Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice è una conferma del differente approccio a cinema e televisione che negli ultimi anni la DC Comics ha sviluppato rispetto alla concorrente Marvel, grazie in particolare all’ottica filmmaker driven della Warner. Mentre la Casa delle Idee sembra prediligere una narrazione solida e compatta in ambito cinematografico per lasciare alle serie TV (Netflix in particolare) il compito di esplorare l’universo dei propri supereroi in modo meno convenzionale, la DC si è spesso mossa in direzione opposta: una narrazione di tipo tradizionale in ambito televisivo (Gotham, Arrow, The Flash, etc.) per rischiare qualcosa in più nel passaggio al grande schermo. Lo confermano le scelte dei nomi chiamati a realizzare i vari capitoli dei diversi universi cinematografici. Mentre la Marvel si è affidata soprattutto a solidi professionisti con proposte lineari (Jon Favreau, Joss Whedon, Kenneth Branagh, i fratelli Russo, James Gunn, etc), la DC si è affidata anche a nomi che non sempre hanno un’idea convenzionale della narrazione. Autori come, appunto, Christopher Nolan o Zack Snyder. Un fatto, quest’ultimo, che già in passato non ha mancato di causare non poche reazioni negative, in particolare da parte della critica. Per fare un esempio, sebbene oggi la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan sia considerata uno dei vertici del cinema supereroistico, quando Batman Begins affrontò per la prima volta la critica non mancarono numerosi pareri negativi: da chi criticava il film per una presunta mancanza di azione o velocità, a quanti lamentavano una non meglio precisata mancanza di senso dell’umorismo.

Nel caso del lavoro di Snyder, forse guidati da una personale idea di cosa dovrebbe essere un film, o magari con una concezione univoca di come dovrebbero essere trasposti Batman e Superman sul grande schermo, molti critici hanno dato voce a pareri negativi sulla sua opera, e il più delle volte non tanto sulla base di ciò che essa veicola, quanto piuttosto in relazione a una serie di elementi che secondo loro non contiene (o che avrebbe dovuto contenere). Non di rado si tratta di giudizi che, nel caso del Detective di Gotham, sembrano non fondarsi su molto altro rispetto ai film di Tim Burton o Joel Schumacher (quando non sulla serie TV degli anni ’60 con Adam West). Mentre nel caso dell’Uomo d’Acciaio, parte della critica sembra non voler rinunciare a quell’immaginario tipico degli anni ’70 presente nei film con Christopher Reeve o, in qualche caso, alla linearità essenziale propria di una serie TV come Smallville. Elementi, questi, che evidenziano una certa distanza da quali diverse forme può assumere la narrativa supereroistica, in particolare quando si tratta di personaggi con storie lunghe e molto stratificate.

Ad esempio, tralasciando le legittime preferenze estetiche e i personali giudizi di valore, criticare il Batman di Nolan (o di Snyder) perché diverso da quello di Burton non risulta differente dal criticare la caratterizzazione del Cavaliere Oscuro operata da un Mark Waid in quanto diversa da quella di un Grant Morrison o di un Jeph Loeb, o quella di un Alan Moore perché a tratti antitetica a quella di un Frank Miller. Le critiche fondate sulle assenze o sulle (presunte) mancanze spesso sono espressioni di personali aspettative degli spettatori che, se deluse, possono dare vita a reazioni negative. Ma quelle che uno spettatore può percepire come mancanze non rappresentano necessariamente degli errori, anzi spesso si tratta di scelte registiche. Proprio per questo possono risultare del tutto comprensibili numerose critiche piovute addosso a Batman v Superman, quelle che ogni spettatore può esprimere in merito al suo mancato gradimento o alle sue aspettative. (Critiche che non è escluso che la DC abbia messo in conto in anticipo quando ha scelto di affidare la direzione del progetto al regista di un film come Sucker Punch, anziché a qualche professionista più tradizionale come quelli a cui di solito si affida la Marvel.) Tuttavia questo non significa che il prodotto finale sia carente in sé o che abbia “buchi nella sceneggiatura”, per usare un’espressione tanto di moda quanto usata a sproposito, in particolar modo in rete (dove si sprecano gli articoli con titoli come “8 plot holes”, “12 plot holes”, “126 plot holes”, etc. che sostengono di rilevare buchi nelle sceneggiature quasi ovunque, senza risparmiare film di registi come Hitchcock, Welles o Kubrick).

Il Cavaliere Oscuro, Star Wars e i buchi nelle sceneggiature

Si ha un “buco” in una sceneggiatura quando sullo schermo avviene qualcosa di inspiegabile, qualcosa che avrebbe necessità assoluta di essere spiegato poiché in sé le regole dell’universo filmico che guidano la narrazione da sole non sono sufficienti per consentire allo spettatore di contestualizzare quanto avviene. Un noto esempio di uso di questa definizione in ambito supereroistico riguarda il ritorno a Gotham City di Bruce Wayne dopo la sua fuga dal pozzo prigione in cui era stato abbandonato da Bane in Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno. Quanti parlano di “buco nella sceneggiatura” interrogandosi su come abbia fatto Bruce Wayne a introdursi in una Gotham sotto il controllo delle milizie di Bane, usano la definizione a sproposito, confondendo le loro aspettative (o una loro personale curiosità) con una tutt’altro che illogica scelta registica. Si avrebbe avuto un buco, facendo degli esempi iperbolici, se una volta fuori dal pozzo Bruce Wayne si fosse messo a correre come uno speedster, o qualora fosse arrivato dal cielo un uomo d’argento su una tavola da surf per ricondurlo nella sua città. Questi sarebbero stati buchi poiché nell’universo narrativo di Batman Bruce Wayne non ha superpoteri e Silver Surfer non è presente. La scelta di Nolan di non mostrare l’ingresso in città di Bruce Wayne indica solo come non lo considerasse un evento rilevante: l’uomo che è riuscito nell’impresa di fuggire dalla prigione da cui prima di lui era riuscito a scappare solo Bane non dovrebbe trovare alcuna difficoltà in un’operazione che richiede abilità di gran lunga inferiori. (Tanto più che proprio prima della sua apparizione si assiste a Selina Kyle che, da sola e a mani nude, in uno scontro diretto neutralizza due sgherri di Bane senza nessuno sforzo).

Un esempio simile riguarda un altro film che è stato accusato di essere pieno di “buchi”: Star Wars – Il Risveglio della Forza. Ad esempio, c’è chi ha definito un’incongruenza il fatto che per distruggere la Morte Nera sia stato necessario un vero e proprio attacco coordinato da parte delle forze ribelli, con piani dettagliati e gli uomini migliori schierati in prima linea, mentre per annientare la ben più grande Base Starkiller sono stati sufficienti pochi uomini, con pochi mezzi e senza un piano curato nei particolari. Tralasciando il fatto che più grande non significa affatto più sicuro o meglio protetto (infatti una piccola cittadella con alte mura è più resistente alle infiltrazioni e agli assedi di quanto non lo sia un territorio più grande ed esteso), il fatto stesso di assistere a come avviene l’evento rende inconsistente la definizione di “buco”. Nel caso di Star Wars, molte altre sono state le accuse di “buchi”, in larga parte riguardanti Rey e le sue capacità, dal controllo della Forza alle abilità come pilota o nella lotta. Anche in questo caso, anche mettendo da parte il fatto che si tratta del primo capitolo di una trilogia, e che quindi non è possibile distinguere ciò che non sarà spiegato da ciò che ancora non è stato spiegato, l’uso che Rey fa della Forza è del tutto coerente con l’universo di Star Wars. Per quanto possa non essere (ancora) chiaro se un simile “risveglio” possa avvenire in modo così veloce perché la Forza avrebbe la necessità di ripristinare al più presto l’equilibrio con il Lato Oscuro, o perché sia stata in qualche modo “addormentata” in Rey e ora stia riemergendo, o magari altro ancora, se un evento può avere almeno una spiegazione, allora non è un buco.

Da questo punto di vista, Batman v Superman non presenta “buchi”: quanto avviene nel film è spiegabile. La critica che si può fare è semmai un’altra, e riguarda una caratteristica che Zack Snyder spesso condivide con altri registi come, appunto, Christopher Nolan o J.J. Abrams: una sorta di avversione verso l’infodumping che talvolta sfocia in una scarnificazione tale della comunicazione da rendere possibile la comprensione allo spettatore solo in proporzione alle sue personali conoscenze. Ad esempio, in Batman v Superman, solo quanti abbiano una conoscenza di chi sia Darkseid possono aver intravisto i suoi Parademoni negli uomini alati presenti nel quadro di Lex Luthor come nella “visione” di Bruce Wayne (una sequenza che sembrerebbe un sogno, ma che più probabilmente, data l’irruzione di Flash, potrebbe essere un riferimento a una linea temporale alternativa), e pertanto una possibile anticipazione di fatti a venire nei prossimi film, oltre che un riferimento a quei “pericoli” dei quali Lex Luthor sembra vaneggiare. E dato che questo è solo uno dei tanti elementi che Snyder ha disseminato senza soffermarsi per offrire spiegazioni allo spettatore occasionale, non stupisce che la maggior parte della critica cinematografica, non addentro al mondo dei comics, non abbia colto molteplici allusioni o sottintesi.

Intermezzo – Colpo a Tradimento

E alla fine, la domanda: chi è realmente al centro della storia? Chi manovra il sipario? Chi è che decide la coreografia della danza? Chi ci porta alla follia? Chi è che ci sferza e ci incorona vincitori quando sopravviviamo all’impossibile? Chi è che fa tutte queste cose? (Sucker Punch)

Da Watchmen fino a L’Uomo d’Acciaio, per Zack Snyder la narrazione supereroistica non avviene solo sul piano dello scontro tra un eroe e il suo avversario, ma è anche uno spazio all’interno del quale un soggetto si trova a fronteggiare i propri limiti – etici e psicologici, prima ancora che fisici. Da questo punto di vista Sucker Punch, con la sua palese natura metaforica, spingendo l’azione supereroistica in una dimensione onirica e allucinatoria, offre una visione quasi senza filtri di quale significato può avere questo tipo di cinema d’azione per il regista statunitense.

In sé la storia è piuttosto semplice. La giovane Babydoll viene condotta in un istituto di igiene mentale dal patrigno che la accusa di aver ucciso la sorella, un delitto invero compiuto da lui stesso e che insieme all’internamento della ragazza gli consente di diventare l’unico erede del patrimonio della moglie da poco defunta. Per assicurarsi il silenzio definitivo della giovane, il patrigno si accorda con un inserviente affinché la figliastra sia sottoposta quanto prima a un intervento di lobotomia. A questo punto la narrazione si sposta tutta all’interno della mente della giovane, che racconta la realtà che la circonda e gli eventi che le accadono rimodellandoli all’interno di un mondo fantastico.

L’istituto di internamento, dove presumibilmente le ragazze sono costrette a prostituirsi dallo spietato inserviente, si trasfigura in un bordello burlesque in cui le ragazze sono obbligate a “ballare” per uomini ricchi e facoltosi che pagano per godere dei loro talenti. La protagonista ha a disposizione solo pochi giorni per fuggire prima di essere sottoposta all’intervento che le azzererà le facoltà mentali, pertanto cerca di sfruttare gli incontri con i vari “clienti” per procurarsi il necessario per fuggire. Ogni volta che Babydoll “balla” l’azione si sposta in un livello ancora più profondo, in dimensioni epiche e avventurose all’interno delle quali lei e le sue amiche devono affrontare nemici terrificanti per completare le loro missioni e sopravvivere. (Lo spettatore non ha mai modo di vedere Babydoll “ballare” poiché ogni volta che si appresta a farlo l’azione si sposta altrove, in una dimensione che consente alla protagonista di prendere le distanze da ciò sta accadendo al suo corpo nel mondo reale.)

Le missioni si susseguono l’una all’altra in un crescendo di difficoltà e pericolosità che hanno fatto sì che buona parte della critica ne fraintendesse del tutto il senso. Concentrandosi quasi del tutto sull’azione che si svolge sullo schermo, e dimenticando quello che essa rappresenta, il film è stato oggetto di dure critiche da parte di quanti non hanno fatto altro che coglierne l’estetica videoludica. Concentrandosi solo sugli obiettivi delle missioni, e non anche sullo svolgimento delle stesse, questi hanno trascurato il fatto che non si trattava di altro che di fantasie della protagonista, e che quindi la crescente pericolosità non rappresentava tanto il racconto di un’avventura a livelli – come appunto in un videogioco – quanto piuttosto il crescere incontrollato di una sorta di desiderio di morte che la protagonista prova ogni volta che si trova a fronteggiare la sempre più insostenibile costrizione a “ballare” per un cliente, una volontà suicida che non manca di affondare le proprie radici anche nel senso di colpa per non essere riuscita a impedire la morte della sorella.

L’azione supereroistica in Sucker Punch, al di là dei sgargianti colori e degli effetti speciali, è il percorso fantastico attraverso il quale una ragazza internata all’interno di un istituto psichiatrico e condannata a essere lobotomizzata cerca di capire chi è, cosa può e cosa vuole fare. Babydoll non è un personaggio definito che si muove attraverso una narrazione, piuttosto è un soggetto che assume un profilo in seguito agli eventi con cui si trova costretta a fare i conti.

Chi ci ispira a onorare quello che amiamo con la nostra stessa vita? Chi manda i mostri a ucciderci e allo stesso tempo canta che non moriremo mai? Chi ci insegna che cosa è reale e come ridere delle bugie? Chi decide perché viviamo e per che cosa dobbiamo morire? Chi ci incatena? E chi ha la chiave che può renderci liberi? Sei TU… Hai tutte le armi che ti servono… Combatti! (Sucker Punch)

Fantasmi, Nemesi e Donne nel Frigorifero

La “v” che separa i nomi di Batman e Superman nel titolo non indica solo uno scontro tra i due più potenti e popolari supereroi dell’universo DC, è anche e soprattutto un riferimento a quel confronto necessario a far sì che due personaggi così diversi come il Cavaliere Oscuro e l’Uomo d’Acciaio abbiano modo di trovare un punto di incontro che consenta loro di accantonare le rispettive differenze e contrapposizioni. Non si tratta solo di dare una forma cinematografica ai numerosi scontri che nel corso degli anni hanno visto i due fondatori della Justice League fronteggiarsi più volte, a volte anche in modo molto duro, ma anche di porre le premesse per quel rapporto di limitazione reciproca in assenza del quale il futuro dell’universo DC potrebbe prendere la piega distopica immaginata da Jeph Loeb in Absolute Power, in cui il figlio di Jor-El e quello di Thomas Wayne crescono in perfetto accordo come fossero fratelli, arrivando fino all’instaurazione di una tirannide.

