Archivio per la categoria storie

Julia, Bridgitte e le Altre – Le Ragazzine della Notte

Novembre aveva portato con sé il freddo nell’aria romana, ma Julia indossava solo mutandine bianche e un reggiseno dello stesso colore. Tremava sul marciapiede mentre le automobile sfilavano su una Salaria trafficata. Le chiesi se aveva freddo. Con stanchi occhi azzurri rispose: “Se mi copro, non lavoro”. Julia aveva diciassette anni ed era incinta. Era arrivata a Roma dalla Romania quando aveva quattordici anni. Di fianco a lei, Alyssia aveva la stessa età e arrivava dalla stessa città. Avevano viaggiato insieme grazie all’aiuto di un uomo che aveva promesso loro un lavoro in un ristorante. Invece avevano trascorso gli ultimi tre anni come prostitute di strada a Roma. Il loro “protettore” (lo sfruttatore) non era mai molto distante. Di giorno le teneva chiuse in un appartamento e le portava sulle strade di notte. Se le ragazze non gli assicuravano almeno venti clienti a notte, non dava loro da mangiare. Una simile “protezione” mi lasciava senza parole. Non si può dire da dove provenisse il termine, ma chiamare uno sfruttatore “protettore” è un po’ come chiamare “guardiano” un uomo che compra sesso da un’adolescente.

La notte in cui incontrai Julia, incontrai altre trenta prostitute di strada, di cui ventisette ammisero di non avere nemmeno diciotto anni, e che perciò lavoravano illegalmente come prostitute. Nessuna di loro proveniva dall’Italia; arrivavano da Romania, Russia, Moldavia, Albania, Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lettonia e Bulgaria. Incontrare adolescenti che facevano sesso con venti uomini ogni notte non fu facile. Al di là della loro attività, avevano l’aspetto di normali giovani ragazze. Anche quando si trovavano davanti a me, ragazzine mezze nude costrette a indossare solo mutandine e reggiseno, la mia mente non poteva fare a meno di immaginarle a giocare e divertirsi innocentemente a un pigiama party. Incontrai queste prostitute grazie all’aiuto di una ONG chiamata Parsec, alla quale il Municipio di Roma consentiva di inviare unità di strada nelle aree dove c’è prostituzione per promuovere la salute e la sicurezza, inclusi preservativi gratis e aborti. Di solito i protettori consentivano l’interazione con queste unità di strada; incoraggiavano le ragazze ad avvalersi delle pratiche di aborto gratuite, evitando così di trovarsi a pagarle loro.

Morena, Nayla e Shpresa furono le mie guide nell’unità di strada. Guidammo su e giù lungo la Salaria per ore in un furgoncino pieno di libretti informativi, gel lubrificanti e preservativi. Lungo la strada, le ragazze si raccoglievano in gruppi di due o quattro. Le strade laterali erano alberate e non illuminate. Quando gli uomini compravano le ragazze, le portavano in questi vicoli, dove completavano la transazione in un’automobile o nei cespugli. Il ritmo delle transazioni era rapido. Più di una volta, mentre stavano parlando con un gruppo di giovani donne, diverse macchine si misero in coda a noi e suonarono il clacson, come se un qualsiasi ritardo nell’acquisto avesse potuto farli arrivare in ritardo per cena. Ai bordi delle strade, vidi uomini maturi portare delle adolescenti nei cespugli per venirne fuori dieci o quindici minuti dopo. Vecchi, giovani, uomini sporchi in moto, uomini puliti a bordo di BMW – tutti prendevano le ragazzine per mano e si defilavano con loro.

Gabriella, dalla Russia, mi disse che aveva lavorato sulla strada fin da quando era arrivata due mesi prima e che in pratica ogni uomo rifiutava di indossare il preservativo. Quando ci avvicinammo ad Angela, dalla Romania, lei si mise a strillare che l’avremmo fatta ammazzare. Anna, dalla Polonia, aveva venticinque anni e aveva studiato inglese a scuola fino a diciassette anni. Un uomo le aveva promesso un lavoro come modella, così l’aveva accompagnata a Roma. Quello stesso l’aveva venduta al protettore che la teneva sotto controllo da sette anni. Più tardi quella notte chiesi ai membri dell’unità di strada: “Non è illegale che le minori si prostituiscano, anche se dichiarano di aver scelto di farlo?” Mi risposero di sì. “Allora perché la polizia non le aiuta? Perché non arrestano i protettori per sfruttamento di minori?” Mi risposero che anche i poliziotti erano tra i clienti e che di tanto in tanto li vedevano da quelle parti.

