Archivio novembre 2009

I Nuovi Barbari e la Reazione

Quando si parla di posizioni “reazionarie”, ciò che si intende è un’insieme di valori, concetti, idee, accumunate da una generale forma di opposizione al progressismo. Tuttavia non si tratta di semplici posizioni “conservatrici”, poiché i loro obiettivi non si configurano in una difesa dello stato di cose attuale, ma nella ricerca di affermazione e ripristino di uno stadio passato. A differenza delle posizioni conservatrici, il cui fine consiste nel mantenere lo status quo così come è dato in un particolare momento storico, quelle reazionarie sono espressione di un desiderio di ritorno a valori, principi e gerarchie del passato. E spesso si tratta di un passato mitizzato, o comunque edulcorato degli aspetti negativi che ne costituivano parte integrante. E’ atteggiamento ideologico che parte da assunti e presupposti culturali per poi esplicitarsi in posizioni politiche e sociali. Una presa di posizione può essere considerata reazionaria nel momento in cui il riferimento a valori e tradizioni del passato diventa fonte di valutazione e giudizi, nonostante esprima concetti ampiamente superati. Ad esempio, in una società in cui fatti come il divorzio, o l’aborto, o la parità tra i sessi, vengono dati per acquisiti, qualsiasi opposizione a questi in nome di antiche tradizioni è frutto di culture reazionarie. Ma non sempre le cose sono così evidenti. E quanto più una posizione riesce a sfruttare pregiudizi molto diffusi mescolandoli con belle dichiarazioni d’intenti, tanto più diventa facile veicolare forme culturali reazionarie.

Un ottimo esempio in tal senso è fornito da I Barbari di Alessandro Baricco, un breve saggio pubblicato a puntate nel quale l’autore dichiara di volere affrontare i cambiamenti in atto sul piano sociale e culturale, cercando di lasciare da parte qualsiasi preconcetto che possa influenzare la comprensione. Tuttavia ben presto questa lodevole dichiarazione d’intenti assume i contorni di una excusatio non petita. Capitolo dopo capitolo, quello che avrebbe dovuto essere un saggio orientato all’analisi ed alla comprensione si rivela essere un massiccio j’accuse nei confronti della cultura popolare e della sua diffusione. E senza dubbio non per mancanza di cultura o di capacità espressive da parte dell’autore, ma proprio per il luogo che sceglie per osservare l’oggetto della sua analisi: quelli che lui definisce “i barbari”.

Come un nobile francese del ’700 trasportato nel terzo millennio, Baricco guarda da un balcone del suo palazzo l’armeggiare mercantile del popolo con una certa curiosità, ma stando comunque ben attento a non inquinare le pregiate essenze di cui ha profumato il suo corpo con la puzza di sterco, sporcizia e sudore di chi spinge carretti carichi di cibi grezzi. La sua torre d’avorio è ricca di opere d’arte e di libri in edizioni rilegate, e nelle stanze risuonano le note dei grandi della Musica Classica. Sorseggiando vino pregiato assieme ai suoi ospiti, talvolta non manca di esprimere la propria bonaria simpatia nei confronti di tutto quel brulicare di vita sottostante. Ma in ogni caso si tratta di apprezzamenti che non mancano mai di segnare la distanza tra la sua raffinata abitazione e le sporche abitazioni sottostanti. E il paternalismo retorico che percorre le argomentazioni fatica a celare il proprio disprezzo nei confronti dello scomposto sgomitare di chi si affanna dietro quelle che l’autore considera cianfrusaglie di scarso gusto e valore. Dichiara di non provare ostilità e di non avere pregiudizi nei confronti dell’oggetto che ha scelto per il suo studio. Ma allo stesso tempo si mantiene ben distante da esso e tratteggia stratificando espressioni con palesi connotazioni negative (“barbari”, “perdita dell’anima”, “distruzione del sacro”, “deprimente medietà”, etc.).

