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Post-Verità e Propaganda

Era la fine del 2016 quando Oxford Dictionaries scelse di incoronare col titolo di Parola dell’Anno l’espressione “post-verità” (post-truth). Una decisione che ne riconosceva la diffusione e l’impiego massivo, anche e soprattutto alla luce della considerazione secondo cui bufale e fake-news sembrerebbero aver giocato un ruolo determinante in diversi importanti eventi di massa: quelle che limitano la loro diffusione alla propagazione virale sui social network come anche e soprattutto quelle che dilagano al di fuori dei confini di internet grazie alla complicità da parte dei media cosiddetti “tradizionali”. Si potrebbero prendere le mosse da esempi mirati, come il referendum che ha decretato la Brexit o l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, oppure si potrebbe fare riferimento alle varie affermazioni che si susseguono nel corso di una qualsiasi campagna politica o ad altro ancora, ma in ogni caso il liquidare la questione della diffusione di notizie false all’interno dell’insieme delle “post-verità” appare come uno strumento di comodo per evitare analisi e approfondimenti. Perché non si tratta solo di confutare le bufale e contrastare la diffusione di notizie infondate, ma anche di interrogarsi su come e perché alcuni tipi di falsità riescano a diffondersi con facilità. E nel momento in cui parlare di “post-verità” diventa un modo per liquidare con una scrollata di spalle episodi come il rilancio di notizie false da parte dei media istituzionali, e soprattutto le giustificazioni postume sulla base di presunte e non meglio definite “credibilità” delle falsità stesse, la novità si riduce a poco altro rispetto a una passata di vernice brillante per coprire ruggine e marciume.

Come spesso accade, non è possibile determinare con precisione quando e in quale contesto l’espressione sia stata utilizzata per la prima volta, tuttavia per convenzione si considera il libro del 2004 The Post-Truth Era, Disonesty And Deception In Contemporary Life dello scrittore statunitense Ralph Keyes come il primo testo che l’abbia legata in modo mirato e specifico all’uso che è poi andato affermandosi. La tesi dalla quale parte l’autore si basa sull’idea secondo cui nelle società moderne tenderebbe a diffondersi una sempre maggiore tolleranza nei confronti delle menzogne, molto più che in passato, a tal punto da far sì che non siano considerate tali nemmeno quando vengono smascherate. Un fatto che Keyes definisce appunto “post-verità”, una sorta di spazio semantico all’interno del quale il vero e il falso non soltanto non sarebbero alternativi e inconciliabili, ma dove sfumerebbero l’uno nell’altro diventano a tratti inconfondibili.

Contraddittorio fin dalle prime pagine, Keyes prende le mosse da alcuni studi dedicati al mentire come atto diffuso e sistematico nella società moderna, e in modo apparentemente inflessibile snocciola statistiche a proposito di quanto sia un atto frequente e tollerato, senza fare alcuna distinzione tra i diversi tipi di menzogne. Anzi, è molto esplicito nel denunciare in modo chiaro e senza mezzi termini la tendenza a giustificare il mentire attraverso l’utilizzo di espressioni come “addolcire la verità”, “omettere alcuni dettagli” e altri eufemismi simili. Ma utilizzando il prefisso “post-“ per dare al termine una connotazione in linea con un vago e superficiale postmodernismo, l’autore non fa altro che presentare quella che considera “post-verità” nei termini di un blando e rozzo relativismo. Tutto questo senza rendersi conto che in fondo sussistono tutti i presupposti per considerare anche “post-verità” a sua volta come un ulteriore eufemismo per “falsità”. E le successive argomentazioni, lungi dal rappresentare la dimostrazione di un’intuizione, si concretizzano in un esempio quasi da manuale di petizione di principio, cioè di ragionamento in cui il fenomeno di cui si parla può essere dimostrato se e solo se viene presupposto nelle premesse.

Appare ovvio che non tutte le menzogne hanno gli stessi scopi e valori: mentire per un proprio vantaggio ai danni di un interlocutore è una cosa ben differente dal nascondere una verità per non arrecare un qualche danno al prossimo. Se si analizzano le diverse espressioni sul piano del loro valore di verità in senso stretto appare chiaro che in entrambi i casi non si può fare altro che marcarle come “False”. Ma se l’ottica è quella di studiare la diffusione delle menzogne in ambito sociale, non solo non è corretto considerarle all’interno di uno stesso insieme, ma il venire meno a tale distinzione potrebbe far sì che si renda necessario ricorrere in un secondo momento a qualche concetto presupposto ad hoc per dipanare la confusa matassa di discorsi diversi tra loro (come quello di post-verità, appunto). Non fosse altro che per il fatto che mentre il primo tipo di menzogna è oggetto di biasimo e una volta smascherato può comportare una serie di ripercussioni negative ai danni del suo autore, il secondo tipo non solo è ben accetto e non comporta alcun particolare stigma sociale, ma anzi è indice di buona educazione. In alcuni casi addolcire una verità può essere un modo per ottenere un vantaggio o evitare un danno, ma in altri può essere un modo per non fare male o essere crudeli.

In entrambi i casi si tratta di comportamenti che vengono appresi fin da bambini. Ad esempio, nel primo rientrano le situazioni come quelle in cui un bambino è consapevole di avere fatto qualcosa che non avrebbe dovuto, come rompere un oggetto che gli era stato vietato di toccare o aver mangiato dei dolci di nascosto, e quindi mente ai genitori al fine di evitare di essere sgridato o punito. Invece nell’ambito della seconda casistica possono rientrare gli episodi di spontaneità senza filtri, quelli in cui è la sincerità a essere oggetto di biasimo e reprimenda, come quello in cui un bambino che cammina per strada con la madre all’improvviso indica uno sconosciuto ampiamente sovrappeso e con voce squillante chiama a sé l’attenzione affermando: “Mamma! Mamma! Guarda quel signore quanto è grasso!”. Nel primo caso il bambino potrà essere punito non solo per la sua azione, ma anche per il suo tentativo volto a ingannare i genitori. Nel secondo caso, invece, al bambino viene spiegato che certe cose non si dicono, perché è segno di maleducazione, perché gli altri possono rimanerci male o altro. Alla luce di questo, si potrebbe quasi dire che alcuni indicatori della maturità di una persona siano legati a doppio filo con la comprensione di quali cose sia opportuno dire e in quali circostanze: quando va bene parlare e quando è meglio tacere, quando il non dire una verità è una disdicevole menzogna e quando invece non si tratta di altro che di una forma di buona educazione.

Sebbene non in termini assoluti, si potrebbe dire che l’opportunità di una menzogna in generale non possa prescindere dalla definizione del contesto in cui viene pronunciata e dalle aspettative degli interlocutori. Un invitato a un ricevimento molto elegante che mente rispondendo “bene, grazie” a un generico “come va?” non è oggetto di alcun biasimo, a differenza di quanto accadrebbe qualora decidesse di offrire un esempio di sincerità e trasparenza dilungandosi a descrivere con scrupolosità i suoi problemi intestinali oppure offrendosi di esibire uno sfogo cutaneo in qualche zona imbarazzante. E si tratterebbe di un’azione inopportuna anche qualora l’interlocutore fosse un gastroenterologo o un dermatologo.

Qualsiasi discorso sulla diffusione delle menzogne in ambito sociale che non tenga conto anche dei contesti e delle aspettative degli interlocutori è destinato a rimanere confinato all’interno di una piatta astrazione. Mettere all’interno di uno stesso insieme il tizio che mente all’avvenente sconosciuta perché ha come unico obiettivo il portarsela a letto, con la donna che mente mostrando un apprezzamento privo di fondamento per il nuovo taglio di capelli che l’amica le mostra felice ed entusiasta, non serve a comprendere nessuno dei due fenomeni. E nemmeno aiuta a comprendere i dilemmi morali che si generano nel momento in cui le due diverse casistiche si sovrappongono o entrano in contrasto. Come nel caso di una persona che sospetta che l’uomo con cui l’amica ha una relazione non sia altro che un bugiardo e un approfittatore: capire se possa essere più opportuno dare voce alla propria sincera opinione, con il rischio di far soffrire senza motivo l’amica qualora i sospetti in questione non fossero altro che il frutto di un pregiudizio, oppure tacere e far finta di nulla, con il rischio di esporla ad altri tipi di conseguenza qualora invece si dimostrasse che le diffidenze e le perplessita non erano infondate.

Permettendo invece alle due differenti casistiche di accoppiarsi tra loro nella proverbiale notte in cui tutte le vacche sono nere, ha modo di nascere quella che viene definita “post-verità”, una forma di comunicazione in cui la verifica della verità delle affermazioni che la compongono risulta secondaria, quando non del tutto irrilevante, rispetto alle aspettative legate alla diffusione della stessa.  In altre parole un eufemismo per descrivere quella particolare forma di menzogna che, proprio in funzione del contesto all’interno del quale viene enunciata e dello scopo che ne guida la diffusione, riesce a ottenere una qualche forma di riconoscimento pubblico. Tanto più che lo scopo della sua diffusione ha poco o nulla a che vedere con la condivisione di notizie e informazioni, quanto piuttosto con il consentire a quanti la accettano e la condividano di riconoscersi a vicenda e identificarsi all’interno di un gruppo sociale. Non a caso, il ricorso a retoriche enfatiche da parte delle varie forme di populismo che mirano più a stuzzicare le emozioni che non a persuadere in modo razionale, nonché il ripetere determinati assunti a prescindere da come e quante volte possano essere stati smentiti, ha come obiettivo il relazionarsi con un’opinione pubblica che in definitiva non ha alcuna intenzione di mettersi in discussione.

Le forme di manipolazione messe in atto dai demagoghi al fine accrescere il proprio potere non si basano su oscuri inganni tessuti nell’ombra ai danni di moltitudini inconsapevoli, ma al contrario si muovono alla luce del sole proprio nell’ambito dei desideri e delle aspettative di queste ultime. Non appare quindi necessario coniare una nuova espressione che definisca la diffusione di idee false o infondate con il solo scopo di sfruttare le credenze, i pregiudizi e le emozioni dell’opinione pubblica con lo scopo di manipolarla, dato che tutto ciò rientra già all’interno della definizione di “propaganda”. E prendendo le mosse proprio dal rilievo fatto da Keyes secondo cui l’ammissione esplicita mediante espressioni del tipo “ho mentito” sia di gran lunga più rara rispetto all’utilizzo di perifrasi del tipo “non ho detto tutta la verità”, “ho esagerato”, “non sono stato del tutto sincero”, “ho fatto finta”, la stessa cosiddetta post-verità si rivela essere una forma di propaganda che non accetta di essere catalogata sulla base di una simile definizione. Proprio come accade con le cosiddette fake-news, le quali non sono altro che un normale tipo di marketing politico nel quale, come in ogni forma di marketing, chi vende un prodotto lo confeziona in modo tale da renderlo conforme ai desideri del proprio target.

Come l’affermazione “ho mentito” viene percepita nei termini di un’ammissione di una colpa più grave rispetto allo stesso contenuto confessato con altre e meno dirette perifrasi, allo stesso modo parlare di propaganda per descrivere il diffondersi di falsità e preconcetti evoca scenari più gravi rispetto a quanto faccia il definire gli stessi eventi attraverso eufemismi, come “post-verità” appunto. E considerando che quando si parla di propaganda i primi scenari che si delineano sono quelli relativi a meccanismi considerati tipici dei regimi autoritari novecenteschi, dei loro eredi contemporanei come dei sistemi totalitari in generali, all’interno delle moderne democrazie occidentali risulta più accettabile sostenere che un determinato evento politico o sociale sia il risultato dell’impersonale diffondersi di alcune post-verità, piuttosto che ammettere che si tratta della conseguenza dell’entusiasmo con cui l’opinione pubblica, o parte di essa, è pronta a lanciarsi nel caldo abbraccio di qualche forma di propaganda.

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Bulli e Sgualdrine

Quella secondo cui le trasposizioni cinematografiche o televisive non sarebbero all’altezza dei romanzi o, più in generale, delle opere da cui sono tratte è una credenza molto diffusa. Non sempre del tutto a torto. Ma ci sono anche volte in cui l’impiego di un diverso mezzo espressivo non si limita a consentire alla storia di andare oltre i propri confini per esplorare territori assenti nella narrazione originaria, in pratica la obbliga a farlo. Proprio come nel caso della serie Netflix Tredici (Thirteen Reasons Why), che nel processo di passaggio dalla carta stampata all’immagine in movimento ha dovuto prima di tutto modificare i propri equilibri. Accade così che in seguito alla trasposizione, andando a toccare argomenti delicati, per non dire veri e propri nervi scoperti del corpo sociale, la serie si trovi a generare molte più polemiche e controversie di quante sia mai riuscito a fare il romanzo. E non soltanto in virtù del fatto che una serie televisiva su una piattaforma leader mondiale nel settore si rivolge a una platea più ampia rispetto a quella raggiunta dal mercato editoriale. Ma proprio per via del cambio di prospettiva che si è presentato con lo slittamento su un mezzo diverso. Il romanzo di Jay Asher si poneva soprattutto come una denuncia del bullismo nelle scuole, e in particolare di quel diffuso slut-shaming che può arrivare a stritolare la vita delle ragazze che ne sono vittime: indossati i panni di una sorta di Krapp adolescente, Hannah Baker registra i suoi nastri per raccontare i suoi fallimenti e le umiliazioni subite. E in questo contesto Clay Jensen è un espediente letterario e poco altro, uno strumento per sottrarre la narrazione al monologo e permettere alla storia di muoversi anche nel presente.

Ma nella serie televisiva tutto ciò cambia. Quei meccanismi sui quali si basava il libro deflagrano, aquistando una profondità che su carta era possibile solo intravedere, quando non a malapena ipotizzare. Non solo la figura di Clay assume un ruolo centrale sottraendo ad Hannah il ruolo di protagonista incontrastata della storia, ma anche tutti gli altri personaggi assumono maggiore spessore e peso, e con loro anche le voci e le azioni di cui si rivelano responsabili. A tal punto da far sì che l’ampio spettro di azioni e reazioni da parte dei diversi personaggi, gli incontri e gli scontri come le concatenzaioni causali, nel loro insieme assumono il profilo di una sorta di anticipazione delle polemiche che accompagneranno il diffondersi della serie presso il grande pubblico. Infatti riesce difficile liquidare nei termini di un mero caso il fatto che psicologi ed educatori scolastici, cioé proprio alcuni dei soggetti contro i quali la serie punta il dito indicandoli come testimoni passivi del bullismo subito dai soggetti più deboli e isolati (quando non come veri e propri complici degli aguzzini, in virtù del loro ruolo di difensori dell’ordine delle cose e di una normalità assunta come imperativa), siano schierati in prima fila nelle controversie che accusano la serie di incentivare il suicidio e l’autolesionismo.

