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José Saramago – Saggio Sulla Lucidità

Uno dei temi ricorrenti che accompagnano l’approssimarsi di una consultazione elettorale è l’invito, da parte di tutte le forze politiche coinvolte nella competizione, a non disertare le urne. Non importa quanto possano essere distanti, se non antitetiche, le posizioni dei diversi partiti o movimenti a proposito dei più vari temi ed argomenti: di fronte alla necessità di invitare il corpo elettorale a svolgere il compito al quale viene chiamato, la durezza della lotta per il potere lascia spazio alla concordia comune. I contrasti che emergono durante il corso di una competizione elettorale possono manifestarsi in molteplici campi e temi – politici, sociali, economici o altro ancora – ma l’invito rivolto agli aventi diritto a recarsi alle urne non solo non viene messo in discussione, ma anzi risulta essere una sorta di zona franca all’interno della quale è vietato qualsiasi conflitto, una specie di terreno consacrato dove è vietato usare qualsiasi tipo di arma o violenza. E all’interno di orizzonti sociali, come quelli costituiti dalle moderne democrazie (occidentali e non), dove lo stesso meccanismo del voto è soggetto ad innumerevoli variazioni da un paese all’altro (o anche all’interno di uno stesso paese da una tornata elettorale all’altra, o a seconda dell’oggetto di consultazione), il fatto che l’invito a non disertare le urne unisca schieramenti anche molto distanti tra loro svela una natura comune. E’ quindi sulla base di simili premesse che potrebbe sorgere un interrogativo: cosa potrebbe accadere se improvvisamente una larga maggioranza degli aventi diritto decidesse di non votare o di votare a scheda bianca? Una possibile risposta viene offerta da José Saramago nel suo Saggio Sulla Lucidità, il romanzo che ritorna nell’ambientazione dove avevano avuto luogo le vicende di Cecità per seguire gli eventi successivi ad una consultazione elettorale che vede le urne sommerse da schede bianche.

Il tutto ha inizio in quella che avrebbe dovuto essere una normale giornata di elezioni. Nelle prime ore di apertura i seggi si trovano ad essere largamente disertati dagli elettori. Ma l’intensa ed incessante pioggia che non sembra avere intenzione di fermarsi offre un più che naturale alibi all’anomalia. Poi, quando durante il pomeriggio smette finalmente di piovere, il tutto sembra tornare gradualmente alla normalità, con anzi i cittadini che affollano ordinatamente in fila i seggi elettorali. Le code sono talmente lunghe che il governo si ritrova ad essere ben felice di permettere di votare ancora un paio d’ore oltre il limite previsto per la fine delle operazioni. Ma quello che al termine dello scrutinio attende i mass media, le forze dell’ordine, lo stesso governo e tutto il paese in generale è un risultato imprevedibile ed inspiegabile: oltre il 70% dei cittadini della capitale ha votato scheda bianca. Il governo guidato dal pdd (partito di destra), con l’appoggio (o comunque la non contrarietà) del pdm (partito di mezzo) e del pds (partito di sinistra), decide quindi di indire nuove elezioni invitando la cittadinanza ad una maggiore “responsabilità”. Tuttavia anche in occasione di questa nuova tornata elettorale il verdetto che esce dalle urne non solo non smentisce quanto accaduto in precedenza, ma lo ribadisce con maggiore forza: questa volta il numero delle schede scrutinate che risultano essere bianche supera abbondantemente l’80%. La controffensiva del governo, già iniziata in modo tutt’altro che timido nell’intervallo di tempo tra le due consultazioni, si intensifica ulteriormente. Inizialmente i biancosi (come vengono definiti i misteriosi elettori della capitale che hanno votato scheda bianca) vengono additati all’opinione pubblica del resto del paese come esponenti di una misteriosa associazione criminale avente come scopo la sovversione dell’ordine costituito. Molti esponenti delle forze dell’ordine vengono incaricati di spiare i cittadini alla ricerca di qualche indizio che permetta di dare un volto ai responsabili di questa incresciosa situazione. Centinaia di cittadini sospettati di aver votato scheda bianca vengono prelevati con la forza, imprigionati, interrogati e torturati dalle forze dell’ordine con il solo scopo di arrivare a fornire una qualche consistenza a quello che invece sembrerebbe essere nient’altro che un sospetto. Ma per quanto il governo si affanni alla ricerca di un colpevole, tutte queste azioni si scontrano con la completa impossibilità di entrare in possesso del più fragile indizio. Il governo decide quindi di abbandonare la capitale ed isolarla dal resto del paese dichiarandola soggetta allo stato d’assedio. E per rafforzare la tesi del complotto e dell’azione sovversiva agli occhi dell’opinione pubblica del paese, il ministero degli interni organizza un attentato nella metropolitana della città, con lo scopo di addossare la responsabilità ai biancosi. Ma anche questa non porta ad alcun risultato: nonostante l’assenza di forze dell’ordine e di istituzioni sul suolo cittadino, gli abitanti della capitale riescono a continuare a vivere in uno stato di pacifico ordine. La situazione sembra destinata ad uno stallo perdurante, perlomeno fino a quando una lettera inviata alle massime autorità dello Stato non segnala l’esistenza di una donna (la moglie di un medico) che quattro anni prima, durante l’epidemia di cecità bianca, non aveva perso la vista. Il ministro degli interni decide così di fare in modo che questa venga pubblicamente condannata come responsabile del complotto delle schede bianche. Perché quello che appare evidente ai suoi occhi e a quelli del governo in generale è che un responsabile deve essere trovato, non importa se questo lo sia veramente o meno.

Nel romanzo di Saramago non è importante conoscere le ragioni che hanno spinto la cittadinanza ad una simile forma di astensione collettiva, esattamente come era irrilevante in Cecità scoprire quali fossero le cause della perdita della vista e della sua diffusione. Quello che invece conta è mostrare cosa accade in seguito a tali accadimenti, il filo rosso che lega la reazione del potere di fronte all’evento straordinario che gli si para davanti in un caso come nell’altro. Determinato, prima di tutto, a preservare sé stesso, il governo decide di adottare come prima contromisura l’isolamento di quello che viene visto come un focolaio di infezione. Se in passato i primi ciechi erano stati internati in quanto considerati portatori di un morbo sconosciuto, nel presente gli elettori che hanno votato scheda bianca vengono rinchiusi nella loro stessa città attraverso la dichiarazione dello stato d’assedio. Nonostante non ci sia alcuna prova dell’esistenza di un oscuro ed impenetrabile complotto, i cittadini della capitale si trovano a fronteggiare un provvedimento simile a quello di chi è stato contagiato da una malattia oscura e mortale. Tuttavia, allo stesso tempo, c’è una profonda differenza che segna una radicale biforcazione tra i due eventi: nel caso delle elezioni non c’è alcuna irruzione da parte di agenti esterni (come nel caso della cecità bianca) destinati a sconvolgere il tessuto sociale, dato che i cittadini non fanno altro che avvalersi di un diritto che viene loro riconosciuto dalle stesse leggi dello Stato di cui fanno parte. Per questo motivo, malgrado la presenza di personaggi comuni, quello sulla “lucidità” è un saggio profondamente differente da quello sulla “cecità”, tanto da apparire più come un completamento che non come un seguito.

I rapporti di potere nelle moderne democrazie occidentali rappresentano il cuore di una vicenda che si affaccia su una realtà fatta di false scelte e libertà formali il cui scopo è occultare un fitto intreccio a base di menzogne, violenza e sopraffazione. Quasi come fosse una dimostrazione per assurdo, Saramago prende un diritto di cui i cittadini solitamente non si avvalgono per mostrare cosa potrebbe accadere se all’improvviso cambiassero idea. Quella che si agita alle spalle dell’aperto contrasto narrato da Saramago (tra chi si astiene o comunque decide di non dare a nessuno il suo voto e chi invece ambisce ad ottenerlo per consolidare il suo potere) è una quotidianità a base di diritti dichiarati e poi non garantiti (quando non apertamente calpestati), di un rispetto delle libertà dei cittadini solo nella misura in cui questi accettano di non avvalersene fino in fondo. Nascondendosi dietro l’alibi della tutela di un bene comune che non appare in alcun modo minacciato, il potere agisce prima di tutto per tutelare se stesso, e non esita ad avvalersi dell’uso della violenza su persone che non risultano aver compiuto alcun crimine pur di garantire i propri equilibri. Appare chiaro che agli occhi del governo la sovranità appartiene al popolo solo ed esclusivamente nella misura in cui accetta di privarsene delegandola attraverso il voto, permettendogli così di esercitare concretamente potere. L’atto sovversivo della cittadinanza che decide di non cedere il proprio consenso a nessuna delle forze politiche in gioco consiste nella sua scelta di non trasferire la propria quota di sovranità.

Nel gioco della rappresentanza, il potere del governo e la violenza che eventualmente utilizzerà si giustificano sulla base della legittimazione in sede elettorale. Diventa quindi completamente secondario il votare per un partito di maggioranza o uno di opposizione: la legittimazione del potere avviene attraverso l’atto stesso del votare – indipendentemente dalla formazione a cui tale voto viene dato. Votare per un partito piuttosto che per un altro significa in ogni caso rinnovare l’accettazione dell’idea che alla fine un candidato vincerà e potrà governare. Ma l’astensione dalla scelta respinge l’idea stessa della delega, del riconoscimento di una rappresentanza alla quale cedere il governo. Questo il motivo per cui al governo non rimane altro che lasciare la città dalla quale non è stato eletto. Privato della benedizione della maggioranza dei cittadini, il governo lascia la capitale per ritirarsi in una parte del paese che l’abbia riconosciuto come tale. E attraverso gli inganni, i crimini, le censure ed i complotti che ordisce ai danni dei suoi cittadini, mostra il suo vero volto: quello del tiranno che tollera il dissenso fintanto che questo non va in qualche modo a scalfire la sua autorità. Di fronte alla scelta della popolazione di non cedere la propria sovranità, il governo non esita a mostrare il suo volto più violento, quello di chi possiede il monopolio dell’uso della forza.  E una volta squarciato il velo dell’ipocrisia relativo alla sovranità popolare, non passa molto tempo prima che vada incontro ad un analogo destino anche la questione dell’uso della forza. Perché alla fine, nel gioco di crimini e menzogne ai danni della stessa popolazione, non solo il governo mostra come la sua accettazione della sovranità popolare si basa sull’entusiasmo con cui i cittadini non esitano a cederla in delega, ma fa vedere anche come ritenga l’uso della forza una possibilità di cui avvalersi per riprendere quella sovranità che non gli è stata riconosciuta.

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Christopher Brookmyre – Real Life™

Diventato da poco padre, Raymond Ash si trova a tirare le somme della sua vita e della radicale svolta che l’evento vi ha impresso. L’impiego come insegnante di inglese è il quotidiano promemoria delle sue aspirazioni fallite, di un passato dal quale si trova costretto a prendere le distanze per garantire stabilità e sostentamento alla sua famiglia. Ma proprio quando la routine di tutti i giorni sembra incatenarlo in modo sempre più stringente, facendogli desiderare una via di fuga, un’ombra minacciosa proveniente dal suo passato irrompe violentemente nel suo presente, costringendolo ad una lotta per la sopravvivenza, nonché ad un ripensamento delle sue esigenze e delle sue priorità. La misteriosa figura altri non è che Simon Darcourt, un vecchio amico di Ray che questo frequentava quando era ancora uno studente e che, come tutti coloro che lo conoscevano, anche lui credeva essere morto in un incidente aereo. Sebbene il suo cadavere non sia stato rinvenuto, Darcourt era stato dichiarato morto in seguito all’attentato di cui in realtà era l’artefice e l’esecutore materiale. Oltre a portare a termine il lavoro che gli era stato commissionato, Simon aveva approfittato della strage per tagliare ogni legame con il suo passato ed iniziare una nuova vita che lo ha portato a diventare noto come lo Spirito Nero, un terrorista mercenario crudele e spietato, tanto ricercato quanto apparentemente imprendibile. Privo di qualsiasi obiettivo politico, per lo Spirito Nero anche il denaro con il quale vengono riccamente ricompensate le sue azioni rappresenta un aspetto secondario rispetto al desiderio di essere in qualche modo al centro dell’attenzione pubblica. E nel momento in cui decide di tornare in patria per partecipare alla realizzazione di un nuovo, spaventoso attentato, non riesce a fare a meno di pianificare la sua azione in modo tale da coinvolgere anche l’ex-amico per costringerlo a prendere coscienza del suo “successo”.

