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Pasolini e i Figli di Poveri

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.

(Da “Il PCI Ai Giovani“, Pier Paolo Pasolini, 1968)

È difficile pensare a un modo più cinico e brutale di infangare la memoria di un autore rispetto al trasformarlo in un simbolo di qualcosa contro il quale si è sempre schierato, e del quale ha anche dovuto subire violenze. Nel caso specifico di Pier Paolo Pasolini si tratta di una frequente citazione, sempre la stessa, secondo la quale si sarebbe schierato a favore della polizia e contro i manifestanti. Quasi come fosse una variante della Legge di Godwin, quanto più una discussione su qualche scontro di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine e si allunga, tanto più le probabilità che qualcuno citi Pasolini in favore delle seconde tendono a uno. Con la tipica arroganza che deriva da una conoscenza meno che superficiale delle idee dell’autore, quando non da una deliberata manipolazione che rasenta il vilipendio della memoria, spesso qualcuno ritiene opportuno intervenire per fare presente agli interlocutori che anche Pasolini si schierava dalla parte degli uomini in divisa perché “i poliziotti sono figli di poveri“. Dimostrando in questo modo non solo di citare un autore che forse mai si è curato di leggere (e tanto meno di capire), ma anche di non aver avuto la decenza di leggere (e capire) il breve testo dal quale la nota affermazione viene estratta per essere citata. Infatti, basterebbe proseguire di pochi versi per leggere come lo stesso Pasolini affermi di essere d’accordo con gli studenti “contro l’istituzione della polizia“, per poi sfidarli a prendersela “contro la Magistratura“. Il PCI Ai Giovani non è, e non è mai stata, una poesia in favore della polizia. E al di là delle apparenze non era diretta nemmeno contro gli studenti “figli di papà” in quanto tali. Piuttosto si trattava di una riflessione critica sul rapporto tra borghesia e sinistra italiana, di come questa stesse intraprendendo una decisa svolta verso destra senza nemmeno rendersene conto e di come le azioni dei movimenti studenteschi ne fossero un esempio.

Si tratta di un approccio analogo a quello che pochi anni dopo guiderà la mano di Elio Petri nella realizzazione di alcuni dei suoi film più graffianti ed incisivi, come La Classe Operaia Va In Paradiso. (Non a caso, entrambi gli autori furono oggetti di violenti attacchi da parte della critica loro contemporanea, anche di sinistra.) Si tratta di quella deriva che farà sì che nel giro di pochi decenni proprio un governo di sinistra autorizzi l’uso di bombardieri italiani su un paese confinante. E che non molti anni dopo dimostrerà di non aver nessun problema ad accettare l’idea che a Genova, per 3 giorni nel Luglio 2001, possa essere stato messo in funzione un vero e proprio lager, muovendosi in segguito per ricompensare il Capo della Polizia di allora con diverse cariche di prestigio. Per Pasolini, l’evoluzione dei tempi imponeva la necessità di un ripensamento dell’autoritarismo: il fascismo, così come si era affermato nel Ventennio, era una categoria obsoleta e superata. Ma le pulsioni totalitarie che l’avevano animato erano ancora vive e continuavano ad agire, seppure in una forma che predilige la persuasione e la manipolazione all’uso dei manganelli. Ma che tuttavia non si fa scrupoli a utilizzare mezzi di repressione più diretti quando il semplice dialogo non appare sufficiente.

Negli anni che seguirono il ’68, Pasolini dedicò molto tempo ed energie a mettere a fuoco il presente di una società in cui quella che sembrava una rivoluzione di classe si andava delineando come uno scontro di forze all’interno della borghesia stessa. Le sue critiche contro l’affermarsi del consumismo e la diffusione dei mezzi di comunicazione non rappresentavano una forma di nostalgia verso una mitica Arcadia contadina. Piuttosto erano un tentativo di mettere in guardia sull’anima autoritaria che si agitava sotto l’aspetto educato e liberale delle diverse forme di potere. Non sentiva nessuna nostalgia nei confronti dell’Italietta omologata e conformista del dopoguerra, e tanto meno era ostile o contrario allo sviluppo o al progresso. I suoi riferimenti alla spontaneità contadina avevano piuttosto lo scopo di mettere in luce l’ipocrita doppiezza di una società nella quale progressisti e reazionari si rivelano essere le proverbiali due facce della stessa medaglia: una controrivoluzione conformista. Ai suoi occhi, il razzismo di buona parte della sinistra italiana non aveva nulla da invidiare a quello tipico della destra, a partire dal disprezzo verso la cultura popolare fino ad arrivare all’emarginazione delle divergenze e del dissenso. Una sinistra che della destra assecondava anche le posizioni clericali e reazionarie, in linea con il pensiero secondo cui ciò che non rientra all’interno di schemi considerati “accettabili” è la manifestazione di un Male con il quale non è possibile dialogare, ma che deve essere annullato o ridotto all’impotenza. Il tutto condito da una intransigenza morale nei confronti degli avversari pari solo all’indulgenza nei confronti di se stessi e del proprio schieramento. Si tratta di quel modo d’agire che nel giro di pochi anni si concretizzerà sempre di più, ad esempio, nell’assimilazione della retorica del servo avversario, quella per cui un alleato che difende un’idea o un’opinione agisce in osservanza della verità e di nobili principi, mentre qualcuno che lo fa aderendo a posizioni diverse o opposte regolerebbe la propria azione solo per interesse, in quanto pagato o più in generale al servizio di qualcun altro. È la retorica tipica dell’ipocrisia cattolica, di quanti non si fanno scrupoli se si tratta di utilizzare contraccettivi e a fare sesso per soddisfare le proprie voglie  nonostante i dettami contrari della Chiesa, ma che diventano intransigenti quando si tratta, ad esempio, del piacere altrui. E tanto più quanto e quando questi piaceri fanno riferimento a orientamenti sessuali differenti.

Per Pasolini, l’assenza nel paese di una seria cultura politica, in particolare di destra, non è solo ciò che ha permesso l’affermazione di una versione rozza come il fascismo degli anni ’20, ma è anche ciò che fa sì che la sinistra possa assimilarne molteplici istanze senza rendersene conto. Quello tra gli studenti e la polizia non è uno scontro di classe: è un braccio di ferro tra forze interne alla borghesia che si affrontano in modo indiretto per definire i propri ruoli. Lui non contestava gli studenti perché andavano contro la polizia, ma perché vedeva in questa azione un modo per evitare di confrontarsi con i poteri al governo. Per lui, gli studenti non stavano mettendo in discussione il potere contro il quale manifestavano, piuttosto ne stavano rivendicando una parte. E nel giro di tre decenni questo movimento avrà concluso la sua parabola, tanto da far sì che anche per la “sinistra” italiana un concetto come quello di stato d’eccezione diventi accettabile in virtù della cosiddetta realpolitik. Ed è così che un episodio che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” viene liquidato come un episodio isolato da dimenticare, un mero incidente che non dovrebbe mettere in discussione i pilastri democratici della società. Come se non ci fosse niente di strano nell’idea che sia stato possibile mettere in piedi un apparato repressivo di matrice sudamericana in una grande città italiana. E soprattutto, illudendosi che sia stato possibile farlo funzionare in assenza di un contesto sociale e culturale permeabile, in grado di tollerarlo e assimilarlo in breve tempo.

Gridavano e Piangevano – ovvero: il Lager dietro Casa

Roberto Settembre, giudice della Corte d’Appello nel processo per i fatti avvenuti all’interno della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 a Genova nel 2001, decise di raccontare quanto aveva appreso nel corso di questa esperienza all’interno di un libro intitolato Gridavano e Piangevano. Si tratta della ricostruzione di quell’episodio attraverso le indagini effettuate in occasione del processo. L’autore cerca di attenersi ai fatti e alle testimonianze messe a verbale, ma ciò non gli impedisce descrivere quel luogo che per l’occasione era stato ribattezzato “casa del lupo” nei termini di un “universo concentrazionario”. Oltre 200 persone, in larga maggioranza innocenti e scagionate da qualsiasi accusa, furono arrestate, private di diritti, umiliate, percosse e torturate dalle forze dell’ordine italiane. Per tutto il periodo della detenzione, fu loro impedito di contattare un legale o comunicare in qualsiasi modo con l’esterno: erano desaparecidos sul suolo italiano. L’organizzazione della struttura ricalcava la sovversione di valori tipica di qualsiasi lager: le forze dell’ordine diventano aguzzini, i medici torturatori e gli appelli al rispetto dei diritti si trasformavano in crimini da punire. Obbligati con la forza a stare in piedi contro le pareti, perfino le richieste di andare in bagno o in infermeria potevano rappresentare un rischio per l’incolumità. Le aggressioni e le minacce verbali si univano alla privazione del cibo, del sonno e delle più elementari forme di assistenza medica. C’è anche chi ricordava il lancio di un fumogeno all’interno di una stanza chiusa, in una sorta di macabro allestimento che rievocava ciò che accadeva nelle camere a gas del Reich nazista. E anche le musiche che accompagnavano le ore di prigionia si muovevano nella stessa direzione. E insieme alle umiliazioni, risate di scherno e canzoncine di beffardo disprezzo. A proposito delle musiche che sentiva in continuazione durante il suo periodo di detenzione ad Auschwitz, scrisse Primo Levi: “I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care ad ogni tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del Lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente“. In modo analogo, tra le pareti della caserma di Bolzaneto risuonavano canti e suonerie di cellulare care a ogni nostalgico del Duce. Alternate a una crudele filastrocca: “Uno due tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei bruciamo gli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove, ein zwei drei viva l’Apartheid“.

Il paese che afferma in pubblico di riconoscersi nei valori della resistenza partigiana si è lasciato questo episodio alle spalle con poco più di una scrollata di spalle. Anche e soprattutto quella sinistra parlamentare e di governo che ogni anno rinfresca la propria immagine profondendosi nell’adesione a eventi come i festeggiamenti per il 25 Aprile. La grande parte dell’informazione, anche quella che non esita a strattonare la Costituzione se utile alla campagna del momento, si è lasciata alle spalle le proprie responsabilità, adagiandosi sulle posizioni del potere politico e giudiziario. I grandi organi d’informazione hanno evitato di soffermarsi sul fatto che quelle stesse forze dell’ordine che in apparenza sembravano incapaci di contrastare le azioni di disturbo all’ordine pubblico nelle strade della città, erano però riuscite a mettere in piedi un apparato repressivo degno di un regime totalitario, nonché a farlo funzionare con grande professionalità, e nel giro di pochissimo tempo. L’attenzione dei diversi poteri che concorrevano nel controllare e gestire l’azione poliziesca pareva essere più interessata alla repressione del dissenso che non al rispetto della legalità.

Qualsiasi richiesta da parte dei prigionieri di contattare un legale, un magistrato o i famigliari non viene solo respinta, all’interno del Lager diventa un atto di insubordinazione: chi non accetta in silenzio la privazione a cui è stato sottoposto, viene percosso, torturato, spezzato. Le vittime non sono riconosciute come tali, e anzi sono accusate di essere responsabili di ciò a cui sono sottoposte. L’aver scelto di aderire a una libera e legale manifestazione di piazza – di non essere rimasti a casa propria – diventa per il carnefice un elemento sufficiente per abusare di chi si trova alla sua mercé senza provare nessun senso di colpa o responsabilità. In modo simile a quanto accade quando qualcuno afferma che è colpa delle brutte abitudini di una vittima – come può essere l’uso di droga – se questa ha perso la vita, nonostante la causa del decesso sia da imputare a traumi e lesioni, nonché a una mancanza di assistenza sanitaria. O come ogni volta che qualcuno afferma che la vittima di uno stupro “se l’è andata a cercare“, magari per via dell’abbigliamento che indossava o per un comportamento che il tribunale della morale popolare può non aver giudicato adatto alla situazione. Se ad accogliere i prigionieri nella caserma ci fosse stato il pasoliniano Duca di Salò, le sue parole non sarebbero state meno opportune di quanto lo fossero all’ingresso della villa di Marzabotto: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui.”

Ritorno a Sodoma

Salò o le 120 Giornate di Sodoma non è solo una trasposizione cinematografica dell’opera del Marchese De Sade ambientata nella realtà repubblichina, ma anche una potente metafora della concezione che il regista aveva del rapporto tra chi detiene il Potere, chi vi è assoggettato e chi è chiamato a far sì che sia rispettato. È una messa in scena dell’esercizio del potere nei moderni campi di internamento, ma soprattutto è la rappresentazione dell’anarchia del potere. E il ruolo che il sesso vi ricopre non è solo una metafora dello sfruttamento, della violenza o dell’umiliazione. Piuttosto è il volto senza maschera di un’arbitrarietà che non riconosce il prossimo se non in funzione delle possibilità di soddisfacimento che può offrire. Quella che Pasolini definisce “edonismo consumistico” è una nuova forma di ideologia che tende alla sottomissione delle masse attraverso un nuovo livellamento culturale. I quattro signori della villa che ordinano di rapire 18 giovani (9 ragazzi e 9 ragazze) sono ognuno un rappresentante di un potere (politico, economico, giudiziario, religioso) e tutti assieme collaborano al fine di soddisfare le loro voglie realizzando qualsiasi fantasia, anche la più turpe, violenta e disgustosa. Per raggiungere il loro scopo si avvalgono di quattro narratrici, incaricate di raccontare storie di perversioni varie attingendole dai loro ricordi di prostitute, estetizzando il degrado e l’abiezione a un punto tale che perfino la merda viene presentata come una prelibatezza culinaria. E a garantire l’ordine e all’interno della struttura ci sono i soldati collaborazionisti (al posto di quelli che nel testo originale del Marchese De Sade erano chiamati “fottitori”), armati e incaricati di far sì che le volontà e i desideri dei signori della villa siano rispettati. L’ordine che impongono alle loro vittime è completo e non lascia alcuno spazio a eventuali iniziative, infatti il loro crudele piacere non si basa solo sull’affermazione della loro volontà e dei loro desideri, ma anche sulla negazione di qualsiasi forma di speranza o conforto ai prigionieri, che si tratti di cure che potrebbero offrirsi a vicenda o anche solo di semplici preghiere.

