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Bulli e Sgualdrine

Quella secondo cui le trasposizioni cinematografiche o televisive non sarebbero all’altezza dei romanzi o, più in generale, delle opere da cui sono tratte è una credenza molto diffusa. Non sempre del tutto a torto. Ma ci sono anche volte in cui l’impiego di un diverso mezzo espressivo non si limita a consentire alla storia di andare oltre i propri confini per esplorare territori assenti nella narrazione originaria, in pratica la obbliga a farlo. Proprio come nel caso della serie Netflix Tredici (Thirteen Reasons Why), che nel processo di passaggio dalla carta stampata all’immagine in movimento ha dovuto prima di tutto modificare i propri equilibri. Accade così che in seguito alla trasposizione, andando a toccare argomenti delicati, per non dire veri e propri nervi scoperti del corpo sociale, la serie si trovi a generare molte più polemiche e controversie di quante sia mai riuscito a fare il romanzo. E non soltanto in virtù del fatto che una serie televisiva su una piattaforma leader mondiale nel settore si rivolge a una platea più ampia rispetto a quella raggiunta dal mercato editoriale. Ma proprio per via del cambio di prospettiva che si è presentato con lo slittamento su un mezzo diverso. Il romanzo di Jay Asher si poneva soprattutto come una denuncia del bullismo nelle scuole, e in particolare di quel diffuso slut-shaming che può arrivare a stritolare la vita delle ragazze che ne sono vittime: indossati i panni di una sorta di Krapp adolescente, Hannah Baker registra i suoi nastri per raccontare i suoi fallimenti e le umiliazioni subite. E in questo contesto Clay Jensen è un espediente letterario e poco altro, uno strumento per sottrarre la narrazione al monologo e permettere alla storia di muoversi anche nel presente.

Ma nella serie televisiva tutto ciò cambia. Quei meccanismi sui quali si basava il libro deflagrano, aquistando una profondità che su carta era possibile solo intravedere, quando non a malapena ipotizzare. Non solo la figura di Clay assume un ruolo centrale sottraendo ad Hannah il ruolo di protagonista incontrastata della storia, ma anche tutti gli altri personaggi assumono maggiore spessore e peso, e con loro anche le voci e le azioni di cui si rivelano responsabili. A tal punto da far sì che l’ampio spettro di azioni e reazioni da parte dei diversi personaggi, gli incontri e gli scontri come le concatenzaioni causali, nel loro insieme assumono il profilo di una sorta di anticipazione delle polemiche che accompagneranno il diffondersi della serie presso il grande pubblico. Infatti riesce difficile liquidare nei termini di un mero caso il fatto che psicologi ed educatori scolastici, cioé proprio alcuni dei soggetti contro i quali la serie punta il dito indicandoli come testimoni passivi del bullismo subito dai soggetti più deboli e isolati (quando non come veri e propri complici degli aguzzini, in virtù del loro ruolo di difensori dell’ordine delle cose e di una normalità assunta come imperativa), siano schierati in prima fila nelle controversie che accusano la serie di incentivare il suicidio e l’autolesionismo.

L’aspetto corporativistico di questa levata di scudi corale da parte degli operatori psicologici (in particolare statunitensi) appare quasi evidente nel momento in cui ci si sofferma a osservare su quale problematica (o presunta tale) collegata alla narrazione seriale decidono di concentrare la loro attenzione. In pratica, nonostante il bullismo scolastico, cyber e non, rappresenti un fatto grave, confermato da dati e statistiche, una parte tutt’altro che trascurabile del mondo della psicologia punta il dito contro la serie sulla base di affermazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico relative a non meglio definiti “fenomeni di emulazione”. In altre parole, proprio per il fatto stesso di parlare di bullismo e victim blaming, la serie finisce per essere colpevolizzata a sua volta come può accadere a una qualsiasi vittima. I tentativi di suicidio da parte delle adolescenti in seguito ad atti di bullismo e umiliazioni varie, quando non ad abusi veri e propri, non sono una novità recente, eppure questo fatto non impedisce a psicologi ed educatori di rovesciare nel calderone dei possibili “fattori scatenanti” anche una serie televisiva la cui colpa principale sarebbe proprio quella di porsi come voce accusatrice contro un ordine delle cose indifferente a debolezze e vulnerabilità.

Si tratta di un processo analogo a quello che si mette in moto dopo ogni strage in qualche scuola o college, con il trito ripetersi di tormentoni relativi alla diffusione delle armi o della violenza nei mass media, che rimettono in campo ogni volta sempre gli stessi argomenti pur di evitare di andare a fondo alla questione e capire davvero perché proprio quella persona possa aver deciso di agire proprio in quel modo, proprio in quel momento e proprio in quel luogo. Basti ricordare che nei primi anni 2000, sull’onda d’urto generata dal massacro nella Columbine High School, il Servizio Segreto Statunitense in associazione con il Dipartimento dell’Educazione ha realizzato uno studio sulla sicurezza nelle scuole in cui si affermava, tra le altre cose, che quasi tre quarti dei responsabili di atti di violenza contro istituti scolastici (il 71% circa) erano stati prima di tutto vittime di molestie e di atti di bullismo intensi e prolungati nel tempo. Ma nonostante ciò, e non si tratta di uno studio isolato, ancora oggi, dopo ogni attacco armato, sui media serpeggiano ricerche frenetiche di colpevoli e responsabili di ogni tipo pur di non fronteggiare la questione di una violenza generata da altre violenze. Il desiderio del corpo sociale di assolvere se stesso da qualsiasi responsabilità attraverso la ricerca di colpevoli senza se e senza ma fa sì che ogni volta si generi uno stesso copione a base di gesti “incomprensibili” e “folli”. (Se poi si considera che tra le accuse rivolte a Thirteen Reasons Why ci sono anche quelle riguardanti la superficialità con cui avrebbe gestito il tema della “malattia mentale”, il quadro generale ribadisce la propria volontà di autoassoluzione, tentando di liquidare nella marginalità e nell’irrilevanza le responsabilità, anche solo morali, di chi può averla danneggiata. L’obiettivo finale è di affermare che poco importa chi può averle fatto cosa: l’unica vera ragione del suo suicidio sarebbe la sua “malattia mentale”.)

Intermezzo a Columbine

Con un’operazione che da un punto di vista concettuale può essere definita spregiudicata – a voler usare un eufemismo – ma che non ha mancato di far ottenere al suo autore ampia fama internazionale e numerosi riconoscimenti in ambito cinematografico, Micheal Moore ha posto al centro del suo documentario Bowling For Columbine la vicenda del massacro compiuto da due studenti nella ormai nota scuola del Colorado alla fine degli anni ’90. La spregiudicatezza dell’operazione risiede soprattutto nel fatto che l’autore sfrutta l’ondata emotiva suscitata dalla tragedia (il film ha visto la luce appena un paio d’anni dopo i fatti) nell’ambito di una narrazione volta a contestare le normative sulla circolazione delle armi negli Stati Uniti. E per quanto la tesi che guida il film possa essere condivisibile, persiste comunque la disinvoltura con cui l’autore glissa su come i due autori del massacro si siano procurati il loro arsenale in modo illegale: Dylan Klebold aveva ancora 17 anni e Eric Harris aveva compiuto 18 anni da pochi giorni. Considerando che le leggi contro la vendita delle armi ai minori di 18 anni erano e sono tuttora già in vigore, appare evidente di come il problema non fosse nella diffusione delle armi, ma nel contesto che ha fatto sì che una coppia di ordinari adolescenti potesse scegliere di procurarsi un arsenale per scaricarlo all’interno della scuola (senza considerare le bombe artigianali rimaste inesplose). E’ vero, come dice Moore, che le armi erano state acquistate legalmente, nel senso che i due autori del massacro si erano serviti di intermediari maggiorenni, ma è altresì vero che già ai tempi dell’uscita del documentario due di questi (Mark Manes e Philip Duran) erano stati arrestati e condannati per aver fornito armi a due minorenni.

Individuare nel bullismo subito per anni a scuola dagli autori della strage non significa in alcun modo giustificare le loro azioni, ma solo trovare un movente che spieghi gli eventi senza cercare di nasconderli come sporcizia sotto i popolari e appariscenti tappeti dei videogiochi violenti, della musica satanica o della malattia mentale. E questo è quello che fa Brooks Brown nel suo libro No Easy Answers che, essendo stato compagno di scuola dei due autori del massacro, e in particolare amico di Klebold fin dalle scuole elementari, tra le altre cose ha modo di ripercorre gli eventi fino a pochi minuti prima della strage, a quando Harris lascia un ultimo segno nella sua vita rivolgendosi a lui e dicendogli “Brooks, ora tu mi piaci. Allontanati da qua. Vai a casa“. Essendo stato anche lui una vittima di bullismo (per di più nella stessa scuola e da parte delle stesse persone che tormentavano Klebold e Harris), già il solo fatto di aver scelto di rispondere con un libro è un’affermazione implicita di come la violenza non fosse affatto una scelta obbligata. Ma allo stesso tempo, essendosi trovato inserito dalla polizia nella lista dei sospettati di complicità per aver osato affermare in pubblico che avrebbero potuto impedire le uccisioni agendo sulla base delle informazioni che lui stesso aveva fornito loro – negli anni precedenti Brown era stato oggetto di minacce da parte di Harris – e avendo assistito in prima persona a come gli insegnanti e le autorità scolastiche facessero finta di non vedere le violenze e le umiliazioni messe in atto dagli atleti e dai ragazzi “popolari” della scuola ai danni dei più deboli e isolati, appare chiaro come non sia disposto ad accettare puerili semplificazioni a base di colpe imputate ora a Marilyn Manson, ora a Doom o a qualche altro sparatutto in prima persona di cui può essere di moda parlare al momento.

A leggere le notizie di stragi nelle scuole e nei college che intervengono a interrompere un flusso costante di cronache relativi a (tentativi di) suicidi a seguito di abusi e molestie non c’è nulla che faccia pensare a un miglioramento a breve termine. Parlare di estetizzazione del suicidio in una serie come Thirteen Reasons Why significa scegliere di ignorare la sua denuncia della diffusione capillare delle violenze e delle umiliazioni. Significa scegliere di non soffermarsi sull’avvertimento tutt’altro che criptico nella sequenza che vede Tyler Down accumulare un piccolo arsenale in camera sua, poco prima di dichiarare agli adulti che lo interrogano in merito alla diffusione del bullismo nella scuola di trovarsi costretto a mangiare merda tutti i giorni (“I get shit every day“), cioé con parole che appaiono molto simili a quelle che Dylan Klebold aveva registrato come memoria per spiegare le ragioni di quello che i due autori della strage avevano definito il loro “piccolo giorno del giudizio” (“You’ve been giving us shit for years“). A tal proposito, vale forse la pena di notare come proprio Tyler sia la figura che più di tutte incarna l’ambiguità dell’essere allo stesso tempo vittima e carnefice. Nonostante il suo coinvolgimento nella vicenda, continua a non essere altro che lo sfigato che viene tenuto alla larga dal tavolo degli altri ragazzi popolari chiamati in causa da Hannah Baker con i suoi nastri. Nessuna esperienza in comune, neanche una intensa come quella che lo unisce agli altri, sembra riuscire a scalfire il muro che separa i ragazzi popolari dagli emarginati, i bulli dalle loro vittime: gli altri non vogliono farsi vedere in giro insieme a lui e si giustificano ostentando il loro disprezzo per il fatto che aveva molestato Hannah appostandosi fuori dalla finestra di casa sua e scattandole foto di nascosto. E tutto ciò mentre non sembrano avere alcun problema nel fare quadrato attorno agli atti di uno stupratore.

La Luna e il Dito

Non è vero che quando qualcuno indica qualcosa solo gli sciocchi guardano il dito. A volte c’è anche chi ha ben chiaro cosa viene indicato e non ha nessuna intenzione di volgere lo sguardo nella direzione definita per poi trovarsi a fronteggiare in pubblico qualcosa che considera sconveniente. E in questo caso, proprio come accade a una vittima reale, anziché voltare la testa per osservare ciò che viene indicato da Hannah, c’è chi preferisce concentrare la propria attenzione su lei che indica. Come accade alle vittime di violenza sessuale che al momento di denunciare i propri aggressori si trovano a dover rispondere a domande su come fossero vestite, su quanto e cosa avessero bevuto, sul loro comportamento e gli eventuali “segnali” che potrebbero aver lanciato ai loro assalitori – “magari senza rendersene conto” – davanti a un fronte di compagni di scuola formato da insensibili bugiardi e approfittatori egoisti, quando non di stalker vendicativi e di stupratori, il fatto che una parte dei commentatori focalizzi la propria attenzione sui comportamenti e sulle scelte della vittima appare come una scelta di campo.

Autrici come Leora Tanenbaum da molti anni denunciano la profonda e lacerante violenza insita nello slut-shaming, quella pratica che consiste nella distruzione completa della reputazione di una ragazza attraverso voci e pettegolezzi mirati a cucirle addosso l’abito della “sgualdrina”, una costante e asfissiante umiliazione che finisce col segnare il vissuto quotidiano della vittima con una selva di insulti e molestie, quando non anche aggressioni fisiche. Perché se si considera che una denuncia e un eventuale processo per stupro si basano in larga parte sulle testimonianze delle parti coinvolte, una ragazza con la reputazione di “sgualdrina” può diventare un facile bersaglio per un predatore, che potrà sempre difendersi dalle accuse sventolando ai quattro venti la reputazione a brandelli della sua controparte. La protagonista della serie è molto chiara sul fatto che tredici sono le ragioni del suo gesto. Ma questo non vuol dire in alcun modo che a tale numero si riduca anche la totalità delle umiliazioni o delle violenze subite. Lo scopo della sua narrazione non è di raccontare tutto quello che ha subito o di cui è stata vittima, ma solo di rivolgersi uno a uno a quelli che considera i principali responsabili della trasformazione della sua quotidianità in un inferno. A partire dalla foto scattata sullo scivolo del parco giochi o dal suo nome inserito nella lista dei migliori (e peggiori) tagli di carne sessuali della scuola, il problema non sono solo questi atti in sé, ma anche le conseguenze che ne sono scaturite. Il fatto che non racconti altri avvenimenti se non quelli che vedono coinvolti direttamente i destinatari delle cassette non vuol dire in alcun modo che non sia successo altro. Al contrario, proprio il parlarne il minimo necessario è la dimostrazione del livello capillare di diffusione delle voci che la circondavano: non ha motivo di perdere tempo a incidere su cassetta quello che tutti sanno, o che tutti pensano di sapere. Primi fra tutti proprio i destinatari dei suoi messaggi.

Per fare un esempio, quando Courtney Crimsen decide di proteggere la sua reputazione affossando ancora di più quella già compromessa di Hannah, non fa altro che disegnare un ulteriore cerchio su un bersaglio ormai ben definito e riconoscibile da tutti. E anche se la vittima non si dilunga a raccontare tutti gli episodi che hanno fatto seguito a quello citato nell’ambito del ballo scolastico, non c’è nulla che faccia pensare che la calunnia messa in giro dalla ragazza popolare sia nata e morta con la serata della festa. Dal punto di vista narrativo, in apparenza il personaggio di Hannah Baker sembrerebbe prigioniero di un paradosso del tipo Comma 22: il fatto che non racconti tutti o comunque altri eventi di cui è stata vittima lascia agli spettatori la piena libertà di pensare che non sia successo altro oltre a quanto lei narra in prima persona; ma se invece avesse deciso di spiegare ai destinatari quali erano le voci che circolavano su di lei si sarebbe esposta al rischio di non poter rispondere alla domanda su quale necessità potesse esserci di ricordare quelle cose che a suo dire erano sulla bocca di tutti. E a conferma di come sia proprio il suo silenzio sulle dicerie che circolavano a dimostrarne la diffusione interviene la tacita accettazione da parte degli altri protagonisti della vicenda. Il fatto che nessuno, incluso Clay, cioé un individuo che tutto sommato si collocava ai margini della vita sociale scolastica, si chieda mai quali potessero essere queste dicerie a cui si riferisce Hannah può significare solo una cosa: tutti hanno ben chiaro di quali voci sta parlando.