In un rifugio nel Nord Italia, raccolsi parecchie testimonianze da parte di vittime della tratta a fini sessuali che furono anche obbligate a lavorare come prostitute per strada. L’odissea di una donna iniziò dopo l’indipendenza ucraina, quando l’ex-banca centrale sovietica trasferì tutti i depositi da Kiev alla sede centrale in Russia, spazzando via i risparmi di una vita di centinaia di migliaia di ucraini. Nel tentativo di trovare un’entrata per la sua famiglia in bancarotta accettò quello che pensava sarebbe stato un lavoro come cameriera in Italia. Un’altra donna era stata trafficata dalla Bulgaria in Italia attraverso la Turchia con la promessa di un lavoro come tata a Istanbul. Ma forse la storia più straziante che ho sentito era quella di una giovane ucraina di nome Bridgitte.

Bridgitte era istruita e con un diploma da infermiera, ma la sua “busta paga” di trentacinque dollari al mese non era nemmeno lontanamente abbastanza per arrivare a fine mese. Lei e le sue amiche videro degli annunci sul giornale per un lavoro in Italia che prometteva un salario mensile di quattromila dollari. “Eravamo stupide – mi ha detto Bridgitte – Sognavamo di trovare un marito bello e ricco che ci sposasse, e ci amasse, e ci ricoprisse di regali con diamanti. Eravamo stupide.” Bridgitte era una delle innumerevoli ragazze est-europee che sono state sedotte dalle illusioni romantiche di uno stile di vita ricco e dinamico nell’Europa Occidentale, in particolare dopo la caduta del comunismo. I mercanti di schiave avevano gioco facile nello sfruttare i sogni di una vita migliore e l’ingenuità della gioventù. Nel caso di Bridgitte, prima fu trafficata in Serbia, dove fu costretta a prostituirsi in un nightclub. Dopo alcuni mesi fu trafficata in Sud Italia, passando per l’Albania e attraverso l’Adriatico a bordo di un motoscafo. Sulla costa incontrò altri uomini che portarono lei e parecchie altre ragazze nel Nord Italia, dove fu venduta a un protettore. Proprio come quella sulla Salaria, la vita sulle strade nelle zone di Venezia e Mestre era una dura condanna.

“La strada è l’inferno,” mi disse Bridgitte. “La strada mi ha completamente distrutta. Ero sempre ubriaca, e mai abbastanza coperta in inverno. Il mio protettore mi picchiava in continuazione. Anche i clienti mi picchiavano. Sulla strada, odiavo me stessa.” Il protettore prendeva la maggior parte dei suoi soldi, ma spediva delle piccole cifre alla sua famiglia in Ucraina. In questo modo, Bridgitte trascorse diversi anni come schiava sessuale perché i suoi genitori insistevano affinché continuasse a inviare soldi. Lei fu quella che mi disse che si sentiva come una “slot machine” per la sua famiglia. Dopo molti anni di prostituzione per strada, i volontari di una ONG chiamata TAMPEP la trovarono svenuta in un vicolo, insanguinata e completamente nuda. Soffriva di numerose malattie a trasmissione sessuale e i suoi danni psicologici erano a livelli critici. Mesi dopo, mentre raccontava la sua storia, i suoi sogni erano chiari come quelli di una bambina.”L’unica cosa che desidero è di essere normale,” disse. “Sogno un marito, dei figli, e una piccola casa.”

(Tratto da Sex Trafficking – Inside the Business of Modern Slavery, di Siddharth Kara)