Attraverso espedienti retorici che non di rado nascondono i pregiudizi dietro immagini ad effetto, la sua critica della contemporaneità si trova in più di un’occasione a lambire i confini del proverbiale “ah, signora mia, non sono più i tempi di una volta…” Ad esempio, per Baricco un genio è un individuo in grado di raggiungere in un particolare campo livelli di eccellenza inavvicinabili dalla maggior parte dei suoi simili. In campo calcistico, un esempio di genio è Roberto Baggio, un calciatore in grado di realizzare giocate impensabili per la maggior parte dei sui colleghi. Un calciatore la cui eccellenza si trova ad essere contrapposta a quella di chi (come Zambrotta, ad esempio) riesce ad esprimersi in modo molto competente in tanti settori del campo senza essere un fuoriclasse. Per Baricco, il fatto che un Baggio possa aver passato dei periodi in panchina mentre giocatori come Zambrotta tenevano la propria posizione nella squadra titolare, sarebbe indicativo di come la società avrebbe una predilezione per un eclettica mediocrità, a danno della genialità. Ma si tratta del più classico degli esempi ad hoc. Il genio continua ad essere ricercato e viene ricompensato con ricchi ingaggi, fintanto che riesce a realizzare sul campo quello per cui è stato messo sotto contratto. E le vicende dei vari Kakà e Cristiano Ronaldo ne sono la dimostrazione concreta.

L’esempio di Baggio è strumentale e permette all’autore di consolidare il suo pregiudizio secondo cui la maggioranza delle persone (i “barbari”) metterebbe da parte il genio perché non in grado di comprenderlo, o comunque di apprezzarlo fino in fondo. Il fatto che un Baggio possa finire a sedere in panchina, è per l’autore indicativo di come possa esistere una schiera di moderni Flaubert che si trovano ad essere ignorati nel panorama letterario attuale. Ma ciò su cui l’autore evita di soffermarsi è che se i Baggio della letteratura contemporanea non comprendono quale sia la realtà che li circonda, e magari pretendono di fare le loro cose come venivano fatte 20 o 200 anni fa, non sono i “barbari” a metterli da parte, ma la loro incapacità di adattamento e comprensione.

Il fastidio di Baricco nei confronti dei “barbari” che fanno sempre arrivare in cima alle classifiche di vendita libri tratti da film o scritti da personaggi famosi è, effettivamente e nonostante lui affermi il contrario, “la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova”: i lettori colti in letteratura ci sono tutt’ora, e grazie alla diminuzione dei costi di produzione editoriale (e al corrispettivo incremento del livello culturale medio) sono numericamente aumentati, tanto da arrivare ad includere anche fasce popolari in passato escluse dalla lettura. Quello che Baricco individua come un abbassamento, una perdita, un livellamento nella mediocrità, non è altro che invece una conquista di beni (culturali) da parte di chi in passato era escluso completamente: perché mentre oggi c’è il lettore colto che legge Pynchon e la maggioranza meno raffinata che legge Wilbur Smith, in passato c’era solo il lettore colto a contrapporsi a chi lettore non era. Ed è in queste piccole mosse che emerge la strategia argomentativa dispiegata da Baricco: lui non mette a confronto Baggio con Kakà o Cristiano Ronaldo, ma con Zambrotta; non mette a confronto Flaubert con Pynchon o Tournier, ma con Dan Brown, cioé mette a confronto realtà (presunte) disomogenee dipingendo le loro differenze qualitative come differenze quantitative, in un percorso in cui non accetta che quella che in passato era una totalità (cioé quella della cultura “alta”), oggi grazie a condizioni (economiche) meno selettive possa essere una pluralità comprensiva di offerte radicalmente differenti tra loro. Sembra quasi considerare più “barbarico” il gesto di chi legge cose semplici perché ha imparato da poco a leggere, che non piuttosto l’analfabetismo in sé.