Costruito come un enorme videogame, nel quale ogni mutamento di scenario nella vita di Ray è accompagnato dal caricamento di nuove ambientazioni, nuovi compiti, nuove difficoltà e nuove ricompense, il romanzo ripercorre le strade dell’action thriller alla luce di una costante ricerca di approfondimento psicologico, nonché di un senso dell’umorismo che, a seconda del personaggio al quale è diretto, non teme di trasformarsi in tagliente sarcasmo. Sulla base di simili ingredienti, Brookmyre realizza un romanzo estremamente fluido e veloce nel quale, intrecciando le vicende dei due protagonisti con quelle dell’agente Angelique De Xavia e di una coppia di ragazzini che si trovano per caso coinvolti nella vicenda a causa di troppa curiosità, la soluzione del mistero dell’identità dello Spirito Nero passa rapidamente in secondo piano rispetto alla tensione dell’azione e alla cura nell’approfondimento dei personaggi. Anzi, facendo capire molto velocemente al lettore che Simon Darcourt e lo Spirito Nero sono la stessa persona, l’autore può concentrare la sua attenzione sull’obiettivo che sembra stargli maggiormente a cuore: sezionare, pezzo dopo pezzo, l’aura di tenebroso mistero con la quale il criminale cerca di ammantare la propria persona. A partire dall’iniziale profilo fornito alla squadra speciale alla quale è stato dato l’incarico di indagare sullo Spirito Nero – un quadro profondamente permeato da un timoroso rispetto di fronte ad una malvagità capace di raggiungere un livello di pianificazione e messa in atto apparentemente inarrestabile – Brookmyre procede per sottrazione, spogliando il criminale di tutte le sovrastrutture che lo circondano, fino a lasciare sul terreno nient’altro che l’immagine del vile codardo che scaturisce dai ricordi di Raymond e dalle osservazioni di Angelique De Xavia.

La Vita Reale alla quale si fa riferimento nel titolo non è solo quella con la quale Ray si confronta quotidianamente in contrapposizione alle dimensioni virtuali all’interno delle quali vive le sue avventure da videogiocatore. E’ anche e soprattutto quella da cui Simon non ha mai fatto altro che scappare, fino ad arrivare ad abbandonare moglie e lavoro per assumere un’identità simile a quella di uno dei tanti malvagi che affollano il mondo dei fumetti supereroistici. E sebbene in modo antitetico, entrambi sono testimonianza dei loro fallimenti nel tentativo di sottrarsi alla loro quotidianità. Con la differenza che mentre Ray è cosciente di come la sua esistenza negli universi virtuali dei videogame rappresenti solo un aspetto della sua più ampia e travagliata quotidianità, Simon ha trasformato tutta la sua vita in un enorme videogioco, una sorta di Hitman al servizio del mercato del terrore, sulla base della convinzione che l’essersi lasciato alle spalle il suo nome per assumere l’identità dello Spirito Nero possa essere considerato come l’effettiva liberazione dai vincoli che pensava lo imprigionassero. In questo modo, mentre Ray passava il suo tempo ad accumulare esperienza nel mondo reale e a vivere molteplici vite in quello virtuale, nella più completa malafede Simon costruiva attorno a sé una gabbia ancora più stretta, illudendosi di essere libero in quanto lui stesso artefice di quanto gli stava accadendo. Tuttavia, quanto più Brookmyre dettaglia ed aggiunge particolari al profilo del criminale, tanto più diventa chiaro che sono proprio quelli che lui fieramente considera come i suoi successi ad essere le prove tangibili del suo essere un fallito. Non senza ragione, infatti, l’autore dedica molto spazio a raccontare la vita di Simon da studente, quando lui e Ray erano amici.

Dotato di un innegabile carisma, Simon è in realtà un musicista frustrato. Quando Ray fa la sua conoscenza rimane affascinato da quel personaggio capace di essere lucidamente tagliente e cinicamente sarcastico. Ed è proprio la sua capacità di esporre alla pubblica derisione tutto ciò che per qualche motivo non incontra la sua benevolenza ad essere l’arma attraverso cui affascina il prossimo. Infatti, grazie alle sue manifestazioni di crudeltà verbale verso ciò che rifiuta, riesce allo stesso tempo ad esercitare un fascino lusinghiero nei confronti di chi invece dimostra di accettare. E’ un inganno che si nutre di risentimento: l’essere accettati alla corte di una persona come Simon, apparentemente estremamente selettiva ed esigente, rappresenta per chi gli sta attorno (Ray incluso) una fonte di grande soddisfazione. Ma approfondire la sua conoscenza significa anche dipanare progressivamente l’intreccio di immagini artificiose che Simon ha intessuto attorno alla sua stessa persona, scoprire che per essere accettati all’interno della sua cerchia non è necessario possedere grandi qualità, ma semplicemente accettarlo come leader. Il rispetto che Simon tributa agli altri non è in relazione alle qualità che lui scorge in loro, piuttosto è proporzionale alla loro disponibilità ad ammirare lui. Esemplare in tal senso è la vicenda che lo vede, assieme a Ray e ad altri due loro amici, tentare la scalata al successo nel mondo della musica. Tecnicamente mediocri, nel loro insieme i quattro riescono a coesistere fino a quando il ruolo di Simon come leader del gruppo non viene messo in discussione. Ma nel momento in cui i conflitti esplodono a causa di un esordio dal vivo disastrosamente imbarazzante, la messa in discussione del suo ruolo viaggia di pari passo con il suo tentativo di scaricare sugli altri colpe e responsabilità che invece risultano essere in larga parte sue. Non a caso, a partire dal momento in cui la strada di Simon si divide da quella del resto del gruppo, questi trovano un sostituto e, pur senza raggiungere le vette della fama e del successo, riescono in ogni caso a togliersi più di una soddisfazione in termini di seguito come di consenso.

La cerchia di Simon è l’archetipo di tutti i circoli, i club, i movimenti o altro ancora, che si presentano in pubblico come elitari e desiderabili quando in realtà, dietro la fascinosa maschera dell’esclusività, non si agita altro che lo spettro di un ostile risentimento. La denigrazione della produzione musicale altrui, l’incapacità di dare forma ad una produzione in grado di raggiungere un successo all’altezza delle aspettative di un ego smisurato, è solo uno dei primi sintomi di una malattia che troverà successivamente la propria valvola di sfogo nell’ambito di un’attività criminale orientata alla distruzione della vita e della felicità altrui. Una volta messo di fronte alla propria incapacità di raggiungere il successo, ed incapace di accettare il proprio fallimento, Simon si dedica alla conquista dell’attenzione da parte di un vasto pubblico attraverso la paura ed il terrore. In altre parole, nell’impossibilità di allargare la sua cerchia di ammiratori a causa della fragile natura del bluff che incarna, decide di percorrere una strada opposta: usare la violenza per prendere con la forza quello che non è stato in grado di ottenere attraverso il consenso.

Sulla base di modalità di comportamento simili a quelle del sarcasmo autoritario che utilizzava all’interno della sua cerchia di amici e conoscenti al fine di manifestare una presunta superiorità e, di riflesso, compiacere l’ego di chi gli stava attorno e si sentiva da lui accettato, anche le sue azioni criminali si rivelano essere all’insegna della viltà e della vigliaccheria: tessere trame mortali contro vittime deboli ed indifese per dare solidità a quel desiderio di riconoscimento che da studente crollava miseramente nel momento in cui si trovava ad uscire dal suo ambiente protetto. Così, alle spalle del narcisismo patologico di Simon, non è difficile scorgere l’ombra del rapporto che più in generale leader, guide e maestri vari intrecciano con chi li segue e ne osanna il verbo: l’offerta di compiacenti lusinghe in cambio di una sottomissione ad idiosincrasie che si esplicano attraverso la definizione di bersagli polemici o, nel caso in cui ci sia un passaggio all’azione, di nemici da escludere o combattere. Ma quello che si nasconde sotto la pelliccia del lupo non è un capobranco: è un cane da pastore che porta il suo gregge a pascolare, e che per farlo inganna le pecore che lo seguono facendo loro credere di essere lupi a loro volta, di essere parte di un branco.

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Christine Leunens – Uomini Da Mangiare

Figlia di una severa e spilorcia vedova lituana residente negli Stati Uniti ed orfana del padre, la giovane Kate si trova a vivere conflitti quotidiani con la madre in virtù della sua profonda avversione nei confronti del cibo. Ancora poco più che bambina cerca già in ogni modo di evitare di trovarsi costretta a mangiare quello che la madre le impone, non raramente ingegnandosi per trovare espedienti che le consentano di far sparire il cibo dal piatto senza doverlo ingoiare. Ogni volta che questi suoi tentativi non vanno a buon fine e la madre scopre gli inganni a suo danno, quest’ultima la rinchiude nella dispensa per punizione – tra cipolle, sacchi di patate e prosciutti appesi a stagionare – nel tentativo di far sì che la figlia impari il valore del denaro che spende per nutrirla. Tuttavia, la presenza oppressiva della madre non si limita al solo e limitato spazio circoscritto dalle pareti domestiche: ad esempio, attraverso i vestiti che lei e sua sorella Cecilia sono obbligate ad indossare per andare a scuola, nonché anche qui per mezzo del cibo che prepara loro per non pagare i soldi della mensa, l’ingombrante figura materna le segue anche fuori casa come un’ombra. Ma il cibo e l’abbigliamento non sono gli unici motivi di turbamento di Kate. Con il sopraggiungere della pubertà, la ragazza si trova a provare i suoi primi impulsi sessuali: si tratta di un risveglio sensoriale che la giovane, essendo priva di adeguate informazioni in merito, finisce con lo sviluppare in modo tutt’altro che ordinario. Infatti, grazie ad una mente estremamente vivace e certamente non priva di fantasia, mescolando ricordi e conoscenze, notizie colte di sfuggita e sensazioni che le attraversano il corpo, i suoi appetiti sessuali si intrecciano con quelli culinari dando vita ad una particolare visione del mondo e delle relazioni personali secondo la quale gli uomini e le donne si mangiano a vicenda, letteralmente. E nel momento in cui riesce ad allontanarsi dall’oppressiva ombra materna grazie ad una borsa di studio che le permette di andare a studiare teologia lontana da casa, la ragazza trova il modo di concretizzare le sue fantasie, trasformandosi in una vera e propia mangiatrice di uomini.