Nessun commento

Sophie Hayes

Seconda di cinque figli, Sophie Hayes è una ragazza inglese che porta con sé i traumi e le problematiche derivanti dal rapporto con un padre crudele e anaffettivo. Non ricorda di aver subito particolari violenze fisiche, ma quelle psicologiche ricorrevano con frequenza quotidiana. Insulti ed umiliazioni di vario tipo contribuivano ad alimentare squilibri affettivi per via dei quali il desiderio di essere amata e apprezzata si intrecciavano all’idea di non meritarlo, di non valere nulla. Dopo il divorzio dei genitori, dopo aver abbandonato gli studi e trovato un lavoro, e mentre quella che sembrava essere una relazione nata sotto i migliori auspici si dissolve nell’apatia e nell’indifferenza, Sophie inizia a cedere alle attenzioni di Kastriot. Si tratta di un giovane albanese, all’apparenza simpatico ed affascinante, che riesce a scavarsi un posto sicuro nella vita della ragazza. Anche quando si trova a cambiare amicizie e ad incontrare Erion, un nuovo uomo che cerca di starle accanto nonostante tutti i problemi irrisolti derivanti dalla sua infanzia, lui le rimane accanto, anche se da lontano, offrendole una via di sfogo e di conforto. Comportandosi da amico, riesce a guadagnare la fiducia della ragazza, e con essa confidenze relative alle sue paure e alle sue debolezze. E quando la storia che la lega ad Erion si interrompe per l’ultima volta perché lui, anch’egli albanese, viene rimpatriato in quanto non autorizzato a rimanere sul suolo britannico, come un ragno tessitore Kastriot le rimane accanto rendendo sempre più fitta la sua tela. Sapendo che la ragazza era stremata dalla fine della storia sentimentale, Kastriot la invita a passare qualche giorno con lui in Spagna, anche solo per distrarsi un po’. Nonostante la contrarietà della madre e della famiglia in generale, Sophie pensa che qualche giorno di vacanza potrebbe farle bene e accetta l’invito.

I giorni passati con Kastriot in Spagna sono sereni e spensierati, lui la guida e si prende cura di lei. Le fornisce tutto ciò di cui ha bisogno, anche grazie a tutti gli elementi che ha raccolto passando centinaia di ore al telefono con lei. Lui si comporta da autentico gentiluomo, la guida in posti splendidi e la porta in posti da sogno, dipingendole la vita da sogno che lei avrebbe desiderato vivere. Così, quando si trova da sola nel suo appartamento a Leeds, la suggestione della vita che potrebbe vivere le fa percepire come triste e miserabile quella che sta conducendo. A tal punto che quando qualche settimana dopo Kas la invita a raggiungerla in Italia, Sophie accetta senza esitazioni. I primi giorni in compagnia dell’uomo trascorrono secondo le aspettative, come la naturale prosecuzione di quanto vissuto nella vacanza in Spagna. Ma nel giro di un paio di giorni le cose cambiano. Con una durezza nel volto e nella voce che lei non aveva mai visto, lui le spiega di aver contratto dei debiti che devono essere ripagati. Come lui le è stato accanto quando aveva bisogno di aiuto, ora ritiene necessario che lei lo aiuti a sdebitarsi. La sua posizione è chiara: una donna deve fare sacrifici per aiutare l’uomo che ama, e lui ha deciso che dovrà farlo lavorando per strada. Sophie si trova in un paese che non conosce, in una situazione che non immaginava, in balia di una persona che si rivela essere del tutto diversa da quella che pensava di conoscere e che non esita a minacciare lei e la sua famiglia se proverà a sottrarsi o ad opporsi al suo volere. Le spiega che non le conviene provare a scappare, anche perché per strada a nessuno importa niente di lei. Le spiega che agli italiani interessano solo 3 P: pussy, pizza e pasta. E la vita da marciapiede gli darà ragione. Se lo ritiene necessario, non esita a picchiarla. E questa necessità sembra presentarsi ogni giorno, con intensità e violenza sempre crescenti.

Kas le aveva trovato un posto dove battere e anche una prostituta con più esperienza per farle avere indicazioni pratiche. Già la prima notte si trova costretta ad andare con una decina di uomini. Pochi, in confronto alle notti che seguiranno. Da diciotto fino a trentaquattro uomini per notte, sette giorni su sette. Una media di venticinque a notte. Dalle otto di sera alle cinque di mattina. Poi il ritorno nell’appartamento di Kas, e non di rado altre violenze, fisiche e psicologiche, in balia del carnefice che l’ha convinta che non può fidarsi di nessuno, né tanto meno chiedere  aiuto. E le esperienze con le forze dell’ordine, fonti di altre paure e umiliazioni, non fanno altro che confermare i timori della ragazza. Come anche le decine di uomini che ogni notte fermano l’automobile ed abusano della giovane ridotta in schiavitù, forse non consapevolmente, ma di certo grazie ad una solida, egoistica indifferenza. In fondo, per la maggioranza dei frequentatori non è altro che un pezzo di carne pagato per aprire le gambe o la bocca. A volte qualche cliente, magari abituale, aggiunge al rapporto qualche parola gentile, probabilmente più per calmare qualche sussulto di coscienza che non per un reale desiderio di creare un minimo, blando legame con la ragazza. E in qualche raro caso, arrivano proposte sentimentali o addirittura di matrimonio. Quasi tutti sembrano credere alla sua storia secondo cui lei sarebbe una ragazza sudafricana che si vende per mandare dei soldi alla sua famiglia povera. E nessuno sembra prestare particolare attenzione ai lividi che le marchiano il volto e coprono il suo corpo denutrito.