Anche le forze dell’ordine sono strumenti di piacere al servizio dei potenti, ma a differenza delle vittime vere e proprie possono godere di margini d’azione ben più ampli. Come i loro padroni, anche loro possono compiere violenze e abusi, a condizione che tali iniziative possano risultare in linea con i desideri di chi è al comando. A differenza dei prigionieri, assecondano in pieno le voglie dei potenti, e il premio per la loro docile obbedienza consiste nella possibilità di indossare i panni dei carnefici e di godere a loro volta di brandelli di impunità. Sebbene non siano gli ideatori delle atrocità perpetrate all’interno della villa, non c’è nulla che possa sollevarli dalla responsabilità morale derivante dai crimini che vengono compiuti anche grazie alla loro complicità. E a differenza di quanto è possibile fare decontestualizzando un paio di versi dalla lunga poesia citata all’inizio, qui non c’è niente che possa far pensare a una qualche forma di simpatia nei confronti degli uomini armati. Qui non ci sono i manifestanti che fanno a botte con loro e nei quali Pasolini non vedeva altro che i figli degli uomini che davano loro ordini. Liberi di agire fuori da contrasti e restrizioni, gli uomini armati al servizio dei signori della villa non oppongono alcuna resistenza nei confronti di una corruzione che al contrario sono chiamati a difendere. E che con le loro azioni alimentano essi stessi, potendone godere a loro volta anche se solo in minima parte. Motivo per cui non è difficile immaginare i violenti moti di disgusto e disprezzo che l’autore avrebbe provato di fronte a chi avesse provato a utilizzare il suo nome e le sue parole per benedire azioni violente e repressive. Tanto più che coloro che si abbandonano a simili operazioni spesso non sono altro che gli eredi culturali (e ideologici) di quanti in vita non perdevano occasione di attaccarlo sul piano personale.

In pratica, il tutto si riduce a un altro, ennesimo, atto di squadrismo intellettuale da parte di quanti manifestavano a pieni polmoni scandalizzato ribrezzo e indignato disgusto di fronte alle scene di Salò, pensando che vi fossero ritratte le perverse ossessioni di un noto omosessuale. Senza rendersi conto che invece il film ritraeva prima di tutto loro.

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Attacco Alla Famiglia

Eletto presidente degli Stati Uniti per 4 volte consecutive, Franklin Delano Roosevelt è ricordato soprattutto per aver fatto superare al suo paese le difficoltà della Grande Depressione e per averlo guidato alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Molto meno si tende a ricordare le direttive che emise attraverso l’Ordine Esecutivo 9066. Tutti i residenti di origine giapponese, anche se cittadini statunitensi, potevano essere evacuati dalle loro abitazioni e trasferiti in apposite strutture per valutare se costituissero una possibile minaccia alla sicurezza della nazione. In altre parole, centinaia di migliaia di persone di origine giapponese furono rastrellate e trasferite in campi detenzione sulla base di chiari pregiudizi di natura razziale. Le motivazioni che fornivano una giustificazione ufficiale al provvedimento facevano riferimento alla possibilità che tra le fila dei cittadini americani di origine nipponica (a volte anche di seconda o terza generazione) si nascondessero spie e complici del nemico. Si trattava di pregiudizi puri e semplici, tanto che nel 1988 il Congresso ed il Presidente statunitensi sottoscrissero un documento nel quale ammettevano che l’internamento dei cittadini giapponesi fu dovuto a “race prejudice, war hysteria, and a failure of political leadership” (“pregiudizi razziali, isteria di guerra e mancanza di guida politica”). Un fatto in particolare fa sì che non possa esserci alcun dubbio sulla natura razziale del provvedimento: nessun trattamento simile era previsto per i cittadini discendenti degli alleati dell’Impero del Sol Levante (italiani e tedeschi). Non era prevista alcuna soluzione finale, tantomeno c’erano camere a gas o forni crematori, ma anche nel Nuovo Mondo il razzismo era ben vivo e in forma. Erano gli Stati Uniti degli anni ’40, le leggi Jim Crow erano ancora in vigore e lo sarebbero state ancora per oltre due decenni. Lo status di “separati ma uguali” sanciva di fatto la segregazione razziale per coloro che non fossero bianchi. E i giapponesi non lo erano.

Proprio come nel caso della segregazione degli afroamericani, l’internamento dei giapponesi veniva giustificato anche come un modo per proteggerli dall’ostilità degli altri cittadini. Con sfacciata e spudorata ipocrisia, i rastrellamenti e le deportazioni venivano motivati invocando il rischio di altri e più gravi crimini. A differenza di quanto avveniva sul suolo europeo negli stessi anni, il razzismo statunitense rifiutava di definirsi tale: internava le vittime e affermava in pubblico di farlo per il loro bene. E con fermezza assoluta non accettava che altri potessero identificarlo per quello che era. Infatti, come spesso accade, i razzisti rifiutano di essere definiti tali. Al contrario, inventano ragioni con lo scopo di negare la realtà e qualificare sé stessi come brave persone. Tali ragioni spesso evidenziano palesi contraddizioni logiche ed evidenti forme di arbitrarietà, ma il loro scopo non consiste nel risultare persuasive su un piano razionale, quanto piuttosto comunicare un’immagine positiva di sé. Si tratta di quelle che Freud definiva “elaborazioni secondarie”, gli aspetti di una storia che seppur in primo piano non ne costituiscono il nucleo. Di fronte ad un nemico composto da un’alleanza formata da italiani, tedeschi e giapponesi, la scelta di internare solo questi ultimi allo scopo (anche) di proteggerli non è altro che un vestito presentabile buttato addosso al corpo nudo del razzismo verso i “musi gialli“. Nonostante a parole il razzismo venga rifiutato con sdegno, quando si passa agli atti viene messo in pratica con cura nel momento in cui si sceglie di internare chi rischia di essere discriminato piuttosto che perseguire chi discrimina. Un po’ come accade in quelle culture dove le donne vittime di stupro devono guardarsi bene dal denunciare l’aggressione per evitare di essere condannate a morte per adulterio.

E anche un po’ come accade quando chi si oppone alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali si giustifica ricorrendo alle possibili discriminazioni da parte dei coetanei e dei loro genitori. O come quando chi si mobilita contro il semplice riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali agita lo spettro di una non meglio precisata minaccia alla società: un attacco alla famiglia tradizionale che perciò necessiterebbe di essere difesa. In cosa consisterebbe questa presunta minaccia, questo attacco alla famiglia tradizionale, è un tema che non viene sviscerato. Anche perché risulta difficile sostenere in modo logico e razionale come sia possibile che una richiesta di estensione di particolari diritti possa rappresentare un attacco rivolto a quegli stessi diritti e a chi ne gode al momento. Per definizione, un attacco è un’azione ostile che viene sferrata ai danni di un obiettivo con lo scopo di sottometterlo o distruggerlo. Ma chiedere un riconoscimento che estenda anche alle minoranze diritti di cui gode la maggioranza non può essere considerato un attacco in alcun modo, in quanto non intende in alcun modo toglierli a chi già ne beneficia. Al contrario, una simile richiesta può muovere solo sulla base di un riconoscimento esplicito della validità e dell’importanza dei diritti in questione. E infatti, una volta messi da parte eventuali orpelli retorici, le argomentazioni di chi dichiara che le richieste da parte dei gay rappresentano un attacco alla famiglia tradizionale si rivelano analoghe a quelle di chi potrebbe sostenere che l’estensione del diritto di voto alle donne abbia rappresentato un attacco alle libertà degli uomini. O che i movimenti per i diritti civili e l’uguaglianza sociale negli Stati Uniti abbiano messo in atto una serie di attacchi ai diritti dei bianchi. Posizioni, cioè, che risulta difficile non riconoscere come razziste e sessiste.

Ma il difensore dei valori tradizionali non vuole essere etichettato in un modo che reputa negativo, e perciò le sue scelte retoriche sono orientate al fine di giustificare in chiave positiva le sue azioni: a partire dall’impiego dell’excusatio non petita (“non sono razzista ma…”, “non sono omofobo ma…”) fino a tirare in ballo spauracchi di varia natura, che nel caso dell’omosessualità si concretizzano spesso nella corruzione della sessualità di eventuali minori che potrebbero essere loro affidati. Le argomentazioni utilizzate sono prive di fondamento scientifico e non di rado anche incoerenti sul piano logico ma, come già accennato, il loro scopo non è dimostrare una tesi o essere persuasive sul piano razionale. Questa non è altro che un’elaborazione secondaria. Il loro scopo è fornire un’immagine di sé che non sia quella di chi sostiene una certa posizione in quanto razzista o omofobo, ma perché guidato dall’idea di un bene superiore. Come può essere, appunto, la salute fisica e psichica di un minore. O magari come nel caso di chi paventa la possibilità che l’orientamento sessuale degli adulti possa condizionare lo sviluppo di quello del minore. Nei termini in cui viene posta, la questione riguarda solo la possibilità che l’eterosessualità del minore si trovi ad essere confusa dal diverso orientamento dei genitori. La questione di come sia possibile, sulla base di simili premesse, che da coppie eterosessuali nascano figli gay rientra nell’ambito delle problematiche che non vengono affrontate.

Nascondendo i propri pregiudizi dietro i vessilli della difesa dei deboli, gli omofobi sostengono che gli omosessuali non potrebbero svolgere una funzione genitoriale in quanto i bambini necessitano di un padre e di una madre. Come fossero stati colpiti da una forma di amnesia selettiva, sembrano dimenticare come le società civili siano piene di bambini che non vivono in questa condizione, anche se nati in contesti eterosessuali, perché figli di genitori single, o separati, o divorziati, o vedovi. Un applicazione metodica e scrupolosa del principio secondo cui i bambini devono crescere in una famiglia con un padre e una madre imporrebbe di togliere la custodia dei figli ai single o ai vedovi. Ma quello che vale per gli eterosessuali non vale per i gay, e questo è un chiaro segno di discriminazione. Come lo è il fatto che chi dichiara di parlare in favore del benessere dei minori si preoccupa più dell’orientamento sessuale dei genitori che non delle condizioni di vita che questi potrebbero essere in grado di offrire. Di giorno, soprattutto nelle zone turistiche, non è difficile incrociare bambini in età scolare che associazioni criminali utilizzano per elemosinare. Di notte, sui marciapiedi ci sono schiave adolescenti in balia di sfruttatori violenti e senza scrupoli e di clienti (perlopiù maschi bianchi eterosessuali) interessati solo a eiaculazioni a buon mercato. Ma le manifestazioni che vengono organizzate in nome del benessere dei minori mostrano più preoccupazione nei confronti dell’idea che due donne, magari professioniste benestanti ed in grado di garantire solide basi economiche al futuro dei figli, possano beneficiare degli stessi diritti di cui godono coloro che vi si oppongono.

Qualcuno a volte si lancia nell’idea che lo scopo della famiglia sia unire un uomo ed una donna affinché possano procreare, dimenticando che la procreazione non necessita di istituzioni e riconoscimenti. E dimenticando soprattutto che non tutte le coppie sono in condizione di riprodursi. Se lo scopo della famiglia è far sì che un uomo e una donna possano procreare, le coppie che non hanno la possibilità di avere figli possono essere definite “famiglia”? Si tratta di un interrogativo tutt’altro che ozioso: se nel suo insieme una coppia risulta impossibilitata a procreare, da un punto di vista biologico i tentativi di riproduzione hanno tante possibilità di successo quante quelli tra due uomini o due donne. Ma il fatto che la prima abbia la possibilità di essere riconosciuta come coppia e la seconda no rappresenta un’altra, evidente, forma di discriminazione. E non basta affatto prendere una frase di Camus, stravolgerne il senso e stuprarla inserendola in un contesto culturale (di matrice religiosa) che il suo autore avrebbe disprezzato, per cancellare l’omofobia con un colpo di spugna. I difensori dei valori tradizionali possono negare fino alla nausea di essere razzisti e omofobi, ma questo non cambia in alcun modo i contenuti del loro agire. In fondo, come raccontava Hannah Arendt, nemmeno Adolf Eichmann era un convinto antisemita: le sue azioni si limitavano a rispecchiare in pieno i valori dominanti nella sua Germania. La Germania degli uomini col triangolo rosa.

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Opti Poba Nel Paese Delle Indignazioni

Noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così.

Di norma, la stampa si mostra piuttosto riluttante a soffermarsi sulle notizie, ad incrociarle tra loro ed individuare punti di contatto che raccontino anche il contesto che le genera. Appare più semplice saltare da un evento all’altro in rapida successione. E soprattutto, è meno rischioso dal punto di vista economico. A cadenza pressoché quotidiana, le notizie salgono in groppa a cavalli imbizzarriti che corrono in tondo negli ippodromi dell’indignazione, tra i fischi ed il biasimo del pubblico che urla scomposto sugli spalti. Di sera, gli animali si ritirano nelle loro scuderie e gli spettatori possono tornare a casa, a riposarsi per l’indomani. E ogni volta il copione si ripete come se fosse la prima. L’indignazione è forse l’unico stato d’animo in grado di passare intere giornate a fottere con perfetti sconosciuti per poi risvegliarsi vergine il giorno dopo. Al contrario, tenere traccia delle notizie per individuare relazioni e punti in comune, sarebbe un po’ come sospendere lo spettacolo nell’ippodromo per ricordare al pubblico tutte le volte che ha già agito in modo simile. Non è necessario un esperto in marketing per arrivare alla conclusione che al lettore/spettatore non piace essere chiamato in causa e considerato parte di quello stesso problema nei confronti del quale si mostra indignato. A nessuno piace pensare che la propria immagine potrebbe scorrere sul grande schermo davanti al quale si è raccolta una folla per i suoi due minuti di odio. Soprattutto se si fa parte di quella stessa folla in prima persona. Proprio come avviene nel caso del razzismo: al razzista non piace essere considerato o definito tale.

