Archivio marzo 2010

Asylum – David R. Ellis

Ci sono film che arrivano ai titoli di coda lasciando volontariamente aperti molteplici interrogativi per esigenze narrative, altri che invece arrivano ad un simile risultato involontariamente, vittime della propria incapacità di gestire gli elementi accumulati nel corso della narrazione della vicenda. Ed è proprio all’interno di questa seconda casistica che rientra Asylum del regista David R. Ellis (già alla direzione di lavori quali Final Destination 2 e Snakes On A Plane), un incerto e confuso horror adolescenziale apparentemente impegnato quasi esclusivamente a collezionare ed esibire i più elementari cliché del genere, senza peraltro mostrare padronanza e capacità di controllo della situazione. La dimensione narrativa è fortemente debitrice della lezione di Wes Craven, ma di questo mancano del tutto la capacità di generare tensione e la solidità narrativa. A cavallo tra A Nightmare on Elm Street e Scream, Asylum oscilla costantemente tra l’uno e l’altro incapace di assumere un’identità propria, di trovare un seppur blando spunto in grado di rendere degna di nota la visione del film. Gli elementi utilizzati per dargli forma, e soprattutta la forma stessa che è stata data agli stessi elementi in gioco, si fondono all’interno di un quadro generale estremamente confuso all’interno del quale vengono esibiti spunti e possibili aperture verso sottotrame che dovrebbero giocare con la narrazione principale, ma abbandonate a sé stesse finiscono con l’assumere il ruolo di note abbozzate alla storia principale. In più occasioni, sembra quasi che la volontà di dare vita ad un titolo horror che possa essere ricordato per via di un villain identificabile per via del nome prevalga, e soprattutto preceda, la caratterizzazione dello stesso, come se l’idea di basare la produzione sulla presenza di un malvagio di turno qualsiasi potesse tranquillamente porre in secondo piano la creazione e realizzazione di una figura dotata di caratteristiche peculiari. In pratica, sembra quasi che si sia pensato possa essere sufficiente fornire un nome ed un volto ad un villain, ed offrirne una genesi che mostri la sua storia attraverso la forma di un flashback, per esaurire il processo di creazione e raffigurazione, come se la sola presenza di un elemento ritenuto cardine, a prescindere dalle sue qualità, possa essere sufficiente ad evitare le certezze provenienti da un logoro dejà vu.

Dopo un breve prologo che mostra il padre di due bambini suicidarsi in seguito ad una crisi di follia, l’azione si sposta sulla giovane Madison (Sarah Roemer) – la più piccola dei due bambini del prologo –  al suo primo giorno di college. Si tratta dello stesso istituto scolastico che in precedenza aveva ospitato il fratello (anch’esso morto suicida poco tempo prima), e che molti anni prima era stato impiegato come ospedale psichiatrico, perlomeno prima di essere chiuso a causa di tragici eventi scatenati dalle forme di sevizie e crudeltà varie che venivano utilizzate sui pazienti ivi internati. Per motivi non meglio precisati, Madison si ritrova a condividere la sua permanenza con altri ragazzi che, esattamente come lei, hanno tutti in comune trascorsi segnati da problemi psicologici e varie forme di disagi personali, ed anche in virtù di questo background comune si instaurano immediatamente rapporti d’amicizia. E così, già durante la prima sera, chiacchierando tra loro scoprono che il loro dormitorio era un’ala di un ospedale psichiatrico che sotto la sadica direzione del dottor Magnus Burkhardt aveva imprigionato all’interno delle proprie pareti vittime di traumi infantili che venivano sottosposte a trattamenti violenti e crudeli. E così, un po’ per curiosità ed un po’ per desiderio di avventura, Madison ed i suoi amici, grazie all’azione dell’esperto informatico del gruppo che viola il sistema di sicurezza elettronico che dovrebbe impedire l’accesso alla zona interdetta, si avventurano nell’altra ala dell’edificio, quella non ancora restaurata e che ancora contiene al suo interno i segni di un passato orribilmente crudele. E come nel più classico dei cliché del cinema horror, quasi fosse un riflesso condizionato pavloviano, all’infrazione di una regola fa seguito immediatamente la punizione: la hybris del gruppo di collegiali che viola il divieto di entrare nell’ala chiusa del college ha come conseguenza il risveglio dello spirito del malvagio dottor Burkhardt. O quantomeno la sua liberazione dallo stato di prigionia che lo intrappolava.

Fin da subito si assiste ad una caratterizzazione dei personaggi stereotipata (la ragazza seria, la bellona di turno, il fiero cultore della forma fisica, il nerd, etc.), rafforzata dalla narrazione di turbe e disagi che si abbinano all’aspetto degli attori quasi come si trattasse di una variazione della commedia dell’arte, e consolidata da interpretazioni scontate quando non quasi assenti. Ma è attorno alla figura del dottore che il film condensa il maggior numero di debolezze, cioé proprio attorno a quello che dovrebbe rappresentare l’elemento distintivo del tutto. Come una variante di Freddy Krueger, il dottore uccide i giovani in preda ad un irresistibile pulsione omicida animata dal risentimento e ne divora le anime per intrappolarle all’interno del suo corpo. Ma a differenza di questo, la cui esistenza era limitata al mondo dei sogni, la figura del dottore oscilla continuamente ed incomprensibilmente tra l’immaterialità fantasmatica propria di realtà allucinatorie e la concretezza tipica del più classico villain da slasher movie. Rimane infatti del tutto incomprensibile la forma sotto cui il dottore si manifesta: dotato di poteri sovrannaturali, riesce a perseguitare le sue vittime materializzandosi in diversi posti o a modificare la loro percezione della realtà trascinandole all’interno dei loro ricordi più dolorosi, salvo quando incomprensibilmente queste riescono a ferirlo nel corso di scontri fisici o a sfuggirgli semplicemente correndo via e chiudendosi le porte alle spalle. Inoltre, la fuoriuscita del dottore dai ristretti confini dell’ala dell’ex-ospedale entro la quale era limitato il suo campo d’azione sembrerebbe essere stata una conseguenza dell’ingresso non autorizzato all’interno di questa da parte degli studenti protagonisti della vicenda, ma fin da subito risulta ben chiaro che l’area non solo non era sigillata ma veniva quotidianamente aperta e visitata dal personale di vigilanza addetto al controllo. Ed ancora, rimane senza spiegazione perché si siano ritrovati assieme a condividere la persecuzione da parte del dottore una serie di giovani che, pur non conoscendosi personalmente prima del loro incontro all’interno dei corridoi del college, hanno tutti in comune, senza alcuna eccezione, una serie di trascorsi segnati da traumi e sofferenze.

In pratica si tratta di un film che non solo si basa su una trama estremamente banale (in sintesi, si tratta del solito gruppo di giovani inconsapevoli che, a causa delle loro leggerezze ed imprudenze, si trovano a fronteggiare una potente forza malvagia) senza riuscire a mettere in campo nessun elemento in grado di distanziarlo dalla formula del teenage horror movie nella sua forma più scontata, ma che addirittura riesce a perdersi all’interno di un contesto così semplice, accumulando incongruenze e spunti malamente abbozzati. Non solo non riesce ad oltrepassare i limiti del genere, ma addirittura in più di un’occasione sembra non riuscire a mettere in campo gli elementi basilari, cioè quel tanto che poteva bastare a farne, se non un lavoro memorabile, perlomeno un’opera mediamente onesta.

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