Ma lo scontro tra Batman e Superman rappresenta anche un passaggio necessario nei percorsi che i due si trovano a percorrere nei confronti di loro stessi e dei fantasmi che li accompagnano, prima ancora che a vicenda tra loro o con le rispettive nemesi, siano esse presenti in primo piano (Lex Luthor per Superman) o sullo sfondo (il Joker per Batman). Nonostante siano entrambi orfani dei genitori naturali, Bruce Wayne è il disilluso figlio di una Gotham post-industriale cresciuto con l’immagine della violenta morte dei genitori davanti agli occhi. Al contrario, privo dei ricordi relativi alla fine del suo pianeta natale, Clark Kent è il figlio della rurale Smallville, guidato nella crescita dai principi e valori morali della coppia che l’ha trovato, accudito ed educato. Differenze di origini e di esperienze che conducono ai rapporti quasi antitetici che ognuno di loro intrattiene prima di tutto con le proprie identità.

In entrambi i casi i confini tra l’uomo e il supereroe sono tutt’altro che definiti, ma mentre per Bruce Wayne l’identità segreta è quella in costume, Superman nasconde la propria vera identità dietro quella del reporter figlio dei Kent. Non a caso quest’ultimo si comporta come l’eroe con il mantello rosso anche quando indossa i panni del giornalista sportivo. Ad esempio, nonostante il suo direttore gli abbia detto in modo chiaro e netto che il suo compito consiste nell’occuparsi di sport, lasciando quindi da parte la sua crociata contro l’uomo pipistrello, la certezza di sapere cosa sia giusto fare lo porta a ignorare apertamente gli ordini che ha ricevuto per perseguire ciò che lui considera importante. E’ per questo motivo che paradossalmente, nonostante le buone intenzioni e la buona fede, sono proprio quei valori che ha fatto suoi a mettere a rischio la sua umanità. Vivere in mezzo agli umani e avere una relazione con Lois Lane non fanno di lui un essere umano, proprio come lavorare in un giornale non fa di lui un reporter investigativo. E gli interrogativi che la stessa Lois si pone, sulla possibilità che Clark possa amarla ed essere Superman allo stesso tempo, nascono proprio dalla comprensione (o quanto meno dal sospetto) di quale sia il rapporto gerarchico tra i due soggetti: non teme che Clark Kent possa smettere di essere Superman, teme piuttosto che la natura di Superman possa mettere da parte quella di Clark Kent. Il che è precisamente quello che accade nel suo momento di crisi: non è Superman a sparire dalla circolazione per lasciare campo libero a Clark Kent, ma l’esatto opposto.

Al di là delle legittime preoccupazioni paterne per la sicurezza e l’incolumità del figlio, alle spalle degli insegnamenti morali di Jonathan Kent non c’era solo la determinazione a tutelare a tutti i costi il “segreto” delle sue origini aliene, ma anche il fatto che la morale umana ha senso e può funzionare solo nella misura in cui si trova a fronteggiare dei limiti. All’ombra delle discussioni che vedono Clark contrapporsi al padre ne L’Uomo d’Acciaio a proposito della necessità di mantenere il “segreto”, si agita anche un altro spettro, quello della corruzione assoluta come conseguenza di un potere assoluto. Ciò che distingue un eroe da un villain non riguarda sempre o solo il fine che intende raggiungere, ma anche e soprattutto la convinzione e la determinazione nel perseguirlo. Personaggi come Lex Luthor sono convinti di non perseguire un fine malvagio, perlomeno non in quanto tale (come accade invece nel caso di quelli come Darkseid), quanto piuttosto da un’idea ferrea di cosa sia il bene e dal desiderio di affermarla a ogni costo. Nel momento in cui Superman abbandona le incertezze e le esitazioni e usa il suo potere per affermare i suoi principi e la sua morale, finisce con il somigliare alla sua nemesi più di quanto potrebbe mai desiderare.

Mentre Batman ha ben chiaro come il suo agire contro il crimine lo collochi al di fuori di qualsiasi forma di legalità, Superman si illude di rispettarla (quando non di incarnarla) e la crociata che intraprende contro il Detective non è altro che una conferma della pericolosità della menzogna che l’alieno racconta a se stesso. Si tratta di un pericolo che Bruce Wayne coglie con chiarezza non solo in virtù delle sue abilità investigative o a causa del riaffiorare del senso di impotenza infantile che emerge con forza nel momento in cui assiste alla distruzione di Metropolis causata dallo scontro tra lo stesso Uomo d’Acciaio e il Generale Zod, ma che trova anche una conferma in occasione del loro primo scontro, quando il kryptoniano intralcia il suo inseguimento nel porto di Gotham per ordinargli di seppellire il pipistrello. L’interrogativo al quale l’Uomo d’Acciaio sembra non dare importanza è: quale legge o autorità avrebbe delegato a Superman di stabilire chi può agire contro il crimine e secondo quali modalità o priorità?

Mentre Bruce Wayne si confronta con il fantasma della morte dei genitori fin da quando era un ragazzino, Superman deve affrontare gli spettri della sua formazione morale per trovare una dimensione umana. Mentre il figlio di Gotham lotta contro i propri limiti, Superman deve scoprire quale limite è necessario imporre al proprio potere affinché il bambino allevato in campagna dai coniugi Kent non sia cancellato dall’alieno con poteri sovrumani. E per trovarlo non basta affidarsi agli insegnamenti paterni su cosa sia il bene, è necessario affrontare un percorso che lo guidi verso quei limiti, psicologici e morali prima ancora che fisici, che non dovrà attraversare. In tal senso, e al contrario di quanto potrebbe sembrare a prima vista, il non aver impedito l’attentato nella sede del Congresso, rappresenta un momento fondamentale nel suo processo di umanizzazione proprio in quanto fallimento. Nel momento in cui Clark Kent si rende conto che avrebbe potuto evitare una tragedia se solo avesse guardato nella direzione giusta, si trova costretto a rimettere in discussione le proprie credenze. La necessità di compiere delle scelte è uno di quei limiti umani che la sua natura sovrumana gli aveva sempre nascosto, già a partire da quando, con lo scuolabus che affonda nell’acqua, non ha dovuto affrontare in alcun modo la tragedia di dover scegliere chi salvare, dato che la sua forza gli ha permesso di salvare tutti.

Proprio per questo motivo, nonostante le apparenze, l’aver portato a termine con successo l’attentato al Congresso rappresenta una prima crepa nel piano di Lex Luthor, fino a quel momento tanto magistrale quanto inattaccabile. Snyder capovolge l’espediente della “donna nel frigorifero”, trasformandolo in un elemento di paralisi del protagonista maschile, anziché di avanzamento ed evoluzione. A tal punto da affidare a una protagonista femminile un ruolo centrale nel rapporto tra i due eroi. Facendo sì che Superman si trovi costretto più volte a correre in aiuto di una Lois Lane in pericolo, Lex Luthor non si limita a manipolare, con successo, l’immagine pubblica dell’alieno, ma ne influenza anche il pensiero, accecandolo attraverso lo sguardo riconoscente della donna amata. E il copione si ripete quando la donna da salvare è Martha Kent. Nonostante l’attentato al Congresso abbia incrinato le certezze dell’Uomo d’Acciao, Lex Luthor ha gioco facile nel mettere in atto la sua manipolazione, e non solo facendo leva sull’amore filiale. Luthor sa che Batman non è meno pericoloso rispetto a quanto può esserlo il figlio dei Kent. Quindi se c’è qualcuno in grado di sconfiggere l’alieno, questo è proprio il Cavaliere Oscuro. A differenza di quanto intende far credere a Superman, l’obiettivo del rapimento orchestrato da Martha Kent non è far sì che Superman uccida Batman, ma mandare il figlio di Krypton a morire nell’arena che il Pipistrello ha finito di allestire per lui. Ancora una volta Clark Kent non vede quello che accade davanti ai suoi occhi: Lex Luthor gli chiede la testa di Batman non perché sia realmente interessato a essa, ma perché sa che il modo più facile per manipolare una persona è attraverso la lusinga. E chiedere la testa di Batman come riscatto non significa altro che ingannarlo, facendogli credere che il Detective sia facilmente alla sua portata.

Solo l’intervento di Lois riesce a placere la furia omicida di Bruce Wayne, e non solo perché il nome “Martha” riporta alla mente di quest’ultimo il ricordo della morte della madre, ma perché appare chiaro che in quella situazione, con l’avversario ormai alla sua completa mercé e con a fianco l’amata che lo fissa implorante di non ucciderlo, lui ha smesso di ricoprire il ruolo di bambino che assiste alla morte dei genitori per assumere quello di uomo armato che fa del male alle persone inerti. Come gli aveva annunciato Flash nella “visione” nella caverna, Lois è la chiave, ed è il suo intervento a vanificare gli inganni e le manipolazioni messi in atto dal magnate di Metropolis. Il ciclo d’odio nei confronti dell’alieno che aveva avuto inizio con la demolizione di Metropolis, generato dalla sovrapposizione tra questo e il fantasma dell’assassino dei suoi genitori, ha termine nel momento in cui Bruce Wayne si rende conto di essere diventato ciò che ha sempre odiato.

Ma quello dell’assassino dei genitori non è l’unico fantasma con cui Bruce Wayne si trova a fare i conti. Sebbene la nemesi di Batman non partecipi alla vicenda, la sua presenza nella vita del Cavaliere Oscuro non manca di affiorare a più riprese. Non solo attraverso la vecchia armatura di un Robin (presumibilmente Jason Todd) chiusa in una teca di vetro e deturpata da un messaggio del suo nemico (“Ahah! Joke’s on you, Batman”), ma anche attraverso il riferimento a Superman che lo stesso Bruce fa mentre parla con Clark Kent, quando allude al cattivo rapporto che lui e la sua città sembrano avere con i freak vestiti da clown. Al di là del comportamento istrionico, Lex Luthor non è il Joker. I due hanno diversi punti in comune – un’elevata intelligenza e una fredda lucidità che sfociano in una distaccata sociopatia – ma tra questi non rientra il comportamento eccentrico, se non in modo superficiale. Come per Bruce Wayne quello di Batman è un costume che indossa per perseguire il suo fine, così il comportamento eccentrico di Lex Luthor è la maschera dietro cui nasconde la lucidità glaciale con cui persegue i suoi fini: nonostante si esibisca in pubblico nei panni amletici di un bizzarro miliardario che nei suoi monologhi si muove ai confini col vaneggiamento, le sue azioni dimostrano come sappia sempre di più di quanto dia a vedere.

Al contrario, nel caso dell’eroe di Metropolis, è Superman a indossare un costume, quello del giornalista Clark Kent, proprio come fa il Joker che copre il suo trucco se ha bisogno di nascondere la sua identità. Come Lois Lane, anche il Detective teme quello che potrebbe accadere se l’alieno dovesse perdere il contatto con la sua identità umana, ma dove la donna vede un problema emotivo, il magnate di Gotham intravede una terribile minaccia. Ed è questo l’altro nodo che si scioglie attraverso il confronto tra i due, fermando la mano del Cavaliere Oscuro: non è solo il flusso di ricordi che si innesca attraverso la parola “Martha”, ma anche il fatto che la figura inerme ai suoi piedi sta facendo qualcosa che le sue nemesi, a partire dal Joker, non avrebbero mai fatto: preoccuparsi per qualcun altro. L’alba della giustizia può avere inizio solo quando ha fine la notte dei pregiudizi e delle idiosincrasie. E dopo Lois Lane è il turno di un’altra donna, Diana Prince, intervenire nel terreno di battaglia per modificare i rapporti di forza nello scontro in atto. E se la prima è quella che ha giocato un ruolo chiave nel porre fine allo scontro, la seconda è quella che con la sola presenza trasforma una collaborazione estemporanea in un’alleanza.

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Una Famiglia Tradizionale

Le innumerevoli discussioni sulla cosiddetta “ideologia gender“, nel loro costante ripetersi nella forma di uno scontro tra fazioni pro e contro, manifestano in modo esemplare la tendenza a parlare di qualcosa senza discuterne davvero. Cristallizzare lo scontro sulla questione dei soli nuclei famigliari omogenitoriali, e in particolare sulla possibilità che possano costituire un ambiente non adatto alla crescita di un bambino, è un modo per affrontare il tema della famiglia senza mai metterlo davvero in discussione. Un po’ come se parlando di temi riguardanti il mondo del calcio, e nel dettaglio delle esplosioni di violenza che possono fare da contorno a una partita, ci si limitasse a discutere di quale possa essere la squadra con la tifoseria migliore, quella con la quale sarebbe preferibile schierarsi. Ma in questa guerra di trincea combattuta sulla media distanza, coloro che sono a favore dell’omogenitorialità portano avanti questioni che riguardano anche i diritti umani, prima ancora che civili, delle persone con orientamenti sessuali diversi. Allo stesso tempo, sul fronte opposto, quelli che si esprimono in senso contrario dispongono sul terreno il loro arsenale a “difesa” dei valori tradizionali, affinché il loro insieme di credenze e valori non sia in alcun modo messo in discussione. (Un tipico esempio di petitio principii: la famiglia “moderna” non sarebbe accettabile proprio in virtù del suo non essere tradizionale, e allo stesso tempo quest’ultima sarebbe preferibile proprio per via del suo sottrarsi all’ideologia gender.)

Tutto questo funziona fino a quando si mantengono i concetti su un piano astratto, dove la famiglia è rappresentata come in una pubblicità o in una sit-com americana. Ma l’edificio inizia a mostrare le crepe quando si avvicina lo sguardo per mettere a fuoco i particolari, quando  si abbandonano le confortevoli superfici degli scontri tra branchi per immergersi a fondo nel tema della famiglia. In ciò che è e in ciò che rappresenta.  Come nel caso del romanzo Anatomia Della Ragazza Zoo di Tenera Valse. Infatti è proprio a partire dalla narrazione specifica di una singola vicenda che la scrittrice può affondare le sue parole nello spazio domestico come fossero affilati strumenti di freddo acciaio, simili a quelli che potrebbe utilizzare un’antropologa forense incaricata di sezionare e analizzare un ammasso di resti umani. E nel caso specifico, il corpo morto che giace sul tavolo, pronto per essere studiato e dissezionato, è quello di una giovane donna sulla cui pelle è incisa la storia di una famiglia, nata e cresciuta nel Sud Italia a cavallo tra gli anni ’70 e la fine del secondo millennio.

Gettando uno sguardo alle spalle delle peculiarità romanzesche che animano il racconto, il protagonista occulto che agisce sullo sfondo delle vicende narrate non è altro che una concretizzazione di quelle stesse strutture che regolano la vita e la cultura del paese in generale. Come i singoli individui sono ingranaggi del meccanismo famigliare che li ha prodotti, così a sua volta la famiglia non è altro che un pezzo dell’organismo sociale di cui è parte. Tanto che le relazioni che legano i soggetti che condividono lo spazio domestico e ne condizionano le esistenze si concretizzano in strutture di potere prima ancora che in legami affettivi. I codici che regolano il comportamento all’interno di una casa sono analoghe a quelle che è possibile rinvenire nel resto del quartiere, e queste a loro volta sono analoghe a quelle che derivano dal paese, quindi dalla regione, e infine dalla nazione stessa.