Non molto tempo fa, movimenti omofobi con gruppi aderenti sparsi in tutto il paese, non paghi dell’essersi appropriati di una frase di Camus per la loro battaglia reazionaria, decidono di scendere in piazza per mettere in atto una manifestazione contro i diritti degli omosessuali. O, meglio, contro la possibilità che le richieste di questi possano essere anche solo in minima parte accolte. Quasi tutte le manifestazioni scivolano via nell’anonimato: qualcuna registra qualche scontro, la maggior parte tornano nell’ombra senza eventi degni di nota. Ma a Bergamo succede qualcosa di singolare. Un giovane decide di esprimere il proprio dissenso in modo silenzioso e pacifico. Con un approccio più in linea con quello di un cosplayer che non di un contestatore, indossa un costume simile a quello dei nazisti dell’Illinois del film The Blues Brothers, e al braccio una fascia come quella che Charlie Chaplin aveva ne Il Grande Dittatore. In piedi con il suo libro in mano (il Mein Kampf, per coerenza col costume) esprime il suo dissenso proprio come tutti gli altri: immobile e in silenzio. Ma la sua azione ha breve durata: la polizia interviene e lo arresta. Pare, secondo quanto riferito dalla stampa, per tutelare l’ordine pubblico. Ma l’accusa che viene formalizzata non è di disturbo o simili. E’ di apologia del fascismo. Forse per una mera coincidenza, forse perché si affaccia l’idea della possibilità di setacciare consensi tra quanti vorrebbero che le rivendicazioni dei non-etero fossero schiacciate come disgustosi scarafaggi, o forse per improvvisi conati di legalità e di rispetto delle norme, il Ministro degli Interni prende posizione contro le unioni civili tra omosessuali. (Non è molto impegnativo prendere posizione simili, quando i diritti in gioco sono quelli di una minoranza di cui non si fa parte.) E mentre il Capo del Governo di cui questo fa parte glissa astenendosi dal prendere posizione o commentare, il ministro in questione invia una circolare ai prefetti di tutta Italia in cui li invita a bloccare la trascrizione di tali unioni nei registri dello stato civile. E procedere ad annullare quelle già effettuate.

Negli stessi giorni, arriva la notizia della sospensione per sei mesi da parte della FIFA imposta al presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio in merito ad espressioni razziste pronunciate in pubblico nel mese di Luglio. Il quale, riferendosi ai calciatori che arrivano dall’Africa, come avrebbe fatto anche un ipotetico giocatore dal nome Opti Poba, li aveva identificati attraverso la caratteristica del mangiare banane. La notizia viene confermata in sede di FIGC, che replica che non ci saranno ricorsi contro la sentenza, e poi scivola via veloce dalle notizie in primo piano: il pubblico aveva già mostrato la sua indignazione nel periodo tra Luglio e Agosto. Senza considerare che l’attenzione degli appassionati di calcio è tutta concentrata su un altro evento: l’arbitraggio che avrebbe condizionato il risultato tra Juventus e Roma. Proteste in campo, polemiche fuori campo, scambi di accuse e veleni, e perfino discussioni in Parlamento. Da più di una parte si alza la voce secondo cui si sarebbe trattata di una brutta pagina dello sport italiano e di una altrettanto brutta figura davanti agli sguardi di altri paesi. Come se non avesse alcun valore il fatto che, a differenza di molte altre discipline sportive, il calcio continua a resistere a tecnologie ed innovazioni che permetterebbero un andamento più corretto del gioco. Salvo poi stracciarsi le vesti quando vengono prese decisioni errate, appunto.

Le due vicende non sono solo unite dal tema del razzismo, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che certi comportamenti non siano riconosciuti come tali. Si potrebbe anche credere alla buona fede del presidente della FIGC che, al momento del fatto ancora candidato, non avrebbe avuto nessun beneficio dal presentarsi come un razzista ai fini della carica per la quale era in competizione. Tuttavia ciò non rappresenta un’attenuante o una giustificazione, semmai restituisce l’immagine di un paese che non solo ha atteggiamenti discriminatori, ma nemmeno si rende conto di averli. E l’idea che il calcio italiano possa aver fatto una brutta figura a livello internazionale per un paio di decisioni prese dall’arbitro nel corso di una partita, piuttosto che per la sospensione della sua massima carica a causa di un affermazioni razziste, restituisce l’immagine di una scala di valori distorta. Quantomeno se giudicata alla luce dei principi che hanno guidato la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E qualcosa di analogo vale anche per coloro i quali si mobilitano per far sì che le discriminazioni nei confronti delle coppie non etero non siano messe in discussione. Non solo non accettano di essere definiti “omofobi”, ma in molti casi è probabile che siano davvero convinti di non esserlo. Ma la questione non riguarda convinzioni ed intenzioni, piuttosto interessa i fatti. O meglio, dovrebbe interessare i fatti, se i media non preferissero – anche per ragioni narrative – affrontare i fatti in modo più morbido e sfumato.

Non si tratta di fare processi al pensiero o alle intenzioni per stabilire se il presidente della FIGC sia razzista o meno. Anche volendo credere alla sua versione, rimane il fatto che definire Opti Poba un mangiatore di banane per via della sua provenienza è un’affermazione che si basa su presupposti offensivi e discriminatori. Lasciare che l’informazione si allarghi a comprendere spiegazioni di vario tipo significa permettere la generazione di un contesto che non rischia di offendere il lettore/spettatore, giustificandolo. Proprio come quando viene consentito di argomentare contro l’uguaglianza tra orientamenti ricorrendo ad argomentazioni fallaci ed illogiche. Come quando qualcuno argomenta che le unioni tra persone dello stesso sesso costituirebbero un attacco alla famiglia tradizionale, data la loro impossibilità a procreare, dimenticando che: a) il matrimonio tra eterosessuali non prevede l’obbligo della procreazione; b) anche nelle unioni tra persone di sesso diverso ci possono essere condizioni biologiche/genetiche che impediscono la procreazione; c) nelle realtà eterosessuali sono molti i bambini che non hanno una madre o un padre, in quanto figli di genitori single o vedovi. Il matrimonio non esiste nel mondo della natura: gli animali non si sposano. E per quanto riguarda le tradizioni, non c’è nulla che afferma che siano buone perché sedimentate nel tempo: fino al 1946 la tradizione prevedeva che le donne non avessero diritto al voto, e fino al 1981 ha ammesso l’esistenza del delitto d’onore.

All’interno di un contesto così permeabile all’arbitrio e alle fallacie, riesce a passare per una simpatica notizia di costume anche la vicenda di un innocente che viene arrestato con false accuse allo scopo di impedirgli di continuare la sua protesta pacifica. Il cosplayer non solo non impediva agli altri di portare avanti la loro manifestazione, ma al contrario è stato allontanato proprio su richiesta di coloro che in seguito si sono lamentati del mancato rispetto del loro diritto a manifestare, grazie anche ad una interpretazione magistrale del classico chiagne e fotti. E di fronte ad una città che si risveglia sommersa dal fango della propria incuria, non pochi pensano che possa essere il momento di lanciare delle campagne contro tutti quegli Opti Poba che non giocano in Serie A, e che starebbero con le mani in tasca a guardare quelli che faticano per ripulire le strade. Incontrando segnali di assenso e condivisione. Proprio come altri che evocano scenari da Vecchio Testamento, nei quali come una Sodoma del Terzo Millennio, una intera città viene colpita dalla furia dell’acqua per aver accettato di dare un minimo, simbolico, riconoscimento ai diversi. In apparenza inconsapevoli del fatto che, non di rado, l’indignazione è tanto più vibrante quanto incerta è l’etica di chi vi si abbandona.

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Pop Medievalismi

Ipse Dixit – L’Ha Detto Lui. Le prime tracce del Principio di Autorità si perdono nell’antica Grecia, nel modo che i discepoli di Pitagora avevano di relazionarsi con il loro maestro. E da lì arriva ai giorni nostri attraverso i secoli, occupando un posto di tutto riguardo nel pensiero medievale e nel rapporto che questo aveva intrecciato con gli insegnamenti aristotelici. Il Principio è semplice: tutto ciò che è stato detto da lui non può essere messo in discussione perché, appunto, l’ha detto Lui. Il corrispettivo in termini logici è l’Argomentum Ab Auctoritate, un ragionamento fallace in cui le parole di un autorità vengono utilizzate per conferire veridicità ad un discorso (o viceversa per respingere), non tanto in virtù di ciò che esse affermano, quanto piuttosto per via dell’Autorità di Chi afferma cosa. Oggi, in tempi di moltiplicazione delle offerte culturali, il fascino sottile delle scorciatoie basate sull’Autorità riemerge prepotente. L’Autorità irrompe sulla scena come un deus ex machina, come un monarca di cui si invoca il giudizio per dirimere una controversia. Se da un lato si schiera la cultura Accademica, quella che si muove nel terreno dei Grandi Classici e degli Autori che hanno trovato un posto nelle antologie scolastiche e nei testi universitari. Dall’altro conquista sempre più spazi la cultura popolare, quella del rock’n’roll e delle produzioni hollywoodiane, delle serie TV e dei reality show. E nel campo di battaglia che li vede entrare in contatto, gli  esponenti della prima cercano di assoggettare la seconda. Così, un articolo su una serie TV come Breaking Bad può facilmente trasformarsi in un florilegio di citazioni: dal superuomo nietzscheano (Walter White non si pone forse al di là del bene e del male?) alla malafede sartriana (Walter White non inganna anche se stesso, quando giustifica i suoi crimini invocando il bene della sua famiglia?), dall’etica kantiana alle riflessioni di Levinas, tutto viene utilizzato all’interno di un contesto nel quale i grandi Autori sono anche grandi Autorità, e le loro parole possono battezzare anche ciò che si trova all’esterno del tempio accademico per autorizzarne l’ingresso.

Si tratta di un procedimento che ricorda un po’ quello dei ragazzini che desiderano un oggetto e implorano i genitori di acquistarlo, elencando tutta una serie di motivazioni che, nei loro intenti, dovrebbero renderlo interessante anche agli occhi degli adulti. Il ragazzino che chiede i soldi per un videogioco a qualcuno che si mostra restio a soddisfare la sua richiesta, si ingegna per convincerlo che l’oggetto in questione rientra all’interno del suo quadro educativo. Afferma che quel disco metal o hip hop di cui tutti parlano non è diseducativo come si dice in giro. Oppure che con uno smartphone c’è la possibilità di essere sempre informati e imparare tante cose da internet…  Il che non significa che si tratta di invenzioni belle e buone atte a nobilitare oggetti senza valore. Quanto piuttosto che il ragazzino mette in moto delle forzature per rendere il suo desiderata accettabile agli occhi dei genitori. Infatti non desidera il videogioco perché è una simulazione accurata o perché utilizza modelli economici complessi, come non desidera il disco hip hop perché è una rappresentazione della società contemporanea, e come non smania per lo smartphone nuovo per avere la possibilità di consultare Wikipedia ad ogni ora ed in ogni luogo. Proprio come il goloso che si blocca davanti alla vetrina di una pasticceria non pensa al valore nutritivo delle torte che lo incantano.

D’altra parte, c’è da evitare anche il pericolo opposto: il sottile snobismo che si nasconde anche nelle pieghe del rifiuto dell’intellettualismo. Infatti, non si tratta di sbandierare i vessilli di un populismo anti-intellettualista in nome di un presunto maggior valore, ad esempio, di Gossip Girl o di Grey’s Anatomy contro quello di un Kafka, di un Proust o di un Dostoevskij. Pensare che la narrativa mainstream sia avulsa ed indipendente dal passato non è affatto un approccio più interessante rispetto all’impiego di citazioni da Autori per abbigliarla con quei vestiti rispettabili  senza i quali non le sarebbe consentito di passare la selezione all’ingresso dei migliori salotti culturali. Ad esempio, il rapporto tra il Batman di Nolan e Charles Dickens permette di ampliare lo sguardo su entrambi. Ma quando le associazioni culturali tra mondi separati portano a studi che potrebbero avere titoli del tipo Heidegger Slasher: lo svelamento del Male dietro le maschere di Halloween e Venerdì 13 oppure Vaffanculo: l’uomo in rivolta nel pop italiano, tra Masini e Camus, è probabile che ci si trovi davanti ad affemazioni del principio di Autorità. Gli Heidegger e i Camus della situazione diventano i soli mezzi attraverso cui produzioni culturali spesso liquidati con sufficienza possono entrare neil salotto della cultura bene. Heidegger e Camus, Derrida e Levinas, Nietzsche e Kierkegaard, Benjamin ed innumerevoli altri, tutti si trasformano in una sorta di garanti: sono le Autorità che godono di un rispetto tale da consentire l’ingresso all’interno di circoli esclusivi anche a chi di solito viene respinto all’ingresso tra l’ilarita generale.

Si tratta del processo noto come “sdoganamento”. Tuttavia l’Autorità non serve solo per mostrare quanto di interessante può esserci in un’opera finora sottovalutata, ma anche per cancellare con un colpo di spugna il ricordo della superficialità con cui era stata allontanata. Che i polizieschi e le commedie italiane degli anni ’70 non fossero la celebrazione dell’edonismo borghese era chiaro ben prima che venissero “riabilitate” da registi come Tarantino – perlomeno agli occhi di chi li osservava senza i pregiudizi pseudo-ideologici dell’ortodossia critica nostrana. Per quanto fosse possibile trovare detestabili le canzoni degli 883, che fossero il racconto di una certa generazione era ovvio ben prima che la scena indie nostrana si attivasse per nobilitarli e presentarli anche a chi prima si limitava a sghignazzare del biondino che ballava. E che il mondo dei fumetti fosse ben più complesso rispetto ad un’ammucchiata di tizi improbabili in costumi variopinti che fanno a pugni tra loro era noto gli appassionati, molto prima che i film di Nolan stuzzicassero l’interesse della critica più snob.

Ma simili, repentini, cambiamenti di giudizio non sono frutto di improvvisi risvegli o di ingenui cambi di opinione. Per quanto paradossale possa sembrare, un’ombra reazionaria striscia alle spalle di queste forme di recupero: la cultura mainstream risulta accettabile solo nella misura in cui è possibile addomesticarla nei confini di un recinto accademico. In fondo, le critiche che oggi piovono addosso ad una Miley Cyrus non sono altro che le figlie di quelle che ancora un paio di decenni fa erano utilizzate per denigrare personaggi come Madonna (non sa cantare, non sa ballare… vuole solo farsi vedere). E oggi, come se Madonna fosse un mostro sacro da sempre, gli insulti una volta rivolti a lei finiscono sulla testa di Miley Cyrus, lasciando che siano le Kathleen Hanna e le Amanda Palmer della situazione a spingere il proprio sguardo oltre le apparenze e a schierarsi con la figlia di Billy Ray. E senza il bisogno di sventolare ai quattro venti citazioni di Derrida e Levinas. Perché, alla fine, non è detto che grazie a questi sia possibile quante, quali e quanto profonde differenze separavano i Poison dai Motley Crue.

