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Stephen King – Ossessione

Pubblicato nella seconda metà degli anni ’70, Ossessione (Rage, 1977) è stato il primo lavoro che lo scrittore del Maine ha dato alle stampe sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Si tratta di un romanzo dal quale lo stesso autore, col passare degli anni, ha progressivamente preso le distanze. Ad un punto tale che è lo stesso King ad affermare a chiare lettere, nella prefazione di Blaze, a due decenni di distanza dalla prima pubblicazione, come consideri un bene il fatto che sia andato fuori stampa. Certamente non si tratta di un lavoro centrale nell’ambito della sua vasta produzione, ma in ogni caso le motivazioni alla base di una tale presa di posizione sono da ricercare più nelle pagine della cronaca nera che non in quelle della critica letteraria. La storia non è altro che quella di un liceale che ad un certo punto irrompe nella sua stessa classe armato di pistola, uccide l’insegnante e tiene in ostaggio i suoi compagni per un’intera mattinata. Si tratta di un copione che periodicamente ha avuto modo di prendere forma anche nelle pagine della cronaca nera statunitense, tanto prima quanto dopo la pubblicazione del romanzo. E sebbene nessuno possa imputare ad un autore di best-seller una qualche responsabilità in fatti di cronaca più o meno efferati, appare comunque comprensibile il desiderio da parte dello stesso di non vedere il proprio nome associato ad eventi che non aveva intenzione di provocare, e ai quali non intende trovarsi collegato in alcun modo. Un desiderio tanto più comprensibile quanto più si considera che in qualche caso la polizia ha avuto modo di trovare copie del suo libro tra i possedimenti degli autori di sequestri e stragi in ambito scolastico. Non si tratta di una presa di distanza che in qualche modo intende dare ragione ai molteplici cori di accusa che di volta in volta cercano di individuare capri espiatori (nella letteratura, nel cinema, nella musica, etc.) ai quali addossare colpe e responsabilità anziché concentrarsi su cause e moventi. Piuttosto sembra essere l’espressione di un desiderio di distacco da qualcosa attorno alla quale si è addensata, anche solo per associazione di idee, una fitta coltre di dolore e di brutti ricordi.

La storia ha inizio con il protagonista, Charlie Decker, che viene chiamato nell’ufficio del preside a discutere del suo futuro all’interno della scuola. Charlie è uno studente di liceo all’ultimo anno che poco tempo prima era già stato sospeso per aver aggredito in classe il suo insegnante di chimica colpendolo con un serratubi. Il confronto è tutt’altro che pacifico, con lo studente che aggredisce verbalmente il preside, insultandolo e deridendolo, fino a costringerlo ad espellerlo dall’Istituto. Ma anziché lasciare l’edificio, Charlie si ferma a prendere una pistola che custodiva all’interno del suo armadietto ed irrompe in classe uccidendo sul colpo l’insegnante di algebra seduta dietro alla cattedra. Gli allarmi che indicano il pericolo scattano nell’arco di pochissimo tempo, ma nel frattempo il ragazzo ha già avuto modo di sedersi dietro la cattedra con l’arma saldamente stretta e di ordinare ai suoi compagni di classe a rimanere seduti ai loro posti. E il maldestro tentativo da parte di un altro insegnante di mettere subito fine all’azione di Charlie, lanciandosi contro di lui per disarmarlo, non ha altro esito che l’incremento di una seconda unità del conto dei decessi per omicidio tra gli appartenenti al corpo docente.

La scuola viene completamente evacuata, e con l’arrivo della polizia hanno inizio i maldestri tentativi di negoziazione con il giovane sequestratore. Tuttavia, nel frattempo, all’interno della classe le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata. Dopo una fase iniziale di conflitto e smarrimento, gli ostaggi cominciano a solidarizzare con quel loro compagno che li tiene bloccati ai loro posti. Il giovane sequestratore ed i coetanei suoi ostaggi iniziano a confrontarsi tra loro come mai avevano avuto modo di fare in precedenza, arrivando a rivelare in pubblico aspetti delle loro esistenze che normalmente avevano sempre cercato di mantenere confinati nella solitudine. All’interno della classe si viene a formare una sorta di bolla artificiale che finisce con il separare ciò che racchiude al proprio interno da quanto rimane confinato all’esterno. Si tratta di una sorta di micro-mondo isolato dall’esterno, all’interno del quale la classe si trova coinvolta in qualcosa che assomiglia ad seduta terapeutica spontanea, un evento che paradossalmente riesce ad avere luogo proprio in ragione dell’assenza di uno psicoterapeuta di professione.

Non avendo richieste da fare o risultati da ottenere, Charlie si interfaccia con i tentativi di mediazione provenienti dall’esterno con l’unico apparente obiettivo di minare l’autorità delle figure con cui entra in contatto. Poco importa che si tratti del preside, del capo della polizia locale o dello psicologo della scuola: il suo è un gioco mentale e verbale prima ancora che fisico. Chi è all’esterno non ha alcun modo di esercitare all’interno delle mura della classe dove sono rinchiusi Charlie ed i suoi compagni anche solo una minima parte dell’autorità di cui normalmente dispone. Ad esempio, per tutta la durata del suo tentativo di “far ragionare” Charlie, lo psicologo si trova di fronte ad un interlocutore che non solo non risponde alle sue domande, ma al contempo gli vieta di porle, imponendogli di rispondere alle sue (sotto la minaccia di uccidere qualche ostaggio se la sua regola non dovesse essere rispettata). Per quanto breve e fine a sé stessa, l’inversione di ruoli tra chi normalmente può fare le domande e chi invece deve rispondere rappresenta una sovversione delle gerarchie sociali che non manca di intercettare i favori della maggioranza delle persone che gli stanno sedute di fronte.

Dopo alcune timide resistenze iniziali dettate dalla paura, i compagni di classe di Charlie non tentano nemmeno di fuggire o di fargli cambiare idea, accettando la situazione per quello che è. Agendo da filtro nei confronti del mondo esterno, Charlie ha permesso la formazione di una sorta di spazio all’interno del quale tutti i normali rapporti di forza che regolano la vita quotidiana sono stati aboliti, ed il velo dell’ipocrisia che questi impongono è stato squarciato. Fino ad arrivare alla presa di coscienza del fatto che in realtà solo uno studente è trattenuto all’interno della classe contro la sua volontà. Come una sorta di proverbiale eccezione il cui scopo è confermare la regola, si tratta di un ragazzo che a differenza dei suoi compagni di classe ha sempre dimostrato di sentirsi a proprio agio nel contesto dei rapporti di forza che regolano la quotidianità. Prestante, sportivo e popolare, è il classico individuo che riesce a mantenere una posizione dominante sui suoi coetanei, collocandosi in una posizione di forza paragonabile a quella degli adulti che occupano posizioni di autorità. Con le buone o con le cattive, minacciando punizioni o ritorsioni, può disporre di un potere in grado di mettere a tacere i suoi compagni a suo piacimento. Motivo per cui il suo disagio aumenta in misura direttamente proporzionale all’allentarsi di freni ed inibizioni da parte di coloro gli stanno attorno (e alla sua impossibilità di ristabilire il suo ordine).

Per tutta la durata degli eventi, le azioni di Charlie si rivelano essere il risultato di un misto di determinazione e fragilità, tutt’altro che animati da una volontà omicida fine a sé stessa. In tal senso risultano ben distanti dal panorama di distruzione, traumi e lutti, che si lascia alle spalle, ad esempio, una Carrie. Infatti, se si valutano solo le azioni e le loro conseguenze, gli eventi di cui si rende protagonista la liceale con poteri telecinetici si dimostrano decisamente più simili a quelli che hanno portato all’attenzione di tutto il mondo nei confronti, ad esempio, di una sconosciuta scuola superiore a Columbine nel Colorado. Quindi il primo interrogativo che sorge è: perché un Charlie Decker che utilizza la sua pistola per mettere in piedi qualcosa di simile ad seduta di terapia di gruppo sembra suscitare una maggiore fascinazione rispetto ad una potente telecineta protagonista di una vicenda di proporzioni apocalittiche? Certamente non è una questione di numero di vittime che i due lasciano sul terreno; una sfida, questa, che vedrebbe senza dubbio il macabro trionfo di Carrie. Piuttosto sembra di trattarsi di qualcosa che accomuna entrambi, ma alla quale i due reagiscono in modo diverso.

Ciò che accomuna Carrie White e Charlie Decker è il loro essere vittime, la loro vulnerabilità tanto nei confronti dei coetanei quanto degli adulti con cui sono sempre stati costretti ad interagire. Ma a differenza di Charlie, Carrie non riesce mai, neanche per un breve periodo, a sottrarsi al suo ruolo di vittima: del folle e violento fanatismo religioso della madre; degli insegnanti, la cui considerazione oscilla esclusivamente tra il fastidio e la commiserazione, tra l’irritazione e la condiscendenza; dei suoi coetanei che da anni la deridono, emarginandola nell’isolamento dello scherzo di natura da sfruttare per una forma di crudele divertimento collettivo. Lo stesso invito che la porterà ad essere incoronata Regina del Ballo nella serata in cui avrà luogo la sua ultima e definitiva umiliazione non è altro che il risultato del desiderio di una sua compagna di scuola di espiare i suoi sensi di colpa. E perfino il massacro che si consuma nulla di più che la sua consacrazione definitiva come vittima: completamente in balia dei suoi poteri e della sete di vendetta, Carrie finisce con l’aggirarsi per la cittadina come un burattino controllato dalla furia che la pervade. Mai, in nessun momento, Carrie riesce anche solo lontanamente ad ottenere il risultato che Charlie, anche se solo per un breve intervallo, riesce a raggiunge con un utilizzo della violenza incommensurabilmente minore: farsi ascoltare.

Si potrebbe dire che il vero atto sovversivo di cui Charlie Decker si rende protagonista (e che pertanto potrebbe costituire l’elemento all’origine di una maggiore fascinazione per coloro che sono – o che si sentono – emarginati) consiste proprio nel suo uscire dal ruolo da vittima obbligando coloro i quali considerava suoi carnefici ad ascoltare passivamente ciò che ha da dire. Charlie riesce a trasformare in ascoltatori passivi coloro i quali in passato avevano il potere di ridurlo al silenzio, mentre Carrie non riesce in alcun modo a far sì che chi l’ha mortificata per anni subisca, anche solo una volta, un’umiliazione paragonabile alla sua. In ogni caso, quello su cui entrambi i romanzi convergono consiste nell’individuazione di scenari che deragliano rispetto ai binari delle ricostruzioni standard che cercano forme di razionalizzazioni in grado di assolvere la collettività dai crimini di cui si sono macchiati i suoi figli. A fronte di un tragico evento (come può essere stato, appunto, il massacro della Columbine High School), reagendo come in seguito ad una specie di riflesso condizionato sociale, tendono ad alzarsi le voci di associazioni di genitori, opinionisti ed esperti di varia natura, che puntano l’indice in direzione di prodotti culturali giudicati “violenti”. Puntualmente tali accuse ignorano – o fingono di ignorare – che non c’è assolutamente alcuna logica nell’attribuire ad un libro letto da migliaia di persone (o ad un film, o ad un disco, etc.) il ruolo di causa responsabile di crimini compiuti da una singola persona. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali opere possano agire da detonatori, come fiammiferi che incendiano la miccia di un candelotto di dinamite, il problema non si risolve vietando la diffusione dei fiammiferi (e degli accendini, e del fuoco in generale) ma disinnescando gli esplosivi.

Senza cercare a sua volta scuse o alibi per i suoi personaggi, quello che invece fa King è concentrarsi sul contesto che genera l’esplosione di violenza. Le violenze di cui si rendono protagonisti i suoi personaggi non nascono dal nulla, ma si costruiscono piano piano, giorno dopo giorno, nei silenzi degli abusi e delle umiliazioni: nello sgabuzzino all’interno della casa di Carrie all’interno del quale la madre la rinchiude per fare penitenza; nella tenda durante il campeggio dove Charlie sente il padre ubriaco dire agli amici che mutilerebbe la moglie se scoprisse un suo tradimento; negli atti di bullismo e di prepotenza di cui entrambi sono stati vittime innumerevoli volte. Stephen King non giustifica la violenza di Charlie, ma allo stesso tempo la storia che narra non si accontenta di fermarsi al fatto che il ragazzo ha fatto quello che ha fatto perché possedeva un’arma da fuoco. La sua violenza non nasce dal possesso di una pistola, ma dalle molteplici, spesso invisibili e silenziose, violenze di cui lui stesso è stato a sua volta vittima. E se da un lato è moralmente comprensibile che un autore non voglia avere nemmeno il dubbio che un suo libro possa essere il fiammifero che innesca l’esplosione della dinamite, dall’altro non si può fare a meno di notare che concentrarsi sul fuoco che può accendere una miccia anziché sull’esplosivo in quanto tale non è affatto differente dal fissare lo sguardo sul dito quando questo indica la Luna.