L’aspetto corporativistico di questa levata di scudi corale da parte degli operatori psicologici (in particolare statunitensi) appare quasi evidente nel momento in cui ci si sofferma a osservare su quale problematica (o presunta tale) collegata alla narrazione seriale decidono di concentrare la loro attenzione. In pratica, nonostante il bullismo scolastico, cyber e non, rappresenti un fatto grave, confermato da dati e statistiche, una parte tutt’altro che trascurabile del mondo della psicologia punta il dito contro la serie sulla base di affermazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico relative a non meglio definiti “fenomeni di emulazione”. In altre parole, proprio per il fatto stesso di parlare di bullismo e victim blaming, la serie finisce per essere colpevolizzata a sua volta come può accadere a una qualsiasi vittima. I tentativi di suicidio da parte delle adolescenti in seguito ad atti di bullismo e umiliazioni varie, quando non ad abusi veri e propri, non sono una novità recente, eppure questo fatto non impedisce a psicologi ed educatori di rovesciare nel calderone dei possibili “fattori scatenanti” anche una serie televisiva la cui colpa principale sarebbe proprio quella di porsi come voce accusatrice contro un ordine delle cose indifferente a debolezze e vulnerabilità.

Si tratta di un processo analogo a quello che si mette in moto dopo ogni strage in qualche scuola o college, con il trito ripetersi di tormentoni relativi alla diffusione delle armi o della violenza nei mass media, che rimettono in campo ogni volta sempre gli stessi argomenti pur di evitare di andare a fondo alla questione e capire davvero perché proprio quella persona possa aver deciso di agire proprio in quel modo, proprio in quel momento e proprio in quel luogo. Basti ricordare che nei primi anni 2000, sull’onda d’urto generata dal massacro nella Columbine High School, il Servizio Segreto Statunitense in associazione con il Dipartimento dell’Educazione ha realizzato uno studio sulla sicurezza nelle scuole in cui si affermava, tra le altre cose, che quasi tre quarti dei responsabili di atti di violenza contro istituti scolastici (il 71% circa) erano stati prima di tutto vittime di molestie e di atti di bullismo intensi e prolungati nel tempo. Ma nonostante ciò, e non si tratta di uno studio isolato, ancora oggi, dopo ogni attacco armato, sui media serpeggiano ricerche frenetiche di colpevoli e responsabili di ogni tipo pur di non fronteggiare la questione di una violenza generata da altre violenze. Il desiderio del corpo sociale di assolvere se stesso da qualsiasi responsabilità attraverso la ricerca di colpevoli senza se e senza ma fa sì che ogni volta si generi uno stesso copione a base di gesti “incomprensibili” e “folli”. (Se poi si considera che tra le accuse rivolte a Thirteen Reasons Why ci sono anche quelle riguardanti la superficialità con cui avrebbe gestito il tema della “malattia mentale”, il quadro generale ribadisce la propria volontà di autoassoluzione, tentando di liquidare nella marginalità e nell’irrilevanza le responsabilità, anche solo morali, di chi può averla danneggiata. L’obiettivo finale è di affermare che poco importa chi può averle fatto cosa: l’unica vera ragione del suo suicidio sarebbe la sua “malattia mentale”.)

Intermezzo a Columbine

Con un’operazione che da un punto di vista concettuale può essere definita spregiudicata – a voler usare un eufemismo – ma che non ha mancato di far ottenere al suo autore ampia fama internazionale e numerosi riconoscimenti in ambito cinematografico, Micheal Moore ha posto al centro del suo documentario Bowling For Columbine la vicenda del massacro compiuto da due studenti nella ormai nota scuola del Colorado alla fine degli anni ’90. La spregiudicatezza dell’operazione risiede soprattutto nel fatto che l’autore sfrutta l’ondata emotiva suscitata dalla tragedia (il film ha visto la luce appena un paio d’anni dopo i fatti) nell’ambito di una narrazione volta a contestare le normative sulla circolazione delle armi negli Stati Uniti. E per quanto la tesi che guida il film possa essere condivisibile, persiste comunque la disinvoltura con cui l’autore glissa su come i due autori del massacro si siano procurati il loro arsenale in modo illegale: Dylan Klebold aveva ancora 17 anni e Eric Harris aveva compiuto 18 anni da pochi giorni. Considerando che le leggi contro la vendita delle armi ai minori di 18 anni erano e sono tuttora già in vigore, appare evidente di come il problema non fosse nella diffusione delle armi, ma nel contesto che ha fatto sì che una coppia di ordinari adolescenti potesse scegliere di procurarsi un arsenale per scaricarlo all’interno della scuola (senza considerare le bombe artigianali rimaste inesplose). E’ vero, come dice Moore, che le armi erano state acquistate legalmente, nel senso che i due autori del massacro si erano serviti di intermediari maggiorenni, ma è altresì vero che già ai tempi dell’uscita del documentario due di questi (Mark Manes e Philip Duran) erano stati arrestati e condannati per aver fornito armi a due minorenni.

Individuare nel bullismo subito per anni a scuola dagli autori della strage non significa in alcun modo giustificare le loro azioni, ma solo trovare un movente che spieghi gli eventi senza cercare di nasconderli come sporcizia sotto i popolari e appariscenti tappeti dei videogiochi violenti, della musica satanica o della malattia mentale. E questo è quello che fa Brooks Brown nel suo libro No Easy Answers che, essendo stato compagno di scuola dei due autori del massacro, e in particolare amico di Klebold fin dalle scuole elementari, tra le altre cose ha modo di ripercorre gli eventi fino a pochi minuti prima della strage, a quando Harris lascia un ultimo segno nella sua vita rivolgendosi a lui e dicendogli “Brooks, ora tu mi piaci. Allontanati da qua. Vai a casa“. Essendo stato anche lui una vittima di bullismo (per di più nella stessa scuola e da parte delle stesse persone che tormentavano Klebold e Harris), già il solo fatto di aver scelto di rispondere con un libro è un’affermazione implicita di come la violenza non fosse affatto una scelta obbligata. Ma allo stesso tempo, essendosi trovato inserito dalla polizia nella lista dei sospettati di complicità per aver osato affermare in pubblico che avrebbero potuto impedire le uccisioni agendo sulla base delle informazioni che lui stesso aveva fornito loro – negli anni precedenti Brown era stato oggetto di minacce da parte di Harris – e avendo assistito in prima persona a come gli insegnanti e le autorità scolastiche facessero finta di non vedere le violenze e le umiliazioni messe in atto dagli atleti e dai ragazzi “popolari” della scuola ai danni dei più deboli e isolati, appare chiaro come non sia disposto ad accettare puerili semplificazioni a base di colpe imputate ora a Marilyn Manson, ora a Doom o a qualche altro sparatutto in prima persona di cui può essere di moda parlare al momento.

A leggere le notizie di stragi nelle scuole e nei college che intervengono a interrompere un flusso costante di cronache relativi a (tentativi di) suicidi a seguito di abusi e molestie non c’è nulla che faccia pensare a un miglioramento a breve termine. Parlare di estetizzazione del suicidio in una serie come Thirteen Reasons Why significa scegliere di ignorare la sua denuncia della diffusione capillare delle violenze e delle umiliazioni. Significa scegliere di non soffermarsi sull’avvertimento tutt’altro che criptico nella sequenza che vede Tyler Down accumulare un piccolo arsenale in camera sua, poco prima di dichiarare agli adulti che lo interrogano in merito alla diffusione del bullismo nella scuola di trovarsi costretto a mangiare merda tutti i giorni (“I get shit every day“), cioé con parole che appaiono molto simili a quelle che Dylan Klebold aveva registrato come memoria per spiegare le ragioni di quello che i due autori della strage avevano definito il loro “piccolo giorno del giudizio” (“You’ve been giving us shit for years“). A tal proposito, vale forse la pena di notare come proprio Tyler sia la figura che più di tutte incarna l’ambiguità dell’essere allo stesso tempo vittima e carnefice. Nonostante il suo coinvolgimento nella vicenda, continua a non essere altro che lo sfigato che viene tenuto alla larga dal tavolo degli altri ragazzi popolari chiamati in causa da Hannah Baker con i suoi nastri. Nessuna esperienza in comune, neanche una intensa come quella che lo unisce agli altri, sembra riuscire a scalfire il muro che separa i ragazzi popolari dagli emarginati, i bulli dalle loro vittime: gli altri non vogliono farsi vedere in giro insieme a lui e si giustificano ostentando il loro disprezzo per il fatto che aveva molestato Hannah appostandosi fuori dalla finestra di casa sua e scattandole foto di nascosto. E tutto ciò mentre non sembrano avere alcun problema nel fare quadrato attorno agli atti di uno stupratore.

La Luna e il Dito

Non è vero che quando qualcuno indica qualcosa solo gli sciocchi guardano il dito. A volte c’è anche chi ha ben chiaro cosa viene indicato e non ha nessuna intenzione di volgere lo sguardo nella direzione definita per poi trovarsi a fronteggiare in pubblico qualcosa che considera sconveniente. E in questo caso, proprio come accade a una vittima reale, anziché voltare la testa per osservare ciò che viene indicato da Hannah, c’è chi preferisce concentrare la propria attenzione su lei che indica. Come accade alle vittime di violenza sessuale che al momento di denunciare i propri aggressori si trovano a dover rispondere a domande su come fossero vestite, su quanto e cosa avessero bevuto, sul loro comportamento e gli eventuali “segnali” che potrebbero aver lanciato ai loro assalitori – “magari senza rendersene conto” – davanti a un fronte di compagni di scuola formato da insensibili bugiardi e approfittatori egoisti, quando non di stalker vendicativi e di stupratori, il fatto che una parte dei commentatori focalizzi la propria attenzione sui comportamenti e sulle scelte della vittima appare come una scelta di campo.

Autrici come Leora Tanenbaum da molti anni denunciano la profonda e lacerante violenza insita nello slut-shaming, quella pratica che consiste nella distruzione completa della reputazione di una ragazza attraverso voci e pettegolezzi mirati a cucirle addosso l’abito della “sgualdrina”, una costante e asfissiante umiliazione che finisce col segnare il vissuto quotidiano della vittima con una selva di insulti e molestie, quando non anche aggressioni fisiche. Perché se si considera che una denuncia e un eventuale processo per stupro si basano in larga parte sulle testimonianze delle parti coinvolte, una ragazza con la reputazione di “sgualdrina” può diventare un facile bersaglio per un predatore, che potrà sempre difendersi dalle accuse sventolando ai quattro venti la reputazione a brandelli della sua controparte. La protagonista della serie è molto chiara sul fatto che tredici sono le ragioni del suo gesto. Ma questo non vuol dire in alcun modo che a tale numero si riduca anche la totalità delle umiliazioni o delle violenze subite. Lo scopo della sua narrazione non è di raccontare tutto quello che ha subito o di cui è stata vittima, ma solo di rivolgersi uno a uno a quelli che considera i principali responsabili della trasformazione della sua quotidianità in un inferno. A partire dalla foto scattata sullo scivolo del parco giochi o dal suo nome inserito nella lista dei migliori (e peggiori) tagli di carne sessuali della scuola, il problema non sono solo questi atti in sé, ma anche le conseguenze che ne sono scaturite. Il fatto che non racconti altri avvenimenti se non quelli che vedono coinvolti direttamente i destinatari delle cassette non vuol dire in alcun modo che non sia successo altro. Al contrario, proprio il parlarne il minimo necessario è la dimostrazione del livello capillare di diffusione delle voci che la circondavano: non ha motivo di perdere tempo a incidere su cassetta quello che tutti sanno, o che tutti pensano di sapere. Primi fra tutti proprio i destinatari dei suoi messaggi.

Per fare un esempio, quando Courtney Crimsen decide di proteggere la sua reputazione affossando ancora di più quella già compromessa di Hannah, non fa altro che disegnare un ulteriore cerchio su un bersaglio ormai ben definito e riconoscibile da tutti. E anche se la vittima non si dilunga a raccontare tutti gli episodi che hanno fatto seguito a quello citato nell’ambito del ballo scolastico, non c’è nulla che faccia pensare che la calunnia messa in giro dalla ragazza popolare sia nata e morta con la serata della festa. Dal punto di vista narrativo, in apparenza il personaggio di Hannah Baker sembrerebbe prigioniero di un paradosso del tipo Comma 22: il fatto che non racconti tutti o comunque altri eventi di cui è stata vittima lascia agli spettatori la piena libertà di pensare che non sia successo altro oltre a quanto lei narra in prima persona; ma se invece avesse deciso di spiegare ai destinatari quali erano le voci che circolavano su di lei si sarebbe esposta al rischio di non poter rispondere alla domanda su quale necessità potesse esserci di ricordare quelle cose che a suo dire erano sulla bocca di tutti. E a conferma di come sia proprio il suo silenzio sulle dicerie che circolavano a dimostrarne la diffusione interviene la tacita accettazione da parte degli altri protagonisti della vicenda. Il fatto che nessuno, incluso Clay, cioé un individuo che tutto sommato si collocava ai margini della vita sociale scolastica, si chieda mai quali potessero essere queste dicerie a cui si riferisce Hannah può significare solo una cosa: tutti hanno ben chiaro di quali voci sta parlando.

Come spesso accade di fronte a un’opera, non esiste un unico modo di leggerla e interpretarla, ma l’interpretazione che viene fornita non parla mai solo dell’opera in sé ma anche di chi effettua la lettura, delle sue scelte come dei suoi valori. Si può scegliere di fare un processo alla vittima, di giudicare le sue 13 ragioni una per una, oppure si può scegliere di esaminare quali ragioni avessero coloro che la hanno fatto del male per fare proprio ciò che (le) hanno fatto. In altre parole, si può scegliere di liquidare come superficiali tutte o alcune delle 13 ragioni che Hannah elenca come moventi del suo suicidio, e si può anche ignorare il fatto che quasi tutti quelli che le hanno fatto del male non ne avessero nemmeno una di ragione per umiliarla. E poi, al prossimo suicidio o alla prossima strage, si potrà ancora una volta fare finta che il gesto non sia opera di qualcuno che è stato molestato, abusato, umiliato, tormentato. E magari si potrà dare un pezzo di colpa anche a una serie televisiva, accusandola di aver innescato fenomeni di emulazione.