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La Brutta Giornata di Batman

Quando un’opera come la Trilogia di Batman di Christopher Nolan raggiunge un livello di successo che trascende di gran lunga l’interesse dei solo appassionati di fumetti, i fraintendimenti sono forse inevitabili. Fasce di pubblico composte da persone che fino a poco tempo liquidavano in modo sbrigativo i mondi dei supereroi, e dei fumetti in generale, come forme culturali di serie B, si trovano a soccombere davanti al fascino del Cavaliere Oscuro. E così capita che le vicende narrate sul grande schermo si trovino ad essere ricondotte alla contemporaneità. Ad esempio, alla lotta contro il terrorismo tipica dell’ultimo decennio, come anche alle contestazioni di piazza di movimenti come Occupy Wall Street. Infatti, già all’uscita del secondo capitolo della trilogia c’era stato chi aveva visto nel Joker una sorta di rappresentazione trasfigurata di Osama Bin Laden. E quando nelle sale arrivò il terzo capitolo, Bane viene interpretato come una sorta di rivoluzionario socialista che vuole espropriare i ricchi dei loro beni e restituire il potere al popolo: la rappresentazione estrema di un ipotetico leader di Occupy Wall Street che governa Gotham City attraverso una forma moderna di terrore giacobino. In pratica, tutto viene ricondotto alla storia degli USA del nuovo millennio. Il che potrebbe anche essere vero se non fosse che gli elementi narrativi che vanno a comporre i tre capitoli della trilogia affondano le proprie radici in storie pubblicate prima dell’accadimento degli stessi eventi di cui dovrebbero essere una rappresentazione. Infatti, molti sono gli elementi che i fratelli Nolan hanno utilizzato per dare vita alla loro narrazione, non esclusi fatti provenienti dalle cronache più recenti. Ma a voler individuare le fondamenta della storia è necessario andare indietro nel tempo, a storie pubblicate prima dell’affacciarsi alle cronache di Occupy Wall Street (come anche a prima dell’attentato alle Torri Gemelle). Quattro in particolare possono essere individuate come le colonne portanti del film: Il Ritorno del Cavaliere Oscuro e Batman: Anno Uno, entrambi firmati da Frank Miller, The Killing Joke di Alan Moore, e la Knightsaga. Le prime tre vedono la luce nel corso degli anni ’80, mentre la quarta viene pubblicata nel corso del decennio successivo. La lotta di Batman contro il Male precede di decenni la teorizzazione della moderna lotta contro il terrorismo. E per quanto Nolan possa aver scelto di attribuire ai villain qualche caratteristica che riecheggia nelle cronache del nuovo millennio, il profilo psicologico di Batman rimane ancorato a quello delineato da Frank Miller negli anni ’80. Batman non opera al di là della legge o in aggiunta a questa. Piuttosto si muove al di sotto, o all’ombra di essa (quando non contro). Batman non è una sorta di super soldato che interviene a comando là dove i normali strumenti di lotta istituzionale falliscono. E non è nemmeno lo strumento di una forma di giustizia sommaria che neutralizza le minacce, solo perché sono state individuate e definite come tali. Batman non è Superman o Capitan America, come non è Spawn, Azrael o il Punitore. E soprattutto, Batman non è Ra’s al Ghul.

1. Gli Inizi: Ra’s al Ghul e la corruzione di Gotham City

Rimasto orfano di entrambi i genitori quando ancora era un bambino, Bruce Wayne è un multimilionario, uno degli uomini più ricchi e potenti di Gotham City. Ma la morte dei genitori, avvenuta per mano di un balordo davanti ai suoi occhi, è un trauma che lo perseguita senza sosta. Come Leonard Shelby di Memento si risveglia ogni giorno con fresco in mente il ricordo della moglie defunta, così Bruce Wayne rivive l’omicidio dei genitori come se non fossero passati decenni. In uno dei suoi viaggi in giro per il mondo, incontra la Setta delle Ombre guidata dal misterioso Ra’s al Ghul e qui apprende le tecniche di lotta che gli serviranno al momento del ritorno nella sua città natale. Tra i due uomini c’è convergenza in merito allo stato di degrado e corruzione che sta divorando Gotham City, ma mentre il milionario è convinto della possibilità, e della necessità, di contrastare la diffusione del male, il capo della Setta sostiene che il male sia ormai così diffuso e radicato da non consentire alcuna alternativa alla distruzione completa della città e dei suoi abitanti. La prova di iniziazione che Ra’s al Ghul chiede a Bruce Wayne di superare per ammetterlo nella sua Setta consiste nel giustiziare un contadino colpevole di furto ed omicidio. Ma quest’ultimo rifiuta di sottostare alla richiesta del capo, tracciando una linea che rappresenta un limite invalicabile nel rifiuto di uccidere. La prova fallita ed il conflitto che ne segue sono solo un’anticipazione in piccola scala di quanto avverrà in futuro a Gotham City, con Ra’s al Ghul che cerca di giustiziare la città corrotta ed i suoi abitanti e Batman che continua ad opporsi all’idea di una giustizia basata su verdetti sommari e condanne preventive.

L’elemento della corruzione ad ogni livello – politico, economico e giudiziario – è centrale nella genesi del Cavaliere Oscuro. Prima ancora che contrastare il crimine perché la polizia non sarebbe in grado di farlo, Batman nasce dall’esigenza di combattere quel crimine che le istituzioni, per indolenza o per complicità, scelgono di non combattere. A differenza di quanto ambisce a fare il suo avversario, Batman non punisce i criminali: il suo unico obiettivo è contrastarli, neutralizzarli e consegnarli alle istituzioni preposte. Essendo uno degli uomini più ricchi della città, Bruce Wayne potrebbe utilizzare le sue immense proprietà e risorse per influenzare lo stato della giustizia a Gotham City, così come aveva cercato di fare suo padre prima di lui. Oppure, in alternativa, potrebbe scegliere di agire allo scoperto come il suo corrispettivo milionario dell’universo Marvel: Iron Man. Infatti, a differenza, ad esempio, di uno studente squattrinato come Peter Parker, Tony Stark non ha alcun bisogno di mantenere nascosta la sua identità: le sue immense ricchezze gli permettono di garantire la sicurezza di chi gli sta attorno. Dal canto suo, Batman afferma di indossare una maschera per proteggere chi gli sta vicino, ma la realtà è che il semplice mantenere segreta la sua identità anagrafica non gli consente di proteggere tutte le persone a lui care: la morte di Rachel Dowes per azione del Joker ne è la dimostrazione. Batman è un figlio di Gotham City, delle sue ombre, della sua violenza e della sua corruzione. A differenza di un Superman, che nonostante le nobili origini kryptoniane eredita i valori della cultura contadina del Kansas dai coniugi Kent che lo allevano come se fosse loro figlio, Bruce Wayne cresce nell’alta società, nell’elite più ricca della città. E di questa vede la corruzione, i compromessi e la decadenza. Lo sguardo di Bruce Wayne sulle istituzioni è cinico e disilluso. A differenza dell’Uomo d’Acciaio, il Cavaliere Oscuro è ben distante dal nutrire fiducia nella politica e nei suoi mezzi. Il motivo per cui non mette se stesso al servizio delle istituzioni è lo stesso che lo spinge a tenere il generatore di energia rinchiuso in un bunker nel sottosuolo nel terzo capitolo della Trilogia: la convinzione che finirebbe con l’essere trasformato in un’arma. A questo poi si aggiunge il fatto che quello di Batman non è un semplice costume (come potrebbe essere l’armatura di Iron Man, appunto) ma qualcosa che quasi vive di vita propria. E’ quella sete di giustizia e di vendetta che Bruce Wayne ha accumulato senza sosta dal momento della morte dei genitori.

2. Superman, la falce ed il martello

In Superman: Red Son, Mark Millar disegna un universo nel quale l’astronave che trasportava il piccolo Kal-El precipita sulla Terra ad un orario diverso da quello originale. Il risultato è che il bambino non viene allevato in una fattoria della campagna statunitense, ma in una ucraina. Una volta cresciuto, l’Uomo d’Acciaio abbraccia l’ideologia sovietica combattendo in favore dell’internazionalismo socialista anziché della bandiera a stelle e strisce. Sul suo petto, al posto della classica “S”, esibisce fiero la falce ed il martello della bandiera sovietica. E da uomo di fiducia di Stalin, finisce con l’ereditarne il posto diventando il leader assoluto dell’Unione Sovietica e di tutto il blocco di paesi aderenti al Patto di Varsavia. Proprio come l’originale a stelle e strisce, il Superman rosso abbraccia l’ideologia del paese in cui è nato e cresciuto, e si impegna con tutte le sue forze per rendere reale la sua utopia. A differenza di Batman, il cui corrispettivo russo va incontro ad un destino del tutto diverso.

Quegli stessi ideali che avevano fatto sì che la famiglia di Bruce Wayne si impegnasse per emancipare i cittadini di Gotham City e migliorarne le condizioni di vita, nella Russia staliniana sono considerati atti eversivi. I genitori di quello che diventerà Batman non vengono uccisi da un delinquente all’uscita da un teatro, ma sono assassinati sotto lo sguardo del figlio da uomini del regime che li accusano di essere nemici del popolo. L’odio che Bruce Wayne aveva covato per anni e che lo aveva condotto a diventare un cacciatore di criminali nella realtà di Gotham City, anche qua si indirizza verso chi l’ha reso orfano: quel regime che trova in Superman il massimo simbolo e rappresentante. E quelle differenze che nei classici universi DC avevano fatto sì che i due potessero coesistere nonostante le distanze che li separano, qua esplodono e fanno sì che debbano confrontarsi in uno scontro mortale. Questo non vuol dire che Batman sia un American Hero più di Superman, qualcuno talmente impregnato di ideali a stelle e strisce da far sì che nemmeno il suo corrispettivo sovietico possa abbracciare gli ideali del socialismo reale. Al contrario, immaginando un ulteriore scenario nel quale i genitori dell’Uomo Pipistrello fossero stati esponenti del Partito uccisi da attivisti controrivoluzionari, non è difficile supporre che l’odio di Batman sarebbe finito al servizio del regime, trasformandolo in un instancabile cacciatore di dissidenti. A differenza di Superman, Batman è animato da rabbia e vendetta, motivo per cui non accetta di porsi docilmente al servizio di alcuna catena di comando. A Batman non interessa il rispetto di alcuna regola se non di quelle che lui stesso ha scelto di adottare, e se le regole delle istituzioni entrano in conflitto con le sue, lui non esita a scegliere queste ultime.

3. Ra’s al Ghul e la Torre di Babele

Nella continuity principale dell’universo DC i rapporti tra Batman e Superman non sono sempre tesi e distanti. Anzi, in alcuni periodi della Justice League Superman è quanto di più simile ad un amico Batman abbia al di fuori della sua ristretta cerchia di persone di fiducia. Al di là della differenza di valori e visioni delle cose, Batman rispetta la lealtà dell’Uomo d’Acciaio. Ma la diffidenza e la paranoia che il Cavaliere Oscuro nutre nei confronti di tutti non risparmiano nemmeno i suoi compagni di squadra. Ad un punto tale da rischiare di condannarli tutti a morte, come narra Mark Waid nel ciclo Torre di Babele. Giorno dopo giorno Batman studia Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde, Flash e tutti gli altri eroi per individuarne i punti deboli. Costruisce un archivio con dossier in cui descrive in modo minuzioso i mezzi e le modalità da utilizzare per neutralizzare – anche in modo definitivo, se ritenuto inevitabile – ognuno dei suoi compagni di squadra. Si tratta di un archivio che Batman custodisce su file criptati, e del quale riduce al minimo indispensabile la presenza nella sua memoria per evitare che Martian Manhunter possa scoprirlo grazie ai suoi poteri telepatici. Pur avendo combattuto a fianco di ognuno dei rappresentanti della Justice League, Batman non può fare a meno di considerare il potenziale di minaccia rappresentato da ognuno. E considera un suo dovere personale preparare delle adeguate contromisure.

Il problema sorge nel momento in cui Ra’s al Ghul riesce ad impossessarsi di questo archivio e pianifica un assalto su larga scala agli equilibri terrestri, finalizzato ad una considerevole riduzione del numero di esseri umani che lo popolano per proteggere il pianeta ed i suoi ecosistemi dai danni provocati dagli stessi. Sottrae le bare dei genitori di Bruce Wayne dal loro posto nel cimitero per distrarre il Cavaliere Oscuro impegnandolo nella loro ricerca. E con Batman sulle tracce dei corpi dei genitori morti, gli uomini di Ra’s al Ghul possono attaccare uno dopo l’altro tutti i membri della Justice League neutralizzandoli. Nel frattempo, con la più potente squadra di supereroi ridotta all’impotenza, una potente macchina chiamata Torre di Babele emette ultrasuoni che interferiscono con le attività cerebrali degli esseri umani provocando una forma di afasia su scala planetaria che impedisce la comunicazione, sia scritta che orale. Ma alla fine, la squadra di supereroi riesce a compattarsi e a rovesciare la situazione infliggendo pesanti danni a Ra’s al Ghul. Tutti i danni che gli eroi hanno subito a livello fisico intraprendono il processo di guarigione. Tuttavia, ben diverso è il discorso relativo alla fiducia nei confronti di Batman: la sue spiegazioni in merito alla necessità di avere contromisure pronte per fronteggiare ognuno di loro in caso di minaccia non convincono la squadra che infine vota a maggioranza per il suo allontanamento dalla Lega. Anche tra suoi pari e simili, Batman si conferma incapace di avere fiducia in qualsiasi struttura che non sia del tutto al di sotto del suo controllo. Per poter rimanere in squadra con gli altri esponenti della Lega, Batman non ha potuto fare a meno di violare la loro privacy. Quella stessa privacy che invece i suoi compagni hanno sempre rispettato offrendogli la loro fiducia.

