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Macelleria Cannibale di Mezzanotte

Premessa. Questo non è un post contro la prostituzione in quanto tale, ma contro il suo sfruttamento. Non riguarda il corpo femminile, ma il potere maschile. Non le scelte delle donne, ma il rimosso degli uomini. In un mondo ideale, concedere prestazioni sessuali in cambio di denaro sarebbe una professione legittima come qualsiasi altra. E cosa più importante in assoluto: sarebbe sempre il frutto di una libera scelta. Non l’ultima disperata risorsa di chi cerca un modo per sopravvivere, e tanto meno una forma di schiavitù che intrappola vittime invisibili tra violenze e abusi. In un mondo ideale, le lucciole si venderebbero per passione, quando non per professione, come tante Bocca di Rosa. Ma i dati e le cronache raccontano una realtà di segno opposto. Tutto questo per sgombrare subito il tavolo da pregiudizi e capovolgimenti valoriali: bias morali che dietro il paravento dell’emancipazione femminile si muovono in direzione dello sfruttamento sessuale. Non a caso, a schierarsi in prima linea per l’abrogazione della legge Merlin, sono spesso le voci più reazionarie, quelle sempre pronte a ringhiare la loro intransigente chiusura quando si tratta di concedere diritti e libertà. Ad esempio, ogni tanto si sentono proposte (anche da “sinistra”) volte a individuare zone nei territori dove la prostituzione dovrebbe essere “tollerata”. Aree controllabili dove le ragazze di strada potrebbero “esercitare” in modo più libero, in virtù di un minore intervento da parte dei controlli polizieschi: in altre parole, ghetti dove lo sfruttamento godrebbe di una tolleranza ancora maggiore. In altre parole, di fronte al problema dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù, una risposta istituzionale (di nuovo, anche da “sinistra”) consisterebbe nell’individuazione di ghetti lontani dai cittadini esasperati dal degrado che la prostituzione di strada può comportare, dove sarebbe più semplice chiudere gli occhi e abbandonare le vittime della tratta alle violenze degli sfruttatori e agli abusi dei clienti. Tutto ciò mentre i decenni trascorsi a ridefinire la legge Merlin in termini bigotti e liberticidi hanno fatto dimenticare che, pur con tutti i suoi limiti, è stata prima di tutto un provvedimento volto a impedire che abusi e sfruttamento potessero continuare ad avere luogo con la complicità delle istituzioni statali.

Prologo – La Storia di Sophia

In preda al panico, Sophia ricorda la sera in cui fu rapita. Camminava lungo una strada di campagna a circa un chilometro da casa quando sentì una macchina che le si avvicinava. Paralizzata dalla paura, fu assalita da due uomini armati di coltelli che la obbligarono a entrare nell’automobile. La diciottenne romena pensava che l’avrebbero stuprata e uccisa. Pregava che le fosse risparmiata la vita. Invece fu portata presso un fiume dove venne venduta a un serbo che la fece salire su una piccola barca per attraversare il Danubio. Arrivarono in un appartamento in una città di montagna: non sapeva quale fosse il nome del posto, ma presto scoprì che si trovava in Serbia. C’erano molte ragazze là dentro. Provenivano dalla Moldavia, dalla Romania, dall’Ucraina e dalla Bulgaria. Alcune piangevano. Altre erano terrorizzate. Non dovevano parlare. Non dovevano nemmeno dire quali fossero i loro nomi o da dove provenissero. Per tutto il tempo uomini sgradevoli e malvagi entravano e uscivano trascinandosi le ragazze nelle varie stanze. Altre volte le stupravano davanti a tutte, urlando, ordinando loro di muoversi in un certo modo, di far finta di essere eccitate, di gemere. I criminali abusano delle ragazze in ogni modo, fisico ed emotivo. Quelle che oppongono resistenza vengono malmenate. Se non collaborano, vengono chiuse in celle buie insieme ai ratti, senza acqua né cibo per giorni. Il primo giorno Sophia pensò che avrebbe opposto resistenza. Poi vide cosa fecero a una ragazza che lo aveva fatto davvero. Proveniva dall’Ucraina. Era molto bella e con una grande forza di volontà. Due degli aguzzini cercarono di obbligarla a fare delle cose e lei si oppose. La malmenarono e le bruciarono le braccia con le sigarette. Ma lei continuava a rifiutare. Allora la presero a pugni e a calci, fino a quando non perse i sensi. Lei giaceva immobile a terra e loro la sodomizzarono. Quando finirono non si muoveva. Non respirava. Non c’era preoccupazione nei loro volti. Non fecero altro che trascinarla via.

Sophia fu “addestrata” durante il suo terzo giorno di prigionia. Terrorizzata si sottomise senza fare alcuna resistenza. Si muoveva come le veniva detto di fare. Fingeva di provare eccitazione a ogni spinta. Sapeva che non avrebbe avuto la forza di sopportare quello che di sicuro sarebbe avvenuto se avesse provato a resistire. Quella notte il suo unico desiderio era di morire. Era stata del tutto umiliata da uomini per i quali non era altro che un pezzo di carne. Una settimana dopo fu venduta a un pappone insieme ad altre due donne. Le tre furono trasportate su un camion in Albania, e da lì contrabbandate in Italia a bordo di un motoscafo nel cuore della notte, attraverso l’Adriatico. Lui era un tipo particolarmente cattivo, con l’inclinazione a minacciare le sue “proprietà” con bruciature di sigarette. Mise le sue donne al lavoro sulla Via Salaria, una strada molto trafficata che porta alla Città Eterna. Erano obbligate a vivere in uno scantinato umido dove dormivano su materassi in schiuma. Il pappone teneva tutti i guadagni, eccetto una piccola parte che concedeva per cibo e necessità basilari. Ogni notte alle ragazze non veniva permesso di fare ritorno a casa fino a quando non avessero messo insieme abbastanza soldi. Fu solo grazie alla comprensione di un avventore se Sophia riuscì, dopo tre mesi di quella vita, a fuggire e trovare accoglienza in un centro di recupero cattolico in Sud Italia.

(una storia tratta da The Natashas, The New Global Sex Trade, di Victor Malarek)

Una Norma di Civiltà

Il periodo di schiavitù di Sophia nei dintorni della capitale durò circa 3 mesi. Racconta che ogni notte era costretta ad avere rapporti sessuali con un numero variabile da 10 a 30 uomini per portare al suo sfruttatore i soldi che pretendeva. Moltiplicando una media di 20 rapporti a notte per il suo periodo di schiavitù, si arriva intorno a un paio di migliaia di rapporti non consensuali nel giro di pochi mesi. Prendendo questo numero e moltiplicandolo per le ragazze che dividevano la strada con lei, e poi per tutte le strade nelle varie città italiane, è la matematica a parlare di milioni di violenze sessuali a pagamento ogni anno. Per molte ragazze questa schiavitù dura anni, nell’indifferenza generale, delle istituzioni come dei media. Gli stessi che non esitano a trasformare la prostituzione in un caso nazionale quando si tratta di giovani ragazze italiane, magari provenienti da quartieri bene, perdono tutta la loro integrità morale quando si tratta di schiave sconosciute, immigrate clandestine contro la loro volontà. E così i clienti possono continuare a pagare per soddisfare i loro desideri: centinania di migliaia di stupri ai danni di vittime obbligate a sorridere.

L’esistenza di una percentuale di donne che vende prestazioni sessuali per libera scelta non è in discussione. Anzi lo testimoniano, tra l’altro, le azioni e le comprensibili richieste di diritti e tutele da parte delle associazioni di sex worker. Non tutte le ragazze che si vendono sono vittime, ma tutti gli uomini che pagano per fare sesso senza avere la certezza di avere a che fare con una persona libera e consenziente possono essere considerati come potenziali stupratori. Perché pagare per fare sesso con una persona che potrebbe non essere né libera né consenziente è molto simile all’idea di andare in giro a giocare alla roulette russa con la testa di qualcun altro. L’idea che moltitudini di donne dall’Africa o dall’Est Europa abbiano scelto di abbandonare i loro paesi di origine per cercare un futuro migliore nel farsi scopare per strada da decine di uomini ogni notte per una miseria potrebbe risultare ridicola, se non fosse invece indice di una rimozione su vasta scala che ignora un dramma pur di non rinunciare al proprio piacere e alle proprie convinzioni. (I dati sul turismo sessuale nel mondo evidenziano piuttosto come non sia affatto necessario emigrare per prostituirsi: il sesso è una fonte di guadagno, quando non una vera e propria attrazione turistica, anche nei paesi del Terzo Mondo.) Le strade sono piene di ragazze lontane da casa, attirate con promesse di lavori come modelle o hostess, o anche solo come badanti o cameriere o donne delle pulizie, obbligate ad andare con chiunque sia disposto a pagare poche decine di euro a botta. I marciapiedi non sono set di film romantici, dove dietro ogni cliente potrebbe nascondersi un lieto fine con un principe azzurro. E non sono nemmeno set di film porno, dove sono in vigore controlli medici e sanitari, come i clienti non sono pornodivi con fisici scolpiti da ore in palestra, puliti e depilati. Il ricordo della puzza di sudore e dell’odore rancido di alcol nell’alito degli uomini che ansimavano mentre abusavano di loro è ricorrente nei racconti delle donne uscite dalla condizione di schiavitù sessuale.

Sebbene la legge Merlin continui a essere dipinta come una legge bigotta e liberticida, il frutto di una morale sessuofobica, in realtà non è mai stata altro che un primo vero passo verso un’adesione concreta anche da parte dell’Italia a quella Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione adottata dalla Nazioni Unite nel 1949, che appunto vieta qualsiasi tipo di sfruttamento della prostituzione. Pur con tutti i suoi limiti, è stata il risultato di una lunga lotta volta a contrastare abusi e violenze. Forse l’unico possibile nell’Italia maschilista degli anni ’50. Abrogare questa legge senza prima aver risolto tutti i problemi che non ha potuto affrontare non significa altro che lasciare che riaffiori la situazione di sfruttamento e degrado che c’era prima della sua entrata in vigore. Non possono non sorgere dubbi sulla natura di questa battaglia quando a portarla avanti sono conservatori e reazionari di diversa cultura ed estrazione. Sono gli omofobi e i maschilisti di oggi,  come i Montanelli, autore del famoso libello Addio, Wanda!, e i parlamentari missini e monarchici di ieri. Sono quelli per i quali una donna ha tutto il diritto di disporre del proprio corpo nel caso in cui voglia farsi scopare per soldi, ma che non gode degli stessi diritti se intende offrirsi per portare avanti una gravidanza in favore di coppie per le quali non è possibile.

L’idea che i padri spirituali e ideologici di quanti oggi si oppongono all’aborto come anche a qualsiasi sessualità che non sia quella che loro riconoscono come “tradizionale” possano aver agito guidati da principi di emancipazione e liberazione è priva di fondamento. Nelle righe scritte dal giornalista toscano, dietro un’ipocrita benevolenza di facciata, si agita violenta una visione della società maschilista e misogina in cui le donne sono divise in due grandi categorie, entrambe subalterne al maschio: le puttane e gli angeli del focolare. Tanto che, a ben vedere, a trasudare moralismo e sessuofobia erano piuttosto i sostenitori dei bordelli. Infatti per questi il sesso era qualcosa di sudicio, qualcosa da tenere al di fuori della dimensione domestica. I lupanari erano i luoghi dove gli uomini potevano fare tutte le cose sporche che desideravano senza insozzare le lenzuola di casa, pagando i servizi di femmine indegne di essere rispettate se non in virtù del ruolo che il bordello assegnava loro. Sulla base di questa visione degradata del sesso, non solo l’infedeltà maschile era del tutto accettabile, ma rappresentava anche una forma di rispetto per le mogli. Sulle puttane ricadeva il compito di appagare tutte quelle voglie, quelle richieste, che gli uomini non avrebbero mai dovuto fare alle loro mogli. Anche perché nessuna donna perbene avrebbe mai dovuto prendere in considerazione anche solo l’idea di soddisfarle.

La realtà storica delle case chiuse, ripulita dalle nostalgie misogine e dall’immaginario maschilista, restituisce l’immagine di luoghi squallidi dove le donne venivano escluse dai diritti e da qualsiasi possibilità di cambiamento. Quelle che ci finivano dentro, per scelta o per necessità, quando non con l’inganno, venivano registrate come prostitute presso l’ufficio di pubblica sicurezza e perdevano la possibilità di fare altri lavori. Tanto che è proprio lo stesso Montanelli a fare riferimento alle case chiuse nei termini di veri e propri spauracchi da usare contro le figlie che non volessero mantenersi vergini per l’uomo che le farà diventare mogli casalinghe e madri. Il timore da parte dei difensori dei bordelli era che in un paese privato della minaccia della condanna alla prostituzione, senza più la distinzione tra vergini e puttane, le donne avrebbero potuto iniziare a rivendicare il diritto a vivere secondo costumi e morali meno restrittive: venendo meno le prigioni in forma di bordelli si indeboliva anche l’istituzione della casa come prigione domestica.  Sul fronte opposto, invece, l’abolizione per legge di questi lager sessuali è stato il frutto di un impegno parlamentare durato circa un decennio, una lotta contro il degrado raccontata anche attraverso Lettere dalle Case Chiuse, una raccolta di lettere inviate dalle lavoratrici dei bordelli pubblicati dalla stessa senatrice socialista Merlin con la collaborazione di Carla Barberis Voltolina, la moglie del futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Testimonianze come queste:

Senatrice Merlin, La sottoscritta (…) di (…) da M., abitante nel (…), esercente la libera professione di prostituta nella propria abitazione, le autorità locali di P.S. hanno obbligato la sottoscritta di esercitare il proprio mestiere nelle case di tolleranza. Poiché la scrivente non intende essere sfruttata dalle padrone, chiede un modesto lavoro in qualsiasi sede e con qualsiasi retribuzione mensile acché possa vivere un’altra vita seria e onesta. In attesa di tale ringrazia ed ossequia.

Egregia Onorevole Senatrice Sig. Merlin, Non mi meraviglio che i tenutari di queste case abbiano potuto corrompere coi loro milioni qualche professore medico che verrà inviato a Roma per cercare di parlare con qualche parlamentare onde dimostrare il danno che ne avverrebbe se chiudessero, per la gioventù, diranno questi dottori. Ma il danno non sarebbe per la gioventù, ma per i tenutari stesse che non potrebbero più fare la bella vita che conducono. Pensate che solo nella prima casa di M. composta di sei ragazze, dove la tariffa è di L. 1500, se un signore vuole intrattenersi qualche ora deve sborsare dalle 30-40-50 mille lire. Dietro quelle pareti chiuse nessuno li disturba e nessuno può immaginare ciò che succede. Altro che bisogno naturale fisiologico. Di naturale si possono contare qualche caso solo. Per questo ci sono tanti invertiti, ci pensano queste ragazze ad istruire la gioventù. Ci sono uomini con grandi nomi che il mondo ignora le loro turpi abitudini. Sempre la solita vecchia ragazza.

I viaggiatori di vestiti non possono entrare a vendere alle signorine se non vestono a gratis i signori padroni, ed allora questi viaggiatori sono costretti a prenderle per il collo queste disgraziate e mettergli un prezzo molto più superiore. Il profumiere la stessa sorte, è obbligato di fornire a gratis altrimenti non entrano più. La sarta idem. Il parrucchiere idem. E chi ci va di mezzo? Sempre queste povere disgraziate. Sono sempre loro che pagano tutto. Il personale in questi ambienti è pagato pochissimo dai padroni. Questo personale vive sulle spese giornaliere delle signorine, che a sua volta la quota del conto viene quasi tutta raddoppiata. Poi le signorine sono obbligate ogni quindici giorni a dare delle laute mance a tutto il personale perché altrimenti in quella casa non le prendono più. Uguale il mercato di bestie, né più né meno. Poi ci sono dei padroni che alla mattina si fanno il bagno con un litro di acqua di colonia nell’acqua, che si parla di tre o quattro mila lire giornaliere solo per il bagno. E tanta gente muore dalla fame. Le signorine ed il personale hanno il mangiare misuratissimo.

L’Apparente Doppia Velocità del Sessismo

Secondo quanto hanno osservato e raccontato giornalisti come Lydia Cacho e Victor Malarek, il mercato dello sfruttamento sessuale è in continua crescita. E non riguarda più solo le donne, ma anche transessuali, e sopratutto minori di entrambi i sessi. Qualsiasi proposta finalizzata a contrastare il fenomeno non può passare attraverso liberalizzazioni che incrementerebbero le possibilità di occultare lo sfruttamento attraverso attività in apparenza lecite. “In ogni metropoli in giro per il mondo, le ragazze vittime della tratta si mescolano con le donne che scelgono di prendere denaro in cambio di sesso. All’apparenza è difficile distinguerle. Vestono nello stesso modo e hanno lo stesso aspetto. Hanno la stessa espressione invitante. Sorridono, posano, si mettono in mostra e camminano in modo ammiccante. Questo è quello che i potenziali clienti e il pubblico vede nei bar o nelle strade. Ma è anche quello che gli sfruttatori si assicurano che vedano.” (Victor Malarek, The Natashas, The New Global Sex Trade)

Quando si è diffusa la notizia che migliaia di donne yazide, anche minorenni, erano state fatte prigioniere dai miliziani dell’IS per essere usate come schiave sessuali, sequestrate e imprigionate all’interno di bordelli-prigioni e costrette a subire ogni giorno ripetute violenze, l’opinione pubblica non ha esitato un attimo a indignarsi. Ma anche i soggetti che più si scandalizzano per vicende simili rifiutano a priori di prendere in considerazione l’idea che drammi simili possano consumarsi anche nei paesi occidentali. Sostituendo le donne yazide con altre non meno giovani provenienti dall’Africa o dall’Est Europa, i loro carcerieri con i criminali impegnati nella tratta di schiave sessuali, e infine i miliziani che le violentano con i clienti occidentali che pagano per i loro piccoli orgasmi, si ottiene una sorta di morphing sociale in cui i diversi profili degli uomini che abusano delle donne in schiavitù sfumano e si confondono tra loro. Il deserto siriano cambia forma e colore per trasformarsi nei marciapiedi italiani, nei bordelli tedeschi e olandesi, e così via. Mentre il destino a base di violenze fisiche, tortura e morte per le donne che si oppongono e resistono rimane lo stesso in entrambi i casi. E a meno che non si voglia credere che le strade siano piene di ragazze che hanno atteso di compiere il loro diciottesimo compleanno per viaggiare verso l’Italia, la Germania, l’Olanda, etc. e coronare il sogno di battere i marciapiedi in un paese del quale non conoscono nemmeno la lingua, gomito a gomito con la criminalità organizzata ed esposte alle malattie a trasmissione sessuale, appare chiaro che molte schiave sono anche minorenni.