Come spesso accade di fronte a un’opera, non esiste un unico modo di leggerla e interpretarla, ma l’interpretazione che viene fornita non parla mai solo dell’opera in sé ma anche di chi effettua la lettura, delle sue scelte come dei suoi valori. Si può scegliere di fare un processo alla vittima, di giudicare le sue 13 ragioni una per una, oppure si può scegliere di esaminare quali ragioni avessero coloro che la hanno fatto del male per fare proprio ciò che (le) hanno fatto. In altre parole, si può scegliere di liquidare come superficiali tutte o alcune delle 13 ragioni che Hannah elenca come moventi del suo suicidio, e si può anche ignorare il fatto che quasi tutti quelli che le hanno fatto del male non ne avessero nemmeno una di ragione per umiliarla. E poi, al prossimo suicidio o alla prossima strage, si potrà ancora una volta fare finta che il gesto non sia opera di qualcuno che è stato molestato, abusato, umiliato, tormentato. E magari si potrà dare un pezzo di colpa anche a una serie televisiva, accusandola di aver innescato fenomeni di emulazione.

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L’Inquisizione Nell’Era Delle Analisi Genetiche

Data la rilevanza mediatica del caso, quando la Corte di Cassazione ha sentenziato l’assoluzione in via definitiva di Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di complicità nell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, di sicuro era consapevole del fatto che non avrebbe incontrato il favore da parte dell’opinione popolare. È come se qualcuno fosse salito sul patibolo allestito in una grande piazza per annunciare a migliaia di persone accalcate da ore sotto un torrido sole estivo che l’attesa esecuzione di una coppia di diabolici amanti adulteri non avrebbe avuto più luogo. Si può discutere a lungo su tutto ciò che può aver condotto a questa decisione, sull’andamento delle indagini e dei processi precedenti, come anche sulla condotta tenuta dalle forze dell’ordine e dagli organi inquirenti in generale. Ma se l’antica rappresentazione della Giustizia nella forma di una donna con gli occhi bendati ha un senso, questo non è solo nel fatto che i giudizi devono essere emessi senza tenere conto degli imputati (delle loro identità come dei pregiudizi che possono circondarli), ma anche in una valutazione dei fatti che non tenga conto delle pressioni dei media o delle aspettative delle piazze. Siano esse reali o, come accade oggi, anche virtuali. E con otto anni di campagne giornalistiche orientate spesso in direzione colpevolista, nessun giudice avrebbe potuto ignorare che una simile decisione sarebbe risultata in larga parte impopolare.

Si tratta dello stesso contesto mediatico entro il quale la lettura delle memorie dell’imputata di Seattle apre le porte a un interrogativo che appare destinato a rimanere senza risposta: come mai le parole della giovane statunitense non hanno ancora trovato un posto nelle librerie italiane? Infatti, a distanza di due anni dalla pubblicazione nella sua madrepatria, e pur essendo uno dei casi di cronaca che ha goduto della maggiore copertura mediatica nel corso dell’ultimo decennio, non esiste una traduzione e distribuzione italiana. Chiunque abbia intenzione di leggere anche la sua versione dei fatti non può fare altro che affidarsi alla conoscenza di qualche lingua straniera. Ci si può rivolgere alla pubblicazione originale nella lingua madre dell’autrice. Oppure a una versione francese – J’Aimerais Qu’on M’Entende – o a una tedesca – Zeit, Gehört Zu Werden – ma non a una nella lingua del paese dove la vicenda ha avuto luogo e dove ha goduto di un’ampia copertura mediatica. È chiaro che, a meno che non si voglia cedere di fronte al fascino di suggestioni complottiste, non appare possibile indicare un responsabile o delineare qualche piano oscuro. Tanto meno appare plausibile fare riferimento a una qualche volontà di proteggere il potere giudiziario da una voce che ne denuncia gli errori: sono stati pubblicati libri che puntano in questa direzione con maggiore decisione e ben più efficaci. (Ad esempio, il recente Io Non Avevo L’Avvocato dell’ex-direttore finanziario di Fastweb Mario Rossetti, o Cento Volte Ingiustizia, il libro che raccoglie cento casi di errori giudiziari tra il 1948 e il 1996.) Quindi, se un simile silenzio indica una carenza, questa sembra legarsi di più al mondo dell’editoria e dell’informazione italiana, e al suo essere quasi del tutto priva della volontà di uscire dal circolo vizioso a base di bias di conferma che le lo lega al suo target di lettori/spettatori.

Appare ovvio come un libro non sia in grado, da solo, di cambiare alcuna idea, soprattutto quando l’analisi dei fatti è già stata sostituita da tempo dalla tifoseria. Chi è convinto della colpevolezza leggerà ogni singola frase nei termini di un’odiosa menzogna, mentre chi sostiene il contrario troverà una conferma di quanto già pensava o sospettava. E per quanto alcuni media possano essersi spostati verso una posizione meno colpevolista negli ultimi tempi, la prima fase del caso, quella che ha fornito l’imprinting all’opinione pubblica, è stata tutta all’insegna della tesi accusatoria, nonostante i buchi e le illogicità all’interno di quest’ultima potessero risultare evidenti a chiunque avesse una seppur minima infarinatura scientifica o epistemologica. Proprio a partire da quello che è sempre stato uno dei concetti centrali all’interno dell’impianto accusatorio: la “ripulitura selettiva” della scena del crimine. In altre parole, il fatto che non ci fossero tracce sulla scena del crimine che non fossero quelle dell’ivoriano già condannato per il delitto sarebbe stato da ricondurre a un’ipotetica opera di pulizia (esclusiva delle loro tracce) effettuata da Sollecito e Knox, con lo scopo di incastrare il loro presunto complice. Per ovvie ragioni, considerando che a qualsiasi avanzato laboratorio di analisi del DNA sono necessari giorni (quando non settimane o mesi) per stabilire a quale profilo genetico siano riconducibili le singole tracce rinvenute all’interno della scena di un crimine, non esiste modo di capire come avrebbe fatto una coppia di universitari, nell’arco di poche ore e in contesto confuso e presumibilmente concitato, a individuare e ripulire tutte e solo le loro tracce, lasciando quello di un terzo soggetto.

Si tratta di una tesi, questa, che al di là delle evidenti lacune scientifiche conduce, all’interno dell’insieme dello stesso impianto accusatorio, a una irrisolvibile contraddizione in termini. Anche ammettendo per assurdo che un simile proposito possa essere messo in atto secondo modalità non meglio definite, ciò non farebbe altro che confermare la tesi secondo cui i due avrebbero tramato ai danni dell’ivoriano. Un aspetto, questo, che però entra in conflitto diretto con la tesi secondo cui Knox avrebbe accusato l’innocente Lumumba con lo scopo di proteggere il loro presunto complice. Infatti, se i due fossero davvero riusciti a cancellare le loro tracce dalla scena e organizzarla in modo tale da incastrare una terza persona, perché Knox avrebbe dovuto puntare il dito contro una quarta nella consapevolezza che le prove l’avrebbero presto smentita? Oppure, al contrario, se le accuse rivolte a Lumumba avevano davvero lo scopo di proteggere il complice poi condannato, perché non pulire tutto a fondo, anziché lasciare in modo “selettivo” le sue tracce sulla scena affinché potessero essere ritrovate?

E’ una questione di logica elementare: se B≠C, non è possibile che A=B e A=C siano entrambe vere. Ma nei salotti televisivi, l’analisi non viene condotta sulla base di fatti, scienza e logica, nemmeno in termini semplificati a scopo divulgativo. Sedicenti esperti tracciano fantasiosi profili psicologici senza aver mai incontrato un soggetto, senza aver mai scambiato una parola con lui, e magari senza aver prestato alcuna attenzione alle sue affermazioni. Con tono altezzoso, gli esperti da salotto si lanciano in compiaciute dissertazioni sulla base di un servizio di pochi minuti come se questo fosse davvero una fedele rappresentazione della realtà, e non esso stesso a sua volta un prodotto confezionato per gli spettatori. Basta uno scatto fotografico fuori contesto o, ancora meglio, un elemento pruriginoso per scatenare la fantasia dei presenti in studio. Il fermo immagine di un mezzo sorriso in un aula di tribunale rivolto ai genitori diventa un’ammissione di colpa di chi pensa di poter manipolare chiunque, un vibratore come quello apparso in una puntata di Sex & The City e ricevuto in regalo per scherzo diventa l’indicatore di una sessualità lasciva e incontenibile, un paio di mutandine comprate per avere un cambio di biancheria (data l’inaccessibilità della propria in quanto chiusa nella casa che contiene la scena del crimine) diventa una manifestazione di cinica indifferenza. In generale, la narrazione di una storia diventa prioritaria rispetto all’analisi dei fatti, soprattutto in un campo come quello dell’informazione che, al di là di qualsiasi retorica autoreferenziale a base di presunti doveri nei confronti del pubblico, non si sottrae alle leggi del mercato e del profitto.

Non è necessario scomodare Debord e la sua definizione di spettacolo come accumulo di capitale che diventa immagine, né McLuhan che sfata il mito della neutralità del mezzo rispetto al messaggio che veicola, e neppure Baudrillard che affronta il tema di come i media non si limitino a catturare la realtà ma abbiano un ruolo attivo nella sua costruzione e metamorfosi. Basta una gretta e volgare riflessione in termini di entrate e uscite monetarie per vedere come le notizie siano merci che offrono possibilità di guadagno, e quelle che raccontano eventi straordinari offrono occasioni di profitto superiori a quelle riconducibili alla media. La storia dell’irruzione in una casa da parte di un soggetto con dei precedenti per furto avrebbe potuto al più cavalcare qualche giorno di indignazione, soprattutto se legata al fatto che si trattava di uno straniero che era già stato fermato dalle forze dell’ordine pochi giorni prima della notte dell’omicidio. Ma di sicuro non avrebbe offerto tanto materiale quanto lo scenario che è stato a lungo offerto all’opinione popolare: quello di un presunto attacco a sfondo sessuale/rituale compiuto da tre persone diverse e terminato con un omicidio guidato da una coinquilina della stessa vittima. (A latere, e del tutto a prescindere dall’iter processuale della vicenda, vale la pena di notare la singolarità della quasi completa esclusione dalla narrazione giornalistica di riferimenti agli altri coinquilini della casa.)

Accade quindi che, nel momento in cui un soggetto decide di prendere la parola e parlare per sé, magari attraverso le pagine di un libro come in questo caso, di fatto sottrae risorse al core business dell’industria dell’informazione. E allo stesso tempo, a prescindere da qualsiasi valutazione su verità e attendibilità, sottrae sé stesso alle manovre giornalistiche in competizione (anche tra loro stesse) per il mantenimento di un controllo sui tempi, le modalità e i contenuti della storia che viene divulgata. Di fronte a un’opinione pubblica che in larga parte la considera colpevole, ci sono validi motivi per ritenere che, sulle pagine di un giornale o all’interno di uno studio televisivo, quel desiderio di essere ascoltata esplicitato attraverso lo stesso titolo del libro avrebbe potuto essere sfruttato per alimentare ancora una volta il fuoco di qualche sceneggiatura torbida e pruriginosa. In assenza di una precisa ed evidente inversione di rotta, non si vede per quale motivo una persona dovrebbe pensare che le sue parole non saranno ancora una volta travisate o utilizzate contro di lei, soprattutto dopo aver passato anni in carcere ad ascoltare perfetti sconosciuti che trasformavano tratti generici della sua persona, a volte comuni a moltitudini di coetanei, in elementi morbosi e contorti, come nel caso di un soprannome nato tra ragazzine su un campo di calcio (“foxy knoxy”) che diventa il marchio di una doppiezza luciferina.

A differenza delle interviste giornalistiche, su carta come in video, i libri si sottraggono a questo gioco. Chi legge può anche non essere convinto o d’accordo, del tutto o in parte, ma in ogni caso non è possibile negare come siano proprio espressione di ciò che l’autore aveva intenzione di comunicare, senza deformazioni editoriali o spericolate interpretazioni da parte dei tuttologi televisivi. Così, quando non ci si può confrontare con quello che l’autore dice, l’attacco si sposta sul piano personale, secondo le modalità dettate dalla più triviale argomentazione ad hominem. Da quando le memorie di Amanda Knox hanno visto la luce, i media italiani si sono soffermati di rado sul contenuto, ma non hanno mai mancato di sottolineare i milioni che l’operazione le avrebbero fruttato, come se questa fosse una cosa vile e spregevole. E soprattutto, come se non fosse ciò che loro stessi hanno fatto per anni, strillando titoli a effetto come “svolta nelle indagini” o “alibi smentito” per vendere più copie di giornali, o magari annunciando il lancio di un servizio con “contenuti esclusivi sul caso dell’omicidio di Meredith Kercher” subito dopo l’interruzione pubblicitaria.

Tutto questo non offre una risposta all’interrogativo su come mai non ci sia una traduzione italiana del libro. Al massimo offre un punto di vista su quanto il panorama dell’informazione (italiana, in questo specifico caso) possa rivelarsi un territorio ostile a una simile pubblicazione: un lungo scritto che ribatte punto per punto a tutto ciò che per anni psicologi e criminologi, giornalisti e altri esperti hanno affermato in talk show, interviste e articoli senza alcun contraddittorio che non fosse quello compiacente e ovattato tra colleghi. Ma allo stesso tempo, di riflesso,  accende una luce in direzione dell’opinione pubblica, quella che si indigna sui social network come quella che aspetta fuori dalle aule di tribunale per strillare “vergogna”. Ragionando nei termini essenziali delle valutazioni economiche, il fatto che un eventuale editore possa considerare un possibile investimento in perdita la distribuzione di un libro come questo non può prescindere dalle considerazioni su quali potrebbero essere i reali interessi del target a cui sarebbe indirizzato. Soprattutto se si considera che l’interesse del pubblico sembra nascere solo dal desiderio di sentire declamazioni di sentenze di condanna, e non da una curiosità che possa spingere ad ascoltare tutte le versioni per poi confrontarle.

In fondo non si tratta di un fenomeno recente: mentre trascinava al rogo la donna accusata di stregoneria, anche la folla che urlava la condanna della vittima invocava la giustizia. Anche se in realtà fremeva di eccitazione all’idea della carne che di lì a poco si sarebbe contorta bruciando tra le fiamme. Un’analogia che spinge le sue radici ancora più in profondità se ancora oggi l’assenza di indizi a carico degli imputati non viene intesa come una prova delle loro estraneità ai fatti, quanto piuttosto un segno della loro diabolica abilità nell’occultare le prove della loro colpevolezza. Perché quando si abbandona il principio classico che raccomandava di esprimersi a favore dell’accusato ogni volta che non ci sua certezza assoluta della sua colpevolezza (in dubio pro reo), quando si stampano sentenze di condanna a caratteri cubitali alle prime avvisaglie di sospetto, o quando si abbracciano senza alcuna esitazione le posizioni dell’accusa, si abbandona il territorio del diritto per entrare di fatto in quello del giustizialismo Inquisitorio, dove all’accusato sono offerte solo due alternative: mentire negando la sua colpevolezza o dire la verità confessandola. Ma non può mai dimostrare la sua innocenza.

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Le Colpe Degli Altri

Nel diritto penale romano si affermava: in dubio pro reo. E’ l’assunto in base al quale un sospettato dovrebbe essere condannato solo nel caso in cui venga dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio indica come sia preferibile assolvere un criminale piuttosto che rischiare di punire un innocente. Meglio lasciare un crimine impunito piuttosto che compierne un altro facendo soffrire qualcuno che non ha colpe. Al contrario di quanto invece era messo in pratica nell’ambito dell’Inquisizione Romana, dove la colpevolezza era già formulata nell’accusa, e al reo non rimaneva alcuna possibilità di salvezza. Attraverso forme di tortura come quella del tratto di corda, l’accusato veniva forzato a confessare ciò di cui era accusato e accettare la sua condanna. Oppure, in alternativa, poteva provare a resistere al supplizio, qualche volta fino alla morte. Le opposte culture giuridiche erano, e sono, indici del grado di civiltà di un popolo, come anche della sua capacità di rapportarsi all’alterità. La caccia alle streghe e le condanne per blasfemia, le torture per costringere a confessare o abiurare e le sentenze di morte, sono tutti elementi di una cultura che si relaziona al prossimo attraverso l’eliminazione di ciò che viene percepito come una minaccia. Nemo tenetur se detegere, nessuno deve essere obbligato ad accusare sé stesso, afferma quello che dovrebbe essere uno dei cardini del diritto. Ma nonostante tutte le differenze del caso, ancora nel terzo millennio, un popolo che ringhia accuse di colpevolezza e strilla richieste di condanna al minimo indizio di sospetto è erede più della seconda cultura che non della prima. Ancora più quando questa furia non si abbatte su presunti colpevoli ma su evidenti vittime. Come è accaduto nel caso delle due giovani cooperanti liberate dopo una prigionia durata mesi, e sulle quali si è scatenata un’autentica grandinata di accuse e insulti di ogni tipo. Come se la vicenda fosse riuscita a toccare diversi nervi scoperti della cattiva coscienza collettiva, come una pioggia di scintille che incendiano la proverbiale coda di paglia. Accuse con la schiuma alla bocca come solo possono esserle quelle che vanno a scavare là dove si è sepolto qualcosa che non si vuole vedere, che non si vuole ammettere, e che in ogni caso non si desidera vedere sbandierato in pubblico. Come può reagire, ad esempio, il tipico uomo tutto-d’un-pezzo d’altri tempi che si trova a fronteggiare le voci insistenti che circolano nel suo paese sulla sessualità del figlio gay, che lui invece vorrebbe rimasse confinata all’interno delle mura domestiche.