4. Il Joker, l’identità di Batman e una brutta giornata

Quando ne Il Cavaliere Oscuro un ex-dipendente delle industrie di Bruce Wayne si presenta in uno studio televisivo al fine di rivelare la vera identità di Batman, il Joker chiama subito in diretta per impedire che ciò accada. Infatti, a differenza di altri avversari del Cavaliere Oscuro, non prova nessun interesse nei confronti dell’identità senza maschera del suo avversario. Joker sa che è proprio Batman la vera identità del suo avversario: chiunque egli sia una volta tolto il costume da pipistrello, non è altro che una finzione. Bruce Wayne è Batman molto più di quanto non sia il milionario circondato da donne e lussi. Come per Ra’s al Ghul, anche per il Joker Gotham City è una città corrotta, ma a differenza di quello non ha nessun interesse a punirla. Piuttosto, al contrario, il suo gioco consiste nel mostrare come siano corruttibili anche coloro che cercano di combattere il degrado. Il suo obiettivo finale consiste perciò nel farsi uccidere da Batman, costringere il Cavaliere Oscuro a violare la regola che gli impone di non farlo. Ma Batman si rivela essere disposto a sacrificare quanto ha di più caro pur di non venire meno alla sua scelta. Inclusa l’amata Rachel Dowes, la cui morte fa sì che un Harvey Dent dal volto sfigurato, si abbandoni all’odio più furioso trasformandosi nel temibile Due Facce. Batman ripete più volte nel corso della Trilogia che indossare una maschera serve a proteggere chi gli sta attorno, ma la morte di Rachel Dowes non avviene per mano di Ra’s al Ghul, il nemico che conosce la sua vera identità, quanto piuttosto a causa del Joker, che nei confronti di Bruce Wayne non nutre alcun particolare interesse.

Batman lotta contro il crimine per difendere le persone che considera innocenti. Al contrario, il Joker è convinto che nessuno è innocente, e le sue azioni sono mirate a dimostrare come basti poco perché chiunque possa trasformarsi in un criminale o in un assassino. Si tratta di un concetto che Alan Moore aveva esplicitato in The Killing Joke: tutto ciò che separa una persona sana di mente da un pazzo è una brutta giornata. Non è dato sapere se anche solo una delle storie che il Joker racconta per spiegare le origini delle cicatrici sulla faccia sia reale, ma tutte hanno in comune l’aver avuto origine in una brutta giornata. Come brutte giornate sono quella che vede un brillante ed incorruttibile procuratore trasformarsi in uno spietato assassino dal volto sfigurato, o quella che ha fatto sì che un potente milionario decida di indossare ogni notte un costume da “topo volante” per andare a lottare corpo a corpo contro dei criminali. Ed è sempre una brutta giornata quella che può far sì che un gruppo di cittadini all’apparenza onesti ed innocenti si trasformi in spietati mandanti di una strage.

Infatti, dopo aver imbottito di esplosivo due navi che stavano procedendo all’evacuazione della città, il Joker comunica ai passeggeri che su ogni nave è presente il detonatore che permette di attivare le cariche sull’altra. Le sue regole sono semplici: la prima nave che farà esplodere l’altra si salverà; se invece allo scadere del tempo stabilito nessuna avrà fatto saltare in aria l’altra, entrambe le cariche saranno attivate. In una situazione che assomiglia ad una rappresentazione teatrale dello scontro tra superpotenze nel periodo della Guerra Fredda, o anche della guerra al terrorismo, da un lato si trovano cittadini che possono decidere in modo collegiale cosa fare, dall’altro detenuti condannati per i crimini più diversi. I cittadini liberi decidono di votare per stabilire il da farsi, e a larga maggioranza il risultato indica che il bottone che innesca l’esplosivo sull’altra nave deve essere premuto. Durante la fase che precede la votazione, si fa largo la convinzione della necessità di terminare gli altri prima che questi facciano altrettanto, giustificando così la scelta di votare in favore di una strage. Sarà solo l’assenza di una persona che abbia abbastanza coraggio per premere l’innesco a salvare la vita di chi si trova sull’altra nave: la sentenza di condanna a morte per gli altri era stata deliberata a maggioranza, è solo l’assenza di un boia sul posto ad evitare l’esecuzione. In modo quasi speculare, qualcosa di simile avviene anche sull’altra nave. Qui i carcerati non possono votare per stabilire cosa fare: non ci sono votazioni democratiche e il detonatore rimane nelle mani dei militari che li sorvegliano. Ma quando un carcerato si avvicina all’uomo con il detonatore in mano e gli intima di consegnarglielo, né lui né chi gli sta attorno oppone la minima resistenza: il detonatore viene consegnato nelle mani del prigioniero, nella speranza che questo abbia la volontà di assumere su di sé la responsabilità di quel crimine del quale le guardie non vogliono macchiarsi.

A causa dell’interferenza di Batman, non è dato sapere se allo scadere dell’ultimatum il Joker avrebbe effettivamente fatto esplodere entrambe le navi. E’ lecito sospettare che il suo obiettivo consistesse nel far compiere una strage ai cittadini di Gotham in assenza di un pericolo reale, ma solo sulla base di una minaccia. Se avesse voluto essere sicuro dell’effettiva realizzazione del suo piano non avrebbe dovuto far altro che collegare gli inneschi ad un timer, in modo analogo a quanto fatto quando ha presentato a Batman l’alternativa tra la vita del procuratore Harvey Dent e quella di Rachel Dowes. In ogni caso rimane il fatto che nonostante nessuna delle due navi sia esplosa, i cittadini di Gotham avevano votato in modo democratico per l’eliminazione preventiva del potenziale pericolo rappresentato dall’altra nave. E sebbene sia riuscito a preservare la propria integrità non cedendo al desiderio di uccidere il Joker, Batman ha dovuto sacrificare prima la vita di Rachel Dowes, poi quella di Harvey Dent (travolto dallo stesso eroe mascherato per impedirgli di uccidere il tenente Gordon e la sua famiglia), ed infine anche l’integrità morale di Jim Gordon, il quale accetta di mentire su come si sono svolti effettivamente i fatti, al fine di non incrinare l’immagine del procuratore deceduto agli occhi dell’opinione pubblica e far sì che attorno ad essa sia possibile costruire una nuova politica di repressione della criminalità. Il risultato è che quella riduzione dei diritti che trasformano il penitenziario di Blackgate in una sorta di Guantanamo Bay affonda le proprie radici in una menzogna che divora dall’interno lo stesso Jim Gordon.

5. Bane e i Giochi di Prestigio

In The Prestige, John Cutter spiega più volte come ogni numero di magia sia composto da tre parti: la promessa, la svolta e il prestigio. Nella prima parte, Batman Begins, i fratelli Nolan mostrano qualcosa di ordinario: un uomo rimasto orfano dei genitori per mano di un criminale di strada che cresce nel desiderio di lottare contro quel male che è causa della sua sofferenza, e placare così la sete di vendetta che lo divora. Nella seconda parte, The Dark Knight, i fratelli Nolan prendono quell’orfano che aveva assunto l’identità di un supereroe mascherato e lo trasformano in qualcosa di straordinario: l’Uomo Pipistrello diventa quel Cavaliere Oscuro che combatte il male fino a quando non scompare nel nulla. Ma far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco quindi che nella terza parte, The Dark Knight Rises, il Cavaliere Oscuro riappare dall’esilio nel quale aveva confinato sé stesso per affrontare la nuova minaccia rappresentata da Bane. Il segreto di Bruce Wayne è sotto gli occhi di tutti, solo che nessuno lo vede perché desiderano credere in lui: desiderano essere ingannati. Bruce Wayne si conferma essere una finzione di Batman, piuttosto che il contrario. Batman ha condannato sé stesso davanti agli occhi dell’opinione pubblica assumendo su di sé la responsabilità dei crimini di Due Facce, e come conseguenza Bruce Wayne vive da anni rinchiuso in un’ala della sua enorme villa.

Ma l’irrompere di Bane sulla scena di Gotham City fa sì che Bruce Wayne esca dal suo depresso torpore per confrontarsi con una nuova, temibile nemesi. Come in un gioco di prestigio, Bane attira l’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze dell’ordine su di sé, dichiarando di voler distruggere il sistema per abbattere la profonda ingiustizia che lo permea ad ogni livello. Ma questa è solo propaganda, una distrazione finalizzata a nascondere ciò che si sta consumando veramente: la vendetta di Talia al Ghul. La figlia di Ra’s al Ghul ritiene Gotham City, e in primo luogo il suo difensore mascherato, responsabili della morte del padre. E ne pianifica la distruzione. L’apparente lotta di classe è solo il telo che copre il cilindro dal quale il prestigiatore tirerà fuori gli oggetti che stupiranno il suo pubblico. E quello che si consuma sotto lo sguardo degli spettatori è un ulteriore abbattimento dei confini tra Batman e i suoi nemici, con il divenire-Batman di Talia al Ghul da una parte e il divenire-Talia di Batman dall’altro. La figlia di Ra’s al Ghul è guidata dalla stessa sete di vendetta che muove le azioni del Cavaliere Oscuro: punire Gotham City e chi l’ha protetta, rendendosi complice della morte del suo genitore. In modo del tutto speculare, Batman viene sconfitto nello scontro diretto con Bane e finisce confinato nella prigione che aveva ospitato Talia al Ghul molti anni prima di lui. Qua Bruce Wayne affronta un processo di guarigione che non è solo fisico, ma anche spirituale, fino a quando non si rende conto che per fuggire deve pensare ed agire proprio come chi ce l’aveva fatta molto tempo prima. Gli ideali di giustizia invocati da entrambe le parti sono solo finzioni, sono il terreno di scontro tra i moventi personali che agitano i protagonisti. L’ideale di giustizia di Batman non è meno secondario rispetto alla rivolta invocata da Bane. Batman non è interessato a rafforzare i sistemi di difesa di istituzioni verso le quali non nutre alcuna fiducia, ha solo sete di lottare contro i criminali per vendicare l’assassinio dei genitori che lo tormenta come un incubo ricorrente. Ad un punto tale che è solo condannando a morte Batman in un’azione suicida, nel compimento dell’estremo salvataggio della sua città dall’imminente esplosione nucleare, che alla fine Bruce Wayne può liberarsi dall’Uomo Pipistrello e cominciare una nuova, anonima vita insieme a Selina Kyle. Come Batman era nato da una brutta giornata del piccolo Bruce Wayne, così è la brutta giornata di Batman a permettere un nuovo inizio per Bruce Wayne.

Ci sono due tizi in un manicomio… e una notte decidono che sono stanchi di vivere nel manicomio. Decidono che cercheranno di fuggire. Così, salgono sul tetto e vedono dall’altra parte i palazzi della città distendersi alla luce della luna… verso la libertà. Il primo salta sul tetto vicino senza alcun problema. Ma il suo amico non osa compiere il balzo perché ha paura di cadere. Allora il primo ha un idea, e dice: “Ehi! Ho preso la torcia elettrica con me! Illuminerò lo spazio tra i due edifici. Così mi raggiungerai camminando sul raggio di luce!”. Ma il secondo scuote la testa, e dice: “Cosa credi!? Che sia pazzo? Quando sarò a metà strada la spegnerai!” (Batman – The Killing Joke)

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Due Minuti d’Odio: Lapidate Miley Cyrus

Nell’Oceania raccontata da George Orwell in 1984, ogni giorno il regime al potere interrompeva le attività dei cittadini e li convocava davanti ad uno schermo televisivo per la visione di filmati sui nemici della società. Riuniti in folle, gli spettatori potevano sfogare i loro sentimenti di rabbia e disgusto contro l’immagine di quello che veniva indicato come nemico. Urla furiose, pugni levati al cielo e assalti ai teleschermi erano prassi quotidiane: un’orgia feroce e barbarica che svuotava i partecipanti di quelle energie negative che avrebbero potuto disturbare l’ordine sociale. Queste visioni collettive erano note come Due Minuti d’Odio, ed erano parte integrante della Propaganda quotidiana del Grande Fratello. Un elemento talmente importante da far sì che ogni anno il Partito organizzasse una festa che celebrava questa consuetudine per sette giorni di seguito: la Settimana dell’Odio, appunto.

Tuttavia, al di là delle apparenze, i Due Minuti d’Odio non rappresentano una forma di indottrinamento; piuttosto sono un rito attraverso il quale la comunità rinnova la propria unità mediante l’individuazione di un obiettivo comune. Sono uno degli strumenti che il Partito del Grande Fratello ha scelto per dare una forma alle pulsioni delle masse. Non generano la rabbia: si limitano a gestirla e direzionarla. Nella migliore tradizione fantascientifica, Orwell non inventa nulla da zero. Osserva elementi presenti nella società che lo circonda e li amplifica. I Due Minuti d’Odio rappresentano la trasposizione in una società asettica degli antichi giochi circensi e delle crocifissioni pubbliche. Sono l’equivalente delle esecuzioni pubbliche a basi di forche e ghigliottine in una società che nasconde le morti di cui è responsabile riscrivendo la sua storia senza sosta. Sono una forma moderna di caccia alle streghe che non si consuma in processi sommari aperti al pubblico e in condanne al rogo, ma che piuttosto si trasforma in storie di orrori e atrocità raccontati dai cinegiornali con tono professionale e distaccato.

I Due Minuti d’Odio sono uno strumento propagandistico, e la Propaganda non crea l’odio dal nulla: plasma ed incanala quello già esistente. Non lo genera: fa fronte a quello che già esiste e gli fornisce uno o più oggetti su cui riversarsi. E soprattutto gli offre alibi e giustificazioni. Infatti, perché possa essere socialmente accettabile, l’Odio deve rivolgersi verso qualcosa riconosciuto come esecrabile, qualcosa su cui una folla di persone possa riversare il proprio astio senza provare sensi di colpa e senza temere di diventare oggetto di riprovazione da parte del resto della collettività. Il riconoscimento di un Nemico comune da combattere è un collante più solido e resistente rispetto, ad esempio, ad una adesione collettiva sulla base di principi condivisi. La presenza di un Male riconosciuto come superiore che giustificherebbe quello che viene compiuto per contrastarlo, e allo stesso tempo può far sì che persone anche molto diverse tra loro si riconoscano nella comunità che vuole contrastarlo. Individui con storie, idee, principi e valori in contrasto tra loro, possono comunque trovare un punto d’incontro nel territorio dell’Odio verso un obiettivo prefissato.