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Damon Knight – Il Lastrico Dell’Inferno

Stando ad un famoso detto, le strade dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni. E sono proprio le apparenti buone intenzioni di uno scienziato che inventa un nuovo modo per impedire il reiterarsi di atti criminali a creare le fondamenta di una narrazione distopica che dipinge un futuro popolato da persone impossibilitate a fare il male. Infatti, grazie all’impiego di questa tecnologia, il futuro dell’umanità finisce nelle mani di alcune grosse corporazioni che la utilizzano per disciplinare i cittadini e forgiarli in linea con le proprie direttive e priorità, instaurando un regime di controllo pressoché assoluto. La tecnologia in questione si basa sui principi della Terapia dell’Avversione (l’associazione di uno stimolo spiacevole al comportamento da “curare”). Si tratta di qualcosa di analogo alla famosa “Cura Ludovico” che a pochi anni di distanza prenderà forma grazie alla penna di Anthony Burgess in Arancia Meccanica: la possibilità di continuare a fare del male da parte dei delinquenti viene annullata per mezzo di un impulso più forte della volontà criminale stessa, bloccandole sul nascere. Nel caso di Arancia Meccanica si trattava della creazione nel soggetto di associazioni di matrice pavloviana: una volta fatto sì che l’individuo sottoposto a “cura” colleghi un certo tipo di immagini (in questo caso crimini e forme di violenza in generale) a forti sensazioni fisiche (come la nausea), non potrà più nemmeno pensare alle prime senza provare le seconde.

Nel caso del romanzo di Damon Knight, invece, il blocco non avviene a livello fisico, ma solo ed esclusivamente psicologico. Grazie ad una macchina in grado di sondare la mente e di scavare nei ricordi, la possibilità di compiere azioni criminali viene annullata attraverso un procedimento che fa sì che i soggetti manipolati debbano fronteggiare delle figure autorevoli (chiamate “Analoghi”) ogni volta che intendono trasgredire le regole. Si potrebbe dire che in pratica la macchina in questione agisce facendo assumere connotati allucinatori al Super Io dello stesso soggetto manipolato ad un punto tale da impedirgli di agire liberamente. La tendenza a fare del male non viene cancellata: semplicemente viene bloccata da un’allucinazione che può incutere timore, paura, vergogna, sensi di colpa o quanto altro possa essere necessario per impedire all’individuo di far sì che il suo impulso possa trasformarsi in azione. Le azioni malvagie sono trattate come effetti di malattie mentali. Ma queste non vengono curate, sono solo tenute a bada da guinzagli psicologici che impediscono agli individui di uscire dai recinti allucinatori all’interno dei quali si trovano rinchiusi. In pratica non si tratta di una forma di cura delle malattie mentali, ma di una generazione artificiale di ulteriori patologie allucinatorie in grado di paralizzare il soggetto che era stato giudicato insano di mente.

Tuttavia, dall’iniziale impedire a chi è stato giudicato un delinquente di compiere ulteriori atti criminali, al successivo far sì che nessuno possa abbandonarsi a simili atti, il passo è molto breve. Infatti non passa molto tempo prima che una procedura ideata per impedire le azioni da parte di chi è stato giudicato malato di mente si trasformi in una prassi che abbraccia tutta la popolazione, impedendo a chiunque, in modo preventivo, di agire liberamente. Quindi anche ammettendo che le “buone intenzioni” iniziali consistessero nel desiderio di proteggere la collettività dal pericolo rappresentato da individui malvagi e violenti, quando a queste si aggiungono altre “buone intenzioni” – e cioè non solo impedire che i criminali possano mettere in atto più volte le proprie azioni ma evitare (preventivamente) che chiunque possa compiere un crimine – la realtà arriva a trasformarsi in un incubo dorato. Organizzazioni e strutture di diversa natura e con differenti obiettivi si spartiscono il territorio mondiale, inclusi i cittadini che lo popolano. E questi, a seconda del luogo in cui vivono, si trovano costretti a sottostare a differenti forme di autorità politiche, religiose, o perfino commerciali. Come nel caso del protagonista, Arthur Bass, che nasce e cresce in una realtà dove i cittadini sono prima di tutto Consumatori obbligati a rispettare regole che impongono loro di recarsi nei Grandi Magazzini, nuovi santuari della legalità e della moralità pubblica, e sottomettersi alla volontà di Venditori. Il controllo da parte delle autorità commerciali è talmente capillare che i Venditori – figure che fondono in sé caratteristiche tipiche tanto del sacerdote inquisitore quanto dell’autorità politica che direziona la volontà del suo elettorato – hanno perfino il diritto di controllare i conti correnti dei clienti per imporre il periodico acquisto di merce (spesso scadente al fine di obbligarli a ritornare).

Con Il Lastrico Dell’Inferno, Damon Knight sembrerebbe delineare i rischi per le libertà individuali che potrebbe comportare l’affermarsi di forme di controllo del comportamento. Ma esattamente come accade per gli individui che affollano il futuro che immagina, i rischi che presenta non solo non provengono da altri che dalla cittadinanza stessa, ma si basano su fattori già presenti da anni nelle società occidentali. Il vero elemento cardine del controllo sociale che viene messo in atto non è tanto nella tecnologia che viene impiegata, quanto piuttosto negli imperativi che i singoli individui avevano già assimilato ancora prima dell’impiego delle macchine stesse. Perché se da un lato è vero che senza le macchine che generano le allucinazioni non ci sarebbe il controllo, dall’altro è innegabile che se il soggetto non avesse già all’interno della propria mente figure in grado di agire da freno al comportamento non potrebbero nemmeno esserci gli Analoghi. Le macchine che instillano le allucinazioni non creano il controllo dell’individuo, piuttosto non fanno altro che amplificare quello già esistente all’interno della mente dello stesso, portandolo ad un livello tale che al soggetto diventi impossibile sottrarvisi.

Il romanzo non inventa nuove forme di controllo dal nulla, ma attinge a quelle già esistenti, usando l’immaginazione unicamente per amplificarle. In conformità con la migliore tradizione della fantascienza distopica, la rappresentazione di eccessi non ha semplicemente l’obiettivo di agire da monito per il futuro, quanto piuttosto di mettere a fuoco elementi del presente. L’amplificazione fantascientifica non ha solo lo scopo di mettere in guardia il lettore contro possibili derive future, ma prima di tutto agisce, come una sorta di microscopio sociale, per ingrandire aspetti che per quanto marginali sono già presenti nella società contemporanea. In questo caso, Damon Knight punta la propria lente d’ingrandimento verso quella forma di controllo che non si esercita mediante il divieto, quanto piuttosto attraverso l’interiorizzazione del consenso. Non a caso, nella realtà in cui il protagonista vive e lavora, non solo i cittadini sono consumatori obbligati a recarsi periodicamente nei Grandi Magazzini e partecipare al rito del consumo per non incorrere in sanzioni, ma anche e non secondariamente per non dover fronteggiare il disprezzo della comunità di cui sono parte. I già limitati margini d’arbitrio di cui godono i cittadini vengono ulteriormente ridotti dalla complicità dell’entusiasta partecipazione da parte della maggioranza (“Lei non vuole che i suoi vicini la considerino una risparmiatrice” è un’affermazione in grado di provocare travolgenti brividi di vergogna). E così, ordinatamente come cittadini in fila presso un seggio elettorale o come fedeli in attesa di ricevere l’eucaristia, i consumatori si presentano davanti ad un Venditore che impone loro delle scelte tra acquisti di cui è stato stabilito che hanno bisogno. Il rifiuto della scelta non è contemplato: essere considerati dei risparmiatori comporta appunto, nella migliore delle ipotesi, l’esclusione morale da parte della comunità.

Damon Knight non si limita a raccontare di ipotetici pericoli futuri, ma mette a fuoco meccanismi già in azione oggi. Il suo obiettivo è puntato in direzione di quello che Foucault definiva “biopotere”, e non solo per la relazione che viene individuata (come nel caso dell’autore francese, appunto) tra definizione della malattia mentale ed instaurazione di apparati disciplinari. Il meccanismo è tanto più dispotico quanto più le scelte di ogni singolo individuo vengono considerate questioni che riguardano tutta la Collettività. L’onnipresente sguardo di quest’ultima si è sostituito a quello della divinità, ed il Venditore ne è il sacro portavoce. Quello dell’acquisto è solo uno dei possibili riti attraverso cui la biopolitica ha modo di disciplinare i cittadini, affermandosi in misura tanto più netta e profonda quanto più ampia ed entusiasta è la partecipazione da parte di questi ultimi. I Consumatori hanno assimilato l’imposizione della prassi degli acquisti come un loro diritto/dovere, e ne sono condizionati a tal punto da giudicare con disprezzo chi prova anche solo a sottrarsi da un simile impegno. Motivo per cui, ogni scelta d’acquisto messa in atto all’interno del Grande Magazzino, in quanto adesione ad opzioni prestabilite da una gerarchia superiore, non fa altro che rafforzare l’Apparato statale.

Una volta dissoltosi il fumo della retorica della tutela degli interessi della popolazione, il meccanismo di controllo messo in atto attraverso l’impiego degli Analoghi mostra il suo volto suadentemente oppressivo. La garanzia della tutela del bene della comunità è la sovrastruttura ideologica che permette ad una elite al potere di radicare la propria esistenza preservando lo stato delle cose. Le “buone intenzioni” che circondano i discorsi relativi alla tutela dei cittadini non fanno altro che lastricare la strada che conduce all'”inferno” dell’oppressione. Con la differenza che questo “inferno” non è una prigione di sofferenza, ma qualcosa di più simile al Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ad un punto tale che gli Analoghi finiscono con l’essere considerati come “Angeli Custodi” (proprio per la loro natura di freno inibitorio nei confronti del male), e se qualcuno viene scoperto esserne privo diventa causa di panico presso la folla che teme di avere di fronte un caso di “possessione”. In definitiva, si tratta di un controllo tanto più capillare ed assoluto quanto più non si basa su metodi coercitivi o leggi marziali. Perché il trionfo del potere dispotico non avviene nel momento in cui i pochi e rari e dissidenti vengono presi in custodia dalle forze dell’ordine, ma ogni volta che la maggioranza dei cittadini è ben felice di partecipare al rito che la struttura dispotica ha allestito per loro.

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Mick Foley – Have A Nice Day!

Il 28 Giugno 1998, presso la Civic Arena di Pittsburgh in Pennsylvania, si tenne la sesta edizione del pay-per-view della WWE intitolato King Of The Ring. Uno dei main event previsti per la serata era un tipo di incontro noto come Hell In A Cell. In pratica si tratta di un evento nel quale il ring si trova racchiuso all’interno di una enorme gabbia e i wrestler possono vincere solo per schienamento o per sottomissione. Non c’è conteggio fuori dal ring, né tantomeno squalifica. In questa occasione i protagonisti dell’evento sono Mick Foley (nei panni di Mankind) e The Undertaker, che l’anno precedente era stato protagonista, insieme a Shawn Michaels, di un altro memorabile incontro dello stesso tipo. Il primo a fare il suo ingresso nell’arena è Mankind, che si dirige verso il ring con la consueta maschera a coprire parte del volto ed una sedia in mano. Ma anziché entrare all’interno, si arrampica all’esterno e va ad aspettare il suo avversario sulla rete che chiude la gabbia dall’alto. E questo non si fa attendere. Partono i rintocchi delle campane, le luci si abbassano, e The Undertaker si dirige verso il centro dell’arena nel suo classico stile lento e minaccioso. Si ferma qualche secondo per togliersi il soprabito ed osservare il suo avversario che lo aspetta in alto e poi senza esitare si arrampica a sua volta per raggiungerlo. I due cominciano a colpirsi quando ancora The Undertaker non è nemmeno arrivato in cima. E quando non è trascorso nemmeno un minuto dall’inizio, la rete comincia a mostrare di avere qualche difficoltà nel reggere il peso dei due colossi. Ma il primo vero colpo di scena arriva poco dopo: The Undertaker agguanta da dietro Mankind e lo spinge oltre il bordo, facendolo cadere dalla cima della gabbia. Mick Foley fa un volo di circa 5 metri andando a schiantarsi sul tavolo dei commentatori spagnoli. Dopo essere rimasto immobile a lungo, Mick Foley ricomincia a muoversi lentamente ma non è chiaro se sia in grado di continuare ad esibirsi. Il primo ad accorrere per valutare le sue condizioni è Terry Funk, vecchio amico di Mick Foley nonché suo avversario in alcuni dei suoi match più intensi e brutali. Immediatamente lo seguono diversi arbitri e altro personale di sicurezza della WWE. Mick Foley si toglie la maschera di Mankind e la gabbia viene sollevata con The Undertaker ancora in cima ad essa per permettere al personale della federazione di soccorrere il wrestler. Mick Foley viene caricato su una barella che subito dopo si avvia verso l’esterno dell’arena. L’incontro sembra finito dopo nemmeno cinque minuti di effettivo spettacolo. Ma mentre la gabbia viene calata per permettere a The Undertaker di scendere, Mick Foley fa fermare la barella a metà della rampa che porta all’esterno, si rimette in piedi e con un sorriso storto sulla faccia che diventerà una delle immagini più famose della sua carriera si dirige nuovamente verso la gabbia. Esattamente come prima, si arrampica all’esterno anziché entrare nel ring, e una volta in cima il match può ricominciare.

