primo ministro durante il periodo di presidenza di Jushchenko.

Fermo restando che non si è mai trattato di un atto rivoluzionario in senso stretto, cioè di un processo finalizzato a mettere in discussione l’ordine esistente ed eventualmente sostituirlo con uno di natura differente (anche, non secondariamente, sul piano ideologico), la natura radicalmente conservatrice della rivoluzione colorata che ha avuto luogo in Ucraina risulta già evidente dagli attori in gioco. Da un lato il blocco filo-russo rappresentato da Kuchma e Janukovich e dall’altro quello filo-occidentale incarnato da Jushchenko e Tymoshenko. A tirare le fila di parole d’ordine quali “libertà” e “democrazia”, che tanta risonanza hanno avuto sui media occidentali, si trovavano interessi politici, e soprattutto economici, legati agli Stati Uniti e ad una parte dei paesi aderenti alla NATO (specialmente quelli che per posizione geografica, ma non solo, si trovano esclusi dalla partecipazione alla catena che gestisce le enormi risorse energetiche di provenienza asiatica). Il ruolo attivo giocato dagli Stati Uniti mediante potenti fondazioni, quali ad esempio il NED (National Endowment for Democracy), nel finanziare la lotta arancione con diverse decine di milioni di dollari chiaramente non ha mai avuto come obiettivo, al di là degli slogan scanditi da attivisti e media in Ucraina come all’estero, l’affermazione e la difesa degli interessi del popolo, quanto piuttosto la penetrazione all’interno del mercato ucraino (in particolar modo in quello petrolifero) da parte delle industrie occidentali, nonché di investitori (e speculatori) finanziari.

Essendo la zona del Mar Nero un importante punto di passaggio per le grandi quantità di petrolio e di gas naturale provenienti dall’area asiatica in direzione dell’Europa, la partecipazione alla loro gestione ha sempre rappresentato un mercato particolarmente attraente per i paesi occidentali. Un mercato divenuto tanto più interessante quanto più da un lato i conflitti in Medio Oriente hanno spinto gli Stati Uniti (e non solo) alla ricerca di un’alternativa alle fonti arabe per l’approvvigionamento energetico, e dall’altro l’ascesa di Putin in Russia ha bloccato la penetrazione di matrice neoliberista nel mercato ex-sovietico avviata durante il periodo eltsiniano. Solo un anno prima della rivoluzione arancione, il presidente ucraino Kuchma, decisamente più vicino a settori industriali di area filo-russa, bloccava le velleità di penetrazione all’interno del mercato ucraino da parte delle compagnie petrolifere occidentali. Ecco quindi attivarsi durante il periodo delle elezioni le medesime forze che in precedenza avevano già appoggiato un’altra rivoluzione colorata, quella delle Rose in Georgia (un altro paese con una posizione strategica nell’area asiatica) che aveva visto il filo-occidentale Saakashvili conquistare la presidenza del suo paese. Il NED statunitense ed altre istituzioni interessate ad accedere al mercato ucraino (tra cui, non ultimo, l’Open Society Institute del magnate Soros) appoggiano il movimento arancione, e non appenna il loro candidato raggiunge la carica ambita si attivano per ottenere i benefici per cui hanno investito. Non solo il popolo ucraino non vede migliorare le proprie condizioni di vita, ma assiste in prima persona al copione già vissuto da altri paesi in balia delle pressioni neoliberiste provenienti dall’esterno: apertura dei mercati interni alla penetrazione dall’estero, privatizzazioni ed un veloce incremento del costo della vita reso ancora più doloroso dall’immobilità dei salari. E malgrado il ruolo centrale giocato in fase di contestazione, nemmeno le accuse di corruzione rivolte ai rappresentati del regime precedente hanno avuto seguito, tanto che Janukovich e la sua parte politica potranno continuare a partecipare attivamente alla vita del paese, fino alla ricandidatura e successiva vittoria nelle presidenziali del 2010.