La prima e principale accusa che è stata rivolta alle due ragazze è di essersi lanciate in un’avventura al di là della loro portata, e che questa sia stata la causa principale del loro rapimento. E’ l’elemento cardine della retorica che anima tutto l’impianto accusatorio di quello che non è stato altro che un ennesimo processo alle vittime. Le persone che finiscono con l’essere sequestrate in aree di guerra si contano a decine, e nella maggior parte dei casi si tratta di persone tutt’altro che inesperte, siano essi giornalisti o professionisti di varia natura e formazione. Il concetto attorno al quale si costruisce l’accusa non è altro che un semplice pregiudizio, infatti non è possibile in alcun modo affermare che se al posto delle due ventenni ci fosse stata una coppia di cinquantenni, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio. Viene obiettato che le due giovani si erano recate in un’area molto pericolosa, una zona in cui nemmeno professionisti ben più preparati si avventurano con leggerezza, come se questo fosse ciò che ha messo in moto le azioni dei rapitori. E appare evidente come la loro presenza nell’area ne abbia consentito la cattura, ma da questo non è possibile dedurre che non ci sarebbe stato alcun rapimento. Fornire l’occasione per la messa in atto di un’azione criminale non significa fornire anche mezzo o movente. Lo testimoniano i numerosi sequestri compiuti ai danni di persone delle più diverse professioni, sesso, età e nazionalità. Tra i tanti, ad esempio, solo un anno prima era stato liberato il giornalista Domenico Quirico, dopo un rapimento in area siriana durato cinque mesi. E in questo caso si trattava di un cinquantenne con una pluriennale esperienza come inviato di guerra. Chiunque affermi il contrario non sta facendo altro che trovare giustificazioni a posteriori a un proprio pregiudizio. Qualcosa di simile a quanto fatto una decina di anni prima quando, in occasione del suo tragico rapimento in Iraq, più di una voce si alzò per denigrare il giornalista Enzo Baldoni, utilizzando una sua battuta per affermare come si fosse mosso alla ricerca di vacanze col brivido, pericolose ed eccitanti. In pratica è lo stesso armamentario ideologico del “se l’è andata a cercare” quando una donna viene violentata.

Il progresso tecnico maschera l’immobilismo culturale. Aumenta la copertura WiFi nelle città, si diffondono gli smartphone e i lettori ebook, i televisori diventano sempre più sottili e un’astronauta italiana partecipa ad una missione spaziale internazionale. Ma altre cose rimangono sempre le stesse: i giornalisti che una decina di anni fa ridacchiavano come iene della sorte di Baldoni denigrandolo (“se l’è andata a cercare“), si ritrovano nelle parole di quanti anni dopo hanno sputato bile verso le giovani cooperanti (“se la sono andata a cercare“). Sono quelli che non perdono occasione per ripetere a chiunque che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa. (Salvo poi valutare come opportuno il muoversi sotto scorta quando è la loro incolumità ad essere in gioco.) E come loro, moltitudini inquisitrici non esitano a ripeterlo a loro volta, contribuendo ad amplificare e consolidare il processo di reificazione delle vittime. Il che non stupisce nemmeno un po’. Non solo perché si tratta di un triste copione che si ripete da anni, ma anche perché in un paese dove l’informazione si limita perlopiù al passaparola, chi si attiva e corre dei rischi in prima persona finisce oggetto di campagne denigratorie. Nel paese in cui la maggior parte dei servizi giornalisti si riducono a diffondere i comunicati delle questure, a scrivere editoriali carichi più di giudizi morali che di fatti, a costruire servizi intervistando i passanti o a raccattare curiosità su internet, chi si muove in prima persona non può essere dipinto se non come un esempio da non seguire. Anche coloro che dicono di riconoscersi nei valori della carità e del perdono, della comprensione e della carità, non perdono occasione per attaccare il prossimo se in qualche modo questo è portatore di una diversità sgradita (omosessualità, aborto, fecondazione assistita, cellule staminali, etc.), e possono anche definire comprensibile l’uso dei pugni quando gli insulti vengono rivolti a loro, o ai loro cari. Nell’ipocrisia generalizzata, la folla intollerante verso le due ventenni è la stessa che esige che venga prestata la migliore assistenza possibile al fratello che si è fatto male sciando fuori pista, ai figli inesperti che si sono intossicati mangiando funghi che avevano raccolto loro, alla nonna che è stata investita da un’automobile perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, e così via. Le disattenzioni di questi rappresentano costi (sanitari e non solo) che la società avrebbe l’obbligo di sostenere per il benessere di tutti. Ma quando si tratta di vicende come quelle delle cooperanti, gli eventuali costi dovrebbero essere coperti dalle vittime, o dai loro familiari.

Infatti, sebbene non sia stata diffusa alcuna notizia ufficiale relativa al pagamento dei rapitori, è più che plausibile credere che un riscatto possa essere stato pagato. Quale possa essere stata la sua entità è un dato che rimane confinato nell’ambito delle ipotesi e delle illazioni. Inoltre, ancora meno è dato sapere come saranno impiegati quei soldi. L’ipotesi che possano essere utilizzati per finanziare l’acquisto di altre armi è tutt’altro che campata per aria. Ma nel processo di reificazione delle vittime, l’ipotesi si trasforma in una certezza, e questa in una condanna. Tutta l’attenzione popolare e mediatica si concentra sulla figura dei potenziali compratori, come se sul campo non dovessero esserci anche dei venditori. Mantenere i riflettori puntati sull’acquisto altrove è un modo come un altro per non doversi confrontare con quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Infatti non solo il traffico internazionale di armi è uno dei più redditizi in ambito criminale, ma è anche legato al traffico di droga ed esseri umani. Il che significa che i soldi per le armi non finiscono nelle mani dei malintenzionati solo grazie ad eventuali riscatti. Ogni volta che un cliente italiano paga per abusare di una schiava sessuale immette liquidità in un circuito che contribuisce ad alimentare il traffico di armi. Come anche quando compra della droga per vizio o divertimento. Se per qualche motivo lo sguardo dei media si sposta in direzione di qualche mercato abusivo, dove ambulanti occupano il suolo pubblico per vendere merce rubata o contraffatta, l’opinione pubblica inveisce contro i venditori e contro le istituzioni che non intervengono per sgomberarli, come se in questo gioco di ruolo non ci fosse anche un terzo partecipante: il cittadino comune che si ferma a comprare ben sapendo di alimentare un mercato nero.

La società rispecchia la realtà giornalistica che la racconta, e viceversa. Anche e soprattutto quando glissa, tace o fa finta di non vedere. Come quando si disinteressa dei soldi che vengono versati nelle casse delle mafie da chi paga per fottere le schiave sessuali sbattute su marciapiedi di periferia a suon di minacce e percosse, o per sballarsi passando un sabato sera alternativo rimanendo su di giri fino all’alba. Salvo poi non transigere sul pagamento di riscatti per salvare delle vite. E’ ovvio che i soldi dati alla criminalità in cambio di droga e sesso non diminuiscono l’importanza che i pagamenti di riscatti possono avere nella compravendita di armi. Non si tratta di sminuire l’importanza di qualcosa parlando d’altro, nella classica ottica benaltrista. Piuttosto si tratta di guardare in direzione di ipocrisie e silenzi che raccontano ancora una volta la storia dell’autoindulgenza che si assolve reificando gli altri. Quella che si accanisce contro le vittime di un rapimento per giustificare il proprio egoismo, magari presentandolo nei termini di una necessità o di una cosa naturale. E’ l’ipocrisia che punta il dito contro la riduzione in schiavitù delle donne e lo sfruttamento sessuale in paesi lontani per non soffermarsi sul fatto che è qualcosa che accade anche nelle nostre città, ad uso e consumo di “onesti” concittadini. Che esibisce indignazione davanti all’inciviltà della condanna a morte di persone “colpevoli” solo di essere omosessuali, salvo poi scendere in piazza a manifestare contro le loro rivendicazioni di diritti, emarginandoli e spingendoli verso esistenze di solitudine e sofferenza. E che magari infine approva quando un famoso esponente del mondo politico si alza in piedi nel corso di un convegno e urla “culattone” a uno studente gay che aveva preso la parola.

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Charlie Che Visse Due Volte

Da quando la sede dell’ormai noto giornale francese Charlie Hebdo è stata trasformata nella sede di un sanguinoso attacco armato, uno dei temi che hanno dominato gli spazi mediatici è stato l’attacco alle libertà di espressione. Il quadro che si è definito è quello di un mondo tollerante e illuminato che si troverebbe minacciato dall’oscurantismo di una cultura proveniente dall’esterno. In questa ricostruzione, le libertà conquistate attraverso secoli di lotte per la civiltà e la laicità sarebbero minacciate dalla violenza prepotente di un particolare tipo di fanatismo religioso. Il che corrisponde al vero, perlomeno nella ristretta misura in cui un gruppo di persone armate fa irruzione all’interno della redazione di un giornale con lo scopo di vendicare quelle che sarebbero state giudicate come offese di natura religiosa. Ma l’impianto inizia ad esibire qualche crepa nel momento in cui un simile evento viene sfruttato per veicolare l’immagine di qualcosa che è meno solida e scontata di come viene presentata: la libertà di espressione. A sentire le dichiarazioni di politici (e non solo) delle più diverse estrazioni sembrerebbe quasi che nessuno di questi abbia mai contestato la diffusione di opere con contenuti a loro sgraditi. Desiderosi di sfruttare l’indignazione popolare, perfino soggetti che di solito pronunciano la parola “tolleranza” a fatica e con una malcelata espressione di schifo alzano i vessilli della Libertà di Espressione, con lo scopo di auto-eleggersi Difensori dei Valori dell’Occidente. E nell’era della comunicazione politica 2.0, per auto-assolversi agli occhi di una buona parte del pubblico non sono necessari discorsi complessi, giustificazioni e motivazioni. In realtà non serve nemmeno ingegnarsi per ottimizzare l’impiego dei 140 caratteri a disposizione in un tweet. E’ più che sufficiente utilizzare l’hashtag del momento per sfilare disinvolti sul tappeto rosso del trend più attuale. In fondo, il carro dell’indignazione è un po’ come quello dei vincitori: chiunque voglia salirvi a bordo riesce sempre a trovare un po’ di spazio.

La folla virtuale che sbandiera lo slogan #jesuischarlie racconta la storia di un mondo che ama attribuirsi una figura nobile e tollerante. Poi, il fatto che una simile immagine possa corrispondere al vero o meno passa del tutto in secondo piano. Infatti, più che un ritratto realistico si rivela essere una favola moderna: semplice e rassicurante. Una volta tolte tutte le sovrastrutture retoriche, ciò che rimane è una moltitudine a cui interessa tutelare solo la propria libertà. Il paese che reagisce indignato di fronte alla storia degli stranieri che vorrebbero mettere un bavaglio alle idee e all’informazione a suon di proiettili, è lo stesso che vorrebbe cancellare tutto ciò che non è di suo gusto. Si tratta di qualcosa che possono ben ricordare, ad esempio, quanti avevano seguito le vicende legate alla distribuzione del secondo lungometraggio di Ciprì e Maresco. Infatti nel 1998, cioè tre anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle e del seguente riaffiorare di intrecci tra nazionalismi e identità religiose, i registi palermitani realizzano il film Totò Che Visse Due Volte, attirandosi addosso una dura reazione istituzionale. Si tratta di un’opera che esibisce diverse vicende suddivise in tre e episodi e che nel suo insieme offre un quadro di un’umanità degradata immersa in una realtà deforme. E la religiosità ne è parte integrante, raccontata attraverso lo scemo del villaggio che si masturba con una statua della Madonna, un presunto messia volgare e prepotente che maltratta discepoli e seguaci, un’ultima cena grottesca e lasciva, e così via.

Per gli autori non si trattava di un attacco alla religione, quanto piuttosto di una sua rappresentazione nel contesto di una civiltà degradata: ora uno strumento di sopraffazione, ora un mezzo per la soddisfazione di pulsioni tutt’altro che nobili. La religione non sarebbe fonte di degrado, quanto piuttosto una vittima: in un contesto dove tutto è grottesco e volgare niente può salvarsi, inclusa la religiosità. Tuttavia la Commissione di Censura era di parere diverso e intenzionata a vietare il film a tutti. Non muovendosi di un millimetro oltre una letterale dell’opera, invocava la Censura di Stato affermando che si trattava di un prodotto degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo nei confronti del buon costume, e con un esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso”, e contenente sequenze “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”. In pratica, le stesse cose che molteplici voci provenienti dal mondo islamico affermano in merito a vignette che considerano offensive. Come queste anche il film riuscì a superare blocchi e censure per raggiungere il pubblico, seppure con un divieto ai minori di 18 anni. Ma la questione non riguarda l’esito del singolo film in questione, quanto piuttosto l’evidente intolleranza nei confronti di ciò che non si condivide e il desiderio nasconderlo, bloccarlo o eliminarlo.

Gli oltre 15 anni che separano i fatti attuali da questo episodio non hanno segnato cambiamenti degni di nota in merito. Ad esempio, non sono trascorsi molti mesi da quando diverse associazioni di telespettatori cattolici hanno invocato la censura preventiva della striscia comica LOL, colpevole di aver mandato in onda uno sketch con un bacio gay tra Gesù e un altro uomo. O da quando le stesse voci hanno chiesto l’eliminazione dai palinsesti della pluri-premiata serie della HBO Il Trono Di Spade, accusata di veicolare contenuti immorali e “pornografici”. Questi sono solo un paio di esempi tratti da un lungo elenco di iniziative che sembrerebbero contraddire le affermazioni in merito alla libertà di parola. Ma solo fino a quando ci si illude che tutti quanti invocano diritti e libertà stiano parlando per tutti, e non solo per loro stessi e il gruppo al quale più si considerano appartenenti.

Una volta liquidata come poco più che finzione, come mera retorica atta a rendere presentabili le posizioni identitarie soggiacenti, il tutto si ricompone all’interno di un quadro coerente. Sotto il rassicurante e narcisistico travestimento della libertà e della tolleranza si intravedono le forme di una ricerca dell’affermazione unilaterale. Con strategie passivo-aggressive, i media assecondano le richieste delle folle dando la caccia ad associazioni islamiche e chiedendo loro di condannare l’episodio. A differenza di quanto accaduto, ad esempio, dopo la strage compiuta dal fondamentalista cristiano Anders Breivik, in riferimento alla quale non è stato chiesto ad associazioni religiose cristiane o a movimenti xenofobi di dissociarsi dall’accaduto, ai cittadini di fede mussulmana veniva chiesto di prendere le distanze dall’avvenimento. E non di rado queste stanno al gioco, senza rendersi conto che le prese di distanza non servono ad altro che ad alimentare la retorica strumentale di una sottintesa vicinanza. Infatti non ci si dissocia se non da ciò a cui si potrebbe essere associati, come non si prendono le distanze se non da ciò a cui si potrebbe essere accostati.