Le cifre raccolte e diffuse dalle associazioni internazionali che si occupano di diritti umani a proposito della tratta a sfondo sessuale sono drammatiche, ma i sostenitori della legalizzazione della prostituzione argomentano invocando il diritto delle donne di utilizzare i loro corpi come meglio credono, anche vendendo sesso a uomini disposti a comprarlo. Non si tratterebbe di altro che di uno scambio tra due liberi adulti consenzienti, sostengono gli stessi soggetti che in altre occasioni si oppongono con tutta la forza di cui dispongono alla possibilità che persone dello stesso sesso possano formare un nucleo famigliare. Due posizioni che appaiono in contrasto tra loro se viste alla luce delle dichiarazioni a base di libertà e autodeterminazione. Ma che assumono una coerenza monolitica se lette nell’ottica di una forma di maschilismo tutt’altro che in regressione, quello stesso che sventola vessilli con le parole “natura” e “tradizione” per contrastare quei cambiamenti che percepisce come un ridimensionamento della centralità del maschio nelle società contemporanee. All’interno di una cornice sessista, appare “naturale” che possano esserci dei luoghi dove il maschio può andare per soddisfare i suoi bisogni, proprio come appare “non naturale” lasciare che due persone dello stesso sesso possano formare un nucleo famigliare. Quando il sessista parla di riconoscimento della prostituzione il suo obiettivo è tutelare la libertà del maschio di poter acquistare sesso dalle donne. La libertà femminile di vendere il proprio corpo per soldi è una conseguenza necessaria: è l’effetto, non la causa.

Nel suo libro Sex Trafficking – Inside the Business of Modern Slavery, Siddharth Kara dedica uno spazio anche ai marciapiedi italiani e alle ragazze che vi ha incontrato. Molte tra loro non avevano nemmeno diciotto anni, e alcune erano sulla strada da quando ne avevano appena quattordici, in mutandine e reggiseno bianchi anche a Novembre perché il freddo è comunque preferibile alle botte e alle punizioni. Attirate con la promessa di un lavoro regolare, arrivano dall’Africa e dai paesi dell’Est Europa per finire segregate in qualche appartamento di giorno e sorvegliate a vista nelle vie alberate e non illuminate di notte, dove code umane di spietati e insaziabili appetiti sfogano le loro voglie nei corpi di minorenni ridotte in schiavitù, dentro le automobili o dietro qualche cespuglio. E se qualcosa interviene a rallentare la coda in questi fast food a cielo aperto a base di carne adolescente (come l’invio di unità di strada da parte di qualche ONG impegnata nella promozione di salute e sicurezza tra le ragazze) gli uomini in coda non esitano a protestare e a suonare i clacson delle automobili, come se un qualsiasi ritardo nella loro consumazione fosse un disservizio vergognoso e inaccettabile. Le sopravvissute descrivono la strada come un vero e proprio inferno: il freddo delle notti invernali, l’alcol e le droghe per annebbiare i sensi, le botte non solo da parte dei protettori e ma anche dei clienti. Qualcuna riesce a scappare, qualcuna viene liberata, altre finiscono con l’essere recuperate quasi in fin di vita dai volontari di qualche ONG, abbandonate prive di sensi come elettrodomestici rotti che non valgono la spesa della riparazione, devastate dalle malattie sessuali e dai traumi psicologici.

Le botte dei clienti sono indici del fatto che in questo tipo di sesso non è in gioco solo il piacere fisico. C’è anche una componente di rivincita sociale che viene negata attraverso giustificazioni di vario tipo. Alla ricerca di scuse, vengono incolpati i media mainstream come la diffusione della pornografia, fino alle troppe pretese delle donne emancipate che andrebbero contro un non meglio definito bisogno fisiologico proprio della natura maschile. E nei casi più sfacciati alle prostitute stesse, che corromperebbero uomini altrimenti virtuosi per appropriarsi dei loro soldi. Ma rimane il fatto che grazie a questa forma di sfruttamento eserciti di uomini non ricchi, non giovani e belli, non in forma e spesso nemmeno puliti, possono mettere le loro mani addosso a ragazze che in condizioni di parità non riuscirebbero nemmeno ad avvicinare. Incluse quelle pornostar le cui produzioni sono accusate di essere la causa scatenante dell’eccitazione che spingerebbe i clienti a uscire di casa per andare a cercare prostitute e soddisfare le loro voglie con donne che non potranno rifiutarli. Come se fosse colpa delle donne emancipate e dei costi che l’uomo dovrebbe affrontare per corteggiarle senza alcuna garanzia del risultato, anche il fatto che centinaia di migliaia di turisti occidentali partono verso le mete del turismo sessuale dove, approfittando delle condizioni di povertà e degrado, possono collocarsi in alto nella scala sociale anche con mezzi limitati. Dove non si devono accontentare di qualche schiava picchiata e terrorizzata o di qualche tossica che si svende per qualche dose di droga. Dove possono entrare nei bordelli e guardarsi attorno come facevano i cowboy nei vecchi western al loro ingresso nei saloon. O dove magari possono vestire i panni di un ricco Edward che strappa una Vivian minorenne dalla strada nella loro distorta versione di Pretty Woman. Dove in una sorta di micro-metafora del concetto di “guerra umanitaria”, possono abusare di ragazzine nemmeno quattordicenni e giustificarsi dicendo che con i soldi che ricevono possono aiutare le loro famiglie a mangiare e sopravvivere. (In The Johns: Sex for Sale and the Men Who Buy, Victor Malarek ha esplorato questa galassia di alibi in molte delle sue avvilenti declinazioni.)

A differenza di quanto pensa chi misura il maschilismo in proporzione ai centimetri di pelle mostrati al pubblico attraverso video e giornali, quando il maschilista tipico si trova davanti ai media non vede una donna oggetto, ma una che possiede soldi, fama e potere: una donna che “va in giro a fare la puttana” anziché rimanere a casa a occuparsi della sua famiglia. O magari chiusa in un bordello a soddisfare i maschi (come lui, appunto). La presenza di donne in televisione viene vista come una minaccia. Poco importa che si tratti della valletta di un programma in prima serata o di un’attrice che accetta di recitare in sequenze sexy. Sono tutti esempi di donne di successo che hanno la possibilità di avere pretese e rifiutare qualsiasi offerta, a loro piacere. Sono donne che il maschio medio che va a prostitute non potrà mai avere. Lui lo sa e si vendica insultandole,  chiamandole “puttane” e vomitando offese nei social. Sono donne alle quali attribuisce la responsabilità dell’impossibilità di vivere nel suo mondo ideale: quello in cui l’uomo è il signore della casa e le donne, ubbidienti e servizievoli, lo assecondano in ogni sua richiesta e necessità.

E non si tratta di casi isolati. Appena qualche anno fa, aveva trovato spazio sui giornali la notizia di un’imminente diffusione di foto private della giovane attrice e attivista inglese Emma Watson, appena qualche giorno dopo il suo discorso davanti a un assemblea delle Nazioni Unite in favore della campagna HeForShe, un movimento in favore della parità tra i sessi. Con un tono trionfale, l’annuncio parlava di immagini che di sicuro l’avrebbero messa in imbarazzo, proprio come era già capitato a diverse sue colleghe. La notizia si è rivelata essere una bufala, come anche il sito con il conto alla rovescia che annunciava il momento della pubblicazione. Ma non tutto in questo episodio era falso: i milioni di click accumulati dal sito grazie alle visite di chi voleva vedere Emma Watson nuda, ben sapendo che non si trattava di una sua scelta, erano reali. Come lo erano i messaggi (o quantomeno una buona parte di essi) apparsi su forum e social network che esprimevano soddisfazione all’idea che presto la giovane attrice sarebbe stata umiliata in pubblico: il linciaggio attraverso l’esibizione della sua nudità sarebbe stato una sorta di contrappasso per le sue prese di posizione in ambito sociale. Una rivincita sulla femminilità analoga a quella imposta in precedenza a Jennifer Lawrence, Kate Upton e molte altre. E in un contesto culturale in cui è sufficiente un annuncio privo di fondamento per stanare moltitudini di persone pronte a trasformare lo slut-shaming in una sorta di flashmob virtuale su scala planetaria ai danni di donne ricche e famose, l’idea che abrogare una legge possa contribuire a migliorare la condizioni di migliaia di invisibili ha come unico riscontro la volontà di crederci.

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La Compagnia della Terra Piatta

The Flat Earth Society is meeting here today, singing happy little lies,
And the bright ship Humana is well on its way with grave determination
And no destination
(Bad Religion)

Secondo la definizione, l’ipocrisia è quel tipo di comportamento in cui le parole vengono smentite da fatti di segno opposto: una persona sostiene di avere un certo tipo di idee, principi e valori, ma le sue azioni sono guidate da altri di segno opposto. E nel caso in cui venga messo di fronte alle sue contraddizioni non esita a negare la realtà o a scaricare la colpa su qualcuno o qualcosa. È il razzista che appoggia politiche discriminatorie ma nega di essere contro chi è diverso e pertanto non tollera di essere definito tale. Come l’omofobo che si offende se viene apostrofato con questo termine e nega di essere contro gli omosessuali, anche quando è impegnato contro qualsiasi modalità affettiva che differisca da quell’unica che è disponibile ad accettare. Per l’ipocrita è importante definire se stesso in termini a lui congeniali per evitare che le azioni parlino al posto suo, anche quando così facendo svela la propria vera natura in accordo con la più classica excusatio non petita: esterna il suo amore per la madre o la moglie quando si tratta di sostenere posizioni maschiliste, sottolinea di parlare da padre se le sue azioni possono arrecare sofferenza a dei bambini, dichiara di avere molti amici appartenenti a una minoranza alla quale non intende riconoscere o vuole negare dei diritti, e così via. È un individuo che afferma che per lui cose come l’ordine, la pulizia e il rispetto delle regole sono molto importanti, salvo poi contribuire in prima persona a deturpare il luogo in cui si trova. È anche colui che dopo aver sporcato esibisce la sua vibrante indignazione nei confronti dell’inciviltà altrui, e magari gonfia il petto e punta l’indice verso l’inadeguatezza di quanti avrebbero dovuto attivarsi per impedire il dilagare del degrado. Un profilo che, fuor di metafora, può essere utilizzato per descrivere molti tra coloro che popolano quello spazio che risponde al nome di mondo dell’informazione italiana.

Con una disinvoltura quasi invidiabile, tale da non lasciar intendere se si tratti di menzogna o inconsapevolezza, non è raro che noti e “autorevoli” nomi della carta stampata si lancino in dolenti Mala Tempora Currunt a proposito di come internet avrebbe danneggiato il panorama dell’informazione. Lamentano un appiattimento del sapere verso il basso, dove il consenso si scolla del tutto da meriti e competenze per diventare espressione puramente quantitativa dei “mi piace” che riesce a strappare agli umori di folle attirate con vari espedienti. Lamentano un’atomizzazione dell’informazione per cui notizie anche opposte si confondono a prescindere dall’autorevolezza delle fonti, in un magma indistinto dove analisi e verifica sono opzioni trascurabili rispetto alla ricerca di visibilità. A volte arrivano perfino a lamentare la crescente e dilagante violenza verbale, l’intolleranza e il bullismo (cyber e non), di quanti con logiche da branco si accaniscono contro singole persone o interi gruppi. Il tutto come se all’interno della categoria alla quale appartengono non siano stati in molti ad aver ricoperto un ruolo di primo piano in questa discesa libera verso l’abbrutimento. Proprio come quei padroni che fanno finta di non vedere mentre i loro cani sporcano le strade per poi disinvolti riprendere la loro passeggiata senza pulire lo schifo che si sono lasciati alle spalle, si guardano attorno con severo sguardo inquisitore alla ricerca di responsabili ai quali imputare la responsabilità del degrado dilagante. Un esempio fra tanti: i grandi organi di stampa hanno rilanciato per mesi la bufala della Blue Whale con editoriali sensazionalistici, titoli in prima pagina e servizi televisivi, e questo nonostante in molti si siano mobilitati fin dalla prima diffusione della presunta notizia per argomentarne l’infondatezza, quando non per per dimostrarne la falsità. Hanno smesso di parlarne solo quando la natura farlocca della notizia non poteva più essere messa in dubbio e l’effetto scandalo era svanito, limitandosi a fare finta di niente come se nulla fosse mai accaduto. Come il padrone che si lascia alle spalle il marciapiede dove il suo cane ha sporcato, appunto. Ecco allora che per rimettere le cose in prospettiva, senza false nostalgie rivolte a bei-tempi-che-furono che mai furono, vale la pena di tornare con la memoria a qualche anno indietro, a prima che la comunicazione social 2.0 assumesse un ruolo centrale nella cultura mainstream.

Nell’intervallo di tempo che separa gli albori di internet dal presente, da un passato quasi remoto in cui l’accesso alla rete era appannaggio di un’élite di nerd e smanettoni a un presente in cui con uno smartphone anche i bambini in età prescolare riescono a improvvisare interazioni col mondo virtuale, c’è stato un periodo intermedio in cui gli scambi tra utenti si distribuivano su molteplici piattaforme, e non all’interno di grossi contenitori. Si trattava perlopiù di blog e forum. Chi era interessato a discutere di qualcosa che lo appassionava doveva cercare gli spazi in linea con i suoi gusti e i suoi interessi: il forum dove si parlava di un certo tipo di musica, piuttosto che il blog dove si discuteva di politica o di attualità, o di un certo tipo di cinema, o di letteratura, e così via. Per chi ancora non frequentava la rete, sgombriamo subito il tavolo da qualsiasi idealizzazione: porcherie e bestialità c’erano anche allora. (C’erano blog complottisti che si proponevano di offrire giustificazioni al più becero antisemitismo, c’erano forum razzisti e omofobi, c’erano siti che propagandavano tesi negazioniste, e così via.) Ma la differenza strutturale sta nel fatto che la stragrande maggioranza di questi luoghi virtuali venivano creati per interesse e passione, e gestiti da persone che non ci guadagnavano nulla più di una loro soddisfazione. Motivo per cui per la maggior parte degli amministratori li curavano come fossero giardini personali, e pertanto si avvalevano di regole di condivisione e partecipazione finalizzate a evitare che un accesso libero e sregolato potesse ridurle in porcilaie.

Saltando avanti nel tempo e spostando l’attenzione sulla progressiva diffusione online delle testate giornalistiche professionali, si può osservare come molti dei principi validi all’interno dei vecchi forum siano stati messi subito da parte. Dal momento che le entrate economiche sono proporzionali alle visualizzazioni, aprire gli articoli ai commenti dei lettori significa aumentare le visite. Così come moderarli, cancellarli, o addirittura bannare i loro autori perché violenti e maleducati significa ridurle. Schierarsi in favore di un ambiente civile e controllato piuttosto che di una grande piazza affollata significa rinunciare a possibili guadagni. In pratica, a partire dai grandi quotidiani fino ad arrivare alle realtà più piccole, per questo motivo più o meno tutti hanno lasciato che i loro spazi fossero inondati da commenti di ogni tipo, intervenendo solo nei casi più estremi e indifendibili, cioè quelli in cui si potevano delineare rischi di natura legale (quindi multe e sanzioni), e presentando questa politica editoriale come apertura nei confronti del dibattito tra le più diverse opinioni. Inoltre, con il diffondersi dei social network, le maglie di questa linea di condotta si sono allentate ancora di più per meglio sfruttare gli spazi dove, in ragione della facilità di accesso ai commenti, i discorsi violenti e fuori contesto si sono moltiplicati in misura esponenziale. Scivolando con lo sguardo sulle opinioni dei lettori in calce agli articoli, spesso autentiche gallerie degli orrori dove i pregiudizi si declinano attraverso le più svariate forme di sgrammaticature mentre il risentimento si affanna alla ricerca di vestiti presentabili, si può osservare come una buona metà di quello che si può leggere non avrebbe mai passato le maglie di una moderazione ordinaria su un vecchio forum. Una cifra che può tranquillamente superare i tre quarti, se vista alla luce di forme di moderazione più severe e attente. Sia chiaro che non v’è nulla di illegale nella scelta di preferire la quantità alla qualità, le entrate economiche al valore dei contenuti. L’ipocrisia sorge però nel momento in cui, dopo aver portato avanti queste politiche editoriali per anni, si guardano attorno alla ricerca di capri espiatori da incolpare per lo schifo che hanno lasciato entrare da ogni apertura. A volte nascondondesi dietro una scelta di non “censurare” i commenti che mistifica il senso stesso della libertà di espressione, trasformando il sacrosanto diritto ad avere ed esprimere opinioni senza andare incontro a problemi e persecuzioni, in una sorta di obbligo a lasciare che chiunque possa sfruttare qualsiasi spazio desideri per propagandare indisturbato tutto quello che gli pare.

