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Una Famiglia Tradizionale

Le innumerevoli discussioni sulla cosiddetta “ideologia gender“, nel loro costante ripetersi nella forma di uno scontro tra fazioni pro e contro, manifestano in modo esemplare la tendenza a parlare di qualcosa senza discuterne davvero. Cristallizzare lo scontro sulla questione dei soli nuclei famigliari omogenitoriali, e in particolare sulla possibilità che possano costituire un ambiente non adatto alla crescita di un bambino, è un modo per affrontare il tema della famiglia senza mai metterlo davvero in discussione. Un po’ come se parlando di temi riguardanti il mondo del calcio, e nel dettaglio delle esplosioni di violenza che possono fare da contorno a una partita, ci si limitasse a discutere di quale possa essere la squadra con la tifoseria migliore, quella con la quale sarebbe preferibile schierarsi. Ma in questa guerra di trincea combattuta sulla media distanza, coloro che sono a favore dell’omogenitorialità portano avanti questioni che riguardano anche i diritti umani, prima ancora che civili, delle persone con orientamenti sessuali diversi. Allo stesso tempo, sul fronte opposto, quelli che si esprimono in senso contrario dispongono sul terreno il loro arsenale a “difesa” dei valori tradizionali, affinché il loro insieme di credenze e valori non sia in alcun modo messo in discussione. (Un tipico esempio di petitio principii: la famiglia “moderna” non sarebbe accettabile proprio in virtù del suo non essere tradizionale, e allo stesso tempo quest’ultima sarebbe preferibile proprio per via del suo sottrarsi all’ideologia gender.)

Tutto questo funziona fino a quando si mantengono i concetti su un piano astratto, dove la famiglia è rappresentata come in una pubblicità o in una sit-com americana. Ma l’edificio inizia a mostrare le crepe quando si avvicina lo sguardo per mettere a fuoco i particolari, quando  si abbandonano le confortevoli superfici degli scontri tra branchi per immergersi a fondo nel tema della famiglia. In ciò che è e in ciò che rappresenta.  Come nel caso del romanzo Anatomia Della Ragazza Zoo di Tenera Valse. Infatti è proprio a partire dalla narrazione specifica di una singola vicenda che la scrittrice può affondare le sue parole nello spazio domestico come fossero affilati strumenti di freddo acciaio, simili a quelli che potrebbe utilizzare un’antropologa forense incaricata di sezionare e analizzare un ammasso di resti umani. E nel caso specifico, il corpo morto che giace sul tavolo, pronto per essere studiato e dissezionato, è quello di una giovane donna sulla cui pelle è incisa la storia di una famiglia, nata e cresciuta nel Sud Italia a cavallo tra gli anni ’70 e la fine del secondo millennio.

Gettando uno sguardo alle spalle delle peculiarità romanzesche che animano il racconto, il protagonista occulto che agisce sullo sfondo delle vicende narrate non è altro che una concretizzazione di quelle stesse strutture che regolano la vita e la cultura del paese in generale. Come i singoli individui sono ingranaggi del meccanismo famigliare che li ha prodotti, così a sua volta la famiglia non è altro che un pezzo dell’organismo sociale di cui è parte. Tanto che le relazioni che legano i soggetti che condividono lo spazio domestico e ne condizionano le esistenze si concretizzano in strutture di potere prima ancora che in legami affettivi. I codici che regolano il comportamento all’interno di una casa sono analoghe a quelle che è possibile rinvenire nel resto del quartiere, e queste a loro volta sono analoghe a quelle che derivano dal paese, quindi dalla regione, e infine dalla nazione stessa.

Le immagini tipiche dell’immaginario pubblicitario, come quelle della madre giovane e attraente che sorridente premia con dolci e altri cibi sfiziosi il figlio diligente che ha appena finito di fare i compiti, si dissolvono come un cartellone esposto per mesi al sole estivo e alle intemperie. Così come quelle del padre, anche lui giovane e attraente, che dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro torna a casa pieno di energie da spendere in gioiose attenzioni nei confronti della famiglia, che a sua volta lo attende in una sorta di oasi serena e imperturbabile. Si tratta di strumenti di marketing, il cui fine principale consiste nel vendere un prodotto, sia esso un particolare tipo di merendine, o un automobile, o altro ancora. E le cose non cambiano quando il prodotto da pubblicizzare è un sistema di valori. L’esistenza felice e armoniosa della famiglia sempre giovane e attraente viene presentata come minacciata da un male oscuro che diffonderebbe vizio, peccato e perversione: l’ideologia gender che come lo sporco più resistente deturpa la superficie smaltata e brillante dei valori della tradizione.

Ma la realtà raccontata dalla protagonista Alea è ben diversa da quella propagandata da un immaginario all’interno del quale perfino nelle case di campagna tutto è pulito e luminoso come in una reggia nobiliare. Piuttosto è quella della realtà di paese, dove la domenica mattina le famiglie mettono il vestito buono e vanno a messa con il solo scopo di esserci, e così evitare di diventare oggetto di maldicenze da parte di altri con cui loro stessi avevano spettegolato a proposito degli eventuali assenti. E’ il mondo dove un padre pretende che il figlio si adegui all’immagine imperante del maschio, affinché non sia giudicato come un “ricchione“, cioè come lui stesso giudica i figli di altri che non si comportano in linea con quanto lui si aspetta da un maschio. E’ il mondo dove un padre non permette alle figlie di uscire di casa da sole per evitare che il paese le etichetti come “puttane”, cioè proprio come lui giudica le figlie di genitori che concedono loro di uscire e divertirsi. E’ il mondo dove le cattiverie e le meschinità che ogni famiglia ammassa nei giardini dei vicini vanno a costruire muri insormontabili che imprigionano tutti. Dove perfino una donna che ottiene il risultato di partecipare a una missione spaziale a bordo di una stazione orbitante può essere giudicata come un esempio da non seguire per il solo fatto che dovrà stare a lungo lontana dal suo uomo.

Nel caso di Alea, il padre Renzo Pensi è un insegnante che sfoga le sue ambizioni intellettuali frustrate all’interno delle mura domestiche, dove nessuno può mettere in discussione il suo ruolo di maschio alfa, e dove può esercitare una forma di sorveglianza quasi totalitaria sulla moglie Rina, una devota casalinga sottomessa all’autorità del marito, e sulla prole: la primogenita Alea, Càmila e Danny. Determinato a preservare il suo ruolo di capo famiglia tradizionale contro i cambiamenti sociali che lo minacciano, il padre esercita un controllo asfissiante su tutti i membri della famiglia. Ma il suo potere non si fonda sull’ammirazione e il rispetto, bensì sulla viltà e la codardia. Renzo Pensi è il tipico individuo che, mellifluo e ossequioso di fronte all’autorità, pretende che la sua famiglia si comporti nello stesso modo nei suoi confronti. L’ordine che impone è lo stesso al quale si è sottomesso, e affermarlo nei termini di una necessità è l’unico modo per evitare di ammettere come non sia altro che il frutto di scelte personali.

E’ un quadro desolato di miserabile piccineria, quello all’interno del quale ogni membro finisce con occupare il posto al quale era destinato. Alea, la più ribelle dei tre, si allontana dalla casa paterna il giorno della vigilia di Natale e interrompe i contatti con tutti tranne che con la sorella Càmila che, essendo invece la più conciliante, è quella che più si avvicina al modello di madre-moglie. Ma se lo scopo dell’educazione imposta alle figlie e far sì che diventino angeli del focolare, docili come quella moglie sempre pronta a piegarsi a qualsiasi suo capriccio, nel caso del maschio le cose si complicano. Da un lato c’è il desiderio di renderlo simile all’uomo che millanta di essere, dall’altro c’è la paura che deriva dalla sottile consapevolezza che se dovesse diventarlo davvero potrebbe non tenergli più testa. Danny, pertanto, si trasferisce negli Stati Uniti, sottraendosi al controllo famigliare e preservando il padre dall’inevitabilità di uno scontro che prima o poi avrebbe visto quest’ultimo soccombere di fronte alla forza del maschio più giovane.

Il dominus Pensi lotta per tenere il suo mondo domestico separato da quello esterno, per evitare che tutto ciò che non è di suo gradimento non attraversi la soglia di casa. Anche per rendere più facile ricoprire quel ruolo che considera suo in virtù del suo essere uomo e padre in una realtà patriarcale. Ma le sue azioni sono vane perché la famiglia non può essere separata da quella società di cui è parte integrante. I cambiamenti culturali che cerca di tenere fuori dalla porta di casa rientrano, in modo più discreto, dalla proverbiale finestra. Le altisonanti dichiarazioni di scelte compiute per il bene della famiglia si rivelano essere nient’altro che scuse accampate per giustificare lo strenuo tentativo di preservare sé stessi. E’ una storia che non ha nulla di particolare, di eroico o romantico, e che proprio per questo trova la propria cifra stilistica nel dissolversi nella banalità quotidiana di un uomo che, in modo simile alla società di cui si considera parte, millanta di essere ciò che non è, e che alla prova dei fatti nemmeno accetterebbe di essere.

Il contrasto tra Alea e il padre di fatto si congela per anni nella non frequentazione reciproca. Nonostante l’apparente desiderio di staccare ogni contatto con la famiglia di provenienza, a distanza di anni Alea continua a derivare parte della sua identità dall’educazione paterna. Non solo in ragione di ciò che ha assimilato, ma anche di ciò che ha cercato di disimparare, non sempre riuscendoci. E una delle maschere che si trova calcata sul suo volto, e di cui non riesce a liberarsi, è quella di Nemesi di quel padre che occulta la sua natura violenta e reazionaria in una dimensione post-ideologica. Le velleità intellettuali e artistico-poetiche, camuffate dietro ridondanti sovrastrutture retoriche leziose e autoreferenziali, non sono altro che una cosmesi sul volto di un padre-padrone arrogante e prepotente, piccolo signore incontrastato del suo castello personale. Sono nozioni ingurgitate in un pasto immenso a base di parole consumate in fretta in virtù delle suggestioni che sembrano essere in grado di evocare, e poi scaricate in pozze informi di vomito spacciate per poesia.

Questa retorica, vuota e fine a sé stessa, non è altro che uno strumento per imbellettare l’ipocrisia.  Il dominus narcisista non esita di fronte alla possibilità di compiere dei crimini in nome del suo tornaconto personale, salvo poi rivolgersi all’autorità ed esigere il rispetto della legalità quando qualcosa trascende le sue possibilità di controllo. Così, la lotta contro i cambiamenti, una volta tolta la maschera della difesa dell’ordine e del bene, mostra le smorfie crudeli di un piccolo bullo che tormenta i più deboli per il proprio piacere, salvo poi chiedere aiuto e lamentarsi dell’ingiustizia quando la sua strada incrocia quella di qualcuno sul quale non riesce ad avere la meglio. E come lui, una società che ancora fatica ad accettare l’emancipazione femminile si rivela erede di quel mondo in cui non era inconsueto che un uomo potesse impartire la disciplina ai figli a suon di cinghiate, e in cui la moglie era tenuta a servirgli la cena in silenzio anche quando lui tornava a casa tardi, magari perché dopo il lavoro aveva fatto una deviazione per andare a fottere in un bordello.

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L’Inquisizione Nell’Era Delle Analisi Genetiche

Ci vuole coraggio e determinazione per prendere una decisione come quella della Cassazione: assolvere in via definitiva Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di complicità nell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Lo stesso coraggio che sarebbe stato richiesto per affrontare migliaia di persone radunate per ore davanti a un patibolo in un’assolata piazza estiva con l’annuncio che l’attesa esecuzione non avrebbe avuto luogo. Si può discutere a lungo su tutto ciò che può aver condotto a questa decisione, sull’andamento delle indagini e dei processi precedenti, come anche sulla condotta tenuta dalle forze dell’ordine e dagli organi inquirenti in generale. Ma se l’antica rappresentazione della Giustizia nella forma di una donna con gli occhi bendati ha un senso, questo non è solo nel fatto che i giudizi dovrebbero essere emessi senza tenere conto degli imputati (delle loro identità come dei pregiudizi che possono circondarli), ma anche in una valutazione dei fatti che non tenga conto delle pressioni dei media o delle aspettative delle piazze. Siano esse reali o, come accade oggi, anche virtuali. E con otto anni di campagne giornalistiche orientate spesso in direzione colpevolista, nessun giudice può ignorare che una simile decisione risulterà in larga parte impopolare.

Si tratta dello stesso contesto mediatico entro il quale la lettura delle memorie dell’imputata di Seattle apre le porte a un interrogativo che al momento appare destinato a rimanere senza risposta: come mai le parole della giovane statunitense non hanno ancora trovato un posto nelle librerie italiane? Infatti, a distanza di due anni dalla pubblicazione nella sua madrepatria, e pur essendo uno dei casi di cronaca che ha goduto della maggiore copertura mediatica nel corso dell’ultimo decennio, non esiste una traduzione e distribuzione italiana. Chiunque abbia intenzione di leggere anche la sua versione dei fatti non può fare altro che affidarsi alla conoscenza di qualche lingua straniera. Ci si può rivolgere alla pubblicazione originale nella lingua madre dell’autrice. Oppure a una versione francese – J’Aimerais Qu’on M’Entende - o a una tedesca – Zeit, Gehört Zu Werden - ma non a una nella lingua del paese dove la vicenda ha avuto luogo e dove ha goduto di un’ampia copertura mediatica. E’ chiaro che, a meno che non si voglia cedere di fronte al fascino di suggestioni complottiste, non appare possibile indicare un responsabile o delineare qualche piano oscuro. Tanto meno appare plausibile fare riferimento a una qualche volontà di proteggere il potere giudiziario da una voce che ne denuncia gli errori: sono stati pubblicati libri che puntano in questa direzione con maggiore decisione e ben più efficaci. (Ad esempio, il recente Io Non Avevo L’Avvocato dell’ex-direttore finanziario di Fastweb Mario Rossetti, o Cento Volte Ingiustizia, il libro che raccoglie cento casi di errori giudiziari tra il 1948 e il 1996.) Quindi, se un simile silenzio indica una carenza, questa sembra legarsi di più al mondo dell’editoria e dell’informazione italiana.