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Le Colpe Degli Altri

Nel diritto penale romano si affermava: in dubio pro reo. E’ l’assunto in base al quale un sospettato dovrebbe essere condannato solo nel caso in cui venga dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio indica come sia preferibile assolvere un criminale piuttosto che rischiare di punire un innocente. Meglio lasciare un crimine impunito piuttosto che compierne un altro facendo soffrire qualcuno che non ha colpe. Al contrario di quanto invece era messo in pratica nell’ambito dell’Inquisizione Romana, dove la colpevolezza era già formulata nell’accusa, e al reo non rimaneva alcuna possibilità di salvezza. Attraverso forme di tortura come quella del tratto di corda, l’accusato veniva forzato a confessare ciò di cui era accusato e accettare la sua condanna. Oppure, in alternativa, poteva provare a resistere al supplizio, qualche volta fino alla morte. Le opposte culture giuridiche erano, e sono, indici del grado di civiltà di un popolo, come anche della sua capacità di rapportarsi all’alterità. La caccia alle streghe e le condanne per blasfemia, le torture per costringere a confessare o abiurare e le sentenze di morte, sono tutti elementi di una cultura che si relaziona al prossimo attraverso l’eliminazione di ciò che viene percepito come una minaccia. Nemo tenetur se detegere, nessuno deve essere obbligato ad accusare sé stesso, afferma quello che dovrebbe essere uno dei cardini del diritto. Ma nonostante tutte le differenze del caso, ancora nel terzo millennio, un popolo che ringhia accuse di colpevolezza e strilla richieste di condanna al minimo indizio di sospetto è erede più della seconda cultura che non della prima. Ancora più quando questa furia non si abbatte su presunti colpevoli ma su evidenti vittime. Come è accaduto nel caso delle due giovani cooperanti liberate dopo una prigionia durata mesi, e sulle quali si è scatenata un’autentica grandinata di accuse e insulti di ogni tipo. Come se la vicenda fosse riuscita a toccare diversi nervi scoperti della cattiva coscienza collettiva, come una pioggia di scintille che incendiano la proverbiale coda di paglia. Accuse con la schiuma alla bocca come solo possono esserle quelle che vanno a scavare là dove si è sepolto qualcosa che non si vuole vedere, che non si vuole ammettere, e che in ogni caso non si desidera vedere sbandierato in pubblico. Come può reagire, ad esempio, il tipico uomo tutto-d’un-pezzo d’altri tempi che si trova a fronteggiare le voci insistenti che circolano nel suo paese sulla sessualità del figlio gay, che lui invece vorrebbe rimasse confinata all’interno delle mura domestiche.

La prima e principale accusa che è stata rivolta alle due ragazze è di essersi lanciate in un’avventura al di là della loro portata, e che questa sia stata la causa principale del loro rapimento. E’ l’elemento cardine della retorica che anima tutto l’impianto accusatorio di quello che non è stato altro che un ennesimo processo alle vittime. Le persone che finiscono con l’essere sequestrate in aree di guerra si contano a decine, e nella maggior parte dei casi si tratta di persone tutt’altro che inesperte, siano essi giornalisti o professionisti di varia natura e formazione. Il concetto attorno al quale si costruisce l’accusa non è altro che un semplice pregiudizio, infatti non è possibile in alcun modo affermare che se al posto delle due ventenni ci fosse stata una coppia di cinquantenni, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio. Viene obiettato che le due giovani si erano recate in un’area molto pericolosa, una zona in cui nemmeno professionisti ben più preparati si avventurano con leggerezza, come se questo fosse ciò che ha messo in moto le azioni dei rapitori. E appare evidente come la loro presenza nell’area ne abbia consentito la cattura, ma da questo non è possibile dedurre che non ci sarebbe stato alcun rapimento. Fornire l’occasione per la messa in atto di un’azione criminale non significa fornire anche mezzo o movente. Lo testimoniano i numerosi sequestri compiuti ai danni di persone delle più diverse professioni, sesso, età e nazionalità. Tra i tanti, ad esempio, solo un anno prima era stato liberato il giornalista Domenico Quirico, dopo un rapimento in area siriana durato cinque mesi. E in questo caso si trattava di un cinquantenne con una pluriennale esperienza come inviato di guerra. Chiunque affermi il contrario non sta facendo altro che trovare giustificazioni a posteriori a un proprio pregiudizio. Qualcosa di simile a quanto fatto una decina di anni prima quando, in occasione del suo tragico rapimento in Iraq, più di una voce si alzò per denigrare il giornalista Enzo Baldoni, utilizzando una sua battuta per affermare come si fosse mosso alla ricerca di vacanze col brivido, pericolose ed eccitanti. In pratica è lo stesso armamentario ideologico del “se l’è andata a cercare” quando una donna viene violentata.

Il progresso tecnico maschera l’immobilismo culturale. Aumenta la copertura WiFi nelle città, si diffondono gli smartphone e i lettori ebook, i televisori diventano sempre più sottili e un’astronauta italiana partecipa ad una missione spaziale internazionale. Ma altre cose rimangono sempre le stesse: i giornalisti che una decina di anni fa ridacchiavano come iene della sorte di Baldoni denigrandolo (“se l’è andata a cercare“), si ritrovano nelle parole di quanti anni dopo hanno sputato bile verso le giovani cooperanti (“se la sono andata a cercare“). Sono quelli che non perdono occasione per ripetere a chiunque che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa. (Salvo poi valutare come opportuno il muoversi sotto scorta quando è la loro incolumità ad essere in gioco.) E come loro, moltitudini inquisitrici non esitano a ripeterlo a loro volta, contribuendo ad amplificare e consolidare il processo di reificazione delle vittime. Il che non stupisce nemmeno un po’. Non solo perché si tratta di un triste copione che si ripete da anni, ma anche perché in un paese dove l’informazione si limita perlopiù al passaparola, chi si attiva e corre dei rischi in prima persona finisce oggetto di campagne denigratorie. Nel paese in cui la maggior parte dei servizi giornalisti si riducono a diffondere i comunicati delle questure, a scrivere editoriali carichi più di giudizi morali che di fatti, a costruire servizi intervistando i passanti o a raccattare curiosità su internet, chi si muove in prima persona non può essere dipinto se non come un esempio da non seguire. Anche coloro che dicono di riconoscersi nei valori della carità e del perdono, della comprensione e della carità, non perdono occasione per attaccare il prossimo se in qualche modo questo è portatore di una diversità sgradita (omosessualità, aborto, fecondazione assistita, cellule staminali, etc.), e possono anche definire comprensibile l’uso dei pugni quando gli insulti vengono rivolti a loro, o ai loro cari. Nell’ipocrisia generalizzata, la folla intollerante verso le due ventenni è la stessa che esige che venga prestata la migliore assistenza possibile al fratello che si è fatto male sciando fuori pista, ai figli inesperti che si sono intossicati mangiando funghi che avevano raccolto loro, alla nonna che è stata investita da un’automobile perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, e così via. Le disattenzioni di questi rappresentano costi (sanitari e non solo) che la società avrebbe l’obbligo di sostenere per il benessere di tutti. Ma quando si tratta di vicende come quelle delle cooperanti, gli eventuali costi dovrebbero essere coperti dalle vittime, o dai loro familiari.

Infatti, sebbene non sia stata diffusa alcuna notizia ufficiale relativa al pagamento dei rapitori, è più che plausibile credere che un riscatto possa essere stato pagato. Quale possa essere stata la sua entità è un dato che rimane confinato nell’ambito delle ipotesi e delle illazioni. Inoltre, ancora meno è dato sapere come saranno impiegati quei soldi. L’ipotesi che possano essere utilizzati per finanziare l’acquisto di altre armi è tutt’altro che campata per aria. Ma nel processo di reificazione delle vittime, l’ipotesi si trasforma in una certezza, e questa in una condanna. Tutta l’attenzione popolare e mediatica si concentra sulla figura dei potenziali compratori, come se sul campo non dovessero esserci anche dei venditori. Mantenere i riflettori puntati sull’acquisto altrove è un modo come un altro per non doversi confrontare con quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Infatti non solo il traffico internazionale di armi è uno dei più redditizi in ambito criminale, ma è anche legato al traffico di droga ed esseri umani. Il che significa che i soldi per le armi non finiscono nelle mani dei malintenzionati solo grazie ad eventuali riscatti. Ogni volta che un cliente italiano paga per abusare di una schiava sessuale immette liquidità in un circuito che contribuisce ad alimentare il traffico di armi. Come anche quando compra della droga per vizio o divertimento. Se per qualche motivo lo sguardo dei media si sposta in direzione di qualche mercato abusivo, dove ambulanti occupano il suolo pubblico per vendere merce rubata o contraffatta, l’opinione pubblica inveisce contro i venditori e contro le istituzioni che non intervengono per sgomberarli, come se in questo gioco di ruolo non ci fosse anche un terzo partecipante: il cittadino comune che si ferma a comprare ben sapendo di alimentare un mercato nero.

La società rispecchia la realtà giornalistica che la racconta, e viceversa. Anche e soprattutto quando glissa, tace o fa finta di non vedere. Come quando si disinteressa dei soldi che vengono versati nelle casse delle mafie da chi paga per fottere le schiave sessuali sbattute su marciapiedi di periferia a suon di minacce e percosse, o per sballarsi passando un sabato sera alternativo rimanendo su di giri fino all’alba. Salvo poi non transigere sul pagamento di riscatti per salvare delle vite. E’ ovvio che i soldi dati alla criminalità in cambio di droga e sesso non diminuiscono l’importanza che i pagamenti di riscatti possono avere nella compravendita di armi. Non si tratta di sminuire l’importanza di qualcosa parlando d’altro, nella classica ottica benaltrista. Piuttosto si tratta di guardare in direzione di ipocrisie e silenzi che raccontano ancora una volta la storia dell’autoindulgenza che si assolve reificando gli altri. Quella che si accanisce contro le vittime di un rapimento per giustificare il proprio egoismo, magari presentandolo nei termini di una necessità o di una cosa naturale. E’ l’ipocrisia che punta il dito contro la riduzione in schiavitù delle donne e lo sfruttamento sessuale in paesi lontani per non soffermarsi sul fatto che è qualcosa che accade anche nelle nostre città, ad uso e consumo di “onesti” concittadini. Che esibisce indignazione davanti all’inciviltà della condanna a morte di persone “colpevoli” solo di essere omosessuali, salvo poi scendere in piazza a manifestare contro le loro rivendicazioni di diritti, emarginandoli e spingendoli verso esistenze di solitudine e sofferenza. E che magari infine approva quando un famoso esponente del mondo politico si alza in piedi nel corso di un convegno e urla “culattone” a uno studente gay che aveva preso la parola.

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Charlie Che Visse Due Volte

Da quando la sede dell’ormai noto giornale francese Charlie Hebdo è stata trasformata nella sede di un sanguinoso attacco armato, uno dei temi che hanno dominato gli spazi mediatici è stato l’attacco alle libertà di espressione. Il quadro che si è definito è quello di un mondo tollerante e illuminato che si troverebbe minacciato dall’oscurantismo di una cultura proveniente dall’esterno. In questa ricostruzione, le libertà conquistate attraverso secoli di lotte per la civiltà e la laicità sarebbero minacciate dalla violenza prepotente di un particolare tipo di fanatismo religioso. Il che corrisponde al vero, perlomeno nella ristretta misura in cui un gruppo di persone armate fa irruzione all’interno della redazione di un giornale con lo scopo di vendicare quelle che sarebbero state giudicate come offese di natura religiosa. Ma l’impianto inizia ad esibire qualche crepa nel momento in cui un simile evento viene sfruttato per veicolare l’immagine di qualcosa che è meno solida e scontata di come viene presentata: la libertà di espressione. A sentire le dichiarazioni di politici (e non solo) delle più diverse estrazioni sembrerebbe quasi che nessuno di questi abbia mai contestato la diffusione di opere con contenuti a loro sgraditi. Desiderosi di sfruttare l’indignazione popolare, perfino soggetti che di solito pronunciano la parola “tolleranza” a fatica e con una malcelata espressione di schifo alzano i vessilli della Libertà di Espressione, con lo scopo di auto-eleggersi Difensori dei Valori dell’Occidente. E nell’era della comunicazione politica 2.0, per auto-assolversi agli occhi di una buona parte del pubblico non sono necessari discorsi complessi, giustificazioni e motivazioni. In realtà non serve nemmeno ingegnarsi per ottimizzare l’impiego dei 140 caratteri a disposizione in un tweet. E’ più che sufficiente utilizzare l’hashtag del momento per sfilare disinvolti sul tappeto rosso del trend più attuale. In fondo, il carro dell’indignazione è un po’ come quello dei vincitori: chiunque voglia salirvi a bordo riesce sempre a trovare un po’ di spazio.

La folla virtuale che sbandiera lo slogan #jesuischarlie racconta la storia di un mondo che ama attribuirsi una figura nobile e tollerante. Poi, il fatto che una simile immagine possa corrispondere al vero o meno passa del tutto in secondo piano. Infatti, più che un ritratto realistico si rivela essere una favola moderna: semplice e rassicurante. Una volta tolte tutte le sovrastrutture retoriche, ciò che rimane è una moltitudine a cui interessa tutelare solo la propria libertà. Il paese che reagisce indignato di fronte alla storia degli stranieri che vorrebbero mettere un bavaglio alle idee e all’informazione a suon di proiettili, è lo stesso che vorrebbe cancellare tutto ciò che non è di suo gusto. Si tratta di qualcosa che possono ben ricordare, ad esempio, quanti avevano seguito le vicende legate alla distribuzione del secondo lungometraggio di Ciprì e Maresco. Infatti nel 1998, cioè tre anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle e del seguente riaffiorare di intrecci tra nazionalismi e identità religiose, i registi palermitani realizzano il film Totò Che Visse Due Volte, attirandosi addosso una dura reazione istituzionale. Si tratta di un’opera che esibisce diverse vicende suddivise in tre e episodi e che nel suo insieme offre un quadro di un’umanità degradata immersa in una realtà deforme. E la religiosità ne è parte integrante, raccontata attraverso lo scemo del villaggio che si masturba con una statua della Madonna, un presunto messia volgare e prepotente che maltratta discepoli e seguaci, un’ultima cena grottesca e lasciva, e così via.