Dopo quattro mesi passati a battere in Italia, Kas porta Sophie in Francia per due settimane. La lascia da sola per qualche giorno per recarsi in Olanda ad occuparsi di altri traffici. In questo periodo lei continua ad agire come se lui fosse accanto a lei. Non prova nemmeno a scappare. Non conosce i luoghi, non conosce le persone, non sa di chi può fidarsi e nemmeno crede che sia possibile fidarsi di qualcuno. Mentre lui è via, viene presa di mira da chi lavorava sulla strada prima di lei. Viene aggredita, malmenata, minacciata di morte. E gli uomini misteriosi che fanno la loro comparsa nei momenti di difficoltà, sembrano nascondere qualcosa: forse sono persone incaricate dal suo uomo di controllarla mentre lui è via, o forse sono altri protettori che cercano di prenderla sotto il loro controllo. In ogni caso, l’isolamento, le minacce, le umiliazioni e le percosse hanno fatto breccia: una gabbia di paura per sé e per la sua famiglia la imprigiona. L’esperienza in Francia è talmente orribile che perfino la decisione di tornare in Italia viene accolta con sollievo. Subito viene rimandata sulla strada nonostante alcuni problemi di salute, ma le sue condizioni peggiorano in fretta. Tuttavia, per quanto paradossale, sono proprio queste ad offrirle una via di salvezza. Intontita dal dolore, per la prima volta dopo sei mesi di prigionia riesce a prendere una decisione in autonomia e si reca in ospedale, da dove contatta i suoi genitori che corrono in Italia per salvarla. Tuttavia, nonostante i suoi problemi con la legge, il suo carceriere non si arrende alla perdita della sua fonte di denaro. I suoi tentativi di portarla di nuovo via saranno concreti e pericolosi, ma grazie al supporto dei suoi cari e delle istituzioni riuscirà a sottrarsi alla sua presa. Oggi il suo nome è legato a quello della Fondazione che ha creato per aiutare le vittime della tratta.

E’ facile liquidare le ragazze che lavorano per strada come fallite e tossiche senza pensare mai al perché si prostituiscono. E la verità è che molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, spossanti, miserabili, auto-distruttive ore per uomini crudeli e violenti. Hanno paura in continuazione, non solo a causa di cosa potrebbe essere fatto a loro, ma anche per via delle serie e reali minacce che vengono fatte contro le loro famiglie e le persone che amano.” (Sophie Hayes, Trafficked)

 

Nessun commento

Benjamin Johnston

DynCorp è un contractor militare statunitense che ha fornito servizi all’esercito a stelle e strisce in diversi scenari in tutto il mondo, tra cui Haiti, Colombia e Kuwait. Pur essendo un soggetto privato, il suo bilancio è finanziato al 96% dal governo federale. Sul finire degli anni ’90, un reclutatore della compagnia entrò in contatto con un meccanico aeronautico di origine texana di nome Benjamin Johnston. Questo si trovava ad Illisheim, in Germania, con l’esercito statunitense, e accettò di cambiare lavoro non solo per le molte possibilità di carriera che gli erano state presentate, ma anche in virtù della possibilità di contribuire alle missioni di pace all’estero. E nel giro di poco tempo si trovò a lavorare alla manutenzione di mezzi aeronautici in un campo poco fuori Tuzla, in Bosnia, col compito di contribuire alla “missione di pace” che aveva visto l’esercito americano muoversi in primo piano sotto le insegne della NATO e delle Nazioni Unite. Ma nel giro di poco tempo si trovò a fronteggiare una tendenza tutt’altro che piacevole, tanto da dichiararsi tuttora shockato e disturbato da ciò che vide. E il suo tentativo di fronteggiare il malaffare ebbe come conseguenza il suo licenziamento da parte della stessa compagnia. Un atto, questo, al quale rispose denunciando il contractor e portando in tribunale la sua testimonianza.