Appare ovvio che un libro non è in grado, da solo, di cambiare alcuna idea, soprattutto quando l’analisi dei fatti è già stata sostituita da tempo dalla tifoseria. Chi è convinto della colpevolezza leggerà ogni singola frase nei termini di un’odiosa menzogna, mentre chi sostiene il contrario troverà una conferma di quanto già pensava o sospettava. E per quanto alcuni media possano essersi spostati verso una posizione meno colpevolista negli ultimi tempi, la prima fase del caso, quella che ha fornito l’imprinting all’opinione pubblica, è stata tutta all’insegna della tesi accusatoria, nonostante i buchi e le illogicità all’interno di quest’ultima potessero risultare evidenti a chiunque avesse una seppur minima infarinatura scientifica o epistemologica. Proprio a partire da quello che è sempre stato uno dei concetti centrali all’interno dell’impianto accusatorio: la “ripulitura selettiva” della scena del crimine. In altre parole, il fatto che non ci fossero tracce sulla scena del crimine che non fossero quelle dell’ivoriano già condannato per il delitto sarebbe stato da ricondurre all’opera di pulizia (esclusiva delle loro tracce) effettuata da Sollecito e Knox, con lo scopo di incastrare il loro presunto complice. Per ovvie ragioni, considerando che a qualsiasi avanzato laboratorio di analisi del DNA sono necessari giorni (quando non settimane o mesi) per stabilire a quale profilo genetico siano riconducibili le singole tracce rinvenute su una scena, non esiste modo di capire come avrebbero fatto due ragazzi, nell’arco di poche ore e in contesto disordinato, a individuare e ripulire tutte e solo le loro tracce, lasciando quello di un terzo soggetto.

Si tratta di una tesi, questa, che al di là delle evidenti lacune scientifiche conduce, all’interno dell’insieme dello stesso impianto accusatorio, ad una irrisolvibile contraddizione in termini. Anche ammettendo per assurdo che un simile proposito possa essere messo in atto secondo modalità non meglio definite, ciò non farebbe altro che confermare la tesi secondo cui i due avrebbero tramato ai danni dell’ivoriano. Un aspetto, questo, che però entra in conflitto diretto con l’accusa di aver accusato Lumumba con lo scopo di proteggere il loro presunto complice. Infatti, se i due fossero davvero riusciti a cancellare le loro tracce dalla scena e organizzarla in modo tale da incastrare una terza persona, perché Knox avrebbe dovuto puntare il dito contro una quarta nella consapevolezza che le prove l’avrebbero presto smentita? Oppure, al contrario, se le accuse rivolte a Lumumba avevano davvero lo scopo di proteggere il complice poi condannato, perché non pulire tutto a fondo, anziché lasciare in modo “selettivo” le sue tracce sulla scena affinché potessero essere ritrovate? (Tutto questo a prescindere dal singolare fatto per cui, pur essendo la giovane già sotto sorveglianza e intercettazione, non esistono riprese o registrazioni del suo interrogatorio in questura, quello conclusosi con le accuse nei confronti di Lumumba.)

E’ una questione di logica elementare: se B≠C, non è possibile che A=B e A=C siano entrambe vere. Ma nei salotti televisivi, l’analisi non viene condotta sulla base di fatti, scienza e logica. Sedicenti esperti tracciano fantasiosi profili psicologici senza aver mai incontrato un soggetto, senza aver mai scambiato una parola con lui, e magari senza aver prestato alcuna attenzione alle sue affermazioni. Basta uno scatto fotografico fuori contesto o, ancora meglio, un elemento pruriginoso per scatenare la fantasia dei presenti in studio. Il fermo immagine di un mezzo sorriso in un aula di tribunale rivolto ai genitori diventa un’ammissione di colpa di chi pensa di poter manipolare chiunque, un vibratore come quello apparso in una puntata di Sex & The City e ricevuto in regalo per scherzo diventa l’indicatore di una sessualità lasciva e incontenibile, un paio di mutandine comprate per avere un cambio di biancheria (data l’inaccessibilità della propria in quanto chiusa nella casa che contiene la scena del crimine) diventa una manifestazione di cinica indifferenza. In generale, la narrazione di una storia diventa prioritaria rispetto all’analisi dei fatti, soprattutto in un campo come quello dell’informazione che, al di là di qualsiasi retorica autoreferenziale a base di presunti doveri nei confronti del pubblico, non si sottrae alle leggi del mercato e del profitto.

Non è necessario scomodare Debord e la sua definizione di spettacolo come accumulo di capitale che diventa immagine, né McLuhan che sfata il mito della neutralità del mezzo rispetto al messaggio che veicola, e nemmeno Baudrillard che affronta il tema di come i media non si limitino a catturare la realtà ma abbiano un ruolo attiva nella sua costruzione e metamorfosi. Basta un’analisi in termini di entrate e uscite per vedere come le notizie siano merci che offrono possibilità di guadagno, e quelle che raccontano eventi straordinari offrono occasioni di profitto superiori a quelle riconducibili alla media. La storia dell’irruzione in una casa da parte di un soggetto con dei precedenti per furto avrebbe potuto al più cavalcare qualche giorno di indignazione, soprattutto se legata al fatto che era già stato fermato dalle forze dell’ordine pochi giorni prima della notte dell’omicidio. Ma di sicuro non avrebbe offerto tanto materiale quanto lo scenario che è stato a lungo cavalcato: quello di un presunto attacco a sfondo sessuale compiuto da tre persone diverse e terminato con un omicidio guidato da una coinquilina della stessa vittima.

Accade quindi che, nel momento in cui un soggetto decide di prendere la parola e parlare per sé, magari attraverso le pagine di un libro come in questo caso, di fatto sottrae risorse al core business dell’industria dell’informazione. E allo stesso tempo, a prescindere da qualsiasi valutazione su verità e attendibilità, sottrae sé stesso alle manovre giornalistiche che competono (anche tra loro stesse) per mantenere un controllo sui tempi, le modalità e i contenuti della storia che viene divulgata. Di fronte a un’opinione pubblica che in larga parte la considera colpevole, ci sono validi motivi per ritenere che, sulle pagine di un giornale o all’interno di uno studio televisivo, quel desiderio di essere ascoltata esplicitato attraverso lo stesso titolo del libro avrebbe potuto essere sfruttato per alimentare ancora una volta il fuoco di qualche sceneggiatura torbida e pruriginosa. In assenza di una precisa ed evidente inversione di rotta, non si vede per quale motivo una persona dovrebbe pensare che le sue parole non saranno ancora una volta travisate o utilizzate contro di lei, soprattutto dopo aver passato anni in carcere ad ascoltare perfetti sconosciuti che trasformavano tratti generici della sua persona, a volte comuni a moltitudini di coetanei, in elementi morbosi e contorti, come nel caso di un soprannome nato tra ragazzine su un campo di calcio (“foxy knoxy”) che diventa il marchio di una doppiezza luciferina, .

A differenza delle interviste giornalistiche, su carta come in video, i libri si sottraggono a questo gioco. Chi legge può anche non essere convinto o d’accordo, del tutto o in parte, ma in ogni caso non è possibile negare come siano proprio espressione di ciò che l’autore aveva intenzione di comunicare, senza deformazioni editoriali o spericolate interpretazioni di tuttologi televisivi. Così, quando non ci si può confrontare con quello che l’autore dice, l’attacco si sposta sul piano personale, secondo le modalità dettate dalla più triviale argomentazione ad hominem. Da quando le memorie di Amanda Knox hanno visto la luce, i media italiani si sono soffermati di rado sul contenuto, ma non hanno mai mancato di sottolineare i milioni che l’operazione le avrebbero fruttato, come se questa fosse una cosa vile e spregevole. E soprattutto, come se non fosse ciò che loro stessi hanno fatto per anni, strillando titoli a effetto come “svolta nelle indagini” o “alibi smentito” per vendere più copie di giornali, o magari annunciando il lancio di un servizio con “contenuti esclusivi sul caso dell’omicidio di Meredith Kercher… subito dopo la pubblicità”.

Tutto questo non offre una risposta all’interrogativo su come mai non ci sia una traduzione italiana del libro. Al massimo offre un punto di vista su quanto il panorama dell’informazione (italiana, in questo specifico caso) possa rivelarsi un territorio ostile a una simile pubblicazione: un lungo scritto che ribatte punto per punto a tutto ciò che per anni psicologi e criminologi, giornalisti e altri esperti hanno affermato in talk show, interviste e articoli senza alcun contraddittorio che non fosse quello compiacente e ovattato tra colleghi. Ma allo stesso tempo, di riflesso,  accende una luce in direzione dell’opinione pubblica, quella che si indigna sui social network come quella che aspetta fuori dalle aule di tribunale per strillare “vergogna”. Ragionando nei termini essenziali di possibilità di guadagno, il fatto che un eventuale editore possa considerare un possibile investimento in perdita la distribuzione di un libro come questo si collega a una valutazione di quali potrebbero essere i reali interessi del target a cui sarebbe indirizzato. Soprattutto se si considera che l’interesse del pubblico sembra nascere solo dal desiderio di sentire declamazioni di sentenze di condanna, e non da una curiosità che possa spingere ad ascoltare tutte le versioni per poi confrontarle. In fondo non si tratta di un fenomeno recente: mentre trascinava al rogo la donna accusata di stregoneria, anche la folla che urlava il nome della vittima invocava la giustizia. Anche se in realtà fremeva di eccitazione all’idea della carne che di lì a poco si sarebbe contorta bruciando tra le fiamme.

Perché quando si abbandona il principio classico che raccomandava di esprimersi a favore dell’accusato ogni volta che non ci fosse certezza assoluta della sua colpevolezza (in dubio pro reo), quando si stampano sentenze di condanna a caratteri cubitali alle prime avvisaglie di sospetto, o quando si abbracciano senza alcuna esitazione le posizioni dell’accusa, si abbandona il territorio del diritto per entrare di fatto in quello del giustizialismo Inquisitorio.

 

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Jay McInerney – Le Mille Luci Di New York

Se ancora oggi c’è chi veste Jay McInerney con gli abiti tipici della cultura yuppie, il motivo è da ricercare proprio nelle pagine di Le Mille Luci Di New York, nel loro raccontare la vita della Grande Mela degli anni ’80, tra locali notturni alla moda, ambizioni sociali e piste di cocaina. Il protagonista è un giovane aspirante scrittore che lavora in un popolare settimanale e che ha sposato una donna bellissima. Era convinto di vivere la vita che aveva sempre desiderato, tra la possibilità più vicina che mai di realizzare le sue aspirazioni letterarie e il legame con una donna che si sta affermando come modella, anche grazie al suo aiuto. Ma quando Amanda lo chiama dalla Francia, dove si era recata per una sfilata, per comunicargli l’intenzione di non tornare più da lui, la sua esistenza si rivela in tutta la sua fragilità, cadendo in frantumi un pezzo dopo l’altro. Il suo comportamento mostra i chiari sintomi di un disturbo depressivo. Arriva tardi sul lavoro, non presta attenzione a quello che fa e tanto meno sembra interessato a fare in modo di non perderlo. Nel tempo libero, poi, passa le notti insieme al suo amico Tad Allagash vagando da un club all’altro, tra alcolici consumati ai banconi dei bar, chiacchiere distratte con vaghi conoscenti e sniffate nei gabinetti.

Dello yuppismo degli anni ’80 ci sono i luoghi e alcune consuetudini, ma perlopiù si tratta di elementi contestuali che servono a costruire l’ambientazione ideale di una storia che in cui il vero protagonista si rivela essere l’autoinganno. Come i fari che illuminano la scena sul palco gettando nell’ombra tutto il resto della sala, le luci splendenti della grande città sono lo strumento ideale per distogliere lo sguardo da tutto ciò che si vuole mantenere in un angolo buio. Al di là di ciò che dice e fa, il protagonista si muove nello spazio che separa illusioni e delusioni, illuminando le prime per occultare le seconde, e droga e alcolici non sono altro che gli strumenti che utilizza per non abbandonare la sua comfort zone. Nonostante la sua attenzione sia focalizzata sull’abbandono da parte della moglie, questo non è molto di più di un accelerante, un elemento che ha innescato la reazione tra diversi elementi della sua vita fino a rendere irreversibile il processo di combustione che li divora. E l’assunzione di sostanze che anestetizzano la sua lucidità è un modo per fuggire da quello che la sua esistenza non è, ancora prima che da ciò che è. Vorrebbe essere uno scrittore e lavorare nel reparto Narrativa del giornale in cui è impiegato, ma in realtà il suo unico compito consiste nel verificare la correttezza degli articoli scritti da altri, attenendosi in modo rigido alle direttive che gli sono state comunicate, e se necessario intervenendo affinché possano essere pubblicati senza errori. Non solo non ha modo di scrivere ciò che desidera, ma si trova ogni giorno a dover impiegare la massima scrupolosità per evitare di essere chiamato a rispondere delle imprecisioni altrui.

In altre parole, quello stesso lavoro che all’inizio aveva fatto sì che potesse mostrarsi orgoglioso agli occhi di parenti e amici si rivela essere niente più di un surrogato di quello che avrebbe voluto. Qualcosa di analogo al rapporto che lo lega alla moglie. Abbandonato senza una spiegazione, racconta a sé stesso che Amanda non è più la donna che aveva sposato, che la vita di città e il mondo della moda l’hanno allontanata da lui. Ma questa è una menzogna che ripete a sé stesso per rimandare il momento in cui dovrà fare i conti con una verità ben diversa, e cioè che la donna che credeva di aver sposato non era quella che lui aveva desiderato credere che fosse. Infatti è solo grazie ai cocktail a base di vodka e cocaina se il sempre più traballante castello di bugie che lui stesso ha costruito riesce ancora a rimanere in piedi. Ma ogni volta che la sua coscienza ritrova qualche brandello di lucidità non riesce a evitare il confronto con le sempre più ingombranti evidenze che la sua vita non è nulla più di una messinscena di cui lui stesso è l’autore, tanto da costringerlo a rendersi conto che anche la stessa Amanda non era altro che una sua invenzione. Una presa di coscienza che va di pari passo con il riaffiorare di un dolore che aveva sepolto e col quale aveva sempre evitato di confrontarsi, quello per la morte della madre avvenuta un anno prima.