Per gli autori non si trattava di un attacco alla religione, quanto piuttosto di una sua rappresentazione nel contesto di una civiltà degradata: ora uno strumento di sopraffazione, ora un mezzo per la soddisfazione di pulsioni tutt’altro che nobili. La religione non sarebbe fonte di degrado, quanto piuttosto una vittima: in un contesto dove tutto è grottesco e volgare niente può salvarsi, inclusa la religiosità. Tuttavia la Commissione di Censura era di parere diverso e intenzionata a vietare il film a tutti. Non muovendosi di un millimetro oltre una letterale dell’opera, invocava la Censura di Stato affermando che si trattava di un prodotto degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo nei confronti del buon costume, e con un esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso”, e contenente sequenze “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”. In pratica, le stesse cose che molteplici voci provenienti dal mondo islamico affermano in merito a vignette che considerano offensive. Come queste anche il film riuscì a superare blocchi e censure per raggiungere il pubblico, seppure con un divieto ai minori di 18 anni. Ma la questione non riguarda l’esito del singolo film in questione, quanto piuttosto l’evidente intolleranza nei confronti di ciò che non si condivide e il desiderio nasconderlo, bloccarlo o eliminarlo.

Gli oltre 15 anni che separano i fatti attuali da questo episodio non hanno segnato cambiamenti degni di nota in merito. Ad esempio, non sono trascorsi molti mesi da quando diverse associazioni di telespettatori cattolici hanno invocato la censura preventiva della striscia comica LOL, colpevole di aver mandato in onda uno sketch con un bacio gay tra Gesù e un altro uomo. O da quando le stesse voci hanno chiesto l’eliminazione dai palinsesti della pluri-premiata serie della HBO Il Trono Di Spade, accusata di veicolare contenuti immorali e “pornografici”. Questi sono solo un paio di esempi tratti da un lungo elenco di iniziative che sembrerebbero contraddire le affermazioni in merito alla libertà di parola. Ma solo fino a quando ci si illude che tutti quanti invocano diritti e libertà stiano parlando per tutti, e non solo per loro stessi e il gruppo al quale più si considerano appartenenti.

Una volta liquidata come poco più che finzione, come mera retorica atta a rendere presentabili le posizioni identitarie soggiacenti, il tutto si ricompone all’interno di un quadro coerente. Sotto il rassicurante e narcisistico travestimento della libertà e della tolleranza si intravedono le forme di una ricerca dell’affermazione unilaterale. Con strategie passivo-aggressive, i media assecondano le richieste delle folle dando la caccia ad associazioni islamiche e chiedendo loro di condannare l’episodio. A differenza di quanto accaduto, ad esempio, dopo la strage compiuta dal fondamentalista cristiano Anders Breivik, in riferimento alla quale non è stato chiesto ad associazioni religiose cristiane o a movimenti xenofobi di dissociarsi dall’accaduto, ai cittadini di fede mussulmana veniva chiesto di prendere le distanze dall’avvenimento. E non di rado queste stanno al gioco, senza rendersi conto che le prese di distanza non servono ad altro che ad alimentare la retorica strumentale di una sottintesa vicinanza. Infatti non ci si dissocia se non da ciò a cui si potrebbe essere associati, come non si prendono le distanze se non da ciò a cui si potrebbe essere accostati.

Quella che a parole si era presentata come una presa di posizione progressista, nei fatti si è rivelata essere un ennesimo esempio di strategia della vittima. Per una nutrita maggioranza si tratta dell’occasione quotidiana per distribuire responsabilità, cercare alibi, inchiodare a colpe. Non è importante individuare un vero colpevole, infatti l’obiettivo primario si configura piuttosto avere degli obiettivi da mettere alla gogna. Un giorno l’indice può essere puntato in direzione degli immigrati che tramerebbero per imporre le loro regole e sarebbero portatori di arretratezza culturale; il giorno dopo invece, una volta esauritasi la parabola del lutto, lo stesso dito può cambiare obiettivo e con disinvoltura per fissarsi sui vignettisti amorali e irresponsabili, che con le loro “provocazioni” metterebbero a rischio la sicurezza sociale attirando l’attenzione di fanatici ed estremisti. Come già visto, la contraddizione tra le due diverse posizioni è solo apparente, e svanisce del tutto nel momento stesso in cui le si osserva all’interno di un contesto più ampio, quello dei pretesti e delle giustificazioni unilaterali.

Come nella classica favola del Lupo e dell’Agnello, è irrilevante che le affermazioni siano veritiere o meno. Ciò che per molti davvero conta è mantenere lo status quo distribuendo a piene mani giudizi e colpe. Infatti il vittimismo è una strategia che può essere utilizzata da minoranze per ottenere spazi e visibilità (quando cioè ha un fondamento concreto), ma quando viene messa in atto da chi già occupa lo spazio pubblico allora l’obiettivo diventa un altro: mettere a tacere divergenze e dissensi. In pratica, non si tratta di altro che di conservazione del predominio in un contesto asimmetrico: un giorno è possibile rivendicare la libertà per tutelare la propria possibilità di interfacciarsi con gli altri secondo le modalità che più si preferiscono, e il successivo si possono invocare limiti alla stessa per evitare che la controparte possa fare altrettanto. E’ un disinvolto insieme di intransigenza e indulgenza: tanto intransigenti verso gli altri quanto indulgenti verso se stessi. Per fare un esempio, è la strategia messa in atto dalle associazioni cattoliche nelle loro azioni di contrasto alle rivendicazioni di diritti civili da parte degli omosessuali: pur rappresentando una maggioranza che gode di più diritti perfino di quanti ne preveda la loro stessa religione (come, ad esempio, l’accesso all’istituto del divorzio), le prime contrastano le richieste dei secondi come se queste rappresentassero una minaccia per loro. Nei contesti asimmetrici come questo, chi si trova in posizione superiore considera un proprio diritto la possibilità di rapportarsi agli altri come preferisce, anche quando si tratta di trasgredire dei precetti ai quali si dovrebbe attenere, mentre denuncia come aggressiva ed offensiva la possibilità che la controparte possa fare altrettanto. Perché i divieti che devono essere rispettati sono sempre quelli che riguardano gli altri, e l’omosessualità è un peccato che non può ammettere indulgenza alcuna. Ma se il peccato consiste nell’uso di contraccettivi o di sesso (eterosessuale) fatto per il puro piacere di farlo, allora è tutta un’altra storia.

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Il Frutto Proibito

Avrebbe potuto essere una mattina come tante altre. E per molti lo fu. Ma non per tutti. Infatti, da un giorno all’altro, le persone che si trovavano a transitare attraverso una particolare via di Milano, furono costrette a farlo all’ombra di un paio di gigantesche figure che le sovrastavano con le loro ingombranti presenze. Si trattava di un paio di cartelloni pubblicitari di biancheria intima, indossata per l’occasione da Belen Rodriguez. Senza perdere tempo, alcuni di questi cittadini si sono riuniti in un comitato e si sono attivati subito per chiederne la rimozione in quanto, a loro dire, le sexy curve della nota argentina avrebbero potuto distrarre gli automobilisti e causare incidenti stradali. Nel giro di pochi giorni le richieste dei cittadini sono state esaudite e i cartelloni tentatori sono stati rimossi per lasciare spazio ad altri giudicati più casti. In realtà, nel periodo in cui i cartelloni sono rimasti esposti non è stato rilevato alcun incremento degno di nota nel numero degli incidenti automobilistici. Motivo per cui non sembra del tutto campato per aria sospettare che la vera ragione per cui è stata richiesta la rimozione dei manifesti pubblicitari fosse un’altra. Qualcosa che riguarda più la sfera morale dei cittadini che si sono mobilitati, anziché una reale ed effettiva pericolosità sociale, addotta piuttosto come scusa in alternativa alla motivazione reale. Un po’ come quando qualche associazione di telespettatori protesta contro un programma che non considera di proprio gradimento, affermando di agire in difesa di una categoria “debole” (in particolare: i bambini). I manifesti avevano ricevuto una regolare autorizzazione all’affissione da parte delle autorità, e non esibivano niente che non si fosse già visto da tempo. Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a esentarli da accuse posticce. Nel paese in cui la libertà di espressione viene invocata (e tutelata) anche ogni volta che qualche gruppo reazionario decide di manifestare la propria contrarietà alle richieste di diritti altrui, un banale manifesto pubblicitario sexy può essere rimosso se giudicato inappropriato da qualche rappresentante di una morale conformista.

In ogni caso, anche senza addentrarsi nei meandri di un’indignazione collettiva che utilizza episodi come questo per dare una rinfrescata alla propria moralità ed esibire in pubblico una verginità ricostruita per l’occasione, l’ipocrisia generale appare chiara già a partire dalle motivazioni addotte. Si tratta di una forma di falsità analoga a quella di chi va alla funzione della domenica mattina a scambiare un segno di pace, per poi uscire dalla chiesa e riempirsi le tasche di pietre da scagliare contro quelli che giudica peccatori: tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione, ma chiunque non sia disposto a dire la cosa giusta farebbe meglio a stare zitto. L’idea che una qualche pubblicità debba essere rimossa in quanto possibile fonte di distrazione per i passanti appare tanto più surreale quanto più ci si sofferma sull’evidenza che attrarre l’attenzione è lo scopo di qualsiasi comunicazione commerciale. Non esiste manifesto pubblicitario che non sia esposto se non con lo scopo di attrarre l’attenzione dei passanti. Le immagini sexy non sono l’unico modo, ma di sicuro rappresentano un mezzo molto diretto. Se ci fosse una reale intenzione di tutelare l’attenzione degli automobilisti da possibili distrazioni sparse in giro, sarebbe necessario chiedere il divieto di tutti i messaggi pubblicitari affissi in zone visibili da chi è alla guida di un mezzo qualsiasi. Nessuna attività che intenda promuovere se stessa investirebbe denaro in manifesti stradali con lo scopo di non attirare l’attenzione di chi passa davanti. Inoltre non è affatto detto che le curve di Belen Rodriguez siano una fonte di distrazione maggiore rispetto, ad esempio, all’offerta di qualche popolare bene di consumo a un prezzo molto conveniente, che si tratti di qualche capo d’abbigliamento alla moda, di uno smartphone o altro ancora. Anzi, se ci si sofferma a valutare gli eventi, è più facile citare episodi di disordini al di fuori di negozi in occasione di vendite sottocosto, che non nei luoghi dove è possibile acquistare capi di biancheria pubblicizzati da donne sexy. Appare ovvio che, come non si può dire che chi incolla gli occhi sull’epidermide di Belen Rodriguez rappresenta un pericolo maggiore rispetto a chi scruta un’insegna per capire quando e dove un nuovo smartphone sarà venduto con uno sconto del 50%, allo stesso modo non è possibile sostenere il contrario. Ciò non toglie che risulta piuttosto difficile ricordare episodi in cui un comitato di quartiere si sia impegnato in favore della rimozione di un manifesto che invita ai saldi al centro commerciale di zona, magari sostenendo proprio che l’esibizione di offerte troppo allettanti potrebbe distrarre chi si trova alla guida.

In altre parole, nonostante tutte le presunte forme di emancipazione, alla base di tutto è ancora possibile trovare l’idea che sia sempre colpa della donna che continua a tentare l’uomo con qualche frutto proibito. Motivo per cui se qualche uomo dovesse rischiare di causare un incidente stradale perché ha incollato i propri occhi alle curve sexy di una modella su un manifesto, la colpa sarebbe da imputare a quest’ultimo e non a chi non ha prestato sufficiente attenzione alle sue azioni. E’ la stessa cultura in base alla quale, nelle notizie di cronaca che trattano di squillo minorenni, si sente spesso parlare di “baby prostitute” e quasi mai di “clienti pederasti”. E’ la stessa cultura per cui una vittima di stupro rischia di essere colpevolizzata, magari perché indossava vestiti provocanti, o perché si era incamminata di notte verso casa da sola, o perché si è fidata di uno sconosciuto, e così via.

E soprattutto è anche quella stessa cultura in base alla quale il maschile viene declinato al plurale mentre il femminile può essere declinato anche al singolare. Di fronte ad uomini che hanno cura di sé in modi che in passato erano perlopiù femminili (che si depilano, usano creme, oli ed unguenti, etc.) non ci sono discussioni a proposito di un’ipotetica “femminilizzazione del corpo maschile”, ma se delle donne utilizzano la loro fisicità per scelta o professione allora non è raro sentir parlare di “mercificazione del corpo femminile”. In pratica, ci sono i corpi maschili e c’è il corpo femminile: ogni uomo è libero e risponde solo di sé, mentre ogni donna può essere chiamata a rispondere di tutto il genere femminile.

Anche nell’era degli smartphone e dei social network, la cultura del “si fa ma non si dice” continua ad essere viva e vegeta. Più che in qualsiasi altro campo, in ambito pubblicitario è l’Immagine stessa ad essere merce di per sé, a prescindere dal contenuto che ritrae. E non potrebbe essere altrimenti. Un messaggio pubblicitario ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla propria merce in modo tale da renderla desiderabile. Quindi se si tratta di indumenti intimi femminili è molto probabile che saranno impiegate modelle giovani e in forma. Non fosse altro che per il fatto che sono quelle che meglio possono far risaltare forme, colore e dimensioni dei prodotti. Infatti, quello che si dimentica è che il target di tali prodotti non sono gli uomini, ma le donne. Nessuna azienda spende soldi per studiare, realizzare e diffondere campagne pubblicitarie rivolte a chi non compra il prodotto in promozione se non in rari ed isolati casi. Le aziende non spendono migliaia di euro con lo scopo di far sì che i passanti possano ammirare qualche culo a gratis. Se ci fossero indagini di mercato che dimostrano che le donne potrebbero essere più invogliate a comprare indumenti intimi se questi fossero mostrati indosso a delle novantenni sovrappeso o in mano a pervertiti sudati che le annusano, è probabile che il panorama pubblicitario sarebbe diverso. Ma allo stato attuale, non è così. In fin dei conti, nonostante tutte le polemiche e le possibili accuse di maschilismo, si tratta di comunicazioni rivolte a un mercato perlopiù composto da donne e a un loro immaginario di riferimento. Quindi, riassumendo, delle immagini che ritraevano una donna allo scopo di promuovere un prodotto presso un mercato femminile, sono state rimosse perché avrebbero potuto essere una fonte di distrazione per gli uomini. Si fa ma non si dice, appunto.