Sulla base di simili dinamiche, grandi soggetti politici, economici e mediatici hanno la possibilità di mobilitare i propri sostenitori contro un avversario come contro un particolare tema. Ma anche in assenza di questi, o comunque al di fuori di essi, comunità più o meno numerose si possono coalizzare contro uno o più soggetti che per qualche motivo risultano disomogenei rispetto ai principi in cui si riconosce la maggioranza dei suoi componenti. E’ così che nella piccola città di provincia, dove tutti conoscono tutti, il ragazzo che rivela la propria omosessualità diventa “il frocio” e la ragazza che indossa vestiti attillati ed esibisce tatuaggi diventa “la troia”. Fino ai casi estremi in cui una vittima di stupro da parte di un branco, in seguito alla decisione di rompere il silenzio omertoso della comunità e denunciare la violenza subita, diventa “la puttana che se l’è andata a cercare”. E su internet, nella sua valenza di villaggio globale, le persone non si comportano altrimenti. Rispetto ad una piccola realtà di provincia possono cambiare le modalità e le proporzioni, ma non le dinamiche. Con tutte le sue possibilità di fornire spazi e meccanismi di aggregazione, in Rete anche le minoranze possono organizzarsi e diventare a loro volta maggioranze relative e mettere in atto a danni di altri quegli stessi meccanismi di cui possono essere vittima nella loro quotidianità. I perseguitati possono diventare a loro volta persecutori e contribuire a rafforzare quei meccanismi ideologici di cui altrove sono – o potrebbero essere – vittime.

Ogni giorno sono innumerevoli le esplosioni di Odio che movimentano la Rete. Commenti ed opinioni alimentati da astio e risentimento si diffondono e si espandono generando effetti farfalla linguistici. E i toni possono essere tanto più duri quanto più contraddittori possono essere i contenuti sul piano logico. Ad esempio, non è raro assistere a moltitudini che attaccano le opinioni dissidenti (e la persona stessa che le esprime) giustificandosi sulla base della libertà di parola. Le notizie di cronaca (e non solo) sono costellate da valanghe di commenti che trasudano fame di sangue e manette, che invocano forche e forme di giustizia sommaria nascondendosi dietro il dolore delle vittime. E quasi non passa giorno senza che una qualche folla si faccia scudo di una presunta difesa dei diritti delle donne proprio mentre insultano e definiscono “puttane” tutte coloro che sono ritenute colpevoli di aver fatto o detto cose che danneggerebbero l’immagine di altre donne.

Ma ogni attacco a base di Odio e Fango finisce con il mostrare un po’ di più del vero volto di chi lo muove, piuttosto che di quello di chi lo subisce. Al di là delle dichiarazioni di principi e dei valori usati come giustificazioni, i Due Minuti d’Odio quotidiani in rete mostrano il volto intollerante delle folle. E tanto meno le azioni di chi subisce l’attacco hanno modo di impattare sulla quotidianità della folla, tanto più ha modo di smascherare le intolleranze che si agitano all’interno di questa stessa. Tanto più sono gratuite le manifestazioni d’odio, tanto più evidente appare l’ideologia che anima quella folla che ha sostituito le torce ed i forconi con tastiere e smartphone. Accade così che una breve esibizione di una giovane cantante agli MTV Awards possa smascherare il diffuso desiderio di lapidare a parole l’ennesima “puttana”, giudicata colpevole di non aver tenuto un comportamento consono alle aspettative del pubblico (e alla sua idea di come si dovrebbe comportare in pubblico). La notizia vola veloce attraverso quotidiani e social network,  solleticando il narcisismo morale dei commentatori, che non perdono occasione per ergersi a giudici della legittimità o meno dei comportamenti altrui. E proprio come comari di paese che all’uscita dalla Messa della Domenica si lusingano a vicenda mentre fanno bella mostra del loro scandalo rispetto agli ultimi pettegolezzi, i giudici morali della rete si godono i loro Due Minuti d’Odio a base di insulti e violenze verbali varie.

Col senno di poi si può dire che quella di Miley Cyrus è stata un’esibizione che per un paio di minuti ha riportato in vita e sbattuto in faccia al pubblico la forza provocatoria tipica del rock’n’roll. Forse anche molto al di là delle aspettative della stessa protagonista della vicenda. Infatti, quando Miley Cyrus è salita sul palco degli MTV Awards, coloro i quali seguono il mondo della musica pop hanno avuto ben poco di cui stupirsi. Sono anni che la ex-ragazza Disney ha svestito i panni di Hannah Montana per indossare quelli della bad girl. E tutto l’armamentario a base di ballerine ancheggianti, mosse sexy e orsi di peluche era già stato esibito nel videoclip che da mesi anticipa l’uscita del suo nuovo album. Con indosso solo un body color carne, Miley Cyrus si aggira per il palco muovendosi a scatti e mimando gesti a sfondo sessuale in modo quasi compulsivo. Sul volto un ghigno divertito si alterna all’esibizione prolungata della lingua, in una smorfia che assomiglia ad una riproposizione distorta del celebre logo dei Rolling Stones. E con un grande dito di gommapiuma a strofinare la zona in mezzo alle gambe non fa altro che mettere in pratica quello che sta cantando (“It’s our party we can do what we want“). Le allusioni di natura sessuale si susseguono tra ballerine ed enormi orsi di peluche, mantenendosi ben distanti da riferimenti di natura erotica o passionale, per sottolinearne invece l’aspetto ludico. Solo sesso e giocattoli: il sesso esibito come gioco fine a sé stesso e non sottomesso ad altri principi o valori riconosciuti come fondanti (famiglia, amore, etc.). E quando sul palco viene raggiunta da Robin Thicke per duettare su “Blurred Lines“, con tutto il suo carico di polemiche e di accuse di sessismo, folle di guardiani della morale pubblica trovano l’immagine perfetta contro cui puntare i loro indici accusatori.

In questo modo, la scelta di rappresentare la sessualità in chiave ludica genera in una buona parte del pubblico un cortocircuito che fa riaffiorare pulsioni sessuofobiche mai sopite. Quelle stesse persone che si affannano ad esibire indignazione di fronte alle notizie di donne lapidate perché adultere, non esitano a partecipare ad un linciaggio virtuale a base di insulti e attacchi verbali grondanti maschilismo. E grazie a questi Due Minuti d’Odio in versione 2.0 possono godere della loro immagine di sé di persone perbene e bravi cittadini, in quella forma di autorappresentazione che affonda le proprie radici in ciò che disprezzano negli altri. I mass media hanno gioco facile nello stimolare il narcisismo morale delle folle, e queste ricambiano ergendosi a difesa della visione del mondo e dei ruoli sociali in vigore. Spesso i mass media si comportano come prestigiatori: attirano l’attenzione su qualcosa di diverso da ciò che fanno. E in questo caso, puntando i loro riflettori sulle reazioni scandalizzate del pubblico, fomentandole ed amplificandole, mettono in atto un solido processo di stabilizzazione dell’ordine morale. Esponenti di un tribunale culturale che non ama il contraddittorio ed i diritti della difesa, i guardiani della morale non sono interessati a nessun tipo di dissenso: l’indignazione non è altro che uno strumento tra tanti per la difesa dello status quo. E in un caso come questo lo dimostra il fatto che sarebbe bastato ascoltare le semplici parole del testo per rendersi conto che la maggior parte delle accuse rivolte all’esibizione avevano già una risposta nella canzone stessa.

To my home girls here with the big butt
Shaking it like we at a strip club
Remember only God can judge ya
Forget the haters cause somebody loves ya
(Miley Cyrus – We Can’t Stop)

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Gli Alfieri Della Penitenza

Archiviata l’avventura della nazionale azzurra ai campionati europei di calcio 2012, quelle che rimangono, insieme alle vittorie e alle sconfitte, ai goal e alle parate, alla infinite opinioni di una nazione che ogni due anni si risveglia popolata da decine di milioni di commissari tecnici, sono le tracce delle solite polemiche da parte di chi non perde occasione per invocare penitenze collettive. Non le dichiarazioni di tifo anti-azzurro, le quali non costituiscono altro che il fil rouge che collega trasversalmente giornalisti di quotidiani radical chic e radiocronisti di emittenti “padane”. Ma le affermazioni dei tanti che a fronte di un evento che giudicano frivolo non mancano di levare alti al cielo i propri “penitenziagite!” Il campionato europeo di calcio è ovviamente solo un mezzo attraverso il quale questi Alfieri della Penitenza hanno avuto modo di accusare pubblicamente, e di solito in osservanza dei principi del benaltrismo, tutta la superficialità che secondo loro risiede nel concedersi qualcosa di piacevole a discapito di altre cose giudicate più gravi ed importanti. Se non si tratta di calcio, può essere un film, un programma televisivo di successo, una giornata passata a fare shopping nelle vie del centro, o quanto altro possa essere trasformato in oggetto di disprezzo in ragione di una (unilateralmente definita) mancanza di profondità. A fronte di dati di ascolto che indicano come le partite della nazionale abbiano totalizzato indici da record, puntuali non sono mancati i commenti di coloro che notavano come gli italiani avessero passato intere serate a tifare per la nazionale mentre “il paese va a rotoli…

Apparentemente sembrerebbe trattarsi di una presa di posizione volta ad invocare una reazione contro una situazione problematica, una sorta di richiamo ad una maggiore responsabilità da parte della collettività. Ma in realtà non si tratta di altro che di un atto autoreferenziale contro ciò che altri possono trovare piacevole o divertente. Non a caso, tali accuse vengono rivolte solo nei confronti di alcuni oggetti e non di altri. In generale, accade frequentemente di leggere o sentire affermazioni del tipo “gli italiani si fermano in massa a guardare la nazionale di calcio mentre il paese va a rotoli…” oppure “gli italiani corrono al cinema a vedere i film dei Vanzina mentre il paese va a rotoli…“, ma non “gli italiani guardano Ballarò in televisione mentre il paese va a rotoli…” o “gli italiani vanno a vedere il film di Bertolucci mentre il paese va a rotoli…“. A livello pratico, andare al cinema a vedere un film di Bertolucci non è utile a risollevare le sorti del paese più di quanto non lo sia la visione dei film dei Vanzina. Ed allo stesso modo, passare una serata a guardare Ballarò o un qualsiasi altro programma con dibattiti politici non è più produttivo di quanto possa esserlo la visione di una partita di calcio, del Festival di Sanremo, o di un qualunque varietà nazionalpopolare. Eppure solitamente, perlomeno agli occhi del tipico Alfiere della Penitenza, i primi non arrivano a godere dello stesso disprezzo dei secondi. Ne segue che il problema non consisterebbe in sé nell’andare al cinema o nel guardare la televisione di sera, o più in generale nel sottrarre energie ed attenzioni ad attività di cui potrebbe beneficiare tutta la collettività. Si tratta piuttosto di atti d’accusa volti a colpevolizzare le scelte altrui al fine di esibire una qualche forma di superiorità. E’ l’invocazione di una sorta di militarizzazione morale del tempo libero nella quale vengono invocate gerarchie di valori il cui scopo è permettere al soggetto che le esibisce di vantare in modo unilaterale la propria superiorità.

I commenti negativi nei confronti dell’attenzione che la collettività può dedicare al calcio, ai programmi televisivi nazionalpopolari, al gossip, allo shopping più edonistico, e così via, fanno parte di un quadro che assume i connotati di una crociata morale. Infatti non c’è nulla che possa fare pensare, anche solo lontanamente, che se gli italiani si fossero dedicati alla visione di altri programmi televisivi (o ad altre attività in generale) al posto della partita della nazionale, allora l’indomani la situazione del paese sarebbe cambiata. Per questo motivo, tali prese di posizione si configurano come sintomi di qualcosa di diverso. Seppure in una forma laica, quella che esce dall’ombra è una versione della concezione del piacere come colpa. Ma a differenza della classica forma religiosa secondo cui se un piacere rappresenta una colpa allora lo è in ogni sua manifestazione, in questo caso solo i piaceri altrui rappresentano un peccato degno di biasimo. E’ un po’ come se cedere alle tentazioni della gola in quanto tali non rappresentasse sempre un peccato, ma lo fosse solo nei limitati casi in cui altri si trovano a capitolare di fronte al sapore di cibi che l’accusatore non ama affatto. In questo modo, all’interno cioè di contesti che muovono a partire dalla metodica colpevolizzazione degli altri e delle loro preferenze, il biasimo che viene rivolto a tali scelte diventa la base sulla quale il soggetto può ergersi per esibire pubblicamente la propria autoassoluzione.

Il tipico Alfiere Della Penitenza punta il proprio indice accusatore contro le scelte altrui come se il semplice fatto di prendere le distanze da qualcosa comportasse automaticamente la possibilità di ergersi al di sopra di esse. In pratica si tratta della messa in pratica all’interno di una gerarchia di valori del principio di Autoesclusione. Come la penitenza attraverso il distacco dalle tentazioni permette al fedele di ripulire la propria coscienza, così l’Alfiere laico rivendica una rinnovata purezza grazie al distacco da qualcosa. Ma a differenza di quanto accade nel caso del fedele, qui in gioco non ci sono rinunce a cose che l’Alfiere apprezzava. Ad esempio, la persona che vanta l’assenza di un apparecchio televisivo all’interno della sua dimora non è una persona che ne apprezzava i contenuti. Nel contesto di un circolo vizioso nel quale l’affermazione di sé deriva il proprio valore dalla negazione dell’alterità, il disprezzo verso ciò che non è di proprio gradimento si estende ai soggetti che non condividono lo stesso insieme di valutazioni. E allo stesso tempo, il biasimo verso questi viene posto come base del disprezzo nei confronti delle loro scelte. L’Alfiere Della Penitenza non rinuncia in prima persona alle cose che apprezza e stima, ma a cose distanti dal suo gradimento e dai suoi interessi. Poi, una volta messa in pratica la sua scelta, invita anche chi ha opinioni e gusti diversi dai suoi a fare altrettanto, salvo biasimare tutti coloro che non si conformano ai suoi giudizi. Quella che offre è una falsa scelta: ognuno è libero di seguire le proprie preferenze, ma se queste non vanno nella direzione giusta allora sono indegne di rispetto. Il tutto assume così un profilo paradossale ed intimamente contradditorio: in un contesto culturale nel quale il pluralismo invita ad accettare scelte di vita profondamente diverse dalle proprie, i gusti e le opinioni altrui vengono fatte oggetto di biasimo e disprezzo se non omologate a qualcosa posto come Giusto. E alle spalle del richiamo alla serietà e alla sobrietà fa capolino un modo di pensare da Fattoria degli Animali: tutte le preferenze personali sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.