Le immagini tipiche dell’immaginario pubblicitario, come quelle della madre giovane e attraente che sorridente premia con dolci e altri cibi sfiziosi il figlio diligente che ha appena finito di fare i compiti, si dissolvono come un cartellone esposto per mesi al sole estivo e alle intemperie. Così come quelle del padre, anche lui giovane e attraente, che dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro torna a casa pieno di energie da spendere in gioiose attenzioni nei confronti della famiglia, che a sua volta lo attende in una sorta di oasi serena e imperturbabile. Si tratta di strumenti di marketing, il cui fine principale consiste nel vendere un prodotto, sia esso un particolare tipo di merendine, o un automobile, o altro ancora. E le cose non cambiano quando il prodotto da pubblicizzare è un sistema di valori. L’esistenza felice e armoniosa della famiglia sempre giovane e attraente viene presentata come minacciata da un male oscuro che diffonderebbe vizio, peccato e perversione: l’ideologia gender che come lo sporco più resistente deturpa la superficie smaltata e brillante dei valori della tradizione.

Ma la realtà raccontata dalla protagonista Alea è ben diversa da quella propagandata da un immaginario all’interno del quale perfino nelle case di campagna tutto è pulito e luminoso come in una reggia nobiliare. Piuttosto è quella della realtà di paese, dove la domenica mattina le famiglie mettono il vestito buono e vanno a messa con il solo scopo di esserci, e così evitare di diventare oggetto di maldicenze da parte di altri con cui loro stessi avevano spettegolato a proposito degli eventuali assenti. E’ il mondo dove un padre pretende che il figlio si adegui all’immagine imperante del maschio, affinché non sia giudicato come un “ricchione“, cioè come lui stesso giudica i figli di altri che non si comportano in linea con quanto lui si aspetta da un maschio. E’ il mondo dove un padre non permette alle figlie di uscire di casa da sole per evitare che il paese le etichetti come “puttane”, cioè proprio come lui giudica le figlie di genitori che concedono loro di uscire e divertirsi. E’ il mondo dove le cattiverie e le meschinità che ogni famiglia ammassa nei giardini dei vicini vanno a costruire muri insormontabili che imprigionano tutti. Dove perfino una donna che ottiene il risultato di partecipare a una missione spaziale a bordo di una stazione orbitante può essere giudicata come un esempio da non seguire per il solo fatto che dovrà stare a lungo lontana dal suo uomo.

Nel caso di Alea, il padre Renzo Pensi è un insegnante che sfoga le sue ambizioni intellettuali frustrate all’interno delle mura domestiche, dove nessuno può mettere in discussione il suo ruolo di maschio alfa, e dove può esercitare una forma di sorveglianza quasi totalitaria sulla moglie Rina, una devota casalinga sottomessa all’autorità del marito, e sulla prole: la primogenita Alea, Càmila e Danny. Determinato a preservare il suo ruolo di capo famiglia tradizionale contro i cambiamenti sociali che lo minacciano, il padre esercita un controllo asfissiante su tutti i membri della famiglia. Ma il suo potere non si fonda sull’ammirazione e il rispetto, bensì sulla viltà e la codardia. Renzo Pensi è il tipico individuo che, mellifluo e ossequioso di fronte all’autorità, pretende che la sua famiglia si comporti nello stesso modo nei suoi confronti. L’ordine che impone è lo stesso al quale si è sottomesso, e affermarlo nei termini di una necessità è l’unico modo per evitare di ammettere come non sia altro che il frutto di scelte personali.

E’ un quadro desolato di miserabile piccineria, quello all’interno del quale ogni membro finisce con occupare il posto al quale era destinato. Alea, la più ribelle dei tre, si allontana dalla casa paterna il giorno della vigilia di Natale e interrompe i contatti con tutti tranne che con la sorella Càmila che, essendo invece la più conciliante, è quella che più si avvicina al modello di madre-moglie. Ma se lo scopo dell’educazione imposta alle figlie e far sì che diventino angeli del focolare, docili come quella moglie sempre pronta a piegarsi a qualsiasi suo capriccio, nel caso del maschio le cose si complicano. Da un lato c’è il desiderio di renderlo simile all’uomo che millanta di essere, dall’altro c’è la paura che deriva dalla sottile consapevolezza che se dovesse diventarlo davvero potrebbe non tenergli più testa. Danny, pertanto, si trasferisce negli Stati Uniti, sottraendosi al controllo famigliare e preservando il padre dall’inevitabilità di uno scontro che prima o poi avrebbe visto quest’ultimo soccombere di fronte alla forza del maschio più giovane.

Il dominus Pensi lotta per tenere il suo mondo domestico separato da quello esterno, per evitare che tutto ciò che non è di suo gradimento non attraversi la soglia di casa. Anche per rendere più facile ricoprire quel ruolo che considera suo in virtù del suo essere uomo e padre in una realtà patriarcale. Ma le sue azioni sono vane perché la famiglia non può essere separata da quella società di cui è parte integrante. I cambiamenti culturali che cerca di tenere fuori dalla porta di casa rientrano, in modo più discreto, dalla proverbiale finestra. Le altisonanti dichiarazioni di scelte compiute per il bene della famiglia si rivelano essere nient’altro che scuse accampate per giustificare lo strenuo tentativo di preservare sé stessi. E’ una storia che non ha nulla di particolare, di eroico o romantico, e che proprio per questo trova la propria cifra stilistica nel dissolversi nella banalità quotidiana di un uomo che, in modo simile alla società di cui si considera parte, millanta di essere ciò che non è, e che alla prova dei fatti nemmeno accetterebbe di essere.

Il contrasto tra Alea e il padre di fatto si congela per anni nella non frequentazione reciproca. Nonostante l’apparente desiderio di staccare ogni contatto con la famiglia di provenienza, a distanza di anni Alea continua a derivare parte della sua identità dall’educazione paterna. Non solo in ragione di ciò che ha assimilato, ma anche di ciò che ha cercato di disimparare, non sempre riuscendoci. E una delle maschere che si trova calcata sul suo volto, e di cui non riesce a liberarsi, è quella di Nemesi di quel padre che occulta la sua natura violenta e reazionaria in una dimensione post-ideologica. Le velleità intellettuali e artistico-poetiche, camuffate dietro ridondanti sovrastrutture retoriche leziose e autoreferenziali, non sono altro che una cosmesi sul volto di un padre-padrone arrogante e prepotente, piccolo signore incontrastato del suo castello personale. Sono nozioni ingurgitate in un pasto immenso a base di parole consumate in fretta in virtù delle suggestioni che sembrano essere in grado di evocare, e poi scaricate in pozze informi di vomito spacciate per poesia.

Questa retorica, vuota e fine a sé stessa, non è altro che uno strumento per imbellettare l’ipocrisia.  Il dominus narcisista non esita di fronte alla possibilità di compiere dei crimini in nome del suo tornaconto personale, salvo poi rivolgersi all’autorità ed esigere il rispetto della legalità quando qualcosa trascende le sue possibilità di controllo. Così, la lotta contro i cambiamenti, una volta tolta la maschera della difesa dell’ordine e del bene, mostra le smorfie crudeli di un piccolo bullo che tormenta i più deboli per il proprio piacere, salvo poi chiedere aiuto e lamentarsi dell’ingiustizia quando la sua strada incrocia quella di qualcuno sul quale non riesce ad avere la meglio. E come lui, una società che ancora fatica ad accettare l’emancipazione femminile si rivela erede di quel mondo in cui non era inconsueto che un uomo potesse impartire la disciplina ai figli a suon di cinghiate, e in cui la moglie era tenuta a servirgli la cena in silenzio anche quando lui tornava a casa tardi, magari perché dopo il lavoro aveva fatto una deviazione per andare a fottere in un bordello.

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L’Inquisizione Nell’Era Delle Analisi Genetiche

Ci vuole coraggio e determinazione per prendere una decisione come quella della Cassazione: assolvere in via definitiva Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di complicità nell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Lo stesso coraggio che sarebbe stato richiesto per affrontare migliaia di persone radunate per ore davanti a un patibolo in un’assolata piazza estiva con l’annuncio che l’attesa esecuzione non avrebbe avuto luogo. Si può discutere a lungo su tutto ciò che può aver condotto a questa decisione, sull’andamento delle indagini e dei processi precedenti, come anche sulla condotta tenuta dalle forze dell’ordine e dagli organi inquirenti in generale. Ma se l’antica rappresentazione della Giustizia nella forma di una donna con gli occhi bendati ha un senso, questo non è solo nel fatto che i giudizi dovrebbero essere emessi senza tenere conto degli imputati (delle loro identità come dei pregiudizi che possono circondarli), ma anche in una valutazione dei fatti che non tenga conto delle pressioni dei media o delle aspettative delle piazze. Siano esse reali o, come accade oggi, anche virtuali. E con otto anni di campagne giornalistiche orientate spesso in direzione colpevolista, nessun giudice può ignorare che una simile decisione risulterà in larga parte impopolare.

Si tratta dello stesso contesto mediatico entro il quale la lettura delle memorie dell’imputata di Seattle apre le porte a un interrogativo che al momento appare destinato a rimanere senza risposta: come mai le parole della giovane statunitense non hanno ancora trovato un posto nelle librerie italiane? Infatti, a distanza di due anni dalla pubblicazione nella sua madrepatria, e pur essendo uno dei casi di cronaca che ha goduto della maggiore copertura mediatica nel corso dell’ultimo decennio, non esiste una traduzione e distribuzione italiana. Chiunque abbia intenzione di leggere anche la sua versione dei fatti non può fare altro che affidarsi alla conoscenza di qualche lingua straniera. Ci si può rivolgere alla pubblicazione originale nella lingua madre dell’autrice. Oppure a una versione francese – J’Aimerais Qu’on M’Entende - o a una tedesca – Zeit, Gehört Zu Werden - ma non a una nella lingua del paese dove la vicenda ha avuto luogo e dove ha goduto di un’ampia copertura mediatica. E’ chiaro che, a meno che non si voglia cedere di fronte al fascino di suggestioni complottiste, non appare possibile indicare un responsabile o delineare qualche piano oscuro. Tanto meno appare plausibile fare riferimento a una qualche volontà di proteggere il potere giudiziario da una voce che ne denuncia gli errori: sono stati pubblicati libri che puntano in questa direzione con maggiore decisione e ben più efficaci. (Ad esempio, il recente Io Non Avevo L’Avvocato dell’ex-direttore finanziario di Fastweb Mario Rossetti, o Cento Volte Ingiustizia, il libro che raccoglie cento casi di errori giudiziari tra il 1948 e il 1996.) Quindi, se un simile silenzio indica una carenza, questa sembra legarsi di più al mondo dell’editoria e dell’informazione italiana.

Appare ovvio che un libro non è in grado, da solo, di cambiare alcuna idea, soprattutto quando l’analisi dei fatti è già stata sostituita da tempo dalla tifoseria. Chi è convinto della colpevolezza leggerà ogni singola frase nei termini di un’odiosa menzogna, mentre chi sostiene il contrario troverà una conferma di quanto già pensava o sospettava. E per quanto alcuni media possano essersi spostati verso una posizione meno colpevolista negli ultimi tempi, la prima fase del caso, quella che ha fornito l’imprinting all’opinione pubblica, è stata tutta all’insegna della tesi accusatoria, nonostante i buchi e le illogicità all’interno di quest’ultima potessero risultare evidenti a chiunque avesse una seppur minima infarinatura scientifica o epistemologica. Proprio a partire da quello che è sempre stato uno dei concetti centrali all’interno dell’impianto accusatorio: la “ripulitura selettiva” della scena del crimine. In altre parole, il fatto che non ci fossero tracce sulla scena del crimine che non fossero quelle dell’ivoriano già condannato per il delitto sarebbe stato da ricondurre all’opera di pulizia (esclusiva delle loro tracce) effettuata da Sollecito e Knox, con lo scopo di incastrare il loro presunto complice. Per ovvie ragioni, considerando che a qualsiasi avanzato laboratorio di analisi del DNA sono necessari giorni (quando non settimane o mesi) per stabilire a quale profilo genetico siano riconducibili le singole tracce rinvenute su una scena, non esiste modo di capire come avrebbero fatto due ragazzi, nell’arco di poche ore e in contesto disordinato, a individuare e ripulire tutte e solo le loro tracce, lasciando quello di un terzo soggetto.

Si tratta di una tesi, questa, che al di là delle evidenti lacune scientifiche conduce, all’interno dell’insieme dello stesso impianto accusatorio, ad una irrisolvibile contraddizione in termini. Anche ammettendo per assurdo che un simile proposito possa essere messo in atto secondo modalità non meglio definite, ciò non farebbe altro che confermare la tesi secondo cui i due avrebbero tramato ai danni dell’ivoriano. Un aspetto, questo, che però entra in conflitto diretto con l’accusa di aver accusato Lumumba con lo scopo di proteggere il loro presunto complice. Infatti, se i due fossero davvero riusciti a cancellare le loro tracce dalla scena e organizzarla in modo tale da incastrare una terza persona, perché Knox avrebbe dovuto puntare il dito contro una quarta nella consapevolezza che le prove l’avrebbero presto smentita? Oppure, al contrario, se le accuse rivolte a Lumumba avevano davvero lo scopo di proteggere il complice poi condannato, perché non pulire tutto a fondo, anziché lasciare in modo “selettivo” le sue tracce sulla scena affinché potessero essere ritrovate? (Tutto questo a prescindere dal singolare fatto per cui, pur essendo la giovane già sotto sorveglianza e intercettazione, non esistono riprese o registrazioni del suo interrogatorio in questura, quello conclusosi con le accuse nei confronti di Lumumba.)

E’ una questione di logica elementare: se B≠C, non è possibile che A=B e A=C siano entrambe vere. Ma nei salotti televisivi, l’analisi non viene condotta sulla base di fatti, scienza e logica. Sedicenti esperti tracciano fantasiosi profili psicologici senza aver mai incontrato un soggetto, senza aver mai scambiato una parola con lui, e magari senza aver prestato alcuna attenzione alle sue affermazioni. Basta uno scatto fotografico fuori contesto o, ancora meglio, un elemento pruriginoso per scatenare la fantasia dei presenti in studio. Il fermo immagine di un mezzo sorriso in un aula di tribunale rivolto ai genitori diventa un’ammissione di colpa di chi pensa di poter manipolare chiunque, un vibratore come quello apparso in una puntata di Sex & The City e ricevuto in regalo per scherzo diventa l’indicatore di una sessualità lasciva e incontenibile, un paio di mutandine comprate per avere un cambio di biancheria (data l’inaccessibilità della propria in quanto chiusa nella casa che contiene la scena del crimine) diventa una manifestazione di cinica indifferenza. In generale, la narrazione di una storia diventa prioritaria rispetto all’analisi dei fatti, soprattutto in un campo come quello dell’informazione che, al di là di qualsiasi retorica autoreferenziale a base di presunti doveri nei confronti del pubblico, non si sottrae alle leggi del mercato e del profitto.