Quella che a parole si era presentata come una presa di posizione progressista, nei fatti si è rivelata essere un ennesimo esempio di strategia della vittima. Per una nutrita maggioranza si tratta dell’occasione quotidiana per distribuire responsabilità, cercare alibi, inchiodare a colpe. Non è importante individuare un vero colpevole, infatti l’obiettivo primario si configura piuttosto avere degli obiettivi da mettere alla gogna. Un giorno l’indice può essere puntato in direzione degli immigrati che tramerebbero per imporre le loro regole e sarebbero portatori di arretratezza culturale; il giorno dopo invece, una volta esauritasi la parabola del lutto, lo stesso dito può cambiare obiettivo e con disinvoltura per fissarsi sui vignettisti amorali e irresponsabili, che con le loro “provocazioni” metterebbero a rischio la sicurezza sociale attirando l’attenzione di fanatici ed estremisti. Come già visto, la contraddizione tra le due diverse posizioni è solo apparente, e svanisce del tutto nel momento stesso in cui le si osserva all’interno di un contesto più ampio, quello dei pretesti e delle giustificazioni unilaterali.

Come nella classica favola del Lupo e dell’Agnello, è irrilevante che le affermazioni siano veritiere o meno. Ciò che per molti davvero conta è mantenere lo status quo distribuendo a piene mani giudizi e colpe. Infatti il vittimismo è una strategia che può essere utilizzata da minoranze per ottenere spazi e visibilità (quando cioè ha un fondamento concreto), ma quando viene messa in atto da chi già occupa lo spazio pubblico allora l’obiettivo diventa un altro: mettere a tacere divergenze e dissensi. In pratica, non si tratta di altro che di conservazione del predominio in un contesto asimmetrico: un giorno è possibile rivendicare la libertà per tutelare la propria possibilità di interfacciarsi con gli altri secondo le modalità che più si preferiscono, e il successivo si possono invocare limiti alla stessa per evitare che la controparte possa fare altrettanto. E’ un disinvolto insieme di intransigenza e indulgenza: tanto intransigenti verso gli altri quanto indulgenti verso se stessi. Per fare un esempio, è la strategia messa in atto dalle associazioni cattoliche nelle loro azioni di contrasto alle rivendicazioni di diritti civili da parte degli omosessuali: pur rappresentando una maggioranza che gode di più diritti perfino di quanti ne preveda la loro stessa religione (come, ad esempio, l’accesso all’istituto del divorzio), le prime contrastano le richieste dei secondi come se queste rappresentassero una minaccia per loro. Nei contesti asimmetrici come questo, chi si trova in posizione superiore considera un proprio diritto la possibilità di rapportarsi agli altri come preferisce, anche quando si tratta di trasgredire dei precetti ai quali si dovrebbe attenere, mentre denuncia come aggressiva ed offensiva la possibilità che la controparte possa fare altrettanto. Perché i divieti che devono essere rispettati sono sempre quelli che riguardano gli altri, e l’omosessualità è un peccato che non può ammettere indulgenza alcuna. Ma se il peccato consiste nell’uso di contraccettivi o di sesso (eterosessuale) fatto per il puro piacere di farlo, allora è tutta un’altra storia.

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Il Frutto Proibito

Avrebbe potuto essere una mattina come tante altre. E per molti lo fu. Ma non per tutti. Infatti, da un giorno all’altro, le persone che si trovavano a transitare attraverso una particolare via di Milano, furono costrette a farlo all’ombra di un paio di gigantesche figure che le sovrastavano con le loro ingombranti presenze. Si trattava di un paio di cartelloni pubblicitari di biancheria intima, indossata per l’occasione da Belen Rodriguez. Senza perdere tempo, alcuni di questi cittadini si sono riuniti in un comitato e si sono attivati subito per chiederne la rimozione in quanto, a loro dire, le sexy curve della nota argentina avrebbero potuto distrarre gli automobilisti e causare incidenti stradali. Nel giro di pochi giorni le richieste dei cittadini sono state esaudite e i cartelloni tentatori sono stati rimossi per lasciare spazio ad altri giudicati più casti. In realtà, nel periodo in cui i cartelloni sono rimasti esposti non è stato rilevato alcun incremento degno di nota nel numero degli incidenti automobilistici. Motivo per cui non sembra del tutto campato per aria sospettare che la vera ragione per cui è stata richiesta la rimozione dei manifesti pubblicitari fosse un’altra. Qualcosa che riguarda più la sfera morale dei cittadini che si sono mobilitati, anziché una reale ed effettiva pericolosità sociale, addotta piuttosto come scusa in alternativa alla motivazione reale. Un po’ come quando qualche associazione di telespettatori protesta contro un programma che non considera di proprio gradimento, affermando di agire in difesa di una categoria “debole” (in particolare: i bambini). I manifesti avevano ricevuto una regolare autorizzazione all’affissione da parte delle autorità, e non esibivano niente che non si fosse già visto da tempo. Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a esentarli da accuse posticce. Nel paese in cui la libertà di espressione viene invocata (e tutelata) anche ogni volta che qualche gruppo reazionario decide di manifestare la propria contrarietà alle richieste di diritti altrui, un banale manifesto pubblicitario sexy può essere rimosso se giudicato inappropriato da qualche rappresentante di una morale conformista.

In ogni caso, anche senza addentrarsi nei meandri di un’indignazione collettiva che utilizza episodi come questo per dare una rinfrescata alla propria moralità ed esibire in pubblico una verginità ricostruita per l’occasione, l’ipocrisia generale appare chiara già a partire dalle motivazioni addotte. Si tratta di una forma di falsità analoga a quella di chi va alla funzione della domenica mattina a scambiare un segno di pace, per poi uscire dalla chiesa e riempirsi le tasche di pietre da scagliare contro quelli che giudica peccatori: tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione, ma chiunque non sia disposto a dire la cosa giusta farebbe meglio a stare zitto. L’idea che una qualche pubblicità debba essere rimossa in quanto possibile fonte di distrazione per i passanti appare tanto più surreale quanto più ci si sofferma sull’evidenza che attrarre l’attenzione è lo scopo di qualsiasi comunicazione commerciale. Non esiste manifesto pubblicitario che non sia esposto se non con lo scopo di attrarre l’attenzione dei passanti. Le immagini sexy non sono l’unico modo, ma di sicuro rappresentano un mezzo molto diretto. Se ci fosse una reale intenzione di tutelare l’attenzione degli automobilisti da possibili distrazioni sparse in giro, sarebbe necessario chiedere il divieto di tutti i messaggi pubblicitari affissi in zone visibili da chi è alla guida di un mezzo qualsiasi. Nessuna attività che intenda promuovere se stessa investirebbe denaro in manifesti stradali con lo scopo di non attirare l’attenzione di chi passa davanti. Inoltre non è affatto detto che le curve di Belen Rodriguez siano una fonte di distrazione maggiore rispetto, ad esempio, all’offerta di qualche popolare bene di consumo a un prezzo molto conveniente, che si tratti di qualche capo d’abbigliamento alla moda, di uno smartphone o altro ancora. Anzi, se ci si sofferma a valutare gli eventi, è più facile citare episodi di disordini al di fuori di negozi in occasione di vendite sottocosto, che non nei luoghi dove è possibile acquistare capi di biancheria pubblicizzati da donne sexy. Appare ovvio che, come non si può dire che chi incolla gli occhi sull’epidermide di Belen Rodriguez rappresenta un pericolo maggiore rispetto a chi scruta un’insegna per capire quando e dove un nuovo smartphone sarà venduto con uno sconto del 50%, allo stesso modo non è possibile sostenere il contrario. Ciò non toglie che risulta piuttosto difficile ricordare episodi in cui un comitato di quartiere si sia impegnato in favore della rimozione di un manifesto che invita ai saldi al centro commerciale di zona, magari sostenendo proprio che l’esibizione di offerte troppo allettanti potrebbe distrarre chi si trova alla guida.

In altre parole, nonostante tutte le presunte forme di emancipazione, alla base di tutto è ancora possibile trovare l’idea che sia sempre colpa della donna che continua a tentare l’uomo con qualche frutto proibito. Motivo per cui se qualche uomo dovesse rischiare di causare un incidente stradale perché ha incollato i propri occhi alle curve sexy di una modella su un manifesto, la colpa sarebbe da imputare a quest’ultimo e non a chi non ha prestato sufficiente attenzione alle sue azioni. E’ la stessa cultura in base alla quale, nelle notizie di cronaca che trattano di squillo minorenni, si sente spesso parlare di “baby prostitute” e quasi mai di “clienti pederasti”. E’ la stessa cultura per cui una vittima di stupro rischia di essere colpevolizzata, magari perché indossava vestiti provocanti, o perché si era incamminata di notte verso casa da sola, o perché si è fidata di uno sconosciuto, e così via.

E soprattutto è anche quella stessa cultura in base alla quale il maschile viene declinato al plurale mentre il femminile può essere declinato anche al singolare. Di fronte ad uomini che hanno cura di sé in modi che in passato erano perlopiù femminili (che si depilano, usano creme, oli ed unguenti, etc.) non ci sono discussioni a proposito di un’ipotetica “femminilizzazione del corpo maschile”, ma se delle donne utilizzano la loro fisicità per scelta o professione allora non è raro sentir parlare di “mercificazione del corpo femminile”. In pratica, ci sono i corpi maschili e c’è il corpo femminile: ogni uomo è libero e risponde solo di sé, mentre ogni donna può essere chiamata a rispondere di tutto il genere femminile.

Anche nell’era degli smartphone e dei social network, la cultura del “si fa ma non si dice” continua ad essere viva e vegeta. Più che in qualsiasi altro campo, in ambito pubblicitario è l’Immagine stessa ad essere merce di per sé, a prescindere dal contenuto che ritrae. E non potrebbe essere altrimenti. Un messaggio pubblicitario ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla propria merce in modo tale da renderla desiderabile. Quindi se si tratta di indumenti intimi femminili è molto probabile che saranno impiegate modelle giovani e in forma. Non fosse altro che per il fatto che sono quelle che meglio possono far risaltare forme, colore e dimensioni dei prodotti. Infatti, quello che si dimentica è che il target di tali prodotti non sono gli uomini, ma le donne. Nessuna azienda spende soldi per studiare, realizzare e diffondere campagne pubblicitarie rivolte a chi non compra il prodotto in promozione se non in rari ed isolati casi. Le aziende non spendono migliaia di euro con lo scopo di far sì che i passanti possano ammirare qualche culo a gratis. Se ci fossero indagini di mercato che dimostrano che le donne potrebbero essere più invogliate a comprare indumenti intimi se questi fossero mostrati indosso a delle novantenni sovrappeso o in mano a pervertiti sudati che le annusano, è probabile che il panorama pubblicitario sarebbe diverso. Ma allo stato attuale, non è così. In fin dei conti, nonostante tutte le polemiche e le possibili accuse di maschilismo, si tratta di comunicazioni rivolte a un mercato perlopiù composto da donne e a un loro immaginario di riferimento. Quindi, riassumendo, delle immagini che ritraevano una donna allo scopo di promuovere un prodotto presso un mercato femminile, sono state rimosse perché avrebbero potuto essere una fonte di distrazione per gli uomini. Si fa ma non si dice, appunto.

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I Giorni di Salem

C’è stato un tempo in cui era di moda incolpare la televisione per il degrado della popolazione. Poi è arrivato internet, e quella moltitudine di spettatori silenziosi ha avuto accesso ad uno spazio da cui parlare. Il tanto osannato uomo della strada non ha più avuto bisogno di alzare la voce al bancone del bar o in coda alla posta o al supermercato per trovare una platea a cui rivolgersi. Basta una connessione ad internet e l’accesso a piattaforme che permettono i commenti, ed è possibile sentenziare senza sosta. Tutti quei programmi televisivi come Drive In, bistrattati dai più blasonati apparatcik culturali come veicoli di ignoranza e degradazione, si rivelano essere stati parecchio benevoli nei confronti dei soggetti che rappresentava in forma caricaturale. I commenti e le discussioni moltiplicano le visite, e queste aumentano le entrate. Quindi, in nome della libertà d’espressione, i maggiori quotidiani nazionali lasciano spazio ad odio e violenze verbali di ogni tipo. L’unica blanda limitazione riguarda l’invito a non utilizzare forme di turpiloquio. I moderatori intervengono spesso per ricordare che non si può scrivere “cazzo”, “minchia”, “troia”, “merda” e “vaffanculo”, ma non sembrano essere disturbati dalla grande mole di commenti razzisti e sessisti. Non da chi invoca la pena di morte per sconosciuti sulla base di un titolo ad effetto, e nemmeno da chi fiero esibisce i propri pregiudizi e rigurgita astio contro minoranze di ogni tipo. Per fare un esempio brutale: non si può scrivere che “anche le frocie hanno diritto a vedere riconosciute le loro unioni e, se lo desiderano, ad occuparsi di bambini, come qualsiasi essere umano“, ma si può scrivere che “gli omosessuali sono malati e pervertiti da curare e isolare per evitare che corrompano la società“. Appare chiaro che il mondo dell’informazione non è innocente, ma non è nemmeno l’unico colpevole. E mostra il suo vero volto quando si accoppia all’intrattenimento, come nei popolari salotti televisivi. Tanto più ha successo quanto più riesce a padroneggiare la dote principale della perfetta puttana: dare al cliente quello che desidera ancora prima che lui lo chieda, anche quando questo si vergogna di farlo ad alta voce. Per assurdo, non è difficile immaginare che se al grande pubblico interessasse la scienza, le note signore dei talk show pomeridiani parlerebbero con entusiasmo di genetica, chimica e matematica.

Invece ogni giorno lo spazio delle informazioni viene dominato da poco più di una manciata di notizie. Quasi sempre le stesse che si susseguono nei titoli di testa dei TG. Tra queste, quelle che riescono a connotarsi come storie riescono a durare più giorni. A volte settimane. In qualche caso mesi o anni, soprattutto se la vicenda presenta risvolti torbidi e pruriginosi. Nelle discussioni che le accompagnano è raro rinvenire tracce di una reale volontà di confronto. Sono scontri tra persone che monologano parlandosi addosso e cercando di mettere a tacere i dissidenti: il tema del momento è lo spazio aperto nel quale è possibile unirsi al coro con cui ci si identifica, per radicare ancora più in profondità le proprie posizioni. In rete non c’è bisogno di alzare la voce per soverchiare l’interlocutore, è sufficiente non leggerlo. A prescindere dalle posizioni espresse, dall’adesione o meno all’opinione di una maggioranza (o di quella che viene riconosciuta come tale), il fatto stesso di trattare un argomento secondo tempistiche dettate dai trend mediatici mainstream comporta la rinuncia a confrontarsi con ciò che invece non viene preso in considerazione. E’ il talk show perfetto, quello che può andare avanti all’infinito senza limiti di partecipazione, di pubblico, di orari, di argomento. E come tale agisce a livello di mezzo prima ancora che di messaggio. Blog e social network non solo non rappresentano una minaccia per l’informazione “classica”, ma al contrario funzionano da amplificatori. Che si tratti delle intercettazioni di un politico, di un tweet da parte di un personaggio più o meno noto, di un caso di cronaca o di qualunque altro esempio preso dagli innumerevoli che ogni giorno affollano le pagine (web e non), la meccanica è sempre la stessa: la folla si indigna, chiede la testa del cattivo del momento e poi passa ad altro. Le belle parole a proposito dei diritti delle persone vengono smentite non appena vengono pronunciate. Le folle armate di pietre e forconi che andavano in giro a bruciare le streghe, a linciare le puttane adultere e a massacrare i sodomiti hanno trovato nuovi villaggi. La libertà di opinione, e il diritto ad esprimerla, non è limitata solo dalle leggi che la regolamentano, ma anche e soprattutto dalla morale di una maggioranza che la valuta e si erge a tribunale, a seconda dell’istanza del giorno. I diritti di alcuni sono utilizzati per negare quelli di altri.