Passano pochi istanti e The Undertaker agguanta alla gola Mick Foley per effettuare una chokeslam. Data la situazione precaria in cui si trovano, la mossa viene effettuata debolmente. Ma tanto basta a sfondare la parte della rete su cui cade Mick Foley, facendolo piombare a peso morto sul ring, dove impatta duramente sulla schiena, seguito a ruota dalla sedia che lo colpisce al volto. Ancora una volta il personale della WWE va a circondare il wrestler senza sensi sul ring per accertarsi delle sue condizioni. The Undertaker si cala lentamente all’interno del ring dove affronta Terry Funk che gli va incontro per far guadagnare tempo ad un Foley che inizia a dar segni di ripresa. The Undertaker combatte lentamente per far sì che un Mankind malfermo sulle gambe possa riprendere fiato. Piano piano l’incontro riprende: il ritmo è estremamente basso, ma il pubblico può vedere chiaramente come i due uomini dentro la gabbia stiano già dando molto di più di quanto potesse essere lecito chiedere. Tra impatti contro la gabbia, botte con la sedia e altri colpi vari, l’incontro sembra procedere normalmente verso la fine, con Mick Foley che continua ad esibire il suo sorriso folle con la bocca piena di sangue e The Undertaker che a sua volta può esibire una una ferita alla fronte. Ma il Mrs. Foley’s Baby Boy ha in serbo ancora una sorpresa: da sotto il ring tira fuori un sacco con dentro migliaia di puntine che rovescia direttamente sul ring. L’incontro arriva così velocemente alla fine, con The Undertaker che schiena Mick Foley dopo la sua consueta Tombstone Piledriver, ma non prima di aver schiacciato due volte il suo avversario sul tappeto di puntine.

Anche se sconfitto, Mick Foley può uscire di scena tra gli applausi del pubblico. Tra gli infortuni che si è procurato nel corso di quell’esibizione è possibile elencare: una commozione cerebrale, una spalla e la mascella slogate, due costole rotte, la perdita di un dente e mezzo, una dozzina di punti per il taglio sotto il labbro, un ematoma ad un rene. Ma queste sono cose che più o meno conoscono tutti coloro che hanno avuto modo di vedere l’incontro e leggere articoli a proposito. Quello che invece il pubblico non conosce nei dettagli è il percorso che ha portato i due wrestler ad esibirsi in uno spettacolo simile. E si tratta soltanto di uno dei tanti episodi che costellano l’intensa carriera di Mick Foley e che lui stesso in prima persona racconta in questo suo primo volume autobiografico. Have A Nice Day! è un lungo viaggio nella memoria nel quale, partendo dalla scoperta del mondo del wrestling ed arrivando in pratica fino alla sua conquista della cintura di campione WWE, Mick Foley offre al lettore non solo una lunga galleria di aneddoti che raccontano storie e retroscena, ma anche e soprattutto la possibilità di gettare uno sguardo dietro le quinte, anche grazie ad una narrazione tanto lucida quanto autoironica.

Ad esempio, nel caso dell’incontro menzionato sopra, Mick Foley non esita a raccontare candidamente di come il tutto sia stato il risultato di una sua idea. Sapendo di dover affrontare The Undertaker in un Hell In A Cell, si mise a studiare con attenzione l’incontro precedente tra il suo avversario e Shawn Micheals. La conclusione a cui arrivò facilmente era impietosa: i due erano stati protagonisti di un match talmente straordinario che sarebbe stato praticamente impossibile da replicare. Non solo lui non poteva in alcun modo competere con l’agile ed esplosiva abilità atletica di Shawn Michaels, ma nemmeno il suo avversario avrebbe potuto replicare quanto fatto da lui stesso un anno prima: a causa di un infortunio, The Undertaker sarebbe dovuto salire sul ring con una frattura ad un piede ancora in via di guarigione. Da qui l’idea di stupire subito il pubblico con un volo da cinque metri d’altezza.

Quando presentò la sua idea al suo avversario, questo si mostrò ben più che esitante a causa della sua evidente pericolosità. E The Undertaker continuò ad essere dubbioso in merito fino a pochi giorni prima dell’incontro, cioè fino a quando la valutazione delle loro condizioni fisiche e l’insistente convinzione del suo avversario sulla fattibilità del tutto non ebbero la meglio sulle sue resistenze. Ma la sicurezza che ostentava non era incoscienza del pericolo: Mick Foley sapeva bene che sbagliare la caduta avrebbe potuto causargli danni gravissimi. Così, quando si rimise in piedi dopo la prima caduta, pensava che il peggio fosse passato. Invece la seconda – non pianificata – caduta dalla rete della gabbia fu paradossalmente peggiore della prima. Per quanto avvenuta da un’altezza leggermente inferiore e su un piano più elastico rispetto al tavolo dei commentatori, la caduta di schiena sul ring gli fece perdere completamente i sensi per un paio di minuti, tanto che quando cominciò a riprendersi dovette orientarsi senza avere ben chiaro cosa fosse accaduto nel frattempo. E senza riuscire a riguadagnare un buon livello di lucidità mentale per tutta la durata dell’esibizione. Non a caso fu solo nei giorni successivi che riuscì a rimettere insieme tutti i pezzi di quella ventina di minuti vissuti in stato di semi-coscienza, rivedendo la registrazione dell’incontro e parlando con le altre persone coinvolte.

Quello che risulta chiaro, da questo come dai tanti altri episodi che Mick Foley condivide con il lettore, è che il wrestling è una disciplina molto meno finta di quanto tendano a pensare i non appassionati. Ovviamente i risultati degli incontri sono sempre prestabiliti. E la violenza che viene esibita è frutto di scelte coreografiche. Ma gli effetti di quella violenza spesso sono reali, a volte più di quanto gli atleti facciano vedere al pubblico. A proposito degli scontri fisici che è possibile vedere durante un incontro di wrestling è pertanto possibile individuare due diversi tipi di finzione: una per eccesso e una per difetto. Infatti, come ci sono momenti in cui i wrestler fanno finta di provare dolore in seguito a colpi che non arrivano nemmeno a sfiorare il loro bersaglio, così ce ne sono altri in cui lasciano trasparire molto meno dolore di quanto ne stiano effettivamente provando. In pratica il wrestling è una di quelle attività in cui i soggetti coinvolti non possono evitare di fare realmente ciò che fingono di fare. Non trattandosi di uno sport competitivo, il fare male all’avversario è qualcosa che appartiene alla finzione scenica e non alle reali intenzioni dell’atleta, ma allo stesso tempo è qualcosa che l’atleta non può evitare di fare. Quindi l’abilità degli atleti non consiste semplicemente nell’evitare di danneggiare fisicamente sé o gli altri, quanto piuttosto nell’evitare che i danni possano essere gravi o permanenti. Paradossalmente, la finzione si trova così a diventare più realistica della realtà stessa: il dolore è reale come chiede la finzione, indipendentemente da quali siano le “reali” intenzioni degli atleti coinvolti. La finzione scenica si appropria della realtà piegandola alle proprie necessità, ed il pubblico vi partecipa attivamente ben sapendo quale sia la natura dello spettacolo al quale sta assistendo: una forma d’intrattenimento prima di tutto, ma anche un’esibizione sportiva nel quale il risultato non ha alcun valore se non all’interno della finzione stessa.

Proprio in quanto forma di spettacolo, il wrestling riesce ad essere uno sport nel quale il risultato assume un valore secondario rispetto all’esibizione stessa. Ed essendo svincolate dall’indeterminazione di risultati da raggiungere attraverso la competizione, le performance atletiche degli atleti arrivano ad incarnare lo spirito olimpico in una forma incompromissoria. Se nelle discipline sportive classiche la nota affermazione di uno dei padri delle Olimpiadi moderne, secondo cui la cosa importante non è vincere ma partecipare e battersi al meglio delle proprie possibilità, spesso suona come una forma di consolazione rivolta ai perdenti, nel wrestling si tratta di una regola di base. Criticare il wrestling concentrandosi su quanto vi è di predefinito significa rapportarsi alla realtà di una finzione al di fuori dei limiti che essa stessa definisce. Anche se i wrestler non lottano realmente tra loro, all’interno della finzione la lotta che prende forma grazie alla loro messinscena è reale. E spesso molto pericolosa.

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Stephen King – 22/11/’63

Secondo un famoso motto, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. E proprio questo principio sembrerebbe aver guidato la mano di Stephen King nel dare vita ad una storia che, utilizzando ingredienti noir all’interno di un contesto fantascientifico, punta dritta al cuore di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia e l’immaginario statunitensi. I classici temi del viaggio nel tempo e degli universi possibili formano la cornice fantastica di 22/11/’63, un classico what if… che disegna una realtà all’interno della quale John F. Kennedy non è stato assassinato. Il tutto ha inizio quando Jake Epping, un anonimo professore di letteratura con alle spalle un matrimonio fallito, viene invitato dal suo amico Al Templeton a vedere una cosa che ha sul retro del locale di cui è proprietario: un varco temporale che conduce alle ore 11.58 del 9 Settembre 1958. Non importa quanto il viaggiatore potrà decidere di fermarsi dall’altra parte, la sua assenza nel presente sarà sempre e solo di due minuti. Che lui decida di rimanere nel passato poche ore, qualche mese, o addirittura anni, nel momento in cui farà ritorno nel presente saranno passati solo due minuti. Inoltre, ogni volta che la soglia viene attraversata, tutte le modifiche apportate al corso del tempo nei viaggi precedenti, anche quelle minime, vengono annullate e sostituite da ciò verrà fatto (o non fatto) nel corso del nuovo viaggio. Nessuna delle persone che vengono incontrate nel passato ha memoria di quanto accaduto in altri viaggi precedenti. L’unica eccezione è costituita da una figura che sembra avere una qualche cognizione di ciò che accade: un misterioso uomo con una carta verde che si trova poco lontano dall’uscita del varco.

Il motivo per cui Al fa vedere tutto questo a Jake è per chiedergli di realizzare il piano che lui non è riuscito a portare a termine a causa del suo ammalarsi di cancro dopo quattro anni di permanenza nel passato: impedire a Lee Harvey Oswald di assassinare il presidente John F. Kennedy il 22 Novembre 1963. Secondo Al, impedendo la morte di JFK, il mondo sarebbe un posto migliore: un luogo nel quale gli Stati Uniti non avrebbero partecipato alla guerra nel Vietnam e, forse, nemmeno Martin Luther King sarebbe morto a causa di un attentato. Si tratta di convinzioni che Jake condivide, tanto che dopo un viaggio di prova relativamente breve durante il quale si impegna per evitare lo sterminio della famiglia di Harry Dunning (il bidello della scuola al quale è molto affezionato) accantona le sue riserve ed accetta di assumere la falsa identità di George Amberson e di mettere in atto il piano di Al. Quest’ultimo gli fornisce documenti d’identità falsi e 9.000 dollari in contanti che gli serviranno per iniziare la sua vita nel passato. Come nel precedente viaggio, la prima cosa che si impegna a fare è cambiare il corso della vita del suo amico Harry, impedendo che la sua famiglia venga sterminata durante la notte di Halloween. E questo è solo il primo di una serie di interventi che Jake/George mette in atto al fine di cambiare il corso delle cose che secondo lui non sarebbero andate nel modo giusto. Tuttavia ben presto ha modo di rendersi conto del fatto che il passato non è una semplice materia inerte sulla quale lui può intervenire indisturbato a suo piacere. Non passa molto tempo prima che Jake realizzi che il passato oppone resistenza cercando di impedirgli di modificarlo, e che tale opposizione si rivela essere tanto più intensa quanto più rilevante è l’evento sul quale cerca di intervenire.

Jake si cala perfettamente nella parte di George, dividendosi tra il suo ruolo di insegnante presso una scuola di Dallas e la sua relazione con la collega Sadie da una parte, e l’attività di sorveglianza nei confronti di Lee Harvey Oswald dall’altra. Malgrado un’azione sempre più intensa e violenta da parte del passato al fine di impedirgli di portare a compimento la sua missione, il protagonista arriva al suo appuntamento con la storia nel Novembre del ’63 e crede di esser riuscito, non senza sacrifici, a correggere la storia. Ma quello che ha modo di vedere attraversando il varco temporale per tornare nel presente è un mondo di gran lunga peggiore rispetto a quello che si era lasciato alle spalle cinque anni prima. John F. Kennedy è arrivato alla fine del suo mandato e Lyndon B. Johnson non è mai diventato presidente. Ma nemmeno i movimenti per i diritti civili hanno avuto luogo. E la terra è costantemente sconvolta da terremoti che la stanno distruggendo lentamente. Jake torna nuovamente attraverso il varco e l’uomo con la carta verde, che si rivela essere una sorta di custode a guardia del tempo, gli spiega che i terremoti sono conseguenza proprio delle sue azioni. Queste avrebbero causato delle fratture nelle linee temporali talmente profonde da sconvolgere il piano fisico.

Ancora una volta è una forma di male a dominare la scena della narrazione di King. Ma a differenza di altre volte, il protagonista non è colui che lotta contro il male, è piuttosto la persona che lo compie. Jake porta avanti il progetto di Al armato delle migliori intenzioni e nella più completa buona fede. Ciò non toglie che la sua volontà di riplasmare la storia secondo le sue convinzioni rivela una superbia cieca e tirannica, ai confini del fanatismo. Fino a quando non lo vede con i suoi occhi, Jake non sembra venire in alcun modo sfiorato dall’idea che impedire l’uccisione di John Kennedy potrebbe far sì che la storia prenda una piega ben peggiore. Così come non prende mai in considerazione l’idea che i tentativi da parte del passato di impedire le modifiche possano essere una forma di autodifesa per cercare di proteggersi dalle sue aggressioni. Le azioni di Jake sono guidate dalla salda convinzione di sapere cosa è bene e cosa è male, cosa sarebbe giusto modificare e cosa può essere abbandonato al suo più o meno triste destino. Una convinzione, la sua, che affonda le radici in una fede quasi cieca nei confronti del mito di JFK. Il Kennedy che Jake vuole sottrarre al suo destino non è quello reale dei suoi due anni di mandato presidenziale. Non è quello che, per esempio, ha appoggiato lo sbarco nella Baia dei Porci in spregio a tutte le promesse elettorali a base di pace e libertà. E’ piuttosto il mito sopravvissuto nella forma di impegni e promesse: la convinzione che se non fosse stato fermato violentemente nella Dealey Plaza di Dallas avrebbe messo in pratica quanto affermato nei suoi famosi discorsi. Il Kennedy che Jake vuole salvare non è quello che ha governato il paese coerentemente con le linee politiche tracciate dalle amministrazioni precedenti – quello della crisi missilistica di Cuba e dell’incremento delle forze militari statunitensi in Vietnam – è piuttosto quello che ancora oggi è oggetto di ammirazione, quello che vive grazie alla convinzione che la mancata attuazione delle sue promesse di un mondo migliore sia da imputare solo alla tragica interruzione del suo mandato.