Prototipo della moderna metropoli, la New York di McInerney svolge un ruolo in parte analogo alla Los Angeles di Bret Easton Ellis. E’ un deserto di luce e cemento inondato da un mare di sconosciuti tra cui svanire. La grande città è il luogo dove è semplice scomparire, dove non bisogna fare particolari sforzi per “Sparire Qui” – per riprendere l’espressione che il protagonista di Meno Di Zero vede su un cartellone pubblicitario e della quale non riesce a liberarsi. Ma è anche uno spazio dove è difficile dimenticare. L’assenza della moglie non risuona solo tra le stanze vuote della casa che ha abbandonato, nei tanti oggetti incatenati a frammenti della vita di coppia, ma anche nelle strade del quartiere che avevano scelto per vivere insieme, nei suoi negozi come nei suoi locali. La pluralità di luoghi diversi moltiplica il numero di ricordi di cui ognuno di essi è impregnato, e il protagonista incapace di passare oltre e andare avanti si trasforma in una sorta di cacciatore di fantasmi. Lo spettro della moglie può affacciarsi in qualsiasi momento, come quando lo fissa immobile dalla vetrina di un negozio, dalle forme di un manichino creato sulla sua figura. Ma quando si trova davanti a lei in carne e ossa, dopo mesi di lontananza, fatica a riconoscerla. La distanza che separa i contorni sfumati di Amanda in persona dalle linee decise che profilano i suoi fantasmi, quelli che assediano le sue memorie, è una degli indicatori di quanto il suo desiderare sia ripiegato su sé stesso. Ostinato, continua a cercare una via d’uscita attraverso un’apertura che lui stesso ha disegnato in trompe l’oeil, e nel frattempo incolpa gli altri delle sue mancanze: la moglie che non gli ha spiegato il motivo dell’abbandono, la capo ufficio da cui si sente perseguitato, il reparto narrativa del giornale perché non gli rispedisce indietro i suoi racconti rifiutandosi di pubblicarli.

Quando poi scende la sera e torna a casa da lavoro, prende una pausa dalla sua caccia ai responsabili delle sue sventure. Tira fuori dall’armadio la macchina da scrivere e prova a dare una forma a quella storia che da tempo sente bollire e agitarsi nella sua testa come un brodo primordiale. Nonostante le aspirazioni che ama cullare, si rende conto che scrivere non era la sua prima opzione perché aveva voglia di uscire, anche se non sapeva dove andare. Ma tutto quello che riesce a tirare fuori sono maldestri tentativi con cui cerca di puntellare le storie che si racconta quando si guarda allo specchio. Attraverso la scrittura cerca di ripercorrere il suo passato, recuperando ricordi a lungo messi da parte e trasformandoli in quelli che avrebbe voluto aver vissuto. Pensa che su quel foglio bianco potrebbero prendere forma le parole non dette e le esperienze non vissute. I ricordi che continuano a riaffiorare nei suoi pensieri potrebbero trasformarsi e combinarsi in una storia diversa, una nella quale perfino il suo abbandono assumerebbe una qualche coerenza con le piccole leggi del suo mondo privato. Ma questi tentativi finiscono stracciati nel cestino uno dopo l’altro, fino a quando il suo sguardo non si posa sull’errore di battitura compiuto dalle sue dita. Scopre di aver scritto “Amanda morta” al posto di “Amanda cara” (*), l’inizio di una lettera in cui non sa cosa scrivere, e che se anche riuscisse a terminare non saprebbe dove spedire. Ancora una volta, i desideri dell’aspirante scrittore si infrangono contro la superficie dura del foglio incastrato nella macchina da scrivere, e quel passato al quale vorrebbe donare una nuova vita naufraga nell’involontarietà di un incipit storpio che grida verità che ancora non si è deciso ad affrontare.

(*) In originale, si trattava di un errore costruito sull’assonanza tra “dear” e “dead” che nella versione italiana è stato resto con la coppia “cara”/”bara”.

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Stephen King – Mr. Mercedes

E’ mattino presto, ma davanti all’entrata della Prima Fiera Annuale del Lavoro c’è già una folla di persone in coda. Alla ricerca di un impiego, molti dei presenti hanno trascorso la notte all’aperto per occupare i primi posti, nella speranza che questo possa contribuire a incrementare le loro opportunità. Ma quella che per molti avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di miglioramento si trasforma in una tragedia mortale. La cittadina non si è ancora svegliata del tutto quando una Mercedes si lancia sulla folla intorpidita dai postumi di un riposo notturno umido e scomodo. Otto persone perdono la vita e molte altre rimangono ferite ad opera di un misterioso assassino alla guida del mezzo con indosso una maschera da clown. Partono subito le ricerche del colpevole, ma l’unica cosa che la polizia riesce a trovare è la macchina che è stata impiegata per compiere il crimine: una Mercedes SL500 di proprietà della vedova Olivia Trelawney. All’interno del mezzo c’è la maschera indossata dall’omicida, ma è stata ripulita con la candeggina e non presenta tracce che possano far risalire all’identità di quello che viene ribattezzato Mr. Mercedes. In assenza di elementi concreti, i detective responsabili del caso concentrano le proprie attenzioni proprio sulla proprietaria del mezzo. Dato che la macchina era stata trovata chiusa e senza segni di scasso, la polizia sostiene che la proprietaria l’avesse lasciata aperta e con le chiavi inserite. La donna nega con fermezza, non mostra alcun dubbio in merito ad una sua possibile dimenticanza. Ma quando arriva la notizia del suo suicidio, i detective pensano di aver trovato una conferma ai loro sospetti. E con la morte della donna, anche la loro indagine va a finire in un vicolo cieco.

Circa un anno dopo, Bill Hodges, uno dei due detective responsabili del caso, è in pensione e passa le giornate a ingrassare davanti al televisore. Il divorzio con la moglie risale a molti anni prima, e sebbene sia rimasto in contatto con la figlia, non la vede di persona da un paio d’anni. Ogni giorno, davanti ai suoi occhi si susseguono le immagini di programmi come Judge Judy e The Jerry Springer Show, mentre vicino a sé tiene la pistola appartenuta al padre e accarezza l’idea del suicidio. Questa triste routine viene interrotta solo nel momento in cui riceve una lettera dal responsabile della strage, che lo esorta a smetterla di esitare e a farla finita una volta per tutte. Tuttavia, non solo questo non ottiene il risultato desiderato, ma al contrario offre all’ex-detective un motivo per accantonare i suoi propositi suicidi. Inizia così una sfida a due in cui i partecipanti si danno la caccia a vicenda. Le premesse sono quelle di una classica crime story, ma nel giro di poche pagine l’identità dell’assassino viene svelata e l’attenzione dell’autore si focalizza sulla partita a scacchi giocata a distanza tra due personaggi che esibiscono più punti in comune di quanti sarebbero disposti ad ammettere. Brady Hartsfield, la nemesi dell’ex-detective ora sovrappeso, è un giovane che vive con la madre e lavora sia come tecnico in una catena di elettronica che come “omino dei gelati” in giro su un camper. Si tratta di due lavori diversi che però hanno un aspetto in comune: gli permettono di passare inosservato mentre va in giro e medita come mettere in atto le sue fantasie di morte. Su un piano astratto, quello tra i due uomini è uno scontro tra il Bene e il Male. Ma quando si scende nel concreto, appare chiaro che la forza che si erge contro un Male freddo e determinato è molto meno nobile di quanto ami pensare. A partire dal fatto che il suo rappresentante è in pensione, e come ex-poliziotto sa molto bene che non solo qualsiasi sua indagine è priva di autorizzazioni, ma è anche illegale.

Entrambi i personaggi si muovono in contesti familiari difficili che ne hanno minato l’equilibrio psicologico. Separato dalla moglie e distante dalla figlia, con un passato da alcolista e orfano di quella che è stata la sua unica occupazione per decenni, Bill divide la sua abitazione con un televisore e cibi precotti. Brady invece è orfano di padre e vive con la madre alcolizzata, alla quale è legato dal ricordo della complicità nella morte del fratellino e verso la quale nutre pulsioni incestuose alimentate dall’intimità fisica che la donna gli concede. Brady è un sociopatico da manuale con pulsioni omicide, mentre Bill è un sessantaduenne depresso alla disperata ricerca di qualcosa che dia un senso alle sue giornate. E nel momento in cui trova questo qualcosa, non solo l’ex-poliziotto non si fa scrupoli a nascondere i dati in suo possesso agli agenti che si occupano dell’indagine (uno dei quali è anche un amico, oltre che il suo ex-collega), ma non esita nemmeno a coinvolgere le persone che gli capitano attorno: il diciassettenne di colore che cura il prato di casa sua e che lo aiuta con l’uso del computer, la sorella della defunta proprietaria della Mercedes (con la quale va a letto a dispetto di qualsiasi distacco investigativo), e anche la cugina di questa con il suo bagaglio di disturbi psichici. Ripete a sé stesso che era bravo nel suo lavoro, ma allo stesso tempo si rende conto che se l’assassino è ancora in libertà è anche colpa dell’approssimazione con cui aveva condotto le indagini ufficiali insieme al suo collega. Guidati da pregiudizi e antipatie personali, avevano indirizzato tutti loro sforzi in direzione della proprietaria della Mercedes, tormentandola nella convinzione che non stesse collaborando alla ricerca del colpevole. E anche adesso, nonostante il contatto diretto da parte del maniaco, la sua azione investigativa si rivela essere non meno approssimativa. Dopo aver stilato un generico profilo psicologico della sua controparte, Bill decide di rispondere all’omicida provocandolo fino a farlo infuriare. In altre parole, la strategia investigativa che il detective in pensione mette in atto consiste nello stuzzicare lo psicopatico che l’ha contattato al fine di stanarlo. Incurante delle conseguenze, mette a rischio l’incolumità di molte persone che potrebbero diventare nuove vittime della furia omicida del maniaco. E che in qualche caso lo diventano.

Ancora una volta, nell’universo di King non c’è spazio per un bene solido e compatto come il male al quale si vorrebbe contrapporre. L’odio per il prossimo da parte di Brady è lucido e razionale, ma non lo è altrettanto la volontà dell’ex-detective di fermare il criminale. Guidati dal desiderio di chiudere al più presto il caso, Hodges e il suo collega si rivelano essere più legati alla loro idea di come debbano essere andate le cose, che non impegnati in una seria indagine. Nonostante l’accurata pianificazione, Brady stesso non credeva che sarebbe riuscita a farla franca. Infatti la maggior parte degli indizi che ne avrebbero permesso la cattura erano già presenti al momento della strage davanti alla fiera. E con il suicidio della proprietaria della Mercedes sarebbe stato possibile raccogliere gli elementi necessari a chiudere il cerchio. Invece proprio la scelta di seguire i loro pregiudizi e la storia che avevano costruito sulla base di questi ha consentito al maniaco di continuare ad agire indisturbato. E in fin dei conti, le provocazioni e le sfide che Hodges invia al suo avversario non hanno alcuna particolare utilità ai fini delle indagini, né sembrano essere guidate da un piano ben studiato: spingere un criminale ad agire non significa anche costringerlo a scoprirsi, o comunque a commettere più errori di quanti possa aver commesso in passato.

Con Mr. Mercedes Stephen King ripercorre le strade de La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe. Come il prefetto G. che perquisisce la casa del ministro alla ricerca della lettera compromettente, Hodges ha avuto per molto tempo l’assassino davanti agli occhi. In qualche caso gli ha anche parlato e in qualche altro gli era stato indicato il suo comportamento anomalo. Ma privo di un Dupin a fianco, liquida gli avvertimenti come frutti di paranoia e persevera nei propri errori fino a quando le evidenze non lo costringono a rivedere le proprie posizioni. E’ la storia di una giustizia lontana dalle indagini razionali a base di prove e analisi in stile Bones o CSI. Piuttosto è il ritratto delle indagini compiute immaginando come avrebbero dovuto svolgersi gli eventi per poi cercare gli elementi che serviranno a confermare la costruzione. Motivo per cui il suicidio di Olivia Trelawney non racconta solo la storia di un omicida senza scrupoli che l’ha sfruttata per compiere un massacro, ma è anche e soprattutto la fotografia di indagini condotte con lo scopo di incriminare chi viene creduto in qualche modo colpevole, anche solo per pregiudizio o antipatia. Quindi la caccia a Mr. Mercedes non può perciò prescindere dal restituire un po’ di giustizia, per quanto tardiva, alla proprietaria della SL500. Perché ciò che separa l’assassino dai detective che gli danno la caccia non è solo il ruolo ricoperto nella storia, ma anche il diverso grado di consapevolezza: a differenza di Brady, che sa di essere crudele e trae piacere nell’agire di conseguenza, Hodges e il suo collega contribuiscono alla demolizione psichica della donna innocente raccontando a loro stessi di stare agendo a fin di bene.