All’interno di un simile contesto, scegliere di fare altrimenti non è una forma di benaltrismo, uno slittamento verso altri temi per evitare di affrontare una questione spigolosa. Al contrario, rappresenta la scelta di spostare l’obiettivo: mettere a fuoco ciò che è stato trascurato, ciò che non è stato preso in considerazione in prima istanza. Significa presentarsi in ritardo al banchetto dell’informazione, dopo che i pezzi più richiesti sono stati gettati in pasto alla voracità del pubblico, e passare in rassegna gli avanzi. Perché se da un lato è il panorama informativo a stabilire il calendario dei casi, delle polemiche, e perfino delle emergenze, dall’altro è il pubblico a scegliere a cosa interessarsi e per quanto tempo. Non ci sono forme di condizionamento o manipolazione mentale che influirebbero su moltitudini altrimenti innocenti: in assenza di forme di costrizione fisica, nessuna propaganda ha effetto se chi la subisce non è disposto ad accettarla. Il linciaggio mediatico quotidiano non fa altro che assecondare la fame di teste mozzate che le tricoteuse 2.0 invocano da dietro una tastiera. A distanza di quasi un secolo – nell’era del wi-fi, degli smartphone e del cloud computing – il popolo italiano continua ad abbaiare la propria fame di pene severe per i nuovi Girolimoni. Facendo trapelare come spesso l’indignazione non sia altro che ipocrisia in malafede.

You can leave your shirt on

Secondo un noto proverbio, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ricorrendo all’attualità si potrebbe dire: quando lo scienziato parla della missione che ha visto atterrare un lander su una cometa, lo stolto osserva la camicia che indossa e si indigna perché ci sarebbero disegnate delle pin up. Ma come spesso accade, lo scandalo è figlio della superficialità, e dell’ignoranza. Infatti sarebbe stato sufficiente guardare con solo poca attenzione in più per rendersi conto che quelle ritratte non sono diverse donne, ma solo una ritratta con diversi costumi e in diverse posizioni. E soprattutto che non si tratta di una pin up. Nel complesso, i disegni rimandano più all’immaginario supereroistico che non a quello di Playboy o Penthouse. Le immagini ricordano più Vedova Nera, Catwoman o Emma Frost che non le conigliette della villa di Hugh Hefner. E la dimensione che ne costituisce la cornice è di sicuro più affine a quello delle Bond Girls, che non alla realtà delle reginette dei concorsi di bellezza. Questo non significa che le critiche rivolte allo scienziato sarebbero state giustificate se sulla maglia ci fossero state davvero delle pin up, ma solo che, oltre ad essere di dubbia rilevanza, tali contestazioni si scagliano contro un bersaglio inesistente. In altre parole: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito e si arrabbia perché pensa che qualcuno gli stia facendo un gestaccio.

Tuttavia, nel grande talk show virtuale gli effetti di una stupidaggine non rimangono limitati ad un episodio in sé, ma si allargano a macchia d’olio: l’effetto farfalla che ne segue è una cartina tornasole dell’ottusità. Puntale arriva chi non manca di approfittare della polemica in corso per rivendicare, in modo non meno pretestuoso, una conferma ai suoi stereotipi di genere. In particolare quello secondo cui le donne penserebbero solo ai vestiti mentre sono gli uomini ad occuparsi di cose importanti. Un elemento centrale accomuna le due opposte fazioni: il completo disinteresse nei confronti del fatto che la maglietta incriminata fosse proprio il frutto del lavoro di una donna. Come le donne non pensano a chi l’ha disegnata ma solo all’uomo che la indossa, così gli uomini fanno altrettanto per concentrarsi sulle reazioni isteriche di alcune esponenti del gentil sesso. In altre parole: contro le donne che pensano che tutti gli uomini sono dei maiali si muovono in prima fila quelli che affermano che in fondo le donne non sono altro che troie che pensano solo all’abbigliamento. E’ la disonestà intellettuale che spiana la strada al linciaggio virtuale. Questi soggetti accusano le donne di incoerenza: mettono a confronto le donne che protestano per non essere giudicate sulla base dell’aspetto fisico con quelle che invece stanno contestando una maglietta, con lo scopo di renderle bersagli di scherno e ludibrio pubblico. Come se le une e le altre non rappresentassero gruppi diversi, non di rado in contrapposizione tra loro. L’idea di un corpo (collettivo) delle donne viene abbracciata con entusiasmo proprio da quanti sguazzano nelle generalizzazioni: si punta il dito contro un obiettivo per denigrare una moltitudine. Questo è quanto può accadere in relazione ad una semplice maglietta colorata, ma quando le vicende interessano un pubblico più ampio, come ad esempio in un caso di cronaca nera, il livello di recrudescenza incrementa in misura proporzionale all’attenzione che riesce ad attrarre.

Quell’irresistibile voglia di forca

E’ la caccia alle streghe in versione 2.0. E’ il terrore giacobino guidato da tuttologi e moralisti dalle dubbie credenziali. Ci sono molteplici Comitati di Salute Pubblica, ognuno adatto a qualsiasi pregiudizio o avversione. A fronte di un qualsiasi evento, il colpevole deve essere individuato al più presto.  E non è necessario informarsi a fondo per valutare la situazione. Alla giustizia sommaria bastano i titoli strillati. Il mondo dove uno scienziato con una maglietta simil-supereroistica si trova trasformato in un simbolo della disparità sessuale, e dove le donne che lo contestano diventano la voce di tutte le donne che “si sa, pensano solo ai vestiti“, è anche quella stessa realtà dove i diversi sono criminali, dove gli ebrei sono a capo di oscuri complotti ai danni della popolazione mondiale, dove i gay sono malati da curare, dove le donne vengono obbligate a prostituirsi e violentate come schiave sessuali solo nei paesi nemici, e così via. Niente e nessuno viene risparmiato. Deve sempre esserci un colpevole contro cui puntare il dito. Anche solo per rinfacciare ad una madre in lutto per la perdita di una figlia che sarebbe dovuta rimanere in casa e non andarsene in vacanza con le amiche. C’è chi si erge a sentinella dei costumi e rivendica il proprio diritto ad esprimere un’opinione anche e soprattutto quando questa ha il solo scopo di negare quelli altrui, rivendicando per sé una superiorità morale non molto diversa rispetto a quella che in carcere attribuisce a se stesso il pluriomicida messo di fronte all’autore di reati minori rispetto al suo, ma che lui e i suoi simili disprezzano.

Non importa dove ha avuto luogo un fatto. Ovunque ci sarà sempre una folla pronta ad accalcarsi all’esterno di tribunali e questure per chiedere in coro il ripristino della pena di morte. Vox populi, vox dei: se il popolo urla la sua sentenza, allora la condanna non può essere altro che divina. Una sentenza tanto più sicura quanto più la folla identifica sé stessa come “credente”, a dispetto del fatto che nella messa della domenica la sua autorità religiosa ha ricordato l’insegnamento secondo cui non bisognerebbe giudicare per non essere giudicati. Nel mondo della democrazia diretta, quello dove sarebbe il popolo a decidere su tutto, essere indagati significa essere colpevoli, e cercare di difendersi non significa altro che nascondere la propria colpevolezza. Proprio come avveniva nei processi inquisitori, in cui l’accusato poteva solo scegliere tra confessare la colpa di cui era accusato e accettare la sua condanna, o resistere alle torture fino alla morte. L’idea che un individuo sia da considerare innocente fino a prova contraria non è nulla più di uno slogan di cui si è smarrito il senso: ora un indagato è da considerare colpevole fino a quando non se ne trova un altro che lo sostituisca. E se la folla potesse emettere la propria sentenza di condanna, non avrebbe problemi a farlo subito dopo aver scoperto che le accuse sono state formulate, per poi procedere a chiudere l’imputato in una cella e buttare via la chiave. Perlomeno in assenza della possibilità di mozzare teste e farle rotolare dentro un cesto.

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Pasolini e i Figli di Poveri

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.

(Da “Il PCI Ai Giovani“, Pier Paolo Pasolini, 1968)

È difficile pensare a un modo più cinico e brutale di infangare la memoria di un autore rispetto al trasformarlo in un simbolo di qualcosa contro il quale si è sempre schierato, e del quale ha anche dovuto subire violenze. Nel caso specifico di Pier Paolo Pasolini si tratta di una frequente citazione, sempre la stessa, secondo la quale si sarebbe schierato a favore della polizia e contro i manifestanti. Quasi come fosse una variante della Legge di Godwin, quanto più una discussione su qualche scontro di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine e si allunga, tanto più le probabilità che qualcuno citi Pasolini in favore delle seconde tendono a uno. Con la tipica arroganza che deriva da una conoscenza meno che superficiale delle idee dell’autore, quando non da una deliberata manipolazione che rasenta il vilipendio della memoria, spesso qualcuno ritiene opportuno intervenire per fare presente agli interlocutori che anche Pasolini si schierava dalla parte degli uomini in divisa perché “i poliziotti sono figli di poveri“. Dimostrando in questo modo non solo di citare un autore che forse mai si è curato di leggere (e tanto meno di capire), ma anche di non aver avuto la decenza di leggere (e capire) il breve testo dal quale la nota affermazione viene estratta per essere citata. Infatti, basterebbe proseguire di pochi versi per leggere come lo stesso Pasolini affermi di essere d’accordo con gli studenti “contro l’istituzione della polizia“, per poi sfidarli a prendersela “contro la Magistratura“. Il PCI Ai Giovani non è, e non è mai stata, una poesia in favore della polizia. E al di là delle apparenze non era diretta nemmeno contro gli studenti “figli di papà” in quanto tali. Piuttosto si trattava di una riflessione critica sul rapporto tra borghesia e sinistra italiana, di come questa stesse intraprendendo una decisa svolta verso destra senza nemmeno rendersene conto e di come le azioni dei movimenti studenteschi ne fossero un esempio.

Si tratta di un approccio analogo a quello che pochi anni dopo guiderà la mano di Elio Petri nella realizzazione di alcuni dei suoi film più graffianti ed incisivi, come La Classe Operaia Va In Paradiso. (Non a caso, entrambi gli autori furono oggetti di violenti attacchi da parte della critica loro contemporanea, anche di sinistra.) Si tratta di quella deriva che farà sì che nel giro di pochi decenni proprio un governo di sinistra autorizzi l’uso di bombardieri italiani su un paese confinante. E che non molti anni dopo dimostrerà di non aver nessun problema ad accettare l’idea che a Genova, per 3 giorni nel Luglio 2001, possa essere stato messo in funzione un vero e proprio lager, muovendosi in segguito per ricompensare il Capo della Polizia di allora con diverse cariche di prestigio. Per Pasolini, l’evoluzione dei tempi imponeva la necessità di un ripensamento dell’autoritarismo: il fascismo, così come si era affermato nel Ventennio, era una categoria obsoleta e superata. Ma le pulsioni totalitarie che l’avevano animato erano ancora vive e continuavano ad agire, seppure in una forma che predilige la persuasione e la manipolazione all’uso dei manganelli. Ma che tuttavia non si fa scrupoli a utilizzare mezzi di repressione più diretti quando il semplice dialogo non appare sufficiente.

Negli anni che seguirono il ’68, Pasolini dedicò molto tempo ed energie a mettere a fuoco il presente di una società in cui quella che sembrava una rivoluzione di classe si andava delineando come uno scontro di forze all’interno della borghesia stessa. Le sue critiche contro l’affermarsi del consumismo e la diffusione dei mezzi di comunicazione non rappresentavano una forma di nostalgia verso una mitica Arcadia contadina. Piuttosto erano un tentativo di mettere in guardia sull’anima autoritaria che si agitava sotto l’aspetto educato e liberale delle diverse forme di potere. Non sentiva nessuna nostalgia nei confronti dell’Italietta omologata e conformista del dopoguerra, e tanto meno era ostile o contrario allo sviluppo o al progresso. I suoi riferimenti alla spontaneità contadina avevano piuttosto lo scopo di mettere in luce l’ipocrita doppiezza di una società nella quale progressisti e reazionari si rivelano essere le proverbiali due facce della stessa medaglia: una controrivoluzione conformista. Ai suoi occhi, il razzismo di buona parte della sinistra italiana non aveva nulla da invidiare a quello tipico della destra, a partire dal disprezzo verso la cultura popolare fino ad arrivare all’emarginazione delle divergenze e del dissenso. Una sinistra che della destra assecondava anche le posizioni clericali e reazionarie, in linea con il pensiero secondo cui ciò che non rientra all’interno di schemi considerati “accettabili” è la manifestazione di un Male con il quale non è possibile dialogare, ma che deve essere annullato o ridotto all’impotenza. Il tutto condito da una intransigenza morale nei confronti degli avversari pari solo all’indulgenza nei confronti di se stessi e del proprio schieramento. Si tratta di quel modo d’agire che nel giro di pochi anni si concretizzerà sempre di più, ad esempio, nell’assimilazione della retorica del servo avversario, quella per cui un alleato che difende un’idea o un’opinione agisce in osservanza della verità e di nobili principi, mentre qualcuno che lo fa aderendo a posizioni diverse o opposte regolerebbe la propria azione solo per interesse, in quanto pagato o più in generale al servizio di qualcun altro. È la retorica tipica dell’ipocrisia cattolica, di quanti non si fanno scrupoli se si tratta di utilizzare contraccettivi e a fare sesso per soddisfare le proprie voglie  nonostante i dettami contrari della Chiesa, ma che diventano intransigenti quando si tratta, ad esempio, del piacere altrui. E tanto più quanto e quando questi piaceri fanno riferimento a orientamenti sessuali differenti.

Per Pasolini, l’assenza nel paese di una seria cultura politica, in particolare di destra, non è solo ciò che ha permesso l’affermazione di una versione rozza come il fascismo degli anni ’20, ma è anche ciò che fa sì che la sinistra possa assimilarne molteplici istanze senza rendersene conto. Quello tra gli studenti e la polizia non è uno scontro di classe: è un braccio di ferro tra forze interne alla borghesia che si affrontano in modo indiretto per definire i propri ruoli. Lui non contestava gli studenti perché andavano contro la polizia, ma perché vedeva in questa azione un modo per evitare di confrontarsi con i poteri al governo. Per lui, gli studenti non stavano mettendo in discussione il potere contro il quale manifestavano, piuttosto ne stavano rivendicando una parte. E nel giro di tre decenni questo movimento avrà concluso la sua parabola, tanto da far sì che anche per la “sinistra” italiana un concetto come quello di stato d’eccezione diventi accettabile in virtù della cosiddetta realpolitik. Ed è così che un episodio che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” viene liquidato come un episodio isolato da dimenticare, un mero incidente che non dovrebbe mettere in discussione i pilastri democratici della società. Come se non ci fosse niente di strano nell’idea che sia stato possibile mettere in piedi un apparato repressivo di matrice sudamericana in una grande città italiana. E soprattutto, illudendosi che sia stato possibile farlo funzionare in assenza di un contesto sociale e culturale permeabile, in grado di tollerarlo e assimilarlo in breve tempo.

Gridavano e Piangevano – ovvero: il Lager dietro Casa

Roberto Settembre, giudice della Corte d’Appello nel processo per i fatti avvenuti all’interno della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 a Genova nel 2001, decise di raccontare quanto aveva appreso nel corso di questa esperienza all’interno di un libro intitolato Gridavano e Piangevano. Si tratta della ricostruzione di quell’episodio attraverso le indagini effettuate in occasione del processo. L’autore cerca di attenersi ai fatti e alle testimonianze messe a verbale, ma ciò non gli impedisce descrivere quel luogo che per l’occasione era stato ribattezzato “casa del lupo” nei termini di un “universo concentrazionario”. Oltre 200 persone, in larga maggioranza innocenti e scagionate da qualsiasi accusa, furono arrestate, private di diritti, umiliate, percosse e torturate dalle forze dell’ordine italiane. Per tutto il periodo della detenzione, fu loro impedito di contattare un legale o comunicare in qualsiasi modo con l’esterno: erano desaparecidos sul suolo italiano. L’organizzazione della struttura ricalcava la sovversione di valori tipica di qualsiasi lager: le forze dell’ordine diventano aguzzini, i medici torturatori e gli appelli al rispetto dei diritti si trasformavano in crimini da punire. Obbligati con la forza a stare in piedi contro le pareti, perfino le richieste di andare in bagno o in infermeria potevano rappresentare un rischio per l’incolumità. Le aggressioni e le minacce verbali si univano alla privazione del cibo, del sonno e delle più elementari forme di assistenza medica. C’è anche chi ricordava il lancio di un fumogeno all’interno di una stanza chiusa, in una sorta di macabro allestimento che rievocava ciò che accadeva nelle camere a gas del Reich nazista. E anche le musiche che accompagnavano le ore di prigionia si muovevano nella stessa direzione. E insieme alle umiliazioni, risate di scherno e canzoncine di beffardo disprezzo. A proposito delle musiche che sentiva in continuazione durante il suo periodo di detenzione ad Auschwitz, scrisse Primo Levi: “I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care ad ogni tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del Lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente“. In modo analogo, tra le pareti della caserma di Bolzaneto risuonavano canti e suonerie di cellulare care a ogni nostalgico del Duce. Alternate a una crudele filastrocca: “Uno due tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei bruciamo gli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove, ein zwei drei viva l’Apartheid“.