Non è necessario scomodare Debord e la sua definizione di spettacolo come accumulo di capitale che diventa immagine, né McLuhan che sfata il mito della neutralità del mezzo rispetto al messaggio che veicola, e nemmeno Baudrillard che affronta il tema di come i media non si limitino a catturare la realtà ma abbiano un ruolo attiva nella sua costruzione e metamorfosi. Basta un’analisi in termini di entrate e uscite per vedere come le notizie siano merci che offrono possibilità di guadagno, e quelle che raccontano eventi straordinari offrono occasioni di profitto superiori a quelle riconducibili alla media. La storia dell’irruzione in una casa da parte di un soggetto con dei precedenti per furto avrebbe potuto al più cavalcare qualche giorno di indignazione, soprattutto se legata al fatto che era già stato fermato dalle forze dell’ordine pochi giorni prima della notte dell’omicidio. Ma di sicuro non avrebbe offerto tanto materiale quanto lo scenario che è stato a lungo cavalcato: quello di un presunto attacco a sfondo sessuale compiuto da tre persone diverse e terminato con un omicidio guidato da una coinquilina della stessa vittima.

Accade quindi che, nel momento in cui un soggetto decide di prendere la parola e parlare per sé, magari attraverso le pagine di un libro come in questo caso, di fatto sottrae risorse al core business dell’industria dell’informazione. E allo stesso tempo, a prescindere da qualsiasi valutazione su verità e attendibilità, sottrae sé stesso alle manovre giornalistiche che competono (anche tra loro stesse) per mantenere un controllo sui tempi, le modalità e i contenuti della storia che viene divulgata. Di fronte a un’opinione pubblica che in larga parte la considera colpevole, ci sono validi motivi per ritenere che, sulle pagine di un giornale o all’interno di uno studio televisivo, quel desiderio di essere ascoltata esplicitato attraverso lo stesso titolo del libro avrebbe potuto essere sfruttato per alimentare ancora una volta il fuoco di qualche sceneggiatura torbida e pruriginosa. In assenza di una precisa ed evidente inversione di rotta, non si vede per quale motivo una persona dovrebbe pensare che le sue parole non saranno ancora una volta travisate o utilizzate contro di lei, soprattutto dopo aver passato anni in carcere ad ascoltare perfetti sconosciuti che trasformavano tratti generici della sua persona, a volte comuni a moltitudini di coetanei, in elementi morbosi e contorti, come nel caso di un soprannome nato tra ragazzine su un campo di calcio (“foxy knoxy”) che diventa il marchio di una doppiezza luciferina, .

A differenza delle interviste giornalistiche, su carta come in video, i libri si sottraggono a questo gioco. Chi legge può anche non essere convinto o d’accordo, del tutto o in parte, ma in ogni caso non è possibile negare come siano proprio espressione di ciò che l’autore aveva intenzione di comunicare, senza deformazioni editoriali o spericolate interpretazioni di tuttologi televisivi. Così, quando non ci si può confrontare con quello che l’autore dice, l’attacco si sposta sul piano personale, secondo le modalità dettate dalla più triviale argomentazione ad hominem. Da quando le memorie di Amanda Knox hanno visto la luce, i media italiani si sono soffermati di rado sul contenuto, ma non hanno mai mancato di sottolineare i milioni che l’operazione le avrebbero fruttato, come se questa fosse una cosa vile e spregevole. E soprattutto, come se non fosse ciò che loro stessi hanno fatto per anni, strillando titoli a effetto come “svolta nelle indagini” o “alibi smentito” per vendere più copie di giornali, o magari annunciando il lancio di un servizio con “contenuti esclusivi sul caso dell’omicidio di Meredith Kercher… subito dopo la pubblicità”.

Tutto questo non offre una risposta all’interrogativo su come mai non ci sia una traduzione italiana del libro. Al massimo offre un punto di vista su quanto il panorama dell’informazione (italiana, in questo specifico caso) possa rivelarsi un territorio ostile a una simile pubblicazione: un lungo scritto che ribatte punto per punto a tutto ciò che per anni psicologi e criminologi, giornalisti e altri esperti hanno affermato in talk show, interviste e articoli senza alcun contraddittorio che non fosse quello compiacente e ovattato tra colleghi. Ma allo stesso tempo, di riflesso,  accende una luce in direzione dell’opinione pubblica, quella che si indigna sui social network come quella che aspetta fuori dalle aule di tribunale per strillare “vergogna”. Ragionando nei termini essenziali di possibilità di guadagno, il fatto che un eventuale editore possa considerare un possibile investimento in perdita la distribuzione di un libro come questo si collega a una valutazione di quali potrebbero essere i reali interessi del target a cui sarebbe indirizzato. Soprattutto se si considera che l’interesse del pubblico sembra nascere solo dal desiderio di sentire declamazioni di sentenze di condanna, e non da una curiosità che possa spingere ad ascoltare tutte le versioni per poi confrontarle. In fondo non si tratta di un fenomeno recente: mentre trascinava al rogo la donna accusata di stregoneria, anche la folla che urlava il nome della vittima invocava la giustizia. Anche se in realtà fremeva di eccitazione all’idea della carne che di lì a poco si sarebbe contorta bruciando tra le fiamme.

Perché quando si abbandona il principio classico che raccomandava di esprimersi a favore dell’accusato ogni volta che non ci fosse certezza assoluta della sua colpevolezza (in dubio pro reo), quando si stampano sentenze di condanna a caratteri cubitali alle prime avvisaglie di sospetto, o quando si abbracciano senza alcuna esitazione le posizioni dell’accusa, si abbandona il territorio del diritto per entrare di fatto in quello del giustizialismo Inquisitorio.

 

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Disciplinatha – Un Mondo Nuovo (1994)

Affrontare i Disciplinatha significa parlare di una delle pagine più fraintese della storia della musica italiana. Un destino al quale Un Mondo Nuovo, il loro primo LP, rischia di non riuscire a sottrarsi, perlomeno nella misura in cui dovesse essere preso in considerazione a prescindere dal percorso che ha condotto alla sua realizzazione. Quando nel 1988 vede la luce il loro primo EP, Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta!, su Attack Punk Records, la formazione bolognese sbatte in faccia al pubblico un violento attacco multimediale a base di sonorità post-punk e distorsioni industrial contornato da frasi e immagini risalenti al Ventennio fascista. All’interno di un contesto culturale come quello italiano, in cui non di rado la militanza ostentata non è altro che uno dei molti volti del conformismo, l’uso critico che i Disciplinatha facevano dell’immaginario del Ventennio era troppo brutale per essere accettato dal pubblico. Privi di qualsiasi forma di condiscendenza o atteggiamento consolatorio, percorrevano in modo peculiare e non compromissorio alcuni dei concetti che in passato erano già stati fatti oggetto di riflessione da parte di Pasolini, e che avevano fatto sì che questo fosse spesso fatto oggetto di contestazioni da parte delle sinistre studentesche. Prime fra tutto, le mai sopite pulsioni autoritarie che continuavano a serpeggiare nella cultura italiana attraverso diverse forme di conformismo. Lasciando da parte le possibili controversie quotidiane come non fossero altro che sintomi, i Disciplinatha si muovevano indietro nel tempo alla ricerca della radice della malattia. Pertanto, tenendo in considerazione quali fossero gli elementi dominanti delle produzioni musicali politicizzate del momento, fu pressoché inevitabile scontrarsi con le categorie del pubblico (e non solo) in almeno due punti critici: per l’uso di un particolare linguaggio e per lo sfoggio di un immaginario associato.

Il panorama culturale all’interno del quale i Disciplinatha muovevano i loro primi passi risultava aderente a rigidi codici che indicavano quali concetti esprimere e in quale modo: la comunicazione della militanza politica avveniva, spesso in modo molto didascalico, attraverso l’impiego di parole d’ordine surrogate perlopiù dalle tradizioni partigiana e sessantottina. In modo del tutto speculare, chiunque facesse uso di un immaginario non ortodosso rischiava di finire identificato come aderente a uno schieramento avverso. A un punto tale da non prendere in nessuna considerazione il fatto che, nel caso dei Disciplinatha, il loro impiego di fasci littori e simboli collegati fosse così eccessivo, quando non parodistico, da risultare non meno irritante anche per il pubblico di destra. A dispetto di qualsiasi forma di intellettualismo ostentato anche dalla critica, la logica applicata nella valutazione delle loro prime produzioni era al massimo binaria. Nel momento in cui una legge non scritta associa la militanza a sinistra attraverso la riproposizione quasi pedissequa di canti partigiani, chi campiona frasi del duce per alternale a urla come “A noi! A noi! Addis Abeba!” è destinato a essere considerato un apologeta e pertanto condannato come nemico. Ma il progetto Disciplinatha non solo non era una forma di apologia del fascismo, ma nemmeno si limitava a isolarlo, criticarlo o parodiarlo in quanto tale. Definiva il proprio campo d’azione in modo più profondo e trasversale, non considerandolo alla stregua di una memoria da conservare in un archivio storico e da tirare fuori solo quando si presenta il bisogno di definire chi sono i buoni e chi i cattivi, ma piuttosto come qualcosa di ancora vivo e vegeto che ha mutato aspetto e linguaggio per poter continuare ad agire indisturbato. A volte anche tra le fila degli stessi antifascisti. Mentre la retorica da concerto del 1° Maggio permetteva una tanto facile quanto lusinghiera distinzione tra un noi-buoni e un loro-cattivi, i Disciplinatha realizzavano una sorta di versione moderna de L’Assassinio di Gonzago, in cui è la società nella sua interezza a essere ritratta nei termini di un re fratricida. (E se si mette sul tavolo anche il ruolo che l’Italia avrebbe giocato negli anni a venire in Iraq o in Serbia, l’urlo “A noi! A noi! Addis Abeba!” assume un aspetto ancora più sinistro.)

Tra le tante immagini a effetto che i Disciplinatha hanno impiegato per le scenografie dei loro live o le copertine dei loro dischi, memorabile era la foto di alcuni giovani balilla che sfilavano per strada, modificata sostituendo in qualche caso i fasci littori con i marchi di famose firme del momento (Enrico Coveri, Fiorucci, Vans, Americanino…). L’atto d’accusa è evidente: i giovani che oggi camminano per strada indossando in qualche caso vestiti firmati non sono poi molto diversi da quelli che mezzo secolo prima esibivano i simboli del Regime. Nella continuità allegorica tra fasci littori e griffe degli anni ’80 si concretizza il più tipico spirito gattopardesco della società italiana, quello per cui è necessario cambiare tutto affinché nulla cambi. Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! è il bambino che grida in pubblico la nudità del re mentre questo è convinto di sfilare con i suoi vestiti nuovi, è quello che indica il simbolo dell’aquila romana stampato sul petto di qualcuno che non perde occasione per rimarcare a parole la propria adesione ai valori dell’antifascismo. E’ l’immagine di un paese che con disinvoltura rinnega il proprio passato con una scrollata di spalle, senza aver mai cercato di farci davvero i conti. Gli anni che precedono la pubblicazione di Un Mondo Nuovo rappresentano il periodo passato alla storia come il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. In modo non troppo dissimile rispetto a quanto avvenuto mezzo secolo prima, si assiste a un rinnovamento della verginità popolare attraverso la negazione di quella stessa classe politica che era stata confermata al potere fino a poco tempo prima. La moltitudine di aderenti al fascismo che dopo la fine del regime si erano trasformati in repubblicani e avevano votato per oltre quarant’anni i partiti di governo (democristiani e affini), all’inizio degli anni ’90 si comporta come se non avesse avuto alcun ruolo nella situazione che si era creata, e in larga parte si identifica nei contestatori che lanciano le monetine a Craxi fuori dall’hotel Raphael di Roma. Disciplinatha invece è la voce che non smette di ricordare il passato, di dire alla piazza: “Siete gli stessi di 50 anni fa”. La voce del duce che dice “abbiamo pazientato 40 anni” viene sostituita dal popolo che esulta in seguito alla fine dei “40 anni di malgoverno democristiano”.

Ma nel paese cattolico per eccellenza, quello che ospita nella propria capitale la Città del Vaticano, non solo il popolo ignora l’invito a non giudicare per non essere giudicato, ma al contrario giudica e non tollera di essere giudicato. I Disciplinatha, che non solo rifiutano di blandire il pubblico con la condivisione della retorica della Resistenza, ma che rilanciano  raccontando in suoni e immagini come quei valori siano stati traditi, anche da chi non perde occasione per sventolarli, finiscono sempre più isolati ed emarginati. I loro dischi non vengono distribuiti, non viene loro permesso di suonare in giro, e quando accade rischiano di non riuscire a portare a termine le serate, per colpa di contestatori di destra, o di sinistra, o di entrambi gli schieramenti. I nervi scoperti che vanno a toccare sono a tal punto trasversali da oltrepassare le contrapposizione tra tifoserie opposte. Pertanto, al fine di uscire sul mercato con un album, non rimane loro altra scelta se non quella di abbandonare l’intransigenza e l’oltranzismo che finora aveva segnato la loro carriera. Ostracizzati prima di tutto da quello che avrebbe dovuto essere il loro interlocutore principale, il pubblico cosiddetto “alternativo” (quello dei Centri Sociali, delle Feste Dell’Unità, dei Festival Indipendenti, etc.), ai Disciplinatha rimane un’unica alternativa: cambiare linea o abbandonare il terreno di battaglia. A un primo ascolto, Un Mondo Nuovo sembra così distante da Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! da far pensare che possa trattarsi di un gruppo diverso. Ma quello che in apparenza sembra un cedimento di fronte alle pressioni del pubblico, in realtà si rivela essere un inevitabile arretramento tattico. Viene abbandonata la forma dello scontro corpo a corpo con il pubblico, ma la sostanza viene mantenuta in un gioco di cenni e allusioni forse perfino più duri che in passato. Nel loro insieme, la scelta dei suoni, delle parole, e non da ultimo anche delle cover, sono la dimostrazione concreta che tutto quanto avevano affermato in precedenza era più che fondato. Al contrario di quanto invita a fare il noto proverbio, e proprio come aveva fatto negli anni precedenti, il pubblico continua a giudicare Disciplinatha sulla base degli abiti che indossa.