I finanziamenti alle rivoluzioni colorate

Con sedi in oltre 60 paesi sparse in tutto il mondo, l’Open Society Institute, fondato agli inizi degli anni ’90 dal magnate ungherese Soros, risulta aver ricoperto un ruolo attivo nel processo di trasformazione delle economie di paesi in sviluppo in direzione neoliberista. Le privatizzazioni di importanti aziende e strutture, specialmente nei paesi dell’ex-area sovietica, consentivano facili guadagni agli investitori che acquistando a prezzi molto bassi avevano modo di otteenere facilmente profitti decisamente elevati. Ma l’acquisizione di risorse non era l’unico obiettivo, infatti ai nuovi mercati erano interessate anche le società specializzate in investimenti finanziari, sempre alla ricerca di nuovi paesi da trasformare in zone dove effettuare speculazioni, anche monetarie. Lo stesso Soros in prima persona, agli inizi degli anni ’90, raggiunse la fama internazionale come l’uomo che fece fallire la Banca d’Inghilterra quando vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline; in seguito a ciò, la Banca d’Inghilterra fu costretta ad uscire dallo SME e svalutare la moneta, permettendo così al magnate ungherese di realizzare un utile di oltre un miliardo di dollari. Operazioni simili (per quanto non necessariamente direttamente sulla moneta) furono compiute, più o meno apertamente, anche in altri paesi, e le ex-Repubbliche Sovietiche non furono affatto un’eccezione.

Ufficialmente, l’Open Society Institute nasce come istituto avente come obiettivo il rovesciamento di regimi dittatoriali e la diffusione ed affermazione della democrazia nel mondo. E così, dal Sud Africa alla Polonia ed oltre, il rovesciamento dei regimi in essere ha avuto come conseguenza l’approvazione di provvedimenti di matrice neoliberista che hanno trasformato i paesi in questione in terre di conquista e zone di speculazione. Nascondendo le sue speculazioni all’ombra di rispettabili ideali quali “libertà” e “democrazia”, al magnate è anche riuscito di presentarsi pubblicamente come un filantropo (come, ad esempio, nel 1995 in Italia, in occasione della laurea honoris causa assegnatagli dall’Università di Bologna su intercessione di Romano Prodi, o in ragione dell’appoggio pubblico, e soprattutto finanziario, al futuro Premio Nobel per la Pace Barack Obama nel suo percorso verso la Casa Bianca). Ma allo stesso tempo gli sono costate dure condanne in sede di giudizio, come nel caso della condanna ad una pesante multa per insider trading in Francia, o la condanna a morte in Malesia in quanto ritenuto responsabile del deprezzamento della valuta malese durante la crisi finanziaria asiatica del 1997. Ma è soprattutto in Georgia, nel contesto di un’altra rivoluzione colorata, che l’OSI ha avuto modo di dimostrare tutta la sua potenza appoggiando l’ascesa del dittatore georgiano Mikheil Saakashvili, grazie ad una spesa di oltre 42 milioni di dollari elargiti a movimenti politici e media locali.

La Rivoluzione delle Rose

Nel 2003, la Georgia non rappresentava solo un mercato particolarmente interessante in quanto da poco riaperto agli investimenti occidentali, dopo decenni di chiusura dovute all’appartenenza al blocco sovietico, ma anche ed in particolar modo in ragione della sua posizione geografica. E così, il regime di Saakashvili ha potuto fare affidamento non solo sull’appoggio dell’OSI durante la sua ascesa, ma anche di quello diretto degli Stati Uniti, interessati ad estendere la propria sfera d’influenza nell’area ex-sovietica (soprattutto in ragione di una posizione geografica come quella georgiana che, come testimonierà la successiva costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan, ricopre un ruolo chiave nel passaggio di risorse energetiche dall’Azerbaijan alla Turchia). Il meccanismo che porterà alla caduta del presidente Shevarnadze sarà lo stesso che verrà usato un anno dopo in Ucraina. I risultati delle elezioni che davano come vincente il presidente in carica vengono contestati come frutto di brogli e manomissioni ai danni del popolo. Migliaia di persone invadono le strade di Tblisi e protestano per giorni. E nel momento in cui Shevarnadze cerca di parlare in parlamento, la sua carica presidenziale viene contestata come illegittima dai partiti di opposizione fino al momento in cui Saakashvili insieme ad una folla di contestatori fa irruzione con delle rose in mano (da qui il nome della rivoluzione) interrompendo il discorso del presidente e costringendolo alla fuga insieme alle sue guardie del corpo. Shevarnadze rassegna le sue dimissioni e lascia il paese per cercare rifugio in Russia. Nuove elezioni vengono indette e vinte con un risultato plebiscitario dal leader della rivoluzione Mikheil Saakashvili.