La posizione di Baricco rispetto alla cultura è profondamente reazionaria, e si vede fin da subito quando, dopo aver invocato per pagine la necessità di una mente critica come quella di Benjamin per penetrare il mondo moderno, commenta a proposito delle parole scritte da quest’ultimo su Mickey Mouse: “nel suo candore, mi commuove, perché ci vedo tutto il gran macchinario della riflessione marxista chinarsi eroicamente sull’ultima boiata americana, nell’intento sublime di cercare di capirne il successo”. Ed è una posizione reazionaria per il semplice motivo che non solo considera scontata una scala di valori tradizionale in base alla quale si può definire Mickey Mouse “una boiata americana”, ma non ritiene necessario nemmeno per un istante interrogarsi sul fondamento di un simile giudizio. Quello dello storico esponente della Scuola di Francoforte non era un inchinarsi di fronte ad una boiata, ma era proprio il macchinario della riflessione marxista che, in quanto tale, cerca di comprendere gli aspetti e le dinamiche della società nel suo complesso, sottoponendo a critica i propri stessi pregiudizi e non rifugiandosi nella facile espressione di giudizi aristocratici.

È la voce di quella cultura elitaristica che non comprende che i barbari non provengono da un punto esterno alla “civiltà”, che non arrivano da fuori per saccheggiare i palazzi dei nobili o per costruire le loro case facendosi spazio con prepotenza, ma che si tratta piuttosto dei discendenti di quei villici che in passato vivevano in ruderi e catapecchie, e che progressivamente hanno deciso di abbattere le loro vecchie abitazioni per costruirne di nuove e più confortevoli: edifici comodi e funzionali che non possiedono la raffinata bellezza delle dimore nobiliari, che non hanno cantine ricche di vini pregiati, antiche biblioteche e splendidi arazzi ad ornare le pareti, ma che permettono ai loro abitanti di vivere in una situazione di maggiore agio, in condizioni di progressiva emancipazione dalla povertà, dalla fatica e dalla sofferenza. Ma per le posizioni come quella di Baricco questo maggiore agio non è emancipazione, e infatti si sofferma a lungo nel descrivero e definirlo come una “perdita dell’anima”. Già il termine “barbari” esprime una connotazione negativa che rimanda a forze oscure che provengono dai confini esterni della civiltà per penetrarla, saccheggiarla, distruggerla e sovvertirla. E questo nonostante le (dichiarate) intenzioni dell’autore di svincolarlo dal suo senso più immediato per poetizzarlo; un tentativo-intenzione che alla fine suona come poco più di un espediente retorico, tanto che le carte vengono scoperte abbastanza in fretta: i barbari che avanzano oggi non hanno un’anima. E quella che segue è una grandine dei classici cliché dell’elitarismo culturale – ad esempio, dato che gli americani erano gente che non leggeva e mangiava in modo rudimentale, il loro vino che oggi domina i mercati è semplice e leggero (cioè qualcosa che non è nemmeno qualificabile come vino se messo a confronto alle prelibate sfumature che un esperto intenditore riesce a cogliere nelle pieghe dei sapori dei prodotti delle cantine tradizionali).