(I Valori della Resistenza) Una Parentesi Aperta

Pseudo-morals work real well
On the talk-shows for the weak
(Marilyn Manson)

Come già scritto altrove, ostinarsi a ribattere punto su punto all’interno del campo polemico definito dall’avversario non sembra essere una linea vincente. Soprattutto quando buona parte della linea politica di questo è proprio votata a provocare e a spruzzare abnormità propagandistiche a getto continuo. E soprattutto in un contesto in cui proprio coloro che per professione dovrebbero verificare e analizzare le notizie che diffondono preferiscono limitarsi a cavalcare la dichiarazione a effetto fornita dal demagogo di turno. Non ha senso rispondere, o anche solo interfacciarsi, con chi non ha alcun interesse a portare avanti un confronto che non solo non si presenta come fruttuoso o razionale, ma nemmeno rispettoso di un’onestà intellettuale ai limiti della minima decenza. Tanto meno ha senso farlo in quei contesti in cui è possibile diffondere messaggi d’odio a condizione di farlo senza esagerare col turpiloquio. Vale la pena di essere chiari entrando nell’attualità. Il significato di termini come “pacchia” e “crociera” è semplice e comprensibile anche a chi ancora oggi fatica a scrivere il proprio nome. Chiunque accetti la reductio in questi termini delle vicende di chi affronta pestaggi, detenzioni e, nel caso delle donne, violenze e stupri, per poi rischiare la vita in mare nella sola speranza di un’esistenza migliore, va considerato, fino a prova contraria, in evidente malafede, e pertanto non può essergli riconosciuto lo status di interlocutore. Per sua scelta. Nel momento in qualcuno muove a partire da simili premesse, il contesto discorsivo è distorto a un punto tale che qualsiasi argomento volto a contestare la presunta esperienza “crocieristica” di questi viaggi è superfluo e inutile. Persino il citare i naufragi e i disastri umanitari, i morti recuperati e i corpi condannati a rimanere dispersi, non riesce ad andare oltre uno sterile esercizio retorico che naufraga nel proverbiale parlare ai sordi. Definire anche solo una volta in termini di “pacchia” l’esistenza di coloro che vivono in baraccopoli fatiscenti, sfruttati da padroni e caporali, esprime quello stesso tipo di beffardo disprezzo che in modo analogo campeggiava all’ingresso dei campi di lavoro nella scritta Arbeit Macht Frei (“il lavoro rende liberi”). E riportare dichiarazioni simili come se non fossero altro che normali espressioni, solo articolate in un linguaggio un po’ più colorito del consueto, non è più semplice cronaca: è collaborazionismo.

Ma non è solo una questione contenutistica (qualitativa), il problema assume connotati ancora più ingestibili sul piano numerico (quantitativo). Nel momento in cui le offese e le provocazioni vengono accolte indisturbate nel mondo dell’informazione e poi lasciate libere di accavallarsi a un ritmo incalzante, pensare di replicare a tutte vuol dire votarsi a un’occupazione a tempo pieno. Significa lasciarsi imbrigliare in un modo molto semplice di dettare il ritmo all’agenda politica, talmente elementare da risultare simile a quello che fa il bambino geloso che strilla in continuazione per evitare che la mamma possa dedicare la sua attenzione ad altro. Mantenendo l’attenzione mediatica su di sé crea l’illusione di un’attività a tempo pieno, e allo stesso tempo evita di lasciare spazi nel dibattito pubblico che potrebbero essere occupati da argomenti che non può o non vuole affrontare. In ogni caso, mantenendo l’opposizione impegnata in una polemica senza fine, il demagogo ottiene il risultato di impedirle di concentrare le sue forze sulla costruzione di una narrazione alternativa. Senza considerare che in questa asta morale giocata sempre al ribasso, come in un mercato delle vacche dove si svendono principi e valori in cambio di spazi televisivi, la prefigurazione di scenari aberranti può anche avere lo scopo di spostare i limiti in funzione dei reali obiettivi che si vogliono raggiungere. Annunciare di avere l’intenzione di fare una cosa orribile per preparare il campo a quella che si vuole fare davvero, molto simile ma un po’ meno orribile.

Tutto ciò non vuol dire che non si dovrebbe prestare attenzione ai proclami e alle provocazioni, quanto piuttosto che non dovrebbe essere l’attività principale. E che in ogni caso potrebbe essere il caso di sottrarsi alla tentazione di rispondere sempre e ovunque. Di fronte a una dilagante retorica razzista e sovranista va bene smascherarne la natura fascista o peggio, soprattutto quando questa ricorre a una sfacciata ipocrisia per camuffarla. Ma serve anche una proposta alternativa, che possa essere economica e sociale oltre che culturale e ideologica. La vittoria della Resistenza sul fascismo non fu solo frutto di un’opposizione militante, fu anche e soprattutto una vittoria di principi e ideali. Questo è il motivo per cui si parla di “Valori della Resistenza”: la fusione di almeno tre grandi tradizioni (quella liberale, quella socialista-comunista e quella cattolica) unite dall’obiettivo comune di dare vita a una società nuova, libera e democratica. Oggi, di fronte a forme di propaganda fascistoidi rinnovate nei temi e nelle modalità comunicative, si assiste a una resistenza che continua ad assolvere al suo compito a livello di comunità: opponendo la complessità del ragionamento e dell’argomentazione alle semplificazione della comunicazione per slogan e sfottò, oppure esibendo immagini e fotografie di disperati per restituire un Volto a quell’Altro che la propaganda tende a disumanizzare nei termini di una minacciosa oscurità indistinta, e così via. Ma queste azioni non possono essere fatte ovunque e comunque, soprattutto dal momento che ogni opposizione è per definizione una minoranza. Diventa quindi fondamentale la scelta degli spazi in cui farlo. Anche tenendo ben presente che le fila di chi fa politica agitando spauracchi e inventando falsi problemi, in nome di rivoluzioni gattopardesche che non vogliono cambiare nulla, sono ingrossate da quanti diffondono dichiarazioni e notizie senza verificarne la verità o la fondatezza. Se, ad esempio, la redazione di un quotidiano sceglie di abdicare alla sua funzione di mezzo d’informazione per trasformarsi in cassa di risonanza di chi lo usa per raggiungere il maggior numero di persone possibile, la cosa migliore da fare potrebbe essere rispettarne la scelta e abbandonarla alla compagnia del coro che ha scelto di accompagnare. Prendere atto del banale fatto che nei luoghi dove si lascia spazio all’inciviltà, è la civiltà a non essere la benvenuta.

Rispondere a chi non ha nessuna intenzione di ascoltare è un puro spreco di tempo, oltre che di energie che potrebbero essere impiegate in altre attività. Come ricostruire il tessuto di una sinistra che da anni è oggetto di attacchi mistificatori da parte di avversari e, soprattutto, di falsi amici. Contro quanti citano due versi di Pasolini, sempre gli stessi, isolati dalla sua vasta opera letteraria e cinematografica, per restituire l’immagine di un sostenitore dei questurini, ad esempio. Contro i bigotti che si scoprono favorevoli all’autodeterminazione e alla libertà di scelta solo quando si tratta di trovare un modo per rimettere in regola lo sfruttamento della schiavitù sessuale. E in generale contro tutti quegli “intellettuali” che si presentano in pubblico indossando divise dell’esercito della Reazione sopra le quali hanno cucito il logo “marxista”, che si mostrano aperti e tolleranti quando si tratta di dialogare con le destre quanto duri e intransigenti contro le istanze di sinistra, che dicono di essere contro lo sfruttamento ma non si lasciano mai scappare una parola contro gli sfruttatori mentre attaccano senza sosta gli sfruttati e quanti si adoperano per aiutarli, che si adoperano ogni giorno per giustificare le repressioni e ingraziarsi chi le ordina insieme a chi le condivide e sostiene.

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Piccole Guerre Senza Parole

Attenzione Spoiler. Se non volete anticipazioni o rivelazioni, interrompete subito la lettura.

Come già scritto nell’articolo sulla prima serie, il passaggio di 13 Reasons Why dalla carta stampata all’immagine in movimento è stato realizzato attraverso un ridimensionamento della figura di Hannah Baker, da unica e incontrastata voce narrante a motore di una vicenda corale di ben più ampio respiro. È una scelta che viene portata avanti in modo ancora più sistematico nella seconda serie, attraverso la moltiplicazione delle trame e un ancora più marcato decentramento dei punti di vista. In termini quantitativi, Hannah continua a occupare molto spazio all’interno della narrazione, nelle ricostruzioni processuali come nelle menti dei protagonisti, ma il suo ruolo cambia: sempre meno ricordo e sempre più trauma. A voler tracciare un parallelo con una storia di guerra, si potrebbe dire che mentre la prima serie raccontava le vicende di una squadra di soldati al fronte, la seconda si concentra sul loro ritorno a casa: violenze e conflitti continuano a ricoprire un ruolo centrale, ma nella forma di ferite e cicatrici. Il tutto mentre il vuoto lasciato da una Hannah rivista e ricontestualizzata finisce con l’essere colmato, suo malgrado, dal personaggio Tyler Down, vero protagonista nell’ereditarne l’isolamento e le umiliazioni, declinandole al maschile in un clima di (a volte) involontaria complicità generalizzata.

Il parallelo con la guerra non è casuale. In pratica tutti i principali protagonisti della seconda stagione mostrano seri sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD): Jessica Davis, vittima di stupro, ha crisi di panico e dorme sul pavimento della sua stanza come un reduce che non riesce a riadattarsi alla comodità del suo letto; il suo ex-ragazzo, Justin Foley, come un veterano solo e abbandonato diventa un eroinomane che vive per strada; Alex Standall, sopravvisuto a un tentativo di suicidio, affianca ai danni psicologici disabilità fisiche abbastanza estese da renderlo un invalido. Non sono da meno Clay Jensen,  che si rivela vittima di allucinazioni audiovisive riconducibili alla rappresentazione di una patologia che presenta i sintomi di uno stato schizofrenico, e Kevin Porter, il consigliere studentesco dilaniato dai sensi di colpa per le responsabilità che imputa alle sue omissioni come alla tardiva comprensione del fatto che l’istituzione al servizio della quale aveva messo la sua persona non si faceva alcun problema a tradire, per opportunità o convenienza, quegli ideali che si era illuso di servire. E infine c’è proprio Tyler Down, quello per cui non solo la guerra non è finita, ma come per Hannah prima di lui rappresenta una realtà quotidiana fatta di dolore e umiliazioni che si trova a fronteggiare in solitudine.

Nella parentesi dedicata alla vicenda della Columbine High School veniva sottolineato come le parole che Tyler pronuncia nel corso delle indagini sulla diffusione nel bullismo nella sua scuola nel primo finale di stagione (“I get shit every day“) fossero molto simili a quelle che uno dei due attentatori della scuola in Colorado aveva registrato in un video rivolgendosi ai suoi aguzzini (“You’ve been giving us shit for years“). Ma se in quel caso isolato era possibile pensare che potesse trattarsi di una mera coincidenza, il finale della seconda stagione elimina ogni dubbio: armato fino ai dentio e pronto a irrompere nella sede del ballo scolastico, Tyler si rivolge a Clay dicendogli di andare via e tornarsene a casa con le stesse identiche parole che Brooks Brown ricorda avergli detto Eric Harris incontrato nel parcheggio della Columbine pochi minuti prima dell’inizio del massacro (“Get out of here. Go home.”). È la premessa di quel gesto estremo che declina al maschile il finale di una vicenda fino a quel momento identica a quella di Hannah. Entrambi erano emarginati a causa delle loro reputazioni, lei quella di puttana della scuola, lui di sfigato pervertito; entrambi sono scivolati talmente in basso nella scala sociale da sentirsi inferiori persino agli altri perdenti; entrambi avevano partecipato ad atti di bullismo nei confronti di altri, lui nei confronti di Hannah stessa e lei ai danni di una ragazza nella sua scuola precedente, mescolando il rimorso di chi è consapevole delle proprie colpe con la vergogna della vittima. E soprattutto, entrambi sono stati vittime di violenze sessuali: lei stuprata da Bryce Walker nella vasca idromassaggio, lui da alcuni amici di quest’ultimo con un bastone di scopa nel bagno della scuola.

Se Hannah Baker è un volto che viene dato alle statistiche statunitensi che contano le ragazze suicidatesi in seguito ad atti di bullismo, molestie e violenze sessuali, Tyler Down determinato a irrompere nel ballo studentesco per fare una strage è un chiaro riferimento alle molteplici cronache di stragi nelle scuole, proprio come quella che ha avuto luogo presso la Santa Fe High School a Houston in Texas il giorno stesso in cui avrebbe dovuto aver luogo la premiere della seconda stagione della serie (per questo motivo poi annullata da Netflix). La scelta di bloccare all’ultimo momento l’esecuzione della strage attraverso un espediente sfacciatamente irrealistico, cioè affidando a Clay l’improbabile ruolo di deus ex machina che con poche frasi banali riesce a fermare la mano di un soggetto armato, in pieno crollo psicotico e ben oltre il punto di rottura, è un modo per ricordare che nella realtà fatti analoghi non hanno mai un lieto fine. Ma allo stesso tempo è anche un modo per proteggere i contenuti della storia da polemiche stupide e pretestuose. Non è difficile immaginare i cori accusatori a base di “giustificazione della violenza” e simili qualora la produzione avesse scelto di permettere a Tyler di andare fino in fondo col suo piano, in modo analogo a quanto accaduto con la prima stagione, accusata di “estetizzare il suicidio” e di rappresentare una pericolosa fonte di possibili fenomeni di emulazione. Polemiche che la stessa serie rispedisce ai mittenti rappresentandone la natura ipocrita attraverso la scelta da parte della scuola di vietare e punire qualsiasi discorso relativo al suicidio, mentre allo stesso tempo non fa nulla per intervenire sulle possibili cause di disagio e si attiva per allontanare il consigliere studentesco nel momento in cui questo fa capire di non voler più accettare uno stato di cose che non condivide.

Terreni di Caccia e Conflitti di Classe

Dove ci sono vittime, ci sono anche carnefici. E in questo caso si tratta di Bryce Walker, l’atletico e popolare rampollo di una famiglia ricca, influente e facoltosa, in grado di fare pressioni affinché il figlio possa godere del maggior grado di impunità possibile. E anche in questo caso la serie sembra muoversi in direzione dell’attualità attraverso allusioni a controversi fatti di cronaca. La condanna di Bryce a soli tre mesi con la condizionale per lo stupro di Jessica pare alludere al caso di Brock Turner, un atleta universitario riconosciuto colpevole di aver abusato di una donna in stato di incoscienza e per questo condannato a sei mesi di detenzione, con la possibilità di essere rilasciato per buona condotta dopo soli tre mesi. Messa a confronto con altre sentenze in casi ritenuti analoghi pronunciate all’indirizzo di imputati latini o afroamericani, la differenza appare lampante: nel caso di questi ultimi le durate delle condanne da scontare sono espresse in anni, non in mesi. In particolare, la storia del ricco e bianco Turner è stata messa a confronto con quella di Brian Banks, un giovane di colore che si stava mettendo in mostra nel ruolo di linebacker nella squadra di football americano del liceo e che, accusato di stupro da una compagna di classe, aveva accettato di dichiararsi colpevole e scontare una pena pari a cinque anni di prigione più altri cinque di libertà vigilata per non affrontare il rischio concreto di una condanna all’ergastolo. Un contrasto reso ancora più stridente dal fatto che anni dopo, quando riuscì a incontrare di persona e registrare di nascosto la sua accusatrice mentre ammetteva di aver inventato la storia con il solo scopo di ottenere un risarcimento milionario da parte dell’istituto scolastico, la sua sentenza fu ribaltata e ristabilita la sua innocenza.

Sebbene non ci sia motivo per mettere da parte la questione razziale, anche alla luce degli episodi in cui esponenti delle forze dell’ordine si sono resi protagonisti della morte di cittadini disarmati appartenenti a minoranze etniche e in particolare afroamericane, questa potrebbe non essere la sola chiave di lettura. E talvolta nemmeno la principale. Infatti il fattore razziale può avere un ruolo nello spiegare come sia possibile che a un adolescente di colore che accetta un patteggiamento venga inflitta una pena 10 volte superiore a quella di un nuotatore universitario bianco che, nonostante i gravi indizi di colpevolezza, viene condannato al termine di un processo, soprattutto se si considera che in questo caso l’imputato non ha mai mostrato segni di pentimento o di ammissione di responsabilità, e che al contrario si è difeso cercando ora di colpevolizzare la vittima, ora di giustificarsi puntando il dito contro i comportamenti ad alto rischio e la cultura dei party nei campus universitari. Ma ampliando il campo, la sola questione razziale considerata non riesce a spiegare quel meccanismo denunciato da Kirby Dick e Amy Ziering nel documentario The Hunting Ground, a proposito delle aggressioni sessuali nei campus universitari e dell’ampia impunità di cui godono i predatori, non senza complicità da parte delle direzioni e delle amministrazioni. Anche nei casi di aggressori non bianchi, non solo le istituzioni non si muovono in favore delle vittime, ma al contrario agiscono con lo scopo di dissuaderle dal muovere accuse, ora colpevolizzando loro e i loro comportamenti (victim blaming), ora insinuando la possibilità che possano essersi inventate le accuse per qualche motivo.