Se da un lato quella di John F. Kennedy è una storia di cui è stato scritto il finale, dall’altro Jake Epping si comporta come un fan sfegatato che non riesce ad accettarne la naturale conclusione. Le azioni di Jake sono guidate da un unico, granitico imperativo: Kennedy non deve morire. In tal senso, il rapporto tra il protagonista ed il passato che si oppone al suo intervento risulta a simile a quello che l’infermiera Annie Wilkes intreccia con lo scrittore Paul Sheldon in Misery. Pur con tutte le differenze a livello di obiettivi da raggiungere, di mezzi impiegati, nonché di profili psicologici e morali, Annie Wilkes e Jake Epping condividono il medesimo desiderio di sovvertire il finale di una storia. Convinti entrambi che le storie di Misery e di Kennedy si siano chiuse in un modo che non rendeva loro giustizia, Annie e Jake sfruttano le occasioni che si sono presentate loro per sovvertire un ordine delle cose che non vogliono accettare. Jake intende cancellare mezzo secolo di storia sostituendola con il futuro che lui crede avrebbe dovuto esserci. In un modo analogo a quello di Annie che costringe Paul a distruggere l’unica copia del suo nuovo romanzo, nella convinzione che il nuovo lavoro dello scrittore non faccia altro che occupare indegnamente il posto di ciò che avrebbe dovuto esserci davvero: un nuovo capitolo della saga di Misery. Sulla base di simili premesse ci si potrebbe chiedere se la figura di Annie Wilkes non sarebbe risultata meno negativa se le vicende di Misery fossero state narrate attraverso il suo punto di vista. Oppure, viceversa, ci si potrebbe chiedere se Jake sarebbe risultato ancora un personaggio positivo, qualora le sue vicende fossero state narrate attraverso lo sguardo di un guardiano delle linee temporali.

Jake Epping, anche grazie alla sua preparazione culturale, razionalizza costantemente il suo ruolo nel passato, giustificando le sue azioni in virtù di ciò che sa del futuro da cui proviene. E sulla base della sua idea di un bene più grande non esita nemmeno quando arriva il momento di indossare i panni dell’assassino. Ma quello di cui non sembra rendersi assolutamente conto è che il suo agire è speculare a quello di Lee Harvey Oswald, l’uomo che ha deciso di fermare con ogni mezzo possibile. Jake non ha affatto idea di come si svilupperà la storia uccidendo Oswald ed impedendogli di assassinare Kennedy, propria come Oswald non può sapere con sicurezza cosa succederà in seguito alla sua azione. Eppure l’uno come l’altro non esitano ad agire nella convinzione di stare facendo quanto necessario per arrivare ad avere un futuro migliore. Il primo convinto che il mondo sarebbe stato un posto migliore con Kennedy a capo della Casa Bianca fino alla fine del suo mandato, il secondo non meno convinto del contrario. Quella che prende forma è la fisionomia di un male che, al di là degli aspetti fantastici, affonda le proprie radici in un terreno tutt’altro che fantasioso. Nelle menzogne che Jake racconta a sé stesso si svelano le fondamenta di un immaginario che riscrive costantemente il proprio passato per non trovarsi costretto a fare i conti con le proprie azioni e, soprattutto, con i valori e le convinzioni che le guidano. Sono le menzogne che racconta a sé stesso per distogliere lo sguardo dallo specchio dove potrebbe intravedere i lineamenti del proprio volto sfumare in quelli della sua Nemesi.

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Samira Bellil – Via Dall’Inferno

Nell’Ottobre del 2002, Sohane Benziane, una diciassettenne di origine algerina, muore bruciata viva in seguito ad un rogo appiccato dal suo ragazzo, di pochi anni più grande di lei. Il fatto avviene nel locale dedicato alle pattumiere al piano terra di un palazzo di Vitry-sur-Seine, un quartiere popolare nella periferia di Parigi. L’uomo, un piccolo boss di una gang locale, aveva deciso che lei avrebbe dovuto essere la sua donna, e che pertanto avrebbe dovuto obbedire ed adeguarsi alla sua decisione che le imponeva di rimanere segregata in casa. Ma la diciassettenne decise di opporsi e di ribellarsi ad un simile abuso. La reazione dell’uomo fu di cospargerla di benzina e di darle fuoco. Avvolta dalle fiamme, la ragazza riuscì a sopravvivere solo quel tanto che bastava per permetterle di correre fuori in strada e morire davanti a decine di testimoni. Anche in virtù della sua ferocia, il caso attirò su di sé una particolare attenzione, da parte dei media come dell’allora nascente movimento femminista Ni Putes Ni Soumises (“né puttane né sottomesse”), che fece di questa brutale tragedia una bandiera. Coerentemente con il nome adottato, l’obiettivo di tale movimento consiste nel lottare in favore dell’emancipazione femminile all’interno di quelle situazioni di degrado, sociale e culturale, che vedono le donne intrappolate nel ruolo di vittime di violenza fisica, psicologica  e sessuale.

Si tratta di un obiettivo che mostra tutta la sua drammatica importanza quanto più si tiene conto del fatto che quello della diciassettenne arsa viva non è stato altro che un episodio, seppur particolarmente eclatante, all’interno di una realtà in cui la violenza sulle donne rasenta la normalità. Nel contesto di un clima che si nutre con ferocia di paura, silenzio ed omertà, l’accendersi delle luci dei riflettori e dell’attenzione dell’opinione pubblica è uno strumento di lotta formidabile per permettere alle vittime di sentirsi meno sole.  Ed è proprio all’interno di un simile, drammatico contesto che interviene la testimonianza in prima persona di Samira Bellil, che con una lucidità che non risparmia niente e nessuno, prima fra tutto la sua stessa persona, racconta le violenze e le sofferenze patite nel corso della sua vita nella periferia parigina. Spinta dal desiderio di abbattere il muro di silenzio che per anni l’ha isolata all’interno del suo dolore, ad un certo punto della sua vita Samira Bellil decide di mettere nero su bianco le violenze subite nel corso di anni e sbatterle in faccia all’opinione pubblica. E’ così che nasce Via Dall’Inferno (“Dans L’Enfer Des Tournantes“), il racconto della fitta ragnatela di violenze, silenzi, abbandoni, emarginazione e soprusi di cui è stata vittima per oltre un decennio.

Tutto ha inizio quando Samira ha solo tredici anni e si trova ad indossare i panni della “donna” di Jaid, un diciannovenne che già occupa il ruolo di boss del suo quartiere. Cresciuta nell’ambiente degradato delle cités parigine, i quartieri che costituiscono le periferie della capitale francese, Samira non può essere considerata una completa sprovveduta. Ma nonostante tutto il tempo trascorso per strada, la sua giovanissima età non le consente di comprendere i pericoli in agguato nell’ambiente che frequenta, e tanto meno di capire che le attenzioni che Jaid le dedica non sono affatto guidate da impulsi affettuosi. Il che non stupisce se si considera l’intreccio tra traumi e bisogno d’affetto che aveva già lasciato un segno profondo sulla sua esistenza. Andando ancora più indietro negli anni della sua giovane vita, quando era ancora poco più che una neonata, suo padre finì in carcere e sua madre la diede in affidamento perché convinta di non essere in grado di prendersi cura di lei. Samira ebbe così modo di trascorrere i primi cinque anni della sua vita in Belgio, a casa di una coppia affidataria che la trattava con tutta la cura riservata ad una figlia. L’allontanamento dalla realtà dei genitori naturali ha così costituito una delle parentesi più luminose nel corso di un’esistenza largamente dominata dalle ombre. Ed infatti, per tutta la sua vita non smetterà mai di ricordare con un affetto che non di rado sfuma nel rimpianto quella coppia che le ha voluto bene e che l’ha circondata di amorevoli cure. Ma quando i suoi genitori naturali la riportano a casa, la sua vita cambia completamente. Il passaggio dall’ambiente colmo di dialogo e comprensione che aveva trovato in Belgio a quello rigido, autoritario e spesso violento nella casa dei suoi genitori, è traumatico. Qualsiasi disobbedienza o atto giudicato come una mancanza di rispetto viene punito con botte ed insulti. I pugni e i calci sono all’ordine del giorno. E non mancano le occasioni in cui in piena notte si trova ad essere cacciata fuori di casa dal padre ubriaco, che le urla contro e la insegue minacciandola con un coltello. Per evitare l’aria pesante che si respira all’interno delle pareti domestiche, spesso accade che passino più giorni senza che lei faccia ritorno a casa. E’ per tutti questi motivi che quando Samira incontra Jaid, anche se appena tredicenne, per lei la vita da strada e i suoi rischi non sono affatto  oggetti astratti. Ma nonostante tutto ciò, non riesce a rendersi conto in tempo dell’inferno nel quale sprofonderà per aver frequentato quella banda di ragazzi. Pur conoscendo la cattiva fama che li circonda, l’ingenuità e la ricerca di calore umano non le permettono di comprendere che sta scambiando lo sfruttamento e l’abuso per  quelle attenzioni che non trova dentro casa.

Sembra un giorno esattamente come i tanti altri che l’hanno preceduto, quando assieme ad un’amica riesce ad accaparrarsi un paio di costose scarpe alla moda utilizzando un assegno falso. Mentre torna a casa con le amiche decide di passare da Jaid, come al solito in strada con la sua gang, per sfoggiare il nuovo possesso. Come diverse altre volte in passato, lui si apparta con lei in uno scantinato per fare sesso, e una volta consumato il rapporto lei riprende la strada di casa. Ma questa volta ad attenderla ci sono gli amici di lui che la aggrediscono e cominciano a pestarla selvaggiamente. Perlomeno fino a quando non interviene K., uno dei soggetti più grossi e temuti della compagnia, che si fa largo tra la grandine di botte che continuava ad abbattersi sulla ragazzina. L’aggressione del branco si interrompe, ma il sollievo ha vita molto breve. A sua volta, K. la conduce a casa sua a suon di botte dove la costringe a vedere un film porno e le ordina di fare quello che osserva sullo schermo. Sottomessa con la violenza e incapace di reagire per la paura, lei obbedisce nella speranza che lui finisca presto e la lasci andare via. Tuttavia l’incubo della ragazza è appena all’inizio: due amici del suo rapitore si uniscono a lui e trascorrono la notte ad abusare di lei, violentandola e seviziandola. Quando il mattino dopo lui la lascia andare per la sua strada, lei è sconvolta e non sa cosa fare. Per quanto giovane, conosce bene la cultura all’interno della quale è vissuta e sa bene che parlarne con i genitori non farebbe altro che aumentare la sua umiliazione. Non solo non cercherebbero di aiutarla, ma anzi non esiterebbero ad incolparla per la situazione in cui si è cacciata. Senza contare il fatto che teme eventuali ritorsioni nei confronti della sua persona e di tutta la sua famiglia. Decide pertanto di cambiare le sue abitudini:  tiene un profilo basso e circospetto ed evita accuratamente di avvicinarsi alle zone frequentate da Jaid e i suoi. Ma tutto questo non è sufficiente ad evitare che K. la incroci un’altra volta lungo il suo cammino. E’ passata appena qualche settimana dalla notte degli abusi, quando lui la incontra sul treno e la blocca. Lei cerca di liberarsi e chiede aiuto ai presenti ma nessuno interviene. Lui la trascina via con sé in un palazzo isolato dove ha modo di violentarla ancora una volta. E anche questa volta Samira decide di non denunciare il suo violentatore e di non dire nulla alla sua famiglia per il senso di colpa che la tormenta. Pur essendo la vittima, la vergogna, la paura di ritorsioni e vendette e i sensi di colpa dominano le sue scelte.

Ma ciò non impedisce che la notizia della “festa” che le è stata fatta si diffonda rapidamente in giro per il quartiere. Samira prende così coscienza di essere finita nell’inferno dei tournantes, le “feste” in cui i gruppi di uomini fanno girare la vittima di turno, una ragazza marchiata dall’infamia di essere una di facili costumi e quindi indegna di qualsiasi rispetto, e ne abusano a rotazione. A partire dall’iniziale isolamento che si consuma nel tentativo di superare e dimenticare, la sua odissea presto inizia a sprofondare in un vortice di autodistruzione i cui ingredienti saranno la vita di strada, le comunità per ragazzi difficili, l’abuso di droghe, e molto altro. Samira cerca solo di tutelarsi e dimenticare, ma è proprio quando si trova coinvolta in una denuncia contro il suo violentatore che le cose iniziano a peggiorare in modo inarrestabile, dimostrando che il suo silenzio in famiglia era motivato. Quando due ragazze, anche loro vittime di violenze sessuali da parte degli stessi individui che avevano abusato di lei, si presentano a casa sua chiedendo di parlarle per chiederle unirsi alla loro azione legale, il padre reagisce esattamente come immaginava la ragazza: con malcelato disprezzo nei confronti di quella figlia che, a causa del suo comportamento, si è trasformata in una fonte di vergogna per lui e per tutta la sua famiglia.