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Asa Akira – Insatiable: Porn – A Love Story

In occasione del pay per view Royal Rumble tenutosi nei primi mesi del 1999, in piena Attitude Era, l’incontro per il titolo di campione della WWE vede Mankind faccia a faccia con The Rock. Per l’occasione viene stipulato un I Quit Match, uno scontro nel quale non esiste squalifica o conteggio fuori dal ring. I wrestler possono combattere ovunque, anche nel backstage o fuori dall’arena, e possono usare qualsiasi oggetto a disposizione per colpire l’avversario. L’incontro finisce solo nel momento in cui uno dei due si arrende e pronuncia due fatidiche parole: “I Quit”. Mick Foley, nei panni di Mankind, arriva all’appuntamento con la cintura di campione, ma alla fine è The Rock a portare con sé il prezioso trofeo, al termine di uno degli spettacoli più violenti e memorabili della storia della federazione. L’incontro inizia e procede in modo piuttosto equilibrato, con impatti duri contro oggetti e superfici di ogni tipo da parte di entrambi i partecipanti. Ma il punto di svolta si ha nel momento in cui lo sfidante riesce ad ammanettare il campione e utilizza una sedia come corpo contundente. Con le mani immobilizzate dietro la schiena, Mankind viene colpito una decina di volte alla testa. Ogni volta che la sedia impatta con il cranio di Mick Foley, il suono che rimbomba è brutale. Ed è così intenso da costringere la moglie sconvolta a lasciare il suo posto tra il pubblico prima della fine dello spettacolo, portando via con sé i figli in lacrime. L’idea alla base dell’incontro era quella di far sì che The Rock potesse apparire come la stella più forte della WWE, e in questo caso la strada passava attraverso la costrizione alla resa di un personaggio che fino a quel momento si era distinto per essere uno dei più coriacei mai visti, capace di sopportare livelli di dolore quasi insostenibili. Una volta giunto nello spogliatoio e tolta la maschera per ricevere le cure mediche, sulla testa di Mick Foley fanno bella mostra un lungo taglio e numerosi ematomi, e al momento di lasciare l’arena sfoggia una pesante fasciatura che indica la realtà della ferita.

E’ noto come il wrestling sia una forma di finzione in cui la maggior parte delle volte i lottatori fanno finta di subire danni a causa di colpi che non fanno male. Quello che è meno noto è che al suo interno si trova anche un’altra forma di finzione: quella per cui i wrestler fingono di non essersi fatti niente anche quando sono in preda al dolore in seguito ad impatti molto violenti. E sono questi i momenti in cui il wrestling si allontana dalla messinscena teatrale per avvicinarsi ai territori della pornografia: quando i lottatori fingono di fare proprio ciò che stanno facendo in realtà. Come su un set pornografico gli attori fanno sesso nel contesto di una messinscena, così non è raro che i wrestler si colpiscano davvero affinché lo spettacolo possa risultare realistico. E come all’interno di un ring l’obiettivo del wrestler non è far male all’avversario ma intrattenere il pubblico, così su un set pornografico l’obiettivo degli attori non è soddisfare il proprio piacere o quello dei partner, ma esibirsi in una performance di natura sessuale. Questo è il motivo principale per cui un amplesso su un set si presenta come qualcosa di ben diverso rispetto alla prostituzione, e confondere le due cose equivale a pensare che non ci siano differenze tra un incontro di wrestling e una rissa per strada. O magari credere che la vita delle prostitute sia come quella delle pornostar. Che come queste, anche le donne di strada possano selezionare i clienti o abbiano rapporti solo con persone che si sottopongono a controlli medici specifici almeno una volta al mese.

E quando ci si imbatte in testimonianze come l’autobiografia di Asa Akira, tutte queste differenze diventano lampanti. Nata negli Stati Uniti da genitori giapponesi e vissuta perlopiù in condizioni di agiatezza, poco dopo il raggiungimento della maggiore età comincia a cercare l’indipendenza economica non mostrando particolari esitazioni davanti alla possibilità di utilizzare il proprio corpo in chiave sessuale. Ma è l’incontro con Gina Lynn e l’ingresso nel mondo del porno a segnare il punto di svolta definitivo nel corso della sua vita. Il racconto della sua vita nel mondo a luci rosse diventa così anche una storia d’amore. E non solo perché è proprio sul set di una scena pornografica che ha avuto modo di incontrare per la prima volta Toni Ribas, il collega attore di cui era un’ammiratrice ancora prima di conoscerlo di persona e che in seguito è diventato suo marito. Ma soprattutto perché è la storia di una passione che l’ha portata a collezionare decine di award nell’ambito del cinema per adulti nell’arco di pochi anni. E dato l’intenso intreccio tra finzione e realtà sul set, è proprio grazie al racconto autobiografico che la sfera pubblica si ridimensiona restituendo l’immagine di una persona che cerca di affermarsi, in modo del tutto lecito e legale, facendo qualcosa che la appassiona e la appaga. E che nonostante tutta la retorica che accompagna gli inviti rivolti alle persone a realizzarsi perseguendo le proprie aspirazioni, non può fare a meno di ritrovarsi marchiata da un punto di vista morale.

 La vita della protagonista non è certo quella di una principessa in un castello dorato, ma tra serate a base di clisteri in preparazione dell’indomani sul set e la struggente rinuncia ad abbuffate a base di pizza per mantenere il fisico in forma, la voce che si racconta oscilla spesso tra l’autoironico e il divertito. Quello che però traspare tra le righe è l’isolamento di un mondo in larga parte chiuso in se stesso. L’industria pornografica fattura miliardi ogni anno, i siti internet vietati ai minori contano milioni di visitatori ogni giorno, eppure nel villaggio globale le attrici che si dedicano a questa attività vengono spesso vilipese e stigmatizzate. E sullo sfondo si agita una forma tutt’altro che strisciante di maschilismo: mentre gli attori come Ron Jeremy diventano icone pop, le attrici continuano ad essere etichettate come puttane. E come tali vengono trattate. Non a caso, Asa Akira racconta come l’episodio in cui più si è sentita umiliata non è stato su un set, ma in una sala d’attesa di un aeroporto: uno sconosciuto che l’aveva riconosciuta le si avvicina alle spalle e le strizza il seno. Forse pensava che una donna che ha partecipato a delle gang bang davanti ad una videocamera non se ne sarebbe neanche accorta, o forse non pensava ad altro che a soddisfare una propria voglia. Rimane il fatto che un episodio come questo è emblematico di come le società in cui viviamo non esitino ad applicare i proverbiali due pesi e due misure pur di non mettere in discussione le proprie ipocrisie. In TV i talk show sono pieni di persone che parlano di qualsiasi cosa, che siano note per essere competenti nella materia di cui stanno discutendo o meno. Ad esempio, le pagine delle riviste sono piene di musicisti che parlano di politica, costume e società, e (come è giusto che sia) nessuno si interroga se oltre ad aver imparato a cantare o a suonare abbiano anche approfondito le materie di cui stanno discutendo. Ma quando si arriva alle attrici porno, come eserciti di comari che nella piazza del paese puntano il dito contro la svergognata che ci sta con tutti, il tutto si riduce a carne nuda da palpeggiare e orifizi da riempire. Come se l’esistenza di queste persone si riducesse solo a penetrazioni ed orgasmi. Salvo poi scoprire che performer come Stoya si raccontano attraverso articoli lucidi ed articolati. A differenza della maggioranza dei detrattori che di rado riescono ad articolare poco più che insulti e grugniti sparsi in un paio di righe farcite di errori grammaticali.

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Lydia Cacho – Schiave Del Potere

Ci sono libri che dovrebbero essere letti per rimettere ordine nelle scale di valori. Per mantenere (o ripristinare, se necessario) gerarchie e priorità. Possono essere come gli schiaffi che vengono dati ai pazienti sotto anestesia per risvegliarli dopo un’operazione chirurgica. E questo è uno di quelli. Lo squarcio che apre sul mondo femminile è ben diverso da quello delle polemiche sull’impiego dei corpi delle donne nei media. La realtà su cui Lydia Cacho punta il suo sguardo, a rischio della sua stessa incolumità, è molto distante dai riflettori del cinema, della televisione, dei rotocalchi. E’ qualcosa che si considera appartenente al passato, relegato in tempi e luoghi lontani, ed invece è vivo e presente: la schiavitù. E’ un mondo fatto di silenzi, ombre e violenza. Dove non ci sono veline che si esibiscono in vestiti succinti, ballando sotto le luci di uno studio televisivo al ritmo di qualche successo musicale. Non ci sono soubrette dalle forme procaci che giocano a flirtare col pubblico in trasmissioni nazional popolari. E non ci sono personaggi che ottengono soldi e fama in proporzione ai centimetri di pelle mostrati su calendari o su riviste per uomini. La realtà raccontata dalla giornalista messicana è anonima, scura e desolata. E’ il mondo dello sfruttamento delle donne e delle bambine, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi per soddisfare i piaceri – quando non le violente fantasie – di chiunque possa (e voglia) permetterselo.

La doppia morale e l’ipocrisia generalizzata sono alcuni degli elementi principali che alimentano la tratta di vittime di sfruttamento. Anche nei paesi occidentali più moderni e impegnati, almeno in pubblico, nella lotta a favore dei diritti umani. Perché nei paesi diventati famosi per essere mete di turismo sessuale, l’offerta non è rivolta solo ai locali, ma soprattutto ai ricchi stranieri che vanno a fare quanto non potrebbero nei loro paesi di provenienza: gli statunitensi come i canadesi, gli italiani come i tedeschi, i giapponesi come i russi, etc. La mortificazione della libertà femminile e la criminalizzazione delle vittime sono due ingredienti tipici delle culture maschilista che agiscono in modo tanto più violento ed esplicito quanto più la parità tra i sessi è contrastata. E tale parità molto spesso è solo formale. Anche nell’Occidente più civilizzato, quello dove tutto può prendere la forma di un crucifige 2.0.

Ad esempio, non molto tempo fa, in seguito alla sua apparizione sul palco degli Emmy Awards, Sofia Vergara è stata accusata di essersi fatta utilizzare come un oggetto. Mentre Bruce Rosemblum, CEO della Televion Academy, parlava del mondo delle serie TV, dei suoi lavoratori, e soprattutto della sua offerta al pubblico, la star colombiana si trovava in piedi su una pedana rotante che esponeva ogni lato del suo corpo, fasciato in un aderente vestito bianco. (Spiegare l’evidente ironia nei confronti di chi giudica la qualità di una produzione televisiva, in senso negativo come in positivo, misurandola sulla base delle forme femminili che mette in mostra sarebbe un po’ come spiegare una barzelletta.) La scontata e prevedibile reazione da parte dei professionisti dell’indignazione non si è fatta attendere, e puntuale è stata di accusare lo spettacolo di sfruttamento del corpo femminile. Come se fosse possibile sfruttare il corpo di un’attrice con lo star power di Sofia Vergara, al momento la più pagata del mondo televisivo, senza il suo consenso.

La libera scelta della sexy colombiana di prestare il proprio corpo in un gioco delle parti è stata oggetto della solita, trita e prevedibile indignazione alimentata da una presunta difesa della femminilità. Ma quando poi, non molti giorni dopo, alcune sue colleghe si sono trovate ad essere vittime di una brutale violazione della loro privacy, i toni sono cambiati parecchio. Non poche voci si sono alzate ad accusare le vittime di essersela cercata. Se dei ladri entrassero in casa di amici o parenti, derubandoli di oggetti preziosi, privandoli di ricordi e violando la loro intimità, quanti li accuserebbero di non aver protetto in modo adeguato i loro averi? Eppure questo è quello che invece è accaduto nel caso delle foto private di Jennifer Lawrence e delle altre giovani star, diffuse in rete in seguito ad una violazione dei loro iCloud. Certo, si può discutere su quanto possa essere sicuro archiviare dei dati privati su un server remoto, e anche su come possa essere da ingenui considerarlo un luogo protetto. Ma rimane il fatto che le vittime lo consideravano un luogo abbastanza sicuro da poter ospitare pezzi della loro intimità. Ed invece, anziché essere difesa, la loro femminilità è stata data in pasto a milioni di sguardi invadenti che spesso, non paghi di aver goduto di qualcosa che non era destinato a loro, ne deridono l’ingenuità e si lavano la coscienza dicendo che anche a loro sta bene, perché magari è tutta pubblicità. Sì, un po’ come quelli che vanno con donne obbligate a prostituirsi, e poi si giustificano dicendo che anche a loro piace. O che non potrebbero fare altro e così hanno modo di guadagnare più soldi di quanto potrebbero mai guadagnarne dedicandosi ad altri lavori. E’ lo stupratore che si allontana dal corpo della sua vittima, la guarda con disprezzo mentre singhiozza e dice: “Dovresti ringraziarmi. E’ piaciuto anche a te.

Trattare le donne emancipate, quelle che usano il corpo a loro discrezione, come fossero oggetti in balia dello sfruttamento maschile, e allo stesso tempo giudicare le vittime di sfruttamento come protagoniste attive del loro destino, sono due aspetti della stessa mentalità maschilista, e perciò meno in contraddizione di quanto possa sembrare. L’idea che le donne famose che esibiscono in modo più o meno sexy il proprio corpo possano essere complici degli abusi maschili non è poi molto diversa dalla diffusa credenza secondo cui se una provoca poi non può tirarsi indietro. Se una donna si sottrae al controllo maschile ottenendo ricchezza e successo grazie alla propria bellezza, allora viene attaccata in quanto complice dello sfruttamento. Ma pensare che uno spettacolo possa istigare la violenza e gli abusi significa ignorare come questi agiscano. Perché in ogni parte del mondo dove si consumano soprusi ai danni di donne indifese, chi li compie ha bisogno di silenzio e scarsa attenzione: sia che si tratti del trafficante di donne e bambine, sia che si tratti di un marito violento che considera la donna una sua proprietà.