Nonostante le statistiche relative alle false accuse di violenza sessuale tendano a oscillare tra il 2% e l’8% rispetto all’insieme generale dei crimini denunciati, nell’ambito dei college universitari una cifra inferiore all’1% è quella delle segnalazioni alle quali viene dato seguito. In altre parole, oltre il 99% delle aggressioni sessuali segnalate alle autorità del campus sono archiviate senza essere prese in considerazione. Inoltre, secondo quanto affermato dalle associazioni impegnate nel contrasto a questo fenomeno epidemico e nel supporto alle vittime di violenza, nei campus gli atleti rappresentano meno del 4% del corpo studentesco ma sono considerati responsabili di circa un quinto delle violenze. In breve, meno del 4% degli studenti universitari possono essere considerati responsabili del 20% dei crimini a sfondo sessuale, e oltre il 99% di questi rimangono del tutto impuniti, a prescindere dal colore della pelle come dell’eventuale minoranza cui possono appartenere.

Non si tratta solo di una questione di ricchezza, ma anche di classe, di integrazione sociale e di possibilità di rappresentare una risorsa o una fonte di arricchimento per qualcun altro: dato l’elevato ritorno economico, anche in termini di immagine, le amministrazioni non sembrano prestare particolare attenzione alla razza dei giocatori delle proprie squadre di basket o football o altro. La questione di classe non sostituisce quella razziale e non la ridimensione, al contrario può affiancarla contribuendo ad ampliare un divario già esistente. Il fatto che i crimini compiuti da latini e afroamericani vengano puniti con maggiore severità perché i loro autori occupano i gradini più bassi della scala sociale, e pertanto si trovano a fronteggiare una forma di repressione più intransigente, non significa che non esiste una questione razziale. Al contrario, se alcuni dati individuano un trattamento peggiore riservato alle fasce basse della società e altri tracciano collegamenti tra razza e repressione, ne deriva che i due insiemi tendono a intrecciarsi in profondità: il classismo può amplificare il razzismo tanto quanto il razzismo può occupare un ruolo centrale nella repressione di classe. Accade così che alla fine del processo in 13 Reasons Why per lo stupro di Jessica Davis, la figlia meticcia di un pilota dell’esercito, il bianco e facoltoso Bryce Walker viene condannato a tre mesi con la condizionale mentre il suo ex-amico Justin Foley, proveniente da un ambiente sociale assimilabile alla white trash, si trova a scontare una condanna doppia rispetto allo stupratore vero e proprio, e questo solo per essersi autoaccusato rivelando ciò di cui era a conoscenza al fine di denunciare il crimine subito dalla sua ex-ragazza.

Ed è proprio a questo punto che emerge la natura intimamente linguistica del problema: il fatto che scontri e ingiustizie vengano ricondotte all’interno del contesto delle discriminazioni razziali non dipende solo dalla tutt’altro che remota o trascurabile storia della segregazione a stelle e strisce, ma anche da decenni di feroce e intransigente propaganda antimarxista. Come può una qualunque società diventare consapevole dei conflitti di classe che la attraversano dopo aver passato decenni a etichettare come “anti-americano” qualsiasi termine o forma discorsiva che possa anche solo apparire riconducibile a una non meglio precisata ideologia marxista o socialista? Gli anni del maccartismo e della Paura Rossa sono finiti da decenni, ma il cosiddetto anticomunismo è riuscito a sopravvivere a eventi come il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica, e ancora oggi non incontra problemi nel tacciare di anti-americanismo chiunque prenda in considerazione possibili questioni relative a una maggiore equità sociale. Appare quindi chiaro che è pressoché impossibile affrontare un problema quando non è possibile utilizzare le parole che servirebbero a esporlo. Tyler e gli altri alunni della Liberty High School vittime di violenze non hanno la possibilità di chiedere con più forza equità e tutele a partire da vicende drammatiche come quelle di Hannah Baker per il semplice fatto che non possono parlarne.

Questo è il motivo per cui i razzisti rifiutano di essere definiti tali, e lo ribadiscono con tanta più forza quanto più marcato è il razzismo al quale danno voce. Come è il motivo per cui gli omofobi affermano di non essere tali anche mentre si mobilitano contro gli omosessuali e i loro diritti. Ed è anche il motivo per cui in un clima in cui la censura linguistica è il primo e più importante strumento di repressione a disposizione dello status quo, chiamare le cose con il loro nome non è più solo una semplice forma di correttezza ma diventa un atto di sovversione. Non a caso, anche dopo la diffusione delle cassette di Hannah via internet, gli unici a etichettare pubblicamente Bryce come stupratore, anche ricorrendo ad atti di vandalismo, sono Tyler e Cyrus, due emarginati che nell’indifferenza generale puntano il dito in direzione dei carnefici mentre la maggioranza rimane in silenzio, perlomeno quando non usa le parole per schierarsi dalla parte dei più forti attaccando la vittima. Perché è vero che la Legge si presenta come uguale per tutti, ma se qualcuno ha le risorse economiche e sociali per amplificare il volume delle sue parole, coprendo quelle delle controparti e arrivando a una platea più ampia, è assai probabile che per lui possa essere un po’ più uguale rispetto a quanto lo è per gli altri.

 

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La Miserabile Violenza Della Meschinità

La scritta “Prova A Dirmelo Guardandomi Negli Occhi” emerge a grandi caratteri rossi su sfondo bianco sotto il nome dell’autrice. Niente immagini, niente sfondi colorati e niente volti, per un titolo che potrebbe anche suonare come una sfida, ma che fin dalla prime pagine si rivela essere un invito, un’esortazione a ricordare che dietro i profili social, siano essi di persone famose o meno, ci sono vite private. Una banalità, quella secondo cui dietro i post e gli status ci sono storie vere, ma solo in apparenza. E soprattutto tale finché si rimane confinati all’interno di una solida Torre d’Avorio eretta sulla base di belle parole e principi altisonanti. Perché la realtà quotidiana invece lavora senza sosta per dimostrare l’esatto opposto. Nei fatti, solo la stucchevole retorica a base di malafede e analfabetismo su vari livelli, quella che giustifica simili episodi minimizzandoli, può continuare a ignorare come la violenza dilagante in rete si fondi su una volontà di non riconoscere l’umanità altrui, di singole persone come di interi gruppi sociali. Francesca Barra racconta tutto questo a partire dalla sua dolorosa esperienza in prima persona, come moglie, come madre e come donna, che l’ha vista oggetto di attacchi diretti, di insulti e minacce, a lei e ai suoi cari, da parte di perfetti sconosciuti che da un giorno all’altro hanno deciso che era loro prerogativa dedicare una parte della loro quotidianità allo scopo di offenderla e ferirla. Un’esperienza raccontata con tutta l’amarezza che può derivare dalla lucida consapevolezza di essere stata il bersaglio di un’ondata di crudeltà gratuita che non può trovare giustificazioni razionali, ma che allo stesso tempo non indugia nell’autocommiserazione. Anzi, al contrario, rinuncia a dettagliare la sua storia per condividere con altre persone questa occasione di ridefinizione narrativa, offrendo anche ad altri uno spazio dove riappropriarsi delle loro storie raccontando le violenze subite in prima persona come quelle ai danni di loro cari rimasti schiacciati sotto il peso della valanga persecutoria.

Il quadro che si conferma sullo sfondo è avvilente, forse anche ben oltre le intenzioni dell’autrice. Una moltitudine di soggetti che oscillano tra il narcisismo sociopatico e la deficienza emotiva, incapaci di comprendere l’esistenza di linee di demarcazione che separano la possibilità dal diritto, e che con insensibile crudeltà puerile non ritengono possa esserci qualcosa di male nel fare alla vittima di turno tutto ciò che non viene loro espressamente vietato, o per cui non prevedono una punizione. Anzi, dotati di moderni strumenti tecnologici, anche se non di altrettanto potenti mezzi culturali e intellettuali (e spesso nemmeno di rudimenti semantici o basi grammaticali), si giustificano sulla base dei valori e dei principi che ritengono più convenienti, come se rispondessero alla chiamata di un’autorità superiore, in una sorta di impersonale esperimento di Milgram su vasta scala. E non riescono a comprendere come il loro comportamento non sia affatto diverso, per esempio, da quello dell’uomo che ritiene un suo diritto picchiare e tormentare la moglie per il semplice fatto che questa può non avere modo di opporre resistenza o ribellarsi. Con devota dedizione si dedicano a insudiciare ciò che incontrano sulla loro strada, se questo può procurare loro un qualche tipo di piacere o soddisfazione. Un po’ come quei pervertiti che approfittano dei mezzi affollati per strusciarsi sulle donne e reagiscono indispettiti se qualcuna protesta, magari strillando indignati di essere stati spinti dalla ressa o invitando la malcapitata di turno a usare altri mezzi di trasporto.  Oppure come può fare un ragazzino che esce di casa con una bomboletta spray convinto che disegnare cazzi sui muri di casa altrui sia una sua legittima forma di espressione.

Che si tratti di qualche gruppo sociale di cui si sente parte o al quale si sente affine, oppure che si tratti di qualche principio o valore brandito come una clava da abbattere su chiunque sia percepito come oppositore o anche solo dissenziente, l’hater ha sempre una scusa pronta per giustificare o motivare la propria ostilità. Un modus operandi ormai tutt’altro che originale che pone al centro delle proprie affermazioni il diritto ad avere un’opinione su qualsiasi cosa e a poterla esprimere liberamente. E che in modo altrettanto scontato finisce con prostrate dichiarazioni di scuse e patetici tentativi di ridimensionamento e ricontestualizzazione delle affermazioni fatte qualora l’enormità di qualche sua bestialità arrivi a inviare uomini in divisa alla porta di casa per presentare il conto in termini legali. L’ennesima conferma della natura vile e codarda del bullismo. Perché il bullo è quello che usa la forza del suo branco per tormentare le proprie vittime e le attacca ancora di più se queste cercano aiuto a loro volta per rompere l’isolamento in cui si trovano. Ma soprattutto è quello che, dopo aver umiliato chi si è mostrato intenzionato a chiedere aiuto, non esita a rivolgersi a una qualche autorità qualora il suo tentativo di sopraffazione gli si ritorca contro. E in modo speculare in rete il bullo è quello che prima si appella alla libertà di espressione per scrivere tutto ciò che gli pare e poi invoca la censura e la rimozione di ciò che può sfiorarlo. Come quando fa la voce grossa contro il politicamente corretto quando si tratta di mancare di rispetto agli altri, salvo poi frignare e lamentarsi della maleducazione se a essere oggetto di offese e insulti è la sua persona.

Senza entrare nel merito di quali possano essere i comportamenti che le vittime dovrebbero tenere di fronte agli attacchi personali e alle campagne d’odio (ignorare, denunciare o altro ancora), e tralasciando anche eventuali riflessioni sul quadro normativo vigente o sull’adeguatezza o meno degli strumenti legali che queste hanno a disposizione per contrastare la valanghe di fango che cercano di sommergerle, può essere opportuno soffermarsi su quegli aspetti positivi della rete – come la libertà di espressione, appunto – che gli hater pervertono a loro vantaggio. (Un po’ come fanno gli omofobi che sfruttano valori e principi come quelli relativi ai diritti dell’infanzia per giustificare le loro campagne a base di odio, razzismo e discriminazioni.) E magari anche accettare il fatto che, al di là di tutta la retorica ideale sull’importanza e la ricchezza del confronto con chi la pensa diversamente, la quotidianità è impietosa testimone dell’inutilità, quando non della dannosità, della stragrande maggioranza delle discussioni che intasano internet.

Anche andando con la memoria ai primi anni di svolta in direzione social da parte della rete, quando le piattaforme come Facebook, Twitter o Instagram non esistevano ancora o avevano scarsissima diffusione, quando i confronti avvenivano perlopiù nei thread all’interno dei forum o sulle piattaforme di blogging, o anche prima, risulta davvero difficile recuperare il ricordo di discussioni che si siano concluse con l’accettazione della ragione altrui (e l’ammissione del proprio torto). Proprio come avviene in qualsiasi talk-show televisivo, due o più fazioni si scontrano fino al momento dei titoli di coda senza che nessuno metta mai in discussione le proprie posizioni. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in verità nessuno mostra mai alcun interesse anche solo nell’ascoltare le ragioni altrui: il cosiddetto “contraddittorio” non è altro che una finzione per offrire una cornice narrativa dinamica all’alternarsi di due o più monologhi. E lo stesso accade in rete, dato che i commenti seguono un fine analogo: esporre le proprie ragioni col solo obiettivo di negare quelle altrui. Non allo scopo di verificare la solidità delle proprie opinioni, ma solo per allargare acriticamente il consenso attorno alle proprie.

Razzisti, fascisti, omofobi, complottisti, odiatori seriali e chi più ne ha più ne metta, tutti si appellano al sacrosanto diritto di avere un’opinione e poterla esprimere liberamente, anche e soprattutto quando il loro fine è negare ai loro bersagli la possibilità di godere dei loro stessi diritti. Nessun confronto, ma pura e semplice volontà di privare gli altri di qualcosa che loro hanno e a cui mai rinuncerebbero. E all’interno di questo disegno tutto ciò che consente di ampliare la platea alla quale si rivolgono gioca a loro favore. Si sente spesso dire che è necessario controbattere punto per punto per evitare che i loro messaggi possano diffondersi indisturbati. Ma l’evidente incremento delle loro fila sembra costituire una solida confutazione di questa tesi. Ad esempio, le critiche basate su fatti e prove volte a dimostrare l’infondatezza di tesi negazioniste e complottiste non solo non ne hanno limitato la diffusione, ma al contrario appare evidente come le fila di persone che le sostengono si siano ingrossate. Diventa quindi opportuno chiedersi se anni di polemiche online non abbiano ottenuto il solo risultato di permettere a temi che fino a qualche anno fa erano di nicchia di irrompere nel dibattito mainstream, raggiungendo il grande pubblico attraverso i giochi di notifiche social, il clickbait, e soprattutto la condivisione indignata, in accordo con il ben noto principio riconducibile a Oscar Wilde secondo cui non ha importanza come si parla di qualcosa, perché l’importante è parlarne. La velocità e la capillarità con cui un messaggio si diffonde in rete è direttamente proporzionale alla quantità, non alla qualità. Questo è l’evidente motivo per cui ci sono politici che hanno costruito una carriera sulle polemiche e sulle provocazioni, anche violente: non importa quante persone utilizzano hashtag con i loro nomi all’interno di messaggi critici o di opposizione, confutandone le parole o mostrandone l’infondatezza o l’incoerenza rispetto al passato, quello che per loro è davvero importante è che i loro nomi siano tra i trend topic e che le loro dichiarazioni appaiano nelle notizie in evidenza.

Se simili premesse anche solo un minimo di fondatezza, un’inversione di tendenza può essere possibile solo cominciando a prestare attenzione ai modi e ai contesti tanto quanto si fa con i contenuti, se non di più, memori della lungimirante affermazione di McLuhan secondo cui “il medium è il messaggio“. Ad esempio, non utilizzando più l’hashtag col nome del provocatore di turno per esprimere le proprie critiche, ma dando voce alle proprie opinioni stando attenti a non contribuire a renderlo trend topic. O magari non consentendo alcuno scambio a chi intende sfruttare gli spazi in rete per diffondere monologhi a base d’odio in toni offensivi o sprezzanti: sia resistendo alla tentazione di rispondere alle provocazioni, sia non consentendo loro di diffonderle nei nostri spazi. Di fronte a questa epidemia di miserabile violenza alimentata da meschini untori fieri della loro arrogante piccineria, non si tratta di invocare la censura nei confronti del dissenso, in accordo con quella prassi tanto cara agli squadristi online, e tanto meno di confinarsi all’interno di spazi dove il pensiero si necrotizza all’interno di una piatta omogeneità. (Ad esempio, sebbene questi ultimi paragrafi si muovano in una direzione verso la quale non sembra andare il libro da cui si sono prese le mosse, questo non vuol dire che intendano esprimere per forza una critica allo stesso.)

Se la libertà di esprimere qualcosa riguarda tutti i singoli allo stesso modo, quando non le autorità competenti in caso di reato, questa possibilità non deve diventare un obbligo per gli altri: la libertà di scrivere non implica il diritto a farsi leggere, e tanto meno l’obbligo altrui a lasciare spazio o condividere. Il fatto che qualcuno possa voler utilizzare la libertà di decorare come meglio crede le pareti di casa sua per riempirle con scritte oscene e svastiche, non significa che anche gli altri siano tenuti a lasciarglielo fare all’interno delle proprie dimore. E chi lo permette, lo fa per sua scelta. Forse è ora di diventare consapevoli del fatto che prestarsi al gioco della diffusione virale riguarda tutti quanti vi partecipano a prescindere dalla posizione assunta nei confronti del contenuto condiviso. Proprio come accade, per chiudere con un esempio, con gli scatti e i filmati sexy sottratti a questa o quella star e diffusi online: chiunque contribuisca alla diffusione di simili contenuti o ne alimenti il successo con quei click che spalancano le porte al più turpe voyeurismo è un complice del crimine, magari non sul piano legale ma di sicuro su quello etico, a prescindere dall’indignazione di maniera o dalle prese di distanza posticce che possono seguire. Perché non c’è diritto di cronaca o mera curiosità personale che possa giustificare la partecipazione a quelle che nei fatti si rivelano essere enormi gogne virtuali in chiave revenge porn.