Per molto tempo in casa regna un’atmosfera soffocante: il padre alterna i suoi sguardi pieni di ostilità e disprezzo alle esplicite accuse di essere una causa di disonore, vergogna e disagi. Proprio nel luogo che avrebbe dovuto rappresentare un rifugio Samira viene trattata come una colpevole anziché come una vittima, perlomeno fino a quando il genitore non prende la decisione di sbatterla fuori di casa. E purtroppo per lei questa non sarà affatto l’ultima volta in cui avverrà una simile inversione di ruoli. Infatti è lo stesso trattamento che le sarà riservato quando, a diciassette anni, verrà nuovamente violentata da due uomini su una spiaggia algerina, in occasione di una serata con un amico durante una vacanza con la madre. Non solo avrà modo di osservare nelle persone che la circondano lo sguardo pieno di riprovazione di chi pensa che se la sia “andata a cercare”, ma le stesse forze dell’ordine presso le quali proverà a sporgere denuncia contro i suoi aggressori liquideranno il suo caso come indegno di attenzione nel momento stesso in cui lei spiegherà cosa stava facendo sulla spiaggia (era uscita di sera con un amico che non era il suo uomo), e soprattutto quando ammetterà di non essere vergine.

Ma quale sarebbe questa colpa che la insegue ovunque, a casa come in strada? Quale sarebbe la ragione a causa della quale il mondo in cui vive rifiuta ostinatamente di riconoscere i segni della sofferenza sul suo corpo di vittima, perfino quando questo urla tutto il suo dolore contorcendosi in preda a violente convulsioni epilettiche? Quale sarebbe il fattore che porterebbe, in alcuni casi, perfino altre donne a solidarizzare con i suoi aguzzini? La risposta non può essere univoca e non può affondare le proprie radici solo nella vicenda di Samira. Infatti, seppure con tutte le differenze che emergono di volta in volta, la storia di Samira è anche quella di altre ragazze che conosceva, e più in generale di tutte quelle che hanno affrontato il calvario di violenze analoghe se non peggiori. La sua è anche anche la storia di Sohane che viene bruciata viva, di Samia che tra il 1999 e il 2000 subisce per mesi abusi e sevizie da una parte di una ventina di persone, fino a quando non sprofonda nella follia. E’ una storia che si estende oltre i confini della sola Francia per andare ad abbracciare le tante ragazze che subiscono abusi e cercano di ribellarsi e denunciare, come anche le molte altre che subiscono in silenzio la loro condizione, strette nella morsa della paura e della vergogna. In pratica è la storia di tutte quelle donne che finiscono vittime di stupri, di gruppo o meno, perché si truccano, oppure si vestono in modo appariscente, o magari si comportano in modo “troppo” emancipato. Oppure perché semplicemente escono e vanno in giro da sole anziché rimanere in casa a prendersi cura degli uomini e della famiglia di cui fanno parte.

Sulla base di simili presupposti non è difficile comprendere come sia possibile che simili atti di violenza possano trovare comprensione e giustificazione anche da parte di altre donne. All’interno di un contesto nel quale la rispettabilità di una donna è direttamente proporzionale alla sua prossimità ad una o più figure maschili, quelle come Samira, quelle che si truccano e si vestono in modo moderno, quelle che vanno in giro da sole, vengono giudicate come delle poco di buono, puttane provocatrici, ragazze che “se la sono andata a cercare”. Una ragazza che esce da sola, anziché stare a casa e comportarsi secondo le regole che sarebbe tenuta a rispettare, viene giudicata come una che provoca. L’esibizione della femminilità e la rivendicazione di indipendenza sono atti che vanno contro un ordine sociale che vede la donna come sottomessa all’uomo. E tutte quelle che non rispettano una simile gerarchia vengono giudicate come puttane alla mercé di chiunque voglia approfittarne. O puttane o sottomesse, appunto. Il corpo femminile è il terreno di battaglia dove entrano in collisione istanze contrapposte: le eventuali aspirazioni di emancipazione da parte di singole donne contro una o più collettività che non intendono rinunciare al proprio potere. Ovviamente tutto ciò non vuol dire che l’emancipazione passi necessariamente attraverso l’esibizione del corpo attraverso vestiti sensuali o comunque appariscenti. Si tratta piuttosto della possibilità da parte di ogni donna di poter scegliere se farlo o meno, ed in quali occasioni, senza per questo essere additate come “puttane” senza valore di cui è possibile abusare senza conseguenze.

La storia di Samira, dalle sue fughe di casa che precedono le violenze sessuali, fino al riconoscimento delle sue ragioni in sede giudiziaria e alla pubblicazione del libro, è tutta all’insegna della ricerca dell’autodeterminazione e del riconoscimento da parte degli altri. E i nemici contro cui ha dovuto lottare duramente sono stati il silenzio e il mancato riconoscimento delle sue rivendicazioni. Proprio a partire da piccole cose come l’uscire di casa da sola o il vestirsi secondo le sue preferenze, tutta la sua storia è una lotta contro i giudizi e le accuse da parte di blocchi di persone che anteponevano i loro valori alle sue scelte: un’intera collettività pronta a marchiarla nell’infamia come puttana indegna del seppur minimo rispetto. E’ la stessa accusa che le viene lanciata dai suoi genitori che non accettano i suoi desideri di indipendenza, da tutte le donne che giudicano questa sua intraprendenza come il comportamento di una “puttana” che gioca con i desideri degli uomini e li provoca, ed ovviamente anche da parte di tutti gli uomini che dopo averne abusato si giustificano affermando che se una si comporta così allora “l’ha voluto” oppure “se l’è cercata”. E’ la storia di tutte quelle donne che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, a non essere costrette a sottomettersi ai diktat da parte di altri uomini – o anche di altre donne – e senza per questo essere giudicate “puttane” indegne di qualsiasi rispetto (o diritto). Perché uno degli elementi principali di cui si nutre la sottomissione è la delegittimazione dell’individualità e del diritto delle singole persone a disporre di sé e del proprio corpo come meglio credono o ritengono opportuno. Ed in tal senso, l’importanza della testimonianza di Samira Bellil non risiede solo nel suo puntare l’obiettivo su un maschilismo di ritorno che ribolle e si diffonde nel degrado e nel silenzio, ma anche e soprattutto nel mostrare come ancora oggi, proprio in una delle patrie dell’uguaglianza europea, certi valori e certe tradizioni riescano a sfruttare tutto l’armamentario morale di cui dispongono per diffondersi e cercare forme di consenso e di legittimazione.

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Michel Faber – Sotto La Pelle

Seduta ogni giorno dietro al volante, Isserley vaga per ore lungo le strade delle lande scozzesi alla ricerca di autostoppisti da caricare a bordo della sua automobile. Il copione che si ripete da anni è sempre lo stesso: dopo una prima selezione basata sull’aspetto fisico, Isserley si impegna nel tentativo di intrecciare un dialogo con l’uomo che ha caricato, al fine di valutare se sia adatto alla sua ricerca o se sia il caso di lasciarlo andare per la sua strada. Ogni volta che un autostoppista risulta in possesso dei requisiti fisici necessari, Isserley può passare alla fase successiva, che consiste nell’addormentarlo iniettandogli nel corpo un potente anestetico e nel portarlo nella sua base. Qui, ancora privo di sensi, viene trasportato in una zona sotterranea nascosta dove viene messo in gabbia e preparato per essere lavorato, ingrassato, ed infine trasformato in cibo. Agli occhi di Isserley e di quelli che lavorano con lei, gli autostoppisti che cattura quasi ogni giorno non sono altro che “Vodsel”: gli animali che popolano il pianeta Terra e che l’industria per cui lavora trasforma in costoso e raffinato cibo ad uso e consumo dei ricchi della razza aliena di cui fa parte.

Ma a sua volta Isserley non è un’aliena come tutti gli altri che la circondano. Sottoposta in passato a molteplici interventi chirurgici che ne hanno modificato radicalmente l’aspetto per farla assomigliare ad un Vodsel, Isserley svolge ogni giorno il suo compito lottando contro il dolore fisico che le deriva dal dover vivere con un corpo per lei innaturale, nonché contro la vergogna di quell’immagine di sé che lei percepisce come deturpata e sfregiata. In modo molto chiaro, Isserley percepisce sé stessa come un essere umano che è stato storpiato e mutilato unicamente al fine di renderla idonea allo svolgimento del compito che le è stato affidato. E occultare la sua natura aliena per confondersi con i Vodsel è una parte ineludibile delle sue mansioni. Accade così che agli occhi degli autostoppisti Isserley non appaia diversa da tante altre donne che ogni giorno viaggiano in macchina lungo le strade del paese. Salgono tranquillamente a bordo dell’automobile e si siedono accanto a lei pensando di trovarsi in compagnia di una piccola donna dal grande seno che guida aggrappata al volante. Nel frattempo, con gli occhi parzialmente nascosti dagli spessi occhiali che porta sul naso, lei li studia per valutare se possono essere risultare utili o meno alla sua causa. Il tormento che le deriva dal dover convivere con un aspetto fisico del tutto assimilabile a quello delle creature che seleziona e cattura è come un’ombra che non la abbandona mai. Ed infatti, quando non si trova impegnata nella sua attività, la sua esistenza è segnata da una profonda solitudine.  Ogni volta che si ritira nella sua dimora fatiscente per riposarsi e recuperare le energie, a farle compagnia trova solo il senso d’umiliazione per quel corpo stravolto dagli interventi chirurgici e la sensazione di vergogna per tutte quelle cicatrici che decorano la sua pelle come tanti marchi d’infamia.

La presenza e l’attività di Isserley e dei suoi simili nelle solitarie lande scozzesi è la causa di uno slittamento degli uomini al secondo posto della catena alimentare. Infatti, una volta chiarito che all’interno di quel contesto gli uomini sono scivolati alle spalle di una razza aliena che riserva per sé la definizione di “esseri umani”, e che non si fa scrupoli ad utilizzarli come cibo, il romanzo sembrerebbe muoversi nella direzione di uno sguardo critico nei confronti delle industrie alimentari e del nutrimento a base di carne in generale. Ma con il procedere della lettura non solo tale chiave di lettura si fa sempre più fragile, ma anzi tende a dissolversi in favore di uno sguardo più profondo sulla contemporaneità. Il primo elemento a mettere in crisi la centralità del tema della catena alimentare interpretata in chiave anticarnivora riguarda proprio il processo industriale attorno al quale ruota tutta la narrazione. Per la specie di cui fa parte Isserley, i Vodsel non sono una fonte di nutrimento e sostentamento, come potrebbero esserlo i polli o i bovini per questi ultimi. Piuttosto vengono impiegati per produrre della carne dal sapore esotico e molto costosa: un prodotto esclusivo a tal punto da non rappresentare null’altro che un bene di lusso accessibile solo alle sfere più ricche della società. Non a caso, in nessun momento e per nessun motivo viene fatto in qualche modo cenno all’ipotesi di allevare Vodsel per poi destinarli al mercato alimentare in larga scala. Non solo non ci sono allevamenti di Vodsel, ma anzi ci sono numerose regole che stabiliscono i criteri che ne regolano la selezione. I Vodsel devono essere prima di tutto maschi: giovani, in salute, e possibilmente molto solidi dal punto di vista fisico. Questo è ciò che fa sì che Isserley possa decidere se fermarsi a caricare un uomo che chiede un passaggio ai margini della strada, o al contrario continuare a vagare alla ricerca di un nuovo candidato potenzialmente più idoneo. Poi, una volta caricata in macchina la possibile preda, inizia la seconda fase della selezione. Facendo finta di parlare solo per rompere il silenzio del viaggio, Isserley cerca di tenere il dialogo con il Vodsel sotto controllo in modo da scoprire se è sposato, se qualcuno lo aspetta, perché si trova a viaggiare in autostop, e così via… In altre parole, il suo obiettivo consiste nell’ottenere una serie di informazioni che le permettano di valutare se qualcuno sa dove si trova in quel momento e, soprattutto, se c’è qualcuno che lo aspetta o che comunque potrebbe dare un allarme se non dovesse vederlo arrivare nell’immediato futuro.

Pertanto la preda di Isserley deve essere un maschio sano, possibilmente giovane e in forma, ma allo stesso tempo un emarginato, o comunque non strettamente collegato ad una struttura famigliare o sociale che potrebbe allarmarsi immediatamente in seguito al prolungarsi imprevisto della sua assenza. Sembra quindi apparire in modo sempre più chiaro che la struttura fantascientifica del romanzo non descrive un’ipotetica realtà nella quale gli uomini non si trovano più in cima alla catena alimentare. Si tratta piuttosto di uno sguardo, attraverso gli occhi alieni di Isserley, sul mondo di oggi e su come già adesso gli esseri umani siano ben distanti da una condizione di parità. Da un lato c’è una classe dominante, composta dai pari di Isserley e dall’Elite a cui a loro volta questi sono sottomessi, e dall’altra ci sono gli sfruttati, gli esseri umani terrestri in generale, ed in particolare gli emarginati, che possono essere trasformati in cibo per le Elite senza che nessuno protesti, né senta la mancanza o semplicemente se ne accorga. La chiave di tutto è lo sfruttamento. Ma non si tratta di una semplice contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, tra bianco e nero. Isserley è l’essere che operativamente caccia e cattura gli autostoppisti, fornendo la materia prima all’industria di cui è parte integrante; ma allo stesso tempo è a sua volta una sfruttata, un’emarginata intrappolata dentro un corpo che detesta e che è fonte di continua sofferenza. E’ condannata a svolgere una mansione che rappresenta tutti i fallimenti e le delusioni di un passato che non è più null’altro che un triste ricordo.