Molte sono le questioni che il giovane presidente si trova fin da subito a dover affrontare: corruzione, inflazione e salari bassi, nonché le rivendicazioni secessioniste di Abkhazia ed Ossetia. Ma in suo aiuto arriva Washington che lo appoggia finanziando programmi militari come Train and Equip per rinforzare l’esercito georgiano, nonchè favorendo il finanziamento della spesa pubblica con capitali provenienti dal FMI e dalla Banca Mondiale. Uno dei vantaggi più evidenti di una simile collaborazione prende forma nel 2006 nella forma dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan che attraverso il territorio georgiano permette al petrolio proveniente dall’Azerbaijan di raggiungere la Turchia senza dover passare in terra russa. Si tratta di un investimento enorme che vede tra le compagnie petrolifere maggiormente impegnate la statunitense Chevron (che, per inciso, fino al 2001 aveva ospitato nel suo Consiglio d’Amministrazione il Segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice).  Ma le speranze riposte nel nuovo corso iniziarono ben presto con l’andare incontro a cocenti delusioni: Saakashvili  risponde alla perdita di consensi accentrando i poteri, criminalizzando l’opposizione e cercando di nascondere la scarsezza di risultati ottenuti dietro un forte nazionalismo che porterà ad un nuovo infiammarsi dei mai sopiti conflitti nelle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud. E così, se da un lato la Georgia rappresenta il migliore esempio di rivoluzione colorata, sia per la forza politica che il nuovo governo otterrà a discapito del vecchio regime, sia per i ritorni economici di cui hanno potuto beneficiare gli investitori (esteri e non), dall’altro i crimini di cui si macchia il presidente georgiano sono la dimostrazione empirica di come gli slogan urlati nelle piazze a base di diritti, pace, democrazia e lotta contro il crimine e la corruzione al governo, fossero solo un paravento utilizzato da circoscritti interessi politici ed economici desiderosi di rimuovere altri interessi di natura opposta che si ponevano come impedimenti ed ostacoli alla loro azione. E tutto questo senza dover andare a scalfire, anche solo minimamente, la struttura dell’ordinamento sociale in vigore.