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Post-Verità e Propaganda

Era la fine del 2016 quando Oxford Dictionaries scelse di incoronare col titolo di Parola dell’Anno l’espressione “post-verità” (post-truth). Una decisione che ne riconosceva la diffusione e l’impiego massivo, anche e soprattutto alla luce della considerazione secondo cui bufale e fake-news sembrerebbero aver giocato un ruolo determinante in diversi importanti eventi di massa: quelle che limitano la loro diffusione alla propagazione virale sui social network come anche e soprattutto quelle che dilagano al di fuori dei confini di internet grazie alla complicità da parte dei media cosiddetti “tradizionali”. Si potrebbero prendere le mosse da esempi mirati, come il referendum che ha decretato la Brexit o l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, oppure si potrebbe fare riferimento alle varie affermazioni che si susseguono nel corso di una qualsiasi campagna politica o ad altro ancora, ma in ogni caso il liquidare la questione della diffusione di notizie false all’interno dell’insieme delle “post-verità” appare come uno strumento di comodo per evitare analisi e approfondimenti. Perché non si tratta solo di confutare le bufale e contrastare la diffusione di notizie infondate, ma anche di interrogarsi su come e perché alcuni tipi di falsità riescano a diffondersi con facilità. E nel momento in cui parlare di “post-verità” diventa un modo per liquidare con una scrollata di spalle episodi come il rilancio di notizie false da parte dei media istituzionali, e soprattutto le giustificazioni postume sulla base di presunte e non meglio definite “credibilità” delle falsità stesse, la novità si riduce a poco altro rispetto a una passata di vernice brillante per coprire ruggine e marciume.

Come spesso accade, non è possibile determinare con precisione quando e in quale contesto l’espressione sia stata utilizzata per la prima volta, tuttavia per convenzione si considera il libro del 2004 The Post-Truth Era, Disonesty And Deception In Contemporary Life dello scrittore statunitense Ralph Keyes come il primo testo che l’abbia legata in modo mirato e specifico all’uso che è poi andato affermandosi. La tesi dalla quale parte l’autore si basa sull’idea secondo cui nelle società moderne tenderebbe a diffondersi una sempre maggiore tolleranza nei confronti delle menzogne, molto più che in passato, a tal punto da far sì che non siano considerate tali nemmeno quando vengono smascherate. Un fatto che Keyes definisce appunto “post-verità”, una sorta di spazio semantico all’interno del quale il vero e il falso non soltanto non sarebbero alternativi e inconciliabili, ma dove sfumerebbero l’uno nell’altro diventano a tratti inconfondibili.

Contraddittorio fin dalle prime pagine, Keyes prende le mosse da alcuni studi dedicati al mentire come atto diffuso e sistematico nella società moderna, e in modo apparentemente inflessibile snocciola statistiche a proposito di quanto sia un atto frequente e tollerato, senza fare alcuna distinzione tra i diversi tipi di menzogne. Anzi, è molto esplicito nel denunciare in modo chiaro e senza mezzi termini la tendenza a giustificare il mentire attraverso l’utilizzo di espressioni come “addolcire la verità”, “omettere alcuni dettagli” e altri eufemismi simili. Ma utilizzando il prefisso “post-“ per dare al termine una connotazione in linea con un vago e superficiale postmodernismo, l’autore non fa altro che presentare quella che considera “post-verità” nei termini di un blando e rozzo relativismo. Tutto questo senza rendersi conto che in fondo sussistono tutti i presupposti per considerare anche “post-verità” a sua volta come un ulteriore eufemismo per “falsità”. E le successive argomentazioni, lungi dal rappresentare la dimostrazione di un’intuizione, si concretizzano in un esempio quasi da manuale di petizione di principio, cioè di ragionamento in cui il fenomeno di cui si parla può essere dimostrato se e solo se viene presupposto nelle premesse.

Appare ovvio che non tutte le menzogne hanno gli stessi scopi e valori: mentire per un proprio vantaggio ai danni di un interlocutore è una cosa ben differente dal nascondere una verità per non arrecare un qualche danno al prossimo. Se si analizzano le diverse espressioni sul piano del loro valore di verità in senso stretto appare chiaro che in entrambi i casi non si può fare altro che marcarle come “False”. Ma se l’ottica è quella di studiare la diffusione delle menzogne in ambito sociale, non solo non è corretto considerarle all’interno di uno stesso insieme, ma il venire meno a tale distinzione potrebbe far sì che si renda necessario ricorrere in un secondo momento a qualche concetto presupposto ad hoc per dipanare la confusa matassa di discorsi diversi tra loro (come quello di post-verità, appunto). Non fosse altro che per il fatto che mentre il primo tipo di menzogna è oggetto di biasimo e una volta smascherato può comportare una serie di ripercussioni negative ai danni del suo autore, il secondo tipo non solo è ben accetto e non comporta alcun particolare stigma sociale, ma anzi è indice di buona educazione. In alcuni casi addolcire una verità può essere un modo per ottenere un vantaggio o evitare un danno, ma in altri può essere un modo per non fare male o essere crudeli.

In entrambi i casi si tratta di comportamenti che vengono appresi fin da bambini. Ad esempio, nel primo rientrano le situazioni come quelle in cui un bambino è consapevole di avere fatto qualcosa che non avrebbe dovuto, come rompere un oggetto che gli era stato vietato di toccare o aver mangiato dei dolci di nascosto, e quindi mente ai genitori al fine di evitare di essere sgridato o punito. Invece nell’ambito della seconda casistica possono rientrare gli episodi di spontaneità senza filtri, quelli in cui è la sincerità a essere oggetto di biasimo e reprimenda, come quello in cui un bambino che cammina per strada con la madre all’improvviso indica uno sconosciuto ampiamente sovrappeso e con voce squillante chiama a sé l’attenzione affermando: “Mamma! Mamma! Guarda quel signore quanto è grasso!”. Nel primo caso il bambino potrà essere punito non solo per la sua azione, ma anche per il suo tentativo volto a ingannare i genitori. Nel secondo caso, invece, al bambino viene spiegato che certe cose non si dicono, perché è segno di maleducazione, perché gli altri possono rimanerci male o altro. Alla luce di questo, si potrebbe quasi dire che alcuni indicatori della maturità di una persona siano legati a doppio filo con la comprensione di quali cose sia opportuno dire e in quali circostanze: quando va bene parlare e quando è meglio tacere, quando il non dire una verità è una disdicevole menzogna e quando invece non si tratta di altro che di una forma di buona educazione.

Sebbene non in termini assoluti, si potrebbe dire che l’opportunità di una menzogna in generale non possa prescindere dalla definizione del contesto in cui viene pronunciata e dalle aspettative degli interlocutori. Un invitato a un ricevimento molto elegante che mente rispondendo “bene, grazie” a un generico “come va?” non è oggetto di alcun biasimo, a differenza di quanto accadrebbe qualora decidesse di offrire un esempio di sincerità e trasparenza dilungandosi a descrivere con scrupolosità i suoi problemi intestinali oppure offrendosi di esibire uno sfogo cutaneo in qualche zona imbarazzante. E si tratterebbe di un’azione inopportuna anche qualora l’interlocutore fosse un gastroenterologo o un dermatologo.

Qualsiasi discorso sulla diffusione delle menzogne in ambito sociale che non tenga conto anche dei contesti e delle aspettative degli interlocutori è destinato a rimanere confinato all’interno di una piatta astrazione. Mettere all’interno di uno stesso insieme il tizio che mente all’avvenente sconosciuta perché ha come unico obiettivo il portarsela a letto, con la donna che mente mostrando un apprezzamento privo di fondamento per il nuovo taglio di capelli che l’amica le mostra felice ed entusiasta, non serve a comprendere nessuno dei due fenomeni. E nemmeno aiuta a comprendere i dilemmi morali che si generano nel momento in cui le due diverse casistiche si sovrappongono o entrano in contrasto. Come nel caso di una persona che sospetta che l’uomo con cui l’amica ha una relazione non sia altro che un bugiardo e un approfittatore: capire se possa essere più opportuno dare voce alla propria sincera opinione, con il rischio di far soffrire senza motivo l’amica qualora i sospetti in questione non fossero altro che il frutto di un pregiudizio, oppure tacere e far finta di nulla, con il rischio di esporla ad altri tipi di conseguenza qualora invece si dimostrasse che le diffidenze e le perplessita non erano infondate.

Permettendo invece alle due differenti casistiche di accoppiarsi tra loro nella proverbiale notte in cui tutte le vacche sono nere, ha modo di nascere quella che viene definita “post-verità”, una forma di comunicazione in cui la verifica della verità delle affermazioni che la compongono risulta secondaria, quando non del tutto irrilevante, rispetto alle aspettative legate alla diffusione della stessa.  In altre parole un eufemismo per descrivere quella particolare forma di menzogna che, proprio in funzione del contesto all’interno del quale viene enunciata e dello scopo che ne guida la diffusione, riesce a ottenere una qualche forma di riconoscimento pubblico. Tanto più che lo scopo della sua diffusione ha poco o nulla a che vedere con la condivisione di notizie e informazioni, quanto piuttosto con il consentire a quanti la accettano e la condividano di riconoscersi a vicenda e identificarsi all’interno di un gruppo sociale. Non a caso, il ricorso a retoriche enfatiche da parte delle varie forme di populismo che mirano più a stuzzicare le emozioni che non a persuadere in modo razionale, nonché il ripetere determinati assunti a prescindere da come e quante volte possano essere stati smentiti, ha come obiettivo il relazionarsi con un’opinione pubblica che in definitiva non ha alcuna intenzione di mettersi in discussione.

Le forme di manipolazione messe in atto dai demagoghi al fine accrescere il proprio potere non si basano su oscuri inganni tessuti nell’ombra ai danni di moltitudini inconsapevoli, ma al contrario si muovono alla luce del sole proprio nell’ambito dei desideri e delle aspettative di queste ultime. Non appare quindi necessario coniare una nuova espressione che definisca la diffusione di idee false o infondate con il solo scopo di sfruttare le credenze, i pregiudizi e le emozioni dell’opinione pubblica con lo scopo di manipolarla, dato che tutto ciò rientra già all’interno della definizione di “propaganda”. E prendendo le mosse proprio dal rilievo fatto da Keyes secondo cui l’ammissione esplicita mediante espressioni del tipo “ho mentito” sia di gran lunga più rara rispetto all’utilizzo di perifrasi del tipo “non ho detto tutta la verità”, “ho esagerato”, “non sono stato del tutto sincero”, “ho fatto finta”, la stessa cosiddetta post-verità si rivela essere una forma di propaganda che non accetta di essere catalogata sulla base di una simile definizione. Proprio come accade con le cosiddette fake-news, le quali non sono altro che un normale tipo di marketing politico nel quale, come in ogni forma di marketing, chi vende un prodotto lo confeziona in modo tale da renderlo conforme ai desideri del proprio target.

Come l’affermazione “ho mentito” viene percepita nei termini di un’ammissione di una colpa più grave rispetto allo stesso contenuto confessato con altre e meno dirette perifrasi, allo stesso modo parlare di propaganda per descrivere il diffondersi di falsità e preconcetti evoca scenari più gravi rispetto a quanto faccia il definire gli stessi eventi attraverso eufemismi, come “post-verità” appunto. E considerando che quando si parla di propaganda i primi scenari che si delineano sono quelli relativi a meccanismi considerati tipici dei regimi autoritari novecenteschi, dei loro eredi contemporanei come dei sistemi totalitari in generali, all’interno delle moderne democrazie occidentali risulta più accettabile sostenere che un determinato evento politico o sociale sia il risultato dell’impersonale diffondersi di alcune post-verità, piuttosto che ammettere che si tratta della conseguenza dell’entusiasmo con cui l’opinione pubblica, o parte di essa, è pronta a lanciarsi nel caldo abbraccio di qualche forma di propaganda.

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Bulli e Sgualdrine

Quella secondo cui le trasposizioni cinematografiche o televisive non sarebbero all’altezza dei romanzi o, più in generale, delle opere da cui sono tratte è una credenza molto diffusa. Non sempre del tutto a torto. Ma ci sono anche volte in cui l’impiego di un diverso mezzo espressivo non si limita a consentire alla storia di andare oltre i propri confini per esplorare territori assenti nella narrazione originaria, in pratica la obbliga a farlo. Proprio come nel caso della serie Netflix Tredici (Thirteen Reasons Why), che nel processo di passaggio dalla carta stampata all’immagine in movimento ha dovuto prima di tutto modificare i propri equilibri. Accade così che in seguito alla trasposizione, andando a toccare argomenti delicati, per non dire veri e propri nervi scoperti del corpo sociale, la serie si trovi a generare molte più polemiche e controversie di quante sia mai riuscito a fare il romanzo. E non soltanto in virtù del fatto che una serie televisiva su una piattaforma leader mondiale nel settore si rivolge a una platea più ampia rispetto a quella raggiunta dal mercato editoriale. Ma proprio per via del cambio di prospettiva che si è presentato con lo slittamento su un mezzo diverso. Il romanzo di Jay Asher si poneva soprattutto come una denuncia del bullismo nelle scuole, e in particolare di quel diffuso slut-shaming che può arrivare a stritolare la vita delle ragazze che ne sono vittime: indossati i panni di una sorta di Krapp adolescente, Hannah Baker registra i suoi nastri per raccontare i suoi fallimenti e le umiliazioni subite. E in questo contesto Clay Jensen è un espediente letterario e poco altro, uno strumento per sottrarre la narrazione al monologo e permettere alla storia di muoversi anche nel presente.

Ma nella serie televisiva tutto ciò cambia. Quei meccanismi sui quali si basava il libro deflagrano, aquistando una profondità che su carta era possibile solo intravedere, quando non a malapena ipotizzare. Non solo la figura di Clay assume un ruolo centrale sottraendo ad Hannah il ruolo di protagonista incontrastata della storia, ma anche tutti gli altri personaggi assumono maggiore spessore e peso, e con loro anche le voci e le azioni di cui si rivelano responsabili. A tal punto da far sì che l’ampio spettro di azioni e reazioni da parte dei diversi personaggi, gli incontri e gli scontri come le concatenzaioni causali, nel loro insieme assumono il profilo di una sorta di anticipazione delle polemiche che accompagneranno il diffondersi della serie presso il grande pubblico. Infatti riesce difficile liquidare nei termini di un mero caso il fatto che psicologi ed educatori scolastici, cioé proprio alcuni dei soggetti contro i quali la serie punta il dito indicandoli come testimoni passivi del bullismo subito dai soggetti più deboli e isolati (quando non come veri e propri complici degli aguzzini, in virtù del loro ruolo di difensori dell’ordine delle cose e di una normalità assunta come imperativa), siano schierati in prima fila nelle controversie che accusano la serie di incentivare il suicidio e l’autolesionismo.

L’aspetto corporativistico di questa levata di scudi corale da parte degli operatori psicologici (in particolare statunitensi) appare quasi evidente nel momento in cui ci si sofferma a osservare su quale problematica (o presunta tale) collegata alla narrazione seriale decidono di concentrare la loro attenzione. In pratica, nonostante il bullismo scolastico, cyber e non, rappresenti un fatto grave, confermato da dati e statistiche, una parte tutt’altro che trascurabile del mondo della psicologia punta il dito contro la serie sulla base di affermazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico relative a non meglio definiti “fenomeni di emulazione”. In altre parole, proprio per il fatto stesso di parlare di bullismo e victim blaming, la serie finisce per essere colpevolizzata a sua volta come può accadere a una qualsiasi vittima. I tentativi di suicidio da parte delle adolescenti in seguito ad atti di bullismo e umiliazioni varie, quando non ad abusi veri e propri, non sono una novità recente, eppure questo fatto non impedisce a psicologi ed educatori di rovesciare nel calderone dei possibili “fattori scatenanti” anche una serie televisiva la cui colpa principale sarebbe proprio quella di porsi come voce accusatrice contro un ordine delle cose indifferente a debolezze e vulnerabilità.

Si tratta di un processo analogo a quello che si mette in moto dopo ogni strage in qualche scuola o college, con il trito ripetersi di tormentoni relativi alla diffusione delle armi o della violenza nei mass media, che rimettono in campo ogni volta sempre gli stessi argomenti pur di evitare di andare a fondo alla questione e capire davvero perché proprio quella persona possa aver deciso di agire proprio in quel modo, proprio in quel momento e proprio in quel luogo. Basti ricordare che nei primi anni 2000, sull’onda d’urto generata dal massacro nella Columbine High School, il Servizio Segreto Statunitense in associazione con il Dipartimento dell’Educazione ha realizzato uno studio sulla sicurezza nelle scuole in cui si affermava, tra le altre cose, che quasi tre quarti dei responsabili di atti di violenza contro istituti scolastici (il 71% circa) erano stati prima di tutto vittime di molestie e di atti di bullismo intensi e prolungati nel tempo. Ma nonostante ciò, e non si tratta di uno studio isolato, ancora oggi, dopo ogni attacco armato, sui media serpeggiano ricerche frenetiche di colpevoli e responsabili di ogni tipo pur di non fronteggiare la questione di una violenza generata da altre violenze. Il desiderio del corpo sociale di assolvere se stesso da qualsiasi responsabilità attraverso la ricerca di colpevoli senza se e senza ma fa sì che ogni volta si generi uno stesso copione a base di gesti “incomprensibili” e “folli”. (Se poi si considera che tra le accuse rivolte a Thirteen Reasons Why ci sono anche quelle riguardanti la superficialità con cui avrebbe gestito il tema della “malattia mentale”, il quadro generale ribadisce la propria volontà di autoassoluzione, tentando di liquidare nella marginalità e nell’irrilevanza le responsabilità, anche solo morali, di chi può averla danneggiata. L’obiettivo finale è di affermare che poco importa chi può averle fatto cosa: l’unica vera ragione del suo suicidio sarebbe la sua “malattia mentale”.)