Mentre i professionisti dell’indignazione lanciano i propri dolenti strali contro l’esibizione della Sofia Vergara di turno, milioni di donne in tutto il mondo cercano di sopravvivere al loro inferno quotidiano a base di violenze ed abusi, in seminterrati e topaie di ogni tipo, lontane dalle luci dei riflettori e dai flash dei paparazzi. E quando non sono in situazioni degradate, la loro esistenza è confinata all’interno di gabbie dorate. Adescate con illusorie promesse di un futuro migliore (quando non rapite o vendute dalle loro stesse famiglie) si trovano proiettate in una realtà da incubo. O in bolle patinate che dei loro sogni offrono solo una parodia deforme. Una vittima della tratta messicana, liberata da un’associazione che lotta per i diritti delle donne, racconta che la villa in cui vivevano “Era bella, molto sorvegliata e protetta, con un poliziotto all’entrata. Avevamo una stanza grandissima per la televisione. Lì ci mettevano tutto il giorno quel canale là, quello di Playboy, e Marta, che era la custode delle chiavi, una signora che avrà avuto una cinquantina d’anni ci diceva: “Guardate bene belline, dovete curare l’aspetto e diventare donne di classe, così sarete comequeste ragazze”. Sai com’è, come quelle della villa di Playboy, quelle sì che fanno la bella vita, Hugh Hefner le tratta un sacco bene, le rispetta… e gli dà tutto quello che vogliono, però non le fa mai ballare di fronte agli ubriachi, quelli che la bocca gli puzza da far schifo”.

Le prospettive di un futuro migliore, di ricchezza e successo, magari nell’industria dello spettacolo (per adulti o meno) sono strumenti utilizzati per adescare le ragazze. E le condizioni di vita da cui cercano di fuggire sono talmente miserabili che le esche riescono a far breccia nonostante nelle serate di gala hollywoodiane non ci siano star note per essere state sfruttate per anni. La loro prigionia oscilla tra la paura della violenza dei padroni (o le minacce di ritorsioni verso i cari) e gli stupri dei clienti, che devono accontentare per non andare incontro a molto peggio. Tanto più senza speranza quanto più si svolge sotto lo sguardo di apparati statali indifferenti – forze dell’ordine e organi giudiziari – se non addirittura complici corrotti degli sfruttatori o clienti dei bordelli. Come possono gli organi inquirenti o giudiziari portare avanti indagini che potrebbero costringerli a rendere pubblici i loro sporchi segretucci? E non va affatto meglio con i militari nelle zone di guerra. Anche quando si tratta di organismi internazionali il cui scopo dovrebbe essere garantire i diritti umani, come per esempio nei casi di donne irachene violentate da soldati americani o da caschi blu dell’ONU in Congo (paese nel quale i casi di violenze sessuali nel corso della guerra sono state nell’ordine del mezzo milione).

“A” è giovane, alto, scultoreo e ha soli ventisei anni. E’ stato addestrato dall’esercito statunitense per far parte di un’unità di elite delle forze speciali di combattimento in Iraq. Fu selezionato quando ne aveva diciotto, per la sua passione e la sua conoscenza dei sistemi di comunicazione cibernetici. In questo momento si trova in Texas, dove si sta sottoponendo a un trattamento terapeutico conseguente a un severo stress postraumatico. Adesso, nell’Ottobre 2009, una delle domande più frequenti che si pone per cercare di uscire dai suoi incubi è la seguente: se erano lì per portare la pace, perché i suoi commilitoni hanno violentato con tanta crudeltà donne e bambine irachene?

E nell’ambito di questa tragedia globale, i mass media, sempre pronti a sollevare la questione della dignità femminile quando si tratta di qualche gossip sulle Rihanna e le Miley Cyrus di turno, guardano con scarsa attenzione alle violenze vere, lasciando che si smarriscano in distese di anonime statistiche. A meno che la vicenda non risulti funzionale ad una campagna d’informazione più ampia, come nel caso della rilevanza data ai casi di stupri in India da quando ha avuto inizio “la vicenda dei Marò”. E’ chiaro che questo non vuol dire in alcun modo che si tratta di casi non importanti: il fatto che tutto ciò possa accadere anche altrove, e magari in proporzioni superiori, non ne sminuisce in alcun modo la gravità. Piuttosto, il valutare le differenti attenzioni dedicate ai diversi eventi, getta una luce molto sinistra sull’azione dei media.

Stando ai dati del 2010 forniti dall’ECPAT, una delle principali organizzazioni ad occuparsi del contrasto al traffico e allo sfruttamento sessuale dei minori, circa 3 milioni di persone all’anno praticano il turismo a scopo sessuale, e di questi un sesto – quasi tutti occidentali – è alla ricerca di minorenni. Circa il 60% delle vittime ha un’età compresa tra i 13 e i 17 anni, mentre il 30% ha tra i 7 e i 12 anni. Le altre sono ancora più piccole. Traducendo in numeri diretti, circa 500.000 occidentali ogni anno vanno in paesi come Brasile e Thailandia per fare sesso con minorenni ridotte in schiavitù. Di questi, 300.000 si “accontentano” di ragazzine tra i 13 e i 17 anni. Gli altri le cercano ancora più giovani.

Non sembra esagerato dire che il lavoro svolto da Lydia Cacho nel tentativo di diffondere la consapevolezza sull’argomento è eroico. Non solo per i rischi corsi in prima persona, ma anche per l’enorme quantità di sofferenza con cui ha dovuto confrontarsi. Nel 2004, dopo aver pubblicato I Demoni dell’Eden, il libro in cui denunciava la collusione tra alcuni politici, uomini d’affari e criminali del suo paese in un giro di pornografia con minori, fu arrestata, minacciata ed intimidita allo scopo di silenziarla. Un paio d’anni dopo furono diffuse intercettazioni in cui il governatore ed uno degli uomini d’affari accusati dalla giornalista discutevano della possibilità di farla picchiare e violentare. Nonostante tutto ciò, non solo non si è tirata indietro, ma anzi si è messa in viaggio per seguire le rotte del traffico di esseri umani. Mettendo a rischio la sua stessa incolumità in luoghi controllati da mafiosi e militari per confrontarsi in prima persona con questo mondo sommerso in diversi continenti. E quello che appare chiaro è che ovunque si consumino crimini simili i clienti non sono meno responsabili dei trafficanti. Se donne e bambine sono costrette con la forza della paura e delle minacce ad aprire le gambe per soldi è solo perché c’è una richiesta enorme. Una domanda in crescita che genera flussi di denaro che fanno gola a tanti, e non tutti sono dei tagliagole. Un’economia sommersa che non potrebbe sopravvivere senza la “distrazione” di istituti bancari ed apparati statali. Così, ogni volta che scatta la campagna d’indignazione collettiva per la Sofia Vergara o per la Miley Cyrus di turno, forse potrebbe essere il caso di chiedersi quante schiave potrebbero esserci nel nostro paese. E quanti rapporti sono obbligate ad avere ogni notte. Giusto per mettere le cose in prospettiva.

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Damien Echols – Il Buio Dietro Di Me

White Trash, (spazzatura bianca). Con questa espressione carica di disprezzo sono indicati i bianchi appartenenti agli strati più bassi della società (statunitense). Si tratta di una condizione di vita tipica del subproletariato, caratterizzata da condizioni di povertà spesso estrema e da livelli di cultura e istruzione altrettanto bassi. Questo è il contesto sociale in cui nasce e cresce Damien Echols. Nella città di West Memphis, in Arkansas, lui e la sua famiglia sopravvivono al di sotto di quella che può essere indicata come la soglia di povertà, tra baracche fatiscenti prive perfino dell’acqua corrente e roulotte in un parco come abitazione. Abbandonato dal padre e con un patrigno irascibile e fanatico religioso, Damien è un adolescente che frequenta poco la scuola e vive la propria emarginazione in un misto di profonda depressione e di desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Le sue poche amicizie – tra cui Jason Baldwin e Jessie Misskelley, con i quali si troverà a condividere un comune destino di abusi e ingiustizie – appartengono tutte alla sua sfera sociale. Nel tentativo di trovare una dimensione che gli permetta di sfuggire all’anonima miseria della sua quotidianità, Damien inizia ad appassionarsi alla cultura skater. Ma si tratta solo di un’infatuazione che ben presto lascerà il posto a tutt’altro. Nel pieno dell’adolescenza, gli interessi del ragazzo iniziano a puntare in direzione della musica heavy metal, dei film horror e di tutto ciò che ruota attorno a questi. L’abbigliamento scuro e gli interessi particolari del ragazzo attirano subito l’attenzione di un contesto sociale povero, conservatore ed impregnato di bigottismo religioso come quello in cui si trova a vivere.

Tra le attenzioni non richieste che il giovane Echols attira su di sé ci sono anche quelle di Jerry Driver, un ufficiale di polizia incaricato dei crimini minorili convinto della presenza di satanisti nella sua contea. Il loro primo incontro avviene in occasione del maldestro tentativo di fuga di Damien insieme alla sua ragazza del periodo, Deanna, per sottrarsi al divieto di frequentarsi stabilito dai genitori di questa. Convinto dell’esistenza di adoratori del Diavolo nell’area, quando Driver si trova faccia a faccia con Damien pensa di aver trovato quello che stava cercando. Dopo qualche domanda di routine sulle ragioni e le modalità della loro fuga, Driver comincia a chiedere al ragazzo cosa sapesse di satanisti e adoratori del diavolo. Damien nega di sapere alcunché in merito, ma all’agente non basta, ed inizia a perseguitare il giovane sottoponendolo a un regime di sorveglianza ed attivandosi per farlo rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Con il suo abbigliamento scuro e i suoi gusti eccentrici in fatto di ascolti e letture, Damien è il bersaglio perfetto per un agente le cui convinzioni rispecchiavano alla perfezione la diffusa paura del satanismo tipica degli anni ’80 e dei primi anni ’90. Pur in assenza del benché minimo indizio che potesse far sospettare l’effettiva esistenza di culti satanici nell’area, Driver sorveglia e controlla Damien fino a quando questo non raggiunge la maggiore età. Ma quella che sembrava essere la fine di una storia, ben presto si rivela essere nient’altro che il prologo di un’altra più lunga e drammatica.

Il 6 Maggio 1993, a meno di 24 ore dalla loro scomparsa, i corpi senza vita di tre bambini di 8 anni – Christopher Byers, Steve Branch e Michael Moore – furono ritrovati nel torrente della zona nota come Robin Hood Hills. I tre corpi erano nudi, legati con le stringhe delle loro scarpe, e con evidenti segni di violenti pestaggi e lacerazioni diffuse. Nonostante sulla scena del crimine non fosse presente alcun elemento riconducibile a rituali occulti, le indagini degli ufficiali di polizia James Sudbury e Steve Jones (quest’ultimo collega di Jerry Driver) si concentrarono subito su una pista di natura satanica. Nonostante non ci fossero collegamenti diretti tra Damien Echols e i suoi amici e le vittime del crimine, la polizia era convinta della loro colpevolezza ed agì in ogni modo, lecito e non, per giungere allo loro incriminazione. Quello che all’inizio era un semplice teorema accusatorio, giorno dopo giorno assumeva sempre più consistenza in virtù del crescere dell’isteria di massa nata dal fanatismo religioso. A tre secoli di distanza dai processi di Salem, il fanatismo popolare aveva trovato un nuovo tribunale sommario nel quale convogliare il proprio odio.

Dopo quasi un mese di indagini a senso unico in direzione di presunti adolescenti adoratori del Diavolo, e privi di qualsiasi elemento probatorio, gli inquirenti riuscirono ad incriminare i tre ragazzi facendo pressione sull’anello debole. All’inizio di Giugno, Jessie Misskelley fu portato in centrale e sottoposto a un duro interrogatorio per 12 ore di seguito, in assenza dei genitori o di qualunque altra figura che potesse tutelarlo. E tutto questo nonostante fosse noto che il ragazzo soffriva di una forma di ritardo mentale. Al di là dei suoi 17 anni all’anagrafe, Misskelley aveva la maturità psichica di un bambino delle elementari e non sapeva che non essendo in stato di fermo avrebbe potuto lasciare la centrale in qualsiasi momento. Era quindi solo questione di tempo prima che la polizia riuscisse a far sì che il ragazzo raggiungesse il proprio punto di rottura e accusasse sé stesso e i suoi amici della morte dei tre bambini. Quando si arrivò al dibattimento nell’aula di tribunale, gli elementi per ritenere la confessione frutto di pressioni da parte della polizia erano molteplici, tutti supportati dal parere di esperti specializzati. I riferimenti all’ora e al luogo del crimine, la ricostruzioni riguardanti le cause dei decessi e le modalità degli stessi, erano tutti elementi che nella confessione del ragazzo presentavano errori, falsità e contraddizioni. Inoltre, delle 12 ore di interrogatorio a cui era stato sottoposto, solo 46 minuti furono registrati, e anche in questi è possibile sentire la polizia imbeccare Misskelley al fine di fargli dire ciò che volevano sentire.

Subito dopo il fatto, Misskelley ritrattò la confessione affermando di essere stato ingannato. Nel processo che lo vide coinvolto, la giuria assistette i testimoni della difesa sfilare uno dopo l’altro a confermare l’alibi del ragazzo che lo escludeva dalla scena e lo collocava presso un evento di wrestling fuori città. Inoltre ascoltò la difesa esibire le falsità e le incongruenze nella sua testimonianza. Ma scelse di non tenerne conto e lo condannò. Come in un processo inquisitorio da manuale, la strega aveva confessato, pertanto doveva bruciare sul rogo. E non aveva nessuna importanza il modo in cui  la sua confessione era stata ottenuta. In seguito, il ragazzo rifiutò di testimoniare contro i suoi amici nel processo che li vedeva imputati, nonostante il vantaggio in termini di riduzione della pena che avrebbe potuto ricavarne. Pertanto la confessione non avrebbe dovuto essere presa in considerazione dai giurati che dovevano decidere della colpevolezza di Echols e Baldwin. Ma i giurati ne avevano già sentito parlare attraverso i media, e la utilizzarono per condannarli, in evidente disprezzo dei diritti degli imputati. Questi si trovavano sotto processo nonostante non ci fosse alcuna prova fisica di una loro presenza sulla scena del crimine, e il loro coinvolgimento con culti dediti all’adorazione del Diavolo si basasse su elementi a dir poco approssimativi.