In pratica, il romanzo si divide in due parti: una prima parte che si svolge nell’ambito di un ambiente famigliare all’interno del quale, tra lotte e conflitti, la ragazza sviluppa le sue fantasie; e una seconda parte nella quale Kate, libera dalla soffocante presenza materna, riesce a dare una forma concreta a quei desideri che in ogni caso, per quanto devianti dalla norma, non vengono mai presentati dall’autrice come patologie. Chiaramente non si tratta di un’apologia dell’antropofagia, quanto piuttosto di un lasciare che progressivamente possano affiorare ed imporsi gli aspetti metaforici su quelli meramente narrativi. Con l’evolversi della vicenda, quello che sembra apparire in modo sempre più chiaro è come il realismo della storia in quanto tale interessi alla Leunens solo come veicolo narrativo, e solo nella misura in cui può risultare funzionale a quella lotta tra forze opposte che avvolge il cuore pulsante del libro. Gli scontri tra Kate e la madre in merito al cibo confluiscono nel definire il territorio privilegiato di un conflitto tra un’educazione fortemente autoritaria ed un’esigenza di libertà ed autonomia. Il cibo che la madre cerca di far mangiare alla figlia non è solo nutrimento,  è una rappresentazione concreta di una visione del mondo che la donna cerca di imporre alla prole. Dalla scelta degli ingredienti e delle pietanze in generale, fino all’imperativo che vieta che qualcosa possa andare sprecato, nei riti alimentari famigliari è in gioco molto di più della semplice alimentazione. Il desiderio di Kate di mangiare ciò che le piace come di rifiutare ciò che la disgusta viene ad essere completamente trascurato, quando non apertamente contrastato, da quello che invece la madre considera prioritario: l’accumulare denaro. Quello della madre è un mondo nel quale il piacere del gusto, come del resto qualsiasi altra forma di piacere, non ha alcun valore per il semplice fatto che non è monetizzabile. Più in generale, tutto ciò che non è quantificabile sul piano economico non è altro che uno spreco di risorse: solo ciò che è misurabile secondo un rapporto tra quantità e prezzo è dotato di valore. Viene quindi da sé che all’interno di un simile orizzonte le scelte di Kate, volte ad inseguire la propria soddisfazione personale, anche attraverso il rifiuto delle imposizioni alimentari genitoriali qualora non di suo gusto, finiscono con l’assumere un valore radicalmente sovversivo (di qui, appunto, le notti trascorse in punizione nella dispensa).

Nel suo percorso di formazione che la porta a diventare donna, Kate si afferma attraverso la ricerca della soddisfazione di una fame che ha scoperto in sé. Si tratta di un appetito che è ben distante sia dall’essere quel semplice soddisfacimento di un bisogno fisiologico al quale avrebbe voluto educarla sua madre, come anche da ciò che in generale viene considerato socialmente accettabile. Kate si trova così a diventare una mangiatrice di uomini: l’atto sessuale non solo viene sgravato di qualsiasi funzionalità riproduttiva, ma anche e soprattutto relazionale. Se da un lato dietro l’imposizione del cibo si nascondono imperativi di natura sessuale, dall’altro all’ombra di questi si annidano i conflitti tra piacere ed economia. La concezione dell’alimentazione, e del consumo di cibo in generale, esclusivamente come mezzo di sostentamento percorre gli stessi binari su cui viaggia l’idea di una sessualità finalizzata alla riproduzione o più in generale alla costruzione di una forma di sicurezza economica e di stabilità sociale, le quali a loro volta affondano le loro radici all’interno di quello spazio recintato dai valori della famiglia tradizionale. Non a caso, la concezione della sessualità e dei rapporti con gli uomini che la madre di Kate ha sviluppato nel corso degli anni è triste ed incolore tanto quanto sono insaporire i cibi che cucina per le figlie. Si potrebbe quasi dire che secondo la donna, gli uomini andrebbero scelti come il cibo tra i banchi del mercato: l’uomo a cui dedicare le proprie attenzioni dovrebbe essere quello in grado di garantire la massima resa in termini economici al costo minore.

Viceversa, Kate sviluppa una visione delle cose e dei rapporti tra le persone diametralmente opposta. Non solo il cibo può essere sprecato qualora non sia fonte di piacere o comunque nel caso in cui non sia gradito, ma anche la sessualità si sgancia da qualsiasi orizzonte relazionale per diventare pura e selvaggia soddisfazione di un appetito che vuole essere sfamato. E’ così che tralasciando gli aspetti più crudamente carnali, Uomini Da Mangiare si afferma paradossalmente come un piccolo manifesto di sessualità femminile. Sono distanti anni luce gli orizzonti delle storie d’amore che vedono ingenue ragazze in balia di sogni fiabeschi vivere nell’attesa che arrivi il principe azzurro di turno a giurare loro eterno amore. Kate è l’incarnazione di una sensualità che non esita ad indossare i panni della predatrice pur di trovare quanto può soddisfare i suoi appetiti. Non aspetta seduta a tavola di mangiare ciò che qualcun altro ha cucinato per lei: una volta scelti gli ingredienti, è lei stessa a mettersi dietro i fornelli per prepararsi da mangiare ciò che ha scelto. E l’atto stesso di consumare il partner nel corso dell’atto sessuale è la dimostrazione empirica di come non ci sia alcun desiderio di costruire relazioni a lungo termine. Kate è l’incarnazione di una sessualità che non cerca l’approvazione dell’uomo di turno (e tantomeno delle altre donne che potrebbero giudicarla), ma che vive in modo spontaneo e naturale la soddisfazione dei propri appetiti. E’ quella che prima ancora che dagli uomini si troverebbe ad essere additata al pubblico disprezzo da parte di altre donne che in lei non vogliono vedere altro che una pericolosa rovinafamiglie. Perché dietro i tabù che Kate viola con genuino candore si agitano i divieti che ancora oggi, non raramente dietro una facciata di perbenismo, imprigionano il corpo femminile e la sua sessualità in generale, a tal punto da far sì che un disinvolto libertino possa godere della fama di “playboy” o di “conquistatore”, mentre al suo corrispettivo femminile quasi sempre non vengono riservati che titoli quali “troia”, “puttana”, o semplicemente “donnaccia”. La mangiatrice di uomini, la donna che viene meno al suo ruolo di preda per indossare gli abiti della cacciatrice, è quella che proprio in virtù della sua scelta di usare la sua sessualità per soddisfare i propri bisogni nel modo che più ritiene opportuno si trova ad essere oggetto di un disprezzo pubblico quasi come se si fosse abbandonata ad atti talmente turpi da macchiare di vergogna l’intero mondo femminile. Per questo motivo si trova pertanto a funzionare da cartina di tornasole di un maschilismo strisciante che non raramente trova i propri migliori strumenti di affermazione nelle parole di altre donne (come, in questo caso, la madre di Kate), di quell’ipocrisia che rivendica a parole il diritto di ogni donna di gestire il proprio corpo come meglio crede ma che allo stesso tempo condanna al disprezzo quella che viene meno al suo ruolo di angelo del focolare per indossare gli abiti della bomba sexy. La sessualità alimentare di Kate assume così il profilo di un’allegoria attraverso cui prende corpo la ribellione di coloro che decidono di uscire di casa per cercare uomini da mangiare, anziché rimanere dietro ai fornelli a cucinare per loro.

Equamente distante da un’esplicita partigianeria per la protagonista come da una facile condanna delle sue abitudini alimentari a base di carne maschile, la Leunens riesce così a catturare l’ambiguità che si genera di fronte alle azioni violente da parte di una minoranza in cerca di emancipazione, o più in generale di un blocco sociale impegnato nella lotta per l’affrancamento da una condizione di sfruttamento o di sottomissione. Concentrare l’attenzione unicamente sulla violenza che avvolge i bocconcini – in ogni caso mai letali – a base di pezzi di carne dei suoi partner occasionali, significa perdere di vista il fatto che quella di Kate nasce soprattutto come reazione ad un’altra violenza sicuramente meno evidente e palpabile, ma non per questo meno brutale ed invasiva: quella di un regime economico che pretende di irretire e controllare aspetti strettamente privati della persona, quale appunto la gestione del piacere (alimentare, sessuale, o altro che sia), in nome di una massimizzazione del profitto, di una qualche forma di rispettabilità sociale, o di altro ancora. Chiusa nel proprio solitario isolamento, la fame segreta di Kate, pur in tutta la sua crudeltà, finisce così con l’assumere i contorni di qualcosa che da innocua ricerca del piacere e della mera soddisfazione personale si è successivamente trasformata in insensibile crudeltà generata da anni ed anni di repressione obbligata. La fame di Kate è l’esplosione liberatrice di un appetito a lungo represso da pressioni e giudizi sociali, da scelte economiche che si intrecciano con imperativi morali, è il divenir voracemente famelico di chi inizialmente non desiderava altro che di poter avere l’ultima parola quantomeno sul proprio corpo, sui propri desideri e sui propri piaceri.

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Christopher Wilson – Il Vangelo Della Scimmia

Qualsiasi romanzo che definisca come proprio campo d’azione un’isola fantastica per poi muoversi in direzione di una parodia della contemporaneità non può sottrarsi a un confronto con I Viaggi di Gulliver. E Il Vangelo della Scimmia non vi si sottrae. A partire dal tema del naufragio sull’isola, fino all’utilizzo della popolazione che la abita come strumento per mettere in scena una feroce e tagliente satira sociale, Christopher Wilson non solo non evita di palesare l’influenza di Jonathan Swift, ma anzi la invoca per rendere ben chiara al lettore, fin dalle prime righe, la connotazione metaforica del racconto.

Sganciate dai riferimenti a fatti e luoghi concreti per essere ricollocate all’interno di situazioni fantastiche e in paesi immaginari, le vicende del dr. Lemuel Gulliver partivano da una narrazione surreale del presente (era il XVIII Secolo) per arrivare a metterne in luce i difetti e le contraddizioni. Su un palcoscenico immaginario, i vizi e le bassezze della società, l’ignoranza e la stupida ipocrisia della popolazione, venivano messe a nudo ed esibite senza alibi. Ognuno dei viaggi di Gulliver si caratterizza quindi come un pretesto per criticare di volta in volta, attraverso la sottile spietatezza del ridicolo, il sistema giudiziario, la politica estera o direttamente i meccanismi del dominio sociale, del gioco tra poteni e sottoposti. Ed è proprio a partire da premesse analoghe che Christopher Wilson decide di accompagnare il lettore sull’isola di Iffe, dove, tra contesti e personaggi improbabili, il primate al quale è stato dedicato il titolo diventa protagonista di una tragicommedia profondamente umana.

Ambientata anch’essa nel XVIII Secolo inglese, la storia ruota attorno a Maria, una scimmia che ha vissuto come mascotte a bordo di una nave da guerra, godendo della simpatia e dell’affetto dell’equipaggio. Quando una violenta tempesta causa l’affondamento dell’imbarcazione, solo e in balia delle acque, l’animale naufraga su Iffe, un’isola sperduta in mezzo al mare. La popolazione che la abita non ha la più pallida idea di cosa sia una scimmia, così la identifica come uno straniero (un Francese, per la precisione), anche a causa degli indumenti e dei gioielli che indossa.