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I Giorni di Salem

C’è stato un tempo in cui era di moda incolpare la televisione per il degrado della popolazione. Poi è arrivato internet, e quella moltitudine di spettatori silenziosi ha avuto accesso ad uno spazio da cui parlare. Il tanto osannato uomo della strada non ha più avuto bisogno di alzare la voce al bancone del bar o in coda alla posta o al supermercato per trovare una platea a cui rivolgersi. Basta una connessione ad internet e l’accesso a piattaforme che permettono i commenti, ed è possibile sentenziare senza sosta. Tutti quei programmi televisivi come Drive In, bistrattati dai più blasonati apparatcik culturali come veicoli di ignoranza e degradazione, si rivelano essere stati parecchio benevoli nei confronti dei soggetti che rappresentava in forma caricaturale. I commenti e le discussioni moltiplicano le visite, e queste aumentano le entrate. Quindi, in nome della libertà d’espressione, i maggiori quotidiani nazionali lasciano spazio ad odio e violenze verbali di ogni tipo. L’unica blanda limitazione riguarda l’invito a non utilizzare forme di turpiloquio. I moderatori intervengono spesso per ricordare che non si può scrivere “cazzo”, “minchia”, “troia”, “merda” e “vaffanculo”, ma non sembrano essere disturbati dalla grande mole di commenti razzisti e sessisti. Non da chi invoca la pena di morte per sconosciuti sulla base di un titolo ad effetto, e nemmeno da chi fiero esibisce i propri pregiudizi e rigurgita astio contro minoranze di ogni tipo. Per fare un esempio brutale: non si può scrivere che “anche le frocie hanno diritto a vedere riconosciute le loro unioni e, se lo desiderano, ad occuparsi di bambini, come qualsiasi essere umano“, ma si può scrivere che “gli omosessuali sono malati e pervertiti da curare e isolare per evitare che corrompano la società“. Appare chiaro che il mondo dell’informazione non è innocente, ma non è nemmeno l’unico colpevole. E mostra il suo vero volto quando si accoppia all’intrattenimento, come nei popolari salotti televisivi. Tanto più ha successo quanto più riesce a padroneggiare la dote principale della perfetta puttana: dare al cliente quello che desidera ancora prima che lui lo chieda, anche quando questo si vergogna di farlo ad alta voce. Per assurdo, non è difficile immaginare che se al grande pubblico interessasse la scienza, le note signore dei talk show pomeridiani parlerebbero con entusiasmo di genetica, chimica e matematica.

Invece ogni giorno lo spazio delle informazioni viene dominato da poco più di una manciata di notizie. Quasi sempre le stesse che si susseguono nei titoli di testa dei TG. Tra queste, quelle che riescono a connotarsi come storie riescono a durare più giorni. A volte settimane. In qualche caso mesi o anni, soprattutto se la vicenda presenta risvolti torbidi e pruriginosi. Nelle discussioni che le accompagnano è raro rinvenire tracce di una reale volontà di confronto. Sono scontri tra persone che monologano parlandosi addosso e cercando di mettere a tacere i dissidenti: il tema del momento è lo spazio aperto nel quale è possibile unirsi al coro con cui ci si identifica, per radicare ancora più in profondità le proprie posizioni. In rete non c’è bisogno di alzare la voce per soverchiare l’interlocutore, è sufficiente non leggerlo. A prescindere dalle posizioni espresse, dall’adesione o meno all’opinione di una maggioranza (o di quella che viene riconosciuta come tale), il fatto stesso di trattare un argomento secondo tempistiche dettate dai trend mediatici mainstream comporta la rinuncia a confrontarsi con ciò che invece non viene preso in considerazione. E’ il talk show perfetto, quello che può andare avanti all’infinito senza limiti di partecipazione, di pubblico, di orari, di argomento. E come tale agisce a livello di mezzo prima ancora che di messaggio. Blog e social network non solo non rappresentano una minaccia per l’informazione “classica”, ma al contrario funzionano da amplificatori. Che si tratti delle intercettazioni di un politico, di un tweet da parte di un personaggio più o meno noto, di un caso di cronaca o di qualunque altro esempio preso dagli innumerevoli che ogni giorno affollano le pagine (web e non), la meccanica è sempre la stessa: la folla si indigna, chiede la testa del cattivo del momento e poi passa ad altro. Le belle parole a proposito dei diritti delle persone vengono smentite non appena vengono pronunciate. Le folle armate di pietre e forconi che andavano in giro a bruciare le streghe, a linciare le puttane adultere e a massacrare i sodomiti hanno trovato nuovi villaggi. La libertà di opinione, e il diritto ad esprimerla, non è limitata solo dalle leggi che la regolamentano, ma anche e soprattutto dalla morale di una maggioranza che la valuta e si erge a tribunale, a seconda dell’istanza del giorno. I diritti di alcuni sono utilizzati per negare quelli di altri.

All’interno di un simile contesto, scegliere di fare altrimenti non è una forma di benaltrismo, uno slittamento verso altri temi per evitare di affrontare una questione spigolosa. Al contrario, rappresenta la scelta di spostare l’obiettivo: mettere a fuoco ciò che è stato trascurato, ciò che non è stato preso in considerazione in prima istanza. Significa presentarsi in ritardo al banchetto dell’informazione, dopo che i pezzi più richiesti sono stati gettati in pasto alla voracità del pubblico, e passare in rassegna gli avanzi. Perché se da un lato è il panorama informativo a stabilire il calendario dei casi, delle polemiche, e perfino delle emergenze, dall’altro è il pubblico a scegliere a cosa interessarsi e per quanto tempo. Non ci sono forme di condizionamento o manipolazione mentale che influirebbero su moltitudini altrimenti innocenti: in assenza di forme di costrizione fisica, nessuna propaganda ha effetto se chi la subisce non è disposto ad accettarla. Il linciaggio mediatico quotidiano non fa altro che assecondare la fame di teste mozzate che le tricoteuse 2.0 invocano da dietro una tastiera. A distanza di quasi un secolo – nell’era del wi-fi, degli smartphone e del cloud computing – il popolo italiano continua ad abbaiare la propria fame di pene severe per i nuovi Girolimoni. Facendo trapelare come spesso l’indignazione non sia altro che ipocrisia in malafede.

You can leave your shirt on

Secondo un noto proverbio, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ricorrendo all’attualità si potrebbe dire: quando lo scienziato parla della missione che ha visto atterrare un lander su una cometa, lo stolto osserva la camicia che indossa e si indigna perché ci sarebbero disegnate delle pin up. Ma come spesso accade, lo scandalo è figlio della superficialità, e dell’ignoranza. Infatti sarebbe stato sufficiente guardare con solo poca attenzione in più per rendersi conto che quelle ritratte non sono diverse donne, ma solo una ritratta con diversi costumi e in diverse posizioni. E soprattutto che non si tratta di una pin up. Nel complesso, i disegni rimandano più all’immaginario supereroistico che non a quello di Playboy o Penthouse. Le immagini ricordano più Vedova Nera, Catwoman o Emma Frost che non le conigliette della villa di Hugh Hefner. E la dimensione che ne costituisce la cornice è di sicuro più affine a quello delle Bond Girls, che non alla realtà delle reginette dei concorsi di bellezza. Questo non significa che le critiche rivolte allo scienziato sarebbero state giustificate se sulla maglia ci fossero state davvero delle pin up, ma solo che, oltre ad essere di dubbia rilevanza, tali contestazioni si scagliano contro un bersaglio inesistente. In altre parole: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito e si arrabbia perché pensa che qualcuno gli stia facendo un gestaccio.

Tuttavia, nel grande talk show virtuale gli effetti di una stupidaggine non rimangono limitati ad un episodio in sé, ma si allargano a macchia d’olio: l’effetto farfalla che ne segue è una cartina tornasole dell’ottusità. Puntale arriva chi non manca di approfittare della polemica in corso per rivendicare, in modo non meno pretestuoso, una conferma ai suoi stereotipi di genere. In particolare quello secondo cui le donne penserebbero solo ai vestiti mentre sono gli uomini ad occuparsi di cose importanti. Un elemento centrale accomuna le due opposte fazioni: il completo disinteresse nei confronti del fatto che la maglietta incriminata fosse proprio il frutto del lavoro di una donna. Come le donne non pensano a chi l’ha disegnata ma solo all’uomo che la indossa, così gli uomini fanno altrettanto per concentrarsi sulle reazioni isteriche di alcune esponenti del gentil sesso. In altre parole: contro le donne che pensano che tutti gli uomini sono dei maiali si muovono in prima fila quelli che affermano che in fondo le donne non sono altro che troie che pensano solo all’abbigliamento. E’ la disonestà intellettuale che spiana la strada al linciaggio virtuale. Questi soggetti accusano le donne di incoerenza: mettono a confronto le donne che protestano per non essere giudicate sulla base dell’aspetto fisico con quelle che invece stanno contestando una maglietta, con lo scopo di renderle bersagli di scherno e ludibrio pubblico. Come se le une e le altre non rappresentassero gruppi diversi, non di rado in contrapposizione tra loro. L’idea di un corpo (collettivo) delle donne viene abbracciata con entusiasmo proprio da quanti sguazzano nelle generalizzazioni: si punta il dito contro un obiettivo per denigrare una moltitudine. Questo è quanto può accadere in relazione ad una semplice maglietta colorata, ma quando le vicende interessano un pubblico più ampio, come ad esempio in un caso di cronaca nera, il livello di recrudescenza incrementa in misura proporzionale all’attenzione che riesce ad attrarre.

Quell’irresistibile voglia di forca

E’ la caccia alle streghe in versione 2.0. E’ il terrore giacobino guidato da tuttologi e moralisti dalle dubbie credenziali. Ci sono molteplici Comitati di Salute Pubblica, ognuno adatto a qualsiasi pregiudizio o avversione. A fronte di un qualsiasi evento, il colpevole deve essere individuato al più presto.  E non è necessario informarsi a fondo per valutare la situazione. Alla giustizia sommaria bastano i titoli strillati. Il mondo dove uno scienziato con una maglietta simil-supereroistica si trova trasformato in un simbolo della disparità sessuale, e dove le donne che lo contestano diventano la voce di tutte le donne che “si sa, pensano solo ai vestiti“, è anche quella stessa realtà dove i diversi sono criminali, dove gli ebrei sono a capo di oscuri complotti ai danni della popolazione mondiale, dove i gay sono malati da curare, dove le donne vengono obbligate a prostituirsi e violentate come schiave sessuali solo nei paesi nemici, e così via. Niente e nessuno viene risparmiato. Deve sempre esserci un colpevole contro cui puntare il dito. Anche solo per rinfacciare ad una madre in lutto per la perdita di una figlia che sarebbe dovuta rimanere in casa e non andarsene in vacanza con le amiche. C’è chi si erge a sentinella dei costumi e rivendica il proprio diritto ad esprimere un’opinione anche e soprattutto quando questa ha il solo scopo di negare quelli altrui, rivendicando per sé una superiorità morale non molto diversa rispetto a quella che in carcere attribuisce a se stesso il pluriomicida messo di fronte all’autore di reati minori rispetto al suo, ma che lui e i suoi simili disprezzano.

Non importa dove ha avuto luogo un fatto. Ovunque ci sarà sempre una folla pronta ad accalcarsi all’esterno di tribunali e questure per chiedere in coro il ripristino della pena di morte. Vox populi, vox dei: se il popolo urla la sua sentenza, allora la condanna non può essere altro che divina. Una sentenza tanto più sicura quanto più la folla identifica sé stessa come “credente”, a dispetto del fatto che nella messa della domenica la sua autorità religiosa ha ricordato l’insegnamento secondo cui non bisognerebbe giudicare per non essere giudicati. Nel mondo della democrazia diretta, quello dove sarebbe il popolo a decidere su tutto, essere indagati significa essere colpevoli, e cercare di difendersi non significa altro che nascondere la propria colpevolezza. Proprio come avveniva nei processi inquisitori, in cui l’accusato poteva solo scegliere tra confessare la colpa di cui era accusato e accettare la sua condanna, o resistere alle torture fino alla morte. L’idea che un individuo sia da considerare innocente fino a prova contraria non è nulla più di uno slogan di cui si è smarrito il senso: ora un indagato è da considerare colpevole fino a quando non se ne trova un altro che lo sostituisca. E se la folla potesse emettere la propria sentenza di condanna, non avrebbe problemi a farlo subito dopo aver scoperto che le accuse sono state formulate, per poi procedere a chiudere l’imputato in una cella e buttare via la chiave. Perlomeno in assenza della possibilità di mozzare teste e farle rotolare dentro un cesto.

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Pasolini e i Figli di Poveri

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.

(Da “Il PCI Ai Giovani“, Pier Paolo Pasolini, 1968)

E’ difficile pensare a un modo più cinico e brutale di infangare la memoria di un autore rispetto al trasformarlo in un simbolo di qualcosa contro il quale non solo solo si è sempre schierato, ma di cui ha anche dovuto subire la violenza. Nel caso specifico di Pier Paolo Pasolini si tratta della reiterata affermazione secondo la quale si sarebbe schierato a favore della polizia e contro i manifestanti. Quasi come fosse una variante della Legge di Godwin, quanto più una discussione su qualche scontro di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine e si allunga, tanto più le probabilità che qualcuno citi Pasolini in favore delle seconde tendono a uno. Con la tipica arroganza che può derivare solo dall’ignorare le idee dell’autore nella sua interezza, spesso qualcuno ritiene opportuno intervenire per fare presente agli interlocutori che anche Pasolini si schierava dalla parte degli uomini in divisa perché “i poliziotti sono figli di poveri“. Dimostrando in questo modo non solo di citare un autore che forse mai si è curato di leggere (e tanto meno di capire), ma anche di non aver avuto la decenza di leggere (e capire) il breve testo dal quale la nota affermazione viene estratta per essere citata. Infatti, basterebbe proseguire di pochi versi per leggere come lo stesso affermi di essere d’accordo con gli studenti “contro l’istituzione della polizia“, per poi sfidarli a prendersela “contro la Magistratura“. Il PCI Ai Giovani non è, e non è mai stata, una poesia in favore della polizia. E al di là delle apparenze non era diretta nemmeno contro gli studenti “figli di papà” in quanto tali. Piuttosto si trattava di una riflessione critica sul rapporto tra borghesia e sinistra italiana, di come questa stesse intraprendendo una decisa svolta verso destra senza nemmeno rendersene conto e di come le azioni dei movimenti studenteschi ne fossero un esempio.