L’esperto convocato dall’accusa per spiegare alla giuria la natura satanica delle credenze degli imputati aveva ottenuto le sue credenziali attraverso un corso per corrispondenza e tra gli elementi che, a suo dire, svelavano il satanismo di Echols citò la sua abitudine a vestirsi di nero. Si trattava dello stesso stesso esperto che circa un anno prima dei fatti di Robin Hood Hills era stato contattato proprio dall’agente Jerry Driver, il quale gli aveva inviato via fax dei disegni di Echols per chiedergli un parere a proposito di un presunto coinvolgimento del ragazzo con il mondo degli adoratori del diavolo. I testimoni dell’accusa mentirono sotto giuramento raccontando storie improbabili, illogiche e piene di falsità (e negli anni successivi ammisero il loro spergiuro) ma ciò non impedì alla giuria di abbracciare il teorema accusatorio. L’ascolto di musica heavy metal, la visione di film horror e la lettura di libri dello stesso genere, furono tutti elementi utilizzati dall’accusa per tratteggiare il profilo satanico degli imputati. Echols in particolare era il ragazzo che vestiva di nero, ma Baldwin no: la colpa di Jason Baldwin consisteva nell’essere amico di Damien Echols. Per la giuria era più che sufficiente per condannarli entrambi. Echols fu condannato a morte, e il sedicenne suo amico all’ergastolo senza possibilità di uscire sulla parola.

Negli anni che seguirono, anche grazie alla realizzazione di una serie di documentari della HBO intitolati Paradise Lost, l’interesse nei confronti della sorte dei Tre di West Memphis raggiunse una dimensione nazionale. Personalità dello spettacolo come Eddie Vedder, Henry Rollins, Johnny Depp, Natalie Maines e Peter Jackson, sposarono la causa dei tre supportandoli sia sul piano mediatico che su quello finanziario. Intanto Echols, imprigionato nel braccio della morte, continuava a professarsi innocente e a subire le brutali violenze e i soprusi delle guardie e delle autorità carcerarie. Anche se all’esterno il numero dei sostenitori dell’innocenza dei tre aumenta, dietro le mura del carcere le guardie, come demoni incaricati di torturare le anime dannate all’Inferno, continuano con le loro violenze di ogni tipo, fisico e psicologico, indifferenti alla possibile innocenza della loro vittima. Le prove a discolpa dei tre aumentano di anno in anno, e le richieste di appello al fine di avere un giusto processo si susseguono. Ma il giudice incaricato di valutarle è lo stesso che aveva presieduto il processo che li ha condannati, e che in più occasioni ha ribadito di considerare il quadro indiziario solido e adeguato ad una condanna.

Le richieste vengono respinte una dopo l’altra. Il giudice rifiuta di prendere in considerazione il nuovo quadro probatorio basato sull’analisi del DNA rilevato sulla scena, e che risulta non appartenere a nessuno dei tre condannati, come anche le analisi forensi fornite da autorevoli esperti che demoliscono la ricostruzione degli omicidi come frutto di attività sataniche. Le cose cambiano solo nel 201o, quando la corte Suprema dell’Arkansas impone la necessità di prendere in considerazione le nuove evidenze e, non molto tempo dopo, il giudice che aveva seguito il caso per quasi due decenni lascia la carica per andare ad occupare un posto tra le fila dei senatori democratici nel Senato dell’Arkansas. Settimane di negoziazioni con il nuovo giudice porteranno a un accordo tra le parti in base al quale gli imputati ribadiscono la loro innocenza ma si dichiarano colpevoli riconoscendo che gli organi inquirenti disponevano di elementi sufficienti per incriminarli, rinunciando pertanto a qualsiasi possibilità di azione legale nei confronti di chi li ha perseguiti (Alford Plea). E’ l’ennesimo boccone amaro che i tre devono ingoiare. Ma è anche il modo più veloce per poter uscire di prigione, dopo 18 anni di detenzione.

Echols racconta tutto questo e molto altro, dai disagi dell’infanzia alle privazioni subite nel corso della sua lunga detenzione. Dopo anni in cui sono sempre stati altri a parlare per lui, ora per difenderlo, ora per dipingerlo come un mostro affamato di carne giovane, può raccontare la storia come l’ha vissuta, senza dover temere brutali ritorsioni da parte di guardie e secondini. Perché la sua è una delle tante storie il cui destino è segnato prima ancora che vengano fissate le date del processo in tribunale. Al momento del suo arresto, e fino alla sua condanna, Echols aveva vissuto nella convinzione che se una persona è innocente, e se non ci sono prove a dimostrare il contrario, in tribunale sarà ristabilita la verità. Ma le vicissitudini che ha dovuto affrontare gli hanno insegnato il contrario. Per i suoi concittadini Echols era colpevole già al momento dell’arresto. Per circa un mese gli organi inquirenti, con l’insostituibile complicità dei mezzi d’informazione avevano costruito e consolidato presso l’opinione pubblica la convinzione secondo cui si sarebbe trattato di un crimine a sfondo satanico. E a nulla valeva la completa assenza dalla scena del crimine di qualsiasi elemento riconducibile a una dimensione rituale.

Nei servizi giornalisti, le immagini di pentacoli disegnati su muri ripresi ovunque venivano inserite come se facessero parte della stessa scena del crimine. La procura aveva costruito una storia morbida e succulenta a base di riti orgiastici e satanismo, e i mezzi d’informazione non si lasciarono sfuggire l’occasione di piantare i loro denti fino in fondo. Le interviste ai genitori delle vittime poi, con i volti segnati dal dolore e dal disperato bisogno di trovare un colpevole per la loro sofferenza, forniva l’impatto emotivo in grado di far passare in secondo piano qualsiasi valutazione razionale della situazione. Nonostante i corpi delle vittime non presentassero alcun segno riconducibile ad abusi sessuali da parte dei giovani, la connotazione orgiastica del racconto era sufficiente per rendere credibile agli occhi del pubblico una storia improbabile ed infondata. A partire da quando gli organi inquirenti hanno iniziato a passare ai media elementi a proposito di una storia di lussuria, sesso e morte, l’opinione pubblica non ha mai avuto modo di confrontarsi con altro. Quando una vicenda si muove sulla base di simili premesse, l’esito del processo è segnato prima ancora del suo inizio. Per un mese circa, la procura ha pubblicizzato la teoria della setta di adoratori del diavolo dedita al sacrificio di giovani vite avvalendosi dell’aiuto di giornalisti e mezzi d’informazione.

Da un punto di vista narrativo, il quadro accusatorio era fin da subito suggestivo e destinato alla popolarità. Non solo in ragione delle tre giovani vittime, ma anche e soprattutto perché forniva spunti di discussione e di indignazione a centinaia di ore di talk show televisivi e al loro pubblico. Il fatto che le identità dei malvagi protagonisti fossero ignote non solo non era un problema, ma al contrario lasciava spazi vuoti che tuttologi televisivi e opinione pubblica avrebbero potuto colmare con le loro ossessioni e le loro idiosincrasie. Quando i tre furono arrestati, la questione riguardante la valutazione fattuale del loro coinvolgimento o meno del crimine del quale erano accusati era passata del tutto in secondo piano. Già al momento del loro arresto, non si trattava più di valutare quanto i tre ragazzi potessero essere collegati all’uccisione dei tre bambini, piuttosto di giudicare quanto le loro figure fossero compatibili con la storia che si trovavano costretti ad interpretare. Per quanto le difese degli imputati possano aver provato ad indicare altre possibili e non meno plausibili spiegazioni, non sono mai riuscite a scalfire le convinzioni della giuria di essere di fronte a una storia satanica. La completa assenza di prove non ha impedito il verdetto di colpevolezza perché i profili di tre outsider come gli imputati si adattavano bene a ciò che la folla si aspettava di vedere dopo un mese di notizie a base di pentacoli e credenze pagane.

A dispetto della credenza che gli innocenti non hanno nulla da temere dal sistema giudiziario, che la loro innocenza sarebbe stata sufficiente a evitare una condanna, tre come loro non hanno mai avuto una sola possibilità di assoluzione nei processi che li hanno visti coinvolti. Già la prima volta che si sono seduti dietro al banco degli imputati, i segni della Bestia erano stati marchiati a fondo sui loro nomi. Gli organi inquirenti li volevano colpevoli, e l’opinione pubblica non era affatto da meno. I membri della giuria chiamati ad esprimersi sul loro destino appartenevano alla stessa categoria di persone che affollava la strada nel giorno del loro arresto e che ne chiedeva il sangue, che sputava schizzi di saliva mentre strillava insulti col volto stravolto e i pugni agitati in aria. Si tratta delle stesse persone che davanti a un televisore invocano punizioni esemplari per chiunque venga indicato come colpevole di qualcosa. Sono le stesse persone a cui bastano 140 caratteri di un tweet per emettere sentenze di colpevolezza commentando le notizie di cronaca, magari dopo aver letto solo il titolo o al più qualche riga di un articolo di giornale. Erano le stesse persone che hanno condannato le streghe di Salem e che hanno gioito per l’arresto di Girolimoni. Sono i bravi cristiani che vanno a messa la domenica e poi partecipano ai linciaggi mediatici scagliando pietre virtuali come fossero senza peccato. Sono persone perbene, di quelle che con grande indulgenza giudicano le violazioni della legge con le quali hanno privato tre innocenti di un equo processo, salvo poi mostrarsi giudici severi ed implacabili nell’utilizzare anche i più flebili ed inconsistenti elementi a carico degli imputati per condannarli senza pietà.

“I wore black because I liked it. I still do, and wearing it still means something to me. It’s still my symbol of rebellion – against a stagnant status quo, against our hypocritical houses of God, against people whose minds are closed to others’ ideas.” (Johnny Cash)

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Mick Foley – Countdown To Lockdown

Per la quarta volta, Mick Foley mette mano a carta e penna per raccontare la sua vita da wrestler. In questo caso, però, si tratta degli eventi della vita di un lottatore non più a tempo pieno. Con il crescere dell’età aumenta anche la consapevolezza che i momenti memorabili della sua carriera si trovano alle sue spalle, e non potranno essere uguagliati. Perciò, con lucidità e serenità, già da diversi anni ha provveduto a rendere meno intensa la sua attività sul ring, alternandola con altre attività. A poco più di quarant’anni Mick Foley è un uomo con un fisico pesantemente danneggiato. I problemi alla schiena e alle ginocchia si sommano ad una configurazione corporea che ha smesso di essere longilinea quando ancora non aveva nemmeno trent’anni. In passato, nel pieno di quella che è passata alla storia del wrestling come Attitude Era, Mick Foley ha avuto modo di giocare un ruolo di primo piano nel panorama della WWE a fianco di nomi del calibro di The Rock e Undertaker, di Stone Cold Steve Austin e Edge. Ma già da quasi un decennio è in uno stato di semi-ritiro: le sue apparizioni all’interno del ring in veste di lottatore sono sempre più rare, e certamente non tali da permettergli di mantenere un ruolo di primo piano all’interno della federazione che l’ha visto diventare una star di livello internazionale. Gli spazi che ha cercato di ricavarsi – come commentatore e come promo man – appaiono ben lontani dall’essere fonte di gratificazione personale, o anche solo professionale. E quando gli viene proposto per l’ennesima volta di cambiare federazione, l’ex-Cactus Jack decide di cedere alle lusinghe ed accetta. Ma a differenza di altri suoi colleghi che non sembrano accettare il trascorrere del tempo, Mick Foley non è alla ricerca di una seconda giovinezza. Un’avventura nemmeno immaginabile, alla luce delle sue condizioni fisiche. Piuttosto si tratta del desiderio di aggiungere un ulteriore capitolo nella storia della sua carriera prima di scrivere la parola “Fine”.

Già in Have A Nice Day!, Mick Foley aveva scritto più volte di quanto fosse consapevole di come il suo approccio al wrestling avrebbe potuto portarlo ad una carriera tutt’altro che duratura. Molteplici sono le volte in cui aveva sottolineato le obiezioni che muoveva a chi cercava di contrattare l’importo del suo ingaggio. Al momento di trovare un accordo sul compenso per le sue prestazioni, ogni volta che qualcuno cercava di contrattare al ribasso promettendo incrementi futuri, Mick Foley evidenziava come le possibilità che potesse non esserci un rinnovo fossero tutt’altro che trascurabili. Anno dopo anno ha conquistato l’apprezzamento e l’affetto del pubblico, il titolo di Hardcore Legend, ed in futuro otterrà anche un posto nella Hall Of Fame della WWE. Ma si tratta di risultati che ha ottenuto sacrificando l’integrità del suo stesso fisico, un pezzo dopo l’altro. Motivo per cui il wrestling non potrebbe più essere un elemento totalizzante nella sua vita nemmeno se lo desiderasse. E capitolo dopo capitolo appare in modo sempre più chiaro anche al lettore. Non solo perché l’autore avverte fin dall’inizio che non tutti i capitoli saranno strettamente dedicati al mondo che ruota attorno al ring. Ma anche e soprattutto perché dall’incontro con Tori Amos alla morte di Chris Benoit, dal doping nel wrestling e nello sport in generale ai viaggi con ChildFund in Sierra Leone, innumerevoli sono gli argomenti affrontati. Molti e più vari che in passato. Il tutto scandito dal conto alla rovescia che lo porterà ad entrare ancora una volta in una gabbia per confrontarsi con una sua vecchia conoscenza, un lottatore con cui si era confrontato quasi vent’anni prima nel corso della sua militanza sotto la bandiera della WCW: Sting.

Prima dei cambiamenti apportati negli ultimi anni, Lockdown era l’evento pay-per-view della TNA la cui caratteristica distintiva consisteva nel proporre solo incontri all’interno di una gabbia d’acciaio esagonale (come il ring che allora era elemento distintivo della Federazione). E l’obiettivo di Mick Foley era di far sì che grazie alla sua presenza nel main event la federazione potesse incrementare la vendita di spettacoli. Ma il racconto dell’incontro in sé e della sua costruzione assumono, all’interno della narrazione, un ruolo decisamente marginale. Il diradarsi dei paragrafi dedicati alla vita sul ring non sono altro che uno specchio di una personalità che, pur potendo contare su una riserva di storie accumulate in vent’anni e tutt’altro che esaurite nei tre libri precedenti, decide di dedicarsi anche ad altre attività. Al di là dell’incontro vero e proprio, che comunque viene raccontato nella sua interezza, Mick Foley si dimostra ben più interessato a raccontare la costruzione dell’evento, il processo che l’ha portato alla ricerca di qualcosa che potesse far la differenza e spingere gli spettatori ad acquistare la visione dell’evento.