Stando a quanto esposto nella denuncia, Johnston sarebbe stato licenziato per aver deciso di non tacere sulle attività notturne di alcuni suoi colleghi americani. Infatti dichiara di essere stato testimone della compravendita di donne da parte di colleghi, che si vantavano senza alcun timore dell’età e delle doti delle loro personali schiave sessuali. Vedeva ragazze molto giovani andare in giro con suoi colleghi ben più vecchi, e gli uomini le mettevano le mani addosso ovunque. All’inizio li sentiva parlare di come si fossero procurati questa o quelle ragazza. Ma ci volle un po’ di tempo prima che si rendesse conto di cosa stava davvero accadendo. In particolare ricorda una festa di Natale in cui avevano portato le loro schiave. Uno ne aveva portate tre: una lo imboccava, un’altra gli versava da bere e la terza gli accendeva le sigarette. Davanti a tutti si vantava di come avesse degli interessi in un bordello e di come andasse in Serbia a procurarsi le donne.

Certi suoi colleghi non si facevano problemi a parlare della loro intenzione di andare in Serbia a procurarsi le ragazze o di quanto le avessero pagate, di come le chiudessero a chiave dentro i loro appartamenti quando andavano a lavorare per evitare che fuggissero, o di che età avessero, anche quando minorenni. Non gli fu necessaria un’indagine molto approfondita per scoprire che le ragazze venivano portate in Bosnia dall’Est Europa dalla mafia serba. Venivano comprate dai suoi colleghi, insieme ai passaporti falsi, per cifre tra i 1000 e i 1500 dollari. E gli impiegati della DynCorp coinvolti nella tratta le tenevano segregate per soddisfare le loro voglie. Johnston ricorda un tizio enorme, un uomo che pesava circa 180 kg, che aveva una ragazza che era appena una bambina: la sofferenza era tale nel volto della quindicenne da far pensare che desiderasse morire. E una volta, dopo che Johnston e sua moglie avevano invitato un collega a cena, questo, un sessantenne, si presentò a casa loro portando con sé una quattordicenne.

Il meccanico texano provò ad affrontare i colleghi dicendo che quanto facevano sbagliato, ma loro si limitarono ad ignorarlo. Quindi si rivolse al suo capo, il supervisore che gestiva il campo, ma questo gli disse di farsi gli affari suoi e di non preoccuparsi di cosa facessero gli altri nel loro tempo libero. Allora provò a rivolgersi ancora più in alto, ma l’unico risultato che ottenne fu di venire emarginato. Gli altri impiegati smisero di parlargli, e sebbene fosse una delle poche persone con licenze specialistiche ed elevate qualifiche, fu messo a lavare gli aerei. Frustrato dal fallimento di qualsiasi tentativo di coinvolgere la dirigenza della DynCorp, si rivolse alla Divisione Investigativa Criminale (CID) dell’esercito statunitense. L’uomo e sua moglie furono messi subito sotto protezione a causa della possibilità di ritorsioni da parte della mafia serba e dei dipendenti DynCorp. Nonostante i rischi, Johnston partecipò in prima persona alle indagini indicando agli investigatori le abitazioni di chi possedeva donne ed identificando i mezzi dei dipendenti DynCorp parcheggiati per intere notti all’esterno dei bordelli.

All’inizio del 2000, una perquisizione del CID affiancato dalla polizia militare portò al ritrovamento di diverse prove che confermavano le accuse del meccanico. In particolare, un impiegato che aveva ammesso di aver comprato una ragazza romena – affermando di averlo fatto per “salvarla” dalla prostituzione – fornì agli inquirenti una videocassetta che ritraeva il supervisore della base mentre faceva sesso con due ragazze. Si trattava proprio della stessa persona che aveva detto a Johnston di farsi i fatti suoi, e per quanto una delle due stesse provando ad opporre resistenza, non mostrava nessuna intenzione di accettare un “no” come risposta. Messo davanti all’evidenza, il supervisore ammise di aver fatto sesso sebbene sapesse che fosse sbagliato fare sesso con una persona contro il suo consenso. Ma nonostante l’ammissione e le prove, alla fine non fu incriminato, e dopo un paio di anni il CID si limitò ad archiviare il caso.