Di fronte alla novità, i più illustri membri della comunità si attivano per cercare il favore dello straniero. Il mercante Hogg decide di organizzarne il matrimonio con sua figlia; Gallimauf, considerato l’intellettuale della comunità in virtù del suo aver letto cinque libri, desidera confrontare con lui le sue conoscenze in tema di filosofia e teologia; Vera la Pazza ne cerca la compagnia e l’affetto; e ancora, a partire da Lord Iffe, il signore dell’isola, fino al reverendo Lovegrave, unica e indiscussa guida spirituale, tutti caricano lo straniero delle proprie aspettative e dei propri desideri. Ma dal momento che la scimmia non fa altro che comportarsi come tale (si gratta, si lecca, fa smorfie, ride e fa versi incomprensibili, si arrampica sugli alberi e fa dispetti), la comunità reagisce individuando in lei la fonte di peccati irripetibili, nonché di una corruzione dei costumi alla quale è necessario porre un freno. E, come in una sorta di commedia dell’arte allestita per l’occasione, ognuno dei personaggi che si muove attraverso le pagine del libro diventa l’incarnazione più o meno esplicita di un tipo sociale: Hogg, il mercante esibisce fin da subito una meschinità pari solo al livello di un’obesità che non gli consente di muoversi da solo; Gallimauf, dall’alto dei suoi cinque libri letti, occupa il ruolo di intellettuale più per demeriti altrui che per meriti propri; il reverendo Lovegrave è il rappresentante di una religiosità tanto pronta ad essere severa e inflessibile nei confronti delle debolezze altrui quanto tollerante verso le proprie; e Lord Iffe è l’incarnazione di un’autorità politica la cui violenza affonda le proprie radici nel terreno dell’inconsapevolezza e dell’assenza di memoria. Un posto a parte si trova invece occupato da Vera la Pazza, una donna sola ed emarginata in quanto accusata di essere indemoniata, ma che suo malgrado rappresenta uno dei pilastri attorno al quale la comunità di Iffe può preservare la propria identità. Oggetto di desideri carnali di notte e di disprezzo morale di giorno, Vera è l’unica persona a provare un sincero affetto nei confronti di quell’essere basso, peloso e deforme, e a comprenderne il destino. Per ogni reverendo Lovegrave, cioè per ogni persona che utilizza una doppia morale a seconda che oggetto del giudizio sia essa stessa o qualcun altro, è necessario che ci sia una Vera da isolare e da disprezzare in pubblico, qualcuno addosso al quale scaricare il peso delle proprie mancanze.

Ed è proprio all’interno di questo spazio, nella distanza che separa chi può giudicare e chi non può fare altro che subire in modo passivo, che Christopher Wilson si colloca per squadrare con attenzione le dinamiche di un potere ottuso e  delle gerarchie su cui si regge. Dall’evidente riferimento nel titolo del primo capitolo (‘Nella colonia penale’), all’assurdità dell’intermezzo dedicato all’universo giuridico di Jarvie, l’autore inserisce frequenti sfumature kafkiane che sfociano in uno sguardo sulla violenza di un dominio inconsapevole della propra brutalitàè. Si tratta di un approccio che non cela i propri debiti nei confronti delle riflessioni di Michel Foucault, al quale anzi viene reso omaggio attraverso il titolo di uno degli ultimi capitoli del libro: ‘Sorvegliare e punire’. Tramite i personaggi che popolano Iffe, Wilson cattura con lucidità lo spirito di una comunità che non trova la ragione della propria unità nell’autorevolezza di una figura politica o religiosa; al contrario, usa queste figure in modo funzionale al mantenimento di uno stato di cose all’interno del quale a ognuno viene assegnato un posto e un ruolo ben precisi. La curiosità di cui viene fatta oggetto la scimmia non è manifestazione di un vero interesse nei confronti della diversità di cui può essere portatrice, quanto piuttosto del desiderio di vedere confermata la fondatezza delle proprie credenze. Non ha lo scopo di comprendere qualcosa di nuovo, ma di trovare nuove conferme. O la novità si arrende a ciò che già è in vigore, oppure si qualifica come gesto sovversivo da condannare.

Maria è l’incarnazione di un’alterità alla quale tutto è negato: il suo comportamento, la sua natura, e perfino il suo sesso. Tra i crimini di cui si macchia l’animale ci sono il suo non essere un ricco come desidera il mercante Hogg, né uno studioso al livello delle aspettative di Gallimauf. Il vergognoso e irripetibile peccato che la scimmia incarna agli occhi della comunità non consiste in qualche orribile azione della quale sarebbe stata responsabile, anche in modo inconsapevole, ma nel suo sottrarsi all’arbitrio di una morale comune. La violenza che si abbatte su di lei e quella che porta all’emarginazione di Vera condividono la stessa origine: attraverso la punizione dell’altro, la reificazione della sua diversità, la comunità ha modo di consolidare la propria omologazione. E un ruolo chiave viene giocato proprio da quell’intellettuale che si professa studioso tollerante e liberale, ma che all’atto pratico si rivela essere un docile strumento nelle mani di un’autorità repressiva e conservatrice. Appare chiaro che la scimmia non articola mai altro che urla e grugniti, eppure nessuno esita ad attribuirle pensieri e parole, e a giudicarla sulla base di questi. Ad esempio, il suo mancato adeguamento alle regole del matrimonio con la figlia del mercante viene visto come un atto di ribellione, una mancanza di rispetto nei confronti delle regole della comunità nella sua interezza.

L’isola di Iffe è il palcoscenico sul quale viene rappresentata la persecuzione e l’emarginazione delle minoranze e dei diversi. Poco importa che si tratti delle dicerie di un piccolo paese su una singola vittima o delle accuse celebrate a mezzo stampa nelle grandi campagne mediatiche contro intere categorie di persone: Maria rappresenta il soggetto privato del diritto di esprimere le proprie opinioni. Un divieto che non si esercita impedendo al soggetto di parlare, ma circondandolo di un vuoto nel quale non c’è nessuno disposto ad ascoltarlo. Il giudizio a cui viene sottoposto è quello formulato da chi non si interroga sulla diversità altrui, ma processa e condanna attribuendo all’altro i suoi pensieri e le sue parole. La scimmia Maria, proprio nel suo non essere riconducibile ad alcuna categoria umana, diventa così il simbolo di tutte quelle persone alle quali è negato il diritto di difendersi da sole.

Oggetto di una violenza linguistica che si consuma prima di tutto nella mancanza di riconoscimento dell’altro come soggetto libero e autonomo (magari in nome di una difesa di valori collettivi o di una morale condivisa), la vittima è tale non in quanto responsabile di qualche crimine, ma perché su di essa l’accusatore concentra le proprie ossessioni e i propri fantasmi, la propria ignoranza e la propria ipocrisia. E se anche al lettore la scimmia appare umana, non è per qualche sua particolare virtù che la renderebbe speciale, ma perché simili a lei sono le persone alle quali non viene riconosciuta l’umanità e tantomeno il diritto a decidere in piena autonomia cosa fare di sé e della propria vita.

Non è Maria insomma ad essere talmente speciale da sembrare umana, sono piuttosto le privazioni di diritti a cui sono costrette le vittime di violenze e discriminazioni a far sì che i loro profili possano sfumare nei contorni di una scimmia naufraga alla mercé di una comunità arretrata e superstiziosa.

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Josè Saramago – Cecità

Fermo ad un semaforo, un automobilista si trova a fronteggiare un’improvvisa forma di cecità. Mentre il semaforo passa dal rosso al verde e le macchine in fila dietro lui suonano e protestano perché lo sventurato blocca il traffico, l’automobilista è disperato ed in preda al panico. Le persone attorno si accorgono che qualcosa non va e lo aiutano a spostarsi dal centro della strada. E mentre il traffico riprende il suo corso normale, uno sconosciuto si offre di mettersi alla guida della sua automobile per aiutarlo a raggiungere casa. Una volta qua attende il ritorno della moglie per farsi accompagnare dall’oculista ma, proprio mentre si stanno recando dal medico, l’automobilista si trova a fronteggiare una seconda brutta sorpresa: quello che l’aveva aiutato a tornare a casa e che credeva fosse un buon samaritano in realtà si rivela un ladro che ha prontamente approfittato del suo smarrimento e della sua confusione per rubargli l’automobile. La visita oculistica non è portatrice di notizie rassicuranti, infatti l’esame del medico non riesce a rilevare alcunché di anomalo. Dal punto di vista fisico, tutto l’apparato visivo sembra perfettamente a posto: l’improvvisa cecità che ha colpito l’uomo non sembra avere alcuna spiegazione. Come nessuna spiegazione viene trovata per spiegare l’epidemia di cecità che a partire da questo sembra espandersi a macchia d’olio in modo tanto veloce quanto incontrollabile. Dopo l’automobilista, toccherà a sua moglie e al ladro diventare ciechi, e dopo di loro al medico che gli ha esaminato gli occhi, ai pazienti di questo che si trovavano seduti nella sala d’attesa quando lui è andato a farsi visitare (un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino strabico, una ragazza dagli occhiali scuri), alla cameriera della camera d’albergo che per prima ha aiutato la ragazza dagli occhiali scuri quando questa ha perso la vista, al tassista che l’ha accompagnata a casa, e così via. L’unica persona che per qualche inspiegabile motivo sembra essere immune dal contagio è la moglie del medico, e per rimanere vicina al marito arriverà a fingere di aver perso anche lei la vista, facendosi internare insieme a lui nel manicomio dove il governo rinchiuderà i ciechi e chi è entrato in contatto con loro nel tentativo di porre un argine al diffondersi del male.

Oltre all’aspetto epidemico, una seconda caratteristica risulta peculiare di questa cecità: anziché piombare nell’oscurità, la vista dei ciechi si trova ad essere avvolta da un biancore intenso ed ininterrotto, tanto da far sì che questa forma di cecità finisca con l’essere battezzata “mal bianco”. E mentre il governo continua a provare ad arginare una diffusione del male sempre più incontrollabile, quella che si consuma all’interno del manicomio dove sono confinati i protagonisti è una tragedia che intreccia umanità e dinamiche del potere. Inizialmente sembra che la violenza del potere si eserciti attraverso l’azione del governo che usa un esercito autorizzato a sparare ad alzo zero in caso di minaccia per tenere segregati i malati e tutti quelli che considera potenzialmente contagiati. Ma con il proseguire dell’azione appare sempre più chiaro che i confini stabiliti dall’esercito non sono altro che l’orizzonte entro il quale si consumano le vere violenze: quelle dei ciechi tra loro. Il progressivo disgregarsi di qualsiasi forma di autorità e controllo condivisa fa sì che gli egoismi, prima non assenti ma comunque tenuti a bada da una forza superiore, emergano con prepotenza. A partire dallo sfruttamento della difficoltà della situazione per ingannare il prossimo ed appropriarsi di una quantità maggiore del tutt’altro che abbondante cibo, fino ad arrivare al disinteresse nei confronti dei cadaveri (abbandonati alla decomposizione in quanto esigenza secondaria rispetto al mangiare e al riposare), quella cui si assiste non è la parabola di una disgregazione, quanto piuttosto dell’affiorare senza filtri di quanto già era presente nei singoli individui.

La moglie del medico, unica vedente in mezzo alla moltitudine di ciechi, non solo non si trova a godere di alcun privilegio particolare derivante dalla sua condizione, ma al contrario è suo malgrado costretta ad essere testimone dell’orrore nel quale lei e le persone a lei vicine si trovano immerse. Tutto ciò che per altri è solo suono, superficie o odore, al suo sguardo si rivela in tutto il suo orrore, tanto da farle affermare: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Ed è proprio in questo non vedere pur vedendo che si radica in profondità l’origine del mal bianco. La condizione di chi viene colpito dal mal bianco è più simile a quella di chi viene abbagliato da una luce intensa, che non a quella di chi si trova immerso nell’oscurità. La cecità dovuta al mal bianco è la condizione di chi pur vedendo non riesce a vedere a causa di una forte luce, e non quella di chi si trova, ad esempio, a fronteggiare un blackout. Infatti, se da un lato il buio può essere contrastato facendo ricorso ad una fonte di luce, dall’altro non esiste modo di contrastare una luce abbagliante se non interagendo con la stessa – proteggendo lo sguardo dalla sua forza o allontanandosi dalla sua sfera d’azione. La cecità dovuta al mal bianco non è una forma di ignoranza (storicamente associata perlopiù alle tenebre), quanto piuttosto un’allegoria dell’ideologia (intesa in senso lato).