Si tratta di un approccio analogo a quello che pochi anni dopo guiderà la mano di Elio Petri nella realizzazione di alcuni dei suoi film più graffianti ed incisivi, come La Classe Operaia Va In Paradiso. (Non a caso, entrambi gli autori furono perciò oggetti di violenti attacchi da parte della critica loro contemporanea.) Si tratta di quella deriva che farà sì che nel giro di pochi decenni proprio un governo di sinistra autorizzi l’uso di bombardieri italiani su un paese confinante. E che non molti anni dopo dimostrerà di non aver nessun problema ad accettare l’idea che a Genova, per 3 giorni nel Luglio 2001, possa essere stato messo in funzione un vero e proprio lager, muovendosi in prima persona per ricompensare il Capo della Polizia di allora con diverse cariche di prestigio. Per Pasolini, l’evoluzione dei tempi imponeva la necessità di un ripensamento dell’autoritarismo: il fascismo, così come si era affermato nel Ventennio, era una categoria obsoleta e superata. Ma le pulsioni totalitarie che l’avevano animato erano ancora in vita e continuavano ad agire, seppure in una forma che predilige la persuasione e la manipolazione all’uso dei manganelli. Ma che tuttavia non si fa scrupoli ad utilizzare mezzi di repressione più diretti quando il semplice dialogo non appare sufficiente.

Negli anni che seguirono il ’68, Pasolini dedicò molto tempo ed energie a mettere a fuoco il presente di una società nella quale quella che sembrava una rivoluzione di classe si andava delineando come uno scontro di forze all’interno della borghesia stessa. Le sue critiche contro l’affermarsi del consumismo e la diffusione dei mezzi di comunicazione non rappresentavano una forma di nostalgia verso una mitica Arcadia contadina. Piuttosto erano un tentativo di mettere in guardia sull’anima autoritaria che si agitava sotto l’aspetto educato e liberale delle diverse forme di potere. Non sentiva nessuna nostalgia nei confronti dell’Italietta omologata e conformista del dopoguerra, e tanto meno era ostile o contrario allo sviluppo o al progresso. I suoi riferimenti alla spontaneità contadina avevano piuttosto lo scopo di mettere in luce l’ipocrita doppiezza di una società nella quale progressisti e reazionari si rivelano essere le proverbiali due facce della stessa medaglia: la rivoluzione conformista. Ai suoi occhi, il razzismo di buona parte della sinistra italiana non aveva nulla da invidiare a quello tipico della destra, a partire dal disprezzo verso la cultura popolare fino ad arrivare all’emarginazione delle divergenze e del dissenso. Una sinistra che della destra assecondava anche le posizioni clericali e reazionarie, in linea con il pensiero secondo cui ciò che non rientra all’interno di schemi considerati “accettabili” è la manifestazione di un Male con il quale non è possibile dialogare, ma che deve essere annullato o ridotto all’impotenza. Il tutto condito da una intransigenza morale nei confronti degli avversari pari solo all’indulgenza nei confronti di se stessi e del proprio schieramento. Si tratta di quel modo d’agire che nel giro di pochi anni si concretizzerà sempre di più, ad esempio, nella retorica del servo avversario, quella per cui un alleato che difende un’idea o un’opinione agisce in osservanza della verità e di nobili principi, mentre qualcuno che lo fa aderendo a posizioni diverse o opposte regolerebbe la propria azione solo per interesse, in quanto pagato o più in generale al servizio di qualcun altro. E’ la retorica dell’ipocrisia cattolica di quanti non si fanno scrupoli se si tratta di utilizzare contraccettivi e a fare sesso per soddisfare le proprie voglie, nonostante i dettami contrari della Chiesa, ma che diventano intransigente quando si tratta, ad esempio, del piacere altrui. Tanto più quanto e quando questi piaceri fanno riferimento a orientamenti sessuali differenti.

Per Pasolini, l’assenza nel paese di una seria cultura politica, in particolare di Destra, non è solo ciò che ha permesso l’affermazione di una versione rozza come il fascismo degli anni ’20, ma è anche ciò che fa sì che la sinistra possa assimilarne molteplici istanze senza rendersene conto. Quello tra gli studenti e la polizia non è uno scontro di classe: è un braccio di ferro tra forze interne alla borghesia che si affrontano in modo indiretto per definire i propri ruoli. Lui non contestava gli studenti perché andavano contro la polizia, ma perché vedeva in questa azione un modo per evitare di confrontarsi con i poteri al governo. Per lui, gli studenti non stavano mettendo in discussione il potere contro il quale manifestavano, piuttosto ne stavano rivendicando una parte. E nel giro di tre decenni questo movimento avrà concluso la sua parabola, tanto da far sì che anche per la “sinistra” italiana un concetto come quello di stato d’eccezione diventi accettabile in virtù della cosiddetta realpolitik. Ed è così che un episodio che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” viene liquidato come un episodio isolato da dimenticare, un mero incidente che non dovrebbe mettere in discussione i pilastri democratici della società. Come se non ci fosse niente di strano nell’idea che sia stato possibile mettere in piedi un apparato repressivo di matrice sudamericana senza una pianificazione. E soprattutto, come se fosse stato possibile farlo funzionare anche in assenza di un contesto sociale e culturale permeabile, in grado di tollerarlo e assimilarlo in breve tempo.

Gridavano e Piangevano – ovvero: il Lager dietro Casa

Roberto Settembre, giudice di Corte d’Appello nel processo per i fatti avvenuti all’interno della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 a Genova nel 2001, decise di raccontare quanto aveva appreso nel corso di questa esperienza all’interno di un libro intitolato Gridavano e Piangevano. Si tratta della ricostruzione di quell’episodio attraverso le indagini effettuate in occasione del processo. L’autore cerca di attenersi ai fatti e alle testimonianze messe a verbale, ma ciò non gli impedisce descrivere quel luogo che per l’occasione era stato ribattezzato “casa del lupo” nei termini di un “universo concentrazionario”. Oltre 200 persone, in larga maggioranza innocenti e scagionate da qualsiasi accusa, furono arrestate, private di diritti, umiliate, percosse e torturate dalle forze dell’ordine italiane. Per tutto il periodo della detenzione, fu loro impedito di contattare un legale o comunicare in qualsiasi modo con l’esterno: erano desaparecidos sul suolo italiano. L’organizzazione della struttura ricalcava la sovversione di valori tipica di qualsiasi lager: le forze dell’ordine diventano aguzzini, i medici torturatori e i diritti negati si trasformano in crimini. Obbligati con la forza a stare in piedi contro le pareti, perfino andare in bagno o in infermeria rappresentava un rischio per l’incolumità. Le aggressioni e le minacce verbali si univano alla privazione del cibo, del sonno e delle più elementari forme di assistenza medica. C’era perfino chi ricordava il lancio di un fumogeno all’interno di una stanza chiusa, in una sorta di macabro allestimento che rivisitava ciò che accadeva nelle camere a gas del Reich. E anche le musiche che accompagnavano le ore di prigionia si muovevano nella stessa direzione. A tal proposito, scriveva Primo Levi a proposito delle musiche che sentiva in continuazione durante il suo periodo di detenzione ad Auschwitz: “I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care ad ogni tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del Lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente“. In modo analogo, tra le pareti della caserma di Bolzaneto risuonavano canti e suonerie di cellulare care a ogni nostalgico del Duce. Alternate a una crudele filastrocca: “Uno due tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei bruciamo gli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove, ein zwei drei viva l’Apartheid“.

Il paese che afferma in pubblico di riconoscersi nei valori della resistenza partigiana e la commemora ogni anno attraverso la retorica del 25 Aprile si è lasciato questo episodio alle spalle con poco più di una scrollata. E la grande parte dell’informazione, anche quella che non esita a strattonare la Costituzione se utile alla campagna del momento, si è lasciata alle spalle le proprie responsabilità, adagiandosi sulle posizioni del potere politico e giudiziario. I grandi organi d’informazione evitarono di soffermarsi sul fatto che quelle stesse forze dell’ordine che in apparenza sembravano incapaci di contrastare le azioni di disturbo all’ordine pubblico nelle strade della città, erano però riuscite a mettere in piedi un apparato repressivo degno di un regime totalitario, nonché a farlo funzionare con grande professionalità, e nel giro di pochissimo tempo. L’attenzione dei diversi poteri che concorrono nel controllare e gestire l’azione poliziesca pareva essere più interessata alla repressione del dissenso che non al rispetto della legalità. E sempre in accordo con la tradizione totalitaria, i diritti civili non sono stati solo sospesi o negati, ma anche sovvertiti in crimini.

Qualsiasi richiesta da parte dei prigionieri di contattare un legale, un magistrato o i famigliari non viene solo respinta, all’interno del Lager diventa un atto di insubordinazione: chi non accetta in silenzio la privazione a cui è stato sottoposto, viene percosso, torturato, spezzato. Le vittime non vengono riconosciute come tali, e anzi sono accusate di essere responsabili di ciò a cui sono sottoposte. In questo caso, la scelta di aderire a una libera e legale manifestazione di piazza – di non essere rimasti a casa propria – diventa per il carnefice un elemento sufficiente per sgravarsi di ogni colpa ai danni di chi si trova alla sua mercé. In modo simile a come quando qualcuno afferma che è colpa delle brutte abitudini di una vittima – come può essere l’uso di droga – se questa ha perso la vita, nonostante la causa del decesso sia da imputare a traumi e lesioni, nonché a una mancanza di assistenza sanitaria. O come ogni volta che qualcuno afferma che la vittima di uno stupro “se l’è andata a cercare”, magari per via dell’abbigliamento che indossava o per un comportamento che il tribunale della morale popolare può non ritenere adeguato alla situazione. Se ad accogliere i prigionieri nella caserma ci fosse stato il Duca di Salò, le sue parole non sarebbero state meno opportune di quanto lo fossero all’ingresso della villa di Marzabotto: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui.”

Ritorno a Sodoma

Salò o le 120 Giornate di Sodoma non è solo una trasposizione cinematografica dell’opera del Marchese De Sade ambientata nella realtà repubblichina, ma anche una potente metafora della concezione che il regista aveva del rapporto tra chi detiene il Potere, chi vi è assoggettato e chi è chiamato a far sì che sia rispettato. E’ una messa in scena dell’esercizio del potere nei moderni campi di internamento, ma soprattutto è la rappresentazione dell’anarchia del potere. E il ruolo che il sesso vi ricopre non è solo una metafora dello sfruttamento, della violenza o dell’umiliazione. E’ piuttosto il volto senza maschera di un’arbitrarietà che non riconosce il prossimo se non in funzione delle possibilità di soddisfacimento che può offrire. Quella che Pasolini definisce “edonismo consumistico” è una nuova forma di ideologia che tende alla sottomissione delle masse attraverso un nuovo livellamento culturale. I quattro signori della villa che ordinano di rapire 18 giovani (9 ragazzi e 9 ragazze) sono ognuno un rappresentante di un potere (politico, economico, giudiziario, religioso) e tutti assieme collaborano al fine di soddisfare le loro voglie realizzando qualsiasi fantasia, anche la più turpe, violenta e disgustosa. Per raggiungere il loro scopo si avvalgono di quattro narratrici, incaricate di raccontare storie di perversioni varie attingendole dai loro ricordi di prostitute, estetizzando il degrado e l’abiezione a un punto tale che perfino la merda viene presentata come una prelibatezza culinaria. E a garantire l’ordine e all’interno della struttura ci sono i soldati collaborazionisti (al posto di quelli che nel testo originale del Marchese De Sade erano chiamati “fottitori”), armati e incaricati di far sì che le volontà e i desideri dei signori della villa siano rispettati. L’ordine che impongono alle loro vittime è completo e non lascia alcuno spazio a eventuali iniziative, infatti il loro crudele piacere non si basa solo sull’affermazione della loro volontà e dei loro desideri, ma anche sulla negazione di qualsiasi forma di speranza o conforto ai prigionieri, che si tratti di cure che potrebbero offrirsi a vicenda o anche solo di semplici preghiere.

Anche le forze dell’ordine sono strumenti di piacere al servizio dei potenti, ma a differenza delle vittime vere e proprie possono godere di margini d’azione ben più ampli. Come i loro padroni, anche loro possono compiere violenze e abusi, a condizione che tali iniziative non siano d’intralcio ai desideri di chi è al comando. A differenza dei prigionieri assecondano in pieno le voglie dei potenti, e il premio per la loro docilità consiste nella possibilità di indossare i panni dei carnefici e di godere a loro volta del privilegio dell’impunità. Sebbene non siano gli ideatori delle atrocità perpetrate all’interno della villa, non c’è nulla che possa sollevarli dalla responsabilità morale derivante dai crimini che vengono compiuti anche grazie alla loro complicità. E a differenza di quanto è possibile fare decontestualizzando un paio di versi dalla lunga poesia citata all’inizio, qui non c’è niente che possa far pensare a una qualche forma di simpatia nei confronti degli uomini armati. Qui non ci sono i manifestanti che fanno a botte con loro e nei quali Pasolini non vedeva altro che i figli degli uomini che davano loro ordini. Liberi di agire fuori da contrasti e restrizioni, gli uomini armati al servizio dei signori della villa non oppongono alcuna resistenza nei confronti di una corruzione che al contrario sono chiamati a difendere. E che, facendo ciò, alimentano essi stessi traendone piacere a loro volta. Motivo per cui non è difficile immaginare i violenti moti di disgusto e disprezzo che l’autore avrebbe provato di fronte a chi avesse provato a utilizzare il suo nome e le sue parole per benedire azioni violente e repressive. Tanto più che coloro che si abbandonano a simili operazioni spesso non sono altro che gli eredi culturali (e ideologici) di quanti in vita non perdevano occasione di attaccarlo sul piano personale.

In pratica, il tutto si riduce a un altro, ennesimo, atto di squadrismo intellettuale da parte di quanti manifestavano a pieni polmoni scandalizzato ribrezzo e indignato disgusto di fronte alle scene di Salò, pensando che vi fossero ritratte le perverse ossessioni di un noto omosessuale. Senza rendersi conto che invece il film ritraeva prima di tutto loro.