Le due cover inserite nell’album - Up Patriots To Arms di Franco Battiato e Vi Ricordate Quel 18 Aprile? di Giovanna Daffini – sono rassicuranti per gli ascoltatori che, dedicando loro la stessa superficiale attenzione che aveva utilizzato in passato, pensa di trovarsi davanti a un altro gruppo che celebra in pubblico la separazione tra noi-buoni e loro-cattivi. Ma le avvisaglie che la posizione del gruppo non fosse meno critica che in passato, solo più sottile e sarcastica, erano già ben evidenti in una frase stampata a chiare lettere su Nazioni: “Non siamo di destra, anzi, siamo buoni”. Mentre la tendenza generale era di utilizzare i più popolari canti della Resistenza, come Bella Ciao e Fischia Il Vento, i Disciplinatha recuperano un brano che non è una chiamata alle armi, quanto piuttosto il duro atto d’accusa di chi afferma di non essere in alcun modo disposto a dimenticare il passato. Il brano che forse più di tutti avrebbe dovuto sancire la sottomissione del gruppo alla tradizione viene stravolto ed estraniato attraverso l’innesto di campionamenti e distorsioni (in un modo non molto dissimile da quanto poteva aver fatto un gruppo come gli Einsturzende Neubauten con la rilettura della storia di Lord Randal attraverso la sua versione tedesca, Ein Stuhl In Der Holle). In pratica, le parole sono le stesse, ma il significato muta in ragione di una nuova atmosfera. Da sotto la superficie della canzone sembra affacciarsi un risvolto sarcastico nel momento in cui il verso “Ma i comunisti non han paura difenderanno la libertà” viene ripetuto proprio a quel pubblico che, fino a non molto tempo prima, si era impegnato affinché il loro progetto artistico non potesse essere portato avanti nella forma in cui era stato concepito.

Qualcosa di analogo a quanto accade con la cover del cantautore siciliano, che viene rimaneggiata in alcune parti del testo come un’arma che viene ricalibrata al mutare dell’obiettivo e del contesto, e che interroga gli interlocutori chiedendo “Chi vi credete che noi siamo per i capelli che portiamo?”. E’ una contraddizione sottolineata con il pennarello rosso: gli stessi che si considerano eredi di quella cultura che rivendicava tra i propri diritti quello di non dover essere giudicati sulla base dell’aspetto, non si dimostrano in grado di separare l’apparenza dal contenuto. Ma la voglia di tribunali popolari non si limita a questo. La svolta giustizialista e forcaiola che da tempo aveva iniziato a dilagare nella cultura italiana viene raccontata dalla canzone che dà il nome all’album attraverso scelte sintattiche che si scostano dai proclami littori solo per l’utilizzo di alcune parole chiave che, come in un gioco di prestigio, distraggono dal centro dell’azione. Un’affermazione come “Uniti, attenti e vigili, fratelli democratici, faremo un mondo nuovo, uniti per il nuovo”, se privata del termine “democratici”, lascia spazio a un’esortazione che avrebbe potuto far parte di un documentario dell’Istituto Luce realizzato per promuovere l’azione di forze dell’ordine e di apparati di regime: “giudici irreprensibili, carabinieri liberi faranno un mondo nuovo, uniti per il nuovo”. Raccontare una società che si entusiasma per un cambiamento calato dall’alto utilizzando formule linguistiche ed esortazioni che avrebbero potuto essere parte integrante di una propaganda di regime è solo un altro modo per raccontare l’immobilismo gattopardesco: si acclama con toni rivoluzionari quella che non è una rivoluzione, così che si possa salutare un cambiamento senza cambiare nulla. Si tratta del tema centrale dell’album, tanto da essere ribadito poco dopo in Sei Stato Tu A Decidere: “faremo un mondo nuovo e sarai tu a decidere, faremo un mondo nuovo sei stato tu a decidere. Un mondo di incoscienza, un mondo di passione, mani tese, applausi, e oggi è già domani, e nuovi presidenti, un’onestà diffusa. Ci stringeremo a sera e canteremo in coro, è questo il mondo nuovo? E’ qui il mio mondo nuovo? Un mondo nuovo.”

In un’ipotetica progressione hegeliana, Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! sarebbe la tesi, mentre Un Mondo Nuovo rappresenterebbe quell’antitesi che, proprio nella misura in cui nega quanto affermato in passato, contribuirebbe sul piano dialettico alla nascita di Primigenia, l’album che in quanto sintesi sancirebbe il compimento della parabola del progetto musicale bolognese. Non solo per quel senso di disillusione che lo pervade fino a rasentare la rassegnazione (“Sai cosa me ne frega della libertà? Anche se posso parlare non mi riesco a sentire”), ma anche per una sorta di coscienza dell’imminenza della fine. Come nell’album precedente, fa capolino una cover, ma la distanza dalla tradizione resistente di nuovo si fa siderale. Il ritorno al post-punk attraverso le disperate parole di Ian Curtis in New Dawn Fades è il canto di una fine inevitabile. Se Un Mondo Nuovo, con i suoi slittamenti verso nuove sonorità e i suoi tradimenti scenografici, raccontava Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! in un modo che nessuna forma di coerenza sarebbe riuscito a raggiungere. Così Primigenia racconta l’album che l’ha preceduto facendone esplodere quelle incoerenze e quelle contraddizioni che il progetto Disciplinatha non ha mai smesso di portare in scena. Infatti, quando Primigenia vede la luce, il mondo nuovo non è altro che un panorama in via di assestamento dopo gli scossoni delle indagini giudiziarie. I protagonisti della Seconda Repubblica non sono altro che soggetti cresciuti e formati all’interno degli apparati della Prima, e che si sono riciclati dietro nuovi simboli, nuovi slogan, nuove bandiere. Come bambini che cambiano formazione dopo la fine di una partita a calcio per giocarne subito un’altra, i protagonisti della vita pubblica e le fazioni che li appoggiano si ridistribuiscono sul territorio culturale disegnando nuove geometrie di noi-buoni contro loro-cattivi. Tutto è cambiato affinché nulla cambiasse davvero. E’ questo il mondo nuovo.

 In controluce, ti attendo, così che tu possa sentire per me quasi una solitudine.

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Julia, Bridgitte e le Altre – Le Ragazzine della Notte

Novembre aveva portato con sé il freddo nell’aria romana, ma Julia indossava solo mutandine bianche e un reggiseno dello stesso colore. Tremava sul marciapiede mentre le automobile sfilavano su una Salaria trafficata. Le chiesi se aveva freddo. Con stanchi occhi azzurri rispose: “Se mi copro, non lavoro”. Julia aveva diciassette anni ed era incinta. Era arrivata a Roma dalla Romania quando aveva quattordici anni. Di fianco a lei, Alyssia aveva la stessa età e arrivava dalla stessa città. Avevano viaggiato insieme grazie all’aiuto di un uomo che aveva promesso loro un lavoro in un ristorante. Invece avevano trascorso gli ultimi tre anni come prostitute di strada a Roma. Il loro “protettore” (lo sfruttatore) non era mai molto distante. Di giorno le teneva chiuse in un appartamento e le portava sulle strade di notte. Se le ragazze non gli assicuravano almeno venti clienti a notte, non dava loro da mangiare. Una simile “protezione” mi lasciava senza parole. Non si può dire da dove provenisse il termine, ma chiamare uno sfruttatore “protettore” è un po’ come chiamare “guardiano” un uomo che compra sesso da un’adolescente.

La notte in cui incontrai Julia, incontrai altre trenta prostitute di strada, di cui ventisette ammisero di non avere nemmeno diciotto anni, e che perciò lavoravano illegalmente come prostitute. Nessuna di loro proveniva dall’Italia; arrivavano da Romania, Russia, Moldavia, Albania, Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lettonia e Bulgaria. Incontrare adolescenti che facevano sesso con venti uomini ogni notte non fu facile. Al di là della loro attività, avevano l’aspetto di normali giovani ragazze. Anche quando si trovavano davanti a me, ragazzine mezze nude costrette a indossare solo mutandine e reggiseno, la mia mente non poteva fare a meno di immaginarle a giocare e divertirsi innocentemente a un pigiama party. Incontrai queste prostitute grazie all’aiuto di una ONG chiamata Parsec, alla quale il Municipio di Roma consentiva di inviare unità di strada nelle aree dove c’è prostituzione per promuovere la salute e la sicurezza, inclusi preservativi gratis e aborti. Di solito i protettori consentivano l’interazione con queste unità di strada; incoraggiavano le ragazze ad avvalersi delle pratiche di aborto gratuite, evitando così di trovarsi a pagarle loro.

Morena, Nayla e Shpresa furono le mie guide nell’unità di strada. Guidammo su e giù lungo la Salaria per ore in un furgoncino pieno di libretti informativi, gel lubrificanti e preservativi. Lungo la strada, le ragazze si raccoglievano in gruppi di due o quattro. Le strade laterali erano alberate e non illuminate. Quando gli uomini compravano le ragazze, le portavano in questi vicoli, dove completavano la transazione in un’automobile o nei cespugli. Il ritmo delle transazioni era rapido. Più di una volta, mentre stavano parlando con un gruppo di giovani donne, diverse macchine si misero in coda a noi e suonarono il clacson, come se un qualsiasi ritardo nell’acquisto avesse potuto farli arrivare in ritardo per cena. Ai bordi delle strade, vidi uomini maturi portare delle adolescenti nei cespugli per venirne fuori dieci o quindici minuti dopo. Vecchi, giovani, uomini sporchi in moto, uomini puliti a bordo di BMW – tutti prendevano le ragazzine per mano e si defilavano con loro.

Gabriella, dalla Russia, mi disse che aveva lavorato sulla strada fin da quando era arrivata due mesi prima e che in pratica ogni uomo rifiutava di indossare il preservativo. Quando ci avvicinammo ad Angela, dalla Romania, lei si mise a strillare che l’avremmo fatta ammazzare. Anna, dalla Polonia, aveva venticinque anni e aveva studiato inglese a scuola fino a diciassette anni. Un uomo le aveva promesso un lavoro come modella, così l’aveva accompagnata a Roma. Quello stesso l’aveva venduta al protettore che la teneva sotto controllo da sette anni. Più tardi quella notte chiesi ai membri dell’unità di strada: “Non è illegale che le minori si prostituiscano, anche se dichiarano di aver scelto di farlo?” Mi risposero di sì. “Allora perché la polizia non le aiuta? Perché non arrestano i protettori per sfruttamento di minori?” Mi risposero che anche i poliziotti erano tra i clienti e che di tanto in tanto li vedevano da quelle parti.

In un rifugio nel Nord Italia, raccolsi parecchie testimonianze da parte di vittime della tratta a fini sessuali che furono anche obbligate a lavorare come prostitute per strada. L’odissea di una donna iniziò dopo l’indipendenza ucraina, quando l’ex-banca centrale sovietica trasferì tutti i depositi da Kiev alla sede centrale in Russia, spazzando via i risparmi di una vita di centinaia di migliaia di ucraini. Nel tentativo di trovare un’entrata per la sua famiglia in bancarotta accettò quello che pensava sarebbe stato un lavoro come cameriera in Italia. Un’altra donna era stata trafficata dalla Bulgaria in Italia attraverso la Turchia con la promessa di un lavoro come tata a Istanbul. Ma forse la storia più straziante che ho sentito era quella di una giovane ucraina di nome Bridgitte.

Bridgitte era istruita e con un diploma da infermiera, ma la sua “busta paga” di trentacinque dollari al mese non era nemmeno lontanamente abbastanza per arrivare a fine mese. Lei e le sue amiche videro degli annunci sul giornale per un lavoro in Italia che prometteva un salario mensile di quattromila dollari. “Eravamo stupide – mi ha detto Bridgitte – Sognavamo di trovare un marito bello e ricco che ci sposasse, e ci amasse, e ci ricoprisse di regali con diamanti. Eravamo stupide.” Bridgitte era una delle innumerevoli ragazze est-europee che sono state sedotte dalle illusioni romantiche di uno stile di vita ricco e dinamico nell’Europa Occidentale, in particolare dopo la caduta del comunismo. I mercanti di schiave avevano gioco facile nello sfruttare i sogni di una vita migliore e l’ingenuità della gioventù. Nel caso di Bridgitte, prima fu trafficata in Serbia, dove fu costretta a prostituirsi in un nightclub. Dopo alcuni mesi fu trafficata in Sud Italia, passando per l’Albania e attraverso l’Adriatico a bordo di un motoscafo. Sulla costa incontrò altri uomini che portarono lei e parecchie altre ragazze nel Nord Italia, dove fu venduta a un protettore. Proprio come quella sulla Salaria, la vita sulle strade nelle zone di Venezia e Mestre era una dura condanna.

“La strada è l’inferno,” mi disse Bridgitte. “La strada mi ha completamente distrutta. Ero sempre ubriaca, e mai abbastanza coperta in inverno. Il mio protettore mi picchiava in continuazione. Anche i clienti mi picchiavano. Sulla strada, odiavo me stessa.” Il protettore prendeva la maggior parte dei suoi soldi, ma spediva delle piccole cifre alla sua famiglia in Ucraina. In questo modo, Bridgitte trascorse diversi anni come schiava sessuale perché i suoi genitori insistevano affinché continuasse a inviare soldi. Lei fu quella che mi disse che si sentiva come una “slot machine” per la sua famiglia. Dopo molti anni di prostituzione per strada, i volontari di una ONG chiamata TAMPEP la trovarono svenuta in un vicolo, insanguinata e completamente nuda. Soffriva di numerose malattie a trasmissione sessuale e i suoi danni psicologici erano a livelli critici. Mesi dopo, mentre raccontava la sua storia, i suoi sogni erano chiari come quelli di una bambina.”L’unica cosa che desidero è di essere normale,” disse. “Sogno un marito, dei figli, e una piccola casa.”

(Tratto da Sex Trafficking – Inside the Business of Modern Slavery, di Siddharth Kara)

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Crystal Bowersox – Farmer’s Daughter (2010)

Parlando di talent show, si potrebbe dire che ognuno non è altro che un indicatore del mercato discografico del paese nel quale viene trasmesso, una sorta di cartina tornasole delle tendenze culturali più o meno in voga. Messa a confronto con quella italiana, l’industria statunitense sembra mostrarsi più aperta alle diverse proposte musicali anche quando queste fuoriescono dai binari del mainstream imperante. E allo stesso tempo le produzioni televisive sembrano orientate a puntare più su nomi che potrebbero avere successi di vendita, che non ad assecondare i meccanismi autoreferenziali della narrazione spettacolare. A conferma di queste dinamiche arrivano nomi come quelli di Kelly Clarkson e Carrie Underwood, che con i loro milioni di copie vendute evidenziano come i talent show siano enormi selezioni aperte, dove con la camplicità dello sguardo del pubblico si cerca la next big thing. Sebbene non impossibile sul piano teorico, in pratica è molto difficile che un programma televisivo a stelle e strisce investa energie in un personaggio come la suora vincitrice della seconda edizione di The Voice of Italy: per quanto adatta a un ritorno immediato in termini di interesse, era prevedibile come una simile scelta non avrebbe avuto grossi ritorni sul lungo periodo, se non su un piano aneddotico (e il flop a livello di vendite ne è stata la conferma fattuale). E’ chiaro che le scelte dei network e delle major americane non sono all’insegna di una qualche forma di illuminato mecenatismo, ma sono il frutto di un semplice ed essenziale pragmatismo. Dal punto di vista di una casa discografica, un cantante che si è fatto conoscere grazie ad un programma di successo rappresenta un investimento che nasce già al netto di buona parte dei costi di promozione. E allo stesso tempo, il consolidamento del successo dei nomi scoperti dal format rappresenta una forma implicita di promozione delle edizioni future. American Idol, che nel corso delle varie edizioni ha portato alla ribalta, oltre ai nomi già citati, Jennifer Hudson, Jordin Sparks, Adam Lambert e molti altri, è alla sua 14ima edizione. The Voice of USA è all’ottava stagione e non mostra alcun segno di cedimento. Al contrario, la programmazione di X-Factor US, che non è riuscita a presentare un solo nome in grado di imporsi sul mercato, è stata bloccata dopo solo 3 stagioni.