Se le tenebre dell’ignoranza possono essere diradate solo dalla luce del sapere, quando questa diventa talmente forte da non permettere più di vedere altro che non sia essa stessa (o comunque attraverso il suo filtro) si ha l’ideologia. La cecità narrata da Saramago, il mal bianco che si diffonde a macchia d’olio e che fa sì che la moglie del medico arrivi a constatare la realtà di un mondo popolato di ciechi che vedono, è un’epidemia che lascia intatto il corpo perché va ad intaccare lo sguardo e la mente. Il mal bianco è la luce che cancella il mondo e gli altri, che a loro volta privati di un volto diventano entità quasi astratte: è l’ideologia che cancella il volto del prossimo riducendolo ad un segno distintivo. Non a caso, non solo il romanzo si svolge in un tempo indeterminato in un paese senza nome, ma nemmeno i personaggi stessi sono dotati di un’identità. Ogni volta che un personaggio prova a chiedere il nome ad un altro, la risposta a cui va incontro è quella secondo cui i nomi non hanno più importanza. Dietro il velo del mal bianco, ogni personaggio si riduce ad essere catalogato secondo una caratteristica (sia essa fisica o sociale): il medico, la moglie del medico, il ragazzino strabico, il vecchio con la benda nera su un occhio, la ragazza con gli occhiali scuri, e così via. Perché in fondo questo è quello che fa un’ideologia: cancellare il volto ed il nome degli altri riducendoli a singole caratteristiche. Visti attraverso il filtro delle ideologie, gli altri perdono il loro volto per essere ridotti ad uno schieramento politico, ad una scelta religiosa, ad uno stile di abbigliamento o alla divisa che si indossa, all’appartenenza ad un etnia o ad una nazionalità, ad una particolare abitudine alimentare, ad un tipo di sessualità, e così via. E non basta avere un apparato visivo che funziona normalmente per riuscire comunque a vedere l’altro. Quando l’altro si trova ad essere ridotto a quello che vota (se vota), a quello che prega (se prega), a con quale abbigliamento si mostra in pubblico o alla divisa che indossa, al colore della pelle o al paese da cui proviene, a cosa mangia o a con chi va a letto e via di seguito, chi lo osserva non è altro che un cieco colpito dal mal bianco: il male di chi pur vedendo non riesce a vedere il volto altrui.

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Neal Stephenson – Snow Crash

In un mondo nel quale il governo federale degli Stati Uniti ha ceduto la maggior parte del suo potere ad organizzazioni private e corporazioni di varia natura, il territorio si trova diviso in tante enclave sotto il controllo di innumerevoli franchise. Ci sono la “Super HongKong di Mr. Lee”, “Le Porte del Paradiso” del Reverendo Wayne, la “Narcolombia”, la “Nuova Sicilia” sotto il controllo della Mafia, e così via. Gli stessi Stati Uniti non sono altro che un franchise in mezzo ad altri. Ed all’interno del proprio territorio ogni franchise si occupa dei suoi affari secondo le modalità che ritiene più opportune. Tutti i servizi, i compiti, ed ovviamente anche i privilegi che in passato ricadevano sotto l’autorità degli stati nazionali, in seguito al prevalere delle istanze economiche su quelle sociali e politiche diventano competenze esclusive dei singoli franchise. In pratica, all’interno di ogni singola enclave l’autorità di chi governa il territorio è sovrana. La sicurezza e la sorveglianza sono diventate appannaggio di società private in concorrenza fra loro. Ed un destino non dissimile è quello che è toccato in sorte ai servizi postali: la consegna della corrispondenza è un compito affidato a compagnie che si avvalgono di korrieri, persone che si muovono su skateboard altamente tecnologici, che indossano tute speciali e che usano arpioni magnetici per agganciare i mezzi in transito e sfruttare la loro velocità per muoversi attraverso il traffico. Interamente brandizzata, la struttura sociale si trova ad essere di volta in volta definita prima di tutto dalle regole, commerciali e non solo, del marchio al potere. Più che di una ascesa al potere dei marchi, si tratta di una brandizzazione della società. Non è tanto un’acquisizione di potere politico da parte delle istanze economiche, quanto piuttosto l’esplicita brandizzazione del potere di governo. Non si tratta di un politicizzarsi dell’economia: è il dissolversi della politica nel mercato. Ma questa nuova organizzazione della società non rappresenta l’unica innovazione sul piano dei rapporti umani e sociali in generale.

Parallelamente si è andata sviluppando una realtà virtuale, chiamata “Metaverso”, all’interno della quale le persone hanno la possibilità di muoversi ed agire attraverso l’utilizzo di avatar personalizzati. Si tratta di una sorta di enorme sistema operativo – puntualmente regolato e monitorato da demoni che lavorano più o meno in background – al quale le persone si connettono diventando a loro volta software che interagisce con altro software. Sebbene nello spazio virtuale gli avatar abbiano la possibilità di fare cose che nella realtà sarebbero loro impossibili, e per quanto le regole che lo normano risultino apparentemente differenti, il Metaverso non è uno spazio altro rispetto alla realtà, tantomeno rappresenta una fuga da questo. Il Metaverso è uno degli strumenti attraverso i quali la struttura capitalistica che fonda la legittimità e l’autorità dei vari franchise consolida la propria natura iperreale. Non a caso, per fare un esempio, il prestigio di una persona all’interno di questo spazio deriva essenzialmente da due elementi: l’accuratezza e l’originalità dell’avatar utilizzato (di fatto, l’avatar è il marchio della persona), e la possibilità di accedere a spazi riservati o comunque esclusivi. Entrambi i piani del reale sono privi di qualsivoglia fine o obiettivo altro rispetto alla propria mera autoriproduzione. Tutto è già scritto o definito nel codice che li regolamenta: il codice informatico nel caso del Metaverso, quello capitalistico nella realtà quotidiana. Il raddoppiamento della realtà rappresentato dal Metaverso non solo non è concorrenziale o alternativo, ma ne rappresenta il consolidamento  definitivo. Gli intrecci e le correlazioni tra i due spazi cancellano qualsiasi concorrenza in favore di un consolidamento generale del principio che li alimenta. Complessivamente, nel loro insieme, i due mondi danno vita ad una iperrealtà che non è un annullamento di una realtà primaria posta come vera, quanto piuttosto come un suo eccesso. Snow Crash è la narrazione di un simulacro, della fine della realtà intesa in senso classico: le categorie classiche del vero e del falso vengono a decadere all’interno di una dimensione nella quale la realtà non è più oggetto di indagine o rappresentazione, ma è autoriproduzione di un codice, di una matrice iniziale. Non c’è produzione di verità o falsità, ma solo variazioni all’interno dell’orizzonte definito dal codice stesso. Negli spazi brandizzati delle enclavi, come in quelli virtuali del Metaverso, la realtà è trasparente a sé stessa.

All’interno di questo contesto, Hiro Protagonist, un hacker molto abile sia nella programmazione che nell’uso della katana, e Y.T., una giovane korriere molto sveglia e agile, si incontrano nel momento in cui questo, in seguito ad un incidente, non riesce a portare a termine la consegna di una pizza per conto della Mafia (che è tenuta ad effettuare la consegna presso il cliente entro 30 minuti dall’ordine, altrimenti non solo questo non dovrà pagare la pizza, ma dovrà anche ricevere le scuse da parte del capo della Mafia in persona per il pessimo servizio). Y.T. prende in carico la consegna e la porta a termine rispettando il limite di tempo previsto. I due diventano amici ed il loro rapporto ha modo di consolidarsi in occasione della loro indagine su una droga virtuale chiamata “Snow Crash”. Hiro si imbatte per la prima volta in questa droga in occasione di una delle sue avventure all’interno del Metaverso. In realtà, Snow Crash è una droga nel mondo reale mentre all’interno del Metaverso si rivela essere un virus informatico estremamente pericoloso, in grado di danneggiare, oltre ai computer, anche le menti delle persone. I suoi effetti si concretizzano in un reset completo della mente della persona che l’ha assunta. E come avrà modo di scoprire Hiro nel corso delle sue indagini, si tratta dell’evoluzione di un potente virus linguistico che risale alla civiltà sumerica antecedente la distruzione della Torre di Babele. Snow Crash è un’ulteriore dimostrazione dell’assoluta continuità tra realtà e Metaverso: al di là delle differenti modalità di funzionamento dovute alla diversità fisica dei contesti, in entrambi gli spazi si comporta in modo analogo.

Partendo dall’idea secondo cui i sumeri avrebbero utilizzato una forma di linguaggio in grado di interfacciarsi direttamente con la struttura del cervello, Neal Stephenson lega Snow Crash al culto di Asherah, facendo risalire a questo le origini del virus linguistico. Mescolando la sua rilettura dei miti sumeri ad una variante della psicologia cognitiva, Stephenson dà vita ad una vicenda nella quale, a partire dal parallelismo tra cervello e computer, si esplicita la pericolosità del linguaggio come possibile portatore di virus ed infezioni mentali. Prendendo le mosse dall’idea che il cervello umano possa essere considerato alla stregua di un hardware sul quale la mente può funzionare come fosse un software, si possono distinguere due diversi tipi di linguaggi: il linguaggio binario, che si interfaccia direttamente con la macchina, e i linguaggi di programmazione ad alto livello, che possono essere interpretati solo dai computer nei quali si trova installato quanto serve per la loro decodifica ed interpretazione. Le lingue moderne sarebbero simili a linguaggi di programmazione ad alto livello, e pertanto nativamente impossibilitate a ricevere input che non ne rispettino la sintassi. La pericolosità di Snow Crash deriverebbe pertanto proprio dalla sua capacità di bypassare la comunicazione verbale ed utilizzare l’ambientazione codificata del Metaverso per interfacciarsi direttamente col “bios” del cervello. Un virus linguistico che dovesse riuscire ad interfacciarsi con il cervello direttamente a livello di hardware potrebbe avere effetti molto più profondi e pericolosi rispetto a tutti quelli che normalmente agiscono ad alto livello. La relazione tra linguaggio e virus in Stephenson percorre strade analoghe a quelle solcate da William Burroughs. L’enorme pericolo rappresentato da Snow Crash si fonda sull’impossibilità da parte della mente di difendersi da uno stimolo audiovisivo al quale può trovarsi esposta. Un filo rosso collega la dimensione religiosa dei culti sumerici alla realtà sociale all’interno della quale si muovono Hiro e Y.T.: i pericoli derivanti dal potere infettivo del linguaggio muovono a partire dal codice che regolamenta l’ideologia dominante. Ad un certo punto, Stephenson definisce chiaramente l’ideologia come un virus, una trappola che si autoriproduce. E il Metaverso è la riproduzione dell’ideologia capitalista che va a dissolversi all’interno di uno spazio virtuale. Non si tratta di una falsificazione della realtà, quanto piuttosto di un procedere per sovrapposizioni, per eccessi. Non è una sottrazione, ma un sovrappiù di realtà che in un gioco di di specchi ne ridefinisce radicalmente i confini.