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Attacco Alla Famiglia

Eletto presidente degli Stati Uniti per 4 volte consecutive, Franklin Delano Roosevelt è ricordato soprattutto per aver fatto superare al suo paese le difficoltà della Grande Depressione e per averlo guidato alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Molto meno si tende a ricordare le direttive che emise attraverso l’Ordine Esecutivo 9066. Tutti i residenti di origine giapponese, anche se cittadini statunitensi, potevano essere evacuati dalle loro abitazioni e trasferiti in apposite strutture per valutare se costituissero una possibile minaccia alla sicurezza della nazione. In altre parole, centinaia di migliaia di persone di origine giapponese furono rastrellate e trasferite in campi detenzione sulla base di chiari pregiudizi di natura razziale. Le motivazioni che fornivano una giustificazione ufficiale al provvedimento facevano riferimento alla possibilità che tra le fila dei cittadini americani di origine nipponica (a volte anche di seconda o terza generazione) si nascondessero spie e complici del nemico. Si trattava di pregiudizi puri e semplici, tanto che nel 1988 il Congresso ed il Presidente statunitensi sottoscrissero un documento nel quale ammettevano che l’internamento dei cittadini giapponesi fu dovuto a “race prejudice, war hysteria, and a failure of political leadership” (“pregiudizi razziali, isteria di guerra e mancanza di guida politica”). Un fatto in particolare fa sì che non possa esserci alcun dubbio sulla natura razziale del provvedimento: nessun trattamento simile era previsto per i cittadini discendenti degli alleati dell’Impero del Sol Levante (italiani e tedeschi). Non era prevista alcuna soluzione finale, tantomeno c’erano camere a gas o forni crematori, ma anche nel Nuovo Mondo il razzismo era ben vivo e in forma. Erano gli Stati Uniti degli anni ’40, le leggi Jim Crow erano ancora in vigore e lo sarebbero state ancora per oltre due decenni. Lo status di “separati ma uguali” sanciva di fatto la segregazione razziale per coloro che non fossero bianchi. E i giapponesi non lo erano.

Proprio come nel caso della segregazione degli afroamericani, l’internamento dei giapponesi veniva giustificato anche come un modo per proteggerli dall’ostilità degli altri cittadini. Con sfacciata e spudorata ipocrisia, i rastrellamenti e le deportazioni venivano motivati invocando il rischio di altri e più gravi crimini. A differenza di quanto avveniva sul suolo europeo negli stessi anni, il razzismo statunitense rifiutava di definirsi tale: internava le vittime e affermava in pubblico di farlo per il loro bene. E con fermezza assoluta non accettava che altri potessero identificarlo per quello che era. Infatti, come spesso accade, i razzisti rifiutano di essere definiti tali. Al contrario, inventano ragioni con lo scopo di negare la realtà e qualificare sé stessi come brave persone. Tali ragioni spesso evidenziano palesi contraddizioni logiche ed evidenti forme di arbitrarietà, ma il loro scopo non consiste nel risultare persuasive su un piano razionale, quanto piuttosto comunicare un’immagine positiva di sé. Si tratta di quelle che Freud definiva “elaborazioni secondarie”, gli aspetti di una storia che seppur in primo piano non ne costituiscono il nucleo. Di fronte ad un nemico composto da un’alleanza formata da italiani, tedeschi e giapponesi, la scelta di internare solo questi ultimi allo scopo (anche) di proteggerli non è altro che un vestito presentabile buttato addosso al corpo nudo del razzismo verso i “musi gialli“. Nonostante a parole il razzismo venga rifiutato con sdegno, quando si passa agli atti viene messo in pratica con cura nel momento in cui si sceglie di internare chi rischia di essere discriminato piuttosto che perseguire chi discrimina. Un po’ come accade in quelle culture dove le donne vittime di stupro devono guardarsi bene dal denunciare l’aggressione per evitare di essere condannate a morte per adulterio.

E anche un po’ come accade quando chi si oppone alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali si giustifica ricorrendo alle possibili discriminazioni da parte dei coetanei e dei loro genitori. O come quando chi si mobilita contro il semplice riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali agita lo spettro di una non meglio precisata minaccia alla società: un attacco alla famiglia tradizionale che perciò necessiterebbe di essere difesa. In cosa consisterebbe questa presunta minaccia, questo attacco alla famiglia tradizionale, è un tema che non viene sviscerato. Anche perché risulta difficile sostenere in modo logico e razionale come sia possibile che una richiesta di estensione di particolari diritti possa rappresentare un attacco rivolto a quegli stessi diritti e a chi ne gode al momento. Per definizione, un attacco è un’azione ostile che viene sferrata ai danni di un obiettivo con lo scopo di sottometterlo o distruggerlo. Ma chiedere un riconoscimento che estenda anche alle minoranze diritti di cui gode la maggioranza non può essere considerato un attacco in alcun modo, in quanto non intende in alcun modo toglierli a chi già ne beneficia. Al contrario, una simile richiesta può muovere solo sulla base di un riconoscimento esplicito della validità e dell’importanza dei diritti in questione. E infatti, una volta messi da parte eventuali orpelli retorici, le argomentazioni di chi dichiara che le richieste da parte dei gay rappresentano un attacco alla famiglia tradizionale si rivelano analoghe a quelle di chi potrebbe sostenere che l’estensione del diritto di voto alle donne abbia rappresentato un attacco alle libertà degli uomini. O che i movimenti per i diritti civili e l’uguaglianza sociale negli Stati Uniti abbiano messo in atto una serie di attacchi ai diritti dei bianchi. Posizioni, cioè, che risulta difficile non riconoscere come razziste e sessiste.

Ma il difensore dei valori tradizionali non vuole essere etichettato in un modo che reputa negativo, e perciò le sue scelte retoriche sono orientate al fine di giustificare in chiave positiva le sue azioni: a partire dall’impiego dell’excusatio non petita (“non sono razzista ma…”, “non sono omofobo ma…”) fino a tirare in ballo spauracchi di varia natura, che nel caso dell’omosessualità si concretizzano spesso nella corruzione della sessualità di eventuali minori che potrebbero essere loro affidati. Le argomentazioni utilizzate sono prive di fondamento scientifico e non di rado anche incoerenti sul piano logico ma, come già accennato, il loro scopo non è dimostrare una tesi o essere persuasive sul piano razionale. Questa non è altro che un’elaborazione secondaria. Il loro scopo è fornire un’immagine di sé che non sia quella di chi sostiene una certa posizione in quanto razzista o omofobo, ma perché guidato dall’idea di un bene superiore. Come può essere, appunto, la salute fisica e psichica di un minore. O magari come nel caso di chi paventa la possibilità che l’orientamento sessuale degli adulti possa condizionare lo sviluppo di quello del minore. Nei termini in cui viene posta, la questione riguarda solo la possibilità che l’eterosessualità del minore si trovi ad essere confusa dal diverso orientamento dei genitori. La questione di come sia possibile, sulla base di simili premesse, che da coppie eterosessuali nascano figli gay rientra nell’ambito delle problematiche che non vengono affrontate.

Nascondendo i propri pregiudizi dietro i vessilli della difesa dei deboli, gli omofobi sostengono che gli omosessuali non potrebbero svolgere una funzione genitoriale in quanto i bambini necessitano di un padre e di una madre. Come fossero stati colpiti da una forma di amnesia selettiva, sembrano dimenticare come le società civili siano piene di bambini che non vivono in questa condizione, anche se nati in contesti eterosessuali, perché figli di genitori single, o separati, o divorziati, o vedovi. Un applicazione metodica e scrupolosa del principio secondo cui i bambini devono crescere in una famiglia con un padre e una madre imporrebbe di togliere la custodia dei figli ai single o ai vedovi. Ma quello che vale per gli eterosessuali non vale per i gay, e questo è un chiaro segno di discriminazione. Come lo è il fatto che chi dichiara di parlare in favore del benessere dei minori si preoccupa più dell’orientamento sessuale dei genitori che non delle condizioni di vita che questi potrebbero essere in grado di offrire. Di giorno, soprattutto nelle zone turistiche, non è difficile incrociare bambini in età scolare che associazioni criminali utilizzano per elemosinare. Di notte, sui marciapiedi ci sono schiave adolescenti in balia di sfruttatori violenti e senza scrupoli e di clienti (perlopiù maschi bianchi eterosessuali) interessati solo a eiaculazioni a buon mercato. Ma le manifestazioni che vengono organizzate in nome del benessere dei minori mostrano più preoccupazione nei confronti dell’idea che due donne, magari professioniste benestanti ed in grado di garantire solide basi economiche al futuro dei figli, possano beneficiare degli stessi diritti di cui godono coloro che vi si oppongono.

Qualcuno a volte si lancia nell’idea che lo scopo della famiglia sia unire un uomo ed una donna affinché possano procreare, dimenticando che la procreazione non necessita di istituzioni e riconoscimenti. E dimenticando soprattutto che non tutte le coppie sono in condizione di riprodursi. Se lo scopo della famiglia è far sì che un uomo e una donna possano procreare, le coppie che non hanno la possibilità di avere figli possono essere definite “famiglia”? Si tratta di un interrogativo tutt’altro che ozioso: se nel suo insieme una coppia risulta impossibilitata a procreare, da un punto di vista biologico i tentativi di riproduzione hanno tante possibilità di successo quante quelli tra due uomini o due donne. Ma il fatto che la prima abbia la possibilità di essere riconosciuta come coppia e la seconda no rappresenta un’altra, evidente, forma di discriminazione. E non basta affatto prendere una frase di Camus, stravolgerne il senso e stuprarla inserendola in un contesto culturale (di matrice religiosa) che il suo autore avrebbe disprezzato, per cancellare l’omofobia con un colpo di spugna. I difensori dei valori tradizionali possono negare fino alla nausea di essere razzisti e omofobi, ma questo non cambia in alcun modo i contenuti del loro agire. In fondo, come raccontava Hannah Arendt, nemmeno Adolf Eichmann era un convinto antisemita: le sue azioni si limitavano a rispecchiare in pieno i valori dominanti nella sua Germania. La Germania degli uomini col triangolo rosa.

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Opti Poba Nel Paese Delle Indignazioni

Noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così.

Di norma, la stampa si mostra piuttosto riluttante a soffermarsi sulle notizie, ad incrociarle tra loro ed individuare punti di contatto che raccontino anche il contesto che le genera. Appare più semplice saltare da un evento all’altro in rapida successione. E soprattutto, è meno rischioso dal punto di vista economico. A cadenza pressoché quotidiana, le notizie salgono in groppa a cavalli imbizzarriti che corrono in tondo negli ippodromi dell’indignazione, tra i fischi ed il biasimo del pubblico che urla scomposto sugli spalti. Di sera, gli animali si ritirano nelle loro scuderie e gli spettatori possono tornare a casa, a riposarsi per l’indomani. E ogni volta il copione si ripete come se fosse la prima. L’indignazione è forse l’unico stato d’animo in grado di passare intere giornate a fottere con perfetti sconosciuti per poi risvegliarsi vergine il giorno dopo. Al contrario, tenere traccia delle notizie per individuare relazioni e punti in comune, sarebbe un po’ come sospendere lo spettacolo nell’ippodromo per ricordare al pubblico tutte le volte che ha già agito in modo simile. Non è necessario un esperto in marketing per arrivare alla conclusione che al lettore/spettatore non piace essere chiamato in causa e considerato parte di quello stesso problema nei confronti del quale si mostra indignato. A nessuno piace pensare che la propria immagine potrebbe scorrere sul grande schermo davanti al quale si è raccolta una folla per i suoi due minuti di odio. Soprattutto se si fa parte di quella stessa folla in prima persona. Proprio come avviene nel caso del razzismo: al razzista non piace essere considerato o definito tale.

Non molto tempo fa, movimenti omofobi con gruppi aderenti sparsi in tutto il paese, non paghi dell’essersi appropriati di una frase di Camus per la loro battaglia reazionaria, decidono di scendere in piazza per mettere in atto una manifestazione contro i diritti degli omosessuali. O, meglio, contro la possibilità che le richieste di questi possano essere anche solo in minima parte accolte. Quasi tutte le manifestazioni scivolano via nell’anonimato: qualcuna registra qualche scontro, la maggior parte tornano nell’ombra senza eventi degni di nota. Ma a Bergamo succede qualcosa di singolare. Un giovane decide di esprimere il proprio dissenso in modo silenzioso e pacifico. Con un approccio più in linea con quello di un cosplayer che non di un contestatore, indossa un costume simile a quello dei nazisti dell’Illinois del film The Blues Brothers, e al braccio una fascia come quella che Charlie Chaplin aveva ne Il Grande Dittatore. In piedi con il suo libro in mano (il Mein Kampf, per coerenza col costume) esprime il suo dissenso proprio come tutti gli altri: immobile e in silenzio. Ma la sua azione ha breve durata: la polizia interviene e lo arresta. Pare, secondo quanto riferito dalla stampa, per tutelare l’ordine pubblico. Ma l’accusa che viene formalizzata non è di disturbo o simili. E’ di apologia del fascismo. Forse per una mera coincidenza, forse perché si affaccia l’idea della possibilità di setacciare consensi tra quanti vorrebbero che le rivendicazioni dei non-etero fossero schiacciate come disgustosi scarafaggi, o forse per improvvisi conati di legalità e di rispetto delle norme, il Ministro degli Interni prende posizione contro le unioni civili tra omosessuali. (Non è molto impegnativo prendere posizione simili, quando i diritti in gioco sono quelli di una minoranza di cui non si fa parte.) E mentre il Capo del Governo di cui questo fa parte glissa astenendosi dal prendere posizione o commentare, il ministro in questione invia una circolare ai prefetti di tutta Italia in cui li invita a bloccare la trascrizione di tali unioni nei registri dello stato civile. E procedere ad annullare quelle già effettuate.

Negli stessi giorni, arriva la notizia della sospensione per sei mesi da parte della FIFA imposta al presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio in merito ad espressioni razziste pronunciate in pubblico nel mese di Luglio. Il quale, riferendosi ai calciatori che arrivano dall’Africa, come avrebbe fatto anche un ipotetico giocatore dal nome Opti Poba, li aveva identificati attraverso la caratteristica del mangiare banane. La notizia viene confermata in sede di FIGC, che replica che non ci saranno ricorsi contro la sentenza, e poi scivola via veloce dalle notizie in primo piano: il pubblico aveva già mostrato la sua indignazione nel periodo tra Luglio e Agosto. Senza considerare che l’attenzione degli appassionati di calcio è tutta concentrata su un altro evento: l’arbitraggio che avrebbe condizionato il risultato tra Juventus e Roma. Proteste in campo, polemiche fuori campo, scambi di accuse e veleni, e perfino discussioni in Parlamento. Da più di una parte si alza la voce secondo cui si sarebbe trattata di una brutta pagina dello sport italiano e di una altrettanto brutta figura davanti agli sguardi di altri paesi. Come se non avesse alcun valore il fatto che, a differenza di molte altre discipline sportive, il calcio continua a resistere a tecnologie ed innovazioni che permetterebbero un andamento più corretto del gioco. Salvo poi stracciarsi le vesti quando vengono prese decisioni errate, appunto.