Le rose e i cannoni

Nell’Agosto del 2008, mentre l’attenzione del mondo è focalizzata sull’apertura dei giochi olimpici di Pechino, Tskhinvali, la capitale dell’Ossetia del Sud, viene bombardata da una pioggia incessante di missili Grad (lanciarazzi dall’elevato potere distruttivo in grado di attaccare dalla lunga distanza, ma allo stesso tempo scarsamente precisi, e utilizzati in attacchi aventi come obiettivo la massimizzazione dei danni in vaste aree colpendo  qualsiasi obbiettivo vi si trovi in modo indifferenziato). Bombardamenti e razzi piovono dal cielo causando la morte di circa 1.400 osseti. L’esercito georgiano è determinato ad affermare con la violenza bellica la propria influenza sul territorio osseto che da quasi vent’anni, cioè a partire dall’indipendenza Georgiana nel 1991, richiede l’indipendenza dalla Georgia per potersi riunire all’Ossetia del Nord (appartenente alla Russia). L’Ossetia viene invasa militarmente con carri armati e mezzi blindati che si fanno strada nella capitale facendo fuoco ad alzo zero. Il primo ministro russo Putin lascia velocemente Pechino e torna nel suo paese per organizzare la risposta militare (giustificata dal fatto che tra le vittime del fuoco georgiano è possibile contare molteplici civili con passaporto russo, nonché militari russi presenti sul territorio in quanto facenti parte delle forze di peacekeeping). La reazione russa non si fa attendere e non si limita a respingere l’esercito georgiano al di fuori dei confini osseti, ma ben presto capovolge la situazione mettendo sotto  attacco postazioni militari all’interno del territorio georgiano. Ed in questo contesto, mentre diversi ed importanti paesi dell’UE (Francia, Italia e Germania in testa) si attivano in vario modo per elaborare l’accordo che condurrà al cessate il fuoco, Stati Uniti ed Inghilterra esibiscono tutta la propria vicinanza al dittatore georgiano (gli Stati Uniti inviano nel Mar Nero la sofisticata ammiraglia da guerra Mount Whitney sostenendo che il suo compito si limita al trasporto di aiuti umanitari). Le dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti di questi ultimi Stati  vengono completamente epurate di qualsiasi riferimento all’aggressione georgiana ed ai civili morti osseti. Ed i media anglofoni si guardano bene dal discostarsi da una simile linea: le ricostruzioni sui quotidiani e sui TG inglesi ed americani ricostruiscono la vicenda a partire dalla reazione russa come se anziché di risposta si fosse trattato di aggressione vera e propria (non esitando ad invocare mire imperialistiche russe ai danni dell’alleato georgiano).

Questo episodio, all’interno del contesto delle rivoluzioni colorate, assume il valore di dimostrazione empirica di come dietro le rivoluzioni colorate non ci sia altro che un cambiamento di facciata. La feroce violenza di cui è stata oggetto la minoranza osseta non ha nulla a che vedere con alcuna idea di pace o democrazia. Anzi, la violenza di cui questa è stata oggetto (e che non raramente ha assunto i connotati di una forma di pulizia etnica) sono la dimostrazione dell’assoluto disprezzo che il leader georgiano nutriva per la pace, la democrazia e l’autodeterminazione. E valutazioni non differenti possono essere fatte sugli oppositori interni georgiani: le manifestazioni di protesta vanno incontro a dure repressioni da parte delle forze dell’ordine, e gli oppositori sono frequentemente oggetto di aggressioni e condannati alla prigione. Il costo in termini di risorse, e soprattutto di vite umane, affrontato dal popolo georgiano a causa della scelta della presidenza di provocare una prevedibile reazione militare russa, mostra nella pratica tutta l’indifferenza nei confronti di quelle parole utilizzate solo per animare l’entusiasmo delle folle. In fondo, nel caso delle rivoluzioni colorate non si tratta di altro che di vedere all’opera una ennesima variante di uno dei più vecchi stratagemmi utilizzati per manipolare il consenso: l’individuazione di un male da rimuovere sulla base dell’assunto che una volta estirpato quello i problemi saranno risolti. Ed infatti, malgrado nascano all’interno di condizioni di disagio, tali forme di opposizione non si pongono come obiettivo un positivo miglioramento di quelle stesse condizioni (con, ad esempio, interventi finalizzati a redistribuire la ricchezza, ad aumentare i salari dei lavoratori in difficoltà a causa dell’inflazione, etc.), ma piuttosto l’eliminazione del nemico per occuparne il posto. E proprio nel suo riaffermare con forza lo status quo, non solo non ne costituisce una rivoluzionaria messa in discussione, ma ne rappresenta il consolidamento in modo radicalmente conservatore (quando non addirittura reazionario). Con buona pace da parte di chi, per eccesso di fiducia o più probabile mancanza di informazioni, lotta per la conquista del potere da parte di un dittatore travestito da salvatore della patria.

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