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Matrix Reloaded

Giunti a festeggiare il terzo anno di vita del blog con un cambio di dominio, non senza un pizzico di innegabile autoreferenzialità si coglie l’occasione per ragionare un po’ su cosa sia questa cosa che si sta portando avanti. Un po’ come quando si fanno le pulizie in casa dopo una festa e si cerca di rimettere al loro posto gli oggetti che si trovano sparsi in giro, e magari senza riuscire a mettere a fuoco se qualcosa che si è trovato in un angolo nascosto è un vecchio acquisto di cui non si ha memoria o un oggetto smarrito da un ospite durante la serata. E così, premesso che non è questione di riflettere sul valore o sulla qualità dei contenuti che si sono accumulati in questi tre anni, si tratta di soffermarsi un po’ sul cosa si è fatto (o si è provato a fare) e sul perché. Ragionare prima di tutto sulle intenzioni piuttosto che sui risultati, e perciò a prescindere da qualsiasi giudizio su quelli che possono essere gli eventuali valori (o disvalori) di questi ultimi. Ma tenendo presente che prescindere dal giudizio sui contenuti non vuol dire affatto prescindere anche dai contenuti in sé. Anzi, significa piuttosto muoversi tenendo presente l’ottica secondo cui non basta calarsi un cappello da chef in testa per poter poi vantare eccelse doti culinarie dietro i fornelli di una cucina. Si tratta di un approccio in apparenza talmente scontato da far sembrare come inutilmente ridondante la sua stessa enunciazione. Ma quanto più si ha modo di osservare i comportamenti messi in atto da un numero di internauti tutt’altro che trascurabile, tanto più la solida scontatezza di cui sopra rivela ampie e profonde crepe.

Figlio degenere di altri e diversi spazi che lo avevano preceduto, questo blog nasceva dalla voglia di tradire in profondità l’ottica che aveva guidato i suoi predecessori. E se Tradimento era la figura paterna, quella materna rispondeva al nome di Noia. Noia nei confronti di una rete largamente appiattita sui toni della denuncia, del lamento, dell’ostentazione del disprezzo come strumento di autoelogio (autoesclusione), quando non di un livore palesemente rabbioso. E soprattutto dell’indignazione a comando, di quello sdegno indifferenziato per cui ogni giorno c’è qualcuno o qualcosa contro cui puntare l’indice. Ogni giorno nuove notizie, e come puntuali corollari nuovi responsabili da additare e nuovi colpevoli da braccare. Un tiro al piattello virtuale in cui qualcuno lancia in aria il bersaglio ed un plotone armato fa fuoco a ripetizione. E’ sufficiente passare pochi istanti su un social network  o dare un’occhiata veloce ai commenti in calce alle più disparate notizie su un qualsiasi quotidiano online per imbattersi in parole rabbiose e violente contro l’oggetto in questione, qualunque esso sia. Infatti, l’astio che frequentemente i commenti trasudano sembra vivere di vita propria rispetto all’oggetto verso cui di volta in volta si rivolge. E’ come una colata lavica che inghiotte indistintamente tutto ciò che incontra sul suo cammino, in una sorta di lunga notte di hegeliana memoria in cui tutte le vacche sono nere. E a dimostrazione di ciò vale il fatto che non sono solo, ad esempio, le notizie che possono riguardare più o meno direttamente la quotidianità dei commentatori a scatenare un coro di reazioni ringhianti. Le notizie di costume o di gossip possono facilmente diventare oggetto di ondate di insulti tanto più violenti quanto più gratuiti. Se, per esempio, la notizia di un provvedimento del Governo che va a toccare i beni dei cittadini ha gioco facile nel consentire a chi commenta di indossare la maschera di chi protesta di fronte a quello che giudica essere un torto, un simile travestimento crolla miseramente nel momento in cui a finire vittima di questo astio rabbioso è qualcosa di completamente innocuo: un personaggio dello spettacolo che pubblica un libro, un altro che annuncia la fine di una relazione o di cui viene scoperto un nuovo flirt, e così via. Fino ad arrivare ai frequenti casi in cui ad essere oggetto di attacco è la stessa diffusione della notizia. Un”accusa che viene articolata sulla base della più classica forma di benaltrismo, quella secondo cui ci sarebbero “altre cose più importanti di cui parlare…”

Internet è sempre più uno spazio in balia di un’invettiva senza fine che colpisce tutto e tutti. Una realtà in cui nessuno è mai responsabile di niente perché se qualcosa non funziona è sempre colpa di qualcun altro. Un luogo dove gli stessi che invocano punizioni esemplari per gli altri non esitano un istante a stracciarsi le vesti se sentono in qualche modo attaccati loro stessi, il loro mondo e ciò che ne considerano parte in generale. Tutti pretendono di giudicare tutto e tutti, indipendentemente da conoscenze e competenze, ma semplicemente sventolando senza sosta il diritto ad avere e, soprattutto, ad esprimere un’opinione. Sempre e ovunque. Indipendentemente dall’interlocutore, dal luogo in cui avviene lo scambio o dalle regole che questo chiede di rispettare ai propri ospiti. Proseguendo con l’analogia culinaria, si potrebbe dire che è un po’ come se bastasse la convinzione secondo cui la cipolla è un buon ingrediente da cucinare per poterlo inserire in qualsiasi ricetta, indipendentemente dal fatto che si tratti di un primo o di un secondo, di un dolce o di un long drink. E così, l’approccio secondo cui non è sufficiente indossare un cappello da chef per essere un buon cuoco viene brutalmente liquidato e sostituito da quello secondo cui non serve del tutto vestire gli abiti dello chef: per essere buoni cuochi basta essere in grado di distinguere un coltello da uno yogurt, il sale dall’olio, e il burro da un pezzo di carne e dal detersivo per pentole.

Si tratta, in pratica, di un esercito di Neo in cui ogni membro è impegnato in una sua guerra solitaria contro quella che considera essere la sua Matrix. Ma proprio come per Neo, risulta tutt’altro che semplice sfuggire al paradosso in base al quale ci si trova ad utilizzare nient’altro che i mezzi messi a disposizione dallo stesso sistema contro cui si ha la pretesa di lottare. Persone che si registrano su quotidiani online per scrivere che la stampa italiana fa schifo, persone che cliccano “mi piace” su pagine Facebook per poter dire che detestano e non sopportano quello su cui hanno appunto cliccato “mi piace”, e così via in una lista pressoché infinita.

Ma come si ha modo di vedere anche nel secondo capitolo della trilogia dei fratelli Wachowski, nella parte in cui Neo incontra l’Architetto, scegliere la pillola rossa piuttosto che quella blu non significa affatto rompere ogni legame con Matrix, quanto piuttosto farne parte in modo differente. L’Eletto non è lo strumento attraverso cui l’umanità avrà modo di liberarsi di Matrix, piuttosto è il portatore del codice originale mediante il quale il sistema ha modo di ripristinarsi ciclicamente evitando il crash. Ma non solo: allargando ulteriormente lo sguardo, è anche possibile osservare come in fondo non ci sia nulla che garantisca che la realtà sia proprio quella che si vede dopo l’assunzione della pillola rossa, se non la fede nella realtà di Zion che Neo apprende da Morpheus. Infatti, se si considera che Morfeo era il Signore dei Sogni, chi può dire con assoluta sicurezza che la realtà controllata da Matrix sia proprio quella in cui esiste Zion? Chi può affermare che la pillola rossa non sia ciò che rende prigionieri di Matrix anziché farne uscire? In fondo, Neo potrebbe anche non essere altro che una moderna Alice che segue il suo Bianconiglio travestito da Trinity in un Paese delle Meraviglie fantascientifico.

Osservando come esista un mercato di critica al “sistema” che il “sistema” stesso utilizza per arricchirsi, il tema dell’essere “contro” qualcuno o qualcosa si rivela ben più complesso di come normalmente sembra essere percepito. Ad esempio, Facebook può essere uno strumento da sfruttare per veicolare messaggi contro la globalizzazione, ma allo stesso tempo Facebook è a sua volta una società quotata in borsa figlia della globalizzazione stessa. Film come Fight Club o lo stesso Matrix vengono considerati film critici nei confronti della società, ma in realtà nascono, si sviluppano e trovano la fama grazie a quelle stesse strutture verso le quali rivolgono le loro critiche. E’ il paradosso dell’opera contro il consumismo (film, libro, etc.) che si trova in vendita proprio negli spazi verso i quali si rivolgono le critiche che vengono di volta in volta esposte ed articolate. Tenendo comunque presente che tutto ciò non significa che le critiche di volta in volta espresse perdono automaticamente il loro valore se chi le articola può esserne a sua volta fatto oggetto, non sarebbe altro che una fallacia di pertinenza. Ma piuttosto considerando che una divisione del mondo in schieramenti contrapposti – in bianco e nero, in bene e male, in jedi e sith – è qualcosa che spesso dice molto di più a proposito di chi la effettua, che non a proposito di ciò verso cui è rivolta.

E così, partiti con l’idea di capire cosa si è fatto, si finisce col rendersi conto piuttosto di cosa non si è fatto e e di cosa non si vuole fare. O più probabilmente di cosa non si potrebbe fare neppure volendolo. Sulla base di simili premesse, l’unica cosa che sembra onesto dire è che questo non è un blog “contro”. Non a caso, non tutto ciò che viene trattato è soggetto a critiche negative, anzi. Non trattandosi di una rivista e non offrendo recensioni o consigli per gli acquisti in generale, non c’è alcun interesse nel promuovere qualcosa o nel bocciare qualcos’altro. L’unica cosa che forse è possibile trovare tra queste pagine virtuali sono dei tentativi di lettura degli oggetti con cui di volta in volta ci si interfaccia. Una serie di monologhi che spesso non raccontano altro che dialoghi. I giudizi e i valori, le promozioni e le bocciature sono competenze dei tanti maestri che è possibile trovare in giro.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(E. Montale)

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Tiranni Da Giardino

A differenza di quanto potrebbe sembrare in apparenza, l’arbitrarietà di una tirannia morale non si manifesta attraverso l’imposizione di nuovi divieti, quanto piuttosto per mezzo dell’esercizio di un potere il cui scopo consisterebbe nel definire di volta in volta, in modo appunto arbitrario, quali debbano essere i circoscritti oggetti di indignazione, di scandalo, di stigmatizzazione, e così via. Per una tirannia morale, l’invocazione di nuove norme e sanzioni di natura legale al fine di imporre nuovi divieti rappresenta solo una extrema ratio. Ciò è da imputare al fatto che ogni proibizione avente una base istituzionale non costituisce un limite solo per quanto si trova ad essere interessato dal divieto in questione, ma anche per l’arbitrarietà del moralismo stesso, in modo direttamente proporzionale all’estensione del campo che la norma prende sotto il suo controllo. Quindi qualsiasi soggetto (sia esso una singola persona, un movimento, un ente, etc.) che ambisca a raggiungere una posizione di potere attraverso l’utilizzo dello strumento morale si guarderà bene dal chiedere regole ferree e divieti chiari e definiti di natura generale. Piuttosto utilizzerà metodi come il discredito e la denigrazione. Eventuali richieste di sanzioni o divieti saranno perlopiù rivolti ad oggetti ben circostanziati, attraverso l’uso di argomentazioni indirettamente ricavate dall’oggetto stesso. In questo modo non c’è il rischio, trattandosi spesso di campagne che si basano sul consenso, di esibire in primo piano le pulsioni censorie che mirano a limitare le libertà altrui, perlomeno non senza il supporto di adeguati imbellettamenti in grado di ammorbidirne l’aspetto autoritario. Ed allo stesso tempo si limita il rischio di vedere l’autorevolezza eventualmente conquistata limitata da quelle stesse norme per le quali ci si è attivati. Infatti, l’instaurazione di una regola generale sottrae potere all’arbitrio di chi persegue campagne morali: la possibilità di contestare un oggetto in particolare (a partire dalla manifestazione d’indignazione fino alla pubblica gogna) si basa sulla necessità che l’oggetto in questione ricada all’interno di ciò che è lecito. Nel momento in cui si rende illecito l’oggetto di volta in volta in questione, e quindi non appena lo si elimina dall’ambito di una dialettica basata sul confronto per confinarlo all’interno dell’insieme degli atti illegali, si rende del tutto inutile la prosecuzione delle campagne di protesta ed indignazione. Le proteste a carattere morale possono avere senso solo se l’oggetto stigmatizzato non è illegale. E l’obiettività alla quale non raramente viene fatto riferimento attraverso l’invocazione di principi e valori non è altro che una cosmesi linguistica finalizzata al dare un volto presentabile alla denigrazione.

Si immagini, ad esempio, un certo gruppo di persone che si fa carico del compito di criticare e contestare quello che viene considerato un certo tipo di malcostume all’interno dei programmi televisivi, come ad esempio la presenza di donne vestite in modo succinto. Per prima cosa, difficilmente il movimento in questione metterà in discussione il diritto dei singoli individui a scegliere il proprio abbigliamento (purché, ovviamente, questo rimanga all’interno dei confini stabiliti dalla legge): ad essere oggetto di contestazione saranno piuttosto le presunte conseguenze, più o meno indirette, che ne scaturirebbero, sulla base di valutazioni che obbediscono a letture personali del reale (i “modelli” proposti al pubblico, gli “esempi” offerti ai minori, etc.). Si tratta in pratica di una falsa scelta: ad ogni persona viene riconosciuto il diritto di vestirsi come meglio crede, ma se l’abbigliamento non rispetta certi requisiti allora può diventare oggetto di critiche feroci. L’oggetto in questione non viene criticato in sé, ma sulla base di presunte conseguenze o risvolti sociali considerati dannosi.  I bambini che sarebbero vittime di cattivi esempi, i valori della tradizione che sarebbero minacciati da derive immorali, i costumi che sarebbero intaccati dalla decadenza e dalla mancanza di vigilanza, e così via fino ad invocare interi popoli o grandi categorie di persone, sono tutte forme sublimate dietro le quali non si nasconde altro che la volontà di chi parla. In altre parole, i principi da difendere che vengono invocati non sono altro che forme di cosmesi linguistiche volte a mascherare una serie di prese di posizioni riconducibili all’interno dei confini di una volontà censoria, del desiderio di imporre in modo tirannico scelte e costumi che se sanciti per legge risulterebbero illiberali.