Il paese che afferma in pubblico di riconoscersi nei valori della resistenza partigiana si è lasciato questo episodio alle spalle con poco più di una scrollata di spalle. Anche e soprattutto quella sinistra parlamentare e di governo che ogni anno rinfresca la propria immagine profondendosi nell’adesione a eventi come i festeggiamenti per il 25 Aprile. La grande parte dell’informazione, anche quella che non esita a strattonare la Costituzione se utile alla campagna del momento, si è lasciata alle spalle le proprie responsabilità, adagiandosi sulle posizioni del potere politico e giudiziario. I grandi organi d’informazione hanno evitato di soffermarsi sul fatto che quelle stesse forze dell’ordine che in apparenza sembravano incapaci di contrastare le azioni di disturbo all’ordine pubblico nelle strade della città, erano però riuscite a mettere in piedi un apparato repressivo degno di un regime totalitario, nonché a farlo funzionare con grande professionalità, e nel giro di pochissimo tempo. L’attenzione dei diversi poteri che concorrevano nel controllare e gestire l’azione poliziesca pareva essere più interessata alla repressione del dissenso che non al rispetto della legalità.

Qualsiasi richiesta da parte dei prigionieri di contattare un legale, un magistrato o i famigliari non viene solo respinta, all’interno del Lager diventa un atto di insubordinazione: chi non accetta in silenzio la privazione a cui è stato sottoposto, viene percosso, torturato, spezzato. Le vittime non sono riconosciute come tali, e anzi sono accusate di essere responsabili di ciò a cui sono sottoposte. L’aver scelto di aderire a una libera e legale manifestazione di piazza – di non essere rimasti a casa propria – diventa per il carnefice un elemento sufficiente per abusare di chi si trova alla sua mercé senza provare nessun senso di colpa o responsabilità. In modo simile a quanto accade quando qualcuno afferma che è colpa delle brutte abitudini di una vittima – come può essere l’uso di droga – se questa ha perso la vita, nonostante la causa del decesso sia da imputare a traumi e lesioni, nonché a una mancanza di assistenza sanitaria. O come ogni volta che qualcuno afferma che la vittima di uno stupro “se l’è andata a cercare“, magari per via dell’abbigliamento che indossava o per un comportamento che il tribunale della morale popolare può non aver giudicato adatto alla situazione. Se ad accogliere i prigionieri nella caserma ci fosse stato il pasoliniano Duca di Salò, le sue parole non sarebbero state meno opportune di quanto lo fossero all’ingresso della villa di Marzabotto: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui.”

Ritorno a Sodoma

Salò o le 120 Giornate di Sodoma non è solo una trasposizione cinematografica dell’opera del Marchese De Sade ambientata nella realtà repubblichina, ma anche una potente metafora della concezione che il regista aveva del rapporto tra chi detiene il Potere, chi vi è assoggettato e chi è chiamato a far sì che sia rispettato. È una messa in scena dell’esercizio del potere nei moderni campi di internamento, ma soprattutto è la rappresentazione dell’anarchia del potere. E il ruolo che il sesso vi ricopre non è solo una metafora dello sfruttamento, della violenza o dell’umiliazione. Piuttosto è il volto senza maschera di un’arbitrarietà che non riconosce il prossimo se non in funzione delle possibilità di soddisfacimento che può offrire. Quella che Pasolini definisce “edonismo consumistico” è una nuova forma di ideologia che tende alla sottomissione delle masse attraverso un nuovo livellamento culturale. I quattro signori della villa che ordinano di rapire 18 giovani (9 ragazzi e 9 ragazze) sono ognuno un rappresentante di un potere (politico, economico, giudiziario, religioso) e tutti assieme collaborano al fine di soddisfare le loro voglie realizzando qualsiasi fantasia, anche la più turpe, violenta e disgustosa. Per raggiungere il loro scopo si avvalgono di quattro narratrici, incaricate di raccontare storie di perversioni varie attingendole dai loro ricordi di prostitute, estetizzando il degrado e l’abiezione a un punto tale che perfino la merda viene presentata come una prelibatezza culinaria. E a garantire l’ordine e all’interno della struttura ci sono i soldati collaborazionisti (al posto di quelli che nel testo originale del Marchese De Sade erano chiamati “fottitori”), armati e incaricati di far sì che le volontà e i desideri dei signori della villa siano rispettati. L’ordine che impongono alle loro vittime è completo e non lascia alcuno spazio a eventuali iniziative, infatti il loro crudele piacere non si basa solo sull’affermazione della loro volontà e dei loro desideri, ma anche sulla negazione di qualsiasi forma di speranza o conforto ai prigionieri, che si tratti di cure che potrebbero offrirsi a vicenda o anche solo di semplici preghiere.

Anche le forze dell’ordine sono strumenti di piacere al servizio dei potenti, ma a differenza delle vittime vere e proprie possono godere di margini d’azione ben più ampli. Come i loro padroni, anche loro possono compiere violenze e abusi, a condizione che tali iniziative possano risultare in linea con i desideri di chi è al comando. A differenza dei prigionieri, assecondano in pieno le voglie dei potenti, e il premio per la loro docile obbedienza consiste nella possibilità di indossare i panni dei carnefici e di godere a loro volta di brandelli di impunità. Sebbene non siano gli ideatori delle atrocità perpetrate all’interno della villa, non c’è nulla che possa sollevarli dalla responsabilità morale derivante dai crimini che vengono compiuti anche grazie alla loro complicità. E a differenza di quanto è possibile fare decontestualizzando un paio di versi dalla lunga poesia citata all’inizio, qui non c’è niente che possa far pensare a una qualche forma di simpatia nei confronti degli uomini armati. Qui non ci sono i manifestanti che fanno a botte con loro e nei quali Pasolini non vedeva altro che i figli degli uomini che davano loro ordini. Liberi di agire fuori da contrasti e restrizioni, gli uomini armati al servizio dei signori della villa non oppongono alcuna resistenza nei confronti di una corruzione che al contrario sono chiamati a difendere. E che con le loro azioni alimentano essi stessi, potendone godere a loro volta anche se solo in minima parte. Motivo per cui non è difficile immaginare i violenti moti di disgusto e disprezzo che l’autore avrebbe provato di fronte a chi avesse provato a utilizzare il suo nome e le sue parole per benedire azioni violente e repressive. Tanto più che coloro che si abbandonano a simili operazioni spesso non sono altro che gli eredi culturali (e ideologici) di quanti in vita non perdevano occasione di attaccarlo sul piano personale.

In pratica, il tutto si riduce a un altro, ennesimo, atto di squadrismo intellettuale da parte di quanti manifestavano a pieni polmoni scandalizzato ribrezzo e indignato disgusto di fronte alle scene di Salò, pensando che vi fossero ritratte le perverse ossessioni di un noto omosessuale. Senza rendersi conto che invece il film ritraeva prima di tutto loro.

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Opti Poba Nel Paese Delle Indignazioni

Noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così.

Di norma, la stampa si mostra piuttosto riluttante a soffermarsi sulle notizie, ad incrociarle tra loro ed individuare punti di contatto che raccontino anche il contesto che le genera. Appare più semplice saltare da un evento all’altro in rapida successione. E soprattutto, è meno rischioso dal punto di vista economico. A cadenza pressoché quotidiana, le notizie salgono in groppa a cavalli imbizzarriti che corrono in tondo negli ippodromi dell’indignazione, tra i fischi ed il biasimo del pubblico che urla scomposto sugli spalti. Di sera, gli animali si ritirano nelle loro scuderie e gli spettatori possono tornare a casa, a riposarsi per l’indomani. E ogni volta il copione si ripete come se fosse la prima. L’indignazione è forse l’unico stato d’animo in grado di passare intere giornate a fottere con perfetti sconosciuti per poi risvegliarsi vergine il giorno dopo. Al contrario, tenere traccia delle notizie per individuare relazioni e punti in comune, sarebbe un po’ come sospendere lo spettacolo nell’ippodromo per ricordare al pubblico tutte le volte che ha già agito in modo simile. Non è necessario un esperto in marketing per arrivare alla conclusione che al lettore/spettatore non piace essere chiamato in causa e considerato parte di quello stesso problema nei confronti del quale si mostra indignato. A nessuno piace pensare che la propria immagine potrebbe scorrere sul grande schermo davanti al quale si è raccolta una folla per i suoi due minuti di odio. Soprattutto se si fa parte di quella stessa folla in prima persona. Proprio come avviene nel caso del razzismo: al razzista non piace essere considerato o definito tale.

Non molto tempo fa, movimenti omofobi con gruppi aderenti sparsi in tutto il paese, non paghi dell’essersi appropriati di una frase di Camus per la loro battaglia reazionaria, decidono di scendere in piazza per mettere in atto una manifestazione contro i diritti degli omosessuali. O, meglio, contro la possibilità che le richieste di questi possano essere anche solo in minima parte accolte. Quasi tutte le manifestazioni scivolano via nell’anonimato: qualcuna registra qualche scontro, la maggior parte tornano nell’ombra senza eventi degni di nota. Ma a Bergamo succede qualcosa di singolare. Un giovane decide di esprimere il proprio dissenso in modo silenzioso e pacifico. Con un approccio più in linea con quello di un cosplayer che non di un contestatore, indossa un costume simile a quello dei nazisti dell’Illinois del film The Blues Brothers, e al braccio una fascia come quella che Charlie Chaplin aveva ne Il Grande Dittatore. In piedi con il suo libro in mano (il Mein Kampf, per coerenza col costume) esprime il suo dissenso proprio come tutti gli altri: immobile e in silenzio. Ma la sua azione ha breve durata: la polizia interviene e lo arresta. Pare, secondo quanto riferito dalla stampa, per tutelare l’ordine pubblico. Ma l’accusa che viene formalizzata non è di disturbo o simili. E’ di apologia del fascismo. Forse per una mera coincidenza, forse perché si affaccia l’idea della possibilità di setacciare consensi tra quanti vorrebbero che le rivendicazioni dei non-etero fossero schiacciate come disgustosi scarafaggi, o forse per improvvisi conati di legalità e di rispetto delle norme, il Ministro degli Interni prende posizione contro le unioni civili tra omosessuali. (Non è molto impegnativo prendere posizione simili, quando i diritti in gioco sono quelli di una minoranza di cui non si fa parte.) E mentre il Capo del Governo di cui questo fa parte glissa astenendosi dal prendere posizione o commentare, il ministro in questione invia una circolare ai prefetti di tutta Italia in cui li invita a bloccare la trascrizione di tali unioni nei registri dello stato civile. E procedere ad annullare quelle già effettuate.

Negli stessi giorni, arriva la notizia della sospensione per sei mesi da parte della FIFA imposta al presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio in merito ad espressioni razziste pronunciate in pubblico nel mese di Luglio. Il quale, riferendosi ai calciatori che arrivano dall’Africa, come avrebbe fatto anche un ipotetico giocatore dal nome Opti Poba, li aveva identificati attraverso la caratteristica del mangiare banane. La notizia viene confermata in sede di FIGC, che replica che non ci saranno ricorsi contro la sentenza, e poi scivola via veloce dalle notizie in primo piano: il pubblico aveva già mostrato la sua indignazione nel periodo tra Luglio e Agosto. Senza considerare che l’attenzione degli appassionati di calcio è tutta concentrata su un altro evento: l’arbitraggio che avrebbe condizionato il risultato tra Juventus e Roma. Proteste in campo, polemiche fuori campo, scambi di accuse e veleni, e perfino discussioni in Parlamento. Da più di una parte si alza la voce secondo cui si sarebbe trattata di una brutta pagina dello sport italiano e di una altrettanto brutta figura davanti agli sguardi di altri paesi. Come se non avesse alcun valore il fatto che, a differenza di molte altre discipline sportive, il calcio continua a resistere a tecnologie ed innovazioni che permetterebbero un andamento più corretto del gioco. Salvo poi stracciarsi le vesti quando vengono prese decisioni errate, appunto.

Le due vicende non sono solo unite dal tema del razzismo, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che certi comportamenti non siano riconosciuti come tali. Si potrebbe anche credere alla buona fede del presidente della FIGC che, al momento del fatto ancora candidato, non avrebbe avuto nessun beneficio dal presentarsi come un razzista ai fini della carica per la quale era in competizione. Tuttavia ciò non rappresenta un’attenuante o una giustificazione, semmai restituisce l’immagine di un paese che non solo ha atteggiamenti discriminatori, ma nemmeno si rende conto di averli. E l’idea che il calcio italiano possa aver fatto una brutta figura a livello internazionale per un paio di decisioni prese dall’arbitro nel corso di una partita, piuttosto che per la sospensione della sua massima carica a causa di un affermazioni razziste, restituisce l’immagine di una scala di valori distorta. Quantomeno se giudicata alla luce dei principi che hanno guidato la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E qualcosa di analogo vale anche per coloro i quali si mobilitano per far sì che le discriminazioni nei confronti delle coppie non etero non siano messe in discussione. Non solo non accettano di essere definiti “omofobi”, ma in molti casi è probabile che siano davvero convinti di non esserlo. Ma la questione non riguarda convinzioni ed intenzioni, piuttosto interessa i fatti. O meglio, dovrebbe interessare i fatti, se i media non preferissero – anche per ragioni narrative – affrontare i fatti in modo più morbido e sfumato.

Non si tratta di fare processi al pensiero o alle intenzioni per stabilire se il presidente della FIGC sia razzista o meno. Anche volendo credere alla sua versione, rimane il fatto che definire Opti Poba un mangiatore di banane per via della sua provenienza è un’affermazione che si basa su presupposti offensivi e discriminatori. Lasciare che l’informazione si allarghi a comprendere spiegazioni di vario tipo significa permettere la generazione di un contesto che non rischia di offendere il lettore/spettatore, giustificandolo. Proprio come quando viene consentito di argomentare contro l’uguaglianza tra orientamenti ricorrendo ad argomentazioni fallaci ed illogiche. Come quando qualcuno argomenta che le unioni tra persone dello stesso sesso costituirebbero un attacco alla famiglia tradizionale, data la loro impossibilità a procreare, dimenticando che: a) il matrimonio tra eterosessuali non prevede l’obbligo della procreazione; b) anche nelle unioni tra persone di sesso diverso ci possono essere condizioni biologiche/genetiche che impediscono la procreazione; c) nelle realtà eterosessuali sono molti i bambini che non hanno una madre o un padre, in quanto figli di genitori single o vedovi. Il matrimonio non esiste nel mondo della natura: gli animali non si sposano. E per quanto riguarda le tradizioni, non c’è nulla che afferma che siano buone perché sedimentate nel tempo: fino al 1946 la tradizione prevedeva che le donne non avessero diritto al voto, e fino al 1981 ha ammesso l’esistenza del delitto d’onore.

All’interno di un contesto così permeabile all’arbitrio e alle fallacie, riesce a passare per una simpatica notizia di costume anche la vicenda di un innocente che viene arrestato con false accuse allo scopo di impedirgli di continuare la sua protesta pacifica. Il cosplayer non solo non impediva agli altri di portare avanti la loro manifestazione, ma al contrario è stato allontanato proprio su richiesta di coloro che in seguito si sono lamentati del mancato rispetto del loro diritto a manifestare, grazie anche ad una interpretazione magistrale del classico chiagne e fotti. E di fronte ad una città che si risveglia sommersa dal fango della propria incuria, non pochi pensano che possa essere il momento di lanciare delle campagne contro tutti quegli Opti Poba che non giocano in Serie A, e che starebbero con le mani in tasca a guardare quelli che faticano per ripulire le strade. Incontrando segnali di assenso e condivisione. Proprio come altri che evocano scenari da Vecchio Testamento, nei quali come una Sodoma del Terzo Millennio, una intera città viene colpita dalla furia dell’acqua per aver accettato di dare un minimo, simbolico, riconoscimento ai diversi. In apparenza inconsapevoli del fatto che, non di rado, l’indignazione è tanto più vibrante quanto incerta è l’etica di chi vi si abbandona.