Così facendo, Stephenson crea una narrazione all’interno della quale il protagonista onnipresente è un concetto di simulacro decisamente più aderente all’impostazione di Baudrillard di quanto non fosse quello, ad esempio, che i fratelli Wachowski avevano portato sul grande schermo con Matrix. Il simulacro non è una finzione, non è una falsificazione del reale, e non può nemmeno essere creato o distrutto: è la realtà che diventa trasparente a sé stessa. Se, con McLuhan, il medium è il messaggio, similmente  con Baudrillard l’immagine è la realtà. Il simulacro si dà nella sua trasparenza, non può essere contraffatto né tantomeno costruito artificialmente: non è l’illusione che si sostituisce alla realtà, quanto piuttosto la realtà che dissolve l’illusione all’interno di sé. La corrispondenza tra realtà e simulacro non si basa sulla presenza di un’ipotetica illusione che nasconderebbe la realtà, quanto piuttosto sul fatto che non v’è alcuna illusione, ma solo il sistema di segni che costituisce l’orizzonte del reale: i segni non nascondono la realtà, semmai occultano il fatto che non v’è alcun altra realtà. Il dominio dell’ideologia di mercato che regolamenta le enclavi come il Metaverso non deriva da una sua azione volta ad occultare altri sistemi di potere, quanto dal fatto che non rimanda più a nient’altro che a sé stessa. Il Metaverso non è più o meno vero rispetto alla realtà non virtuale: si tratta  di un secondo differente modo di palesarsi della stessa realtà ideologizzata. All’interno di un simile contesto, la minaccia apocalittica rappresentata da Snow Crash deriva dalla sua capacità di oltrepassare i linguaggi ad alto livello per interfacciarsi direttamente col “bios” della mente, di bypassare il simulacro e dissolverlo intaccando direttamente il codice nel quale si identifica. Ma una volta dissolto il simulacro, non rimane altro che il niente, perché non c’è una realtà oltre quella del simulacro: il simulacro è la realtà.

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Mykle Hansen – Missione In Alaska

Marv Pushkin, un manager di successo, si trova bloccato sotto il suo SUV in una zona isolata dell’Alaska. Ma questo non è il suo unico problema. Attorno al mezzo che lo tiene inchiodato al terreno si aggira un orso che ha deciso di usarlo come pasto ed ha iniziato a nutrirsi con l’unica parte che al momento riesce a raggiungere: i piedi. E’ così che puntando tutto sugli aspetti più grotteschi della situazione, Mykle Hansen dà vita ad un romanzo satirico tanto sottile quanto tagliente, un’opera che, sotto le spoglie di un umorismo che non raramente rasenta il surrealismo, affonda i suoi artigli nel cuore dell’American Dream, di quello stile di vita che offre come opportunità – e allo stesso tempo come obiettivo – potere, successo e ricchezza. E il fatto che il protagonista si trovi bloccato sotto la sua Range Rover in un punto sperduto dell’Alaska, non solo non rappresenta un limite alla scrittura dell’autore, ma al contrario è ciò che gli permette di sprigionarla senza limiti:  in virtù di un tanto narcisistico quanto poco obiettivo desiderio di vantarsi ed autoelogiarsi, Marv finisce con l’abbandonarsi ad un serrato monologo grazie al quale, tra aneddoti e riflessioni varie, abbandona i territori della tragedia che sta vivendo in virtù dell’involontaria comicità della sua esistenza. Bloccata a decine di chilometri di distanza da tutto ciò su cui si regge il suo potere e il suo successo – cioè la sua posizione professionale, gli status symbol che sfoggia, la sua ricchezza in generale, etc. – quella di Marv è una vita che fino a quel momento aveva oscillato senza sosta tra il guadagnare soldi e lo spenderli, e che ora invece si trova ad esser messa a nudo un pezzo dopo l’altro. Non è probabilmente un caso, infatti, se una delle prime cose che lo scrittore fa implicitamente notare al lettore è che il cacciatore si è trasformato in preda. Quando Hansen inizia a raccontare, Marv si trova già al di fuori del contesto metropolitano all’interno del quale si era impegnato nella sua cinica ed egoista arrampicata sociale; si trova in Alaska, cioè in uno spazio non urbanizzato, dove il SUV che guida e i vestiti che ha indosso non hanno alcun significato particolare poiché manca tutto il contesto sociale dal quale derivavano il loro valore. Ora, il Marv manager di successo non è altro che un ricordo del Marv cibo per orsi.

Sebbene geograficamente si trovi sul suolo degli Stati Uniti d’America, l’assenza di insediamenti umani nelle vicinanze, o meglio il dominio quasi incontrastato di quella natura contro la quale Marv inveisce in continuazione, fanno dell’Alaska uno spazio esterno all’American Dream, un luogo dove non c’è nessuno ad apprezzare – o magari addirittura ad invidiare – tutto ciò di cui il protagonista fa fiero sfoggio. Ma quella sociale non è l’unica gerarchia ad essere capovolta, ed in ogni caso non è la prima né la più importante in assoluto. Da cacciatore alla ricerca di trofei animali da aggiungere alla sua collezione di status symbol e sfoggiare davanti agli sguardi di colleghi e superiori, Marv si trova a diventare suo malgrado preda dell’orso che gira attorno al mezzo che lo blocca. Senza armi o altri mezzi a disposizione, Marv è un Homo Sapiens che non si trova più in cima alla catena alimentare: il suo posto è ora occupato dall’orso che vede in Marv nulla più di una portata nel suo menù, e nel suo Range Rover nient’altro che un pesante ostacolo tra sé ed il suo cibo. Non solo l’animale che avrebbe dovuto offrirgli una pelle da usare come tappeto ed una testa da appendere al muro continua ad andare in giro con tutte le sue parti ben salde, ma in più ha avuto modo di mangiare una parte del suo cacciatore come fosse un buffet capitato lì per caso.

Tuttavia il nucleo di ciò che sembra interessare Hansen non ruota attorno ai rapporti di forza tra le diverse specie animali in sé, né tantomeno la sua attenzione sembra concentrasi su una critica al consumismo in quanto tale. Come progressivamente si palesa in modo sempre più evidente, gli oggetti che il giovane manager considera simboli del suo successo (il SUV, i vestiti, etc.), le donne che ai suoi occhi sono solo strumenti di arricchimento (la moglie Edna) o di piacere (l’amante Marcia del Controllo Prodotti), i sottoposti in ambito lavorativo ai quali delega l’esecuzione dei compiti rivendicando come propri i risultati quando positivi, sono solo effetti, conseguenze di un certo modo di relazionarsi con il mondo che lo circonda e con le persone che lo popolano. Appropriarsi dei meriti ed attribuire agli altri errori e fallimenti: questi sono i due elementi su cui si regge il miope narcisismo di chi usa il dirigere ed il delegare come un alibi per giustificare un’irresponsabilità di fondo. Lontano dalla civiltà, da quegli spazi umanizzati dove le scuse e le accuse si intrecciano all’interno delle reti e delle gerarchie sociali alla ricerca di una deresponsabilizzazione generalizzata, tutte quelle che Marv elenca come cause della situazione all’interno della quale si trova appaiono brutalmente per quello che sono: scuse infantili il cui scopo è (auto)assolvere il soggetto dalle sue responsabilità. Quello del protagonista è il tentativo di attribuire per l’ennesima volta a qualcun altro la responsabilità di un fallimento che in realtà non è altro che suo. Marv ripete spesso nel suo lungo monologo come i successi della squadra che dirige siano da attribuire unicamente a lui in quanto mente del gruppo (mentre i suoi sottoposti non sarebbero altro che esecutori a malapena accettabili), ma alla luce dei fatti, quello che appare nella più completa evidenza è il suo fallimento nel momento stesso in cui decide di agire in prima persona senza delegare. Marv decide di fare tutto da solo e come risultato si ritrova bloccato sotto la sua automobile, con un orso che gli mastica i piedi e la sola compagnia della sua personale farmacia a base di psicofarmaci per evitare di dover affrontare lucidamente la situazione nella quale si è cacciato.

Marv, alla fine, è l’incarnazione di quella tipologia di uomo occidentale che trascorre la vita inventando scuse ed addossando le sue colpe agli altri. Come un bambino che si trova a giustificare una sua mancanza davanti ad un adulto, e che per far questo inventa scuse sempre più improbabili e difficilmente sostenibili, Marv si comporta da irresponsabile, salvo poi giustificarsi dicendo che il suo compito consiste nel delegare compiti e mansioni a chi si trova alle sue dipendenze. Ma se un successo si misura in base alla capacità di raggiungere un obiettivo precedentemente fissato, quella di Marv è, fin dalla prima pagina, la storia di un pietoso fallimento. Ed è proprio l’ostinazione puerile del protagonista nel non vedere in sé e nelle proprie azioni le cause del suo male, nel voler raccontare la catena di eventi che lo hanno condotto in quella situazione in modo tale da figurare come vittima degli eventi e degli errori altrui, a trasformare una vicenda tragica in una commedia che gronda umorismo grottesco. Secondo lui la colpa della situazione in cui si trova non sarebbe sua, ma viene di volta in volta addossata ai siti internet che ha consultato e che non gli avrebbero fornito informazioni corrette su come comportarsi quando ci si trova davanti ad un orso, alla moglie e ai dipendenti che sarebbero troppo stupidi per fare qualcosa per tirarlo fuori dalla situazione in cui si trova, della Range Rover a cui si è bucata una gomma, del cric che ha ceduto mentre lui si nascondeva sotto il mezzo per sfuggire al plantigrade affamato, e così via. Mentre l’orso che sgranocchia i piedi del protagonista anestetizzato dagli psicofarmaci bloccato sotto il peso del suo invidiabile mezzo di trasporto, ora marchiando il suo territorio, ora dormendo e russando rumorosamente, ora semplicemente aggirandosi nella zona in attesa di affondare i denti nel pasto al quale non riesce ad arrivare, diventa il simbolo di una satira che con compiaciuta indifferenza prima mastica gli aspetti più deteriori dell’arrivismo borghese, e poi li sputa ghignando mostrandoli nei loro aspetti più ridicoli.

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Dean Koontz – Mostri

In latino, il termine “monstrum” indica qualcosa di straordinario, qualcosa che semplicemente con la sua apparizione è in grado di stupire e suscitare meraviglia. Ma non si tratta solo di qualcosa di inusuale o inconsueto, quanto piuttosto di un evento in grado di rimettere in discussione quello che viene considerato l’ordine naturale delle cose. E sebbene tale termine sia spesso connotato negativamente, in realtà il mostro non è necessariamente qualcosa di orribile, ma può essere anche bello in modo stupefacente. Pertanto risulta quanto mai adatto il titolo Mostri per questa storia che vede due creature, uniche in virtù della loro genesi, fuggire dai laboratori genetici che le hanno prodotte ed irrompere in un mondo esterno che ignora completamente la loro esistenza. Si tratta di uno splendido esemplare di golden retriever e di una spaventosa creatura chiamata Outsider (una sorta di babbuino dotato di denti appuntiti e lunghi artigli affilati), ed entrambi sono il risultato di esperimenti genetici che ne hanno potenziato l’intelligenza a tal punto da permettere loro di ragionare a livelli paragonabili a quelli di un essere umano. Tanto bello e profondamente buono il cane quanto orribile e visceralmente crudele l’Outsider, i due esseri rappresentano i due aspetti opposti della mostruosità; se da un lato il cane rappresenta il trasformarsi in realtà del sogno di un futuro migliore, di qualcosa così fantastico da non risultare concepibile se non all’interno di orizzonti da fiaba, dall’altro il sanguinario primate è la concretizzazione di uno spaventoso incubo di morte, di una creatura concepita unicamente per cacciare ed uccidere. Tuttavia, per quanto apparentemente antitetiche tra loro sotto quasi ogni aspetto, le due creature risultano allo stesso tempo legate da una natura comune a tal punto da riuscire a percepire l’una la presenza dell’altra, anche quando si trovano ad essere separate da grandi distanze.