Intermezzo a Columbine

Con un’operazione che da un punto di vista concettuale può essere definita spregiudicata – a voler usare un eufemismo – ma che non ha mancato di far ottenere al suo autore ampia fama internazionale e numerosi riconoscimenti in ambito cinematografico, Micheal Moore ha posto al centro del suo documentario Bowling For Columbine la vicenda del massacro compiuto da due studenti nella ormai nota scuola del Colorado alla fine degli anni ’90. La spregiudicatezza dell’operazione risiede soprattutto nel fatto che l’autore sfrutta l’ondata emotiva suscitata dalla tragedia (il film ha visto la luce appena un paio d’anni dopo i fatti) nell’ambito di una narrazione volta a contestare le normative sulla circolazione delle armi negli Stati Uniti. E per quanto la tesi che guida il film possa essere condivisibile, persiste comunque la disinvoltura con cui l’autore glissa su come i due autori del massacro si siano procurati il loro arsenale in modo illegale: Dylan Klebold aveva ancora 17 anni e Eric Harris aveva compiuto 18 anni da pochi giorni. Considerando che le leggi contro la vendita delle armi ai minori di 18 anni erano e sono tuttora già in vigore, appare evidente di come il problema non fosse nella diffusione delle armi, ma nel contesto che ha fatto sì che una coppia di ordinari adolescenti potesse scegliere di procurarsi un arsenale per scaricarlo all’interno della scuola (senza considerare le bombe artigianali rimaste inesplose). E’ vero, come dice Moore, che le armi erano state acquistate legalmente, nel senso che i due autori del massacro si erano serviti di intermediari maggiorenni, ma è altresì vero che già ai tempi dell’uscita del documentario due di questi (Mark Manes e Philip Duran) erano stati arrestati e condannati per aver fornito armi a due minorenni.

Individuare nel bullismo subito per anni a scuola dagli autori della strage non significa in alcun modo giustificare le loro azioni, ma solo trovare un movente che spieghi gli eventi senza cercare di nasconderli come sporcizia sotto i popolari e appariscenti tappeti dei videogiochi violenti, della musica satanica o della malattia mentale. E questo è quello che fa Brooks Brown nel suo libro No Easy Answers che, essendo stato compagno di scuola dei due autori del massacro, e in particolare amico di Klebold fin dalle scuole elementari, tra le altre cose ha modo di ripercorre gli eventi fino a pochi minuti prima della strage, a quando Harris lascia un ultimo segno nella sua vita rivolgendosi a lui e dicendogli “Brooks, ora tu mi piaci. Allontanati da qua. Vai a casa“. Essendo stato anche lui una vittima di bullismo (per di più nella stessa scuola e da parte delle stesse persone che tormentavano Klebold e Harris), già il solo fatto di aver scelto di rispondere con un libro è un’affermazione implicita di come la violenza non fosse affatto una scelta obbligata. Ma allo stesso tempo, essendosi trovato inserito dalla polizia nella lista dei sospettati di complicità per aver osato affermare in pubblico che avrebbero potuto impedire le uccisioni agendo sulla base delle informazioni che lui stesso aveva fornito loro – negli anni precedenti Brown era stato oggetto di minacce da parte di Harris – e avendo assistito in prima persona a come gli insegnanti e le autorità scolastiche facessero finta di non vedere le violenze e le umiliazioni messe in atto dagli atleti e dai ragazzi “popolari” della scuola ai danni dei più deboli e isolati, appare chiaro come non sia disposto ad accettare puerili semplificazioni a base di colpe imputate ora a Marilyn Manson, ora a Doom o a qualche altro sparatutto in prima persona di cui può essere di moda parlare al momento.

A leggere le notizie di stragi nelle scuole e nei college che intervengono a interrompere un flusso costante di cronache relativi a (tentativi di) suicidi a seguito di abusi e molestie non c’è nulla che faccia pensare a un miglioramento a breve termine. Parlare di estetizzazione del suicidio in una serie come Thirteen Reasons Why significa scegliere di ignorare la sua denuncia della diffusione capillare delle violenze e delle umiliazioni. Significa scegliere di non soffermarsi sull’avvertimento tutt’altro che criptico nella sequenza che vede Tyler Down accumulare un piccolo arsenale in camera sua, poco prima di dichiarare agli adulti che lo interrogano in merito alla diffusione del bullismo nella scuola di trovarsi costretto a mangiare merda tutti i giorni (“I get shit every day“), cioé con parole che appaiono molto simili a quelle che Dylan Klebold aveva registrato come memoria per spiegare le ragioni di quello che i due autori della strage avevano definito il loro “piccolo giorno del giudizio” (“You’ve been giving us shit for years“). A tal proposito, vale forse la pena di notare come proprio Tyler sia la figura che più di tutte incarna l’ambiguità dell’essere allo stesso tempo vittima e carnefice. Nonostante il suo coinvolgimento nella vicenda, continua a non essere altro che lo sfigato che viene tenuto alla larga dal tavolo degli altri ragazzi popolari chiamati in causa da Hannah Baker con i suoi nastri. Nessuna esperienza in comune, neanche una intensa come quella che lo unisce agli altri, sembra riuscire a scalfire il muro che separa i ragazzi popolari dagli emarginati, i bulli dalle loro vittime: gli altri non vogliono farsi vedere in giro insieme a lui e si giustificano ostentando il loro disprezzo per il fatto che aveva molestato Hannah appostandosi fuori dalla finestra di casa sua e scattandole foto di nascosto. E tutto ciò mentre non sembrano avere alcun problema nel fare quadrato attorno agli atti di uno stupratore.

La Luna e il Dito

Non è vero che quando qualcuno indica qualcosa solo gli sciocchi guardano il dito. A volte c’è anche chi ha ben chiaro cosa viene indicato e non ha nessuna intenzione di volgere lo sguardo nella direzione definita per poi trovarsi a fronteggiare in pubblico qualcosa che considera sconveniente. E in questo caso, proprio come accade a una vittima reale, anziché voltare la testa per osservare ciò che viene indicato da Hannah, c’è chi preferisce concentrare la propria attenzione su lei che indica. Come accade alle vittime di violenza sessuale che al momento di denunciare i propri aggressori si trovano a dover rispondere a domande su come fossero vestite, su quanto e cosa avessero bevuto, sul loro comportamento e gli eventuali “segnali” che potrebbero aver lanciato ai loro assalitori – “magari senza rendersene conto” – davanti a un fronte di compagni di scuola formato da insensibili bugiardi e approfittatori egoisti, quando non di stalker vendicativi e di stupratori, il fatto che una parte dei commentatori focalizzi la propria attenzione sui comportamenti e sulle scelte della vittima appare come una scelta di campo.

Autrici come Leora Tanenbaum da molti anni denunciano la profonda e lacerante violenza insita nello slut-shaming, quella pratica che consiste nella distruzione completa della reputazione di una ragazza attraverso voci e pettegolezzi mirati a cucirle addosso l’abito della “sgualdrina”, una costante e asfissiante umiliazione che finisce col segnare il vissuto quotidiano della vittima con una selva di insulti e molestie, quando non anche aggressioni fisiche. Perché se si considera che una denuncia e un eventuale processo per stupro si basano in larga parte sulle testimonianze delle parti coinvolte, una ragazza con la reputazione di “sgualdrina” può diventare un facile bersaglio per un predatore, che potrà sempre difendersi dalle accuse sventolando ai quattro venti la reputazione a brandelli della sua controparte. La protagonista della serie è molto chiara sul fatto che tredici sono le ragioni del suo gesto. Ma questo non vuol dire in alcun modo che a tale numero si riduca anche la totalità delle umiliazioni o delle violenze subite. Lo scopo della sua narrazione non è di raccontare tutto quello che ha subito o di cui è stata vittima, ma solo di rivolgersi uno a uno a quelli che considera i principali responsabili della trasformazione della sua quotidianità in un inferno. A partire dalla foto scattata sullo scivolo del parco giochi o dal suo nome inserito nella lista dei migliori (e peggiori) tagli di carne sessuali della scuola, il problema non sono solo questi atti in sé, ma anche le conseguenze che ne sono scaturite. Il fatto che non racconti altri avvenimenti se non quelli che vedono coinvolti direttamente i destinatari delle cassette non vuol dire in alcun modo che non sia successo altro. Al contrario, proprio il parlarne il minimo necessario è la dimostrazione del livello capillare di diffusione delle voci che la circondavano: non ha motivo di perdere tempo a incidere su cassetta quello che tutti sanno, o che tutti pensano di sapere. Primi fra tutti proprio i destinatari dei suoi messaggi.

Per fare un esempio, quando Courtney Crimsen decide di proteggere la sua reputazione affossando ancora di più quella già compromessa di Hannah, non fa altro che disegnare un ulteriore cerchio su un bersaglio ormai ben definito e riconoscibile da tutti. E anche se la vittima non si dilunga a raccontare tutti gli episodi che hanno fatto seguito a quello citato nell’ambito del ballo scolastico, non c’è nulla che faccia pensare che la calunnia messa in giro dalla ragazza popolare sia nata e morta con la serata della festa. Dal punto di vista narrativo, in apparenza il personaggio di Hannah Baker sembrerebbe prigioniero di un paradosso del tipo Comma 22: il fatto che non racconti tutti o comunque altri eventi di cui è stata vittima lascia agli spettatori la piena libertà di pensare che non sia successo altro oltre a quanto lei narra in prima persona; ma se invece avesse deciso di spiegare ai destinatari quali erano le voci che circolavano su di lei si sarebbe esposta al rischio di non poter rispondere alla domanda su quale necessità potesse esserci di ricordare quelle cose che a suo dire erano sulla bocca di tutti. E a conferma di come sia proprio il suo silenzio sulle dicerie che circolavano a dimostrarne la diffusione interviene la tacita accettazione da parte degli altri protagonisti della vicenda. Il fatto che nessuno, incluso Clay, cioé un individuo che tutto sommato si collocava ai margini della vita sociale scolastica, si chieda mai quali potessero essere queste dicerie a cui si riferisce Hannah può significare solo una cosa: tutti hanno ben chiaro di quali voci sta parlando.

Come spesso accade di fronte a un’opera, non esiste un unico modo di leggerla e interpretarla, ma l’interpretazione che viene fornita non parla mai solo dell’opera in sé ma anche di chi effettua la lettura, delle sue scelte come dei suoi valori. Si può scegliere di fare un processo alla vittima, di giudicare le sue 13 ragioni una per una, oppure si può scegliere di esaminare quali ragioni avessero coloro che la hanno fatto del male per fare proprio ciò che (le) hanno fatto. In altre parole, si può scegliere di liquidare come superficiali tutte o alcune delle 13 ragioni che Hannah elenca come moventi del suo suicidio, e si può anche ignorare il fatto che quasi tutti quelli che le hanno fatto del male non ne avessero nemmeno una di ragione per umiliarla. E poi, al prossimo suicidio o alla prossima strage, si potrà ancora una volta fare finta che il gesto non sia opera di qualcuno che è stato molestato, abusato, umiliato, tormentato. E magari si potrà dare un pezzo di colpa anche a una serie televisiva, accusandola di aver innescato fenomeni di emulazione.

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Le Colpe Degli Altri

Nel diritto penale romano si affermava: in dubio pro reo. E’ l’assunto in base al quale un sospettato dovrebbe essere condannato solo nel caso in cui venga dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio indica come sia preferibile assolvere un criminale piuttosto che rischiare di punire un innocente. Meglio lasciare un crimine impunito piuttosto che compierne un altro facendo soffrire qualcuno che non ha colpe. Al contrario di quanto invece era messo in pratica nell’ambito dell’Inquisizione Romana, dove la colpevolezza era già formulata nell’accusa, e al reo non rimaneva alcuna possibilità di salvezza. Attraverso forme di tortura come quella del tratto di corda, l’accusato veniva forzato a confessare ciò di cui era accusato e accettare la sua condanna. Oppure, in alternativa, poteva provare a resistere al supplizio, qualche volta fino alla morte. Le opposte culture giuridiche erano, e sono, indici del grado di civiltà di un popolo, come anche della sua capacità di rapportarsi all’alterità. La caccia alle streghe e le condanne per blasfemia, le torture per costringere a confessare o abiurare e le sentenze di morte, sono tutti elementi di una cultura che si relaziona al prossimo attraverso l’eliminazione di ciò che viene percepito come una minaccia. Nemo tenetur se detegere, nessuno deve essere obbligato ad accusare sé stesso, afferma quello che dovrebbe essere uno dei cardini del diritto. Ma nonostante tutte le differenze del caso, ancora nel terzo millennio, un popolo che ringhia accuse di colpevolezza e strilla richieste di condanna al minimo indizio di sospetto è erede più della seconda cultura che non della prima. Ancora più quando questa furia non si abbatte su presunti colpevoli ma su evidenti vittime. Come è accaduto nel caso delle due giovani cooperanti liberate dopo una prigionia durata mesi, e sulle quali si è scatenata un’autentica grandinata di accuse e insulti di ogni tipo. Come se la vicenda fosse riuscita a toccare diversi nervi scoperti della cattiva coscienza collettiva, come una pioggia di scintille che incendiano la proverbiale coda di paglia. Accuse con la schiuma alla bocca come solo possono esserle quelle che vanno a scavare là dove si è sepolto qualcosa che non si vuole vedere, che non si vuole ammettere, e che in ogni caso non si desidera vedere sbandierato in pubblico. Come può reagire, ad esempio, il tipico uomo tutto-d’un-pezzo d’altri tempi che si trova a fronteggiare le voci insistenti che circolano nel suo paese sulla sessualità del figlio gay, che lui invece vorrebbe rimasse confinata all’interno delle mura domestiche.

La prima e principale accusa che è stata rivolta alle due ragazze è di essersi lanciate in un’avventura al di là della loro portata, e che questa sia stata la causa principale del loro rapimento. E’ l’elemento cardine della retorica che anima tutto l’impianto accusatorio di quello che non è stato altro che un ennesimo processo alle vittime. Le persone che finiscono con l’essere sequestrate in aree di guerra si contano a decine, e nella maggior parte dei casi si tratta di persone tutt’altro che inesperte, siano essi giornalisti o professionisti di varia natura e formazione. Il concetto attorno al quale si costruisce l’accusa non è altro che un semplice pregiudizio, infatti non è possibile in alcun modo affermare che se al posto delle due ventenni ci fosse stata una coppia di cinquantenni, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio. Viene obiettato che le due giovani si erano recate in un’area molto pericolosa, una zona in cui nemmeno professionisti ben più preparati si avventurano con leggerezza, come se questo fosse ciò che ha messo in moto le azioni dei rapitori. E appare evidente come la loro presenza nell’area ne abbia consentito la cattura, ma da questo non è possibile dedurre che non ci sarebbe stato alcun rapimento. Fornire l’occasione per la messa in atto di un’azione criminale non significa fornire anche mezzo o movente. Lo testimoniano i numerosi sequestri compiuti ai danni di persone delle più diverse professioni, sesso, età e nazionalità. Tra i tanti, ad esempio, solo un anno prima era stato liberato il giornalista Domenico Quirico, dopo un rapimento in area siriana durato cinque mesi. E in questo caso si trattava di un cinquantenne con una pluriennale esperienza come inviato di guerra. Chiunque affermi il contrario non sta facendo altro che trovare giustificazioni a posteriori a un proprio pregiudizio. Qualcosa di simile a quanto fatto una decina di anni prima quando, in occasione del suo tragico rapimento in Iraq, più di una voce si alzò per denigrare il giornalista Enzo Baldoni, utilizzando una sua battuta per affermare come si fosse mosso alla ricerca di vacanze col brivido, pericolose ed eccitanti. In pratica è lo stesso armamentario ideologico del “se l’è andata a cercare” quando una donna viene violentata.

Il progresso tecnico maschera l’immobilismo culturale. Aumenta la copertura WiFi nelle città, si diffondono gli smartphone e i lettori ebook, i televisori diventano sempre più sottili e un’astronauta italiana partecipa ad una missione spaziale internazionale. Ma altre cose rimangono sempre le stesse: i giornalisti che una decina di anni fa ridacchiavano come iene della sorte di Baldoni denigrandolo (“se l’è andata a cercare“), si ritrovano nelle parole di quanti anni dopo hanno sputato bile verso le giovani cooperanti (“se la sono andata a cercare“). Sono quelli che non perdono occasione per ripetere a chiunque che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa. (Salvo poi valutare come opportuno il muoversi sotto scorta quando è la loro incolumità ad essere in gioco.) E come loro, moltitudini inquisitrici non esitano a ripeterlo a loro volta, contribuendo ad amplificare e consolidare il processo di reificazione delle vittime. Il che non stupisce nemmeno un po’. Non solo perché si tratta di un triste copione che si ripete da anni, ma anche perché in un paese dove l’informazione si limita perlopiù al passaparola, chi si attiva e corre dei rischi in prima persona finisce oggetto di campagne denigratorie. Nel paese in cui la maggior parte dei servizi giornalisti si riducono a diffondere i comunicati delle questure, a scrivere editoriali carichi più di giudizi morali che di fatti, a costruire servizi intervistando i passanti o a raccattare curiosità su internet, chi si muove in prima persona non può essere dipinto se non come un esempio da non seguire. Anche coloro che dicono di riconoscersi nei valori della carità e del perdono, della comprensione e della carità, non perdono occasione per attaccare il prossimo se in qualche modo questo è portatore di una diversità sgradita (omosessualità, aborto, fecondazione assistita, cellule staminali, etc.), e possono anche definire comprensibile l’uso dei pugni quando gli insulti vengono rivolti a loro, o ai loro cari. Nell’ipocrisia generalizzata, la folla intollerante verso le due ventenni è la stessa che esige che venga prestata la migliore assistenza possibile al fratello che si è fatto male sciando fuori pista, ai figli inesperti che si sono intossicati mangiando funghi che avevano raccolto loro, alla nonna che è stata investita da un’automobile perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, e così via. Le disattenzioni di questi rappresentano costi (sanitari e non solo) che la società avrebbe l’obbligo di sostenere per il benessere di tutti. Ma quando si tratta di vicende come quelle delle cooperanti, gli eventuali costi dovrebbero essere coperti dalle vittime, o dai loro familiari.