Tuttavia, in un mercato multiforme come quello statunitense, non sono solo i grandi nomi, quelli in grado di puntare alle vette delle classifiche, a presentarsi come proposte appetibili. A patto di contenere i costi di lavorazione, anche proposte rivolte a nicchie meno massificate possano offrire margini di profitto. Accade così che anche un personaggio non del tutto mainstream riesca a conquistarsi i suoi spazi televisivi fino ad arrivare alla finale di American Idol. Con i suoi dreadlocks e l’aspetto da redneck, Crystal Bowersox è ben lontana dall’incarnare il profilo della diva. La strada che la porterà a piazzarsi al secondo posto della classifica finale è segnata dai confronti con le tradizioni blues, folk e country. Aretha Franklin e Tracy Chapman, Janis Joplin e Alannah Myles, Sheryl Crow e Melissa Etheridge, sono solo alcuni dei nomi che hanno accompagnato la cavalcata della giovane concorrente verso il podio della competizione. Quando poi il suo primo lavoro in studio ha preso forma, i fili sparsi nel corso delle esibizioni televisive si sino intrecciati in 12 tracce che, appunto, mescolano suoni country e folk rock, con inflessioni blues sparse nelle linee vocali. Farmer’s Daughter è un album che può nascere solo da un amore moderno per i suoni del passato. Una variazione di quella tensione che può spingere ad allontanarsi dai luoghi dell’adolescenza proprio per non tradirli.

L’idea del viaggio, con la malinconia dei ricordi o con le speranze di un futuro diverso, incarna uno dei luoghi poetici che più spesso è stato usato per raccontare una sofferenza da cui non ci si riesce a liberare. E’ qualcosa davanti al quale non si vuole cedere, ma allo stesso tempo nasce da qualcosa a cui in realtà non si può o non si vuole rinunciare. Può essere l’autostrada che aspetta solo di essere percorsa per arrivare da qualsiasi parte, come cantava Bruce Springsteen in Thunder Road. Oppure può essere l’automobile che Tracy Chapman ricorda in Fast Car, che andava così veloce da farla sentire ubriaca e le faceva immaginare che avrebbe potuto abbandonare la sua umile vita di tutti i giorni per diventare qualcuno. Il viaggio di Crystal Bowersox inizia con Ridin’ With The Radio, all’insegna di un country rock moderno che non avrebbe sfigurato in un disco delle Dixie Chicks, e prosegue con una decisa deviazione in territori folk-rock, con la cover di For What It’s Worth dei Buffalo Springfield (uno dei due soli brani che non vedono la stessa interprete anche nel ruolo di autrice).

Ma è con la terza traccia, quella che dà il titolo all’album, che si entra nel cuore pulsante della storia. Se una delle caratteristiche principali del country è raccontare storie rendendole credibili, Farmer’s Daughter è senza dubbio un brano country. La strada imboccata solo due canzoni prima raggiunge uno dei punti in cui il viaggio acquisisce consistenza e diventa reale: la sosta per riposare in un luogo che non è casa.  Per quanto l’imboccare e percorrere un sentiero che porta lontano siano i segni di una volontà che è passata all’azione, è con l’accettazione di nuovi letti in cui dormire che si svela la nuova realtà. Chiusa nella stanza di un hotel con il figlio piccolo, la figlia del contadino si rivolge alla madre assente ricordando quanto avrebbe voluto che fosse stata presente per lei, anche quando si ubriacava e maltrattava lei e i suoi fratelli, anche quando arrivò a scuola con le ossa rotte e disse a tutti che era caduta dalle scale. Il passato è una ferita ancora aperta e l’impossibilità di non ritenersi colpevoli della situazione in cui ci si trova impedisce di andare avanti. Non si tratta di un viaggio organizzato giorno per giorno, tappa per tappa, come quelli che si possono prenotare presso le apposite agenzie. Ogni brano che segue è un passaggio di un percorso che si definisce nel corso del suo stesso svolgimento. Per quanto possa essere possibile avere un’idea di quale meta si voglia raggiungere, rimane la difficoltà di trovare la forza necessaria per trovare una strada e percorrerla fino alla fine. Tutto questo nella consapevolezza che non è detto che alla fine sia davvero possibile arrivarci.

Alla fine, quando anche l’ultima nota dell’ultima traccia dell’album lascia spazio al silenzio, ci si rende conto che la meta non è stata raggiunta. Ma in ogni caso è un po’ meno lontana, e guardando indietro risulta difficile concedere ancora qualche rilevanza al fatto che il nome stampato sulla copertina possa aver raggiunto la notorietà grazie a un talent show. Qualsiasi spettacolo che abbia la pretesa di fare del talento il proprio protagonista ha bisogno di almeno tre elementi: non solo di partecipanti che ne siano dotati e di professionisti in grado di svilupparlo e valorizzarlo, ma anche e sopratutto di un pubblico dotato degli strumenti culturali minimi necessari per riconoscerlo e premiarlo. I primi due possono anche non essere sempre al massimo, ma se viene a mancare il terzo non c’è niente che coach, concorrenti e produttori possano fare per correggere i valori in campo. Motivo per cui, se capita che talenti con grandi potenzialità si trovano a soccombere di fronte a personaggi più appariscenti anche se meno “dotati”, magari perché più simpatici o perché protagonisti di vicende personali con le quali è più facile riempire le colonne dei giornali, la ricerca di un colpevole non può non partire da chi siede davanti a uno schermo ed esprime le sue preferenze. Perché quando invece il pubblico si dimostra in grado di separare la musica dalla storia personale che può accompagnarla possono arrivare anche le Alexandra Burke e le Leona Lewis. E allora anche quelle come Crystal Bowersox possono voltarsi indietro e guardare verso la loro permanenza su un palco televisivo come ad una tappa di un viaggio che magari non porta verso una Hall Of Fame, ma che comunque ha permesso di far fare alle loro vite delle svolte insperate.

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Jay McInerney – Le Mille Luci Di New York

Se ancora oggi c’è chi veste Jay McInerney con gli abiti tipici della cultura yuppie, il motivo è da ricercare proprio nelle pagine di Le Mille Luci Di New York, nel loro raccontare la vita della Grande Mela degli anni ’80, tra locali notturni alla moda, ambizioni sociali e piste di cocaina. Il protagonista è un giovane aspirante scrittore che lavora in un popolare settimanale e che ha sposato una donna bellissima. Era convinto di vivere la vita che aveva sempre desiderato, tra la possibilità più vicina che mai di realizzare le sue aspirazioni letterarie e il legame con una donna che si sta affermando come modella, anche grazie al suo aiuto. Ma quando Amanda lo chiama dalla Francia, dove si era recata per una sfilata, per comunicargli l’intenzione di non tornare più da lui, la sua esistenza si rivela in tutta la sua fragilità, cadendo in frantumi un pezzo dopo l’altro. Il suo comportamento mostra i chiari sintomi di un disturbo depressivo. Arriva tardi sul lavoro, non presta attenzione a quello che fa e tanto meno sembra interessato a fare in modo di non perderlo. Nel tempo libero, poi, passa le notti insieme al suo amico Tad Allagash vagando da un club all’altro, tra alcolici consumati ai banconi dei bar, chiacchiere distratte con vaghi conoscenti e sniffate nei gabinetti.

Dello yuppismo degli anni ’80 ci sono i luoghi e alcune consuetudini, ma perlopiù si tratta di elementi contestuali che servono a costruire l’ambientazione ideale di una storia che in cui il vero protagonista si rivela essere l’autoinganno. Come i fari che illuminano la scena sul palco gettando nell’ombra tutto il resto della sala, le luci splendenti della grande città sono lo strumento ideale per distogliere lo sguardo da tutto ciò che si vuole mantenere in un angolo buio. Al di là di ciò che dice e fa, il protagonista si muove nello spazio che separa illusioni e delusioni, illuminando le prime per occultare le seconde, e droga e alcolici non sono altro che gli strumenti che utilizza per non abbandonare la sua comfort zone. Nonostante la sua attenzione sia focalizzata sull’abbandono da parte della moglie, questo non è molto di più di un accelerante, un elemento che ha innescato la reazione tra diversi elementi della sua vita fino a rendere irreversibile il processo di combustione che li divora. E l’assunzione di sostanze che anestetizzano la sua lucidità è un modo per fuggire da quello che la sua esistenza non è, ancora prima che da ciò che è. Vorrebbe essere uno scrittore e lavorare nel reparto Narrativa del giornale in cui è impiegato, ma in realtà il suo unico compito consiste nel verificare la correttezza degli articoli scritti da altri, attenendosi in modo rigido alle direttive che gli sono state comunicate, e se necessario intervenendo affinché possano essere pubblicati senza errori. Non solo non ha modo di scrivere ciò che desidera, ma si trova ogni giorno a dover impiegare la massima scrupolosità per evitare di essere chiamato a rispondere delle imprecisioni altrui.

In altre parole, quello stesso lavoro che all’inizio aveva fatto sì che potesse mostrarsi orgoglioso agli occhi di parenti e amici si rivela essere niente più di un surrogato di quello che avrebbe voluto. Qualcosa di analogo al rapporto che lo lega alla moglie. Abbandonato senza una spiegazione, racconta a sé stesso che Amanda non è più la donna che aveva sposato, che la vita di città e il mondo della moda l’hanno allontanata da lui. Ma questa è una menzogna che ripete a sé stesso per rimandare il momento in cui dovrà fare i conti con una verità ben diversa, e cioè che la donna che credeva di aver sposato non era quella che lui aveva desiderato credere che fosse. Infatti è solo grazie ai cocktail a base di vodka e cocaina se il sempre più traballante castello di bugie che lui stesso ha costruito riesce ancora a rimanere in piedi. Ma ogni volta che la sua coscienza ritrova qualche brandello di lucidità non riesce a evitare il confronto con le sempre più ingombranti evidenze che la sua vita non è nulla più di una messinscena di cui lui stesso è l’autore, tanto da costringerlo a rendersi conto che anche la stessa Amanda non era altro che una sua invenzione. Una presa di coscienza che va di pari passo con il riaffiorare di un dolore che aveva sepolto e col quale aveva sempre evitato di confrontarsi, quello per la morte della madre avvenuta un anno prima.

Prototipo della moderna metropoli, la New York di McInerney svolge un ruolo in parte analogo alla Los Angeles di Bret Easton Ellis. E’ un deserto di luce e cemento inondato da un mare di sconosciuti tra cui svanire. La grande città è il luogo dove è semplice scomparire, dove non bisogna fare particolari sforzi per “Sparire Qui” – per riprendere l’espressione che il protagonista di Meno Di Zero vede su un cartellone pubblicitario e della quale non riesce a liberarsi. Ma è anche uno spazio dove è difficile dimenticare. L’assenza della moglie non risuona solo tra le stanze vuote della casa che ha abbandonato, nei tanti oggetti incatenati a frammenti della vita di coppia, ma anche nelle strade del quartiere che avevano scelto per vivere insieme, nei suoi negozi come nei suoi locali. La pluralità di luoghi diversi moltiplica il numero di ricordi di cui ognuno di essi è impregnato, e il protagonista incapace di passare oltre e andare avanti si trasforma in una sorta di cacciatore di fantasmi. Lo spettro della moglie può affacciarsi in qualsiasi momento, come quando lo fissa immobile dalla vetrina di un negozio, dalle forme di un manichino creato sulla sua figura. Ma quando si trova davanti a lei in carne e ossa, dopo mesi di lontananza, fatica a riconoscerla. La distanza che separa i contorni sfumati di Amanda in persona dalle linee decise che profilano i suoi fantasmi, quelli che assediano le sue memorie, è una degli indicatori di quanto il suo desiderare sia ripiegato su sé stesso. Ostinato, continua a cercare una via d’uscita attraverso un’apertura che lui stesso ha disegnato in trompe l’oeil, e nel frattempo incolpa gli altri delle sue mancanze: la moglie che non gli ha spiegato il motivo dell’abbandono, la capo ufficio da cui si sente perseguitato, il reparto narrativa del giornale perché non gli rispedisce indietro i suoi racconti rifiutandosi di pubblicarli.

Quando poi scende la sera e torna a casa da lavoro, prende una pausa dalla sua caccia ai responsabili delle sue sventure. Tira fuori dall’armadio la macchina da scrivere e prova a dare una forma a quella storia che da tempo sente bollire e agitarsi nella sua testa come un brodo primordiale. Nonostante le aspirazioni che ama cullare, si rende conto che scrivere non era la sua prima opzione perché aveva voglia di uscire, anche se non sapeva dove andare. Ma tutto quello che riesce a tirare fuori sono maldestri tentativi con cui cerca di puntellare le storie che si racconta quando si guarda allo specchio. Attraverso la scrittura cerca di ripercorrere il suo passato, recuperando ricordi a lungo messi da parte e trasformandoli in quelli che avrebbe voluto aver vissuto. Pensa che su quel foglio bianco potrebbero prendere forma le parole non dette e le esperienze non vissute. I ricordi che continuano a riaffiorare nei suoi pensieri potrebbero trasformarsi e combinarsi in una storia diversa, una nella quale perfino il suo abbandono assumerebbe una qualche coerenza con le piccole leggi del suo mondo privato. Ma questi tentativi finiscono stracciati nel cestino uno dopo l’altro, fino a quando il suo sguardo non si posa sull’errore di battitura compiuto dalle sue dita. Scopre di aver scritto “Amanda morta” al posto di “Amanda cara” (*), l’inizio di una lettera in cui non sa cosa scrivere, e che se anche riuscisse a terminare non saprebbe dove spedire. Ancora una volta, i desideri dell’aspirante scrittore si infrangono contro la superficie dura del foglio incastrato nella macchina da scrivere, e quel passato al quale vorrebbe donare una nuova vita naufraga nell’involontarietà di un incipit storpio che grida verità che ancora non si è deciso ad affrontare.