Ben presto dopo l’insediamento delle “forze di pace” nel territorio, anche gli abitanti del posto che pensavano che potesse essere una cosa positiva andarono incontro ad una cocente delusione. Infatti la questione non riguardava solo l’interno della DynCorp, ma in generale esponenti dell’International Police Task Force (IPTF) delle Nazioni Unite, i quali, godendo dell’immunità diplomatica, potevano agire nella più completa impunità. Secondo quanto affermato da David Lamb, un ex-ufficiale di polizia di Philadelphia impegnato in attività in favore dei diritti umani in Bosnia, davanti a membri del Congresso statunitense nel 2002, quello della partecipazione dei peacekeeper delle Nazioni Unite alla tratta delle schiave è un problema diffuso e rilevante. Questi uomini non solo approfittavano della loro posizione per sottomettere donne già vittime ad ulteriori forme di schiavitù ed abusi, ma usavano gli stipendi del loro mandato per comprare altri esseri umani.

E Benjamin Johnston, uno dei pochi ad essersi impegnato in prima persona nel contrastare i crimini di cui era testimone, per una forma di macabra ironia è stato licenziato dalla DynCorp proprio insieme al supervisore che era stato ripreso in flagranza di reato e al collega che aveva fornito la videocassetta agli inquirenti. La motivazione ufficiale diffusa della compagnia afferma che l’ex-soldato texano avrebbe gettato discredito sull’immagine della compagnia con le sue affermazioni.

 

Nessun commento

Sophia

In preda al panico, Sophia ricorda la sera in cui fu rapita. Camminava lungo una strada di campagna a circa un chilometro da casa quando sentì una macchina che le si avvicinava. Paralizzata dalla paura, fu assalita da due uomini armati di coltelli che la obbligarono a entrare nell’automobile. La diciottenne romena pensava che l’avrebbero stuprata e uccisa. Pregava che la vita le fosse risparmiata. Invece si trattava dell’inizio di quell’incubo che sarebbe stata la sua vita per i quattro mesi successivi. Fu portata presso un fiume dove venne venduta a un serbo. Questo la fece salire su una piccola barca e attraversarono il Danubio, per poi arrivare in un appartamento in una città di montagna. Lei non sapeva quale fosse il nome del posto, ma presto scoprì che si trovava in Serbia. Sophia fu testimone di cose orribili durante il suo breve imprigionamento nell’edificio. Tanto che quelle esperienze continuano a tormentarla nel sonno, e sono tipiche di quello che le donne affrontano nei luoghi dove vengono spezzate.

C’erano molte ragazze là dentro. Provenivano dalla Moldavia, dalla Romania, dall’Ucraina e dalla Bulgaria. Alcune piangevano. Altre erano terrorizzate. Non dovevano parlare. Non dovevano nemmeno dire quali fossero i loro nomi o da dove provenissero. Per tutto il tempo, uomini sgradevoli e malvagi entravano ed uscivano trascinandosi le ragazze nelle varie stanze. Altre volte le stupravano davanti a tutte, urlando, ordinando loro di muoversi in un certo modo, di far finta di essere eccitate, di gemere. In centri d’addestramento come questo, gli sgherri spietati che lo gestiscono abusano delle ragazze in ogni modo. Fisico ed emotivo. Quelle che oppongono resistenza vengono malmenate. Se non collaborano, vengono chiuse in celle buie insieme ai ratti, senza acqua né cibo per giorni. Una ragazza si rifiutò di fare sesso anale e la notte stessa il padrone fece entrare cinque uomini. La immobilizzarono a terra e a turno ognuno di loro la sodomizzò con violenza di fronte a tutte le altre. Lei urlava, e urlava, e tutte le altre piangevano. Il giorno seguente la ragazza tentò di impiccarsi. Molte ragazze tentano di suicidarsi, e qualcuna ci riesce. I loro corpi finiscono sepolti nella foresta.

Sofia era terrorizzata dall’idea di venire spezzata a sua volta. Il primo giorno pensava che avrebbe opposto resistenza. Poi vide cosa fecero ad una ragazza che lo aveva fatto davvero. Proveniva dall’Ucraina. Era molto bella e con una grande forza di volontà. Due degli aguzzini cercarono di obbligarla a fare delle cose e lei si oppose. La malmenarono e le bruciarono le braccia con le sigarette. Ma lei continuava a rifiutare. Per quanto i padroni cercassero di forzarla, lei continuava a lottare. Allora la presero a pugni. E poi la presero a calci. Ancora e ancora, fino a quando non perse i sensi. Lei giaceva immobile a terra e loro la sodomizzarono. Quando finirono non si muoveva. Non respirava. Non c’era preoccupazione nei volti dei padroni. Non fecero altro che trascinarla via.