Infatti, sebbene non sia stata diffusa alcuna notizia ufficiale relativa al pagamento dei rapitori, è più che plausibile credere che un riscatto possa essere stato pagato. Quale possa essere stata la sua entità è un dato che rimane confinato nell’ambito delle ipotesi e delle illazioni. Inoltre, ancora meno è dato sapere come saranno impiegati quei soldi. L’ipotesi che possano essere utilizzati per finanziare l’acquisto di altre armi è tutt’altro che campata per aria. Ma nel processo di reificazione delle vittime, l’ipotesi si trasforma in una certezza, e questa in una condanna. Tutta l’attenzione popolare e mediatica si concentra sulla figura dei potenziali compratori, come se sul campo non dovessero esserci anche dei venditori. Mantenere i riflettori puntati sull’acquisto altrove è un modo come un altro per non doversi confrontare con quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Infatti non solo il traffico internazionale di armi è uno dei più redditizi in ambito criminale, ma è anche legato al traffico di droga ed esseri umani. Il che significa che i soldi per le armi non finiscono nelle mani dei malintenzionati solo grazie ad eventuali riscatti. Ogni volta che un cliente italiano paga per abusare di una schiava sessuale immette liquidità in un circuito che contribuisce ad alimentare il traffico di armi. Come anche quando compra della droga per vizio o divertimento. Se per qualche motivo lo sguardo dei media si sposta in direzione di qualche mercato abusivo, dove ambulanti occupano il suolo pubblico per vendere merce rubata o contraffatta, l’opinione pubblica inveisce contro i venditori e contro le istituzioni che non intervengono per sgomberarli, come se in questo gioco di ruolo non ci fosse anche un terzo partecipante: il cittadino comune che si ferma a comprare ben sapendo di alimentare un mercato nero.

La società rispecchia la realtà giornalistica che la racconta, e viceversa. Anche e soprattutto quando glissa, tace o fa finta di non vedere. Come quando si disinteressa dei soldi che vengono versati nelle casse delle mafie da chi paga per fottere le schiave sessuali sbattute su marciapiedi di periferia a suon di minacce e percosse, o per sballarsi passando un sabato sera alternativo rimanendo su di giri fino all’alba. Salvo poi non transigere sul pagamento di riscatti per salvare delle vite. E’ ovvio che i soldi dati alla criminalità in cambio di droga e sesso non diminuiscono l’importanza che i pagamenti di riscatti possono avere nella compravendita di armi. Non si tratta di sminuire l’importanza di qualcosa parlando d’altro, nella classica ottica benaltrista. Piuttosto si tratta di guardare in direzione di ipocrisie e silenzi che raccontano ancora una volta la storia dell’autoindulgenza che si assolve reificando gli altri. Quella che si accanisce contro le vittime di un rapimento per giustificare il proprio egoismo, magari presentandolo nei termini di una necessità o di una cosa naturale. E’ l’ipocrisia che punta il dito contro la riduzione in schiavitù delle donne e lo sfruttamento sessuale in paesi lontani per non soffermarsi sul fatto che è qualcosa che accade anche nelle nostre città, ad uso e consumo di “onesti” concittadini. Che esibisce indignazione davanti all’inciviltà della condanna a morte di persone “colpevoli” solo di essere omosessuali, salvo poi scendere in piazza a manifestare contro le loro rivendicazioni di diritti, emarginandoli e spingendoli verso esistenze di solitudine e sofferenza. E che magari infine approva quando un famoso esponente del mondo politico si alza in piedi nel corso di un convegno e urla “culattone” a uno studente gay che aveva preso la parola.

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Charlie Che Visse Due Volte

Da quando la sede dell’ormai noto giornale francese Charlie Hebdo è stata trasformata nella sede di un sanguinoso attacco armato, uno dei temi che hanno dominato gli spazi mediatici è stato l’attacco alle libertà di espressione. Il quadro che si è definito è quello di un mondo tollerante e illuminato che si troverebbe minacciato dall’oscurantismo di una cultura proveniente dall’esterno. In questa ricostruzione, le libertà conquistate attraverso secoli di lotte per la civiltà e la laicità sarebbero minacciate dalla violenza prepotente di un particolare tipo di fanatismo religioso. Il che corrisponde al vero, perlomeno nella ristretta misura in cui un gruppo di persone armate fa irruzione all’interno della redazione di un giornale con lo scopo di vendicare quelle che sarebbero state giudicate come offese di natura religiosa. Ma l’impianto inizia ad esibire qualche crepa nel momento in cui un simile evento viene sfruttato per veicolare l’immagine di qualcosa che è meno solida e scontata di come viene presentata: la libertà di espressione. A sentire le dichiarazioni di politici (e non solo) delle più diverse estrazioni sembrerebbe quasi che nessuno di questi abbia mai contestato la diffusione di opere con contenuti a loro sgraditi. Desiderosi di sfruttare l’indignazione popolare, perfino soggetti che di solito pronunciano la parola “tolleranza” a fatica e con una malcelata espressione di schifo alzano i vessilli della Libertà di Espressione, con lo scopo di auto-eleggersi Difensori dei Valori dell’Occidente. E nell’era della comunicazione politica 2.0, per auto-assolversi agli occhi di una buona parte del pubblico non sono necessari discorsi complessi, giustificazioni e motivazioni. In realtà non serve nemmeno ingegnarsi per ottimizzare l’impiego dei 140 caratteri a disposizione in un tweet. E’ più che sufficiente utilizzare l’hashtag del momento per sfilare disinvolti sul tappeto rosso del trend più attuale. In fondo, il carro dell’indignazione è un po’ come quello dei vincitori: chiunque voglia salirvi a bordo riesce sempre a trovare un po’ di spazio.

La folla virtuale che sbandiera lo slogan #jesuischarlie racconta la storia di un mondo che ama attribuirsi una figura nobile e tollerante. Poi, il fatto che una simile immagine possa corrispondere al vero o meno passa del tutto in secondo piano. Infatti, più che un ritratto realistico si rivela essere una favola moderna: semplice e rassicurante. Una volta tolte tutte le sovrastrutture retoriche, ciò che rimane è una moltitudine a cui interessa tutelare solo la propria libertà. Il paese che reagisce indignato di fronte alla storia degli stranieri che vorrebbero mettere un bavaglio alle idee e all’informazione a suon di proiettili, è lo stesso che vorrebbe cancellare tutto ciò che non è di suo gusto. Si tratta di qualcosa che possono ben ricordare, ad esempio, quanti avevano seguito le vicende legate alla distribuzione del secondo lungometraggio di Ciprì e Maresco. Infatti nel 1998, cioè tre anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle e del seguente riaffiorare di intrecci tra nazionalismi e identità religiose, i registi palermitani realizzano il film Totò Che Visse Due Volte, attirandosi addosso una dura reazione istituzionale. Si tratta di un’opera che esibisce diverse vicende suddivise in tre e episodi e che nel suo insieme offre un quadro di un’umanità degradata immersa in una realtà deforme. E la religiosità ne è parte integrante, raccontata attraverso lo scemo del villaggio che si masturba con una statua della Madonna, un presunto messia volgare e prepotente che maltratta discepoli e seguaci, un’ultima cena grottesca e lasciva, e così via.

Per gli autori non si trattava di un attacco alla religione, quanto piuttosto di una sua rappresentazione nel contesto di una civiltà degradata: ora uno strumento di sopraffazione, ora un mezzo per la soddisfazione di pulsioni tutt’altro che nobili. La religione non sarebbe fonte di degrado, quanto piuttosto una vittima: in un contesto dove tutto è grottesco e volgare niente può salvarsi, inclusa la religiosità. Tuttavia la Commissione di Censura era di parere diverso e intenzionata a vietare il film a tutti. Non muovendosi di un millimetro oltre una letterale dell’opera, invocava la Censura di Stato affermando che si trattava di un prodotto degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo nei confronti del buon costume, e con un esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso”, e contenente sequenze “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”. In pratica, le stesse cose che molteplici voci provenienti dal mondo islamico affermano in merito a vignette che considerano offensive. Come queste anche il film riuscì a superare blocchi e censure per raggiungere il pubblico, seppure con un divieto ai minori di 18 anni. Ma la questione non riguarda l’esito del singolo film in questione, quanto piuttosto l’evidente intolleranza nei confronti di ciò che non si condivide e il desiderio nasconderlo, bloccarlo o eliminarlo.

Gli oltre 15 anni che separano i fatti attuali da questo episodio non hanno segnato cambiamenti degni di nota in merito. Ad esempio, non sono trascorsi molti mesi da quando diverse associazioni di telespettatori cattolici hanno invocato la censura preventiva della striscia comica LOL, colpevole di aver mandato in onda uno sketch con un bacio gay tra Gesù e un altro uomo. O da quando le stesse voci hanno chiesto l’eliminazione dai palinsesti della pluri-premiata serie della HBO Il Trono Di Spade, accusata di veicolare contenuti immorali e “pornografici”. Questi sono solo un paio di esempi tratti da un lungo elenco di iniziative che sembrerebbero contraddire le affermazioni in merito alla libertà di parola. Ma solo fino a quando ci si illude che tutti quanti invocano diritti e libertà stiano parlando per tutti, e non solo per loro stessi e il gruppo al quale più si considerano appartenenti.

Una volta liquidata come poco più che finzione, come mera retorica atta a rendere presentabili le posizioni identitarie soggiacenti, il tutto si ricompone all’interno di un quadro coerente. Sotto il rassicurante e narcisistico travestimento della libertà e della tolleranza si intravedono le forme di una ricerca dell’affermazione unilaterale. Con strategie passivo-aggressive, i media assecondano le richieste delle folle dando la caccia ad associazioni islamiche e chiedendo loro di condannare l’episodio. A differenza di quanto accaduto, ad esempio, dopo la strage compiuta dal fondamentalista cristiano Anders Breivik, in riferimento alla quale non è stato chiesto ad associazioni religiose cristiane o a movimenti xenofobi di dissociarsi dall’accaduto, ai cittadini di fede mussulmana veniva chiesto di prendere le distanze dall’avvenimento. E non di rado queste stanno al gioco, senza rendersi conto che le prese di distanza non servono ad altro che ad alimentare la retorica strumentale di una sottintesa vicinanza. Infatti non ci si dissocia se non da ciò a cui si potrebbe essere associati, come non si prendono le distanze se non da ciò a cui si potrebbe essere accostati.

Quella che a parole si era presentata come una presa di posizione progressista, nei fatti si è rivelata essere un ennesimo esempio di strategia della vittima. Per una nutrita maggioranza si tratta dell’occasione quotidiana per distribuire responsabilità, cercare alibi, inchiodare a colpe. Non è importante individuare un vero colpevole, infatti l’obiettivo primario si configura piuttosto avere degli obiettivi da mettere alla gogna. Un giorno l’indice può essere puntato in direzione degli immigrati che tramerebbero per imporre le loro regole e sarebbero portatori di arretratezza culturale; il giorno dopo invece, una volta esauritasi la parabola del lutto, lo stesso dito può cambiare obiettivo e con disinvoltura per fissarsi sui vignettisti amorali e irresponsabili, che con le loro “provocazioni” metterebbero a rischio la sicurezza sociale attirando l’attenzione di fanatici ed estremisti. Come già visto, la contraddizione tra le due diverse posizioni è solo apparente, e svanisce del tutto nel momento stesso in cui le si osserva all’interno di un contesto più ampio, quello dei pretesti e delle giustificazioni unilaterali.

Come nella classica favola del Lupo e dell’Agnello, è irrilevante che le affermazioni siano veritiere o meno. Ciò che per molti davvero conta è mantenere lo status quo distribuendo a piene mani giudizi e colpe. Infatti il vittimismo è una strategia che può essere utilizzata da minoranze per ottenere spazi e visibilità (quando cioè ha un fondamento concreto), ma quando viene messa in atto da chi già occupa lo spazio pubblico allora l’obiettivo diventa un altro: mettere a tacere divergenze e dissensi. In pratica, non si tratta di altro che di conservazione del predominio in un contesto asimmetrico: un giorno è possibile rivendicare la libertà per tutelare la propria possibilità di interfacciarsi con gli altri secondo le modalità che più si preferiscono, e il successivo si possono invocare limiti alla stessa per evitare che la controparte possa fare altrettanto. E’ un disinvolto insieme di intransigenza e indulgenza: tanto intransigenti verso gli altri quanto indulgenti verso se stessi. Per fare un esempio, è la strategia messa in atto dalle associazioni cattoliche nelle loro azioni di contrasto alle rivendicazioni di diritti civili da parte degli omosessuali: pur rappresentando una maggioranza che gode di più diritti perfino di quanti ne preveda la loro stessa religione (come, ad esempio, l’accesso all’istituto del divorzio), le prime contrastano le richieste dei secondi come se queste rappresentassero una minaccia per loro. Nei contesti asimmetrici come questo, chi si trova in posizione superiore considera un proprio diritto la possibilità di rapportarsi agli altri come preferisce, anche quando si tratta di trasgredire dei precetti ai quali si dovrebbe attenere, mentre denuncia come aggressiva ed offensiva la possibilità che la controparte possa fare altrettanto. Perché i divieti che devono essere rispettati sono sempre quelli che riguardano gli altri, e l’omosessualità è un peccato che non può ammettere indulgenza alcuna. Ma se il peccato consiste nell’uso di contraccettivi o di sesso (eterosessuale) fatto per il puro piacere di farlo, allora è tutta un’altra storia.

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Il Frutto Proibito

Avrebbe potuto essere una mattina come tante altre. E per molti lo fu. Ma non per tutti. Infatti, da un giorno all’altro, le persone che si trovavano a transitare attraverso una particolare via di Milano, furono costrette a farlo all’ombra di un paio di gigantesche figure che le sovrastavano con le loro ingombranti presenze. Si trattava di un paio di cartelloni pubblicitari di biancheria intima, indossata per l’occasione da Belen Rodriguez. Senza perdere tempo, alcuni di questi cittadini si sono riuniti in un comitato e si sono attivati subito per chiederne la rimozione in quanto, a loro dire, le sexy curve della nota argentina avrebbero potuto distrarre gli automobilisti e causare incidenti stradali. Nel giro di pochi giorni le richieste dei cittadini sono state esaudite e i cartelloni tentatori sono stati rimossi per lasciare spazio ad altri giudicati più casti. In realtà, nel periodo in cui i cartelloni sono rimasti esposti non è stato rilevato alcun incremento degno di nota nel numero degli incidenti automobilistici. Motivo per cui non sembra del tutto campato per aria sospettare che la vera ragione per cui è stata richiesta la rimozione dei manifesti pubblicitari fosse un’altra. Qualcosa che riguarda più la sfera morale dei cittadini che si sono mobilitati, anziché una reale ed effettiva pericolosità sociale, addotta piuttosto come scusa in alternativa alla motivazione reale. Un po’ come quando qualche associazione di telespettatori protesta contro un programma che non considera di proprio gradimento, affermando di agire in difesa di una categoria “debole” (in particolare: i bambini). I manifesti avevano ricevuto una regolare autorizzazione all’affissione da parte delle autorità, e non esibivano niente che non si fosse già visto da tempo. Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a esentarli da accuse posticce. Nel paese in cui la libertà di espressione viene invocata (e tutelata) anche ogni volta che qualche gruppo reazionario decide di manifestare la propria contrarietà alle richieste di diritti altrui, un banale manifesto pubblicitario sexy può essere rimosso se giudicato inappropriato da qualche rappresentante di una morale conformista.