(*) In originale, si trattava di un errore costruito sull’assonanza tra “dear” e “dead” che nella versione italiana è stato resto con la coppia “cara”/”bara”.

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Stephen King – Mr. Mercedes

E’ mattino presto, ma davanti all’entrata della Prima Fiera Annuale del Lavoro c’è già una folla di persone in coda. Alla ricerca di un impiego, molti dei presenti hanno trascorso la notte all’aperto per occupare i primi posti, nella speranza che questo possa contribuire a incrementare le loro opportunità. Ma quella che per molti avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di miglioramento si trasforma in una tragedia mortale. La cittadina non si è ancora svegliata del tutto quando una Mercedes si lancia sulla folla intorpidita dai postumi di un riposo notturno umido e scomodo. Otto persone perdono la vita e molte altre rimangono ferite ad opera di un misterioso assassino alla guida del mezzo con indosso una maschera da clown. Partono subito le ricerche del colpevole, ma l’unica cosa che la polizia riesce a trovare è la macchina che è stata impiegata per compiere il crimine: una Mercedes SL500 di proprietà della vedova Olivia Trelawney. All’interno del mezzo c’è la maschera indossata dall’omicida, ma è stata ripulita con la candeggina e non presenta tracce che possano far risalire all’identità di quello che viene ribattezzato Mr. Mercedes. In assenza di elementi concreti, i detective responsabili del caso concentrano le proprie attenzioni proprio sulla proprietaria del mezzo. Dato che la macchina era stata trovata chiusa e senza segni di scasso, la polizia sostiene che la proprietaria l’avesse lasciata aperta e con le chiavi inserite. La donna nega con fermezza, non mostra alcun dubbio in merito ad una sua possibile dimenticanza. Ma quando arriva la notizia del suo suicidio, i detective pensano di aver trovato una conferma ai loro sospetti. E con la morte della donna, anche la loro indagine va a finire in un vicolo cieco.

Circa un anno dopo, Bill Hodges, uno dei due detective responsabili del caso, è in pensione e passa le giornate a ingrassare davanti al televisore. Il divorzio con la moglie risale a molti anni prima, e sebbene sia rimasto in contatto con la figlia, non la vede di persona da un paio d’anni. Ogni giorno, davanti ai suoi occhi si susseguono le immagini di programmi come Judge Judy e The Jerry Springer Show, mentre vicino a sé tiene la pistola appartenuta al padre e accarezza l’idea del suicidio. Questa triste routine viene interrotta solo nel momento in cui riceve una lettera dal responsabile della strage, che lo esorta a smetterla di esitare e a farla finita una volta per tutte. Tuttavia, non solo questo non ottiene il risultato desiderato, ma al contrario offre all’ex-detective un motivo per accantonare i suoi propositi suicidi. Inizia così una sfida a due in cui i partecipanti si danno la caccia a vicenda. Le premesse sono quelle di una classica crime story, ma nel giro di poche pagine l’identità dell’assassino viene svelata e l’attenzione dell’autore si focalizza sulla partita a scacchi giocata a distanza tra due personaggi che esibiscono più punti in comune di quanti sarebbero disposti ad ammettere. Brady Hartsfield, la nemesi dell’ex-detective ora sovrappeso, è un giovane che vive con la madre e lavora sia come tecnico in una catena di elettronica che come “omino dei gelati” in giro su un camper. Si tratta di due lavori diversi che però hanno un aspetto in comune: gli permettono di passare inosservato mentre va in giro e medita come mettere in atto le sue fantasie di morte. Su un piano astratto, quello tra i due uomini è uno scontro tra il Bene e il Male. Ma quando si scende nel concreto, appare chiaro che la forza che si erge contro un Male freddo e determinato è molto meno nobile di quanto ami pensare. A partire dal fatto che il suo rappresentante è in pensione, e come ex-poliziotto sa molto bene che non solo qualsiasi sua indagine è priva di autorizzazioni, ma è anche illegale.

Entrambi i personaggi si muovono in contesti familiari difficili che ne hanno minato l’equilibrio psicologico. Separato dalla moglie e distante dalla figlia, con un passato da alcolista e orfano di quella che è stata la sua unica occupazione per decenni, Bill divide la sua abitazione con un televisore e cibi precotti. Brady invece è orfano di padre e vive con la madre alcolizzata, alla quale è legato dal ricordo della complicità nella morte del fratellino e verso la quale nutre pulsioni incestuose alimentate dall’intimità fisica che la donna gli concede. Brady è un sociopatico da manuale con pulsioni omicide, mentre Bill è un sessantaduenne depresso alla disperata ricerca di qualcosa che dia un senso alle sue giornate. E nel momento in cui trova questo qualcosa, non solo l’ex-poliziotto non si fa scrupoli a nascondere i dati in suo possesso agli agenti che si occupano dell’indagine (uno dei quali è anche un amico, oltre che il suo ex-collega), ma non esita nemmeno a coinvolgere le persone che gli capitano attorno: il diciassettenne di colore che cura il prato di casa sua e che lo aiuta con l’uso del computer, la sorella della defunta proprietaria della Mercedes (con la quale va a letto a dispetto di qualsiasi distacco investigativo), e anche la cugina di questa con il suo bagaglio di disturbi psichici. Ripete a sé stesso che era bravo nel suo lavoro, ma allo stesso tempo si rende conto che se l’assassino è ancora in libertà è anche colpa dell’approssimazione con cui aveva condotto le indagini ufficiali insieme al suo collega. Guidati da pregiudizi e antipatie personali, avevano indirizzato tutti loro sforzi in direzione della proprietaria della Mercedes, tormentandola nella convinzione che non stesse collaborando alla ricerca del colpevole. E anche adesso, nonostante il contatto diretto da parte del maniaco, la sua azione investigativa si rivela essere non meno approssimativa. Dopo aver stilato un generico profilo psicologico della sua controparte, Bill decide di rispondere all’omicida provocandolo fino a farlo infuriare. In altre parole, la strategia investigativa che il detective in pensione mette in atto consiste nello stuzzicare lo psicopatico che l’ha contattato al fine di stanarlo. Incurante delle conseguenze, mette a rischio l’incolumità di molte persone che potrebbero diventare nuove vittime della furia omicida del maniaco. E che in qualche caso lo diventano.

Ancora una volta, nell’universo di King non c’è spazio per un bene solido e compatto come il male al quale si vorrebbe contrapporre. L’odio per il prossimo da parte di Brady è lucido e razionale, ma non lo è altrettanto la volontà dell’ex-detective di fermare il criminale. Guidati dal desiderio di chiudere al più presto il caso, Hodges e il suo collega si rivelano essere più legati alla loro idea di come debbano essere andate le cose, che non impegnati in una seria indagine. Nonostante l’accurata pianificazione, Brady stesso non credeva che sarebbe riuscita a farla franca. Infatti la maggior parte degli indizi che ne avrebbero permesso la cattura erano già presenti al momento della strage davanti alla fiera. E con il suicidio della proprietaria della Mercedes sarebbe stato possibile raccogliere gli elementi necessari a chiudere il cerchio. Invece proprio la scelta di seguire i loro pregiudizi e la storia che avevano costruito sulla base di questi ha consentito al maniaco di continuare ad agire indisturbato. E in fin dei conti, le provocazioni e le sfide che Hodges invia al suo avversario non hanno alcuna particolare utilità ai fini delle indagini, né sembrano essere guidate da un piano ben studiato: spingere un criminale ad agire non significa anche costringerlo a scoprirsi, o comunque a commettere più errori di quanti possa aver commesso in passato.

Con Mr. Mercedes Stephen King ripercorre le strade de La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe. Come il prefetto G. che perquisisce la casa del ministro alla ricerca della lettera compromettente, Hodges ha avuto per molto tempo l’assassino davanti agli occhi. In qualche caso gli ha anche parlato e in qualche altro gli era stato indicato il suo comportamento anomalo. Ma privo di un Dupin a fianco, liquida gli avvertimenti come frutti di paranoia e persevera nei propri errori fino a quando le evidenze non lo costringono a rivedere le proprie posizioni. E’ la storia di una giustizia lontana dalle indagini razionali a base di prove e analisi in stile Bones o CSI. Piuttosto è il ritratto delle indagini compiute immaginando come avrebbero dovuto svolgersi gli eventi per poi cercare gli elementi che serviranno a confermare la costruzione. Motivo per cui il suicidio di Olivia Trelawney non racconta solo la storia di un omicida senza scrupoli che l’ha sfruttata per compiere un massacro, ma è anche e soprattutto la fotografia di indagini condotte con lo scopo di incriminare chi viene creduto in qualche modo colpevole, anche solo per pregiudizio o antipatia. Quindi la caccia a Mr. Mercedes non può perciò prescindere dal restituire un po’ di giustizia, per quanto tardiva, alla proprietaria della SL500. Perché ciò che separa l’assassino dai detective che gli danno la caccia non è solo il ruolo ricoperto nella storia, ma anche il diverso grado di consapevolezza: a differenza di Brady, che sa di essere crudele e trae piacere nell’agire di conseguenza, Hodges e il suo collega contribuiscono alla demolizione psichica della donna innocente raccontando a loro stessi di stare agendo a fin di bene.

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Le Colpe Degli Altri

Nel diritto penale romano si affermava: in dubio pro reo. E’ l’assunto in base al quale un sospettato dovrebbe essere condannato solo nel caso in cui venga dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio indica come sia preferibile assolvere un criminale piuttosto che rischiare di punire un innocente. Meglio lasciare un crimine impunito piuttosto che compierne un altro facendo soffrire qualcuno che non ha colpe. Al contrario di quanto invece era messo in pratica nell’ambito dell’Inquisizione Romana, dove la colpevolezza era già formulata nell’accusa, e al reo non rimaneva alcuna possibilità di salvezza. Attraverso forme di tortura come quella del tratto di corda, l’accusato veniva forzato a confessare ciò di cui era accusato e accettare la sua condanna. Oppure, in alternativa, poteva provare a resistere al supplizio, qualche volta fino alla morte. Le opposte culture giuridiche erano, e sono, indici del grado di civiltà di un popolo, come anche della sua capacità di rapportarsi all’alterità. La caccia alle streghe e le condanne per blasfemia, le torture per costringere a confessare o abiurare e le sentenze di morte, sono tutti elementi di una cultura che si relaziona al prossimo attraverso l’eliminazione di ciò che viene percepito come una minaccia. Nemo tenetur se detegere, nessuno deve essere obbligato ad accusare sé stesso, afferma quello che dovrebbe essere uno dei cardini del diritto. Ma nonostante tutte le differenze del caso, ancora nel terzo millennio, un popolo che ringhia accuse di colpevolezza e strilla richieste di condanna al minimo indizio di sospetto è erede più della seconda cultura che non della prima. Ancora più quando questa furia non si abbatte su presunti colpevoli ma su evidenti vittime. Come è accaduto nel caso delle due giovani cooperanti liberate dopo una prigionia durata mesi, e sulle quali si è scatenata un’autentica grandinata di accuse e insulti di ogni tipo. Come se la vicenda fosse riuscita a toccare diversi nervi scoperti della cattiva coscienza collettiva, come una pioggia di scintille che incendiano la proverbiale coda di paglia. Accuse con la schiuma alla bocca come solo possono esserle quelle che vanno a scavare là dove si è sepolto qualcosa che non si vuole vedere, che non si vuole ammettere, e che in ogni caso non si desidera vedere sbandierato in pubblico. Come può reagire, ad esempio, il tipico uomo tutto-d’un-pezzo d’altri tempi che si trova a fronteggiare le voci insistenti che circolano nel suo paese sulla sessualità del figlio gay, che lui invece vorrebbe rimasse confinata all’interno delle mura domestiche.

La prima e principale accusa che è stata rivolta alle due ragazze è di essersi lanciate in un’avventura al di là della loro portata, e che questa sia stata la causa principale del loro rapimento. E’ l’elemento cardine della retorica che anima tutto l’impianto accusatorio di quello che non è stato altro che un ennesimo processo alle vittime. Le persone che finiscono con l’essere sequestrate in aree di guerra si contano a decine, e nella maggior parte dei casi si tratta di persone tutt’altro che inesperte, siano essi giornalisti o professionisti di varia natura e formazione. Il concetto attorno al quale si costruisce l’accusa non è altro che un semplice pregiudizio, infatti non è possibile in alcun modo affermare che se al posto delle due ventenni ci fosse stata una coppia di cinquantenni, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio. Viene obiettato che le due giovani si erano recate in un’area molto pericolosa, una zona in cui nemmeno professionisti ben più preparati si avventurano con leggerezza, come se questo fosse ciò che ha messo in moto le azioni dei rapitori. E appare evidente come la loro presenza nell’area ne abbia consentito la cattura, ma da questo non è possibile dedurre che non ci sarebbe stato alcun rapimento. Fornire l’occasione per la messa in atto di un’azione criminale non significa fornire anche mezzo o movente. Lo testimoniano i numerosi sequestri compiuti ai danni di persone delle più diverse professioni, sesso, età e nazionalità. Tra i tanti, ad esempio, solo un anno prima era stato liberato il giornalista Domenico Quirico, dopo un rapimento in area siriana durato cinque mesi. E in questo caso si trattava di un cinquantenne con una pluriennale esperienza come inviato di guerra. Chiunque affermi il contrario non sta facendo altro che trovare giustificazioni a posteriori a un proprio pregiudizio. Qualcosa di simile a quanto fatto una decina di anni prima quando, in occasione del suo tragico rapimento in Iraq, più di una voce si alzò per denigrare il giornalista Enzo Baldoni, utilizzando una sua battuta per affermare come si fosse mosso alla ricerca di vacanze col brivido, pericolose ed eccitanti. In pratica è lo stesso armamentario ideologico del “se l’è andata a cercare” quando una donna viene violentata.