Si tratta di quella stessa ottica che oggi considera normalmente scontato attaccare la cosiddetta “cultura di massa” (un’espressione, questa, che quando viene caricata di valenze negative non può non evocare dialetticamente una “cultura d’elite” posta come positiva), sia che si tratti dei reality show televisivi che dei “cinepanettoni” o delle “americanate hollywoodiane”, ed utilizzare formule espressive anche fortemente negative per dare corpo al disprezzo che le anima. Non è raro, ad esempio, sentire definire i concorrenti di un programma come Grande Fratello come “subumani” o gli spettatori dello spettacolo in questione come “massa di ignoranti” (o peggio). Per chi si riconosce in simili posizioni intellettuali assume quasi un valore sovversivo il fatto che gli esponenti di classi sociali “inferiori” (o comunque non dotati di prerequisiti posti come minimi) possano diventare protagonisti in prima persona di un fenomeno sociale, anziché rimanere rilegati nell’ambito dei fenomeni sociali di cui parlare, che possano diventare soggetti attivi di un discorso anziché restare confinati nella posizione di oggetti passivi dei discorsi altrui. E non solo, il maggiore successo di simili personaggi ha due effetti negativi sull’intellettuale aristocratico: il primo si ha nel momento in cui attraverso la propria presenza, gli sottrae spazio mediatico che invece, in virtù dei suoi valori, l’intellettuale tende a reclamare come suo di diritto (dietro le invettive contro gli scaffali occupati dai libri dei comici di Zelig si agita l’assunto che quegli scaffali dovrebbero essere riservati ad altri autori ed altre opere); il secondo invece è di sottrargli quella funzione di autoproclamata rappresentatività che l’intellettuale reclama come sua (nel momento in cui il panettiere, la maestra elementare, la cubista, etc. si mostrano e raccontano in prima persona, tolgono all’intellettuale la possibilità di porsi come rappresentante delle loro istanze).

Così, con l’atteggiamento tipico di chi si ritiene depositario di un qualche tipo di ricca profondità, Baricco definisce il pensiero dei “barbari” come “superficiale”, e il navigare in rete ne è per lui un esempio lampante: il navigare sarebbe il muoversi sulla superficie marina tenendosi ben distante dalla profondità degli abissi. Ma il navigare è ben più di questo: è viaggio, è esplorazione, è scoperta, è conoscenza, differente ma non per questo inferiore ad una solipsisitica immersione subacquea. E la semplicistica idea secondo cui il “barbaro” si muoverebbe solo in orizzontale, in preda ad un’allergia nei confronti delle profondità, è la concretizzazione del pensiero di chi nel caldo del suo salotto può permettersi di coltivare con stile e raffinatezza la lettura di Dante o l’ascolto di Beethoven. Baricco fa coincidere il campo in cui si muove (quello letterario) con il campo dell’eccellenza in assoluto, e nella più completa disinvoltura non accenna minimamente all’elevato livello di complessità e profondità di conoscenze necessarie alle persone che creano l’orizzonte della sua vita: da chi progetta le parti del PC che gli serve per fare ricerche su Google, a chi progetta il software del telefono cellulare che gli serve per prendere accordi con chi organizza le date in cui andrà a spiegare al suo pubblico che lui non è un barbaro ma che comunque i barbari gli sono simpatici, etc. Il “civile” (inteso come contrario di “barbaro”) si ritiene autorizzato a non avere alcuna conoscenza tecnica della realtà in cui vive e dei cui bene gode, perché per non essere “barbaro” l’elemento importante consiste, ad esempio, nel saper apprezzare la raffinata bellezza di una sinfonia Haydn.

Con una mossa dialetticamente tanto astuta e sottile, quanto profondamente reazionaria, Baricco ripristina quelle gerarchie verticali di valori e contenuti che, ad esempio, il postmarxismo ha messo problematicamente in discussione traslandole su un piano orizzontale. All’interno di uno schema di pensiero bidimensionale, in cui esistono un alto ed un basso che si muovono su linee rette, lo spostamento laterale diventa per lui un movimento piatto e superficiale: che ogni spostamento laterale possa essere attraversato perpendicolarmente da molteplici alto e basso in una geometria con tre o più dimensioni è una questione che viene accuratamente evitata. Ed infatti, nel ritratto che offre, il “barbaro” non ha memoria storica, non rispetta il sacro e, in definitiva, non pensa con profondità. Considera quelli che simpaticamente definisce “barbari” come la negazione del passato di cui lui si pone come erede e rappresentante. Ma in tutta la sua lunga dissertazione, quello che gli sfugge costantemente è che, se di una nuova popolazione si tratta, non la si può comprendere osservandola con un binocolo dalla lontananza di un elevato balcone, non più di quanto si possano produrre studi antropologici attendibili utilizzando unicamente foto satellitari.

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