I limiti entro i quali si deve muovere Isserley non sono solo geografici, ma anche prima di tutto sociali. Infatti, per quanto da un punto di vista strettamente materiale la selezione si basi esclusivamente sull’aspetto fisico dell’autostoppista, la seconda fase, quella del dialogo mentre la macchina macina chilometri, serve a tutelare l’attività che sta svolgendo. Far sparire una persona bene inserita all’interno di un contesto sociale significherebbe far scattare un allarme e far partire indagini e ricerche. Al contrario, la sparizione di un vagabondo, di un viaggiatore solitario, o semplicemente di una persona sola, è qualcosa che non interessa nessuno. E’ così che negli emarginati che svaniscono nel nulla senza attirare l’attenzione di nessuno sfumano le immagini dei sottomessi e degli sfruttati. Nell’anonimato delle vittime dell’industria per cui lavora Isserley non è difficile riconoscere i tratti dei minori in balia dello sfruttamento della manodopera costretti a turni massacranti per pochi spiccioli. Come è anche possibile intravedere i contorni delle donne, quando non delle ragazze, schiavizzate e costrette a prostituirsi nel mercato del sesso. In pratica, alle spalle degli autostoppisti per mano aliena si agitano i fantasmi di tutte quelle persone costrette ogni giorno a subire violenze, umiliazioni e torture per i motivi più diversi. La razza di Isserley non rappresenta semplicemente gli uomini che fanno male agli animali. Per arrivare ad un simile obiettivo sarebbe stato sufficiente chiudere i Vodsel all’interno di batterie analoghe a quelle dei polli. Più crudelmente, la razza aliena rappresenta quell’umanità che rimane chiusa all’interno della torre d’avorio dei propri interessi o del proprio piacere, indifferente al destino altrui. Se Il Pianeta delle Scimmie era l’affresco di un mondo all’interno del quale il razzismo era ancora ben presente e lo denunciava facendo indossare all’uomo bianco gli scomodi panni del discriminato, Sotto La Pelle si spinge oltre l’etnia per andare a scavare all’interno delle persone, appunto al di sotto dell’epidermide, per puntare il proprio obiettivo in direzione di altre forme di sfruttamento e discriminazione.

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Stieg Larsson – La Regina Dei Castelli Di Carta

Terzo ed ultimo capitolo di una saga che si chiude in forma di trilogia a causa della scomparsa dell’autore, il romanzo inizia esattamente da dove si era concluso il suo predecessore. Lisbeth Salander è stata scagionata da alcuni capi d’accusa, ma altri, seppur meno pesanti, pendono ancora sulla sua testa. Gravemente ferita al termine del romanzo precedente, si trova rinchiusa in ospedale, sotto stretta sorveglianza, in attesa di essere trasferita nel carcere che la ospiterà fino a quando non dovrà affrontare il processo che la vede vestire i panni da imputata. La drammatica catena di eventi che in passato avevano condotto Lisbeth all’internamento prima, e alla dichiarazione di incapacità mentale dopo, ha preso forma in modo definitivo ed è il vero e proprio motore della vicenda. Si tratta di un complotto che vede il coinvolgimento di una sezione speciale dei servizi segreti svedesi il cui obiettivo era coprire e proteggere un’importante spia russa in cerca di asilo. Lisbeth, che ai tempi era solo una ragazzina,  è entrata nel mirino dei servizi segreti nel momento in cui è entrata in conflitto con la spia russa, alla quale era unita da uno stretto legame di sangue. Di fronte alla necessità di mantenere nell’ombra l’identità della spia russa, anche a costo di insabbiarne eventuali azioni criminali, i servizi segreti non esitano a considerare i diritti civili della giovane come secondari rispetto a quelle che loro valutano essere le priorità del paese.  A sua volta, non ascoltata dalle autorità a cui aveva provato sistematicamente a rivolgersi, quando non ridotta al silenzio da queste stesse, Lisbeth non nutre alcuna fiducia nelle istituzioni e rimane saldamente legata alla promessa che fece a sé stessa tanti anni prima: la scelta di non parlare in alcun modo con chiunque ricopra un qualsiasi ruolo nelle forze dell’ordine.

La ragnatela criminale intrecciata dai servizi segreti si fa sempre più fitta nel tentativo di far sì che Lisbeth sia di nuovo accusata di infermità mentale ed internata di conseguenza, nonché di evitare che Mikael Blomkvist ed il Millennium diffondano notizie compromettenti per l’esistenza stessa della sezione responsabile del caso. Sul versante opposto, sebbene immobilizzata in una stanza di ospedale, la giovane può contare su un’ampia schiera di persone che non esitano a mettersi in gioco per il suo bene. Oltre al solito Blomkvist e alla redazione del suo giornale, Lisbeth può contare sull’appoggio legale della sorella di questo, Annika Giannini, noto avvocato specializzato in violenza sulle donne, su Dragan Armansky, che come suo amico prima ancora che come suo ex-datore di lavoro mette a disposizione della causa molteplici risorse della sua società specializzata in sicurezza, e su molte altre persone che direttamente o indirettamente ruotano attorno a lei. Tuttavia, anche in questo volume, la violenza di cui è oggetto Lisbeth non è la sola ad essere affrontata da Larsson. Ad Erika Berger, vecchia amica di Mikael nonché direttrice di Millennium, viene offerto il posto di caporedattore presso lo Svenska Morgon-Posten, un importante quotidiano svedese che da tempo si trova a fronteggiare un costante calo delle vendite. Allettata dalla proposta, Erika accetta. Ma ben presto la scelta si rivelerà un errore: immersa in mezzo da un ambiente largamente dominato da uomini, sia sul piano delle cariche redazionali che a livello dirigenziale, Erika si trova a fronteggiarne la scarsa disponibilità ad accettare di buon grado che sia una donna a ricoprire il ruolo di comando della redazione. E come se questo non fosse già sufficiente a minacciare gli equilibri della sua vita, uno stalker comincerà a perseguitarla, insultandola, minacciandola e tormentandola in vari modi. In pratica, costringendola a limitare le sue libertà e ad avvalersi di costosi sistemi di sorveglianza per tutelarsi dalla minaccia che pende su di lei.

Ed è proprio questo, il filo rosso che lega la vicenda di Erika Berger a quella di Lisbeth Salander: la necessità di disporre di mezzi economici (e non solo) per fronteggiare ciò che minaccia la libertà, quando non l’incolumità, della sua persona. La disponibilità di risorse, economiche ed umane, è la condizione necessaria per far sì che una Lisbeth Salander qualsiasi possa difendersi dalle accuse che le vengono rivolte. Infatti, di fronte ad un intenso fuoco di sbarramento formato da campagne mediatiche denigratorie e da indagini che in alcuni casi volontariamente, in altri per pregiudizio o magari per semplice inettitudine, mirano a fare di lei una colpevole ancora prima di qualsiasi condanna in sede processuale, il semplice ricorso alle sue tutt’altro che esigue risorse risulterebbe di gran lunga insufficiente a garantirle un’adeguata tutela. Per quanto in modo differente, sia Erika Berger che Lisbeth Salander hanno bisogno dei servizi della Milton Security di Dragan Armansky per tutelare quei diritti che le forze dell’ordine non sembrano assolutamente in grado di garantire. Ed allo stesso tempo, entrambe si trovano a dover fronteggiare una serie di attacchi alla loro immagine pubblica che fanno leva proprio su aspetti della loro femminilità. Ad una Lisbeth dipinta sui media come sociopatica, anche e soprattutto in virtù di una serie di presunte abitudini sessuali tutt’altro che dimostrate (dal prostituirsi con uomini molto più vecchi di lei al frequentare un improbabile gruppo di sataniste lesbiche) corrisponde una Erika che, tra le varie molestie che si trova a subire, deve fronteggiare una serie di email mandate a suo nome che mirano a denigrarla di fronte alla sua redazione.

Diventa quindi chiaro come per Larsson sia tutt’altro che secondario il ruolo giocato dai mass media nell’influenzare l’andamento dei casi di cronaca divenuti popolari agli occhi del grande pubblico. Come tutt’altro che secondario è il ruolo che l’autore attribuisce all’utilizzo della psicologia durante la fase di indagine, soprattutto sulla carta stampata e negli studi televisivi. Sia in questo romanzo che in quello che l’ha preceduto, Larsson non manca di mostrare come l’utilizzo di professori ed esperti in tema di malattie mentali non venga utilizzato per contestualizzare un atto una volta accertate le responsabilità, ma anzi, al contrario, sia impiegato per inchiodare preventivamente il presunto colpevole. La radicale violenza nei confronti di un soggetto sottoposto ad analisi psichiatrica – quando questa viene effettuata ancora prima che ne venga dimostrata l’effettiva responsabilità rispetto agli atti di cui viene accusato – appare evidente nel momento in cui viene apertamente violato, non senza la tacita complicità del sistema giudiziario, il suo diritto ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Anche di fronte ad un coerente e sistematico silenzio come quello di Lisbeth, l’esperto di turno può sempre decidere di utilizzare tutto ciò che gli capita a tiro (aspetto fisico, abbigliamento, testimonianze, preferenze sessuali e non solo, etc.), e che ritiene di volta in volta opportuno, per costruire un profilo psicologico all’interno del quale diventa possibile rinvenire un movente non rintracciabile altrove. L’intreccio tra aule di tribunale e salotti televisivi si concretizza in pratiche simil-lombrosiane in base alle quali, di fronte ad un ipotetico spettro di indiziati che non è possibile sfoltire sulla base di prove concrete, il giudizio dell’esperto di turno sul profilo psicologico viene utilizzato come elemento incriminante ai danni di chi è giudicato come maggiormente propenso nei confronti di certi atti. Tutto questo come se ci potesse essere una relazione tale tra profilo psicologico ed atto oggetto d’indagine tale da costituire un elemento probatorio. Lo psicologo sostituisce la propria voce a quella dell’indagata per farle dire quello che con il suo ostinato silenzio rifiuta di confessare in prima persona. E qualora l’imputato dovesse decidere di parlare in prima persona, similmente lo psicologo cerca di sostituire la propria voce a quella dell’accusato per fargli ammettere ciò che potrebbe, disattendendo le attese, non confessare.

Indipendentemente da quali possano essere gli esiti delle singole vicende, di quella di Lisbeth come di quella di Erika, quello che appare chiaro è come la possibilità di lottare, di opporsi ad una violenta violazione dei propri diritti, dipenda più dai mezzi che è possibile dispiegare sul terreno di battaglia, che non dalle effettive tutele garantite dalla legge e dalla società. La legge può anche essere uguale per tutti, ma la possibilità di avvalersi a pieno dei diritti che garantisce rimane una questione di livello economico e sociale. Man mano che le due donne lottano assieme a chi le appoggia e le sostiene per difendere i propri diritti, l’amarezza che rimane sullo sfondo è il pensiero di tutte le Erika Berger che, a differenza di questa, non possono permettersi costosi sistemi di sicurezza e sorveglianza per proteggersi da chi le perseguita e le minaccia. E’ il pensiero di tutte le Lisbeth Salander che finiscono con l’essere vittime di ingiustizie e violenze perché non hanno la fortuna di poter contare sull’aiuto di una schiera di persone come Mikael Blomkvist o Dragan Armansky. E se i primi due capitoli della trilogia narravano le storie di violenze che si consumavano nel silenzio della solitudine e dell’isolamento (di un’isola collegata alla terraferma soltanto da un ponte, cimitero di vittime condannate all’anonimato, come di luoghi sperduti dove giovani spaesate venivano ridotte in schiavitù), il terzo chiude i conti mostrando la fatica e la durezza della lotta anche da parte di chi ha a disposizione mezzi e risorse.  E ad aleggiare cupo sullo sfondo rimane il silenzio di tutte le donne condannate a sparire nel nulla, nell’anonimato dell’umiliazione e della schiavitù perché impossibilitate ad avvalersi degli strumenti di difesa di cui avrebbero bisogno. Un silenzio che assume i contorni della sporcizia che, anziché essere spazzata via, viene nascosta sotto il tappeto quel tanto che basta per evitare che vada a rovinare il decoro dell’ambiente.