I non appassionati tendono a considerare il wrestling come una completa messinscena, una sorta di rappresentazione teatrale in cui tutto è predeterminato, come in un balletto o in uno spettacolo circense. Ma questo approccio non ne cattura l’essenza competitiva. Quella che si ha nel wrestling è una forma di competizione che non si basa sulla mera sopraffazione fisica come negli sport di lotta, quanto piuttosto sulla capacità di catturare e direzionare il consenso del pubblico. Motivo per cui un wrestler deve possedere grandi doti da intrattenitore, oltre che fisiche ed atletiche, per riuscire ad affermarsi e conservare il successo conquistato. Un aspetto, questo, che in modo molto sottile Darren Aronofsky mette bene a fuoco nel suo film The Wrestler. Quando Randy “The Ram” Robinson si trova al bar e parte Round And Round dei Ratt , lui si lamenta con Cassidy del grunge che ha messo fine a qualcosa che lui continua ad amare. Ma quello di cui non si rende conto è che in realtà non sta facendo altro che ammettere la propria obsolescenza. Randy “The Ram” Robinson è come un vecchio che si ostina a parlare di temi e problemi che alla maggior parte delle persone non interessano più. O peggio, come un intrattenitore che ripete un copione vecchio e stantio, con battute trite e ritrite, perché incapace di adeguarsi ai cambiamenti nei gusti del pubblico.

Invece per Mick Foley, cambiare e rinnovarsi non sembrano rappresentare affatto un problema. Attività come la scrittura e l’impegno umanitario, che rappresentavano attività secondarie quando era un lottatore a tempo pieno, assumono un peso sempre maggiore. I tour in viaggio per il mondo con le federazioni per cui lavorava vengono sostituiti da quelli con ChildFund in favore dei bambini del Terzo Mondo. E dopo essere finalmente riuscito ad incontrare Tori Amos, l’autrice di quella Winter che in più di un’occasione aveva rappresentato una fonte di forza e rassicurazioni negli attimi di tensione che precedono un incontro, Mick Foley decide di impegnarsi anche in favore delle vittime di crimini sessuali con il RAINN (Rape, Abuse and Incest National Network). Si tratta di eventi ed attività che l’autore racconta senza alcuna forma di vanto, ma che mostrano una certa continuità con il suo passato da lottatore. Cactus Jack e Mankind erano due personaggi disturbati sul piano psicologico, e sembrano non avere nulla in comune con il Mick Foley che si impegna per i bambini in Sierra Leone. Tuttavia, alla base di tutto si trova un fondamento comune: il desiderio di lottare contro le avversità. I titoli che Mick Foley ha accumulato nel corso degli anni nonostante un fisico tutt’altro che scultoreo e doti atletiche limitate, mostrano una determinazione volta al conseguimento di risultati contro ogni pronostico. E quando tutto ciò non è più possibile come in passato, la voglia di lottare contro gli avversari sfuma nell’impegno contro le avversità che affliggono altre, meno fortunate, persone.

Ed in tema di soggetti contro cui lottare, non mancano i riferimenti ai media sempre pronti a strumentalizzare fatti di cronaca e tragedie private per crociate pubbliche. Come nel caso della morte di Chris Benoit. Il cui ricordo non è privo di emozioni per l’autore, avendo lui stesso condiviso la militanza sotto la stessa federazione per diversi anni. Il tragico omicidio-suicidio che ha segnato la fine dell’esistenza del wrestler canadese e della sua famiglia aveva scatenato il consueto coro di polemiche alla ricerca di colpevoli responsabili dei mali che affliggono la società. Come nel caso di gruppi musicali, film, videogames e affini, anche il wrestling è uno di quei campi in cui basta una notizia ad effetto per scatenare crociate pubbliche degne dei due minuti d’odio d’orwelliana memoria. E a nulla valgono i controesempi: i momenti buffi e divertenti sul ring come quelli dedicati al bene del prossimo al di fuori. I cadaveri ancora caldi di un ex-campione e della sua famiglia diventano il banchetto su cui si lanciano opinionisti ed “esperti” vari per fantasticare di una società diversa e migliore, una società in cui basta cancellare la violenza dai media per eliminarla dalla realtà. Ma mentre questi “esperti” se ne stanno comodamente seduti in uno studio televisivo a lanciare anatemi contro il Colpevole del Giorno, Mick Foley va in giro a parlare della realtà che lo ha reso famoso. Della durezza e delle difficoltà dentro e fuori dal ring. Poi prende carta e penna e scrive. E racconta una realtà di gran lunga più ampia e profonda di un trafiletto su un quotidiano o di uno spazio in un talk show televisivo. Perché il wrestling è un po’ lotta e un po’ commedia dell’arte. E raccontarlo significa confrontarsi anche con quel nucleo di realtà dura e cruda che ribolle sotto la superficie della finzione. Perché è vero che lo spettacolo prevede che un lottatore faccia finta di essersi fatto male anche quando non si è fatto niente, ma altrettanto di frequente richiede che nasconda il proprio dolore quando infortunato.

When you gonna make up your mind
Cause things are gonna change so fast
All the white horses are still in bed
I tell you that I’ll always want you near
You say that things change my dear
(Tori Amos, Winter)

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Daniele Vecchiotti – La Signorina Cuorinfranti

Ne L’Essere E Il Nulla, Sartre descrive una donna che si reca al primo appuntamento romantico con un uomo. Ovviamente lei sa quali potrebbero essere le intenzioni di questo nei suoi confronti, ma non ne ha la certezza. Così, di fronte ai diversi approcci messi in opera dal suo spasimante, preferisce concentrare la sua attenzione su quelli che maggiormente si avvicinano alle sue aspettative e ai suoi desideri. Trovandosi davanti ai complimenti e alle galanterie del suo interlocutore, sceglie di prenderli in considerazione solo nei loro significati letterali. Svuota il comportamento di chi le sta di fronte dei risvolti sgraditi ed indesiderati al fine di far sì che possa adattarsi quanto più possibile ai suoi desideri. L’idea di essere solo oggetto di un appetito sessuale potrebbe risultarle umiliante, ma allo stesso tempo non può negare che troverebbe ben poco lusinghiero il fatto di non suscitare alcun desiderio. Quindi, a meno che l’uomo non faccia o dica qualcosa che le sarà impossibile non prendere in considerazione, la donna potrà anche continuare ad ignorare ciò che le è sgradito e concentrare la sua attenzione su ciò che invece le fa piacere: godere delle lusinghe ricevute, glissando con disinvoltura sulle brame dell’interlocutore che potrebbero sottendere secondi fini. Questo è uno dei tanti esempi di ciò che Sartre definisce utilizzando il termine “malafede”: il processo in cui il soggetto agisce in modo tale da mascherare la verità a sé stesso.

A differenza di quanto accade nella menzogna, il soggetto che mente non agisce in modo cosciente e razionale al fine di ingannare il prossimo: colui che inganna e colui che viene ingannato sono la stessa persona. L’obiettivo della malafede è nascondere la verità a sé stessi prima ancora che agli altri. E per raggiungerlo non è sufficiente limitarsi a mentire come si farebbe con un interlocutore qualsiasi, ma è necessario adoperare tutta una gamma di strumenti in grado di far sì che sia lo stesso ingannatore a convincersi di essere in buona fede. Scuse, giustificazioni, alibi, principi e credenze, valori morali e scelte intellettuali… molti sono gli strumenti di cui il soggetto può avvalersi al fine di rendere solida la realtà nella quale vuole credere. Come nel caso di Carlotta Cuticolo, l’abbondante protagonista – nonché voce narrante – di una storia fatta di ricordi ed introspezioni che, proprio in virtù della malafede che l’accompagna, non si crogiola nell’egotismo né si abbandona all’autocommiserazione. Non ci sono solo i ricordi delle esperienze passate e delle credenze che le hanno accompagnate, ma anche la determinazione presente a proseguire sul percorso che queste hanno tracciato. Infatti quando, come in questo caso, la voce narrante coincide con quella della protagonista, la malafede non può essere narrata se non narrando in malafede. Non c’è il desiderio di ingannare il lettore in quanto tale o di convincerlo di alcunché. Semplicemente c’è l’ambizione da parte della protagonista di narrare sé stessa come si vede, o come ha scelto di vedersi. Cioè non necessariamente come è, o come dice che vorrebbe essere.

Pesante oltre novanta chili, fin da giovanissima Carlotta ha sempre vissuto con la coscienza di non essere una donna attraente, una di quelle capaci di far girare la testa degli uomini, anche letteralmente, calamitandone gli sguardi. Nata ed educata in un contesto famigliare all’interno del quale il cibo era anche un modo di mostrare affetto, per lei mangiare non è solo una forma di godimento, è qualcosa di assimilabile alla forma stessa del Piacere. Anche la Lussuria, alla quale avrà modo di abbandonarsi ripetutamente e senza sensi di colpa, non sembra essere altro che un’ennesima declinazione del suo modo di arrendersi ai piaceri della Gola: volersi bene saziando una diversa forma di appetito. Sulla base di simili premesse non appare affatto casuale il percorso che la conduce a lavorare in una ditta di prodotti di bellezza prima, e in un Centro Benessere successivamente: entrambi sono luoghi d’incontro tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Ma non nel senso che sono posti in cui si ha modo di soddisfare il desiderio di cambiare, quanto piuttosto quello di appagare la voglia di fare qualcosa per affrontare quello che può essere vissuto come un problema. Infatti, come la stessa protagonista ha modo di scoprire fin da ragazza, l’utilizzo di creme per il viso e per il corpo serve più a soddisfare un bisogno mentale che non un’esigenza fisica. Ma non si tratta di un bisogno che si nasconde in luoghi oscuri della coscienza. Al contrario, è qualcosa che si muove ai livelli più superficiali dell’epidermide. La ricca clientela che prenota saune e massaggi a base di fanghi ed olii profumati non lo fa perché desidera realmente cambiare il proprio aspetto, ma perché sente il bisogno di fare qualcosa in merito, indipendentemente dall’efficacia o meno dei risultati. L’appagamento del bisogno è legato al fare qualcosa per ottenere un risultato, non al conseguimento dell’obiettivo in quanto tale: fare qualcosa che consenta di rendere tollerabile il non fare altro.

Il Centro Benessere diventa un luogo terapeutico, e non solo per i massaggi ayurvedici o per la disponibilità delle ragazze che ci lavorano ad ascoltare gli sfoghi delle clienti. La terapia consiste proprio nella vendita di ciò che le clienti cercano: l’illusione di impegnarsi in qualcosa per la quale non si ha nessuna voglia di spendere tempo ed energie. Una persona che volesse veramente fare qualcosa per un aspetto fisico di cui non si considera soddisfatta potrebbe fare diete, esercizio fisico, e molto altro ancora. Tutte cose che richiedono impegno e costano fatica. Invece, un Centro Massaggi offre illusioni per chi desidera acquistarle: l’illusione, ad esempio, di fare qualcosa di piacevole per migliorare l’aspetto fisico senza spiacevoli rinunce e senza il bisogno di versare sangue, sudore e lacrime.  Non si tratta di inganni o di menzogne, perché lo scopo non è cambiare il proprio aspetto fisico, ma fare qualcosa per cambiarlo, anche se questo poi non serve a nulla. Si tratta di una delle tante azioni nelle quali non è il raggiungimento del risultato ad essere fonte di appagamento, ma ciò che viene fatto per conseguirlo, indipendentemente da quale possa essere l’esito. Anche in assenza di risultati, con i loro pagamenti le clienti non acquistano solo la pulizia del corpo, ma anche quella della coscienza, attraverso la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità delle loro condizioni. La cliente che non vede cambiamenti nel proprio corpo nonostante la frequentazione di saune e massaggi ha comunque la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità di quello che sente di essere. Ciò che la cliente acquista assieme alla crema o al massaggio è la possibilità di ripetere a sé stessa, fino a crederci realmente, che sta facendo qualcosa per ottenere un risultato senza dover realmente rinunciare a nulla.

Ma questa debole affermazione di volontà non può essere sufficiente per chi, come la protagonista, è parte attiva nella costruzione del castello di illusioni. Perciò può diventare necessario consolidare le proprie credenze confutando ciò che le contraddice. Di fronte ai dubbi che la assillano in seguito ai suoi eccessi di Gola e dei Sensi in generale, Carlotta reagisce attraverso regimi di privazione talmente estremi da risultare inaccettabili. Agendo come se non esistessero vie di mezzo, in seguito all’eccesso di lussuria a base di sotterfugi con un uomo sposato ed incontri fugaci nei bagni della ditta dove lavora, reagisce sposando un contabile frigido e taccagno. Il matrimonio nato sotto il segno del fallimento corre velocemente verso il suo inevitabile destino, facendo sì che la protagonista possa tornare a ciò che desidera realmente con meno sensi di colpa che non in passato. La negatività rappresentata dalla parentesi coniugale è solo un tassello nel consolidamento dell’accettazione di uno stile di vita “libertino”. E si tratta di un copione che la protagonista ripete più volte, ad esempio attraverso una dieta ferrea che le permette di ottenere una forma invidiabile, salvo poi trovare una scusa (il prevedibile mancato apprezzamento da parte dell’oggetto dei suoi desideri) per tornare alle sue abitudini con rafforzata convinzione. Infatti la malafede consiste anche nel sabotare ciò che si pensa si dovrebbe fare al fine di potersi abbandonare liberi dai sensi di colpa a ciò che si desidera realmente.