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Pop Medievalismi

Ipse Dixit – L’Ha Detto Lui. Le prime tracce del Principio di Autorità si perdono nell’antica Grecia, nel modo che i discepoli di Pitagora avevano di relazionarsi con il loro maestro. E da lì arriva ai giorni nostri attraverso i secoli, occupando un posto di tutto riguardo nel pensiero medievale e nel rapporto che questo aveva intrecciato con gli insegnamenti aristotelici. Il Principio è semplice: tutto ciò che è stato detto da lui non può essere messo in discussione perché, appunto, l’ha detto Lui. Il corrispettivo in termini logici è l’Argomentum Ab Auctoritate, un ragionamento fallace in cui le parole di un autorità vengono utilizzate per conferire veridicità ad un discorso (o viceversa per respingere), non tanto in virtù di ciò che esse affermano, quanto piuttosto per via dell’Autorità di Chi afferma cosa. Oggi, in tempi di moltiplicazione delle offerte culturali, il fascino sottile delle scorciatoie basate sull’Autorità riemerge prepotente. L’Autorità irrompe sulla scena come un deus ex machina, come un monarca di cui si invoca il giudizio per dirimere una controversia. Se da un lato si schiera la cultura Accademica, quella che si muove nel terreno dei Grandi Classici e degli Autori che hanno trovato un posto nelle antologie scolastiche e nei testi universitari. Dall’altro conquista sempre più spazi la cultura popolare, quella del rock’n’roll e delle produzioni hollywoodiane, delle serie TV e dei reality show. E nel campo di battaglia che li vede entrare in contatto, gli  esponenti della prima cercano di assoggettare la seconda. Così, un articolo su una serie TV come Breaking Bad può facilmente trasformarsi in un florilegio di citazioni: dal superuomo nietzscheano (Walter White non si pone forse al di là del bene e del male?) alla malafede sartriana (Walter White non inganna anche se stesso, quando giustifica i suoi crimini invocando il bene della sua famiglia?), dall’etica kantiana alle riflessioni di Levinas, tutto viene utilizzato all’interno di un contesto nel quale i grandi Autori sono anche grandi Autorità, e le loro parole possono battezzare anche ciò che si trova all’esterno del tempio accademico per autorizzarne l’ingresso.

Si tratta di un procedimento che ricorda un po’ quello dei ragazzini che desiderano un oggetto e implorano i genitori di acquistarlo, elencando tutta una serie di motivazioni che, nei loro intenti, dovrebbero renderlo interessante anche agli occhi degli adulti. Il ragazzino che chiede i soldi per un videogioco a qualcuno che si mostra restio a soddisfare la sua richiesta, si ingegna per convincerlo che l’oggetto in questione rientra all’interno del suo quadro educativo. Afferma che quel disco metal o hip hop di cui tutti parlano non è diseducativo come si dice in giro. Oppure che con uno smartphone c’è la possibilità di essere sempre informati e imparare tante cose da internet…  Il che non significa che si tratta di invenzioni belle e buone atte a nobilitare oggetti senza valore. Quanto piuttosto che il ragazzino mette in moto delle forzature per rendere il suo desiderata accettabile agli occhi dei genitori. Infatti non desidera il videogioco perché è una simulazione accurata o perché utilizza modelli economici complessi, come non desidera il disco hip hop perché è una rappresentazione della società contemporanea, e come non smania per lo smartphone nuovo per avere la possibilità di consultare Wikipedia ad ogni ora ed in ogni luogo. Proprio come il goloso che si blocca davanti alla vetrina di una pasticceria non pensa al valore nutritivo delle torte che lo incantano.

D’altra parte, c’è da evitare anche il pericolo opposto: il sottile snobismo che si nasconde anche nelle pieghe del rifiuto dell’intellettualismo. Infatti, non si tratta di sbandierare i vessilli di un populismo anti-intellettualista in nome di un presunto maggior valore, ad esempio, di Gossip Girl o di Grey’s Anatomy contro quello di un Kafka, di un Proust o di un Dostoevskij. Pensare che la narrativa mainstream sia avulsa ed indipendente dal passato non è affatto un approccio più interessante rispetto all’impiego di citazioni da Autori per abbigliarla con quei vestiti rispettabili  senza i quali non le sarebbe consentito di passare la selezione all’ingresso dei migliori salotti culturali. Ad esempio, il rapporto tra il Batman di Nolan e Charles Dickens permette di ampliare lo sguardo su entrambi. Ma quando le associazioni culturali tra mondi separati portano a studi che potrebbero avere titoli del tipo Heidegger Slasher: lo svelamento del Male dietro le maschere di Halloween e Venerdì 13 oppure Vaffanculo: l’uomo in rivolta nel pop italiano, tra Masini e Camus, è probabile che ci si trovi davanti ad affemazioni del principio di Autorità. Gli Heidegger e i Camus della situazione diventano i soli mezzi attraverso cui produzioni culturali spesso liquidati con sufficienza possono entrare neil salotto della cultura bene. Heidegger e Camus, Derrida e Levinas, Nietzsche e Kierkegaard, Benjamin ed innumerevoli altri, tutti si trasformano in una sorta di garanti: sono le Autorità che godono di un rispetto tale da consentire l’ingresso all’interno di circoli esclusivi anche a chi di solito viene respinto all’ingresso tra l’ilarita generale.

Si tratta del processo noto come “sdoganamento”. Tuttavia l’Autorità non serve solo per mostrare quanto di interessante può esserci in un’opera finora sottovalutata, ma anche per cancellare con un colpo di spugna il ricordo della superficialità con cui era stata allontanata. Che i polizieschi e le commedie italiane degli anni ’70 non fossero la celebrazione dell’edonismo borghese era chiaro ben prima che venissero “riabilitate” da registi come Tarantino – perlomeno agli occhi di chi li osservava senza i pregiudizi pseudo-ideologici dell’ortodossia critica nostrana. Per quanto fosse possibile trovare detestabili le canzoni degli 883, che fossero il racconto di una certa generazione era ovvio ben prima che la scena indie nostrana si attivasse per nobilitarli e presentarli anche a chi prima si limitava a sghignazzare del biondino che ballava. E che il mondo dei fumetti fosse ben più complesso rispetto ad un’ammucchiata di tizi improbabili in costumi variopinti che fanno a pugni tra loro era noto gli appassionati, molto prima che i film di Nolan stuzzicassero l’interesse della critica più snob.

Ma simili, repentini, cambiamenti di giudizio non sono frutto di improvvisi risvegli o di ingenui cambi di opinione. Per quanto paradossale possa sembrare, un’ombra reazionaria striscia alle spalle di queste forme di recupero: la cultura mainstream risulta accettabile solo nella misura in cui è possibile addomesticarla nei confini di un recinto accademico. In fondo, le critiche che oggi piovono addosso ad una Miley Cyrus non sono altro che le figlie di quelle che ancora un paio di decenni fa erano utilizzate per denigrare personaggi come Madonna (non sa cantare, non sa ballare… vuole solo farsi vedere). E oggi, come se Madonna fosse un mostro sacro da sempre, gli insulti una volta rivolti a lei finiscono sulla testa di Miley Cyrus, lasciando che siano le Kathleen Hanna e le Amanda Palmer della situazione a spingere il proprio sguardo oltre le apparenze e a schierarsi con la figlia di Billy Ray. E senza il bisogno di sventolare ai quattro venti citazioni di Derrida e Levinas. Perché, alla fine, non è detto che grazie a questi sia possibile quante, quali e quanto profonde differenze separavano i Poison dai Motley Crue.

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La Brutta Giornata di Batman

Quando un’opera come la Trilogia di Batman di Christopher Nolan raggiunge un livello di successo che trascende di gran lunga l’interesse dei solo appassionati di fumetti, i fraintendimenti sono forse inevitabili. Fasce di pubblico composte da persone che fino a poco tempo liquidavano in modo sbrigativo i mondi dei supereroi, e dei fumetti in generale, come forme culturali di serie B, si trovano a soccombere davanti al fascino del Cavaliere Oscuro. E così capita che le vicende narrate sul grande schermo si trovino ad essere ricondotte alla contemporaneità. Ad esempio, alla lotta contro il terrorismo tipica dell’ultimo decennio, come anche alle contestazioni di piazza di movimenti come Occupy Wall Street. Infatti, già all’uscita del secondo capitolo della trilogia c’era stato chi aveva visto nel Joker una sorta di rappresentazione trasfigurata di Osama Bin Laden. E quando nelle sale arrivò il terzo capitolo, Bane viene interpretato come una sorta di rivoluzionario socialista che vuole espropriare i ricchi dei loro beni e restituire il potere al popolo: la rappresentazione estrema di un ipotetico leader di Occupy Wall Street che governa Gotham City attraverso una forma moderna di terrore giacobino. In pratica, tutto viene ricondotto alla storia degli USA del nuovo millennio. Il che potrebbe anche essere vero se non fosse che gli elementi narrativi che vanno a comporre i tre capitoli della trilogia affondano le proprie radici in storie pubblicate prima dell’accadimento degli stessi eventi di cui dovrebbero essere una rappresentazione. Infatti, molti sono gli elementi che i fratelli Nolan hanno utilizzato per dare vita alla loro narrazione, non esclusi fatti provenienti dalle cronache più recenti. Ma a voler individuare le fondamenta della storia è necessario andare indietro nel tempo, a storie pubblicate prima dell’affacciarsi alle cronache di Occupy Wall Street (come anche a prima dell’attentato alle Torri Gemelle). Quattro in particolare possono essere individuate come le colonne portanti del film: Il Ritorno del Cavaliere Oscuro e Batman: Anno Uno, entrambi firmati da Frank Miller, The Killing Joke di Alan Moore, e la Knightsaga. Le prime tre vedono la luce nel corso degli anni ’80, mentre la quarta viene pubblicata nel corso del decennio successivo. La lotta di Batman contro il Male precede di decenni la teorizzazione della moderna lotta contro il terrorismo. E per quanto Nolan possa aver scelto di attribuire ai villain qualche caratteristica che riecheggia nelle cronache del nuovo millennio, il profilo psicologico di Batman rimane ancorato a quello delineato da Frank Miller negli anni ’80. Batman non opera al di là della legge o in aggiunta a questa. Piuttosto si muove al di sotto, o all’ombra di essa (quando non contro). Batman non è una sorta di super soldato che interviene a comando là dove i normali strumenti di lotta istituzionale falliscono. E non è nemmeno lo strumento di una forma di giustizia sommaria che neutralizza le minacce, solo perché sono state individuate e definite come tali. Batman non è Superman o Capitan America, come non è Spawn, Azrael o il Punitore. E soprattutto, Batman non è Ra’s al Ghul.

1. Gli Inizi: Ra’s al Ghul e la corruzione di Gotham City

Rimasto orfano di entrambi i genitori quando ancora era un bambino, Bruce Wayne è un multimilionario, uno degli uomini più ricchi e potenti di Gotham City. Ma la morte dei genitori, avvenuta per mano di un balordo davanti ai suoi occhi, è un trauma che lo perseguita senza sosta. Come Leonard Shelby di Memento si risveglia ogni giorno con fresco in mente il ricordo della moglie defunta, così Bruce Wayne rivive l’omicidio dei genitori come se non fossero passati decenni. In uno dei suoi viaggi in giro per il mondo, incontra la Setta delle Ombre guidata dal misterioso Ra’s al Ghul e qui apprende le tecniche di lotta che gli serviranno al momento del ritorno nella sua città natale. Tra i due uomini c’è convergenza in merito allo stato di degrado e corruzione che sta divorando Gotham City, ma mentre il milionario è convinto della possibilità, e della necessità, di contrastare la diffusione del male, il capo della Setta sostiene che il male sia ormai così diffuso e radicato da non consentire alcuna alternativa alla distruzione completa della città e dei suoi abitanti. La prova di iniziazione che Ra’s al Ghul chiede a Bruce Wayne di superare per ammetterlo nella sua Setta consiste nel giustiziare un contadino colpevole di furto ed omicidio. Ma quest’ultimo rifiuta di sottostare alla richiesta del capo, tracciando una linea che rappresenta un limite invalicabile nel rifiuto di uccidere. La prova fallita ed il conflitto che ne segue sono solo un’anticipazione in piccola scala di quanto avverrà in futuro a Gotham City, con Ra’s al Ghul che cerca di giustiziare la città corrotta ed i suoi abitanti e Batman che continua ad opporsi all’idea di una giustizia basata su verdetti sommari e condanne preventive.

L’elemento della corruzione ad ogni livello – politico, economico e giudiziario – è centrale nella genesi del Cavaliere Oscuro. Prima ancora che contrastare il crimine perché la polizia non sarebbe in grado di farlo, Batman nasce dall’esigenza di combattere quel crimine che le istituzioni, per indolenza o per complicità, scelgono di non combattere. A differenza di quanto ambisce a fare il suo avversario, Batman non punisce i criminali: il suo unico obiettivo è contrastarli, neutralizzarli e consegnarli alle istituzioni preposte. Essendo uno degli uomini più ricchi della città, Bruce Wayne potrebbe utilizzare le sue immense proprietà e risorse per influenzare lo stato della giustizia a Gotham City, così come aveva cercato di fare suo padre prima di lui. Oppure, in alternativa, potrebbe scegliere di agire allo scoperto come il suo corrispettivo milionario dell’universo Marvel: Iron Man. Infatti, a differenza, ad esempio, di uno studente squattrinato come Peter Parker, Tony Stark non ha alcun bisogno di mantenere nascosta la sua identità: le sue immense ricchezze gli permettono di garantire la sicurezza di chi gli sta attorno. Dal canto suo, Batman afferma di indossare una maschera per proteggere chi gli sta vicino, ma la realtà è che il semplice mantenere segreta la sua identità anagrafica non gli consente di proteggere tutte le persone a lui care: la morte di Rachel Dowes per azione del Joker ne è la dimostrazione. Batman è un figlio di Gotham City, delle sue ombre, della sua violenza e della sua corruzione. A differenza di un Superman, che nonostante le nobili origini kryptoniane eredita i valori della cultura contadina del Kansas dai coniugi Kent che lo allevano come se fosse loro figlio, Bruce Wayne cresce nell’alta società, nell’elite più ricca della città. E di questa vede la corruzione, i compromessi e la decadenza. Lo sguardo di Bruce Wayne sulle istituzioni è cinico e disilluso. A differenza dell’Uomo d’Acciaio, il Cavaliere Oscuro è ben distante dal nutrire fiducia nella politica e nei suoi mezzi. Il motivo per cui non mette se stesso al servizio delle istituzioni è lo stesso che lo spinge a tenere il generatore di energia rinchiuso in un bunker nel sottosuolo nel terzo capitolo della Trilogia: la convinzione che finirebbe con l’essere trasformato in un’arma. A questo poi si aggiunge il fatto che quello di Batman non è un semplice costume (come potrebbe essere l’armatura di Iron Man, appunto) ma qualcosa che quasi vive di vita propria. E’ quella sete di giustizia e di vendetta che Bruce Wayne ha accumulato senza sosta dal momento della morte dei genitori.

2. Superman, la falce ed il martello

In Superman: Red Son, Mark Millar disegna un universo nel quale l’astronave che trasportava il piccolo Kal-El precipita sulla Terra ad un orario diverso da quello originale. Il risultato è che il bambino non viene allevato in una fattoria della campagna statunitense, ma in una ucraina. Una volta cresciuto, l’Uomo d’Acciaio abbraccia l’ideologia sovietica combattendo in favore dell’internazionalismo socialista anziché della bandiera a stelle e strisce. Sul suo petto, al posto della classica “S”, esibisce fiero la falce ed il martello della bandiera sovietica. E da uomo di fiducia di Stalin, finisce con l’ereditarne il posto diventando il leader assoluto dell’Unione Sovietica e di tutto il blocco di paesi aderenti al Patto di Varsavia. Proprio come l’originale a stelle e strisce, il Superman rosso abbraccia l’ideologia del paese in cui è nato e cresciuto, e si impegna con tutte le sue forze per rendere reale la sua utopia. A differenza di Batman, il cui corrispettivo russo va incontro ad un destino del tutto diverso.