In ogni caso, anche senza addentrarsi nei meandri di un’indignazione collettiva che utilizza episodi come questo per dare una rinfrescata alla propria moralità ed esibire in pubblico una verginità ricostruita per l’occasione, l’ipocrisia generale appare chiara già a partire dalle motivazioni addotte. Si tratta di una forma di falsità analoga a quella di chi va alla funzione della domenica mattina a scambiare un segno di pace, per poi uscire dalla chiesa e riempirsi le tasche di pietre da scagliare contro quelli che giudica peccatori: tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione, ma chiunque non sia disposto a dire la cosa giusta farebbe meglio a stare zitto. L’idea che una qualche pubblicità debba essere rimossa in quanto possibile fonte di distrazione per i passanti appare tanto più surreale quanto più ci si sofferma sull’evidenza che attrarre l’attenzione è lo scopo di qualsiasi comunicazione commerciale. Non esiste manifesto pubblicitario che non sia esposto se non con lo scopo di attrarre l’attenzione dei passanti. Le immagini sexy non sono l’unico modo, ma di sicuro rappresentano un mezzo molto diretto. Se ci fosse una reale intenzione di tutelare l’attenzione degli automobilisti da possibili distrazioni sparse in giro, sarebbe necessario chiedere il divieto di tutti i messaggi pubblicitari affissi in zone visibili da chi è alla guida di un mezzo qualsiasi. Nessuna attività che intenda promuovere se stessa investirebbe denaro in manifesti stradali con lo scopo di non attirare l’attenzione di chi passa davanti. Inoltre non è affatto detto che le curve di Belen Rodriguez siano una fonte di distrazione maggiore rispetto, ad esempio, all’offerta di qualche popolare bene di consumo a un prezzo molto conveniente, che si tratti di qualche capo d’abbigliamento alla moda, di uno smartphone o altro ancora. Anzi, se ci si sofferma a valutare gli eventi, è più facile citare episodi di disordini al di fuori di negozi in occasione di vendite sottocosto, che non nei luoghi dove è possibile acquistare capi di biancheria pubblicizzati da donne sexy. Appare ovvio che, come non si può dire che chi incolla gli occhi sull’epidermide di Belen Rodriguez rappresenta un pericolo maggiore rispetto a chi scruta un’insegna per capire quando e dove un nuovo smartphone sarà venduto con uno sconto del 50%, allo stesso modo non è possibile sostenere il contrario. Ciò non toglie che risulta piuttosto difficile ricordare episodi in cui un comitato di quartiere si sia impegnato in favore della rimozione di un manifesto che invita ai saldi al centro commerciale di zona, magari sostenendo proprio che l’esibizione di offerte troppo allettanti potrebbe distrarre chi si trova alla guida.

In altre parole, nonostante tutte le presunte forme di emancipazione, alla base di tutto è ancora possibile trovare l’idea che sia sempre colpa della donna che continua a tentare l’uomo con qualche frutto proibito. Motivo per cui se qualche uomo dovesse rischiare di causare un incidente stradale perché ha incollato i propri occhi alle curve sexy di una modella su un manifesto, la colpa sarebbe da imputare a quest’ultimo e non a chi non ha prestato sufficiente attenzione alle sue azioni. E’ la stessa cultura in base alla quale, nelle notizie di cronaca che trattano di squillo minorenni, si sente spesso parlare di “baby prostitute” e quasi mai di “clienti pederasti”. E’ la stessa cultura per cui una vittima di stupro rischia di essere colpevolizzata, magari perché indossava vestiti provocanti, o perché si era incamminata di notte verso casa da sola, o perché si è fidata di uno sconosciuto, e così via.

E soprattutto è anche quella stessa cultura in base alla quale il maschile viene declinato al plurale mentre il femminile può essere declinato anche al singolare. Di fronte ad uomini che hanno cura di sé in modi che in passato erano perlopiù femminili (che si depilano, usano creme, oli ed unguenti, etc.) non ci sono discussioni a proposito di un’ipotetica “femminilizzazione del corpo maschile”, ma se delle donne utilizzano la loro fisicità per scelta o professione allora non è raro sentir parlare di “mercificazione del corpo femminile”. In pratica, ci sono i corpi maschili e c’è il corpo femminile: ogni uomo è libero e risponde solo di sé, mentre ogni donna può essere chiamata a rispondere di tutto il genere femminile.

Anche nell’era degli smartphone e dei social network, la cultura del “si fa ma non si dice” continua ad essere viva e vegeta. Più che in qualsiasi altro campo, in ambito pubblicitario è l’Immagine stessa ad essere merce di per sé, a prescindere dal contenuto che ritrae. E non potrebbe essere altrimenti. Un messaggio pubblicitario ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla propria merce in modo tale da renderla desiderabile. Quindi se si tratta di indumenti intimi femminili è molto probabile che saranno impiegate modelle giovani e in forma. Non fosse altro che per il fatto che sono quelle che meglio possono far risaltare forme, colore e dimensioni dei prodotti. Infatti, quello che si dimentica è che il target di tali prodotti non sono gli uomini, ma le donne. Nessuna azienda spende soldi per studiare, realizzare e diffondere campagne pubblicitarie rivolte a chi non compra il prodotto in promozione se non in rari ed isolati casi. Le aziende non spendono migliaia di euro con lo scopo di far sì che i passanti possano ammirare qualche culo a gratis. Se ci fossero indagini di mercato che dimostrano che le donne potrebbero essere più invogliate a comprare indumenti intimi se questi fossero mostrati indosso a delle novantenni sovrappeso o in mano a pervertiti sudati che le annusano, è probabile che il panorama pubblicitario sarebbe diverso. Ma allo stato attuale, non è così. In fin dei conti, nonostante tutte le polemiche e le possibili accuse di maschilismo, si tratta di comunicazioni rivolte a un mercato perlopiù composto da donne e a un loro immaginario di riferimento. Quindi, riassumendo, delle immagini che ritraevano una donna allo scopo di promuovere un prodotto presso un mercato femminile, sono state rimosse perché avrebbero potuto essere una fonte di distrazione per gli uomini. Si fa ma non si dice, appunto.

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I Giorni di Salem

C’è stato un tempo in cui era di moda incolpare la televisione per il degrado della popolazione. Poi è arrivato internet, e quella moltitudine di spettatori silenziosi ha avuto accesso ad uno spazio da cui parlare. Il tanto osannato uomo della strada non ha più avuto bisogno di alzare la voce al bancone del bar o in coda alla posta o al supermercato per trovare una platea a cui rivolgersi. Basta una connessione ad internet e l’accesso a piattaforme che permettono i commenti, ed è possibile sentenziare senza sosta. Tutti quei programmi televisivi come Drive In, bistrattati dai più blasonati apparatcik culturali come veicoli di ignoranza e degradazione, si rivelano essere stati parecchio benevoli nei confronti dei soggetti che rappresentava in forma caricaturale. I commenti e le discussioni moltiplicano le visite, e queste aumentano le entrate. Quindi, in nome della libertà d’espressione, i maggiori quotidiani nazionali lasciano spazio ad odio e violenze verbali di ogni tipo. L’unica blanda limitazione riguarda l’invito a non utilizzare forme di turpiloquio. I moderatori intervengono spesso per ricordare che non si può scrivere “cazzo”, “minchia”, “troia”, “merda” e “vaffanculo”, ma non sembrano essere disturbati dalla grande mole di commenti razzisti e sessisti. Non da chi invoca la pena di morte per sconosciuti sulla base di un titolo ad effetto, e nemmeno da chi fiero esibisce i propri pregiudizi e rigurgita astio contro minoranze di ogni tipo. Per fare un esempio brutale: non si può scrivere che “anche le frocie hanno diritto a vedere riconosciute le loro unioni e, se lo desiderano, ad occuparsi di bambini, come qualsiasi essere umano“, ma si può scrivere che “gli omosessuali sono malati e pervertiti da curare e isolare per evitare che corrompano la società“. Appare chiaro che il mondo dell’informazione non è innocente, ma non è nemmeno l’unico colpevole. E mostra il suo vero volto quando si accoppia all’intrattenimento, come nei popolari salotti televisivi. Tanto più ha successo quanto più riesce a padroneggiare la dote principale della perfetta puttana: dare al cliente quello che desidera ancora prima che lui lo chieda, anche quando questo si vergogna di farlo ad alta voce. Per assurdo, non è difficile immaginare che se al grande pubblico interessasse la scienza, le note signore dei talk show pomeridiani parlerebbero con entusiasmo di genetica, chimica e matematica.

Invece ogni giorno lo spazio delle informazioni viene dominato da poco più di una manciata di notizie. Quasi sempre le stesse che si susseguono nei titoli di testa dei TG. Tra queste, quelle che riescono a connotarsi come storie riescono a durare più giorni. A volte settimane. In qualche caso mesi o anni, soprattutto se la vicenda presenta risvolti torbidi e pruriginosi. Nelle discussioni che le accompagnano è raro rinvenire tracce di una reale volontà di confronto. Sono scontri tra persone che monologano parlandosi addosso e cercando di mettere a tacere i dissidenti: il tema del momento è lo spazio aperto nel quale è possibile unirsi al coro con cui ci si identifica, per radicare ancora più in profondità le proprie posizioni. In rete non c’è bisogno di alzare la voce per soverchiare l’interlocutore, è sufficiente non leggerlo. A prescindere dalle posizioni espresse, dall’adesione o meno all’opinione di una maggioranza (o di quella che viene riconosciuta come tale), il fatto stesso di trattare un argomento secondo tempistiche dettate dai trend mediatici mainstream comporta la rinuncia a confrontarsi con ciò che invece non viene preso in considerazione. E’ il talk show perfetto, quello che può andare avanti all’infinito senza limiti di partecipazione, di pubblico, di orari, di argomento. E come tale agisce a livello di mezzo prima ancora che di messaggio. Blog e social network non solo non rappresentano una minaccia per l’informazione “classica”, ma al contrario funzionano da amplificatori. Che si tratti delle intercettazioni di un politico, di un tweet da parte di un personaggio più o meno noto, di un caso di cronaca o di qualunque altro esempio preso dagli innumerevoli che ogni giorno affollano le pagine (web e non), la meccanica è sempre la stessa: la folla si indigna, chiede la testa del cattivo del momento e poi passa ad altro. Le belle parole a proposito dei diritti delle persone vengono smentite non appena vengono pronunciate. Le folle armate di pietre e forconi che andavano in giro a bruciare le streghe, a linciare le puttane adultere e a massacrare i sodomiti hanno trovato nuovi villaggi. La libertà di opinione, e il diritto ad esprimerla, non è limitata solo dalle leggi che la regolamentano, ma anche e soprattutto dalla morale di una maggioranza che la valuta e si erge a tribunale, a seconda dell’istanza del giorno. I diritti di alcuni sono utilizzati per negare quelli di altri.

All’interno di un simile contesto, scegliere di fare altrimenti non è una forma di benaltrismo, uno slittamento verso altri temi per evitare di affrontare una questione spigolosa. Al contrario, rappresenta la scelta di spostare l’obiettivo: mettere a fuoco ciò che è stato trascurato, ciò che non è stato preso in considerazione in prima istanza. Significa presentarsi in ritardo al banchetto dell’informazione, dopo che i pezzi più richiesti sono stati gettati in pasto alla voracità del pubblico, e passare in rassegna gli avanzi. Perché se da un lato è il panorama informativo a stabilire il calendario dei casi, delle polemiche, e perfino delle emergenze, dall’altro è il pubblico a scegliere a cosa interessarsi e per quanto tempo. Non ci sono forme di condizionamento o manipolazione mentale che influirebbero su moltitudini altrimenti innocenti: in assenza di forme di costrizione fisica, nessuna propaganda ha effetto se chi la subisce non è disposto ad accettarla. Il linciaggio mediatico quotidiano non fa altro che assecondare la fame di teste mozzate che le tricoteuse 2.0 invocano da dietro una tastiera. A distanza di quasi un secolo – nell’era del wi-fi, degli smartphone e del cloud computing – il popolo italiano continua ad abbaiare la propria fame di pene severe per i nuovi Girolimoni. Facendo trapelare come spesso l’indignazione non sia altro che ipocrisia in malafede.

You can leave your shirt on

Secondo un noto proverbio, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ricorrendo all’attualità si potrebbe dire: quando lo scienziato parla della missione che ha visto atterrare un lander su una cometa, lo stolto osserva la camicia che indossa e si indigna perché ci sarebbero disegnate delle pin up. Ma come spesso accade, lo scandalo è figlio della superficialità, e dell’ignoranza. Infatti sarebbe stato sufficiente guardare con solo poca attenzione in più per rendersi conto che quelle ritratte non sono diverse donne, ma solo una ritratta con diversi costumi e in diverse posizioni. E soprattutto che non si tratta di una pin up. Nel complesso, i disegni rimandano più all’immaginario supereroistico che non a quello di Playboy o Penthouse. Le immagini ricordano più Vedova Nera, Catwoman o Emma Frost che non le conigliette della villa di Hugh Hefner. E la dimensione che ne costituisce la cornice è di sicuro più affine a quello delle Bond Girls, che non alla realtà delle reginette dei concorsi di bellezza. Questo non significa che le critiche rivolte allo scienziato sarebbero state giustificate se sulla maglia ci fossero state davvero delle pin up, ma solo che, oltre ad essere di dubbia rilevanza, tali contestazioni si scagliano contro un bersaglio inesistente. In altre parole: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito e si arrabbia perché pensa che qualcuno gli stia facendo un gestaccio.

Tuttavia, nel grande talk show virtuale gli effetti di una stupidaggine non rimangono limitati ad un episodio in sé, ma si allargano a macchia d’olio: l’effetto farfalla che ne segue è una cartina tornasole dell’ottusità. Puntale arriva chi non manca di approfittare della polemica in corso per rivendicare, in modo non meno pretestuoso, una conferma ai suoi stereotipi di genere. In particolare quello secondo cui le donne penserebbero solo ai vestiti mentre sono gli uomini ad occuparsi di cose importanti. Un elemento centrale accomuna le due opposte fazioni: il completo disinteresse nei confronti del fatto che la maglietta incriminata fosse proprio il frutto del lavoro di una donna. Come le donne non pensano a chi l’ha disegnata ma solo all’uomo che la indossa, così gli uomini fanno altrettanto per concentrarsi sulle reazioni isteriche di alcune esponenti del gentil sesso. In altre parole: contro le donne che pensano che tutti gli uomini sono dei maiali si muovono in prima fila quelli che affermano che in fondo le donne non sono altro che troie che pensano solo all’abbigliamento. E’ la disonestà intellettuale che spiana la strada al linciaggio virtuale. Questi soggetti accusano le donne di incoerenza: mettono a confronto le donne che protestano per non essere giudicate sulla base dell’aspetto fisico con quelle che invece stanno contestando una maglietta, con lo scopo di renderle bersagli di scherno e ludibrio pubblico. Come se le une e le altre non rappresentassero gruppi diversi, non di rado in contrapposizione tra loro. L’idea di un corpo (collettivo) delle donne viene abbracciata con entusiasmo proprio da quanti sguazzano nelle generalizzazioni: si punta il dito contro un obiettivo per denigrare una moltitudine. Questo è quanto può accadere in relazione ad una semplice maglietta colorata, ma quando le vicende interessano un pubblico più ampio, come ad esempio in un caso di cronaca nera, il livello di recrudescenza incrementa in misura proporzionale all’attenzione che riesce ad attrarre.

Quell’irresistibile voglia di forca

E’ la caccia alle streghe in versione 2.0. E’ il terrore giacobino guidato da tuttologi e moralisti dalle dubbie credenziali. Ci sono molteplici Comitati di Salute Pubblica, ognuno adatto a qualsiasi pregiudizio o avversione. A fronte di un qualsiasi evento, il colpevole deve essere individuato al più presto.  E non è necessario informarsi a fondo per valutare la situazione. Alla giustizia sommaria bastano i titoli strillati. Il mondo dove uno scienziato con una maglietta simil-supereroistica si trova trasformato in un simbolo della disparità sessuale, e dove le donne che lo contestano diventano la voce di tutte le donne che “si sa, pensano solo ai vestiti“, è anche quella stessa realtà dove i diversi sono criminali, dove gli ebrei sono a capo di oscuri complotti ai danni della popolazione mondiale, dove i gay sono malati da curare, dove le donne vengono obbligate a prostituirsi e violentate come schiave sessuali solo nei paesi nemici, e così via. Niente e nessuno viene risparmiato. Deve sempre esserci un colpevole contro cui puntare il dito. Anche solo per rinfacciare ad una madre in lutto per la perdita di una figlia che sarebbe dovuta rimanere in casa e non andarsene in vacanza con le amiche. C’è chi si erge a sentinella dei costumi e rivendica il proprio diritto ad esprimere un’opinione anche e soprattutto quando questa ha il solo scopo di negare quelli altrui, rivendicando per sé una superiorità morale non molto diversa rispetto a quella che in carcere attribuisce a se stesso il pluriomicida messo di fronte all’autore di reati minori rispetto al suo, ma che lui e i suoi simili disprezzano.

Non importa dove ha avuto luogo un fatto. Ovunque ci sarà sempre una folla pronta ad accalcarsi all’esterno di tribunali e questure per chiedere in coro il ripristino della pena di morte. Vox populi, vox dei: se il popolo urla la sua sentenza, allora la condanna non può essere altro che divina. Una sentenza tanto più sicura quanto più la folla identifica sé stessa come “credente”, a dispetto del fatto che nella messa della domenica la sua autorità religiosa ha ricordato l’insegnamento secondo cui non bisognerebbe giudicare per non essere giudicati. Nel mondo della democrazia diretta, quello dove sarebbe il popolo a decidere su tutto, essere indagati significa essere colpevoli, e cercare di difendersi non significa altro che nascondere la propria colpevolezza. Proprio come avveniva nei processi inquisitori, in cui l’accusato poteva solo scegliere tra confessare la colpa di cui era accusato e accettare la sua condanna, o resistere alle torture fino alla morte. L’idea che un individuo sia da considerare innocente fino a prova contraria non è nulla più di uno slogan di cui si è smarrito il senso: ora un indagato è da considerare colpevole fino a quando non se ne trova un altro che lo sostituisca. E se la folla potesse emettere la propria sentenza di condanna, non avrebbe problemi a farlo subito dopo aver scoperto che le accuse sono state formulate, per poi procedere a chiudere l’imputato in una cella e buttare via la chiave. Perlomeno in assenza della possibilità di mozzare teste e farle rotolare dentro un cesto.

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