Le due vicende non sono solo unite dal tema del razzismo, ma anche, e forse soprattutto, dal fatto che certi comportamenti non siano riconosciuti come tali. Si potrebbe anche credere alla buona fede del presidente della FIGC che, al momento del fatto ancora candidato, non avrebbe avuto nessun beneficio dal presentarsi come un razzista ai fini della carica per la quale era in competizione. Tuttavia ciò non rappresenta un’attenuante o una giustificazione, semmai restituisce l’immagine di un paese che non solo ha atteggiamenti discriminatori, ma nemmeno si rende conto di averli. E l’idea che il calcio italiano possa aver fatto una brutta figura a livello internazionale per un paio di decisioni prese dall’arbitro nel corso di una partita, piuttosto che per la sospensione della sua massima carica a causa di un affermazioni razziste, restituisce l’immagine di una scala di valori distorta. Quantomeno se giudicata alla luce dei principi che hanno guidato la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E qualcosa di analogo vale anche per coloro i quali si mobilitano per far sì che le discriminazioni nei confronti delle coppie non etero non siano messe in discussione. Non solo non accettano di essere definiti “omofobi”, ma in molti casi è probabile che siano davvero convinti di non esserlo. Ma la questione non riguarda convinzioni ed intenzioni, piuttosto interessa i fatti. O meglio, dovrebbe interessare i fatti, se i media non preferissero – anche per ragioni narrative – affrontare i fatti in modo più morbido e sfumato.

Non si tratta di fare processi al pensiero o alle intenzioni per stabilire se il presidente della FIGC sia razzista o meno. Anche volendo credere alla sua versione, rimane il fatto che definire Opti Poba un mangiatore di banane per via della sua provenienza è un’affermazione che si basa su presupposti offensivi e discriminatori. Lasciare che l’informazione si allarghi a comprendere spiegazioni di vario tipo significa permettere la generazione di un contesto che non rischia di offendere il lettore/spettatore, giustificandolo. Proprio come quando viene consentito di argomentare contro l’uguaglianza tra orientamenti ricorrendo ad argomentazioni fallaci ed illogiche. Come quando qualcuno argomenta che le unioni tra persone dello stesso sesso costituirebbero un attacco alla famiglia tradizionale, data la loro impossibilità a procreare, dimenticando che: a) il matrimonio tra eterosessuali non prevede l’obbligo della procreazione; b) anche nelle unioni tra persone di sesso diverso ci possono essere condizioni biologiche/genetiche che impediscono la procreazione; c) nelle realtà eterosessuali sono molti i bambini che non hanno una madre o un padre, in quanto figli di genitori single o vedovi. Il matrimonio non esiste nel mondo della natura: gli animali non si sposano. E per quanto riguarda le tradizioni, non c’è nulla che afferma che siano buone perché sedimentate nel tempo: fino al 1946 la tradizione prevedeva che le donne non avessero diritto al voto, e fino al 1981 ha ammesso l’esistenza del delitto d’onore.

All’interno di un contesto così permeabile all’arbitrio e alle fallacie, riesce a passare per una simpatica notizia di costume anche la vicenda di un innocente che viene arrestato con false accuse allo scopo di impedirgli di continuare la sua protesta pacifica. Il cosplayer non solo non impediva agli altri di portare avanti la loro manifestazione, ma al contrario è stato allontanato proprio su richiesta di coloro che in seguito si sono lamentati del mancato rispetto del loro diritto a manifestare, grazie anche ad una interpretazione magistrale del classico chiagne e fotti. E di fronte ad una città che si risveglia sommersa dal fango della propria incuria, non pochi pensano che possa essere il momento di lanciare delle campagne contro tutti quegli Opti Poba che non giocano in Serie A, e che starebbero con le mani in tasca a guardare quelli che faticano per ripulire le strade. Incontrando segnali di assenso e condivisione. Proprio come altri che evocano scenari da Vecchio Testamento, nei quali come una Sodoma del Terzo Millennio, una intera città viene colpita dalla furia dell’acqua per aver accettato di dare un minimo, simbolico, riconoscimento ai diversi. In apparenza inconsapevoli del fatto che, non di rado, l’indignazione è tanto più vibrante quanto incerta è l’etica di chi vi si abbandona.

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Vucciria Cannibale II

La questione della prostituzione, e soprattutto del suo sfruttamento, ha a che fare con una molteplicità mobile di elementi i cui valori cambiano a seconda dello spazio narrativo all’interno del quale sono inseriti. Ad esempio, non è passato molto tempo da quando le pagine dei giornali e i titoli dei TG sono stati invasi dalla notizia che migliaia di donne yazide sarebbero state fatte prigioniere dai miliziani dell’IS per essere usate come schiave sessuali. Sequestrate e imprigionate all’interno di bordelli-prigioni, queste donne, anche minorenni, sono costrette a subire ogni giorno ripetute violenze sessuali. In caso di opposizione e resistenza, le alternative sono violenze fisiche ancora più brutali, la tortura e la morte. Come un riflesso pavloviano su scala sociale, l’indignazione dell’opinione pubblica straripa dai suoi argini, sommergendo le ipocrisie e annegando qualsiasi interrogativo sulla presenza di realtà simili anche sul suolo di quei paesi che condannano tali barbarie. Infatti, sostituendo nel ruolo di vittime le donne yazide con altre non meno giovani provenienti dall’Est Europa (Romania, Moldavia, Ucraina, etc.), i loro aguzzini con i criminali impegnati nella tratta di schiave sessuali, ed infine i miliziani che le violentano con i clienti occidentali che pagano per il loro piacere, si ottiene una sorta di morphing sociale in cui i profili degli uomini che abusano delle donne in schiavitù sfumano e si confondono tra loro. Il deserto siriano cambia forma e colore per trasformarsi nei marciapiedi italiani, nei bordelli tedeschi e olandesi, etc.

Non di rado, proprio i soggetti che più si indignano per vicende come quelle delle schiave sessuali yazide sono gli stessi che si disinteressano nei confronti di quanto di simile avviene nella loro patria e, anzi, chiedono la legalizzazione della prostituzione. Ma tutto ciò non è fonte di stupore: spesso sono anche gli stessi che si oppongono al riconoscimento dei diritti civili di orientamenti sessuali che non siano etero, in nome di ciò che definiscono “naturale” e “tradizionale”. E che i media assecondano senza sollevare dubbi o questioni, se non di facciata. Per mesi, i media hanno assediato il pubblico con interrogativi riguardanti la possibilità o meno che un importante politico/editore fosse informato della minore età di una giovane marocchina che frequentava festicciole di dubbio gusto a casa sua. E non molto tempo dopo hanno sviscerato la storia di due parioline minorenni impegnate nella vendita di prestazioni sessuali a clienti che di rado venivano identificati con l’epiteto corretto (quello che individua maggiorenni che hanno rapporti sessuali con minori). Tuttavia sembrano perdere qualsiasi capacità di analisi ed attenzione quando si tratta di vicende che riguardano avventori anonimi e servizi contrattati per strada con donne che vivono condizioni di violenza e abusi non meno drammatiche delle yazide, anche minorenni. Perché al di là delle cifre raccolte e diffuse dalle associazioni che si occupano di diritti umani, basta un po’ di elementare onestà intellettuale per guardare in faccia la realtà. A meno che non si voglia credere che le strade siano piene di ragazze dell’Est che aspettano con ansia di compiere il loro diciottesimo compleanno per regalarsi un biglietto per l’Italia, la Germania, l’Olanda, etc. e coronare il sogno di battere i marciapiedi in un paese di cui non conoscono nemmeno la lingua, gomito a gomito con la criminalità organizzata ed esposte al rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale, appare chiaro che molte sono schiave. Spesso minorenni.

Per eliminare qualsiasi possibile dubbio, questo non significa che quanto avviene alle donne yazide non sia  grave perché non è peggio di quanto accade all’interno dell’UE. Si tratta piuttosto dell’esatto opposto: gli abusi compiuti in territorio europeo non sono meno orribili solo perché si muovono a partire differenti ragioni ideologiche. Infatti sarebbe un errore pensare che il tutto si riduca ad una mera compravendita di piacere sessuale, ad un passatempo alternativo all’andare al circo o al luna park, senza considerare le ragioni che vengono messe in tavola quando si tratta di giustificare comportamenti e chiedere legittimazioni. Ragioni che non di rado cercano consenso in ambito progressista per imbellettare una visione della società maschilista e reazionaria. Quando non misogina.

Una delle argomentazioni principali dei sostenitori della legalizzazione della prostituzione riguarda il diritto delle donne ad utilizzare i loro corpi come meglio credono, anche vendendo sesso ad uomini desiderosi di comprarlo. In teoria, presa come argomentazione a sé stante, sembrerebbe essere un’0ttima ragione per essere a favore. Ma la questione comincia ad assumere un aspetto più torbido quando viene messa in relazione con altre prese di posizione da parte degli stessi soggetti. Ad esempio, il riconoscimento di diritti agli omosessuali. Infatti, la possibilità che persone dello stesso sesso possano formare un nucleo famigliare viene contrastata con ogni mezzo. In pratica, per questi individui, qualsiasi discorso in favore dell’autodeterminazione sembrerebbe trovare il proprio limite nel “diritto” delle donne a vendersi agli uomini. Quindi si tratta di capire se una simile, apparente, incoerenza sia frutto di una forma di puerile bipensiero, o se invece non ci sia qualcosa di diverso a monte. Qualcosa che prima ancora che le donne e i gay riguarda gli uomini. O meglio, una certa forma di maschilismo tutt’altro che in regressione, quella stessa che sventola vessilli con le parole “natura” e “tradizione” per contrastare il ridimensionamento della centralità del maschio nella società contemporanea.

Pochi giorni dopo il discorso tenuto da Emma Watson davanti ad un assemblea delle Nazioni Unite in favore della campagna HeForShe, un movimento in favore della parità tra i sessi, sui giornali si diffonde la notizia di un’imminente diffusione di foto private dell’attrice e attivista inglese. L’annuncio parlava di immagini che di sicuro l’avrebbero messa in imbarazzo, proprio come era capitato a diverse sue colleghe. La notizia si rivela essere una bufala, come anche il sito che riportava il conto alla rovescia che avrebbe dovuto separare il pubblico dal momento della pubblicazione. Ma non tutto in questo episodio si risolve in una bufala: i milioni di click accumulati dal sito grazie alle visite di chi voleva vedere Emma Watson nuda, ben sapendo che non si trattava di una sua scelta, erano reali. Come lo erano i messaggi (o quantomeno una buona parte di essi) apparsi su forum e social network che esprimevano soddisfazione all’idea che presto la giovane attrice sarebbe stata umiliata in pubblico: il linciaggio attraverso l’esibizione della sua nudità sarebbe stato una sorta di contrappasso per le sue prese di posizione in ambito sociale. Una rivincita sulla femminilità analoga a quella imposta in precedenza a Jennifer Lawrence, Kate Upton e molte altre.

A differenza di quanto pensa chi misura il maschilismo in proporzione ai centimetri di pelle mostrati al pubblico attraverso video e giornali, quando il maschilista tipico si trova davanti ai media non vede una donna oggetto, quanto piuttosto una che possiede soldi, fama e potere: una donne che non rimane a casa a occuparsi della sua famiglia. O magari chiusa in un bordello a soddisfare i maschi (come lui, appunto). La presenza di donne in televisione viene vista come una minaccia. Poco importa che si tratti di Sofia Vergara o di Ellen Degeneres, di Miley Cyrus o di Oprah Winfrey, della valletta di un programma in prima serata o di un’attrice che accetta di recitare in sequenze sexy. Sono tutti esempi di donne di successo che hanno la possibilità di avere pretese e rifiutare qualsiasi offerta, a loro piacere. Sono donne che il maschio che va a prostitute non potrà mai avere. E lui lo sa. E alle quali attribuisce la responsabilità dell’impossibilità di vivere nel suo mondo ideale, cioè quello in cui l’uomo è il signore della casa e le donne, ubbidienti e servizievoli, lo accontentano in ogni sua richiesta e necessità.

Lo sfruttamento della prostituzione non è solo una questione di piacere sessuale. Al suo interno contiene anche una componente di rivincita sociale e di classe, che viene occultata attraverso giustificazioni di vario tipo. Alla ricerca di scuse ed alibi, responsabilità vengono attribuite ai media mainstream come anche alla pornografia, alle pretese delle donne emancipate come ad un non meglio definito bisogno fisiologico proprio della natura maschile. E nei casi più sfacciati alle prostitute stesse, che tenterebbero gli uomini per appropriarsi dei loro soldi. Ma rimane il fatto che grazie a questa forma di sfruttamento eserciti di uomini non belli e non ricchi, non in forma e nemmeno giovani, possono mettere le loro mani addosso a ragazze che in condizioni normali non riuscirebbero nemmeno ad avvicinare. Incluse quelle pornostar le cui produzioni sono accusate di essere la causa scatenante dell’eccitazione che spingerebbe i clienti ad uscire di casa per andare a cercare prostitute e soddisfare le loro voglie. Come se in qualche modo fosse colpa delle Stoya o delle Asa Akira se i loro spettatori, nell’evidente impossibilità di avere loro, decidono di uscire di casa alla ricerca di surrogati che non potranno dir loro di no. O, più in generale, come se fosse colpa delle donne occidentali in generale e dei costi che l’uomo affronta per corteggiarle senza alcuna garanzia del risultato, se centinaia di migliaia di turisti occidentali partono verso le mete del turismo sessuale dove, approfittando delle condizioni di povertà e degrado, possono collocarsi in alto nella scala sociale anche con i loro mezzi ridotti. Dove non si devono accontentare di qualche schiava picchiata e terrorizzata o di qualche tossica che si vende per pagarsi la droga. Dove possono entrare nei bordelli e guardarsi attorno come facevano i cowboy nei vecchi western al loro ingresso nei saloon. O dove magari possono vestire i panni del ricco Edward che strappa Vivian dalla strada in Pretty Woman. Dove, in una sorta di micro-metafora del concetto di “guerra umanitaria”, possono abusare di ragazzine nemmeno quattordicenni e giustificarsi dicendo che con i soldi che ricevono possono aiutare le loro famiglie a mangiare e sopravvivere.

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