Quegli stessi ideali che avevano fatto sì che la famiglia di Bruce Wayne si impegnasse per emancipare i cittadini di Gotham City e migliorarne le condizioni di vita, nella Russia staliniana sono considerati atti eversivi. I genitori di quello che diventerà Batman non vengono uccisi da un delinquente all’uscita da un teatro, ma sono assassinati sotto lo sguardo del figlio da uomini del regime che li accusano di essere nemici del popolo. L’odio che Bruce Wayne aveva covato per anni e che lo aveva condotto a diventare un cacciatore di criminali nella realtà di Gotham City, anche qua si indirizza verso chi l’ha reso orfano: quel regime che trova in Superman il massimo simbolo e rappresentante. E quelle differenze che nei classici universi DC avevano fatto sì che i due potessero coesistere nonostante le distanze che li separano, qua esplodono e fanno sì che debbano confrontarsi in uno scontro mortale. Questo non vuol dire che Batman sia un American Hero più di Superman, qualcuno talmente impregnato di ideali a stelle e strisce da far sì che nemmeno il suo corrispettivo sovietico possa abbracciare gli ideali del socialismo reale. Al contrario, immaginando un ulteriore scenario nel quale i genitori dell’Uomo Pipistrello fossero stati esponenti del Partito uccisi da attivisti controrivoluzionari, non è difficile supporre che l’odio di Batman sarebbe finito al servizio del regime, trasformandolo in un instancabile cacciatore di dissidenti. A differenza di Superman, Batman è animato da rabbia e vendetta, motivo per cui non accetta di porsi docilmente al servizio di alcuna catena di comando. A Batman non interessa il rispetto di alcuna regola se non di quelle che lui stesso ha scelto di adottare, e se le regole delle istituzioni entrano in conflitto con le sue, lui non esita a scegliere queste ultime.

3. Ra’s al Ghul e la Torre di Babele

Nella continuity principale dell’universo DC i rapporti tra Batman e Superman non sono sempre tesi e distanti. Anzi, in alcuni periodi della Justice League Superman è quanto di più simile ad un amico Batman abbia al di fuori della sua ristretta cerchia di persone di fiducia. Al di là della differenza di valori e visioni delle cose, Batman rispetta la lealtà dell’Uomo d’Acciaio. Ma la diffidenza e la paranoia che il Cavaliere Oscuro nutre nei confronti di tutti non risparmiano nemmeno i suoi compagni di squadra. Ad un punto tale da rischiare di condannarli tutti a morte, come narra Mark Waid nel ciclo Torre di Babele. Giorno dopo giorno Batman studia Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde, Flash e tutti gli altri eroi per individuarne i punti deboli. Costruisce un archivio con dossier in cui descrive in modo minuzioso i mezzi e le modalità da utilizzare per neutralizzare – anche in modo definitivo, se ritenuto inevitabile – ognuno dei suoi compagni di squadra. Si tratta di un archivio che Batman custodisce su file criptati, e del quale riduce al minimo indispensabile la presenza nella sua memoria per evitare che Martian Manhunter possa scoprirlo grazie ai suoi poteri telepatici. Pur avendo combattuto a fianco di ognuno dei rappresentanti della Justice League, Batman non può fare a meno di considerare il potenziale di minaccia rappresentato da ognuno. E considera un suo dovere personale preparare delle adeguate contromisure.

Il problema sorge nel momento in cui Ra’s al Ghul riesce ad impossessarsi di questo archivio e pianifica un assalto su larga scala agli equilibri terrestri, finalizzato ad una considerevole riduzione del numero di esseri umani che lo popolano per proteggere il pianeta ed i suoi ecosistemi dai danni provocati dagli stessi. Sottrae le bare dei genitori di Bruce Wayne dal loro posto nel cimitero per distrarre il Cavaliere Oscuro impegnandolo nella loro ricerca. E con Batman sulle tracce dei corpi dei genitori morti, gli uomini di Ra’s al Ghul possono attaccare uno dopo l’altro tutti i membri della Justice League neutralizzandoli. Nel frattempo, con la più potente squadra di supereroi ridotta all’impotenza, una potente macchina chiamata Torre di Babele emette ultrasuoni che interferiscono con le attività cerebrali degli esseri umani provocando una forma di afasia su scala planetaria che impedisce la comunicazione, sia scritta che orale. Ma alla fine, la squadra di supereroi riesce a compattarsi e a rovesciare la situazione infliggendo pesanti danni a Ra’s al Ghul. Tutti i danni che gli eroi hanno subito a livello fisico intraprendono il processo di guarigione. Tuttavia, ben diverso è il discorso relativo alla fiducia nei confronti di Batman: la sue spiegazioni in merito alla necessità di avere contromisure pronte per fronteggiare ognuno di loro in caso di minaccia non convincono la squadra che infine vota a maggioranza per il suo allontanamento dalla Lega. Anche tra suoi pari e simili, Batman si conferma incapace di avere fiducia in qualsiasi struttura che non sia del tutto al di sotto del suo controllo. Per poter rimanere in squadra con gli altri esponenti della Lega, Batman non ha potuto fare a meno di violare la loro privacy. Quella stessa privacy che invece i suoi compagni hanno sempre rispettato offrendogli la loro fiducia.

4. Il Joker, l’identità di Batman e una brutta giornata

Quando ne Il Cavaliere Oscuro un ex-dipendente delle industrie di Bruce Wayne si presenta in uno studio televisivo al fine di rivelare la vera identità di Batman, il Joker chiama subito in diretta per impedire che ciò accada. Infatti, a differenza di altri avversari del Cavaliere Oscuro, non prova nessun interesse nei confronti dell’identità senza maschera del suo avversario. Joker sa che è proprio Batman la vera identità del suo avversario: chiunque egli sia una volta tolto il costume da pipistrello, non è altro che una finzione. Bruce Wayne è Batman molto più di quanto non sia il milionario circondato da donne e lussi. Come per Ra’s al Ghul, anche per il Joker Gotham City è una città corrotta, ma a differenza di quello non ha nessun interesse a punirla. Piuttosto, al contrario, il suo gioco consiste nel mostrare come siano corruttibili anche coloro che cercano di combattere il degrado. Il suo obiettivo finale consiste perciò nel farsi uccidere da Batman, costringere il Cavaliere Oscuro a violare la regola che gli impone di non farlo. Ma Batman si rivela essere disposto a sacrificare quanto ha di più caro pur di non venire meno alla sua scelta. Inclusa l’amata Rachel Dowes, la cui morte fa sì che un Harvey Dent dal volto sfigurato, si abbandoni all’odio più furioso trasformandosi nel temibile Due Facce. Batman ripete più volte nel corso della Trilogia che indossare una maschera serve a proteggere chi gli sta attorno, ma la morte di Rachel Dowes non avviene per mano di Ra’s al Ghul, il nemico che conosce la sua vera identità, quanto piuttosto a causa del Joker, che nei confronti di Bruce Wayne non nutre alcun particolare interesse.

Batman lotta contro il crimine per difendere le persone che considera innocenti. Al contrario, il Joker è convinto che nessuno è innocente, e le sue azioni sono mirate a dimostrare come basti poco perché chiunque possa trasformarsi in un criminale o in un assassino. Si tratta di un concetto che Alan Moore aveva esplicitato in The Killing Joke: tutto ciò che separa una persona sana di mente da un pazzo è una brutta giornata. Non è dato sapere se anche solo una delle storie che il Joker racconta per spiegare le origini delle cicatrici sulla faccia sia reale, ma tutte hanno in comune l’aver avuto origine in una brutta giornata. Come brutte giornate sono quella che vede un brillante ed incorruttibile procuratore trasformarsi in uno spietato assassino dal volto sfigurato, o quella che ha fatto sì che un potente milionario decida di indossare ogni notte un costume da “topo volante” per andare a lottare corpo a corpo contro dei criminali. Ed è sempre una brutta giornata quella che può far sì che un gruppo di cittadini all’apparenza onesti ed innocenti si trasformi in spietati mandanti di una strage.

Infatti, dopo aver imbottito di esplosivo due navi che stavano procedendo all’evacuazione della città, il Joker comunica ai passeggeri che su ogni nave è presente il detonatore che permette di attivare le cariche sull’altra. Le sue regole sono semplici: la prima nave che farà esplodere l’altra si salverà; se invece allo scadere del tempo stabilito nessuna avrà fatto saltare in aria l’altra, entrambe le cariche saranno attivate. In una situazione che assomiglia ad una rappresentazione teatrale dello scontro tra superpotenze nel periodo della Guerra Fredda, o anche della guerra al terrorismo, da un lato si trovano cittadini che possono decidere in modo collegiale cosa fare, dall’altro detenuti condannati per i crimini più diversi. I cittadini liberi decidono di votare per stabilire il da farsi, e a larga maggioranza il risultato indica che il bottone che innesca l’esplosivo sull’altra nave deve essere premuto. Durante la fase che precede la votazione, si fa largo la convinzione della necessità di terminare gli altri prima che questi facciano altrettanto, giustificando così la scelta di votare in favore di una strage. Sarà solo l’assenza di una persona che abbia abbastanza coraggio per premere l’innesco a salvare la vita di chi si trova sull’altra nave: la sentenza di condanna a morte per gli altri era stata deliberata a maggioranza, è solo l’assenza di un boia sul posto ad evitare l’esecuzione. In modo quasi speculare, qualcosa di simile avviene anche sull’altra nave. Qui i carcerati non possono votare per stabilire cosa fare: non ci sono votazioni democratiche e il detonatore rimane nelle mani dei militari che li sorvegliano. Ma quando un carcerato si avvicina all’uomo con il detonatore in mano e gli intima di consegnarglielo, né lui né chi gli sta attorno oppone la minima resistenza: il detonatore viene consegnato nelle mani del prigioniero, nella speranza che questo abbia la volontà di assumere su di sé la responsabilità di quel crimine del quale le guardie non vogliono macchiarsi.

A causa dell’interferenza di Batman, non è dato sapere se allo scadere dell’ultimatum il Joker avrebbe effettivamente fatto esplodere entrambe le navi. E’ lecito sospettare che il suo obiettivo consistesse nel far compiere una strage ai cittadini di Gotham in assenza di un pericolo reale, ma solo sulla base di una minaccia. Se avesse voluto essere sicuro dell’effettiva realizzazione del suo piano non avrebbe dovuto far altro che collegare gli inneschi ad un timer, in modo analogo a quanto fatto quando ha presentato a Batman l’alternativa tra la vita del procuratore Harvey Dent e quella di Rachel Dowes. In ogni caso rimane il fatto che nonostante nessuna delle due navi sia esplosa, i cittadini di Gotham avevano votato in modo democratico per l’eliminazione preventiva del potenziale pericolo rappresentato dall’altra nave. E sebbene sia riuscito a preservare la propria integrità non cedendo al desiderio di uccidere il Joker, Batman ha dovuto sacrificare prima la vita di Rachel Dowes, poi quella di Harvey Dent (travolto dallo stesso eroe mascherato per impedirgli di uccidere il tenente Gordon e la sua famiglia), ed infine anche l’integrità morale di Jim Gordon, il quale accetta di mentire su come si sono svolti effettivamente i fatti, al fine di non incrinare l’immagine del procuratore deceduto agli occhi dell’opinione pubblica e far sì che attorno ad essa sia possibile costruire una nuova politica di repressione della criminalità. Il risultato è che quella riduzione dei diritti che trasformano il penitenziario di Blackgate in una sorta di Guantanamo Bay affonda le proprie radici in una menzogna che divora dall’interno lo stesso Jim Gordon.

5. Bane e i Giochi di Prestigio

In The Prestige, John Cutter spiega più volte come ogni numero di magia sia composto da tre parti: la promessa, la svolta e il prestigio. Nella prima parte, Batman Begins, i fratelli Nolan mostrano qualcosa di ordinario: un uomo rimasto orfano dei genitori per mano di un criminale di strada che cresce nel desiderio di lottare contro quel male che è causa della sua sofferenza, e placare così la sete di vendetta che lo divora. Nella seconda parte, The Dark Knight, i fratelli Nolan prendono quell’orfano che aveva assunto l’identità di un supereroe mascherato e lo trasformano in qualcosa di straordinario: l’Uomo Pipistrello diventa quel Cavaliere Oscuro che combatte il male fino a quando non scompare nel nulla. Ma far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco quindi che nella terza parte, The Dark Knight Rises, il Cavaliere Oscuro riappare dall’esilio nel quale aveva confinato sé stesso per affrontare la nuova minaccia rappresentata da Bane. Il segreto di Bruce Wayne è sotto gli occhi di tutti, solo che nessuno lo vede perché desiderano credere in lui: desiderano essere ingannati. Bruce Wayne si conferma essere una finzione di Batman, piuttosto che il contrario. Batman ha condannato sé stesso davanti agli occhi dell’opinione pubblica assumendo su di sé la responsabilità dei crimini di Due Facce, e come conseguenza Bruce Wayne vive da anni rinchiuso in un’ala della sua enorme villa.

Ma l’irrompere di Bane sulla scena di Gotham City fa sì che Bruce Wayne esca dal suo depresso torpore per confrontarsi con una nuova, temibile nemesi. Come in un gioco di prestigio, Bane attira l’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze dell’ordine su di sé, dichiarando di voler distruggere il sistema per abbattere la profonda ingiustizia che lo permea ad ogni livello. Ma questa è solo propaganda, una distrazione finalizzata a nascondere ciò che si sta consumando veramente: la vendetta di Talia al Ghul. La figlia di Ra’s al Ghul ritiene Gotham City, e in primo luogo il suo difensore mascherato, responsabili della morte del padre. E ne pianifica la distruzione. L’apparente lotta di classe è solo il telo che copre il cilindro dal quale il prestigiatore tirerà fuori gli oggetti che stupiranno il suo pubblico. E quello che si consuma sotto lo sguardo degli spettatori è un ulteriore abbattimento dei confini tra Batman e i suoi nemici, con il divenire-Batman di Talia al Ghul da una parte e il divenire-Talia di Batman dall’altro. La figlia di Ra’s al Ghul è guidata dalla stessa sete di vendetta che muove le azioni del Cavaliere Oscuro: punire Gotham City e chi l’ha protetta, rendendosi complice della morte del suo genitore. In modo del tutto speculare, Batman viene sconfitto nello scontro diretto con Bane e finisce confinato nella prigione che aveva ospitato Talia al Ghul molti anni prima di lui. Qua Bruce Wayne affronta un processo di guarigione che non è solo fisico, ma anche spirituale, fino a quando non si rende conto che per fuggire deve pensare ed agire proprio come chi ce l’aveva fatta molto tempo prima. Gli ideali di giustizia invocati da entrambe le parti sono solo finzioni, sono il terreno di scontro tra i moventi personali che agitano i protagonisti. L’ideale di giustizia di Batman non è meno secondario rispetto alla rivolta invocata da Bane. Batman non è interessato a rafforzare i sistemi di difesa di istituzioni verso le quali non nutre alcuna fiducia, ha solo sete di lottare contro i criminali per vendicare l’assassinio dei genitori che lo tormenta come un incubo ricorrente. Ad un punto tale che è solo condannando a morte Batman in un’azione suicida, nel compimento dell’estremo salvataggio della sua città dall’imminente esplosione nucleare, che alla fine Bruce Wayne può liberarsi dall’Uomo Pipistrello e cominciare una nuova, anonima vita insieme a Selina Kyle. Come Batman era nato da una brutta giornata del piccolo Bruce Wayne, così è la brutta giornata di Batman a permettere un nuovo inizio per Bruce Wayne.

Ci sono due tizi in un manicomio… e una notte decidono che sono stanchi di vivere nel manicomio. Decidono che cercheranno di fuggire. Così, salgono sul tetto e vedono dall’altra parte i palazzi della città distendersi alla luce della luna… verso la libertà. Il primo salta sul tetto vicino senza alcun problema. Ma il suo amico non osa compiere il balzo perché ha paura di cadere. Allora il primo ha un idea, e dice: “Ehi! Ho preso la torcia elettrica con me! Illuminerò lo spazio tra i due edifici. Così mi raggiungerai camminando sul raggio di luce!”. Ma il secondo scuote la testa, e dice: “Cosa credi!? Che sia pazzo? Quando sarò a metà strada la spegnerai!” (Batman – The Killing Joke)

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