Un paio di giorni dopo che la ragazza ucraina era stata portata via, una sua compatriota si fece coraggio e chiese di lei. La reazione del padrone fu fulminea, tagliente e brutale. La afferrò per i capelli e la trascinò fuori. Quando tornò aveva l’aspetto di una persona che aveva guardato la morte in faccia. Raccontò che il padrone l’aveva condotta in una foresta non lontana dall’edificio, le aveva dato una pala e le aveva detto di scavare. Lei pensava di stare scavando la sua fossa. Ma mentre scavava vide un cumulo di terra fresca al suo fianco. Era certa che lì fosse sepolta la ragazza ucraina. Dopo circa un’ora, l’uomo le strappò la pala dalle mani e le ordinò di uscire dalla buca. Il messaggio era chiaro: “fai altre domande e in quella buca ci finirai tu”.

Sophia fu “addestrata” durante il suo terzo giorno di prigionia. Si sottomise senza fare alcuna resistenza. Si muoveva come le veniva detto di fare. Fingeva di provare eccitazione a ogni spinta. Sapeva che non avrebbe avuto la forza di sopportare quello che di sicuro sarebbe seguito se avesse provato a resistire. Quella notte il suo unico desiderio era di morire. Era stata umiliata così a fondo. Per quegli uomini lei non era altro che un pezzo di carne. Da quel momento in poi, si è sentita come sporcizia. Una sensazione che non riesce a lavare via dal suo corpo e dalla sua mente. Non importa quanto ci provi.

Una settimana dopo, Sophia fu venduta ad un pappone insieme ad altre due donne. Ora era una sua proprietà. Lei lo conosceva solo come Saba, un albanese di venti e qualcosa anni. Le tre furono trasportate su un camion in Albania, e da lì contrabbandate in Italia a bordo di un motoscafo nel cuore della notte, attraverso l’Adriatico. Lui era un tipo particolarmente cattivo, con l’inclinazione a minacciare le sue “proprietà” con bruciature di sigarette. Mise le sue donne al lavoro sulla Via Salaria, una strada molto trafficata che porta alla Città Eterna. Erano obbligate a vivere in uno scantinato umido dove dormivano su materassi in schiuma. Il pappone teneva tutti i guadagni, eccetto una piccola parte che concedeva per cibo e necessità basilari. Ogni notte, alle ragazze non veniva permesso di fare ritorno a casa fino a quando non avessero messo insieme almeno mille dollari. Fu solo grazie alla comprensione di un avventore se Sophia riuscì, dopo tre mesi di quella vita, a fuggire e trovare accoglienza in un centro di recupero cattolico in Sud Italia.

(Tratto da The Natashas, The New Global Sex Trade, di Victor Malarek)


Il periodo di schiavitù di Sophia nei dintorni della capitale è durato circa 3 mesi. 90 giorni. Di solito, una prostituta viene costretta ad avere rapporti sessuali con un numero di uomini variabile tra 10 e 30. Una media di 20 rapporti a notte. Che moltiplicati per 90 giorni fanno circa 1800 violenze subite. Un numero che andrebbe moltiplicato per tutte le ragazze che dividevano la strada con lei. E poi per tutte le strade in cui ci sono schiave obbligate a soddisfare tutte le richieste. E se ci si spinge a farlo per tutte le città italiane, le violenze diventano milioni ogni anno. Nell’indifferenza generale, delle istituzioni e, soprattutto, dei media. Quegli stessi che non esitano a trasformare la prostituzione in un caso nazionale quando si tratta di giovani ragazze italiane che magari provengono da quartieri bene. Quegli stessi che parlano con attenzione piccata e pruriginosa di “baby-prostituzione”, ma che sembrano non riuscire a rendersi conto che se le prostitute sono “baby” allora i clienti sono pederasti. Quegli stessi che per mesi si sono indignati per la dissolutezza delle serate licenziose nella ricca dimora di un uomo potente, dedicando al tema interminabili maratone televisive e prime pagine sui quotidiani, perdono tutta la loro integrità morale quando si tratta di schiave sconosciute, immigrate clandestine contro la loro volontà. E i clienti possono continuare a pagare per avere i loro piccoli piaceri. Milioni di volte.

Nessun commento