La storia si apre con Travis Cornell, un trentaseienne solitario con un passato da agente immobiliare e, ancora prima, da militare appartenente alla Delta Force, in gita in una zona forestale alla ricerca di una serenità da tempo smarrita, cioè da quando ha dovuto affrontare un’ennesima perdita, quella dell’amata moglie. Tutto sembra procedere normalmente, perlomeno fino al momento in cui incontra un golden retriever che gli si para davanti impedendogli di proseguire nel suo cammino. Mostrandosi docile ed amichevole nei confronti della sua persona, ma allo stesso tempo ringhiando rabbioso ogni volta che l’uomo prova a superarlo per riprendere il suo cammino, il cane gli salva la vita facendolo tornare velocemente indietro sui suoi passi, in fuga da una presenza minacciosa che li insegue ringhiando in modo gutturale ed animata in modo sempre più evidente da propositi tutt’altro che benevoli. Non passa molto tempo e Travis ha modo di rendersi conto di come il cane non sia solo un bell’esemplare della sua razza, ma anche e soprattutto come sia animato da un’intelligenza fuori dal comune. Decide pertanto di dargli il nome di Einstein. Ma quella dell’ex soldato non è l’unica vita ad essere sconvolta positivamente dalle azioni del cane. Infatti un giorno passeggiando per il parco, Einstein mette in fuga un maniaco che sta minacciando Nora Devon, una trentenne che è sempre vissuta dietro le sbarre dell’opprimente gabbia di cinismo e pessimismo, di paure ed insicurezze, che sua zia, morta da poco tempo, le aveva costruito attorno. Piano piano tra i tre nasce e si sviluppa una forma d’affetto sempre più intenso, a tal punto da formare un vero e proprio nucleo famigliare. Ma la loro tranquillità ha vita breve in quanto la libertà di Einstein, quando non la sua stessa incolumità,  si trova ad essere minacciata da diversi soggetti. C’è il governo che cerca il golden retriever in quanto unico risultato realmente positivo di una lunga serie di investimenti e sperimentazioni fallimentari; poi c’è l’Outsider che è una forma di vita concepita per uccidere e le cui azioni, guidate da un odio profondo ed inarrestabile nei confronti del cane suo compagno di esperimenti nel laboratorio, si lasciano dietro una lunga scia di sangue; ed infine, a completa insaputa di Travis, Nora e Einstein, c’è Vince Nasco, uno squilibrato killer professionista assoldato per eliminare tutti i responsabili delle ricerche che hanno portato alla creazione del cane, convinto di essere una sorta di Highlander destinato all’immortalità e determinato ad impadronirsi del cane.

Ancora una volta, i temi del viaggio e della fuga si intrecciano nel dare vita ad un romanzo che è una storia di cambiamenti e metamorfosi. Il cane rappresenta il motore  di un incontro che permette sia a Travis che a Nora di uscire dalle gabbie di solitudine che li imprigionavano, ed allo stesso tempo la loro fuga diventa anche l’occasione per Lemuel Johnson, l’uomo che dà loro la caccia per conto dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (NSA), di riflettere in modo radicale sulla sua esistenza. Ma sarebbe un errore soffermarsi solo sul golden retriever, tralasciando l’importanza dell’Outsider e della tragicità della sua condizione. Se in virtù del suo bell’aspetto Einstein non ha problemi a farsi accettare, quando non ammirare, dalla società umana, viceversa l’Outsider è drammaticamente conscio dell’orrore che immediatamente suscita il suo aspetto. Dotato di una natura aggressiva e violenta in virtù del suo corredo genetico, l’Outsider è comunque anche una creatura intelligente in grado di leggere il disgusto nelle espressioni di chi posa il suo sguardo sul suo aspetto fisico. Se per gli altri personaggi la solitudine che vivono è una condizione che può cambiare in virtù di un incontro fortuito o magari di un atto di volontà, quella dell’Outsider si trova radicata in quello stesso aspetto che non manca di suscitare orrore e repulsione in chi lo vede. In tal senso, l’Outsider assume frequentemente il profilo della creatura del dottor Frankenstein nata dalla penna di Mary Shelley, della quale condivide sia l’aspetto orribile che la solitudine. Per quanto terrificanti possano essere le azioni di questa creatura, è comunque difficile non vedere in esse la materializzazione di un destino, di una predestinazione alla condanna, dell’impossibilità di essere qualcosa di diverso da ciò che le divinità umane l’hanno condannata in fase di concepimento ancora prima che al momento della sua creazione vera è propria.

Mostri è prima di tutto un romanzo sui segni, e l’isolamento dell’Outsider deriva proprio dalla sua capacità di comprenderli, di elaborarli e contestualizzarli, unita alla coscienza di non poterli scambiare con altri. In modo diametralmente opposto, i due mostri non fanno altro che emettere segni tutto il tempo, sul piano comunicativo come su quello comportamentale. La capacità di manipolare i segni non viene esibita dal golden retriever solo nelle occasioni in cui li utilizza per comunicare, ma anche quando modifica completamente il suo registro per nascondere la propria natura. Non solo Einstein è in grado di farsi capire da Travis e Nora, ma sa anche riconoscere il momento in cui è necessario adeguarsi al sistema di segni utilizzato da un qualsiasi normale cane (abbaiare, scodinzolare, fare le feste, etc.) per non sembrare in alcun modo differente dai suoi similii. Allo stesso modo, l’Outsider è in grado di comprendere le parole ed i comportamenti altrui. Infatti non ha alcuna difficoltà a leggere le espressioni di orrore o di ripulsione nel volto di chi posa il suo sguardo sulle sue fattezze. Ma a differenza del cane, non essendo dotato di un aspetto ordinario non è in grado di scegliere cosa mostrare e cosa occultare. E’ la sua stessa conformazione fisica a fare di lui, come suggerisce il termine con il quale viene designato, un escluso, un essere condannato ad essere fuori luogo. La sua estraneità al mondo dei segni è tale che, ad esempio, nessuno si ritrova mai a prendere anche solo in esame la possibilità di dargli un nome. Ed in tutta risposta, la rabbia furiosa con cui infierisce sui corpi senza vita delle sue vittime, straziandoli e deturpandoli, quando non circondandoli di escrementi per palesare tutto il suo disprezzo nel modo più chiaro possibile, è il segno di un odio che nasce direttamente da ciò che è e che sa di essere. I segni mostruosi che marchiano in modo radicale lo stesso essere dell’Outsider lo condannano all’isolamento ed all’estraneità in ragione della sua impossibilità di conformarsi alle norme (estetiche e non solo) della società dei suoi creatori. Esattamente come il golden retriever riesce a rendersi accettabile nella misura in cui si dimostra in grado di controllare e sottomettere i segni di cui è portatore alle norme che regolano di volta in volta il contesto all’interno del quale può finire col trovarsi. Perché mostruoso è il segno che mette in discussione l’ordine in vigore. Ma mentre può risultare accettabile, quando non ammirevole, quello che riconosce il valore della norma e vi si sottomette, il segno che invece rimane all’esterno dei confini di questa suscita orrore in misura tanto più profonda quanto maggiore ed irriducibile è la sua distanza.

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Dennis Lehane – Un Drink Prima Di Uccidere

Non è una novità che gli scrittori di gialli e thriller o noir amino avere dei protagonisti fissi ai quali dedicare le proprie attenzioni. Dal Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle e dai Miss Marple e Hercule Poirot di Agatha Christie, fino ad arrivare alla Temperance Brennan di Kathy Reichs, al John Rebus di Ian Rankin, al Burke di Andrew Vachss, alla Kathy Mallory di Carol O’Connell, al Harry Bosch di Michael Connelly, e così via, innumerevoli sono i personaggi che finiscono per diventare simboli della produzione dei loro rispettivi autori. Come anche è tutt’altro che raro che l’azione di tali personaggi si trovi ad essere legata in modo viscerale alla città dove vivono e agiscono. Rispetto a simili premesse, Dennis Lehane non rappresenta in alcun modo un’eccezione: anche lui ha i suoi personaggi di fiducia ai quali affidare dei casi da risolvere, la coppia di investigatori privati Patrick “Pat” Kenzie e Angela “Angie” Gennaro. E le loro vicende si svolgono all’interno dei confini di quella Boston nella quale lo stesso scrittore di origini irlandesi vive. Un Drink Prima Di Uccidere è così il primo romanzo di una serie che Lehane dedicherà alla coppia Kenzie-Gennaro, e proprio in quanto tale sembrerebbe più interessato a definire i caratteri dei protagonisti ed il contesto sociale all’interno del quale si muovono che non piuttosto a tessere una complicata trama criminale. Ma una simile impressione viene progressivamente soppiantata, man mano che il panorama descritto dall’autore assume contorni più definiti, dallo spietato ritratto di una realtà, quella statunitense, tuttora visceralmente impregnata di cinica ipocrisia. Non si tratta quindi di una mera cartografia di personaggi e luoghi da sviluppare successivamente con i capitoli che seguiranno, quanto piuttosto della radiografia di una società ancora ben distante dall’immagine che ama fornire di sé.

La vicenda ha inizio con il senatore Sterling Mulkern che invita Pat Kenzie a bere un drink con lo scopo di affidargli l’incarico di ritrovare Jenna Angeline, una donna di colore che si occupava delle pulizie alla State House di Boston, nonché alcuni importanti documenti che questa avrebbe sottratto. Lo scenario che si profila davanti all’investigatore privato è altamente scottante e delicato. Kenzie si rende conto della delicatezza dell’indagine nel momento in cui si rende conto, poco tempo dopo aver subito un’aggressione, di essere pedinato. Ma la conferma definitiva della pericolosità della situazione nella quale si trova coinvolto arriva nel momento in cui Jenna, che il detective aveva rintracciato piuttosto facilmente, viene freddata per strada subito dopo avergli consegnato una busta contenente una foto molto compromettente. L’immagine ritrae Brian Paulson, uno degli uomini di Mulkern, sorridente e con i pantaloni abbassati a fianco di Marion Socia, un crudele e spietato delinquente che tiene sotto controllo buona parte della della criminalità bostoniana. Andando anche contro l’opposizione iniziale di Angie, Kenzie decide di non consegnare la foto e di portare avanti l’indagine a modo suo e a dispetto delle richieste del suo cliente, fermamente intenzionato a prendere tempo perlomeno fino a quando non sarà riuscito a scoprire il contenuto di quei documenti nei confronti dei quali il senatore Mulkern si è mostrato così interessato. Ma nel frattempo non è solo l’uomo politico ad essere interessato a quel materiale, e così in breve tempo Kenzie e la sua socia si ritrovano al centro di uno scontro tra due delle principali gang criminali di Boston che, per quanto impegnate in una sanguinosa guerra tra loro, condividono l’obiettivo di eliminare il detective per mettere le mani sui preziosi documenti: l’intera serie di foto che dimostra, senza possibilità di dubbio, come l’uomo di Sterling ed il narcotrafficante con un passato da sfruttatore della prostituzione fossero coinvolti nell’abuso sessuale su un minore.