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Stieg Larsson – La Ragazza Che Giocava Con Il Fuoco

Una volta messa la parola fine sull’affaire Wennerstrom, Mikael Blomkvist è tornato a dedicarsi a Millennium a tempo pieno. Per mesi il giornalista ha potuto godere della popolarità che è seguita allo scoop grazie al quale ha scosso i vertici della finanza svedese, riabilitando la sua immagine e allo stesso tempo quella del giornale. Ma proprio quando tutto sembra essere tornato alla normalità, una nuova inchiesta gli prospetta la possibilità di sconvolgere un’altra volta una società che sembra ammirarsi nello specchio delle proprie conquiste sociali mentre sceglie di ignorare i drammi che si consumano silenziose nelle sue zone d’ombra. All’inizio della storia, Lisbeth Salander si trova in giro per il mondo, lontana da Mikael e da quella che era stata la sua vita a Stoccolma, e il giornalista viene contattato da Dag Svennson, un reporter free-lance impegnato in un’inchiesta sul trafficking. Pur non essendo materiale da Millennium in senso stretto, l’indagine sul mercato di ragazze provenienti dall’Europa Orientale, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi, non lascia indifferente Blomkvist. Condotta in prima persona dallo stesso Dag Svennson, con la collaborazione di Mia Bergman, sua compagna di vita nonché dottoranda anch’essa impegnata a scavare negli stessi torbidi terreni, l’inchiesta vede il coinvolgimento, soprattutto nella veste di clienti, di numerosi cittadini “rispettabili”. I nomi di professionisti, di funzionari dello stato, di criminali e di altro ancora, rappresentano la garanzia di un’altra uscita pubblica destinata a fare sensazione, e Mikael non esita a mettere Millennium a disposizione dei due, anche per offrire ai due tutta l’esposizione mediatica di cui dispone il giornale e di cui avranno bisogno nel momento in cui esploderà lo scandalo. Ma per quanto accurata ed approfondita, l’inchiesta sul trafficking si spinge molto oltre gli orizzonti intravisti dai suoi stessi autori: il polverone che potrebbe sollevare la pubblicazione di ciò che Dag e Mia hanno scoperto non è solo una minaccia per i soggetti direttamente coinvolti, ma anche e soprattutto per quelli che rischiano di esserlo in futuro qualora altri occhi, ancora più indiscreti, decidessero di puntare i loro sguardi su quell’ambiente. E tra i nomi che finiscono con il trovarsi indirettamente collegati all’inchiesta sul trafficking appare anche quello di Nils Bjurman, il tutore di Lisbeth che aveva abusato di questa poco dopo aver preso in carico la sua pratica.

Si innesca pertanto una reazione a catena che a partire dal suo presente (per via del suo collegamento con Bjurman, appunto) finisce con lo sprofondare in modo sempre più stringente nell’oscuro passato di Lisbeth, in quell’evento che la ragazza evoca in modo criptico con l’espressione “Tutto il Male”. E nel momento in cui la situazione degenera drammaticamente, lasciando più di un corpo senza vita alla mercé delle pagine dedicate alla cronaca nera, sarà proprio lei ad entrare nel mirino delle forze inquirenti che le daranno la caccia addossandole vari e gravi capi d’imputazione. Ancora una volta Stieg Larsson utilizza la figura di Lisbeth Salander per addentrarsi all’interno di territori popolati da uomini che fanno del male alle donne. Come nel primo capitolo della trilogia, l’autore elabora una narrazione a più livelli nella quale l’intreccio trova la sua unità, prima ancora che nella coerenza narrativa, nell’unità tematica che domina il romanzo. Il personaggio di Lisbeth è segnato prima di tutto dal suo essere vittima: dall’aver subito dei traumi in un passato lontano, fino agli abusi del suo tutore più di recente. Pur godendo di un’intelligenza fuori dalla norma, la ragazza vive in balia dell’arbitrio altrui a causa di uno stato sociale che le ha imposto un tutore al raggiungimento della maggiore età. E ora, in seguito agli eventi drammatici che riconducono alla sua mano, si ritrova ad essere vittima di una caccia all’uomo da parte della polizia, nonché di una serie di campagne stampa che diffondono un’immagine sempre più grottesca e mostruosa della sua persona: da psicopatica assassina fino a satanista lesbica.

Tuttavia Lisbeth non è l’unica vittima di violenze ad affollare le pagine del libro: a fare da sfondo alla vicenda ci sono sempre le ragazze, pressoché senza nome, che criminali senza scrupoli costringono a prostituirsi per soddisfare un mercato disumano di uomini che odiano le donne. Perché alla base della crudeltà dei criminali che sfruttano le schiave moderne per arricchirsi ci sono sempre i grossi guadagni garantiti da una larga massa di clienti che costituiscono il vero motore del trafficking: il mercato del sesso al quale gli schiavisti si rivolgono per presentare le proprie offerte. Non a caso, Dag Svennson e Mia Bergman non concentrano la loro attenzione solo sui criminali che gestiscono il mercato, ma anche su chi usufruisce dei “servizi” che questo fornisce. Dato che l’azione criminale degli schiavisti non può essere in alcun modo liquidata come fine a sé stessa, ma è ovviamente volta ad alimentare un mercato formato di personaggi insospettabili ed apparentemente rispettabili, di individui che antepongono il loro piccolo e vigliacco soddisfacimento sessuale alle sofferenze altrui, viene da sé che fuori dagli alibi con cui i vari “clienti” cercano di giustificare la loro mancanza di elementare compassione, la loro immagine differisce ben poco da quella dello stupratore incarnato da Bjurman. Ma più che per via del reato in sé, l’abuso di cui è vittima Lisbeth si confonde con le violenze subite dalle ragazze schiave provenienti dall’Europa Orientale per via di come gli uomini arrivano a godere dei loro corpi. Non attraverso la forza bruta, ma attraverso l’ipocrisia formale di uno scambio effettuato tra soggetti ben distanti dal trovarsi in condizione di parità.

Il cliente che abusa di una schiava non ammetterà mai di essere uno stupratore che sfrutta l’impossibilità della prostituta di ribellarsi alla sua condizione: l’esborso della cifra pattuita è per lui il pagamento di una prestazione, e non intende minimamente interessarsi sul come tale prestazione sia arrivata sul mercato. Allo stesso modo Bjurman si muove a partire da uno “scambio” imposto da una posizione di forza: se Lisbeth si dimostra “carina” con lui, a sua volta lui in cambio le firma l’assegno che le serve per le sue spese e non scrive una relazione che la condannerà all’internamento all’interno di una struttura psichiatrica. Dietro al docile sottomettersi delle ragazze di fronte agli uomini che le molestano, che ne abusano e le violentano, si erge l’ombra minacciosa di una forza che esercita un potere di vita e di morte: l’arbitrio dello schiavista che minaccia terribili punizioni e vendette, come anche l’autorità di istituzioni che possono condannare una persona all’internamento a partire da un semplice atto di volontà di un tutore. Il molestatore può così godere della vile irresponsabilità che gli proviene dal fatto che ad impedire qualsiasi reazione da parte della donna è una forza ben superiore alla sua: sono le botte degli schiavisti come l’autorità di uno Stato trasformato in complice inconsapevole a paralizzare la vittima ed impedirne qualsiasi reazione.

Quella che si consuma nel silenzio e nell’ombra è una violenza invisibile che edifica le fondamenta della sottomissione delle vittime, della loro impossibilità di dire di no. E la reazione violenta da parte dei criminali coinvolti nella vicenda è dettata dalla loro volontà di evitare che possano accendersi delle luci, mediatiche o addirittura investigative, su quelle loro attività che invece necessitano di silenzio ed oscurità per poter prosperare. Larsson scavalca il tema della mercificazione del corpo femminile, così come spesso viene affrontato in campagne che cavalcano fatti di cronaca ed eventi mediatici che già godono di ampia esposizione, per puntare dritto verso le questioni che animano il cuore della vicenda: la libertà del consenso e l’autodeterminazione. La questione della violenza maschilista che va a colpire le donne viene pertanto vista secondo un’ottica che può essere considerata affine a quella di movimenti femministi come Femen o Ni Putes Ni Soumises. Non viene concesso nessuno spazio a quei temi (come l’esibizione dei corpi femminili nei media o l’utilizzo della sessualità all’interno di campagne pubblicitarie) che spesso vanno ad occupare le pagine dei giornali e le discussioni nei talk show televisivi. Si tratta di eventi che già godono dell’attenzione dei media e che vedono coinvolte nella loro produzione persone adulte, consenzienti e non di rado retribuite in modo invidiabile. La vera sofferenza invece si trova all’interno di stanze chiuse dove i riflettori delle telecamere non hanno modo di penetrare, negli ambienti dominati da violenza e razzismo, come in quelle organizzazioni di estrema destra alla denuncia delle quali Larsson aveva dedicato gran parte della sua attività di giornalista. In pratica, il problema che l’autore non smette mai di indicare sullo sfondo della sua storia è quello del silenzio e dell’indifferenza, il muro di solitudine, vergogna e debolezza che soffoca le vittime. Perché quando la violenza è talmente diffusa da poter costituire la base di un mercato in grado di prosperare nonostante il suo status esplicitamente criminale, la società all’interno della quale si è ricavata uno spazio non può non fare i conti con la propria ipocrisia, o quantomeno con la propria omertà.

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Chuck Palahniuk – Gang Bang

In un enorme salone sporco, poco illuminato e maleodorante, seicento uomini attendono il loro loro turno per partecipare alla gang bang organizzata per stabilire un nuovo record mondiale. Cassie Wright, pornostar prossima alla fine della carriera, ha deciso di lasciare un segno nella storia del genere che le ha dato fama e ricchezza, e il pericolo al quale espone la sua stessa incolumità non rappresenta in alcun modo un deterrente. Anzi, la donna si appresta ad affrontare la sua impresa cosciente del fatto che un suo eventuale decesso al termine delle riprese non farebbe altro che aumentare le possibilità che il suo record diventi immortale. Tra pastiglie di Viagra, junk food a disposizione dei partecipanti e film con la stessa Cassie Wright che vengono proiettati sugli schermi dell’enorme sala d’attesa, il racconto della vicenda viene affidato ai punti di vista di quattro personaggi: tre uomini che aspettano il loro turno e la responsabile di produzione del film. I signori con i numeri 72, 137 e 600 sono rispettivamente un liceale convinto di essere il figlio di Cassie, un attore di telefilm caduto in disgrazia e Branch Bacardi, anche lui pornostar e amico di vecchia data della protagonista. Sheila invece è la ragazza che si aggira per il salone controllando che tutto vada secondo il programma e occupandosi di chiamare gli attori ad ogni cambio di turno. Il numero 72 attende il suo momento con un mazzo di fiori in mano, ansioso di rivelarsi a quella che è convinto essere sua madre, il numero 137 ingoia pastiglie di Viagra come fossero caramelle per essere sicuro di essere pronto quando arriverà il momento della sua prestazione, e il numero 600 continua a depilarsi mentre sfoggia la sua pelle abbronzata e si osserva in azione nei vecchi film con Cassie che scorrono a ripetizione sugli schermi. Sheila invece si aggira osservando con occhio freddo e cinico quanto accade nel backstage che si trova a gestire, non preoccupandosi in alcun modo di nascondere il disprezzo che nutre per la galleria di uomini che le scorre davanti agli occhi.

Sulla base di un umorismo tagliente al limite del grottesco, Palahniuk si addentra in un territorio densamente minato come quello della pornografia, facendo molta attenzione a non finire intrappolato nelle maglie dei due principali pericoli in agguato: l’apologia entusiastica o, in alternativa, il moralismo. L’autore si muove all’interno di uno spazio che cerca di mantenersi equidistante dall’esaltazione incondizionata della pornografia come strumento di emancipazione come anche dal biasimo a sfondo morale che lamenta lo sfruttamento della sessualità. Consapevole dell’immensa area grigia che separa questi due estremi, Palahniuk rifiuta qualsiasi presa di posizione esclusiva, oscillando tra contraddizioni e sfumature, facendo sì che Gang Bang vada ad occupare un posto particolare nella bibliografia dell’autore americano. Infatti, per quanto anche in quest’opera l’autore offra uno sguardo tagliente e disincantato sulla società che osserva, a differenza di quanto fatto altrove qui procede per sottrazione: non c’è l’esposizione di un punto di vista particolare sull’argomento “pornografia”, al contrario sembra muoversi in modo implicitamente critico nei confronti di qualsiasi presa di posizione esclusiva. Alla base di tutto sembra esserci l’idea della complessiva inadeguatezza di qualsiasi posizione che voglia ridurre una materia così complessa nei termini di uno slogan da scrivere su un cartello nel corso di una manifestazione di piazza, sia essa pro o contro.

La narrazione si svolge quasi interamente all’interno della sala d’attesa, attraverso i punti di vista dei quattro narratori che intervallano il racconto di quanto sta accadendo con i loro ricordi e le loro riflessioni. Lo sguardo dell’autore si sposta molto raramente al di là della porta che li separa dalla scena dove Cassie Wright lavora senza sosta. A blocchi di tre alla volta, i partecipanti alla gang bang oltrepassano la soglia che li conduce sul set dove avranno pochi minuti, misurati col cronometro, per intrattenersi con la star. Al termine di questi sono tenuti ad allontanarsi per lasciare la scena ai successivi tre, indipendentemente dal fatto che possano aver raggiunto il loro piacere o meno. Ognuno di loro può avere accesso alla pornostar per un tempo limitato: lei è l’unica ed indiscutibile stella dell’evento, gli uomini che scorrono sono solo numeri che si avvicendano l’uno all’altro, e nessuno di questi potrà avere più di quello che la stella ha deciso di concedere loro. Allo stesso modo, al lettore vengono offerti tanti aspetti di Cassie quanti sono i punti di vista che la raccontano, ma mai la persona nella sua interezza. C’è la stella del cinema hard e la madre assente, così come c’è la ex-compagna di vita e la datrice di lavoro: sono tutti sguardi che ne colgono un aspetto o poco più, ma nessuno riesce a disegnarla in modo completo e coerente. Cassie è tutto questo e molto altro ancora, e non c’è modo di esaurirne la complessità all’interno di uno sterile contesto riconducibile solo al suo essere un’attrice pornografica.