Di fronte ad un film contenente scene di sesso, o di violenza, o con contenuti che qualcuno potrebbe reputare quantomeno non condivisibili, l’invocazione di una regola generale che vieti sequenze di un determinato tipo rischia di far sfuggire la materia dalle mani del censore stesso, il quale a sua volta non potrà fare a meno di censurare un film nella sua interezza o magari di tagliare le scene incriminabili anche nei casi in cui non dovesse ritenerlo opportuno. L’invocazione di principi e valori permette invece al censore di turno di intervenire (o provare a farlo) solo nei casi in cui lo ritenga opportuno, approvando invece i contenuti di cui apprezza la divulgazione. Il tiranno morale non ambisce ad una regola che vieti, ad esempio, tutte le scene di sesso dai film in televisione, perché una simile mannaia rischierebbe di falciare indiscriminatamente anche contenuti a lui graditi, e perché la sua opinione sulla scena di volta in volta in questione non avrebbe alcun valore, trovandosi sovrastata da direttive che lui stesso è tenuto a rispettare. Il tiranno morale preferisce così concentrarsi sul messaggio e soprattutto sull’opportunità di vietarlo qualora risulti, a suo giudizio, sgradevole o nocivo, affinché le ipotetiche scene di sesso in questione non siano censurate sempre in quanto tali, ma solo nei casi in cui possa reputarlo opportuno. E la presunta obiettività basata su valori e principi alla quale il tiranno morale può far ricorso per giustificare il proprio agire non è altro che l’esternazione dell’ideologia di cui si fa portavoce.

Le scelte altrui vengono accettate dal tiranno morale finché non mettono in discussione gli equilibri sociali e culturali dei quali lui si è fatto portavoce, ed allo stesso tempo la loro messa in discussione si rivela essere la cartina tornasole di un’ideologia intimamente reazionaria. Ad esempio, sebbene non ci siano leggi in Italia che vietino di fare la velina, né al momento risultino esserci proposte di legge finalizzate a vietare tale professione o a regolamentarne i diversi aspetti (quali vestiti indossare, come muoversi, quanti centimetri di pelle indossare, quali movimenti possono essere accettabili, etc.), alla luce di un certo moralismo già lo stesso termine “velina” ha una connotazione negativa. In breve, sul piano generale, non c’è nulla che faccia pensare che una simile professione non debba godere di un rispetto analogo a quello di tante altre. Eppure, il fatto stesso che una ragazza possa dichiarare di aspirare al successo in questo campo la espone, agli occhi di una parte della popolazione, ad un evidente disprezzo, come se la strada scelta per provare a fare un salto nella scala sociale (difficilmente chi sceglie un simile percorso proviene dalle fasce più elevate della società) potesse non essere sufficientemente degno di rispetto. Espressione di una cultura ideologicamente reazionaria, il moralismo che spesso pervade le campagne di protesta e di denigrazione non si rivela essere altro che il volto accettabile di un rigido classismo sociale che trova difficile accettare che una persona possa attivarsi per cercare un’alternativa ad un futuro di precarietà, di disagi o magari di fatica malpagata, attraverso la partecipazione a spettacoli televisivi, come ad esempio i reality show, che tutto sommato possono non richiedere particolari studi o preparazione. Il moderno tiranno morale rimane saldamente all’interno del suo giardino recintato da principi e valori che lo mantengono separato dal malcostume altrui, elogiando la solidità della sua dimora contro la corruzione che si annida all’esterno. Intimamente ed inconfessabilmente reazionario, il tiranno morale non manca di esprimersi a favore della libertà di scelta altrui, a condizione che tali scelte non vadano ad impattare in profondità sugli equilibri sociali e culturali, quando non ideologici o di classe, in vigore, su quello stato di cose dal quale deriva il proprio valore e la propria posizione nella scala sociale, o nel quale comunque riconosce sé stesso. E il disprezzo che ostenta verso quelle libere scelte altrui che in alcun modo possono danneggiarlo non è altro che la misura delle diversità morali che il piccolo tiranno non è in grado di accettare, o anche solo tollerare.

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Mi Assolva, Comico, Perché Ho Peccato!

Anche quest’anno, il carattere di rito nazionale del Festival di Sanremo si è confermato non solo nella sua capacità di attirare l’attenzione, o anche solo un curioso interessamento, da parte di coloro a cui piace la musica italiana, ma anche e soprattutto nell’annuale replica delle critiche da parte di chi, incapace di ignorarne l’esistenza, ne invoca l’abolizione giudicandolo uno spettacolo erede di una cultura vecchia e conformista. Il carattere generalizzato della critica non si rivolge solo alla musica, ma spesso anche e soprattutto agli eventuali contorni. E nel caso di quest’anno, in modo più o meno esplicito, molteplici accuse di conformismo si sono concentrate in modo particolare sulle esibizioni comiche di Luca e Paolo, i quali, tra sketch e riadattamenti di canzoni, hanno invece fornito un tutt’altro che scadente esempio di satira. Essenzialmente sono due le accuse rivolte alla coppia di comici genovesi: di non fare satira e di proporre una comicità cerchiobottista. Entrambe tali affermazioni sono facilmente riconducibili ad una nota vulgata che, ormai ampiamente diffusa, sminuisce la satira trasformandola in una pratica assolutoria nei confronti dei peccati del pubblico, mascherando il tutto dietro la messinscena della “critica al potere”. Secondo tale vulgata, la satira non si definirebbe in base al modo che il comico avrebbe di affrontare un particolare argomento, o a seconda dei meccanismi che utilizzerebbe, ma dipenderebbe soprattutto dall’oggetto del monologo. Sulla base di una simile impostazione, per essere tale la satira dovrebbe essere “contro il potere”, e specularmente, qualora non si schieri “contro il potere”, allora non è satira. Il primo evidente vantaggio che offre questa semplificazione consiste nel fornire un’assiomatica semplice ed elementare che, in modo molto rassicurante per chi la abbraccia, trasforma un limitato sottoinsieme dei possibili campi che la satira potrebbe coprire nella totalità di essa, privandola di mordente e snaturandola in una sorta di funzione laica nella quale, attraverso la risata, il pubblico partecipa ad un rito collettivo. Infatti, dietro il paravento della critica al potere si assolvono le colpe della collettività attraverso l’individuazione di un numero limitato di capri espiatori.

Onde evitare fraintendimenti, va subito sottolineato che il processo di assoluzione non si svolge attraverso l’esercizio della critica al potere, quanto piuttosto nell’elevazione di tale argomento ad unico oggetto possibile di satira. E tutto questo malgrado sia noto che innumerevoli sono gli esempi di satira che grandi comici hanno dedicato ai più disparati argomenti, a volte reggendo interi spettacoli senza praticamente nominare “il potere”. Facendo una veloce e molto sommaria carrellata di singoli esempi, basta ricordare che George Carlin ha fatto monologhi sui bambini ed i loro genitori iperprotettivi come sull’ecologismo, Bill Hicks ha parlato di fumo e di gay nell’esercito, Billy Connolly ha scherzato sulla masturbazione e Robert Schimmel sulla sessualità, Chris Rock si è messo a dare consigli ai “fratelli neri” su cosa fare per non farsi massacrare di botte dalla polizia, Eddie Izzard ha dedicato spazio ai dentisti come ai metodi di riproduzione, Jerry Seinfeld si sempre concentrato soprattutto sulla quotidianità, e così via fino a dar vita ad un elenco composto da innumerevoli comici ed un numero esponenzialmente maggiore di spettacoli. Invece, di fronte ad una concezione restrittiva come quella in discussione, cioè sulla base dell’idea che la satira per essere tale debba scontrarsi con il potere, si arriverebbe alla conclusione che nessuno degli esempi sopra elencati potrebbe essere definito tale. E più in generale, che dei vasti repertori di questi autori sarebbero da considerare come satirici solo i brani in cui l’oggetto del monologo è il governo o qualche altra istituzione a questo paragonabile per influenza e potere.

In breve, quello che i comici come Carlin e Hicks hanno insegnato è che nella satira moderna non esistono argomenti off limits a prescindere, inclusi quelli che possono mettere a disagio il pubblico. Anzi, la satira può consistere anche nel far sentire al pubblico la pressione sociale che si esplicita nel disagio che si prova nel ridere di qualcosa della quale, secondo le regole della buona società, non si dovrebbe ridere. E al di là delle valutazioni sul risultato ottenuto, questo è quanto hanno fatto Luca e Paolo nelle due esibizioni che maggiormente hanno attirato critiche e polemiche. Nel primo caso, prendendo spunto dalle polemiche innescate dalla loro esibizione canora dedicata perlopiù al capo del governo durante la prima serata, rilanciano con uno sketch durante il quale prima di tutto ripetono sotto una forma differente le stesse cose che avevano detto la prima sera (e che erano state fonte di polemiche), e poi alzano il tiro coinvolgendo altre note figure italiane, all’interno di una cornice che complessivamente si prende gioco di quella satira schierata che invoca libertà ed autonomia per sé, salvo poi indignarsi nei confronti di chi sceglie bersagli differenti. E coloro i quali successivamente hanno reagito obiettando che il loro sketch non era satirico, non hanno capito che invece si trattava di satira proprio su di loro e sulle loro posizioni secondo cui la patente di satirico dovrebbe essere data solo a chi parla dei “potenti” (e di alcuni in particolare).

Ma è con il secondo sketch che il duo comico consuma lo strappo più violento con quella parte di pubblico che, fedele agli insegnamenti luttazziani, ritiene che la satira debba essere “contro il potere”. Seduti ad un tavolo di legno, Luca e Paolo impersonano una coppia di generici italiani che chiacchierano di politica, soffermandosi in particolare, per l’ennesima volta, sugli scandali a sfondo sessuale che vedono coinvolto il premier. Snocciolando una dopo l’altra le ragioni di pubblica indignazione nei confronti di ciò di cui tutti parlano, i due ogni volta si ritrovano d’accordo nell’affermare che poi, in fondo, non si tratterebbe di cose molto differenti da quelle che avrebbero fatto anche loro come molti altri. Trovando ripetutamente giustificazione a tutte le ragioni d’indignazione, Luca e Paolo arrivano alla conclusione secondo cui il premier non avrebbe sbagliato veramente, quanto piuttosto che gli sarebbe “andata di sfiga”. Appare evidente come, ancora una volta nell’arco di pochi giorni, le vicende delle cronache nazionali vengano utilizzate per far ridere il pubblico. Ma anche in questo caso, come in quello precedente, il capo del governo non è l’unico obiettivo: giustificazione dopo giustificazione, quella che viene messa alla berlina è un’indignazione di facciata costantemente alla ricerca di un capro espiatorio attraverso il quale nascondere un malcostume diffuso.

Il comandamento al quale si sarebbero sottratti i due comici genovesi consisterebbe pertanto nel loro essere venuti meno a quella che potrebbe essere definita come la funzione assolutoria del comico. Non circoscrivendo la loro azione al solo potente di turno, ma contestualizzando la vicenda che lo riguarda all’interno di un quadro più ampio che coinvolge in modo generico anche chi ostenta indignazione, secondo l’approccio ortodosso della satira come “critica al potere” avrebbero compiuto una sorta di atto assolutorio mediante il delineamento di una sorta di colpa collettiva, di un retroterra culturale condiviso sul quale si poggerebbe anche la vicenda che da mesi occupa uno spazio dominante nelle cronache nazionali. In realtà, appare evidente che nello sketch di Luca e Paolo non c’è proprio nulla di assolutorio. Il meccanismo è piuttosto semplice: all’enunciazione di un misfatto segue puntualmente, dopo una breve riflessione, la ricerca di eufemismi per parlare dell’accaduto nel momento in cui i due protagonisti si rendono conto che quella loro indignazione potrebbe essere rivolta anche nei confronti di atti che hanno compiuto o che compierebbero. Qui non c’è nessuna ricerca di una giustificazione alle azioni del potente di turno, quanto piuttosto l’esplicito scherno rivolto ad un’ipocrisia diffusa, sempre tanto inflessibile nei confronti degli altri quanto indulgente nei confronti di sé stessa.

Se si osserva la maggior parte degli spettacoli presentati come “satira” in televisione, sarà facile notare come nella larga maggioranza dei casi ad essere oggetto di comicità sono potenti presenti in vari campi (politici, industriali, banchieri, etc.) mentre, nei casi in cui viene tirato in ballo, il popolo viene dipinto come rassegnato, disilluso, disincantato ed impotente. La “critica al potere”, intesa strettamente come critica rivolta a chi detiene una qualche forma di potere, svolge una funzione consolatoria presso il pubblico che, dipinto come lucidamente impotente di fronte alle malefatte di chi occupa posti più elevati nella scala sociale, viene assolto da ogni colpa. Gli spettacoli nei quali l’attenzione è focalizzata pressoché in modo totale sui potenti, sono anche quelli nei quali si solleva il pubblico da qualsiasi responsabilità. (Si tratta di un meccanismo molto simile a quello su cui si fonda la denuncia della presenza di un “regime”: lo scopo della denuncia pubblica del “regime” non consiste tanto nell’attaccare l’avversario, quanto piuttosto nel giustificare l’eventuale assenza di alternative come frutto dell’invadente azione di un ingombrante avversario, in altre parole come impossibilità ad agire e non come inattività da parte di chi da questo si differenzia solo a parole ed in termini di opportunità.) Il comico che occupa la scena ed inanella battute sui potenti senza mai rischiare di urtare la sensibilità di chi lo ascolta è una figura consolatoria che assolve gli astanti da ogni loro colpa, individuando nel potente di turno la radice dei loro mali. In tal senso, Luca e Paolo, scherzando pubblicamente sul fatto che la società non è molto differente da chi occupa i ruoli di comando, su come la doppia morale abbia radici che si estendono ben oltre le pareti delle stanze del potere, sono venuti meno alla loro funzione consolatoria, quella che consiste nell’assolvere il pubblico dai suoi peccati indicando come le responsabilità dei guasti nel paese siano appannaggio di una cerchia ristretta di persone. Chi cercava un’ennesima assoluzione attraverso la pubblica derisione di un capro espiatorio si è trovato davanti qualcuno che invece gli ha fatto notare che probabilmente potrebbero essere molti gli indignati che potrebbero avere qualche peccato da confessare. E all’ombra dell’accusa di non fare satira “contro il potere” si nasconde l’irritazione nei confronti dell’assenza del consueto perdono generalizzato.

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