E all’interno di questo quadro anche e soprattutto la narrazione in sé è indicativa dell’attitudine della protagonista. La voce narrante non intende ingannare il lettore romanzando la propria storia, piuttosto desidera raccontare come vede sé stessa, indipendentemente da quanto questa immagine possa corrispondere realmente alle vicende di cui si è resa protagonista. E’ la cifra dell’ordinario tradimento posta ad unità di misura della quotidianità, la piacevole illusione che si consolida in alibi e scuse selezionando le proprie verità. L’indulgenza nei confronti delle proprie debolezze (viste come necessarie) va di pari passo con la durezza nel giudizio nei confronti di quelle altrui (poste invece come frutto di scelte arbitrarie). E non potrebbe essere altrimenti, perlomeno nel momento in cui queste diventano necessarie per giustificare le prime. La tentazione davanti alla quale cedono gli altri viene giudicata come più grave rispetto a quella a cui si cede in prima persona. Perché, in fondo, il non aver ceduto di fronte a qualcosa che può aver conquistato molti altri serve a giustificare la debolezza di fronte a qualcos’altro. E poco importa se ciò a cui si è opposta resistenza non esercitava alcuna attrattiva.

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Stephen King – Ossessione

Pubblicato nella seconda metà degli anni ’70, Ossessione (Rage, 1977) è stato il primo lavoro che lo scrittore del Maine ha dato alle stampe sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Si tratta di un romanzo dal quale lo stesso autore, col passare degli anni, ha progressivamente preso le distanze. Ad un punto tale che è lo stesso King ad affermare a chiare lettere, nella prefazione di Blaze, a due decenni di distanza dalla prima pubblicazione, come consideri un bene il fatto che sia andato fuori stampa. Certamente non si tratta di un lavoro centrale nell’ambito della sua vasta produzione, ma in ogni caso le motivazioni alla base di una tale presa di posizione sono da ricercare più nelle pagine della cronaca nera che non in quelle della critica letteraria. La storia non è altro che quella di un liceale che ad un certo punto irrompe nella sua stessa classe armato di pistola, uccide l’insegnante e tiene in ostaggio i suoi compagni per un’intera mattinata. Si tratta di un copione che periodicamente ha avuto modo di prendere forma anche nelle pagine della cronaca nera statunitense, tanto prima quanto dopo la pubblicazione del romanzo. E sebbene nessuno possa imputare ad un autore di best-seller una qualche responsabilità in fatti di cronaca più o meno efferati, appare comunque comprensibile il desiderio da parte dello stesso di non vedere il proprio nome associato ad eventi che non aveva intenzione di provocare, e ai quali non intende trovarsi collegato in alcun modo. Un desiderio tanto più comprensibile quanto più si considera che in qualche caso la polizia ha avuto modo di trovare copie del suo libro tra i possedimenti degli autori di sequestri e stragi in ambito scolastico. Non si tratta di una presa di distanza che in qualche modo intende dare ragione ai molteplici cori di accusa che di volta in volta cercano di individuare capri espiatori (nella letteratura, nel cinema, nella musica, etc.) ai quali addossare colpe e responsabilità anziché concentrarsi su cause e moventi. Piuttosto sembra essere l’espressione di un desiderio di distacco da qualcosa attorno alla quale si è addensata, anche solo per associazione di idee, una fitta coltre di dolore e di brutti ricordi.

La storia ha inizio con il protagonista, Charlie Decker, che viene chiamato nell’ufficio del preside a discutere del suo futuro all’interno della scuola. Charlie è uno studente di liceo all’ultimo anno che poco tempo prima era già stato sospeso per aver aggredito in classe il suo insegnante di chimica colpendolo con un serratubi. Il confronto è tutt’altro che pacifico, con lo studente che aggredisce verbalmente il preside, insultandolo e deridendolo, fino a costringerlo ad espellerlo dall’Istituto. Ma anziché lasciare l’edificio, Charlie si ferma a prendere una pistola che custodiva all’interno del suo armadietto ed irrompe in classe uccidendo sul colpo l’insegnante di algebra seduta dietro alla cattedra. Gli allarmi che indicano il pericolo scattano nell’arco di pochissimo tempo, ma nel frattempo il ragazzo ha già avuto modo di sedersi dietro la cattedra con l’arma saldamente stretta e di ordinare ai suoi compagni di classe a rimanere seduti ai loro posti. E il maldestro tentativo da parte di un altro insegnante di mettere subito fine all’azione di Charlie, lanciandosi contro di lui per disarmarlo, non ha altro esito che l’incremento di una seconda unità del conto dei decessi per omicidio tra gli appartenenti al corpo docente.

La scuola viene completamente evacuata, e con l’arrivo della polizia hanno inizio i maldestri tentativi di negoziazione con il giovane sequestratore. Tuttavia, nel frattempo, all’interno della classe le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata. Dopo una fase iniziale di conflitto e smarrimento, gli ostaggi cominciano a solidarizzare con quel loro compagno che li tiene bloccati ai loro posti. Il giovane sequestratore ed i coetanei suoi ostaggi iniziano a confrontarsi tra loro come mai avevano avuto modo di fare in precedenza, arrivando a rivelare in pubblico aspetti delle loro esistenze che normalmente avevano sempre cercato di mantenere confinati nella solitudine. All’interno della classe si viene a formare una sorta di bolla artificiale che finisce con il separare ciò che racchiude al proprio interno da quanto rimane confinato all’esterno. Si tratta di una sorta di micro-mondo isolato dall’esterno, all’interno del quale la classe si trova coinvolta in qualcosa che assomiglia ad seduta terapeutica spontanea, un evento che paradossalmente riesce ad avere luogo proprio in ragione dell’assenza di uno psicoterapeuta di professione.

Non avendo richieste da fare o risultati da ottenere, Charlie si interfaccia con i tentativi di mediazione provenienti dall’esterno con l’unico apparente obiettivo di minare l’autorità delle figure con cui entra in contatto. Poco importa che si tratti del preside, del capo della polizia locale o dello psicologo della scuola: il suo è un gioco mentale e verbale prima ancora che fisico. Chi è all’esterno non ha alcun modo di esercitare all’interno delle mura della classe dove sono rinchiusi Charlie ed i suoi compagni anche solo una minima parte dell’autorità di cui normalmente dispone. Ad esempio, per tutta la durata del suo tentativo di “far ragionare” Charlie, lo psicologo si trova di fronte ad un interlocutore che non solo non risponde alle sue domande, ma al contempo gli vieta di porle, imponendogli di rispondere alle sue (sotto la minaccia di uccidere qualche ostaggio se la sua regola non dovesse essere rispettata). Per quanto breve e fine a sé stessa, l’inversione di ruoli tra chi normalmente può fare le domande e chi invece deve rispondere rappresenta una sovversione delle gerarchie sociali che non manca di intercettare i favori della maggioranza delle persone che gli stanno sedute di fronte.

Dopo alcune timide resistenze iniziali dettate dalla paura, i compagni di classe di Charlie non tentano nemmeno di fuggire o di fargli cambiare idea, accettando la situazione per quello che è. Agendo da filtro nei confronti del mondo esterno, Charlie ha permesso la formazione di una sorta di spazio all’interno del quale tutti i normali rapporti di forza che regolano la vita quotidiana sono stati aboliti, ed il velo dell’ipocrisia che questi impongono è stato squarciato. Fino ad arrivare alla presa di coscienza del fatto che in realtà solo uno studente è trattenuto all’interno della classe contro la sua volontà. Come una sorta di proverbiale eccezione il cui scopo è confermare la regola, si tratta di un ragazzo che a differenza dei suoi compagni di classe ha sempre dimostrato di sentirsi a proprio agio nel contesto dei rapporti di forza che regolano la quotidianità. Prestante, sportivo e popolare, è il classico individuo che riesce a mantenere una posizione dominante sui suoi coetanei, collocandosi in una posizione di forza paragonabile a quella degli adulti che occupano posizioni di autorità. Con le buone o con le cattive, minacciando punizioni o ritorsioni, può disporre di un potere in grado di mettere a tacere i suoi compagni a suo piacimento. Motivo per cui il suo disagio aumenta in misura direttamente proporzionale all’allentarsi di freni ed inibizioni da parte di coloro gli stanno attorno (e alla sua impossibilità di ristabilire il suo ordine).

Per tutta la durata degli eventi, le azioni di Charlie si rivelano essere il risultato di un misto di determinazione e fragilità, tutt’altro che animati da una volontà omicida fine a sé stessa. In tal senso risultano ben distanti dal panorama di distruzione, traumi e lutti, che si lascia alle spalle, ad esempio, una Carrie. Infatti, se si valutano solo le azioni e le loro conseguenze, gli eventi di cui si rende protagonista la liceale con poteri telecinetici si dimostrano decisamente più simili a quelli che hanno portato all’attenzione di tutto il mondo nei confronti, ad esempio, di una sconosciuta scuola superiore a Columbine nel Colorado. Quindi il primo interrogativo che sorge è: perché un Charlie Decker che utilizza la sua pistola per mettere in piedi qualcosa di simile ad seduta di terapia di gruppo sembra suscitare una maggiore fascinazione rispetto ad una potente telecineta protagonista di una vicenda di proporzioni apocalittiche? Certamente non è una questione di numero di vittime che i due lasciano sul terreno; una sfida, questa, che vedrebbe senza dubbio il macabro trionfo di Carrie. Piuttosto sembra di trattarsi di qualcosa che accomuna entrambi, ma alla quale i due reagiscono in modo diverso.

Ciò che accomuna Carrie White e Charlie Decker è il loro essere vittime, la loro vulnerabilità tanto nei confronti dei coetanei quanto degli adulti con cui sono sempre stati costretti ad interagire. Ma a differenza di Charlie, Carrie non riesce mai, neanche per un breve periodo, a sottrarsi al suo ruolo di vittima: del folle e violento fanatismo religioso della madre; degli insegnanti, la cui considerazione oscilla esclusivamente tra il fastidio e la commiserazione, tra l’irritazione e la condiscendenza; dei suoi coetanei che da anni la deridono, emarginandola nell’isolamento dello scherzo di natura da sfruttare per una forma di crudele divertimento collettivo. Lo stesso invito che la porterà ad essere incoronata Regina del Ballo nella serata in cui avrà luogo la sua ultima e definitiva umiliazione non è altro che il risultato del desiderio di una sua compagna di scuola di espiare i suoi sensi di colpa. E perfino il massacro che si consuma nulla di più che la sua consacrazione definitiva come vittima: completamente in balia dei suoi poteri e della sete di vendetta, Carrie finisce con l’aggirarsi per la cittadina come un burattino controllato dalla furia che la pervade. Mai, in nessun momento, Carrie riesce anche solo lontanamente ad ottenere il risultato che Charlie, anche se solo per un breve intervallo, riesce a raggiunge con un utilizzo della violenza incommensurabilmente minore: farsi ascoltare.

Si potrebbe dire che il vero atto sovversivo di cui Charlie Decker si rende protagonista (e che pertanto potrebbe costituire l’elemento all’origine di una maggiore fascinazione per coloro che sono – o che si sentono – emarginati) consiste proprio nel suo uscire dal ruolo da vittima obbligando coloro i quali considerava suoi carnefici ad ascoltare passivamente ciò che ha da dire. Charlie riesce a trasformare in ascoltatori passivi coloro i quali in passato avevano il potere di ridurlo al silenzio, mentre Carrie non riesce in alcun modo a far sì che chi l’ha mortificata per anni subisca, anche solo una volta, un’umiliazione paragonabile alla sua. In ogni caso, quello su cui entrambi i romanzi convergono consiste nell’individuazione di scenari che deragliano rispetto ai binari delle ricostruzioni standard che cercano forme di razionalizzazioni in grado di assolvere la collettività dai crimini di cui si sono macchiati i suoi figli. A fronte di un tragico evento (come può essere stato, appunto, il massacro della Columbine High School), reagendo come in seguito ad una specie di riflesso condizionato sociale, tendono ad alzarsi le voci di associazioni di genitori, opinionisti ed esperti di varia natura, che puntano l’indice in direzione di prodotti culturali giudicati “violenti”. Puntualmente tali accuse ignorano – o fingono di ignorare – che non c’è assolutamente alcuna logica nell’attribuire ad un libro letto da migliaia di persone (o ad un film, o ad un disco, etc.) il ruolo di causa responsabile di crimini compiuti da una singola persona. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali opere possano agire da detonatori, come fiammiferi che incendiano la miccia di un candelotto di dinamite, il problema non si risolve vietando la diffusione dei fiammiferi (e degli accendini, e del fuoco in generale) ma disinnescando gli esplosivi.

Senza cercare a sua volta scuse o alibi per i suoi personaggi, quello che invece fa King è concentrarsi sul contesto che genera l’esplosione di violenza. Le violenze di cui si rendono protagonisti i suoi personaggi non nascono dal nulla, ma si costruiscono piano piano, giorno dopo giorno, nei silenzi degli abusi e delle umiliazioni: nello sgabuzzino all’interno della casa di Carrie all’interno del quale la madre la rinchiude per fare penitenza; nella tenda durante il campeggio dove Charlie sente il padre ubriaco dire agli amici che mutilerebbe la moglie se scoprisse un suo tradimento; negli atti di bullismo e di prepotenza di cui entrambi sono stati vittime innumerevoli volte. Stephen King non giustifica la violenza di Charlie, ma allo stesso tempo la storia che narra non si accontenta di fermarsi al fatto che il ragazzo ha fatto quello che ha fatto perché possedeva un’arma da fuoco. La sua violenza non nasce dal possesso di una pistola, ma dalle molteplici, spesso invisibili e silenziose, violenze di cui lui stesso è stato a sua volta vittima. E se da un lato è moralmente comprensibile che un autore non voglia avere nemmeno il dubbio che un suo libro possa essere il fiammifero che innesca l’esplosione della dinamite, dall’altro non si può fare a meno di notare che concentrarsi sul fuoco che può accendere una miccia anziché sull’esplosivo in quanto tale non è affatto differente dal fissare lo sguardo sul dito quando questo indica la Luna.

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