Il non assumere una posizione chiara e definitiva nei confronti della pornografia da parte di Palahniuk risulta tuttavia molto distante dall’essere un modo per glissare sulla questione. Al contrario, rappresenta il modo che l’autore ha scelto per ribadire ancora una volta il suo pensiero in merito al rapporto tra individuo e società moderna. Come in passato, l’autore si confronta con il tema della libertà e dell’autodeterminazione. E’ infatti uno dei personaggi principali del libro, Sheila, a chiedersi in modo esplicito se sia legittimo o meno limitare il diritto di un individuo ad esercitare il suo potere personale, se cioè sia giusto mettere dei limiti ai comportamenti delle persone per impedire loro di farsi male. Se si prende in considerazione la tutela delle persone e della loro incolumità come argomento per un contrasto alla diffusione della pornografia, allora perché non fare lo stesso con altre forme di intrattenimento non meno pericolose? Dalla partecipazione alle corse in auto o in moto ai rodei, dagli sport di combattimento alla discesa libera sugli sci, anche limitando lo sguardo al solo mondo delle attività sportive, innumerevoli sono gli esempi di individui che dispongono di sé correndo gravi rischi per la propria incolumità. L’interrogativo che Palahniuk pone attraverso Sheila ruota proprio attorno a questo, al perché non dovrebbe valere altrettanto per l’ambito pornografico.

La risposta dell’autore sembra emergere più in virtù di quello che tace che non in quello che dice. Solitamente, il fatto che possa sembrare legittimo considerare l’autodeterminazione dell’attrice porno un argomento di discussione da parte altri individui (a differenza di quanto avviene ad esempio con gli sportivi) sembrerebbe essere una conseguenza della maggiore possibilità di esporla a valutazioni di innumerevoli tipi: mentre nel caso di un pilota il tutto può essere ricondotto nell’ambito di una discussione sulle norme di sicurezza, nel caso della pornografia possono venire evocati scenari che variano dalla psicologia e dalla sociologia per andare a sfociare nei valori e nella morale. Palahniuk invece decide di percorrere una strada diversa: il muro di parole che costruisce attorno a Cassie hanno il compito di offrirne un ritratto a partire da diversi punti di vista, ma non di ricondurla all’interno di uno schema preciso. Come un film porno si limita a riprendere la superficie del corpo dell’attrice senza nemmeno mai provare a raccontarne l’interiorità, così Palahniuk organizza gli sguardi dei suoi personaggi come tante macchine da presa puntate ognuna su un’angolatura diversa di Cassie. In tal senso, Gang Bang racconta la pornografia molto più attraverso la forma narrativa adottata che non attraverso il soggetto in quanto tale o la terminologia utilizzata. E l’autodeterminazione che altrove veniva invocata attraverso azioni o dichiarazioni da parte dei personaggi stessi, qui viene messa in pratica attraverso la scelta dell’autore di non ingabbiare Cassie all’interno di un personaggio coerente e ben definito. Palahniuk non fa di Cassie un personaggio che invoca la libertà e l’autodeterminazione. Piuttosto la mostra nel suo essere libera ed autodeterminata attraverso la scelta di non sostituire la sua voce di narratore a quella del personaggio. Ed in tal senso mostra una delle strade del rispetto verso le scelte altrui: raccontare gli altri senza parlare a nome di essi.

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Stieg Larsson – Uomini Che Odiano Le Donne

Sulla base di una struttura che unisce la tensione del thriller con i meccanismi del giallo classico, Stieg Larsson – giornalista ancora prima che romanziere – costruisce questo primo capitolo della trilogia Millennium come un gioco ad incastri nel quale la trama principale, il mistero che i protagonisti sono chiamati a risolvere, si rispecchia costantemente nello sfondo sociale ed economico della società in cui è ambientata. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander sono i due personaggi attraverso i cui occhi è possibile gettare uno sguardo in modo trasversale sul paese di provenienza dell’autore. Mikael Blomkvist è uno dei proprietari del giornale economico Millennium, un giornalista che in seguito ad una condanna per diffamazione a mezzo stampa ai danni del finanziere Hans-Erik Wennerstrom, decide di lasciare il suo posto in redazione per proteggere il giornale da vendette, danni e ripercussioni di vario tipo. Un vecchio magnate dell’industria svedese, Henrik Vanger, decide di approfittare della situazione e di contattarlo per indagare sulla misteriosa sparizione di sua nipote Harriet, scomparsa nel nulla quasi quaranta anni prima. La riluttanza del giornalista ad accettare il caso è molta, ma l’industriale gli fa un’offerta che pensa non potrà essere rifiutata: una lauta ricompensa oltre ad una serie di informazioni in grado di inchiodare il finanziere contro cui ha perso in tribunale. Si tratta di due fattori che combinati risulteranno determinanti nello spingere il giornalista ad accettare l’incarico e a trasferirsi a nord, nell’isolotto dove risiede la famiglia Vanger – anche perché trovandosi in attesa di scontare i tre mesi di carcere a cui è stato condannato, la sua carriera sembra essersi impantanata. E coerentemente con la sua tutt’altro che celata riluttanza, anche dopo aver accettato il caso Mikael sembra lavorare più per il suo senso del dovere nei confronti dell’impegno assunto che non per l’effettiva convinzione di poter giungere ad un qualche risultato. Perlomeno fino a quando un’improvvisa intuizione non gli permetterà di imprimere una svolta alle indagini, il cui risultato finale sarà determinato in modo decisivo dalla collaborazione da parte dell’altra protagonista della storia, Lisbeth Salander.

Dotata di una memoria fotografica e di capacità informatiche fuori del comune, la ragazza si presenta come un’esile venticinquenne con le fattezze di una minorenne anoressica e con un carattere tutt’altro che facile. Tratti comportamentali riconducibili ad una forma di Sindrome di Asperger si innestano su solide difficoltà relazionali con chi le sta intorno che sembrano affondare le loro radici in un vissuto personale tanto misterioso quanto problematico. Quella della ragazza è una storia che continua a condizionarne la vita non solo sul piano psicologico, ma anche su quello pratico: infatti su di lei grava una sentenza in base alla quale è stata giudicata incapace di autogestirsi e pertanto bisognosa di tutela legale. Dovendo vivere costantemente sotto controllo, Lisbeth si trova quindi nella condizione di non poter gestire in autonomia la sua vita, a tal punto da non poter disporre nemmeno dei soldi che guadagna con il suo lavoro e dei suoi risparmi senza il consenso del tutore che le è stato assegnato. Un fatto, questo, che la ragazza si trova costretta a fronteggiare in tutta la sua crudezza nel momento in cui muore l’avvocato che da anni aveva in carico la sua pratica (e che le aveva garantito ampi margini di autonomia) e lei si trova ad essere affidata ad un altro legale che, sotto un’inattaccabile apparenza di rispettabilità, si rivela essere un maniaco.

La storia si svolge su tre livelli che scivolano parallelamente l’uno sull’altro. Il piano delle rispettive vicende personali di Mikael e Lisbeth, il piano del caso relativo alla scomparsa di Harriet Vanger, e quello delle indagini sul finanziere Wennerstrom. Sebbene l’architettura del romanzo utilizzi i pilastri del giallo classico, in una sorta di enigma della camera chiusa i cui confini si allargano a quelli dell’isolotto dove molto tempo prima è avvenuta la scomparsa della ragazza, la narrazione di Larsson risente della sua formazione professionale e di un giornalismo inteso come tendenza a grattare in superficie per aprire delle scalfitture nelle apparenze e per far affiorare l’oscurità che si agitava al di sotto di esse. Inizialmente Mikael e Lisbeth vengono presentati come personaggi quasi monolitici: solido moralmente ed integerrimo sul piano professionale l’uno, dura ed apparentemente imperturbabile l’altra. Tuttavia, anche se per motivi differenti, entrambi usciranno dalla vicenda con meno certezze di quante ne avessero all’inizio. Le debolezze, la corruzione ed il marcio che i due si troveranno a fronteggiare lasceranno dei segni indelebili nelle loro vite. Alla fine Mikael mostrerà un volto meno irreprensibile di quello che aveva all’inizio (arrivando a tradire i suoi stessi principi), così come Lisbeth si troverà a dover gestire nuove crepe nella corazza della sua durezza solitaria. Ma è soprattutto scavando nel passato e nel presente della famiglia Vanger che i due si trovano a dover fronteggiare quanto di torbido si agiti sotto uno strato di rispettabilità. Ed un discorso analogo vale anche per Wennerstrom, il mondo della finanza e la società in generale all’interno della quale agiscono.

I tre livelli su cui si muove la narrazione sono anche le tre principali prospettive attraverso cui Larsson cerca di mettere a fuoco uno stesso modello di violenza che si esercita in ambienti diversi e con modalità di volta in volta differenti. La scelta dell’autore di intervallare la narrazione con l’inserimento di brevi statistiche relative alla realtà della violenza sulle donne in Svezia ha l’esplicito e preciso compito di ricordare al lettore che per quanto la storia sia un frutto dell’immaginazione, il problema cui fa riferimento è reale e molto più diffuso rispetto a quanto venga pubblicizzato. Non a caso, sono proprio il silenzio e l’isolamento che circondano le vittime a rivestire un ruolo fondamentale nel proliferare della violenza narrata nel romanzo. Tanto sul piano personale dei singoli protagonisti, quanto su quello famigliare o su quello sociale in senso lato, la violenza sulle donne è l’archetipo di una forma di sopraffazione che si nutre di prepotenza brutale come della muta complicità di chi fa finta di non vedere o di chi decide di non guardare. Un solido filo rosso lega il mondo della finanza nel quale quello che da molti viene considerato un criminale può agire indisturbato, e quello di una famiglia come i Vanger all’interno della quale si è consumata la sparizione di Harriet. E non si tratta della sola appartenenza di entrambi i nomi ai vertici più alti dell’economia svedese. Il silenzio dei giornalisti che, per ipocrisia o per tornaconto personale, si guardano bene dal ficcare il naso nell’universo industriale targato Wennerstrom trova il suo analogo nell’ostilità che un nutrito numero di esponenti della famiglia Vanger non lesina al giornalista di fronte alla sua sempre più cocciuta ostinazione nel voler portare avanti l’incarico che gli è stato affidato.

Inizialmente Mikael si scontra frontalmente con l’establishment del suo paese nel tentativo di portare alla luce il malaffare che si agita dietro la facciata di una rispettabile legalità, ed in modo simile dovrà fronteggiare aggressività e risentimento nel momento in cui comincerà a spingersi oltre l’immagine pubblica della famiglia Vanger, scoprendo la storia piena di cattiverie, meschinità, invidia, quando non anche crudeltà e malvagità, che si colloca alle spalle dell’altisonante cognome. E non priva di ulteriori analogie si muove la vicenda di Lisbeth, che si trova ad aver a che fare con un tutore legale maniaco senza poter contare sull’appoggio di alcuna istituzione (dai tribunali che l’hanno privata dell’autonomia alla polizia nei confronti della quale non nutre alcuna fiducia). Tra uomini che odiano i propri famigliari (e non solo) in virtù di adesioni ad ideologie violente e razziste, tutori legali che sfruttano la posizione che occupano per abusare delle persone di cui invece si dovrebbero prendere cura, giornalisti che si trasformano in cassa di risonanza al servizio di quegli stessi organi su cui dovrebbero indagare e che dovrebbero denunciare pubblicamente, Larsson non mira a criticare le istituzioni in quanto tali, ma sembra piuttosto deciso nel voler mostrare come queste possano essere utilizzate per nascondere i problemi anziché risolverli – come se l’esistenza stessa di istituzioni che dovrebbero garantire e tutelare i più deboli fosse sufficiente ad assicurarne l’effettivo buon funzionamento. Ma il potere di assolvere un determinato compito non implica in modo necessario che tale compito venga effettivamente assolto, o che al contrario non possa essere utilizzato per fare l’esatto opposto.

Con Uomini Che Odiano Le Donne, Larsson alza il sipario su una forma di ipocrisia che sembra attraversare in modo sotterraneo la società svedese ad ogni livello. Ed il successo editoriale che è riuscito ad ottenere in tutto il mondo testimonia di come non si tratti di una malattia che riguarda solo questo paese. Infatti anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una scatola cinese che rimanda a quella che la contiene: la società svedese non è altro che una scatola all’interno di quella occidentale in generale. Non si tratta di un atto di accusa nei confronti della società svedese in quanto tale, né di riflesso nei confronti di quelle occidentali in generale, quanto piuttosto di un tentativo di presa di coscienza della loro permeabilità. Perché non basta creare leggi ed apparati istituzionali per garantirne il funzionamento, e soprattutto per impedirne l’abuso e la loro corruzione. Soprattutto se si considera che il potere di nuocere impunemente da parte di un soggetto che si muove sulla base del riconoscimento ufficiale della sua autorità sulla vittima è tanto più terribile quanto maggiore è il potere di cui dispone (come, per esempio, di privarla della sua libertà). La vicenda di una Lisbeth in balia di un maniaco che a sua volta può contare sulla forza che gli deriva dalla sua posizione sociale, dalle leggi che regolamentano la sua autorità sulla vittima, e perfino dalla maggiore credibilità della sua parola in qualità di stimato avvocato rispetto a quello di una ragazza problematica giudicata incapace di autogestirsi, è l’ennesima riproposizione dell’antica questione sintetizzata da Giovenale con l’interrogativo a proposito di chi sorveglia i sorveglianti stessi. Perché non basta offrire diritti e garanzie ai cittadini per tutelarli, se prima di tutto non li si mette in condizione di proteggersi dai possibili abusi compiuti da chi può amministrarli godendo di un’autonomia che sconfina nell’arbitrarietà.

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