Pagina dopo pagina, l’autore dettaglia con sempre maggiore accuratezza il profilo di Pat Kenzie, un uomo con un passato tormentato anche in ragione di un rapporto drammatico con il padre (un tanto onorato e rispettato vigile del fuoco in pubblico quanto violento ed autoritario in privato), e con un presente piuttosto libertino con un unico punto fermo: la tutt’altro che segreta attrazione che da anni nutre nei confronti di Angie. A sua volta questa è sposata con Phil, un vecchio amico di entrambi, che però all’interno delle mura domestiche si rivela essere un uomo estremamente violento che non esita a mettere le mani addosso alla moglie ogni volta che lo ritiene opportuno. E a completare il quadro si aggiunge Bubba Rugowski, un sociopatico costantemente armato fino ai denti che all’occorrenza non si tira indietro dal mettere la sua forza bruta e la sua potenza di fuoco a disposizione della coppia di detective, cioè le uniche persone verso le quali sembra provare una qualche forma di simpatia. I tre si muovono all’interno di una Boston cupa e violenta, nella quale i conflitti razziali e di classe sono all’ordine del giorno e ben distanti dall’essere risolti. L’indagine della coppia Kenzie-Gennaro si rivela sporca, con radici profondamente piantate nel cuore della realtà in cui vivono, ben distante dall’assere circoscrivibile all’interno di un singolo reato: il crimine su cui indagano non è altro che un nodo all’interno di una ragnatela di violenza ed illegalità molto più ampia. E probabilmente non potrebbe essere altrimenti dal momento che, muovendosi avanti e indietro lungo la linea che collega il mondo della criminalità e della corruzione ad alto livello con quello delle gang e della delinquenza di strada, il territorio dentro al quale si trovano a sprofondare definisce i propri orizzonti a partire dal rapporto tra classi e razze in un paese che formalmente abbandonato la segregazione razziale solo poco dopo la metà del XX secolo.

“Il Sogno Americano per un negro è come l’inserto centrale di una rivista porno appeso in una cella di prigione. L’uomo nero non è nessuno in questo mondo se non sa cantare, ballare o lanciare un pallone.”

Una volta abolita la schiavitù dei neri con la ratifica del XIII Emendamento nel 1865, non passò molto tempo prima che una nuova forma di razzismo istituzionalizzato prendesse corpo negli Stati Uniti, rimanendo in vigore per circa un secolo. Nel decennio successivo all’abolizione della schiavitù, su iniziativa dei democratici degli Stati del Sud, vennero emanate una serie di leggi che, di fatto, reintroducevano la segregazione razziale. Le famigerate “Leggi Jim Crow” prevedevano, ad esempio, la separazione tra bianchi e neri (nelle scuole e nei luoghi pubblici in generale, nei bagni, nei ristoranti e sui mezzi di trasporto, etc.), ovviamente a tutto vantaggio della supremazia bianca. Inoltre, attraverso la definizione di tutta una serie di requisiti per poter accedere alle liste elettorali (pagamento delle tasse, livello di alfabetizzazione, residenza ed iscrizione all’anagrafe, etc.), la maggioranza dei neri fu di fatto nuovamente privata del diritto di voto. (Giusto a titolo di esempio, basti ricordare che l’episodio di Rosa Parks, la donna di colore che in Alabama venne arrestata ed incarcerata per essersi seduta su un bus in un posto riservato ai bianchi e soprattutto per essersi rifiutata di cederlo ad un uomo bianco malgrado l’ordine da parte dell’autista del mezzo, risale al 1955.) Fu solo negli anni tra il 1960 e 1970 che, in seguito all’azione dei movimenti per i diritti civili, le Leggi Jim Crow furono cancellate, ripristinando infine una situazione di parità di diritti tra bianchi e neri.

Ma anni di esclusione dalla gestione della cosa pubblica, a livello di voto come di partecipazione in qualità di giurati in sede giudiziaria o di gestione di fondi e di capitali, hanno fatto sì che interi quartieri delle grandi metropoli statunitense si trasformassero in ghetti. E Dorchester, il quartiere di Boston che diventa il principale terreno di scontro tra le due gang di afroamericani in lotta, non costituisce un’eccezione. Come non appare particolarmente degno di nota il fatto che, sebbene non esista più alcuna segregazione a livello istituzionale, il conflitto tra le due bande riesca ad attirare l’attenzione di politica, polizia e mass media solo nel momento in cui sconfina al di fuori dei limiti del suo quartiere per andare a portare disordine nelle zone benestanti della città. E quella serie di foto nelle quali un politico bianco ed un delinquente nero vengono ritratti assieme, quasi a suggellare la convergenza dei loro diversi interessi nella consumazione di una violenza (l’abuso sessuale su un minore), vale da sola come emblema di una società nella quale, con reciproco vantaggio, influenti politici e pericolosi criminali possono coesistere all’interno di un quadro criminale comune, ricoprendo ruoli differenti ma allo stesso complementari attraverso una copertura reciproca che possa tutelare l’impunità di entrambi. A patto, cioè, che tali azioni avvengano lontani da occhi indiscreti: all’interno di una stanza d’albergo dove un minore di colore è stato abusato, come all’interno dei confini di un quartiere-ghetto dove gruppi di ragazzi si massacrano a vicenda per il controllo del mercato della droga da parte dell’organizzazione criminale nella quale si sono arruolati.

“Siamo noi i bambini molestati. Ci fottono mattina, pomeriggio e sera, ma fin tanto che ci rimboccano le coperte con un bacio, fin tanto che ci sussurrano nell’orecchio: “Papà ti vuole bene, papà si prenderà cura di tutto”, noi chiudiamo gli occhi e ci addormentiamo, barattando il nostro corpo, la nostra anima per le comode apparenze della “civiltà” e della “sicurezza”, i falsi idoli del nostro sogno a luci rosse del ventunesimo secolo.”

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Ian Rankin – Cerchi E Croci

In questo primo capitolo della serie di romanzi aventi come protagonista l’ispettore John Rebus, Ian Rankin utilizza la struttura del thriller per disegnare i confini del territorio all’interno del quale si svolgono le storie del suo personaggio. Ma sarebbe un errore considerare Cerchi E Croci come una mera introduzione ai romanzi che seguiranno. L’indagine sul crimine che costituisce l’impalcatura del romanzo tende spesso a scivolare in secondo piano, ma questo non significa che la storia si riduca ad essere solo un mero prologo di quelle che le faranno seguito. Un misterioso maniaco semina il terrore a Edimburgo: senza alcuna logica apparente, ha già rapito due bambine per poi fare ritrovare i loro corpi senza vita poco tempo dopo. La polizia non riesce a venire a capo della vicenda in quanto le piccole vittime non sembrano avere nulla in comune: non hanno frequentazioni in comune, hanno età differenti, e sui loro corpi non vengono rinvenute tracce di violenza. John Rebus viene assegnato alla squadra che indaga sul caso, e come se non fosse già abbastanza si trova a ricevere strane lettere anonime dal significato apparentemente incomprensibile. Rebus è un ex militare dello Special Air Service (SAS) con un matrimonio fallito alle spalle ed una figlia alle soglie dell’adolescenza che vive con la madre ed il nuovo compagno di lei. E’ un personaggio tormentato da problemi: qualcosa di oscuro nascosto nel suo passato, qualcosa che non riesce a ricordare, lo affligge costantemente, impedendogli perfino di avere delle relazioni normali con le donne. A completare il quadro dei personaggi intervengono Gill Templer, la collega con la quale Rebus cerca di intrecciare un rapporto sentimentale, il fratello ipnotizzatore di questo, Michael, apparentemente invischiato in loschi traffici e con il quale John non riesce ad avere un rapporto poco più che formale, e Jim Stevens, un giornalista che indaga sul traffico di droga cittadino e che è convinto che i due fratelli siano in qualche modo coinvolti.

In pratica ci sarebbero tutti gli ingredienti per dare vita ad un thriller investigativo in grado di muoversi in più direzioni (c’è il serial killer che sfida la polizia, la criminalità ed il traffico di droga, etc.), tuttavia col procedere della narrazione tutto sembra essere di secondaria importanza per l’autore scozzese. Infatti, sebbene gli aspetti polizieschi costituiscano senza dubbio la colonna portante della narrazione, sono la memoria e lo sguardo ad essere i veri protagonisti della storia. Come una città costruita sulle rovine del passato, con tutte le sue gallerie ed i suoi spazi oscuri che si snodano al di sotto delle superfici affollate, così la mente di John Rebus si muove all’interno di un mondo costruito sulle macerie di qualcosa che è rimasto intrappolato tra le pieghe della memoria e che non riesce a ricordare. Ma per quanto ricoperte da nuovi edifici, da strade moderne e locali alla moda, chiuse su loro stesse nell’ombra e nel silenzio le rovine del passato non smettono di custodire i segni delle vite che le hanno attraversate, pronte a ricominciare a parlare non appena una luce ne penetra l’oscurità. Similmente la dimenticanza è come un’ampia colata di cemento versato a ricoprire un ricordo insostenibile, ma non per questo il senso di colpa smette di scavare una via d’uscita ogni volta che in superficie si aprono delle crepe, lasciando filtrare frammenti che, sebbene incomprensibili da un punto di vista razionale, non mancano di ricordare la violenza sepolta in un tempo passato.

La città è un enorme corpo vivo e pulsante all’interno del quale è possibile perdersi, ma lo smarrimento non deriva semplicemente dal non trovare più la via che conduce alla meta. Piuttosto è il suo mostrarsi attraverso diverse angolazioni e prospettive, attraverso luoghi inconsueti. Rankin insiste molto sull’esplorazione dei luoghi non frequentati dai turisti, di quelle parti della città, strade o anche solo locali, che questi non vanno mai a visitare. Qui è dove la città mostra il suo vero aspetto, quello nudo dei cosmetici e degli imbellettamenti che offrono un rassicurante camuffamento per i visitatori che non hanno alcuna intenzione di fissare lo sguardo negli aspetti più profondi della realtà urbana all’interno della quale si trovano a soggiornare. Al contrario, John Rebus è lo sguardo affascinato dai lati oscuri della città, ed allo stesso modo da quelli delle persone. Grazie a questo, non ha timore di avventurarsi all’interno delle zone più oscure della mente. Ma allo stesso tempo, quasi come fosse una forma di deformazione cronica, appare incapace di vedere gli aspetti più normali e positivi di chi gli sta attorno. Osservare le persone attorno a lui che si comportano normalmente, che chiacchierano o si divertono, non suscita in lui alcun interesse, cioè non più di quanto ne provocherebbe passare una giornata a visitare le località turistiche della città in cui vive. Le geometrie delle zone urbane vanno a disegnare una geografia degli spazi umani.

Alla luce di tutto questo, Cerchi E Croci non può svilupparsi su altri sentieri che quelli che conducono all’esplorazione di strade tutt’altro che piacevoli da percorrere: la paura, la colpa, l’oblio, la rabbia, la voglia di rivincita e la sete di vendetta, sono tutti elementi che emergono prepotenti diventando i veri protagonisti della storia. Proprio come la città in cui vive, così anche le anime delle persone, quelle di coloro che gli stanno attorno come in modo particolare la sua, sono disposte a mostrare i loro aspetti più nascosti, ma solo a condizione di essere disposti a fissare lo sguardo verso di esse, nella coscienza che ciò che apparirà probabilmente potrà rivelarsi tutt’altro che piacevole. Ed in questo gioco di specchi, Rankin non manca di fare altrettanto con il lettore. Avventurarsi al seguito di John Rebus attraverso le zone cupe della sua città, a caccia del maniaco che uccide le bambine, significa allontanarsi dai territori rassicuranti del giallo e del thriller classico, quelli nei quali la lotta tra poliziotti e criminali si consuma a colpi di lucida razionalità come in una partita a scacchi, con la ricerca e la raccolta di prove che tracciano cerchi sempre più stretti attorno al colpevole fino a lasciarlo senza via di fuga. Qui il criminale è misterioso, incomprensibilmente sfuggente e non lascia tracce. Per arrivare a lui non basta seguire le strade consuete, perciò il lettore viene allontanato dagli interrogatori e dalla raccolta di prove ed accompagnato nelle zone oscure dell’anima. Lontano dalle visite guidate nei laboratori della scientifica, il lettore viene piuttosto accompagnato in pub di dubbia frequentazione, dove l’indagine si muove più sulla base di soffiate che non di analisi di reperti rinvenuti sulla scena del crimine.

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