Il progresso tecnico maschera l’immobilismo culturale. Aumenta la copertura WiFi nelle città, si diffondono gli smartphone e i lettori ebook, i televisori diventano sempre più sottili e un’astronauta italiana partecipa ad una missione spaziale internazionale. Ma altre cose rimangono sempre le stesse: i giornalisti che una decina di anni fa ridacchiavano come iene della sorte di Baldoni denigrandolo (“se l’è andata a cercare“), si ritrovano nelle parole di quanti anni dopo hanno sputato bile verso le giovani cooperanti (“se la sono andata a cercare“). Sono quelli che non perdono occasione per ripetere a chiunque che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa. (Salvo poi valutare come opportuno il muoversi sotto scorta quando è la loro incolumità ad essere in gioco.) E come loro, moltitudini inquisitrici non esitano a ripeterlo a loro volta, contribuendo ad amplificare e consolidare il processo di reificazione delle vittime. Il che non stupisce nemmeno un po’. Non solo perché si tratta di un triste copione che si ripete da anni, ma anche perché in un paese dove l’informazione si limita perlopiù al passaparola, chi si attiva e corre dei rischi in prima persona finisce oggetto di campagne denigratorie. Nel paese in cui la maggior parte dei servizi giornalisti si riducono a diffondere i comunicati delle questure, a scrivere editoriali carichi più di giudizi morali che di fatti, a costruire servizi intervistando i passanti o a raccattare curiosità su internet, chi si muove in prima persona non può essere dipinto se non come un esempio da non seguire. Anche coloro che dicono di riconoscersi nei valori della carità e del perdono, della comprensione e della carità, non perdono occasione per attaccare il prossimo se in qualche modo questo è portatore di una diversità sgradita (omosessualità, aborto, fecondazione assistita, cellule staminali, etc.), e possono anche definire comprensibile l’uso dei pugni quando gli insulti vengono rivolti a loro, o ai loro cari. Nell’ipocrisia generalizzata, la folla intollerante verso le due ventenni è la stessa che esige che venga prestata la migliore assistenza possibile al fratello che si è fatto male sciando fuori pista, ai figli inesperti che si sono intossicati mangiando funghi che avevano raccolto loro, alla nonna che è stata investita da un’automobile perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, e così via. Le disattenzioni di questi rappresentano costi (sanitari e non solo) che la società avrebbe l’obbligo di sostenere per il benessere di tutti. Ma quando si tratta di vicende come quelle delle cooperanti, gli eventuali costi dovrebbero essere coperti dalle vittime, o dai loro familiari.

Infatti, sebbene non sia stata diffusa alcuna notizia ufficiale relativa al pagamento dei rapitori, è più che plausibile credere che un riscatto possa essere stato pagato. Quale possa essere stata la sua entità è un dato che rimane confinato nell’ambito delle ipotesi e delle illazioni. Inoltre, ancora meno è dato sapere come saranno impiegati quei soldi. L’ipotesi che possano essere utilizzati per finanziare l’acquisto di altre armi è tutt’altro che campata per aria. Ma nel processo di reificazione delle vittime, l’ipotesi si trasforma in una certezza, e questa in una condanna. Tutta l’attenzione popolare e mediatica si concentra sulla figura dei potenziali compratori, come se sul campo non dovessero esserci anche dei venditori. Mantenere i riflettori puntati sull’acquisto altrove è un modo come un altro per non doversi confrontare con quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Infatti non solo il traffico internazionale di armi è uno dei più redditizi in ambito criminale, ma è anche legato al traffico di droga ed esseri umani. Il che significa che i soldi per le armi non finiscono nelle mani dei malintenzionati solo grazie ad eventuali riscatti. Ogni volta che un cliente italiano paga per abusare di una schiava sessuale immette liquidità in un circuito che contribuisce ad alimentare il traffico di armi. Come anche quando compra della droga per vizio o divertimento. Se per qualche motivo lo sguardo dei media si sposta in direzione di qualche mercato abusivo, dove ambulanti occupano il suolo pubblico per vendere merce rubata o contraffatta, l’opinione pubblica inveisce contro i venditori e contro le istituzioni che non intervengono per sgomberarli, come se in questo gioco di ruolo non ci fosse anche un terzo partecipante: il cittadino comune che si ferma a comprare ben sapendo di alimentare un mercato nero.

La società rispecchia la realtà giornalistica che la racconta, e viceversa. Anche e soprattutto quando glissa, tace o fa finta di non vedere. Come quando si disinteressa dei soldi che vengono versati nelle casse delle mafie da chi paga per fottere le schiave sessuali sbattute su marciapiedi di periferia a suon di minacce e percosse, o per sballarsi passando un sabato sera alternativo rimanendo su di giri fino all’alba. Salvo poi non transigere sul pagamento di riscatti per salvare delle vite. E’ ovvio che i soldi dati alla criminalità in cambio di droga e sesso non diminuiscono l’importanza che i pagamenti di riscatti possono avere nella compravendita di armi. Non si tratta di sminuire l’importanza di qualcosa parlando d’altro, nella classica ottica benaltrista. Piuttosto si tratta di guardare in direzione di ipocrisie e silenzi che raccontano ancora una volta la storia dell’autoindulgenza che si assolve reificando gli altri. Quella che si accanisce contro le vittime di un rapimento per giustificare il proprio egoismo, magari presentandolo nei termini di una necessità o di una cosa naturale. E’ l’ipocrisia che punta il dito contro la riduzione in schiavitù delle donne e lo sfruttamento sessuale in paesi lontani per non soffermarsi sul fatto che è qualcosa che accade anche nelle nostre città, ad uso e consumo di “onesti” concittadini. Che esibisce indignazione davanti all’inciviltà della condanna a morte di persone “colpevoli” solo di essere omosessuali, salvo poi scendere in piazza a manifestare contro le loro rivendicazioni di diritti, emarginandoli e spingendoli verso esistenze di solitudine e sofferenza. E che magari infine approva quando un famoso esponente del mondo politico si alza in piedi nel corso di un convegno e urla “culattone” a uno studente gay che aveva preso la parola.

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Charlie Che Visse Due Volte

Da quando la sede dell’ormai noto giornale francese Charlie Hebdo è stata trasformata nella sede di un sanguinoso attacco armato, uno dei temi che hanno dominato gli spazi mediatici è stato l’attacco alle libertà di espressione. Il quadro che si è definito è quello di un mondo tollerante e illuminato che si troverebbe minacciato dall’oscurantismo di una cultura proveniente dall’esterno. In questa ricostruzione, le libertà conquistate attraverso secoli di lotte per la civiltà e la laicità sarebbero minacciate dalla violenza prepotente di un particolare tipo di fanatismo religioso. Il che corrisponde al vero, perlomeno nella ristretta misura in cui un gruppo di persone armate fa irruzione all’interno della redazione di un giornale con lo scopo di vendicare quelle che sarebbero state giudicate come offese di natura religiosa. Ma l’impianto inizia ad esibire qualche crepa nel momento in cui un simile evento viene sfruttato per veicolare l’immagine di qualcosa che è meno solida e scontata di come viene presentata: la libertà di espressione. A sentire le dichiarazioni di politici (e non solo) delle più diverse estrazioni sembrerebbe quasi che nessuno di questi abbia mai contestato la diffusione di opere con contenuti a loro sgraditi. Desiderosi di sfruttare l’indignazione popolare, perfino soggetti che di solito pronunciano la parola “tolleranza” a fatica e con una malcelata espressione di schifo alzano i vessilli della Libertà di Espressione, con lo scopo di auto-eleggersi Difensori dei Valori dell’Occidente. E nell’era della comunicazione politica 2.0, per auto-assolversi agli occhi di una buona parte del pubblico non sono necessari discorsi complessi, giustificazioni e motivazioni. In realtà non serve nemmeno ingegnarsi per ottimizzare l’impiego dei 140 caratteri a disposizione in un tweet. E’ più che sufficiente utilizzare l’hashtag del momento per sfilare disinvolti sul tappeto rosso del trend più attuale. In fondo, il carro dell’indignazione è un po’ come quello dei vincitori: chiunque voglia salirvi a bordo riesce sempre a trovare un po’ di spazio.

La folla virtuale che sbandiera lo slogan #jesuischarlie racconta la storia di un mondo che ama attribuirsi una figura nobile e tollerante. Poi, il fatto che una simile immagine possa corrispondere al vero o meno passa del tutto in secondo piano. Infatti, più che un ritratto realistico si rivela essere una favola moderna: semplice e rassicurante. Una volta tolte tutte le sovrastrutture retoriche, ciò che rimane è una moltitudine a cui interessa tutelare solo la propria libertà. Il paese che reagisce indignato di fronte alla storia degli stranieri che vorrebbero mettere un bavaglio alle idee e all’informazione a suon di proiettili, è lo stesso che vorrebbe cancellare tutto ciò che non è di suo gusto. Si tratta di qualcosa che possono ben ricordare, ad esempio, quanti avevano seguito le vicende legate alla distribuzione del secondo lungometraggio di Ciprì e Maresco. Infatti nel 1998, cioè tre anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle e del seguente riaffiorare di intrecci tra nazionalismi e identità religiose, i registi palermitani realizzano il film Totò Che Visse Due Volte, attirandosi addosso una dura reazione istituzionale. Si tratta di un’opera che esibisce diverse vicende suddivise in tre e episodi e che nel suo insieme offre un quadro di un’umanità degradata immersa in una realtà deforme. E la religiosità ne è parte integrante, raccontata attraverso lo scemo del villaggio che si masturba con una statua della Madonna, un presunto messia volgare e prepotente che maltratta discepoli e seguaci, un’ultima cena grottesca e lasciva, e così via.

Per gli autori non si trattava di un attacco alla religione, quanto piuttosto di una sua rappresentazione nel contesto di una civiltà degradata: ora uno strumento di sopraffazione, ora un mezzo per la soddisfazione di pulsioni tutt’altro che nobili. La religione non sarebbe fonte di degrado, quanto piuttosto una vittima: in un contesto dove tutto è grottesco e volgare niente può salvarsi, inclusa la religiosità. Tuttavia la Commissione di Censura era di parere diverso e intenzionata a vietare il film a tutti. Non muovendosi di un millimetro oltre una letterale dell’opera, invocava la Censura di Stato affermando che si trattava di un prodotto degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo nei confronti del buon costume, e con un esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso”, e contenente sequenze “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”. In pratica, le stesse cose che molteplici voci provenienti dal mondo islamico affermano in merito a vignette che considerano offensive. Come queste anche il film riuscì a superare blocchi e censure per raggiungere il pubblico, seppure con un divieto ai minori di 18 anni. Ma la questione non riguarda l’esito del singolo film in questione, quanto piuttosto l’evidente intolleranza nei confronti di ciò che non si condivide e il desiderio nasconderlo, bloccarlo o eliminarlo.

Gli oltre 15 anni che separano i fatti attuali da questo episodio non hanno segnato cambiamenti degni di nota in merito. Ad esempio, non sono trascorsi molti mesi da quando diverse associazioni di telespettatori cattolici hanno invocato la censura preventiva della striscia comica LOL, colpevole di aver mandato in onda uno sketch con un bacio gay tra Gesù e un altro uomo. O da quando le stesse voci hanno chiesto l’eliminazione dai palinsesti della pluri-premiata serie della HBO Il Trono Di Spade, accusata di veicolare contenuti immorali e “pornografici”. Questi sono solo un paio di esempi tratti da un lungo elenco di iniziative che sembrerebbero contraddire le affermazioni in merito alla libertà di parola. Ma solo fino a quando ci si illude che tutti quanti invocano diritti e libertà stiano parlando per tutti, e non solo per loro stessi e il gruppo al quale più si considerano appartenenti.

Una volta liquidata come poco più che finzione, come mera retorica atta a rendere presentabili le posizioni identitarie soggiacenti, il tutto si ricompone all’interno di un quadro coerente. Sotto il rassicurante e narcisistico travestimento della libertà e della tolleranza si intravedono le forme di una ricerca dell’affermazione unilaterale. Con strategie passivo-aggressive, i media assecondano le richieste delle folle dando la caccia ad associazioni islamiche e chiedendo loro di condannare l’episodio. A differenza di quanto accaduto, ad esempio, dopo la strage compiuta dal fondamentalista cristiano Anders Breivik, in riferimento alla quale non è stato chiesto ad associazioni religiose cristiane o a movimenti xenofobi di dissociarsi dall’accaduto, ai cittadini di fede mussulmana veniva chiesto di prendere le distanze dall’avvenimento. E non di rado queste stanno al gioco, senza rendersi conto che le prese di distanza non servono ad altro che ad alimentare la retorica strumentale di una sottintesa vicinanza. Infatti non ci si dissocia se non da ciò a cui si potrebbe essere associati, come non si prendono le distanze se non da ciò a cui si potrebbe essere accostati.

Quella che a parole si era presentata come una presa di posizione progressista, nei fatti si è rivelata essere un ennesimo esempio di strategia della vittima. Per una nutrita maggioranza si tratta dell’occasione quotidiana per distribuire responsabilità, cercare alibi, inchiodare a colpe. Non è importante individuare un vero colpevole, infatti l’obiettivo primario si configura piuttosto avere degli obiettivi da mettere alla gogna. Un giorno l’indice può essere puntato in direzione degli immigrati che tramerebbero per imporre le loro regole e sarebbero portatori di arretratezza culturale; il giorno dopo invece, una volta esauritasi la parabola del lutto, lo stesso dito può cambiare obiettivo e con disinvoltura per fissarsi sui vignettisti amorali e irresponsabili, che con le loro “provocazioni” metterebbero a rischio la sicurezza sociale attirando l’attenzione di fanatici ed estremisti. Come già visto, la contraddizione tra le due diverse posizioni è solo apparente, e svanisce del tutto nel momento stesso in cui le si osserva all’interno di un contesto più ampio, quello dei pretesti e delle giustificazioni unilaterali.

Come nella classica favola del Lupo e dell’Agnello, è irrilevante che le affermazioni siano veritiere o meno. Ciò che per molti davvero conta è mantenere lo status quo distribuendo a piene mani giudizi e colpe. Infatti il vittimismo è una strategia che può essere utilizzata da minoranze per ottenere spazi e visibilità (quando cioè ha un fondamento concreto), ma quando viene messa in atto da chi già occupa lo spazio pubblico allora l’obiettivo diventa un altro: mettere a tacere divergenze e dissensi. In pratica, non si tratta di altro che di conservazione del predominio in un contesto asimmetrico: un giorno è possibile rivendicare la libertà per tutelare la propria possibilità di interfacciarsi con gli altri secondo le modalità che più si preferiscono, e il successivo si possono invocare limiti alla stessa per evitare che la controparte possa fare altrettanto. E’ un disinvolto insieme di intransigenza e indulgenza: tanto intransigenti verso gli altri quanto indulgenti verso se stessi. Per fare un esempio, è la strategia messa in atto dalle associazioni cattoliche nelle loro azioni di contrasto alle rivendicazioni di diritti civili da parte degli omosessuali: pur rappresentando una maggioranza che gode di più diritti perfino di quanti ne preveda la loro stessa religione (come, ad esempio, l’accesso all’istituto del divorzio), le prime contrastano le richieste dei secondi come se queste rappresentassero una minaccia per loro. Nei contesti asimmetrici come questo, chi si trova in posizione superiore considera un proprio diritto la possibilità di rapportarsi agli altri come preferisce, anche quando si tratta di trasgredire dei precetti ai quali si dovrebbe attenere, mentre denuncia come aggressiva ed offensiva la possibilità che la controparte possa fare altrettanto. Perché i divieti che devono essere rispettati sono sempre quelli che riguardano gli altri, e l’omosessualità è un peccato che non può ammettere indulgenza alcuna. Ma se il peccato consiste nell’uso di contraccettivi o di sesso (eterosessuale) fatto per il puro piacere di farlo, allora è tutta un’altra storia.

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